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mercoledì 30 settembre 2009

Cosa fare a sinistra

Cosa fare a sinistra


Una sinistra diffusa e singolare, tanto da sentirsi ogni tanto più che diffusa dispersa, ma non ancora del tutto rassegnata alla solitudine muta. Una rete di associazioni varie che lavorano nelle realtà locali intorno ai temi della pace, dell’ambiente, della laicità, dell’antirazzismo, della difesa del territorio. L’idea che non è più tempo di appelli alla sinistra: ai partiti o alle federazioni o a quello che è rimasto di loro, in nome dell’unità e del rinnovamento della forme della politica.
È ora di praticarle quelle forme e quell’unità a partire da se stessi.
Da qui nasce questo documento e l’invito a un incontro collettivo di due giorni da tenersi il 24 e 25 ottobre. Il 4 ottobre a Roma sarà l’occasione di un primo confronto progettuale e organizzativo.
Non è una questione di sigle o liste da presentare, meno che mai di sommatorie di ceti politici da garantire. Il punto di partenza sono i territori e le situazioni locali dove si fa politica perché si fa società, e viceversa. Luoghi dove la democrazia è qualcosa che coinvolge l’intera vita, le persone: una cosa seria e anche felice. Questo tessuto si propone di costituire la rete di un soggetto politico che rappresenti una proposta forte per tutto quello che rimane della sinistra in Italia; una di quelle proposte che non si possono rifiutare. Qualcosa che affronti il problema del degrado culturale e istituzionale italiano, abbia i piedi ben poggiati per terra, nella società, nei conflitti e nei desideri, ma anche la capacità di costruire mediazioni larghe, di tessere relazioni significative, di rappresentare questioni politiche generali. Anzi di esserlo, una questione politica generale.

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Cosa fare a sinistra… proposta di bozza/azione di documento per un forum a rete della sinistra [presentato a Perugia il 13 settembre 2009]

1. Ci pare che le proposte fin qui avanzate dalle varie formazioni della sinistra dopo il disastro delle elezioni europee non siano all’altezza della crisi, che è crisi sociale e di democrazia. Ripensare e rifondare la sinistra non è cosa diversa e separata dal rifondare la politica e avanzare una idea di società. La deriva populistico-autoritaria italiana mira a non lasciare spazio a una sinistra. Non ha senso in una società desertificata. Il compito per noi tutti non è semplicemente offrire liste, ma ricostruire un soggetto collettivo e una prospettiva.

2. Dalle elezioni europee sono residuate a sinistra due sigle e due processi: una federazione di partiti tradizionali in cerca di allargamento intorno al proprio nucleo comunista; una federazione di sigle in cerca di processo costituente, nell’orizzonte a priori del centrosinistra. Rimane fuori un’altra parte della sinistra, in parte attiva nella società, nell’associazionismo, nella difesa dei territori, in parte convinta o rassegnata al non voto. In ogni modo la società cui si rivolgono le due formazioni ci appare lontana dall’essere attirata da quei due processi paralleli. Troppo forte è l’impressione che intendano congelare l’esistente, più che lanciare una radicale innovazione.

3. Occorre tornare alla società e cioè tornare alla politica non solo per dare rappresentanza alle istanze sociali, ma per aprire spazi, favorire reti, allargare relazioni. Per superare solitudini e paure. Per fare società.
A noi sembra che sia utile un soggetto nuovo della sinistra ma non possiamo più delegare la sua formazione agli attuali partiti. Non possiamo neppure continuare a lanciare appelli all’unità della sinistra. Quell’unità non potrà che nascere da una svolta nelle forme della politica. Questa svolta proponiamo di praticarla a partire da noi stessi: dalla costruzione di una rete delle esperienze diffuse di nuova sinistra. Intorno a tre assi essenziali:

4. Il rinnovamento e la riforma delle pratiche e dei modelli organizzativi della sinistra.
Occorre pensare ad un modello federale, orizzontale, fra territori – non federativo di organizzazioni chiuse, verticali o piramidali. Occorre sperimentare l’incompatibilità fra responsabilità politica e cariche elettive, il limite temporale e la rotazione degli incarichi, l’equilibrio di genere, lo sviluppo delle forme di democrazia diretta e partecipativa, modalità decisionali più adatte alle appartenenze fluide di oggi, ricerca ostinata dei punti di incontro e di mediazione, assunzione di responsabilità. Nessuna differenza fra forma e sostanza, fra mezzi e fini; dunque pratica radicale della non violenza. Unire rappresentanza, movimenti e società civile, con pari dignità, in modo da superare l’antica gerarchia per la quale il primato della politica spetta ai partiti, alla società il muto consenso. La società civile è luogo di relazioni, movimenti e tessuto politico, ma rischia di esserlo in forma angusta nel deserto della politica istituzionale.

5. Il punto fondamentale è ripensare la sinistra oggi, in questa società esplosa e frammentata, a partire da libertà e liberazione, eguaglianza, pace e solidarietà. Dunque a partire dall’autonomia del suo punto di vista: dalla riflessione sulla società, sul lavoro, sulle soggettività, facendo tesoro della critica elaborata dall’ecologia e dal femminismo. Ritrovare senso e funzione, comunità e relazioni, utilità sociale, richiede di riconoscere le trasformazioni e insieme dare voce e spazio ai bisogni e ai desideri che le nuove contraddizioni determinano.

6. A partire da questa autonomia e da nuove pratiche politiche, è possibile affrontare la questione delle alleanze e del governo, mal posta dalle due federazioni. Non si tratta di una pregiudiziale aprioristica sulla cui base definire amici e nemici. Ha a che vedere con quella emergenza democratica ed istituzionale per la quale è necessario costruire relazioni di resistenza e conflitto a tutti i livelli, prima che il degrado etico e politico cancelli gli spazi più elementari del confronto politico. Ha a che fare con quelle politiche che disarticolando la società e precarizzando il mondo del lavoro, determinano solitudine e sfiducia nell’agire collettivo, paura intrisa di razzismo e violenza – la crisi drammatica della democrazia costituzionale. Senza processi diffusi che contrastino quella deriva nessuna costituzione si può difendere. La sinistra per la quale proponiamo di lavorare deve dare prova di saper elaborare collettivamente i suoi contenuti, di saper decidere democraticamente come gestirli – con quali alleanze e mediazioni – nel contesto in cui vive.

7. Se non è più tempo di appelli ai partiti, ciò non significa che ci si debba rassegnare all’esistente o ad aggiungere un’altra sigla a quelle che già agiscono. Pensiamo a un soggetto nuovo, capace di fare da sé, ma non autosufficiente. Un soggetto che miri a rimettere in movimento tutto lo scenario della sinistra. Dipenderà dalla profondità delle radici e dalla loro crescita. Ci sembra che convenga provare.

8. Si può partire da esperienze locali unitarie che si sono dimostrate capaci di spostare gli scenari politici e dare voce a realtà territoriali vive. Fare rete fra queste esperienze e sperimentare forme organizzative, di democrazia e di decisionalità, nuove. Livelli nazionali, livelli locali e regionali potrebbero intrecciarsi e contagiarsi a vicenda, anche nell’ottica delle prossime scadenze elettorali.

9. Nostro obiettivo è coinvolgere in questo processo l’area degli intellettuali italiani che in questi anni ha cercato di denunciare il disastro di democrazia che andava avanzando.
Un comitato di garanti a livello nazionale e un comitato di coordinamento (nazionale e non solo) delle reti regionali potrebbero dare respiro collettivo e spessore teorico al nuovo soggetto. Che dovrebbe sperimentare altre relazioni al proprio interno, uno stile di confronto che non è una questione di forma ma strumento e modalità dell’agire collettivo. Segno di una svolta rispetto alla tradizione rancorosa e aspra delle relazioni personali della sinistra. La gestione delle diversità, la ricerca paziente del consenso più largo e lo spazio offerto alle diverse storie e appartenenze, dovrebbero essere una delle connotazioni essenziali del nuovo modo di fare politica.

10. Questo processo costituente di una sinistra autonoma, ecologica e solidale, pacifista e antirazzista, espressione del mondo del lavoro, dell’associazionismo, dei valori di libertà della costituzione, proponiamo di lanciarlo a partire da un appuntamento nazionale di due giorni,sabato 24 e domenica 25 ottobre, nel quale sia già possibile praticare modalità nuove ed inclusive di partecipazione.
Con le stesse modalità aperte e partecipative potremo scegliere il nome con cui definire questo percorso. Nominarsi è già un riconoscimento reciproco, la descrizione di una realtà e un programma di lavoro.
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Invitiamo tutte/i, singoli, associazioni e realtà territoriali a partecipare ad un incontro operativo da fare domenica 4 ottobre a Roma, al Rialto occupato, in via S. Ambrogio 4. La sede e il giorno sono stati individuati per facilitare la presenza di chi parteciperà alle manifestazioni previste a Roma il 3 ottobre.
Per manifestare la propria disponibilità-interesse è attiva la mail : retesinistra@gmail.com

Hanno lavorato alla redazione della bozza: Andrea Bagni, Marzia Biagiotti, Lorenzo Bicchi, Paolo Cacciari, Alessio Ciacci, Maria Grazia Campus, Giovanni Corazzi, Stefano Falcinelli, Chiara Giunti, Carlo Lucchesi, Gianni Morando, Giovanni Petriccioli, Anna Picciolini, Patrizio Santi, Francesca Terreni, Luciano Tiecco, Massimo Torelli, Loris Viari.


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Wto: il parcheggio della globalizzazione


Wto: il parcheggio della globalizzazione

Monica Di Sisto Fair

A Ginevra, l'Organizzazione mondiale del commercio ha organizzato un Public forum di due giorni per spiegare le proprie, stanche ricette per uscire dalla crisi. Il direttore Pascal Lamy non può nascondere lo smacco. E la contestazione guarda già alla ministeriale di novembre.

La Wto ha vinto: l’Organizzazione mondiale del commercio, infatti, si è aggiudicata la maggioranza nel referendum popolare voluto da chi contestava la sua decisione di allargare il proprio quartier generale a Ginevra, a discapito di una belle fetta del parco che circonda il lago Lemano. L’Organizzazione, in realtà, non aggiungerà più di qualche ufficio alla struttura esistente, ma realizzerà un agognato parcheggio all’altezza dei suoi molti altolocati dipendenti e frequentatori. E’ con la baldanza di chi sa che dall’indomani – i lavori sono già avanzati – e con il sostegno della popolazione, arriverà al lavoro con grande comodità, che il Direttore generale, Pascal Lamy, ha aperto le porte della Wto a lobbisti, associazioni, sindacalisti, uomini d’affari ed esperti vari per il Public Forum 2009, una tre giorni [28-30 settembre] nella quale si vuole discutere senza rete sui nodi più spinosi dei negoziati sulle liberalizzazioni in corso ormai da svariati anni.
«La Wto non predica trasparenza e apertura al dialogo solo la domenica, ma le pratica anche al lunedì» ha ironizzato Lamy accogliendo le diverse centinaia di partecipanti, e assicurando gli astanti pochi secondi dopo che «la famiglia della Wto, dai membri agli staff, vuole così raccogliere nel miglior modo possibile le preoccupazioni e aspettative su come lavorare meglio in futuro».
E di preoccupazione, tra le eleganti sale di Rue Lausanne, se ne respira parecchia: nel primo quadrimestre del 2009 gli scambi commerciali sono scesi del 30 per cento rispetto allo stesso periodo del 2008 in area Ocse, cioè per i Paesi più ricchi, e ci si aspetta che a fine 2009 il dato sarà per tutto il mondo – Cina e India comprese, che continuano a crescere anche se più lentamente – di un secco -10 per cento. Tutta quella forza, quella fiducia nelle meravigliose sorti della globalizzazione sembra archiviata. Anzi: i padiglioni di legno e mosaici dove gli esperti si sono confrontati a microfoni aperti con il pubblico sembrano quasi un residuato del passato a confronto con la realtà: il mondo produttivo si sta rilocalizzando.
Sebastien Miradot dell’Ocse lo ha detto a chiare note: le filiere globali si sono dimostrate più sensibili delle altre alla crisi del credito e alle speculazioni. Il risultato? Molte multinazionali stanno riportando in patria – meglio, nei quartier generali nei paradisi fiscali – baracca e burattini. Crescono i costi dei trasporti e del petrolio, le filiere più corte sono più flessibili e più facili a subire cambiamenti, i consumatori diventano sempre più «nazionalisti e ambientalisti»? Bene, meglio scegliere un Paese solo – o pochi – dove si pagano poche tasse e ci sia un governo stabile, e concentrare tutto lì. I Paesi emergenti, almeno, stanno facendo questo. Bo Meng, altro esperto Ocse, mostra una mappa sulla quale costruisce una ragnatela: ogni filo rappresenta le principali filiere che collegano i più grandi Paesi produttori. Gli Stati Uniti, flagellati dalla crisi, ne contano ben trenta, la Cina solo 11 e per questo, spiega Meng, è risultata meno dipendente dagli shock esterni, più flessibile.
Nonostante i proclami di fiducia nella progressiva globalizzazione, echeggiati anche al G20 di pittsburg con grande clamore, il vertice dei ministri al Commercio prevista per fine novembre, dove per l’ennesima volta si dichiara di voler rilanciare l’economia con le liberalizzazioni nonostante siano state motori della crisi in corso, si annuncia in tono dimesso. Lamy, preoccupato di chiudere il mandato di direttore generale senza riuscire, per la seconda volta, a portare a compimento il ciclo di negoziati «dello sviluppo» lanciati a Doha nel lontano 2001, ha fissato per i ministri una serrata tabella di incontri con altrettanti compiti a casa: percentuali di tariffe da tagliare, definizione precisa di che cosa si è disposti a liberalizzare [acqua? Riso? Farina? Servizi bancari? Prodotti industriali?] ed entro quando. Nei corridoi della Wto a Ginevra, però, tutti sembrano molto cauti sul fatto che si arrivi davvero a un risultato concreto.
Il Doha Round potrebbe essere, così, il primo ospite eccellente del nuovo parcheggio di rue Lausanne, immobilizzato a vita dai gravi danni che ha provocato. Per questo le associazioni svizzere stanno lavorando intensamente alle proposte di mobilitazione: una grande manifestazione per il 28 novembre, una giornata di dibattito e lobby popolare sui delegati in arrivo il 29 novembre, e poi, dal 30, un pranzo contadino al giorno per i negoziatori, presidio permanente della sovranità alimentare, e un «lobby tour» per raccontare come funzionano i negoziati a partire dai poteri forti tanto visibili in città: le sedi ecomostruose, i bar che frequentano, i ristoranti dove abbordano i negoziatori. Da Ginevra, in carovana, si partirà per Copenhagen, per partecipare al vertice sul clima: avete scialacquato le nostre ricchezze, non svenderete il nostro futuro, è lo slogan su cui stanno lavorando. E’ una battaglia decisiva, nessuno può mancare.

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Massacro in Guinea Conakry, almeno 157 morti

Massacro in Guinea Conakry, almeno 157 morti

Sarah Di Nella


Almeno 157 persone sono state uccise dalla polizia alla manifestazione non autorizzata svoltasi il 28 settembre a Conakry, la capitale della Guinea. Lo ha denunciato oggi il leader dell’opposizione, Sydia Toure. Intanto le violenze proseguono oggi: un adolescente è stato ucciso da militari nella periferia di Conakry. I manifestanti si erano radunati, ieri, all’interno dello stadio e protestavano contro la candidatura del capo della giunta militare, il capitano Moussa Dadis Camara, alle elezioni presidenziali previste a gennaio 2010. Le forze dell’ordine hanno sparato sulle migliaia di persone presenti. In mattinata, gli oppositori erano stati dispersi a colpi di manganelli e lacrimogeni.
La Federazione internazionale delle leghe dei diritti umani ha invitato la comunità internazionale a «reagire». Il segretario generale delle Nazioni unite Ban Ki-Moon si è detto «sciocato dalle perdite in vita umane,dall’alto numero di feriti e la distruzion di beni povocati dall’uso eccessivo della violenza», La Francia, ex potenza coloniale, ha condannato la «repressione violenta» mentre gli Stati uniti si sono dichiarati «molto preoccupati».

«87 corpi sono stati raccolti all’interno e nei dintorni dello stadio, dopo il passaggio dei militari – ha detto un responsabile della polizia – Attualmente ci sono 47 corpi nel campo militare di Samory Touré, di cui quattro donne, i funerali si svolgeranno stanotte». Ma il bilancio è ancora molto incerto, un medico del Centro ospedaliero universitario di Donka ha parlato di una «Macelleria! Una carneficina!». All’ospedale Ignace Deen di Conakry, hanno fatto sapere che un camion militare si era presentato per recuperare «decine di corpi» e si era diretto verso «una destinazione ignota». Alla Croce Rossa, qualcuno ha parlato di «una volontà di nascondere i corpi delle vittime».
L’ex premier Cellou Dalein Diallo, candidato alle presidenziali e dirigente dell’Unione delle forze democratiche di Guinea ha raccontato che i militari gli hanno «rotto due costole» e lo hanno ferito alla testa. «C’era una volontà deliberata di eliminarci oggi, noi, gli oppositori», ha dichiarato l’ex capo del governo Sidya Touré, leader dell’Unione delle forze repubblicane, anche lui ferito alla testa. I due sono stati portati nel campo militare Alpha Yaya Diallo, sede della giunta, e poi in una clinica. Le loro case sono state saccheggiate dai militari.

Secondo Mamadi Kaba, presidente in Guinea dell’organizzazione Incontro africano per la difesa dei diritti umani [Raddho], «gli stupri sono iniziati nello stadio. Alcuni militari hanno violentato delle donne». «Abbiamo infermazioni molto preoccupanti – ha aggiunto Kaba – di donne detenute nei campi militari e nei commissariati che vengono violentate». Le violenze starebbero andando avanti anche oggi. «I militari entrano nei quartieri, saccheggiano i beni e violentano le donne. Abbiamo queste informazioni da fonti concordanti, da fonti poliziesche e vicine ai militari. Molti militari e poliziotti non sono d’accordo con quello che accade». Secondo Raddho, «la paura impera oggi in Guinea. Si trattava solo di un presidio, nessuno poteva immaginare questa violenza. Il messaggio dei militari è ‘Non accettiamo la contraddizione’».

Dopo la morte del presidente Lansana Conté, che mise fine ai suoi 25 anni di regno, il 23 dicembre 2008 è iniziato quello che i guineani chiamano il «Dadis show». Un format in cui quotidianamente il capo della giunta se la prende – con tanto di discorsi moralizzatori e collera – con presunti trafficanti di droga, dipendenti pubblici corrotti e collaboratori: le revoche e i pensionamenti anticipati vengono annunciate in diretta tv. Un programma che viene seguito via cavo da tutta l’Africa occidentale. Dopo aver vestito per mesi i panni del democratico, Dadis Camara – nonostante l’impegno preso di non farlo – ha fatto saper di voler presentarsi alle elezioni presidenziali del gennaio 2010, provocando contestazioni nel suo paese e a livello internazionale.

Ieri, quello che spesso e volentieri sottolinea che l’esercito ha preso il potere «senza spargimento di sangue», ha commentato il massacro in un’intervista a Rfi. Dadis Camara ha dichiarato: «E’ una sfortuna, è drammatico. Effettivamente ci sono stati dei morti, ma non ho ancora dati precisi. Sono qui e aspetto che mi venga fatto il punto sulla situazione. Francamente sono desolato, molto desolato».
Ma in nove mesi al potere, Moussa Dadis Camara ha spesso fatto ricorso agli arresti, alla tortura e al rapimento per azzittire i suoi oppositori. Come spiega Cheikh Yérim Seck in un articolo apparso su Jeune Afrique, quello che poco fa denunciava l’etnocentrismo, si è circondato dei propri familiari, quello che poco fa denunciava il proprio disprezzo del denaro ha speso 800 miliardi di franchi guineani [110 milioni di euro] in nove mesi, alla voce «spese di sovranità».


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Ecuador. Sospese le proteste indigene

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Ecuador. Sospese le proteste indigene

La disponibilità del governo a un incontro ha determinato, in Ecuador, la sospensione delle proteste organizzate dalla mezzanotte di domenica dall’influente Confederazione delle nazionalità indigene [Conaie] contro un disegno di legge sulle risorse idriche in discussione in parlamento. A prendere la decisione è stato Marlon Santi, presidente della Conaie, che pur parlando di una sospensione temporanea in attesa dei prossimi sviluppi, ha definito positiva l’attitudine del governo dopo aver incontrato Ramiro Vela, governatore di Cotopaxi. A mantenere lo stato di agitazione sarà invece la Confederazione delle nazionalità indigene di Amazzonia [Cofenaie]. Secondo fonti locali, le proteste di ieri si sono svolte generalmente senza grossi incidenti con qualche tensione a Cayambe-Coca [Guachalá] dove l’intervento della polizia in tenuta antisommossa per sgomberare un gruppo di manifestanti ha causato il ferimento di due persone. La Conaie si oppone al disegno di legge sull’acqua sostenendo che intende privatizzare le riserve idriche dei territori indigeni consegnandole a società straniere. Il presidente Rafael Correa dice invece che le proteste partono da presupposti falsi: sottolineando che la privatizzazione dell’acqua è vietata dalla Costituzione, Correa ha sostenuto che le manifestazioni sono strumentalizzate dall’opposizione.

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martedì 29 settembre 2009

Honduras. Sospesa la Costituzione, per il Nyt «è una mossa disperata»

Honduras. Sospesa la Costituzione, per il Nyt «è una mossa disperata»
Linda Panco

Per 45 giorni in Honduras sono sospese la libertà personale, di espressione, di circolazione e di associazione, e anche i diritti dei detenuti. Cacciata la delegazione dell'Osa che domenica si è recata nel paese per tentare una mediazione, minacciato il Brasile. Zelaya chiama la società civile alla mobilitazione, almeno tre i manifestanti uccisi

Il governo golpista dell’Honduras, fra sabato e domenica, ha mostrato la sua faccia all’opposizione interna e alla comunità internazionale. Per 45 giorni nel paese sono state sospese la libertà personale, di espressione, di circolazione e di associazione, e anche i diritti dei detenuti [alcune centinaia dei quali sono rinchiusi nei due stadi della capitale, Tegucigalpa]. Il governo golpista ha inoltre ordinato lo sgombero di tutte le istituzioni pubbliche occupate dai manifestanti, l’arresto delle persone considerate sospette, il coprifuoco; ha vietato le riunioni pubbliche non autorizzate e ha ordinato ai mezzi d’informazione di non pubblicare articoli che vadano contro «le risoluzioni del governo» o possano alterare «il rispetto della pace e l’ordine pubblico».
Domenica poi è stato impedito l’ingresso in Honduras di quattro funzionari dell’Organizzazione degli stati americani [Osa]. Il ministro degli Esteri golpista, Carlos Lopez, ha spiegato che la crisi in corso «è affare interno dell’Honduras». Una decisione «incomprensibile» per José Miguel Insulza, segretario generale dell’Osa, che «mette seriamente in difficoltà gli sforzi per promuovere la pace sociale e la ricerca di soluzioni». Le relazioni con Spagna, Messico, Argentina e Venezuela sono interrotte. Micheletti ha anche lanciato un ultimatum di dieci giorni al Brasile, che ospita Zelaya nella sua ambasciata in Honduras da lunedì scorso, affinché definisca entro dieci giorni «lo status» del presidente. Lula ha risposto che il suo paese «non si farà intimidire da un governo di golpisti».
Il decreto, emanato lo scorso 22 settembre nel Consiglio dei ministri e pubblicato sabato nella Gazzetta ufficiale, è stato motivato dagli «atti di violenza» attribuiti ai sostenitori di Zelaya. Nella notte le disposizioni sono state annunciate a tutto il paese tramite radio e televisione. Nel precisare che le forze armate sono autorizzate a sostenere la polizia «per garantire l’ordine», il decreto prevede «l’arresto di chi viene trovato fuori dall’orario previsto per la circolazione, o di chi venga considerato in qualche modo sospettato di poter danneggiare le persone o i beni». Alcune reti radio e tv, prosegue il decreto, «stanno diffondendo odio e violenza contro lo Stato, lanciando appelli all’insurrezione popolare. La Commissione per le telecomunicazioni è quindi autorizzata, tramite la polizia e le forze armate, a sospendere ogni radio, tv o via cavo che non rispetti i programmi dettati dalle presenti disposizioni». Le prime a «cadere» sono state l’emittente Canal 36 e Radio Globo, più volte in queste ultime settimane oscurate con l’accusa di diffondere le notizie dei sostenitori a favore di Zelaya: ieri sono state chiuse.
Secondo il New York Times si tratta di «mosse disperate». Comunque, sono decisioni che gettano il paese nel terrore e colpiscono i manifestanti a favore del presidente deposto, che dal giorno del golpe hanno organizzato cortei quotidiani in tutto il paese nonostante la repressione e il coprifuoco.
Contattato da Radio Globo prima della chiusura, il presidente deposto Manuel Zelaya ha definito questi provvedimenti «una barbarie che indigna» e ha rivolto un appello al Parlamento perché sospenda il decreto e ai deputati perché tornino «al dialogo». Zelaya ha poi chiamato i suoi sostenitori «alla resistenza civile».
Il Fronte nazionale della resistenza contro il golpe, rete che riunisce diversi movimenti della società civile, ha denunciato la morte di studentessa universitaria, uccisa dai gas lacrimogeni respirati mercoledì scorso proprio davanti all’ambasciata brasiliana a Tegucigalpa, e che erano stati lanciati da polizia ed esercito per disperdere i manifestanti. Salgono così a tre le vittime accertate da quando, la settimana scorsa, il presidente è rientrato a sorpresa nel paese dopo 86 giorni di esilio forzato.

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domenica 27 settembre 2009

GINO STRADA: "NOI FACCIAMO OSPEDALI E NESSUNO CI SPARA"




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GINO STRADA: "NOI FACCIAMO OSPEDALI E NESSUNO CI SPARA"

"Il mio lavoro non cambia perché ho passato sette anni della mia vita in Afghanistan e non mi ricordo un giorno in cui sono morte meno di 10 persone".
Lo ha detto il fondatore di Emergency, Gino Strada, ai giornalisti che gli chiedevano se, dopo l'attentato del 17 settembre scorso, costato la vita a sei paracadutisti italiani, possa cambiare anche il suo lavoro e quello dei volontari dell'organizzazione. "Noi facciamo ospedali - ha aggiunto - e nessuno ci spara addosso: se i militari fossero rimasti a casa, certamente...". Parlando a margine dell'8/a Conferenza regionale toscana sulla cooperazione internazionale in corso a Siena, alla vigilia del suo ritorno in Afghanistan ("dove tornerò a fare il mio lavoro che è quello di stare 12 ore al giorno in sala operatoria"), Strada ha ribadito la differenza tra il lavoro di Emergency e le operazioni di peacekeeping che "sono due cose opposte e non devono avere neppure un punto di contatto". "Fare la guerra - ha precisato - deve chiamarsi fare la guerra. Sono anche stufo di tutte queste bugie. Almeno un Paese abbia il coraggio di dire 'partecipiamo ad un'occupazione militaré e si prenda la responsabilità, e non spacciamo l'attività dei militari per peacekeeping o umanitaria. Perché se dovessimo prendere per buone queste bugie, quanto meno verrebbe da dire che sono una massa di cretini visto che, per distribuire due caramelle, spendono 20 milioni di euro".
da ANSA

FONTE:http://www.spoletocity.com/index.php/societa/sociale/2827-gino-strada-qnoi-facciamo-ospedali-e-nessuno-ci-sparaq

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A Riina 200 milioni l’anno da Canale 5

I pentiti: «A Riina 200 milioni l’anno per le antenne di Canale 5»

L'UNITA'
di Claudia Fusanitutti


Come e perchè Mangano venga assunto ad Arcore è faccenda che si spiega solo anni dopo. Dopo che diventa ufficiale il pedegree criminale del boss di Porta Nuova. E dopo che Dell'Utri finisce sotto processo a Palermo per mafiosità. Racconterà Mangano ai giudici di Palermo: «Tra il '73 e il '74 Cinà (Gaetano) e Dell'Utri vennero a trovarmi a Palermo, mi proposero un lavoro ad Arcore dove un loro amico aveva acquistato una proprietà. Prima di trasferirmi con la mia famiglia andai negli uffici della Edilnord (l'impresa immobiliare di Berlusconi) al numero 24 di Foro Bonaparte e incontrai i signori Berlusconi e Dell'Utri».

Tutto giusto, manca solo un dettaglio: con Mangano alla Edilnord quel giorno si presentano anche i boss Francesco Di Carlo, Mimmo Teresi e Stefano Bontade, all’epoca il Capo di Cosa Nostra nonchè fratello massone. Un incontro raccontato nei particolari da Di Carlo una volta pentito: «Fu un colloquio in cui vennero discusse e decise reciproche disponibilità. Volto a garantire a Berlusconi e alla sua famiglia una protezione dai rapimenti. Il colloquio fu favorito da Cinà, amico di Dell’Utri». E’ un passaggio, questo, da segnalare con cura anche perchè, in modi diversi, è confernato dallo stesso Berlusconi in un’intervista al Corriere della Sera nel 1994, una delle poche volte in cui il premier ha accettato di parlare di mafia: «Rapporti con la mafia ne ho avuti una volta sola, quando tentarono di rapire mio figlio Pier Silvio che allora aveva cinque anni...». Fatti due conti - Pier Silvio compie sei anni il 28 aprile 1974 - la minaccia di rapimento precede l’arrivo di Mangano ad Arcore. La domanda è un’altra: Mangano è imposto dalla mafia - per il tramite di Cinà e Dell’Utri - per controllare i traffici di Cosa Nostra al nord offrendo in cambio di una protezione? Oppure, come ha sempre sostenuto Berlusconi, viene ingaggiato solo come guardiaspalle privato visti i rischi di quegli anni? Sembra improbabile che Silvio non conoscesse il profilo criminale di chi stava per far entrare in casa sua. Dirà Paolo Borsellino a Canal Plus, la sua ultima intervista prima di morire (19 maggio 1992): «Buscetta e Contorno hanno indicato lo stalliere di Arcore come uono d’onore di Cosa Nostra. Viveva a Milano ed era il terminale al nord dei traffici di droga delle famiglie palermitane (...). All’inizio degli anni Settanta Cosa Nostra cominciò a diventare un’impresa e a gestire una massa enorme di capitali per i quali cercava una sbocco al nord, sia dal punto di vista del riciclaggio sia dal punto di vista di far fruttare questo denaro. Mangano era una delle teste di ponte dell’organizzazione mafiosa nel Nord Italia».

Chiarito chi era Mangano, torniamo ad Arcore. Il neo assunto, un signore alto, tratti mediorientali, a suo modo distinto, prende servizio il primo luglio 1974, ha 34 anni, con lui la moglie Marianna e la figlia di 10 anni. Seguono mesi "tranquilli". Fino al 26 giugno 1975 quando una bomba esplode contro il cancello e il muro di cinta di villa Borletti in via Rovani. Berlusconi sospetta subito dello stalliere, come rivelerà un’intercettazione del 1986. Ma fa finta di nulla, anzi declassa l’esplosione a un crollo. Più imbarazzante è il sequestro (8 dicembre 1975) del principe di Santagata prelevato all’uscita della villa dove era stato a cena. Il sequestrato si libera, i carabinieri indagano ma nessuno dice loro che nella tenuta vive anche Mangano. Il quale resta a servizio fino al 1976. I giornali cominciano a scrivere della sua presenza che diventa ingombrante. Mangano lascia Villa San Martino nel 1976. Un anno dopo se ne va anche Dell’Utri assunto come dirigente del finanziere siciliano Bruno Rapisarda che gestisce alcune aziende, poi fallite, che riciclano denaro di Cosa Nostra. Spiegherà in seguito Rapisarda: «Alberto e Marcello Dell’Utri mi furono raccomandati da Gaetano Cinà che rappresentava gli interessi di Bontade-Teresi e Marchese. Dell’Utri mi disse che la sua mediazione era servita a ridurre le richieste di denaro a Berlusconi da parte dei mafiosi».

Gli atti del processo Dell’Utri illustrano i rapporti del senatore con Cosa Nostra. Dell’Utri torna con Berlusconi nel 1980, ai vertici di Publitalia. Nel frattempo, come testimoniano decine di intercettazioni, non interrompe mai le frequentazioni con Mangano. Trentasette ex mafiosi hanno testimoniato che Dell’Utri è stato il principale contatto della mafia con l’impero finanziario di Berlusconi. Lo confermano prove documentali.
Altre dichiarazioni di pentiti, da Cancemi a Brusca passando per Siino, Cucuzza, Cannella e Pennino, tutte pubbliche, raccontano dei rapporti diretti tra Fininvest e Cosa Nostra. Nell’interrogatorio del 18 febbraio 1994 il boss di Porta Nuova Salvatore Cancemi spiega: «Nella villa di Arcore hanno trovato riparo latitanti come Nino Grado, Mafara e Contorno (...) Nel 1991 Riina precisò che, secondo gli accordi stabiliti con Dell’Utri che faceva da emissario per conto di Berlusconi, arrivavano a Riina 200 milioni l’anno in più rate in quanto erano dislocate a Palermo più antenne (...) Il rapporto risaliva almeno al 1989 e più volte ho assistito alle consegne di questo denaro in rate da circa 40-50 milioni». Anche Giovanni Brusca (21 settembre 1999) racconta che «dagli anni ottanta Ignazio Pullarà, boss di Santa Maria del Gesù, a Berlusconi e a Canale 5 gli faceva uscire i piccioli». Sono gli anni della guerra delle tivù e di antenna selvaggia. Dichiarazioni che non hanno mai raggiunto lo spessore della prova.
Nel 2002 il Tribunale di Palermo che processa Dell’Utri e Cinà si trasferisce a Roma per sentire il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Prende la parola l’onorevole-avvocato Niccolò Ghedini: «Abbiamo indicato al Presidente Berlusconi l’opportunità di avvalersi della facoltà di non rispondere».

CONTINUANO ARTICOLI QUI':
http://www.unita.it/news/italia/88891/i_pentiti_a_riina_milioni_lanno_per_le_antenne_di_canale
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Argentina, The age of stupid



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Argentina, “The age of stupid”: restano cento giorni per salvare il mondo

In vista del grande incontro sul clima esce nelle sale cinematografiche di 45 paesi

Scritto da
Matteo Acmè

Anno 2055, in un base in mezzo al mare artico che conserva tutta la conoscenza umana, un sopravvissuto al disastro ambientale che ha sconvolto la Terra si chiede costernato: "Potevamo salvarci e non l'abbiamo fatto, in che stato mentale ci trovavamo?"
Inizia così "The age of stupid", film-documentario prodotto da Green Peace che verrà distribuito a partire da martedì 22 in 45 paesi, pensato per far pressione sui grandi della terra, riuniti in questi giorni nel G20 di Pittsburgh, in vista del grande incontro sul clima organizzato in dicembre a Copenaghen dalle Nazioni Unite.
Il messaggio del film è semplice: visto come viviamo e quanto consumiamo, il cambiamento climatico e le sue tragiche conseguenze non sono per nulla sorprendenti. Unica soluzione? Cambiare immediatamente le nostre abitudini, guarire dalla dipendenza dal petrolio e ridistribuire in maniera più equa le scarse risorse del pianeta fra paesi ricchi e paesi poveri.
"The age of stupid" è un'efficace mix di previsioni sul clima e l'ambiente basate sulle posizioni scientifiche dominanti (come avvertono i produttori nei titoli di testa) e storie dei giorni nostri, intrecciate dall'attore Pete Postlethwaite, il sopravvissuto, che ricorda agli spettatori le tappe che hanno portato, nella finzione del film, allo scenario da fine del mondo del 2055.

Cinque storie, lontane nello spazio ma strettamente collegate fra loro raccontano il nostro "stato mentale": una vecchia guida di montagna francese, memoria storica di come è cambiato il clima alpino, una ragazza del delta del Niger che sogna di diventare dottoressa, due fratellini iracheni scappati in Giordania dopo l'ultima guerra, un dipendente del colosso petrolifero Shell, sopravvissuto all'uragano che ha distrutto New Orleans, un indiano fondatore di una compagnia aerea, un inglese che di mestiere progetta impianti eolici.
Storie diverse, storie lontane, con un unico filo conduttore: il consumo e la voglia di crescere e arricchirsi. Il consumo sono i camion che inquinano la valle di Chamonix per attraversare il Monte Bianco e "portare latte e uova in Italia, e riportare indietro formaggi e maionese", come lamenta la vecchia guida francese. Il consumo è il petrolio, causa della guerra in Irak e Afghanistan, e responsabile del disastro ambientale in Niger e della poverta' degli abitanti del delta. Poi c'è il sogno del magnate di New Dehli che "vuole permettere a tutti gli indiani di volare low cost", insensibile alle implicazioni ambientali del viaggiare in aereo perchè "questo è il progresso". E c'è chi prova a immaginare un mondo di energia pulita, come Piers Guy, che con i suoi impianti eolici si scontra con la diffidenza della gente che non vuole le torri "nel proprio giardino".

Torniamo nel 2055: "Abbiamo rotto il patto con i nostri figli", racconta il sopravvissuto, "con cui abbiamo promesso di lasciare il mondo migliore di come l'avevamo trovato". E continua "I nostri figli non erano arrabbiati con noi, erano troppo impegnati a cercare di sopravvivere al disastro che abbiamo causato. Ma i nostri nipoti, loro sì, saranno molto arrabbiati".
Prima di chiudere il suo messaggio dal futuro Pete Postlethwaite fotografa l'atteggiamento degli uomini nel 2009: "E' come se stessero correndo in cerchio sulla spiaggia, in un girotondo, concentrandosi ognuno sul pezzetto di terra sotto i suoi piedi. E nessuno che si accorge dello tsunami che dal mare si avvicina alla costa".


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sabato 26 settembre 2009

promesse tradite dei G20

Le promesse tradite dei 20 "grandi"


“Mi spiegate per quale motivo non posso camminare nella mia città?”. Una signora di una certa età si rivolge in maniera più desolata che arrabbiata a un giovane agente in tenuta antisommossa, dietro una delle griglie di metallo che bloccano quasi tutte le strade del centro. In una Pittsburgh militarizzata oltre ogni immaginazione si è svolto il vertice del G20, l’ultimo di una lunga serie di incontri internazionali organizzati quest’anno per cercare delle soluzioni alle peggiore crisi finanziaria degli ultimi decenni.
Una sensazione di rabbia mista a incredulità che ha rapidamente sostituito, tra gli abitanti, l’orgoglio dei giorni scorsi, nel vedere la piccola Pittsburgh diventare per due giorni il centro del mondo. Da capitale dell’acciaio, simbolo del degrado e della crisi dell’industria pesante americana, la città della Pennsylvania ha saputo trasformarsi e rinascere, puntando sulle nuove tecnologie e sul polo informatico. Una città “verde”, scelta come emblema dell’immagine e delle speranze che i paesi del G20 vorrebbero dare nel prossimo futuro.
Le questioni nell’agenda del vertice erano diverse: da una parte la necessità di dare nuove regole alla finanza per evitare il ripetersi di una crisi di tale ampiezza, dall’altra la questione delle risorse per rilanciare le economie nazionali, e quelle dei Paesi più poveri in particolare. Un ulteriore aspetto fondamentale è quello della governance, ovvero dell’assetto e del potere delle diverse istituzioni internazionali nello scenario post-crisi. A questa agenda, già molto ampia, si somma la questione dei cambiamenti climatici a meno di tre mesi dal cruciale appuntamento di Copenhagen, per non parlare delle notizie dell’ultima ora sul nucleare iraniano.
Sulla partita della regolamentazione finanziaria, negli ultimi giorni Francia e Germania hanno provato a dare un’accelerazione. Nicolas Sarkozy è arrivato a minacciare l’abbandono del vertice se non si fosse trovato un modo di porre un limite ai bonus dei banchieri. In maniera ancora più sorprendente, lo stesso presidente francese e il cancelliere tedesco Angela Merkel hanno riaperto il dibattito sulla proposta di una tassa sulle transazioni finanziarie. Un’imposta che permetterebbe di frenare le attività speculative più dannose e di reperire preziose risorse economiche per rilanciare le economie più deboli. Più in generale uno strumento che permetterebbe di dare alla sfera politica degli strumenti efficaci per frenare lo strapotere della finanza e la speculazione. Una proposta che si è però scontrata, una volta di più, con le potentissime lobby della City di Londra e di Wall Street.
Persino sul capitolo dei derivati non regolamentati – over the counter – da tutti additati come uno degli strumenti che maggiormente contribuiscono al formarsi di bolle speculative, i leader del G20 si limitano a “ritenere opportuno” che entro fine 2012 tali strumenti vengano trattati su piattaforme elettroniche, che permettono maggiore controllo e trasparenza. Il Financial Stability Board viene incaricato di svolgere uno studio sul funzionamento dei mercati dei derivati.
Non va molto meglio riguardo le risorse da destinare alla ripresa. I Paesi del G20 confermano le misure di stimolo e non parlano ancora di una “exit strategy” dai sostegni pubblici, che dovrà comunque avvenire il “prima possibile”. Qui risiede però uno dei problemi centrali dell’attuale situazione economica. Le maggiori potenze del mondo possono affrontare enormi piani di stimolo e di sostegno alle proprie economie. I paesi del sud, e quelli più deboli in particolare, non hanno le risorse per farlo.
Il G20 aveva incaricato il Fondo Monetario Internazionale, già durante l’ultimo vertice di Londra, di stanziare buona parte di tali risorse per i paesi più poveri. Diverse reti della società civile internazionale hanno però segnalato che queste risorse sono del tutto insufficienti.
In questa situazione, gli stati più poveri sono costretti a emettere obbligazioni, indebitandosi. In una situazione di grave incertezza dei mercati, i titoli di stato delle economie più deboli sono considerati ad alto rischio. Queste nazioni devono allora garantire altissimi tassi di interesse per riuscire a piazzare i propri titoli sui mercati finanziari. Secondo una ricerca della rete europea Eurodad, il tasso di interesse sui titoli di stato per le economie emergenti è passato da una media del 6,4% prima della crisi, all’11,7% attuale.
Tutti i comunicati dei vertici internazionali riconoscono che la responsabilità della crisi è dei grandi attori della finanza mondiale, e che gli impatti più gravi ricadono sui Paesi più poveri. Nei fatti, al contrario questi ultimi sono costretti a indebitarsi proprio con i mercati finanziari. In pratica i grandi attori finanziari potrebbero uscire dalla crisi in buona parte grazie alle risorse dei Paesi più poveri, per i quali si profila una nuova crisi del debito estero.
E’ una situazione a dire poco paradossale, che solleva il tema più generale dietro l’incontro del G20: il futuro assetto della governance internazionale e il peso delle diverse agenzie. Il vertice di Pittsburgh ha definitivamente confermato che lo stesso G20 si è auto-nominato gestore dell’economia mondiale. Dei compiti di primo piano vengono affidati al Fmi, all’Ocse, al Financial Stability Board. Tutte istituzioni, al pari del G20, dominate dalle nazioni più ricche e nel quale le piccole economie del sud sono assenti o comunque del tutto escluse da qualunque ruolo decisionale. Non bastano nel testo finale alcune vaghe dichiarazioni circa la necessità di allargare questi organi e di garantire una maggiore partecipazione al loro interno per legittimare il “nuovo club dei ricchi” a decidere per conto dell’intero pianeta.
Il vertice di Pittsburgh è stato con ogni probabilità molto più importante nella forma che nella sostanza. Nella forma si è trattato di una tappa fondamentale per riscrivere i rapporti di forza del mondo. Ha segnato il definitivo ingresso ai tavoli che contano delle nuove potenze del sud, e il probabile tramonto del “vecchio” G8, ma ha contemporaneamente escluso la maggioranza dei Paesi del pianeta da ogni dibattito sul futuro dell’economia e del ruolo delle istituzioni internazionali.
Nella sostanza, rispetto all’emergenza di riformare alla base la finanza internazionale, il risultato è davvero deludente. Il rischio concreto è che con il passare dei mesi si chiuda la finestra di opportunità per rimettere in discussione un sistema rivelatosi assolutamente insostenibile. Già oggi assistiamo alla ripresa del business as usual: il mondo bancario e finanziario rialza la testa, riprendono con ancora più vigore le attività di lobby che mirano a scongiurare qualunque forma di controllo o di regole, si ricomincia a speculare sui derivati e a concludere operazioni spregiudicate sui mercati. Tutto questo come se nulla fosse successo, nell’attesa del prossimo vertice o forse della prossima crisi.
Partendo da Pittsburgh, la sensazione è che la montagna del G20 abbia partorito un topolino piccolo piccolo. Intanto gli squali della finanza esultano, più affamati che mai.

Andrea Baranes
CRBM / ManiTese

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corteo in memoria di Peppino Impastato

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Ponteranica [Bergamo]: corteo in memoria di Peppino Impastato
Un corteo al quale sono attese almeno 5 mila persone e un ulivo da dedicare a Peppino Impastato: questo il programma della manifestazione organizzata per OGGI a Ponteranica [in provincia di Bergamo] contro la decisione della giunta leghista, guidata dal sindaco Simone Aldegani, di rimuovere la targa che dedicava la bibiloteca comunale al giovane ucciso dalla mafia. Inutile il tentativo di mediazione tentato nei giorni scorsi, quando il comune aveva proposto di dedicare un’aula della biblioteca a Impastato e una al sacerdote che doveva prenderne il posto nell’intitolazione.
Il programma della manifestazione, organizzata dalla Casa Memoria di Cinisi, dal comitato di Ponteranica pro Impastato e dall’associazione Libera, prevede alle 14.30 la partenza del corteo da piazza Matteotti, tappa al bocciodromo per affiggere una targa in memoria di Impastato vicino l’ulivo piantato due anni fa proprio per ricordarlo, e arrivo alla zona dei campi sportivi dove è stato allestito un palco su cui il giornalista di Radio Popolare Danilo Di Biasio effettuerà un collegamento telefonico con Salvatore Borsellino.
Tra i politici che hanno assicurato la loro presenza, il segretario nazionale di Rifondazione comunista Paolo Ferrero e Giovanni Russo Spena, ex capogruppo del Prc al Senato dove fu relatore del comitato sulla verità per Peppino Impastato nella commissione Antimafia. Continua la raccolta firme per chiedere il riposizionamento della targa a Impastato: ha già superato le mille firme e verrà inviata al ministro degli Interni, il leghista Roberto Maroni.

http://www.peppinoimpastato.com/bibliografia.htm

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venerdì 25 settembre 2009

Scudo fiscale: allo Stato le briciole

Scudo fiscale: allo Stato le briciole

Romano Nobile

Un colpo di spugna sugli evasori, che risparmiano 160 miliardi di euro di imposte non pagate. Dei 100 miliardi che dovrebbero rientrare, solo 5 vanno allo Stato, oltre 80 a banche e finanziarie.

La nuova stagione di rigore, trasparenza ed eticità auspicata da molti governi per il mondo dell’economia e della finanza in controtendenza al regime di opacità trasgressiva corresponsabile della crisi, appare – almeno per quanto riguarda la situazione italiana – ancora lontana anni luce. Il nuovo «scudo fiscale», anche grazie ad alcuni emendamenti apportati in commissione Senato, può definirsi come un’operazione che premia le peggiori frodi tributarie perpetrate nel corso degli ultimi anni, senza entrare in sintonia con la volontà ultimamente mostrata dalla comunità internazionale [vedasi la conferenza di Città del Messico organizzata dall’Ocse] di scoraggiare quei meccanismi di opacità e di speculazione elusivi impiegati nell’arcipelago offshore [«paradisi fiscali»].
In base al provvedimento di condono, definito dal Wall Street Jornal come una gigantesca amnistia operata a favore dei grossi evasori esportatori di capitali, si prevede, secondo alcune stime effettuate da importanti studi finanziari, che possano rientrare in patria o comunque essere «regolarizzati» circa 100 miliardi di euro trasferiti nei paradisi. Il fiume di capitali comprenderà denaro contante, titoli, quote societarie, attività di fondazioni, trust o società immobiliari, ma, in gran misura, riguarderà fondi neri, profitti sottratti al fisco italiano attraverso la falsificazione dei bilanci.
Gli ultimi emendamenti prevedono, per chi aderisce, un colpo di spugna sul falso in bilancio, su una vasta gamma di reati fiscali e tutela garantita dalle norme antiriciclaggio. Inoltre gli atti, i documenti e le attestazioni delle pratiche relative rimpatrio di capitali non potranno essere usati come prova nei confronti di chi ha un procedimento penale in corso Insomma, per chi ha costituito fondi neri all’estero c’è sicuramente l’opportunità di farla franca. Non solo, ma viene precluso nei confronti del dichiarante ogni accertamento tributario e contributivo per i periodi d’imposta per i quali non è ancora decorso il termine per l’azione di accertamento. In pratica, visto che la prescrizione per gli accertamenti tributari è di cinque anni, lo scudo garantirà una protezione da indagini fiscali dal 2004 al 2008.
Una sanatoria «clandestina». Ma la vera perla di questo condono è costituita dall’anonimato totale, una misura già adottata ed apprezzata negli scudi precedenti. Per accedere alla sanatoria i soggetti interessati dovranno presentare una «dichiarazione riservata» agli intermediari [banche, reti di vendita, family office e altri], che porteranno a termine l’operazione di rientro o di regolarizzazione senza che il cliente possa venire allo scoperto. Da notare che il beneficio dell’anonimato non è affatto previsto negli analoghi «scudi fiscali» adottati in altri paesi europei come l’Inghilterra o la Francia. E in tali paesi le condizioni per l’evasore sono molto più dure. Mentre in Italia il condonato dovrà pagare un’aliquota del 5 per cento, l’Inghilterra impone il 10 per cento. Peraltro in Germania il rientro dei capitali dall’estero evita soltanto un procedimento sanzionatorio di evasione ma non produce, diversamente dal provvedimento italiano, alcuno sconto sulle aliquote che dovrebbero essere applicate sui redditi evasi.
L’entità del regalo. Tenendo conto del fatturato dello scudo, che, come si è detto, potrebbe ammontare a circa 100 miliardi, l’Ares è in grado di stimare il valore presunto del regalo, in termini di imposte risparmiate, che la sanatoria produrrà a favore dei protagonisti della corsa al rientro dei capitali. Se si calcola nell’80 per cento del totale [e cioè in circa 80 miliardi] la parte di capitali da considerare come proventi imponibili evasi, l’importo delle imposte risparmiate nell’arco dei cinque anni protetti dallo scudo ammonterebbe a quasi 160 miliardi [32 miliardi per ogni anno]. E ciò in cambio di quel 5 per cento, pari a 5 miliardi che potrebbero entrare nelle casse del fisco contribuendo [a mo’ di alibi] alla ricostruzione delle case terremotate de L’Aquila.
Una stima dello Studio Bernoni di Milano indica in quali regioni italiane e in quale misura rientreranno i capitali. E’ in testa la Lombardia con il 62 per cento, seguita da Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta con l’11,3, mentre Sud e isole restano significativamente al 3,7 per cento. I vantaggi fiscali dello scudo si concentreranno dunque sul Nord, accentuando ulteriormente il divario economico tra settentrione e meridione.
Una manna per le banche. Ma del rientro dei capitali si avvantaggeranno le stesse banche e, guarda caso, le stesse finanziarie o reti di vendita che ne avevano curato e favorito l’esportazione. Oltre l’80 per cento dei capitali in rientro sarà intercettato dalle strutture di private banking nonché dalle fiduciarie presenti in quasi tutti i gruppi bancari, e soprattutto operanti all’estero, nelle varie strutture offshore. Un gigantesco conflitto di interessi dunque che non si sa bene come possa coniugarsi con la tanto pubblicizzata nuova politica di rigore e contrasto adottata da diversi paesi nei confronti dei paradisi fiscali.


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giovedì 24 settembre 2009

Honduras, manifestanti arrestati


Honduras. Centinaia di manifestanti arrestati e portati in due stadi

www.misna.org

Arresti, feriti, forse vittime: sono il frutto della repressione del presidente golpista Micheletti nei confronti dei sostenitori del presidente Zelaya, che si trova nell'ambasciata del Brasile. I golpisti hanno tagliato alla sede diplomatica luce acqua e viveri. E hanno trasformato gli stadi in centri di detenzione. Chiesta una riunione d'emrgenza del Consiglio di sicurezza Onu. Un articolo informato, da Misna

Una riunione d’emergenza del Consiglio di Sicurezza dell’Onu è stata chiesta qualche ora fa dal Brasile sulla situazione in Honduras. A Tegucigalpa sarebbero circa 300 i detenuti in due diversi stadi sportivi, almeno dozzine i feriti – e, secondo alcune fonti, una o più le vittime – a causa della dura repressione che il governo «di fatto» di Roberto Micheletti ha attuato ieri [otto ore di differenza con l’Italia] con gas lacrimogeni, cannoni ad acqua e proiettili di gomma, nei confronti di alcune migliaia di sostenitori del presidente José Manuel Zelaya Rosales tornato nel paese lunedì 86 giorni dopo il golpe politico-militare di fine giugno.
Zelaya, un imprenditore liberista che aveva deciso di stabilire rapporti politici ed economici con il Venezuela, il 28 giugno venne prelevato in pigiama nella sua abitazione e costretto all’esilio; oggi, dopo un rocambolesco viaggio su cui circolano più versioni [sia via terra sia in aereo] si trova assediato nell’ambasciata brasiliana di Tegucigalpa, insieme con parenti e sotenitori. Il governo «di fatto» ha deciso di sospendere alla sede diplomatica forniture di ogni genere, dall’acqua all’alettricità, ma sarebbe già in corso un’iniziativa internazionale, con il coinvolgimento dell’Onu, per superare il blocco.
In una nota del «Frente Nacional Contra el Golpe de Estado», citata dall’agenzia di notizie brasiliana «Adital», si afferma che a causa degli scontri di ieri i feriti sarebbero centinaia mentre tra 100 e 200 persone sono detenute nello stadio Hector Chochi Sosa, alla periferia della capitale, lo stesso in cui Zelaya venne acclamato presidente nel gennaio 2006. «C’è stata una serie di detenzioni arbitrarie contro persone che hanno partecipato alle manifestazioni a favore del presidente, accusate di aver violato il coprifuoco in vigore nel paese», ha detto a giornalisti del Costa Rica Bertha Oliva, presidente del Comitato di familiari di detenuti.
La piccola stazione clandestina Radio Liberada, che trasmette in internet, sottolinea: «Lo stadio Chochi Sosa ci ricorda l’Estadio Nacional de Chile», divenuto celebre come campo di concentramento al tempo della dittatura militare di Pinochet. Anche un altro stadio, il Lempira Reyna Zepeda, è stato trasformato in centro di detenzione. «Via campesina», organizzazione dei lavoratori della terra, sostiene che negli scontri di ieri nell’area dell’ambasciata brasiliana sarebbero morte tre persone.
Fonti della MISNA contattate in loco non sono state in grado di confermare né smentire. L’ospedale «Escuela», in cui sono ricoverati non meno di otto feriti, sarebbe stato militarizzato. «Esigiamo la fine della repressione da parte della polizia e dell’esercito – scrive in un comunicato l’ Organización Política Los Necios [Opln] – ripetendo l’appello al popolo dell’Honduras affinché partecipi alla lotta contro i sistemi illegali e illegittimi del regime militare».
La Comisión Interamericana de Derechos Humanos [Cidh] ha ufficialmente chiesto al governo di fatto di garantire il diritto alla vita, all’integrità e alla libertà d’espressione; per l’ Organización de Estados Americanos [Osa], è stato «eccessivo» l’uso della forza pubblica non solo nella capitale ma anche a San Pedro Sula, Choloma, Comayagua e ad El Paraíso, municipio alla frontiera con il Nicaragua.
Mentre circolano slogan del tipo «Micheletti come Pinochet», una vasta anzione internazionale – a cui partecipano in prima fila Brasile, Costa Rica, Spagna e Stati uniti – tende a stabilire il dialogo tra Zelaya e Micheletti, che però, secondo fonti internazionali di stampa, avrebbe detto: «Per quel che mi riguarda Zelaya può restare nell’ambasciata anche cinque o dieci anni», svuotando di qualsiasi significato una precedente proposta ufficiale di dialogo a condizione di uove elezioni. Prorogato intanto il coprifuoco, fino a domani.


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Il documento del Pg della Cassazione che smentisce la smentita di Letta



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Il documento del Pg della Cassazione che smentisce la smentita di Letta

Ecco il comunicato di Palazzo Chigi sull'articolo di oggi che riporta la notizia dell'indagine su Gianni Letta e il controcomunicato del direttore de "Il Fatto".

ROMA, 23 SET - "In data 11 agosto 2009 il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Roma, su conforme richiesta della Procura della Repubblica, ha definitivamente archiviato il procedimento a carico del Sottosegretario Gianni Letta giudicando del tutto inesistenti le ipotesi di reato formulate". E’ quanto precisa la presidenza del Consiglio in relazione alle indiscrezioni pubblicate stamane sul primo numero de "Il Fatto Quotidianò. Il quotidiano fa riferimento ad una indagine riguardante il sottosegretario relativa ai centri di accoglienza per gli immigrati extracomunitari. Secondo quanto scritto nell’articolo la Cassazione avrebbe inviato un fascicolo che lo riguarda al magistrato di Lagonegro, in Basilicata. "Dal complesso degli atti esaminati - precisa la nota di Palazzo Chigi- si legge a pagina 2 del provvedimento, non emerge alcun elemento relativo alla sussistenza degli estremi richiesti dalla giurisprudenza per la sussistenza del delitto di cui all’Art. 416 c.p.". Per quanto riguarda poi il presunto abuso d’ufficio, a pagina 4 dello stesso provvedimento, si legge testualmente: "l'ipotesi di reato prospettata dalla P.G. appare, pertanto, destituita di ogni fondamento". La stessa identica conclusione per le altre supposte ipotesi di reato. La "conseguente restituzione degli atti" alla procura di Potenza e la successiva trasmissione alla procura di Lagonegro da parte della Procura Generale della Cassazione nulla aggiunge al merito ed è legata a ragioni procedurali. Non è neppure vero che la notizia fosse inedita e che del fatto non si siano occupati gli atri giornali. Valga per tutti La Repubblica del 4 aprile 2009.
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La direzione de Il Fatto Quotidiano, in relazione alla nota diffusa da Palazzo Chigi precisa che la richiesta di trasmissione degli atti alla Procura di Lagonegro da parte del Procuratore Generale della Cassazione è stata messa a disposizione dei lettori sul sito internet del quotidiano: www.ilfattoquotidiano.it. Nel provvedimento pubblicato on line si legge che: "si registra una radicale divergenza di opinioni fra il pm di Potenza e il pm di Roma. Il pm di Potenza ...ritiene concretamente ipotizzabili alcuni reati fine (323,353,640 bis)", cioé abuso d'ufficio, turbativa e truffa. Mentre la Procura di Roma non li ritiene configurabili per varie ragioni. La Procura generale della Cassazione stabilisce che nessuna delle due procure è competente e invia il fascicolo a Potenza perché lo giri a Lagonegro. E aggiunge che "la definizione della competenza allo stato attuale non preclude e anzi sollecita lo svolgimento di opportune indagini". Pertanto la direzione de "Il fatto" conferma che:
1) Gianni Letta è indagato per abuso d'ufficio, truffa e turbativa.
2) I magistrati di Roma non hano alcuna competenza ad occuparsi dell'indagine sui reati suddetti; 3) La Procura di Lagonegro è stata stimolata a svolgere "opportune indagini" sui presunti reati di abuso, truffa e turbativa descritti nell'articolo odierno de "Il Fatto".
4) I presunti reati del sottosegretario Letta non sono quindi stati oggetto di archiviazione né a Roma né altrove.


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mercoledì 23 settembre 2009

Il fatto quotidiano


Il fatto quotidiano



Il fatto quotidiano è il nuovo giornale gestito da soci giornalisti tutti con lo stesso potere decisionale. Il quotidiano è diretto da Padellaro e sarà in edicola a partire dal 23 settembre.

E’ da parecchio tempo che nel mondo dell’editoria non succedeva più qualcosa di veramente nuovo.
Dopo la sequenza di quei piccoli giornali distribuiti gratuitamente nelle metropolitane, nel panorama giornalistico dove è più facile che un giornale chiuda i battenti, anche a causa del nuovo mezzo “internet”, sta invece per uscire un nuovo quotidiano.
E questa non è l’unica cosa insolita, la novità è nella costituzione della testata. L’editore non è uno dei soliti grandi gruppi, una holding o un uomo esageratamente ricco, ma ci sono solo piccoli soci, inclusi anche i giornalisti e tutti allo stesso livello. Con questa società editoriale equamente condivisa, si vuole rappresentare una totale democrazia nella decisionalità.
Il non essere costituiti con fondi pubblici o di strutture con schieramenti politici, serve a poter garantire lo svincolo da influenze esterne o interessi dell’una o dell’altra parte che spesso influenzano le linee editoriali di molte pubblicazioni. E senza questi condizionamenti si dichiara di poter scrivere tutto anche di quelle notizie che nessuno dà o vuole dare.
La frase simbolo utilizzata nella campagna di informazione è “avremo un giornale nuovo, libero, tutto nostro e tutto vostro”.

Come primo approccio assolutamente innovativo, la direzione ha dichiarato che solo con il consenso e la volontà della gente ad acquistare il giornale, esso si sarebbe costituito e pubblicato.
Tramite il sito www.antefatto.it è stata lanciata dai primi di maggio una campagna abbonamenti che ha avuto un successo forse inaspettato e a fine luglio la soglia di pareggio fissata dei 10.000 abbonamenti già pagati era stata superata e sembra che si è già alla soglia dei 20.000. E tutto questo senza neppure avere visto una copia.

Altra novità introdotta è la possibilità, sempre a seguito di sottoscrizione di abbonamento, di ricevere la copia del giornale in formato elettronico, addirittura prima che il giornale sia in edicola.

In edicola lo troverete dal Martedì alla Domenica, al prezzo di 1,20€ e sarà di sedici pagine a colori. L’abbonamento ha un prezzo base di 290€ oppure di 400€ e come accennato include la ricezione del giornale in formato cartaceo e in formato di file via posta elettronica e un titolo di “abbonato sostenitore”.



Alla direzione c’è Antonio Padellaro, che, dopo carriera giornalistica al Corriere della Sera e a L’Espresso approdò come direttore all’Unità nel 2005. Dopo essere riuscito a recuperare tiratura contro ogni tendenza del periodo, ha deciso di intraprendere una nuova avventura con una redazione di giovani e con alcuni suoi storici collaboratori tra i quali Marco Travaglio (che Padellaro assunse all’Unità), Oliviero Beha (anche noto saggista), Antonio Tabucchi (Sostiene Pereira è una delle sue opere più famose) e uno dei “grandi vecchi” del giornalismo Furio Colombo.

La volontà è di essere soggetti, come dichiarato in varie occasioni da Padellaro, solo alla Costituzione della Repubblica Italiana, alle sue leggi, ai suoi diritti e ai suoi doveri di un’informazione libera da qualsiasi genere di vincolo e di condizionamento.

Dal 23 le penne (quelle che scrivono) si preparano a “combattere” nell’arena della stampa e della comunicazione magari rifacendosi al detto “ne uccide più la penna che la spada”, i tempi sono però cambiati, bisogna vedere cosa succederà.
Per il momento l’appuntamento è il 23 Settembre per il primo numero in edicola.

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martedì 22 settembre 2009

I precari italiani della scuola sfidano Vespa

I precari italiani della scuola sfidano Vespa


di Coordinamento precari scuola*


Spettabile redazione di Porta a Porta,
e per conoscenza alle redazioni giornalistiche italiane.

Il segretario del PD Franceschini propone che la Rai, per ottemperare al suo ruolo di servizio pubblico, dedichi una puntata ai problemi della scuola facendo parlare i lavoratori precari che operano nel settore della Pubblica Istruzione.
http://www.unita.it/news/italia/88526/franceschini_su_porta_a_porta_perch_non_dare_lo_stesso_tempo_ai_precari (oppure http://tinyurl.com/precari-2porta )
Chiediamo che uno o più precari, individuati dal Coordinamento Precari Scuola, siano invitati ad una vostra prossima trasmissione accettando qualsiasi tipo di contradditorio sul tema del precariato scolastico e della qualità della scuola. Certi della vostra indipendenza dalle pressioni politiche, della vostra correttezza, della necessità giornalistica di dare voce e visibilità alla parte più debole della società, restiamo in attesa di un vostro invito.

*FORUM COORDINAMENTO PRECARI SCUOLA
BLOG COORDINAMENTO PRECARI SCUOLA
GRUPPO FACEBOOK COORDINAMENTO PRECARI SCUOLA
MAIL COORDINAMENTO PRECARI SCUOLA

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Un film a impatto zero

poster canvas art riproduzione quadri
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Un film a impatto zero

Il monito è uno e uno solo: non c’è tempo da perdere, un giorno potremmo realizzare di essere stati degli stupidi per non aver cambiato rotta in tempo. Con questo messaggio si presenta «The Age of the Stupid», il film-documento di Franny Armstrong che domani sarà proiettato, in contemporanea, in 40 Paesi del mondo, via satellite nelle sale cinematografiche, a impatto zero. Il film, basato su dati scientifici e immagini reali di oggi, vuole scuotere le coscienze su come e dove sta andando l’uomo e su cosa accadrrà al 2050 se non si cambiano adesso abitudini, se non si cambia subito mentalità, modo di vivere e di usare le risorse del nostro pianeta. Il monito di «The Age of Stupid», presentato oggi in anteprima per la stampa a Roma al nuovo cinema L’Aquila da Wwf e Greenpeace.

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lunedì 21 settembre 2009

I dieci minuti di giornalismo meno trasmessi d’Italia

Articolo 21 - Liberainformazione
I dieci minuti di giornalismo meno trasmessi d’Italia


Antonio Ingroia sull’ultima intervista al magistrato Paolo Borsellino
di Roberto Rossi

«Non so se sia stato un eroe, di certo era un mafioso e un assassino», parola di Antonio Ingroia, magistrato. «Lo dice una sentenza definitiva e una condanna all’ergastolo per duplice omicidio». È tutta qui l’eccellente contraddizione del Paese governato da chi parla di un mafioso, omicida, trafficante di droga, come di un eroe: «Riguardo a Vittorio Mangano, quando era in carcere ed era malato, i pm gli dicevano che se avesse detto qualcosa su Berlusconi sarebbe andato a casa e lui eroicamente non inventò mai nulla su di me, i pm lo lasciarono andare a casa solo il giorno prima della sua morte. Quindi bene dice Dell'Utri nel considerare eroico un comportamento di questo genere» (Silvio Berlusconi, 9 maggio 2008).

Bologna, 13 settembre 2009. Cinque giorni dopo le dichiarazioni milanesi del premier sulla «follia» dei «frammenti di Procura che da Palermo a Milano guardano ancora ai fatti del '92, del '93, del '94, cospirando contro di noi». Sul palco della Festa dell’Unità, assieme al procuratore aggiunto di Palermo, siedono la corrispondente di «Die Zeit» Petra Reski, autrice di «Santa Mafia», Roberto Morrione, la senatrice piddì Rita Ghedini e Roberta Bussolari di Libera. Sul palco, dietro i relatori, affacciato da uno schermo gigante, c’è anche Paolo Borsellino, con le sue immancabili sigarette, la polo verde, a casa sua, il 19 maggio del 1992, intervistato da due giornalisti francesi di Canal plus sulla natura criminale dell’ex dipendente di Silvio Berlusconi, Mangano Vittorio, e sulle indagini a carico del manager di Publitalia, Dell’Utri Marcello. Dieci minuti di giornalismo che ognuno di noi può vedere su YouTube, trasmessi dal servizio pubblico solo una volta, anni fa, su Rai News 24, quando a dirigerlo c’era l’attuale direttore di Liberinformazione. In quei dieci minuti, quattro giorni prima della strage di Capaci, due mesi esatti prima della sua morte, Paolo Borsellino parla del faccendiere di Arcore, come del «capo della famiglia di Porta Nuova. Terminale dei traffici di droga che conducevano le famiglie palermitane».

Antonio Ingroia è appena rientrato dalle ferie, ed è tornato ad indagare su chi prese parte alla trattativa fra Stato e mafia per far cessare la stagione delle stragi (Capaci, via D’Amelio, Roma, Firenze, Milano) dopo che le recenti dichiarazioni del collaboratore Gaspare Spatuzza e di Massimo Ciancimino, figlio di Vito ex-sindaco mafioso di Palermo, hanno fatto emergere degli elementi che «aprono degli squarci – dice il magistrato – nel velo che copre le verità sulle quali fare piena luce è interesse delle istituzioni, dei familiari delle vittime e di tutti i cittadini». «Elementi – continua – che possono rendere plausibile il fatto che dietro le stragi non ci sia solo il mandato di Cosa Nostra. Il dovere di noi magistrati è quello di indagare, essendo obbligatoria l’azione». Ingroia è stato anche il pubblico ministero del processo che ha portato alla condanna in primo grado a nove anni di reclusione di Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione di tipo mafioso, sentenza sulla quale a giorni si esprimerà l’appello. Circostanza che il premier teme possa alimentare un fuoco mediatico nazionale e internazionale simile a quello scatenato dai recenti scandali sessuali.

Sull’intervista al suo maestro, il giudice dice: «È il testamento professionale di Paolo Borsellino, oltre che essere un documento di un’importanza tale da averlo usato fra gli elementi per sostenere l’accusa nel processo contro il fondatore di Forza Italia. Un’intervista nella quale Borsellino esprime, con l’estrema sintesi che gli apparteneva, la trasformazione imprenditoriale di Cosa Nostra, dovuta all’imponente massa di capitali proveniente dal traffico di droga, che la mafia siciliana all’epoca controllava in regime di monopolio». La più grossa “banca” che l’Italia avesse, con la più vasta (e più facile da reperire) disponibilità di credito. Conviene riportare un passo di quei dieci minuti palermitani. «Non le sembra strano – chiese il giornalista a Borsellino – che certi personaggi, grossi industriali come Berlusconi, Dell’Utri, siano collegati con uomini d’onore tipo Mangano?». «All’inizio degli anni Settanta – rispose il giudice – Cosa nostra cominciò a diventare un’impresa anch’essa, un’impresa nel senso che attraverso l’inserimento sempre più notevole, che a un certo punto diventò addirittura monopolistico, nel traffico di sostanze stupefacenti, Cosa nostra cominciò a gestire una massa enormi di capitali dei quali naturalmente cercò lo sbocco, perché questi capitali in parte venivano esportati o depositati all’estero, e allora così si spiega la vicinanza tra elementi di Cosa Nostra e certi finanzieri che si occupavano di questi movimenti di capitali». «Dunque lei mi dice che è normale che Cosa Nostra si interessi a Berlusconi?» incalzò il giornalista. E il magistrato, dopo una pausa, dando una lunga boccata alla sigaretta: «È normale che chi è titolare di grosse quantità di denaro cerca gli strumenti per poter impiegare questo denaro, sia dal punto di vista del riciclaggio, sia dal punto di vista di far fruttare questo denaro. Le posso dire che Mangano era uno di quei personaggi che ecco erano i ponti, le teste di ponte dell’organizzazione mafiosa nel Nord Italia».

Da Palermo a Bologna. Molti anni dopo. Quando le bande verticali interrompono bruscamente la voce e l’immagine del giudice ucciso dalla mafia, e la platea lascia scrosciare un applauso commosso, Antonio Ingroia è il primo a prendere la parola: «Io dico che nonostante si rischi di dare il colpo di grazia al sistema giudiziario italiano con un disegno di legge che, attentando all’autonomia dei magistrati, impedirebbe l’apertura dei processi che vedono imputati i politici che hanno avuto rapporti con la mafia, noi dobbiamo dare un calcio alla porta che impedisce di fare piena luce sulla stagione delle stragi. Una verità che i cittadini italiani hanno il sacrosanto diritto di conoscere».

Per ora, per la grande rilevanza che ha quell’intervista, tanto più in un frangente politico e giudiziario come quello che viviamo in questi giorni, basterebbe che la voce e il messaggio di Paolo Borsellino arrivassero al maggior numero di italiani, che quelle barre verticali, trasmesse di nuovo dal servizio pubblico, coinvolgessero e indignassero i milioni di telespettatori cui al momento è negato ogni frammento di verità.


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Attacco finale a Blob e alla satira


Attacco finale a Blob e alla satira

di Tito Nunzio



E’ arrivata stamattina sul tavolo dei Dirigenti della Rai l’ultima trovata-bavaglio della stagione Cattaneo. La lettera dell’ufficio legale “interpreta” la normativa in maniera alquanto estensiva e sancisce: non si potranno nominare e mostrare politici ne’ nei programmi di satira, ne’ nei programmi di montaggio. Per la prima viene di fatto negato un principio che era sopravvissuto a ben altre stagioni politiche. Succederà l’ennesimo paradosso: in Rai chiuderanno Blob e i vari Bra e Cornacchioni e a Mediaset, Bisio, Striscia e Iene continueranno a fare quello che fanno.


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Nuova proposta di legge per disciplinare i siti Web

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Nuova proposta di legge per disciplinare i siti Web


Gli onorevoli Pecorella e Costa hanno depositato il 14 settembre scorso un disegno di legge presso la Commissione Giustizia della Camera dei Deputati allo scopo di estendere l'applicazione dell'attuale disciplina sulla stampa a siti Internet aventi natura editoriale.

Naturalmente, e questo conferma per l'ennesima volta della poca conoscenza della Rete dei nostri onorevoli deputati, il disegno di legge non specifica in alcun modo cosa si intenda per siti Internet di natura editoriale, estendendo potenzialmente la definizione a qualsiasi pagina Web.

In pratica, qualsiasi sito Internet di natura informativa o che ospiti approfondimenti e opinioni potrebbe essere sottoposto alla nuova (anzi, alla vecchia) normativa, di conseguenza il panorama della Rete in Italia potrebbe subire un mutamento sostanziale.

Un'eventuale trasformazione del disegno di legge in legge dello stato potrebbe rendere applicabili le pene previste per i reati a mezzo stampa anche a semplici siti personali, come per esempio i blog, ma anche ai post sui forum di discussione così come alle modifiche apportate su un articolo inserito in Wikipedia.


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sabato 19 settembre 2009

Allarme Onu: la produzione afgana di oppio

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Allarme Onu: la produzione afgana d’oppio ha raggiungendo "livelli paurosi"

“La situazione è drammatica e peggiora di giorno in giorno: nessun altro paese al mondo, a parte la Cina di un secolo fa, ha mai avuto un così estesa superficie destinata a produzioni illegali”. Una produzione che “ha raggiunto livelli paurosi, raddoppiando rispetto a due anni fa”.
Con queste parole l’Ufficio Antidroga delle Nazioni Unite (Unodc) e il suo presidente Antonio Maria Costa hanno presentato il rapporto 2007 sulla produzione d’oppio in Afghanistan.
Superando di molto le più pessimistiche previsioni e stime degli ultimi mesi, il raccolto d’oppio afgano di quest’anno ha raggiunto le 8.200 tonnellate: il 34 percento in più rispetto alle 6.100 del 2006. Le piantagioni di papavero, che l’anno scorso ammontavano complessivamente a 165 mila ettari, quest’anno coprivano 193 mila ettari: il 17 percento in più.




Helmand, la maggior fonte di droga del pianeta.

La provincia di Helmand, che quest’anno ha fornito il 53 percento della produzione nazionale, si conferma “la capitale” dell’oppio afgano e la principale fonte di droga di tutto il pianeta. Con i suoi scarsi 2 milioni e mezzo di abitanti, questa piccola regione surclassa la produzione di narcotici di nazioni intere come la Colombia (coca), il Marocco (cannabis) o la Birmania (oppio). Dall’Helmand – provincia in gran parte controllata dai talebani – nono esce più solo oppio, ma anche tantissimo “prodotto lavorato”, ovvero eroina. Nei distretti montani roccaforti della guerriglia, in particolare nella zona di Musa Qala, sono stati infatti impiantati centinaia di laboratori artigianali dove la pasta d’oppio viene raffinata e trasformata in eroina.

Collusione governo - narcotrafficanti.

Se realtà come quella di Helmand dimostrano un evidente legame tra talebani e produzione di oppio, altre realtà rivelano che lo stesso governo afgano ha le mani sporche d’oppio. La seconda provincia afgana più produttiva è infatti quella orientale di Nangarhar, che quest’anno ha visto un incremento produttivo impressionante: 285 percento in più rispetto al 2006. Qui non parliamo di campi di papavero incassati nelle inaccessibili vallate controllate dai talebani, ma di piantagioni che si estendono nella pianura di Jalalabad, alle porte di Kabul: una zona controllata dal governo.
Il direttore dell’Unodc, Antonio Maria Costa, ha denunciato “livelli tremendi di collusione” tra ufficiali governativi e narcotrafficanti. Una realtà già denunciata da PeaceReporter (*), fatta appunto di ‘collusione’, non semplice corruzione di qualche ufficiale, come invece afferma il ministro afgano dell’Antigroga, generale Khodaidad.



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Un milite ignoto

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Un milite ignoto

Giuliano Santoro


In un torrido scompartimento di una notte di luglio, su un treno che cigolando lungo la riviera tirrenica collega la Calabria a Roma, m’è capitato di chiacchierare con un giovane emigrato della guerra. Il pendolare in mimetica era stanco. Non ne poteva più di fare su e giù, di percorrere ogni settimana la strada ferrata che dalla caserma di Roma conduce alla sua casa della periferia di Reggio Calabria, dove vivono moglie e figlia. Per questo, non ci ha messo molto a rinunciare alla mascella volitiva e alla retorica neopatriottarda e a raccontare di cosa gli tocca fare per campare e pagare un mutuo. Come andare in missione all’estero. E non potersi rifiutare di andare in Afghanistan. Com’è la situazione là? «Noi non ci capiamo niente – ha detto il milite ignoto – Ma sappiamo tutti benissimo, dal più alto in grado all’ultimo arrivato, che non caveremo un ragno dal buco».
E’ abbastanza disperante che le uniche voci dello schieramento parlamentare a favore della «exit strategy» dal vicolo cieco afghano vengano da destra. Il ragionamento di Bossi è tutt’altro che pacifista, è in linea con le posizioni xenofobe del suo partito: «E’ inutile esportare democrazia a questa gente». Berlusconi è tentato di assecondare i sondaggi [l’ampia maggioranza del paese è contraria all’intervento] e richiamare i «ragazzi» a casa, magari anche con un bello show strappalacrime condotto da Paola Perego. Fini invece, si conferma come il prescelto dalla diplomazia Usa per rompere le scatole all’amico di Putin [quello del lettone] e fa asse col filo-atlantico Napolitano e con il Pd. Sono le piccole ragioni politiciste di chi analizza le mappe militari irachene col bilancino della guerra fredda nella maggioranza. Ci vorrebbe un bel movimento contro la guerra, che non perde di vista lo scenario globale e dentro quel contesto ridisegna un altro mondo. Forse persino il milite ignoto capirebbe le sue ragioni.


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L'Aquila, Un castello di sola sabbia



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Un castello di sola sabbia

Filippo Tronca

«Allora tutto bene a L'Aquila, vero?» esclama una vacanziera di Vimercate al suo vicino di scoglio, uno sfollato aquilano che è andato a vedere il mare. E prosegue «Ho letto che vi hanno dato una casa tutta nuova, con la torta e lo spumante nel frigo!»'.

«Allora tutto bene a L’Aquila, vero?» esclama una vacanziera di Vimercate al suo vicino di scoglio, uno sfollato aquilano che è andato a vedere il mare. E prosegue «Ho letto che vi hanno dato una casa tutta nuova, con la torta e lo spumante nel frigo!»’.
Nella testa dello sfollato cominciano a piovere benzina e fiammiferi accesi. Vorrebbe urlarle compostamente che il terremoto non è una fiction, che non stiamo all’Isola degli sfollati. Che le macerie sono quasi tutte dove erano il sei aprile. Che a lui ad esempio è già tanto che gli tocchi un sorso di quello spumantino di quelle C.A.S.E., dove ogni tanto va Berlusconi a passeggiare sui tetti e piantare bandiere, perché sono state costruite per una minoranza di sfollati. E infatti si sta scatenando già una guerra tra senzatetto, tra aquilani e cittadini immigrati, perchè tutti si sentono in diritto di andare in quelle case, e questo però lo potevano prevedere, e possibilmente evitare.
E che le C.A.S.E. saranno pure belle e sicure per carità, utili, chi lo mette in dubbio, anche perchè con tutti soldi che ci hanno spesso ci mancava che facevano baracche di cartongesso, ma come dice il professor Antonello Ciccozzi, dal punto di vista urbanistico è come mettere il fornello in salotto e la lavastoviglie in camera da letto, perchè cioè non è che una nuova città la fai in procedura d’urgenza, in sei mesi, dove capita.
Lo sfollato aquilano vorrebbe informare la vacanziera di Vimercate del fatto che chiuse le tendopoli, a lui lo sbatteranno in qualche albergo lontano, a Balsorano, chissà, o a Prati di Tivo, dall’altra parte del Gran Sasso, e sarà un bel casino continuare a lavorare a L’Aquila. Che gli studenti ancora non sanno dove farli dormire.
Che in tanti paesi la costruzione delle casette di legno ancora non inizia, che la ricostruzione di tante case inagibili nei centri storici non è stata finanziata dal Decreto, che prima hanno fatto le C.A.S.E. e poi hanno scoperto che non erano della pezzatura giusta, cioè hanno fatto come un calzolaio che prima fa le scarpe e poi chiede al cliente che numero porta.
Vorrebbe sturarle le orecchie urlando che la sua vicina di tenda deve tornare a vivere nella sua casa inagibile, con gli operai dentro che lavorano, con la paura legittima di nuove scosse, perché con un’ordinanza la Protezione civile ha detto che ora quelle case, dove se entravi fino ad una settimana fa ti facevano la multa, ora sono per magia diventate sicure, semi-agibili, dove si suppone ci si può semi-vivere in mancanza di alternative. E allora la signora pensa: «Lo potevate dire prima, così vi facevo risparmiare i soldi che avete speso per me nella tendopoli, e cominciavo a risistemarmi casa mia».
Vorre aggiungere, lo sfollato, che non è che chi non va nelle C.A.S.E. sarà ospitato nella caserma del G8 dove ha dormito Obama, perchè quella caserma non è grande come Città del Messico, ha posti letto limitati, e l’hanno già quasi riempita con i primi sfollati della tendopoli dismessa di piazza d’Armi, tra proteste e grandi tensioni.
E vorrebbe anche far notare che è assurdo continuare a spendere tutti questi soldi per gli alberghi, quando si potevano piazzare subito, dopo un paio di mesi, come in Irpinia, roulotte e container e case di legno, perché di suolo sufficiente c’era, a voglia che c’era, e pazienza che un container non è dignitoso per un terremotato abruzzese, mentre lo era per il terremotato umbro e irpino, chissenefrega, tanto certe case che affittavano a prezzi da usura a L’Aquila erano ancor meno dignitose. Meglio una roulotte, o anche la tenda, piuttosto che andare in esilio un anno a Balsorano, che è un bel paese, per carità, ma sta a sessanta chilometri dalla tua città dalla tua vita, dai tuoi amici.
Che comunque, a parte le casa, a L’Aquila c’è tanta gente che non ha più un euro in tasca e anche il mutuo sul groppone, e i mutui li hanno sospesi, ma toccherà pagare tutto l’arretrato con gli interessi in aggiunta.
Vorrebbe far notare che a L’Aquila tante attività economiche hanno chiuso o non hanno mai più riaperto, e se manca il lavoro si scatena una guerra tra poveri e i salari diminuiscono, e va sempre peggio, insomma, oppure ti tocca pure lavorare gratis per accattivarti la simpatia e la stima del tuo futuro datore di lavoro.
Vorrebbe ammettere, a malincuore, che non si sa nemmeno dove emigrare, perchè il lavoro manca in tutta Europa, e in autunno chiuse le tendopoli bisognerà aprire tante mense per i poveri, non più terremotati.
Che, che e ancora che.
Temendo il terremotato al mare di essere etichettato però come un ingrato disfattista nonché lamentoso meridionale, poi risponde però con un più sintetico «Eh già…».
La vacanziera di Vimercate, finalmente rasserenata, si immerge nuovamente nella lettura delle tettute inchieste del settimanale Chi. Lo sfollato torna ad osservare due bambini che costruiscono un castello di sabbia. A loro vorrebbe consigliare di aggiungere almeno un pò di cemento nell’impasto, sennò crolla.

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CikCiak

venerdì 18 settembre 2009

Mafia: cosa succede dietro le quinte?

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Mafia: cosa succede dietro le quinte?

Conversazione con Giovanna Maggiani Chelli,
dell’associazione vittime dei Georgofili.

Il miglior alleato della mafia è il silenzio. La mafia è silenzio. “Non daremo un nome a questa organizzazione, a questa cosa nostra, perché nessuno dovrà sapere”. E da noi, in Italia, l’omertà è sempre stata piuttosto diffusa. Da qualche tempo, invece, si è tornati a parlare di mafia. Non solo: è la mafia stessa che è tornata a parlare. Riina, a proposito della strage di via D’Amelio, ci ha gentilmente informati che “la mafia non c’entra; l’hanno ammazzato loro”. Le pagine della cronaca ci hanno raccontato di un presunto “papello”, con cui cosa nostra avanzava richieste allo Stato per finirla con le bombe. Alcuni esponenti politici in forte imbarazzo per averlo ricevuto ed aver sempre negato. Un tempo la chiamavano “zona grigia”. Adesso, la zona si allarga. Portando con sé un carico di morti e un suono. Terrificante, squarciante: quello di un’esplosione nel cuore della notte fiorentina.

Il 28 maggio 1993, il giorno dopo la strage dei Georgofili, la magnifica Sandra Bonsanti, attuale presidente di Libertà e Giustizia, scrisse su Repubblica: «I più vecchi, quelli che c’erano, ripensano alla guerra. I più giovani ricordano le auto che galleggiavano qua attorno nel ‘66 quando l’Arno impazzì. I giovanissimi sembrano chieder conto agli altri di quanto succede. Ma nessuno sa rispondere alla loro domanda: di chi è la colpa di quanto sta accadendo? C’è chi è ancora giovane eppure è diventato anziano, a forza di cercare di individuare i responsabili».


*****



Giovanna Maggiani Chelli, tu non sei ancora diventata anziana, ma certo hai dedicato la tua vita a cercare i responsabili della “Guerra di Firenze”. Per anni, anche con interventi e lettere aperte su Informa Firenze, hai reclamato giustizia: non raramente hai toccato temi che solo adesso sembrano salire all’onore della cronaca.

Cosa sta succedendo? Sta cambiando qualcosa?
Perché, sta cambiando qualcosa? Sta cambiando qualcosa? Ho sperato fino al ‘96 che stesse cambiando qualcosa. Fino a quando sono entrata in aula a Firenze per seguire i processi. Ho sperato ancora. Fin tanto che è stato vivo Gabriele Chelazzi, che indagava con tutte le sue forze sui concorrenti della mafia nel reato di strage. Sono io, oggi, che chiedo a te, giornalista: è cambiato qualcosa?

Quindi, dici che è tutto ancora una volta solo facciata?
Rimestano nel torbido. Nulla di più. Gli serve, ancora una volta, per questioni meramente politiche. La politica si ricatta: è più che evidente, altrimenti delle stragi del 1993, dei morti di via dei Georgofili, ne parlerebbero forte e chiaro. Non a mezza bocca, come fa il Presidente del Consiglio, e i politici di destra e di sinistra, direttori di giornali e quant’altro.

Lo scorso 8 settembre, il premier ha detto: «Le procure di Milano e Palermo congiurano contro di me, indagando su vecchi fatti del 1992, 1993 e 1994».
Anche la Procura di Firenze indaga sui fatti del 1993. Si vede che quella Procura non preoccupa. “Congiura” è un termine di cui conosciamo bene il significato. Ad esempio Bruto congiurò contro Cesare. Ma come possono “congiurare” le Procure, a cui sono state tolti unghie e denti? E poi, che congiura? Vuol dire che nelle Procure si è già trovata una verità sulla morte dei nostri parenti, e che non piace?

Non credo, non abbiamo informazioni di questo genere. Non che siano sempre rilevanti le informazioni disponibili su questo genere di indagini.
Neanche noi ne siamo informati. Eppure siamo i diretti interessati, perché i morti nelle stragi del 1993 sono i nostri figli. Noi crediamo invece che dopo anni di stasi, oggi le Procure provano nuovamente ad indagare, pur fra mille difficoltà.

Anche voi dell’associazione dei familiari delle vittime ritenete che ciò che è successo sedici anni fa siano solo “vecchi fatti”?
Il massacro di Firenze non è un fatto vecchio. È un massacro senza una verità completa. Quindi, come non indagare? Se altri sanno qualcosa di più di noi, parlino chiaramente. Noi siamo persone semplici, alle quali hanno ammazzato i figli. Per ora, l’unica colpevolezza l’abbiamo individuata nella politica, sia di destra che di sinistra, nei suoi intrallazzi, nei suoi colpevoli silenzi. Sono gli uomini che sono “uomini vecchi”, non i fatti. Le stragi non invecchiano mai. I politici sono uomini. E invecchiano. Eppure, sono sempre lì. A coprire i fatti “vecchi”, di strage in strage.

Il leader leghista Bossi ha detto che dietro gli ultimi scandali a sfondo sessuale c’è la mafia.
Ciò che ci è successo ci ha resi, nostro malgrado, così seri che vorremmo vedere l’Italia “a posto” sulle stragi. Non su pantomime che non vogliamo neppure considerare. Ma purtroppo, questa pare solo una nostra presunzione: i giornali si vendono di più quando si parla di sesso piuttosto che di stragi. Detto questo, la mafia è sempre pericolosa e il capo della Lega lo sa, come tutti noi. Diceva il grande Gabriele Chelazzi: la mafia è sovrana. Cosa nostra, con la sua trasversalità, la fa da padrona in ogni operazione che conta. Ormai lo abbiamo imparato tutti, addetti e non addetti.

Dell’Utri, braccio destro del premier e senatore, è stato condannato a 9 anni in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa. Il processo d’appello è ormai alle porte. Il figlio di Ciancimino parla, e tanto. Spuntano fuori lettere in cui si chiede nientemeno che una tv sempre a disposizione. Spuntano fuori papelli con richieste scritte. Molti protagonisti dell’antimafia dell’epoca soffrono di amnesie quantomai opportune. Per loro. Nel frattempo, dalla Sicilia si ricomincia a parlare di Partito del Sud. Vedi una qualche logica in questo affresco surreale?
Siamo rimasti scandalizzati quando autorevoli ex presidenti hanno detto “io sapevo”. Sapevano ma hanno taciuto, a tempo debito. Ora non sanno dire il perché del loro silenzio. Io non mi intendo di politica. Ne mastico appena. Voglio stare ai fatti, alla realtà tragica dell’Italia e di una politica sempre più dedita agli affari. Ma mi rifaccio anche a ciò che ho sentito nell’aula del Tribunale di Firenze, durante i processi: nessuno ha ancora smentito i 60 collaboratori di giustizia che hanno contribuito a formare la prova penale contro cosa nostra. In quei processi, tutto è stato ricostruito storicamente. Compreso il tentativo di Leoluca Bagarella di costruire “Sicilia Libera”. Progetto poi accantonato. Ma la mafia spesso cambia progetti al cambiare degli eventi. Ciò non toglie che possano riprendere in mano antichi disegni accantonati. Quanto poi a lettere conservate nei cassetti e presunte associazioni mafiose, non posso che essere vicina al lavoro della magistratura, nella quale confido. Se le prove ci sono, spero si possano utilizzare fino in fondo. Ma se non ci sono, io non amo i castelli di carta: me lo ha insegnato Gabriele Chelazzi. Le prove devono essere oggettive, o si finisce per costruire dei martiri. Non è questo il compito dei magistrati.

Tempi sempre più bui.
Si inizia ad avvertire una certa puzza. Quella dell’allungamento della trattativa. Forse, ancora una volta come ai tempi delle stragi, dietro le quinte si sta trattando per cambiare gli assetti del Paese. Speriamo che almeno stavolta, se questo fosse vero, l’accordo non si trovi a suon di bombe e di morti.

Dal 23 settembre Il Fatto Quotidiano sarà in edicola

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L'Aquila. L'Ordine degli architetti critica le C.a.s.e.

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L'Aquila. L'Ordine degli architetti critica le C.a.s.e.
Non basterà dare un tetto a tutti gli sfollati per rendere efficienti e funzionali i nuovi quartieri in costruzione a Bazzano e a Preturo. Servono i servizi. In un’intervista all’Asca, Gianlorenzo Conti, presidente del Consiglio del’Ordine degli Architetti della Provincia dell’Aquila, esprime una serie di giudizi severi sui passi fino ad ora compiuti nell’affrontare l’emergenza sisma in Abruzzo. Riportiamo brani dell’intervista.
Gli architetti come giudicano il progetto C.a.s.e.? «Alcune scelte sono abbastanza discutili. In buona fede penso che siano state dettate dall’ ermegenza. Ci sono alcune situazioni come Preturo, dove ci sono due villaggi in costruzione come Cese e Sassa, per circa 4 mila abitanti e non ci sono le infrastrutture, l’acqua scarseggia, le reti fognarie vanno adeguate. Sono problemi che non possono essere sottovalutati».
Non siete stati coinvolti? «Non abbiamo partecipato alla programmazione, all’individuazione dei siti, alla scelta delle aree di urbanizzazione, al discorso ambientale. Ci avrebbe fatto piacere partecipare ma non siamo stati coinvolti e per il nostro Ordine era puro volontariato».
Si riuscirà in tempi brevi a dare un tetto a tutti?
«Il progetto C.a.s.e. è per 15 mila persone, 2 mila saranno sistemati nella Caserma della Guardia di Finanza, altre 2 mila rientreranno nelle abitazioni con agibilità parziale, altri alloggeranno in affitto e negli alberghi: non credo comunque che si riuscirà a dare un tetto a tutti entro dicembre».
E il centro storico?
«Si parla pochissimo della ricostruzione del centro storico dell’ Aquila. Deve partire in parallelo con il resto altrimenti L’Aquila è una città morta. Il nostro è uno dei centri storici più grandi e più belli d’Italia. Abbiamo in mente un piano strategico per poter intervenire all’interno di un’area che ha 1900 monumenti vincolati, un piano che stiamo portando avanti anche a livello grafico e che presenteremo ai primi d’ottobre».
Come saranno gestite le autorizzazioni per le agibilità parziali delle case?
«Non vogliamo assolutamente ostacolare il rientro nelle abitazioni ma allo stesso tempo vogliamo che siano garantite tutte le norme di sicurezza per la popolazione. Per questo chiederemo l’intervento dell’Ispettorato del Lavoro e delle Asl sui piani di sicurezza; non bisogna far rientrare la gente nelle case se non c’è il massimo della sicurezza. Chiederemo un incontro alla Protezione Civile per concordare le misure di rientro per le case con agibilità parziale che dovrebbe aggirarsi intorno al 10 per cento del patrimonio edilizio».
Mai incontrato Bertolaso fino ad ora?
«Mai. Fino ad ora non ho avuto il piacere di stringergli la mano»...


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giovedì 17 settembre 2009

Bologna, assalto alla caserma dei carabinieri

Bologna, assalto alla caserma dei carabinieri dopo l'arresto del nipote del boss
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Un assalto alla caserma dei carabinieri per liberare il nipote del boss, con una trentina di parenti e amici dispersi solo dall’intervento di rinforzi arrivati dal Comando provinciale e da due comuni limitrofi. Non è accaduto a Casal di Principe ma in un paesino al confine tra Modena e Bologna.

Gianluca Simonetti, 22enne nipote del capoclan ergastolano Luigi Venosa, era stato tratto in arresto a Sant’Agata bolognese per aver pestato assieme a due amici un giovane senegalese all’interno di un bar. Insulti razzisti, una sedia fracassata sulla spalla, colpi di cintura alla testa per una prognosi di 40 giorni. Portato in caserma, Simonetti ha continuato a menar le mani anche sui carabinieri che cercavano di calmarlo, mentre il tam tam fra la folta comunità casertana (in prevalenza Casal di Principe e Casapesenna) portava decine di parenti e amici a circondare la caserma tra insulti e minacce. Solo l’intervento in forze delle gazzelle da San Giovanni, Borgo Panigale e dal comando di Bologna ha permesso di evitare il peggio. I più esagitati sono stati denunciati mentre il Gip ha convalidato l’arresto di Simonetti disponendo la custodia cautelare ai domiciliari nel Casertano.

“Voglio lanciare l’allarme, quello che è accaduto non può passare sotto silenzio” ha affermato il sindaco di Sant’Agata bolognese Daniela Occhiali: ”Spiace che in questi giorni, tranne il quotidiano L’Informazione, nessuno ne abbia parlato”. Una tale esplosione di violenza nei confronti delle forze dell’ordine non ha precedenti in Emilia Romagna ma non deve sorprendere. A dispetto delle sottovalutazioni politiche le indagini delle Dda di Napoli, Palermo e Bologna hanno dimostrato le profonde infiltrazioni delle mafie che adottano la strategia della sommersione per poter riciclare, ottenere appalti e finanziamenti entrando nel circuito legale dell’economia.

Per il Clan dei Casalesi, che in questa zona ha avuto come testa di ponte il boss Luigi Venosa detto “o cocchiere”, di recente condannato all’ergastolo nell’Appello del maxi-processo Spartacus, l’azione eclatante al nord è l’extrema ratio o un errore della testa calda. Mentre le vittime predestinate venivano freddate al ritorno in Campania, nella provincia di Modena, vera succursale del Clan da un ventennio, è rimasta unica la sparatoria del 1991 fra le due fazioni Schiavone e De Falco (la camorra perdente) per il controllo delle bische, dopodiché il dominio delle famiglie di Giuseppe Caterino e Raffaele Diana è stato duraturo e silenzioso.

Ma la vera natura del camorrista talvolta riemerge, nello sprezzo per i “niri”, di fronte a certi intoppi (aggressioni a funzionari pubblici o a sindacalisti che non si foderano gli occhi) o a sgarri da lavare con la Smith&Wesson: tre sanciprianesi due anni fa a Castelfranco Emilia si gambizzarono a vicenda per questioni mai chiarite. L’unica vendetta pianificata a tavolino fu l’agguato del maggio 2007 nel cantiere dell’imprenditore casertano Giuseppe Pagano, ferito alle gambe per aver testimoniato contro il superboss Raffaele Diana. Anche allora ci fu una forte reazione dello Stato, con gli arresti del commando e dei gestori del racket delle estorsioni, ma troppo poco è stato fatto – l’ultimo sequestro di un milione di euro di beni a un prestanome di Vincenzo Zagaria è una goccia nel mare della camorra spa – sul fronte economico finanziario.
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