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venerdì 30 ottobre 2009

Il caso Cetraro: navi, veleni, calabria,

Il caso Cetraro è davvero chiuso?

Dopo la conferenza stampa della ministra Prestigiacomo e del procuratore nazionale antimafia Grasso, che ha dichiarato «chiuso» il caso della nave affondata davanti le cose calabresi, il Wwf torna a chiedere che su tutta la vicenda delle navi a perdere sia fatta chiarezza oltre ogni dubbio.

«L’esito delle indagini sul relitto di Cetraro annunciate oggi non può oscurare la ricerca della verità sulle navi dei veleni», dice il Presidente onorario del Wwf Italia Fulco Pratesi, che
sottolinea che «bisogna comunque dimenticare che la rilevanza e la gravità dei traffici internazionali illeciti di rifiuti pericolosi e radioattivi, connessi anche al traffico d’armi e alla nascita e al consolidamento di una rete criminale internazionale, hanno riscontri ufficiali dalla metà degli anni ’90. Inoltre dal 2004 è emerso chiaramente che queste attività criminali sono state tollerate se non favorite da apparati dello Stato, che hanno dato mano libera a industriali e armatori per trasformare ampie zone del nostro mare e delle nostre aree costiere, in discariche di veleni tossici e cancerogeni».
La dichiarazione di Pratesi arriva all’indomani della conferenza stampa in cui la ministra dell’ambiente Stefania Prestigiacomo, assieme al procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso ha dichiarato «chiuso» il «caso Cetraro». La ministra e il procuratore hanno detto che il relitto situato a 11 miglia dalla costa tirrenica calabrese, all’altezza di Cetraro, sarebbe quello del piroscafo passeggeri Catania, affondato da un sommergibile tedesco nel 1916. Tuttavia, il video mostrato in conferenza stampa non ha dissipato del tutto i dubbi: il nome della nave, infatti, non è apparso chiaramente visibile e nello squarcio di prua dove nelle riprese effettuate dalla Regione Calabria su indicazione della Procura di Paola apparivano i famigerati fusti, si vede solo un pezzo di macchinario.
Il Wwf Italia, che da tempo lavora sul tema delle navi a perdere, richiama a conferma della sue affermazioni alcuni passi contenuti in documenti ufficiali. Per esempio, nella Relazione conclusiva della Commissione bicamerale sui rifiuti dell’11 marzo 1996, soffermandosi sul «progetto Odm» [Ocean Disposal Management del faccendiere Giorgio Comero] la Commissione segnalava «l’esistenza, documentalmente provata di intense attività di intermediazione poste in essere tra i titolari di queste presunte attività di smaltimento in mare di rifiuti radioattivi e la Somalia […]» sottolineando le coincidenze con il caso Alpi/Hrovatin.
Nella Relazione conclusiva del 25 ottobre 2000, sempre della stessa Commissione bicamerale sui
rifiuti, si sofferma sul fenomeno delle «navi a perdere» rilevando che il preoccupante fenomeno
dei traffici e degli smaltimenti illegali di scorie e rifiuti radioattivi in mare era emerso nell’ambito di alcune inchieste delle procure di Matera, Reggio Calabria e riportando il dato numerico relativo ad affondamenti sospetti di navi verificatisi nei mari italiani: ben 39 risultano i casi per il solo periodo tra il 1979 e il 1995 […] 26 di questi vengono indicati dal Comando generale delle Capitanerie di porto.
Il Wwf ricorda ancora che il Ministro per i rapporti con il Parlamento Carlo Giovanardi il 27 luglio 2004, in risposta a un’interrogazione parlamentare ha dichiarato che «Evidenti segnali di allarme si sono colti in alcune vicende giudiziarie da cui è emersa una chiara sovrapposizione tra queste attività illegali ed il traffico d’armi. […] Numerosi elementi indicavano il coinvolgimento nel suddetto traffico di soggetti istituzionali di governi europei ed extraeuropei, nonché di esponenti della criminalità organizzata e di personaggi spregiudicati, tra cui il noto Giorgio Comerio, faccendiere italiano al centro di una serie di vicende legate alla Somalia ed alla illecita gestione degli aiuti della Direzione generale per la cooperazione e lo sviluppo».
Ce n’è abbastanza, per il Wwf così come per altre associazioni ambientaliste nazionali, nonché per i comitati locali che sabato scorso hanno portato decine di migliaia di persone ad Amantea, in provincia di Cosenza, per chiedere che l’eventuale «chiusura» del caso Cetraro non sia l’alibi per il silenzio.

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mercoledì 28 ottobre 2009

Ci diranno che non è la Cunsky


Volete scommettere che ci diranno che non è la Cunsky?

Francesco Cirillo

I misteri delle navi affondate nel mar Mediterraneo e la frettolosa replica del ministro dell'ambiente ricordano un film già visto in occasione del ritrovamento della Jolly Rosso. Ecco perché non ci possiamo fidare delle rivelazioni del governo circa il nome della nave che sta a largo di Cetraro, sulla costa Tirrenica.

Ho l’impressione che gli unici bidoni li avremo noi. Ma bidoni pieni di bugie, depistaggi, nuove archiviazioni,falsità. Girano voci strane nel porto di Cetraro. Voci che diventano boatos veri e propri. Voci che, sembra, provengano dalla nave Mare Oceano che da stamane interrompe il suo lavoro. Per una settimana di foto ha preso la bellezza di 350mila euro. Voci che anticipano cose secretate e che andranno direttamente dalla nave posta ad 11 miglia sopra la nave Cunsky fin sulla scrivania del procuratore della Dda di Catanzaro Vincenzo Lombardo titolare dell’inchiesta.
Sarà il Procuratore che poi deciderà come interpretare quelle analisi che gli giungeranno sul tavolo e soprattutto se vale la pena di diffonderle stante il clima che esiste in Calabria specie in materia del pescato. Le voci dicono che quella nave non è la Cunsky.
Le misure in possesso della mare oceano non corrispondono a quelle della nave nei fondali di Cetraro. Di conseguenza non è una nave dei veleni e quindi non sarà necessaria più alcun altra operazione , né di recupero dei fusti , né della stessa nave. Arrivederci e grazie, è stato un vero piacere. Questa tesi peraltro era stata suffragata sin dall’inizio della vicenda dallo stesso sottosegretario all’ambiente Roberto Menia in arrivo a Cetraro il 22 ottobre scorso. In un intervista concessa all’agenzia AdnKronos, il sottosegretario ebbe a dichiarare: «Potremmo avere la sorpresa che non sia la ‘Cunsky’ come afferma il pentito, ma qualcos’altro, per esempio una nave in cui non vi è assolutamente presenza di materiale nocivo. Potremmo invece scoprire cose diverse e allora come è giusto e doveroso si agisce in conseguenze e con le dovute cautele del caso».
Il sottosegretario inviato qui dal ministro Stefania Prestigiacomo, che nemmeno si è degnata di fare un viaggio di persona sui luoghi, già sapeva tutto, già sapeva che quella non era la Cunsky . Più che un sottosegretario sembra un mago che conosce il futuro. Ma non è solo il sottosegretario su questa tesi. Anche la Gazzetta del Sud, giornale notoriamente filo governativo vi ha ampiamente scritto. Il giornale calabrese, scrisse che la nave Cunsky venne costruita nel 1956 ad Hartlepool [in Gran Bretagna] con il nome originario di «Lottinge». Ha sempre battuto bandiera inglese e cambiato nome in tre distinte occasioni: nel 1974, quando venne chiamata «Samantha M»; nel 1975, quando venne battezzata «Cunsky» e nel 1991 quando fu rinominata «Shahinaz». Al momento dell’inabissamento – per il pentito avvenuto nell’ottobre del ‘92 – si chiamava dunque «Shahinaz».
Ma questa rielezione non è stata verificata né dalla Procura di Catanzaro nè da nessun altro quotidiano ed è rimasta fine a se stessa. Evidentemente già ci si lavorava sopra, se il sottosegretario l’anticipò prima ancora di salire sulla nave-sonda Mare Oceano insieme ai giornalisti calabresi.
Dire che quella nave non è la Cunsky per il governo e per tanti depistatori e sabotatori della nostra Calabria vorrebbe dire uscirsene da questa storia senza grossi danni. E’ stato un abbaglio, della Procura di Paola e del Procuratore Bruno Giordano per primo, poi della Regione Calabria e dell’assessore Silvio Greco, e poi di r tutte quelle associazioni ambientaliste che fin dall’inizio hanno sostenuto la tesi del traffico delle navi dei veleni. Questo vorrebbe dire che tutto potrebbe ritornare alla normalità, far riprendere la pesca, far riaprire le pescherie, rimettere in moto un immagine della Calabria persa in questi mesi, occultando la prova principale che era la nave.
La cosa mi ricorda l’articolo che uscì sempre sulla Gazzetta del sud il 20 giugno del 1991 dal titolo «Quasi completata l’operazione di demolizione della Rosso». Rileggiamolo: «Amantea: Nessun materiale nocivo all’interno dei container trasportati dalla nave arenata — Si sta quasi completando ad Amantea,l’operazione di demolizione della grossa nave da carico ‘Rosso’ della società Ignazio Messina Spa di Genova, che proveniente da Malta e diretta a La Spezia, si arenò sulla spiaggia in lócalità ‘Le Formiciche’ il 14 dicembre dello scorso anno per una violenta tempesta di mare. All’atto dell’insabbiamento del cargo nella zona si era creato un falso allarme facendo supporre che trasportasse container con materiale inquinante mentre gli stessi container da quanto è risultato dall’inchiesta giudiziaria contenevano vettovaglie varie tra cui sostanze alimentari e generi di consumo. L’inchiesta è stata diretta dal sostituto procuratore della Repubblica di Paola, dott. Fiordalisi e coordinata dal comandante in seconda della capitaneria di .porto di Vibo Valentia, capitano di fregata Giuseppe Bellantoni. Il fatto, però, che per oltre sei mesi il è relitto è rimasto arenato nella suggestiva spiaggia ha creato non pochi problemi sotto il profilo turistico-ambientalistico.L’assessore provinciale di Cosenza Salvatore Caruso, che è anche, capogruppo consiliare del Psi al Comune di .Amantea, per due volte si è rivolto al ministero della Marina Mercantile che è intervénuto opportunamente per sollecitare la rimozione del relitto che in ultima analisi è stato deciso di demolire. Il Consiglio Comunale di Amantea, su proposta dello stesso Caruso, si è costituito parte civile per gli eventuali danni che lo stesso relitto potrebbe causare. ‘0ra – ha ribadito l’assessore provinciale Caruso- vogliamo ché sia ridata alla spiaggia piena efficienza per essere utilizzata nell’imminenza della stagione balneare’. Dopo altre e considerazioni polemiche Caruso ha rilevato ‘come è difficile in Calabria affrontare problemi di ordinaria amministrazione che; mentre in Liguria o, nél Nord Italia vengono risolti al massimo in qualche mese, da noi ci vogliono almeno sei mesi. E se ora ci siamo finalmente riusciti – ha concluso – debbo pubblicamente ringraziare la Gazzetta del sud che su questo problema ha dimostrato grande sensibilità’.I lavori di demolizione del Cargo sono stati curati dalla società dell’armatore della stessa nave e dalla Mosmode Sas di Crotone. La capitaneria di porto di Vibo Valentia di cui è comandante il capitano di fregata Vincenzo Milo, ha fatto obbligo all’armatore della Rosso di depositare un miliardo con fideiussione bancaria o polizza assicurativa. E’ stata inoltre ordinata una recinzione con apposite segnalazioni nell’arco di mezzo chilometro con il divieto di navigazione, pesca e ancoraggio. Ultimati i lavori di demolizione si dovrebbe procedere alla pulizia della spiaggia e al suo livellamento per riportarla al suo stato originario. Se ciò non fosse possibile per il cattivo tempo, secondo quanto ci è stato confermato dall’autorità competente, si provvederà a chiudere il pezzo di spiaggia non recuperato».
Una storia di depistaggi come più volte abbiamo detto che per 19 anni ha tenuto tutto sotto silenzio assoluto. Ora tutto potrebbe ripetersi. Per gli ambientalisti questa tesi non regge. Cunsky o non Cunsky le ricerche devono continuare lo stesso. I fusti devono essere presi e controllati, e la nave deve essere rimossa. Così come devono essere cercate le altri navi delle quali parla il pentito Fonti e delle quali si sa bene la loro esistenza. Come la Yvonne davanti il mare di Maratea e la Sporadis davanti Melito Porto salvo. Ma al di la delle navi segnalate dal pentito esistono altre navi scomparse nei nostri mari. Come la motonave Nikos I, sparita nel 1985 durante un viaggio iniziato a La Spezia per giungere a Lomé [in Togo], probabilmente affondata a largo tra il Libano e Grecia; come la Mikigan, partita nel 1986 dal porto di Marina di Carrara e affondata nel Tirreno calabrese con tutto il suo carico sospetto.
E poi c’è la Rigel affondata il 21 settembre del 1987, a 20 miglia da Capo Spartivento in Calabria unico caso in cui – grazie alle denunce di Legambiente – è stata ricostruita almeno in parte la verità giudiziaria. E poi resta il mistero dei misteri. La motonave Rosso, ex Jolly Rosso. Si sta scavando per questa nave, nella valle del fiume Oliva. Ma l’elenco delle navi affondate non finisce qui. Nel 1989 sarà la motonave maltese Anni ad affondare a largo di Ravenna in acque internazionali mentre nel 1993 la Marco Polo sparisce nel Canale di Sicilia e ancora nel novembre del 1885 affonda a largo di Ustica la nave tedesca Koraline.
D’altra parte che la nave-radar Mare Oceano non fosse idonea a capire cosa contenesse quella nave lo avevamo già visto salendo sulla stessa nave. I tecnici di bordo ci spiegarono per bene cosa potevano fare e cosa no. Non potevano prendere i bidoni per esempio, né analizzarli. Non potevano stabilire la presenza di raggi gamma ma solo di quelli alfa, come spiegò meglio il giorno dopo l’assessore Greco. Non potevano spostare la nave tanto meno recuperarla riportandola in superficie con le dovute cautele. Insomma vedremo solo delle belle foto e delle belle immagini tridimensionali. Poi la marina militare dovrà stabilire attraverso l’archivio nautico di cosa si tratta. Ma anche se non fosse la Cunsky, di sicuro non sono le uniche navi affondate durante la seconda guerra mondiale ben conosciute dalla Marina Militare ed inserite nelle mappe che anche i pescatori conoscono. Quali la nave Cagliari che venne affondata il 6 maggio del 41, dal sommergibile Taku, ed ha una stazza di 2322 tonnellate. Questa nave si trova nei fondali fra Diamante e Cetraro; la nave Federico C. che venne affondata il 28 luglio del 41 dal sommergibile Utmost, è di 1467 tonnellate ed anche questa , come sanno bene i pescatori a strascico, si trova nella stessa zona . Altre tre navi sono lontane dalla zona di Cetraro, ma sono conosciute come le altre due. Insomma se non è la Cunsky è un’altra nave non militare ed affondata appositamente, in quanto in quell’area non ci sono segnalazioni di naufragi.
Ecco perché la ricerca deve continuare. Quei fusti che sono dentro la nave non possono che essere rifiuti tossici e il governo deve impegnarsi ancora di più per dire la verità. Una verità che sia possibile anche controllare dalla nave stessa mare Oceano dove non esistono a bordo persone terze, avvocati di parte, scienziati delle associazioni ambientaliste, tecnici della Regione Calabria. Ecco perché alla notizia che quella nave non possa essere la Cunsky , bisogna subito alzare un coro unanime, che sia quello , che si continuino le ricerche comunque , senza abbassare la guardia e senza buttare fumo negli occhi ad una popolazione , che nella manifestazione e partecipazione di massa ad Amantea ha dimostrato essere stufa di essere presa in giro.

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Condannato Mills, ma Berlusconi non si dimette

Condannato Mills, ma Berlusconi non si dimette

Confermata anche in appello la condanna dell’avvocato Mills per corruzione. «In un paese civile, in uno stato di diritto, ci sarebbero state subito le dimissioni del presidente del consiglio, che è un acclarato corruttore giudiziario e, come tale, dovrebbe stare nelle patrie galere piuttosto che alla presidenza del consiglio», ha detto il presidente dell’Idv, Antonio Di Pietro.

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Alessandro Santoro, prete sposa donna/uomo

Alessandro Santoro, prete delle Piagge, sollevato dall'incarico

Il vescovo di Firenze ha sollevato Alessandro Santoro, prete della comunità delle Piagge di Firenze, dopo il matrimonio celebrato domenica 26 ottobre di una donna nata uomo.

Alessandro Santoro, prete della comunità di base della Piagge, di Firenze, è stato sollevato dalla «cura pastorale della comunità». Così la chiesa di Firenze, in un comunicato, prende posizione in merito alla celebrazione avvenuta domenica a Firenze dove don Santoro [da molto tempo «collaboratore» di Carta e promotore di iniziative come Democrazia chilometro zero] – ricorda il sito Altracitta.org – ha celebrato le nozze di una donna nata uomo. «Tale simulazione – si legge nella nota – è stata posta in atto da don Alessandro Santoro in contrasto con le disposizioni più volte dategli dai superiori, primo fra tutti il ‘precetto’ che gli fu formalmente intimato dal Cardinale Ennio Antonelli il 15 gennaio 2008, successivamente rinnovato nei colloqui e negli scritti intercorsi con l’Arcivescovo Giuseppe Betori». Un «atto – prosegue – che assume particolare gravità in quanto genera inganno nei riguardi delle due persone coinvolte, che hanno potuto ritenere di aver celebrato un sacramento laddove ciò era impossibile». «Gesti come quello posto da don Alessandro Santoro – si legge ancora – contraddicono il ministero di pastore di una comunità, per la quale il sacerdote deve rappresentare la voce autentica dell’insegnamento dottrinale e della prassi sacramentale della Chiesa cattolica». Dal punto di vista formale, la comunità delle Piagge era stata affidata ad Alessandro Santoro, come cappellania il 14 settembre 2006, ma presso la quale egli ha svolto azione pastorale fin dal 1994. L’Arcivescovo chiede a don Alessandro«di vivere un periodo di riflessione e di preghiera».

Pubblichiamo il racconto diffuso da altracitta.org della giornata di domenica 26 ottobre.
«Ieri alle Piagge si respirava un’atmosfera insolita per un matrimonio. Tutto era come sempre: le sedie messe in circolo, il grande crocefisso di legno, cartelloni, disegni e documenti a testimoniare le tante attività svolte dentro questo luogo di incontro, che è chiesa, scuola, redazione, sala riunioni. C’erano come sempre tanti bambini, seduti accanto al prete, dietro l’altare, più o meno silenziosi ma certo partecipi di un momento importante, forse storico. C’era la gente delle Piagge, raccolta e pensierosa, con l’animo in subbuglio e il fiato sospeso.
Perché ieri due persone consacravano la loro unione, già benedetta da trent’anni di amore e fiducia, ma un’altra unione era lì sull’altare, pronta al sacrificio in nome dell’obbedienza. Non quella al diritto canonico: l’obbedienza al precetto di amore del Vangelo. A questa obbedienza Santoro non può non adempiere, come ha spiegato durante la messa, ed è per fedeltà verso la sua gente che non ha potuto non celebrare questo matrimonio.
L’unione di Sandra e Fortunato, ha detto ancora Santoro, è amata da Dio. A questo proposito ha citato un episodio narrato negli Atti degli Apostoli, quando lo Spirito Santo discende anche sui non circoncisi. Un segno dell’accoglienza di Dio anche per i «non conformi», la stessa accoglienza che è stata alla base di tutta le azioni della Comunità delle Piagge, un modo di agire del resto ovvio, naturale e imprescindibile in un quartiere dove la realtà vera delle persone è fatta di passi falsi, incidenti, peccati ed omissioni. Come tutta la realtà umana.
Alessandro Santoro, prete, si è immerso in questa realtà difficile e spigolosa, l’ha condivisa, ci ha fatto a pugni, l’ha abbracciata, l’ha fatta sua. Certo anche a questo pensava nel lungo momento di preghiera e riflessione che lo ha visto appoggiarsi alla parete sotto la croce, con la testa fra le mani. Intanto il canto parla di cose passate a cui non pensare più, di cose nuove che fioriranno, e la commozione sale. Tanti hanno gli occhi lucidi, qualcuno piange apertamente. Il pensiero corre al dopo. Cosa succederà adesso, come reagirà la Curia? Sospensione, allontanamento? Qualunque cosa sarà, dovremo accettarla: su questo punto Santoro è fermo. Il matrimonio si celebra, gli anelli benedetti vengono scambiati, gli sposi si promettono amore e fedeltà. Tutti ci stringiamo le mani, in un abbraccio collettivo che è un flusso di energia e una promessa per il futuro. Continueremo, ci saremo, resisteremo. Anche se questo sacramento probabilmente sarà annullato, ricorda Santoro agli sposi, non lo sarà per noi, non lo sarà per Dio, che vi ama. Potremmo dire: l’uomo non separi ciò che Dio ha unito. Certi che vale anche per la Comunità delle Piagge».

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Prestigiacomo sbrigativa sui veleni calabresi

Prestigiacomo sbrigativa sui veleni calabresi

Silvio Magnozzi

Secondo il ministro dell'ambiente la nave che si trova nelle acque del Tirreno calabrese, individuata grazie alle rivelazioni del pentito Francesco Fonti, «non è la Cunski». Cioè la nave dei veleni. Chi sta facendo le rilevazioni la smentisce «E' presto per dirlo». La procura: «Non ci interessa il nome di quella nave, ma il contenuto»

Il relitto trovato al largo delle coste di Cetraro non corrisponde alla Cunski e, dalle prime analisi ambientali, risulterebbe che al momento fino alla profondità di 300 metri non ci sono alterazioni della radioattività. La comunicazione arriva da una nota del ministero dell’ambiente, che parrebbe confutare almeno parte delle rivelazioni fatte da Francesco Fonti. Ma la situazione è tutt’altro che chiara, e rimangono dei punti fermi le indagini di questi giorni delle procure, i dati sull’esplosione dei tumori nella costa tirrenica e le mappe con le navi smarrite ricostruite da ambientalisti ed esperti.
«Il relitto a largo di Cetraro non corrisponde alla caratteristiche della Cunski – spiega Prestiacomo – Questo quanto emerge dai primi rilevamenti della ‘Mare Oceano’, la nave, inviata dal Ministero, che sta svolgendo gli accertamenti sui fondali del Tirreno. Infatti la morfologia del relitto risulta diversa da quella della Cunski. In particolare è stato rilevato che il cassero della nave affondata si trova nella zona centrale mentre quello della Cunski era a poppa». Il Rov, il robot sottomarino, ha svolto già le misurazioni ed i rilievi fotografici del relitto e le prime analisi ambientali da cui è emerso che fino alla profondità di 300 metri non si rilevano alterazioni della radioattività. «Naturalmente – prosegue Prestigiacomo – questi primi esiti delle ricerche non escludono la possibilità che i fusti contenuti nel relitto possano contenere rifiuti pericolosi o radioattivi e per questo il programma di indagini della nave Mare Oceano proseguirà col prelievo di sedimenti dai fondali, di carotaggi in profondità e col prelievo di campioni dai fusti». Tutte le operazioni continueranno in coordinamento con la Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro e il Reparto ambientale marino della guardia costiera a disposizione del ministero al comando del capitano di vascello Federico Crescenzi.
«L’accertamento che il relitto in fondo al mare non sia il Cunski e il mancato rilevamento di radioattività fino a 300 metri, che, ribadisco, non esclude la possibilità che si tratti in ogni caso di una ‘nave dei veleni’», ammette il ministro dell’ambiente nella sua nota. Ma poi passa all’attacco e sostiene che la situazione «deve indurre alla prudenza ed alla responsabilità quanti fino ad ora hanno procurato, senza avere riscontri attendibili, paura e allarme sociale, con gravissime ripercussioni economiche per la Calabria. L’impegno del governo nella lotta alle ecomafie continua affinchè sia fatta piena luce sui misteri delle ‘’navi a perdere’, venga appurata la verità e ogni eventuale responsabilità».
«Abbiamo fatto finora solo delle esplorazioni acustiche, ma il Rov non e’ ancora entrato in acqua», dicono invecei responsabili della Geolab, proprietari della nave Mare Oceano, che sta effettuando le ricerche a undici chilometri dalla costa, dove si trova l’imbarcazione. «Il Rov – ha spiegato uno dei responsabili delle ricerche – farà altre esplorazioni acustiche e poi quelle visive. Adesso noi non ci sentiamo di dire con certezza che quella possa o non possa essere la nave Cunsky. Per noi è ancora troppo presto».
il Procuratore Vincenzo Lombardo, della Dda di Catanzaro non pare per nulla rasserenato dalle affermazioni di Prestigiacomo. «Sulla base di alcuni primi dati, quella non sarebbe la nave Cunsky, sono stato informato in questo senso – ha detto Lombardo – Ma questo non risolve il problema: noi vogliamo sapere cosa c’e’ dentro quella nave e dentro quei fusti, e cosa c’è adesso sul fondale e nel mare. Questo è quello che ci interessa. Abbiamo il morto, il delitto: adesso dobbiamo fare accertamenti precisi e analizzare il carico. Il resto non conta». Anche l’assessore all’ambiente della Regione Calabria SIlvio Greco afferma senza mezzi termini: «Non ci interessa il nome della nave, ma il suo contenuto».
L’altra notizia del giorno è che l’Anci nazionale si farà da tramite per organizzare un incontro urgente tra il governo e il comitato dei sindaci dell’alto Tirreno cosentino sulla vicenda. I sindaci hanno anche deciso una nuova giornata di mobilitazione sulla questione ambientale: si svolgerà il prossimo 8 novembre a Cetraro e vedrà la partecipazione di «tutti i sindaci calabresi, ma anche della presidenza della Regione Calabria e dei presidenti delle cinque province». I sindaci confermano le loro richiste al governo: «la dichiarazione dello ‘stato di emergenza’, analogamente a quanto avviene per situazioni di calamita’ naturali’’ e un intervento finalizzato alla rimozione del relitto presente al largo delle acque di Cetraro ed alla definitiva chiarezza sul contenuto dello stesso».
Tra i comitati che hanno manifestato ad Amantea lo scorso 24 ottobre, intanto, si sta pensando a una manifestazione a Roma per chiedere la verità sulle navi. «Quello dei veleni non è affare solo dei calabresi – spiegano i comitati – Verremmo a Roma a dirlo al governo».


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Desinformémonos, una rivista di parte

Desinformémonos, una rivista di parte

Angel Vargas La Jornada

Dal quotidiano messicano La Jornada, pubblichiamo un'intervista a Gloria Muñoz, direttrice della rivista zapatista on line dal 15 ottobre. Che già lancia il prossimo numero, in edicola il 15 novembre, con un intervento di John Berger

Pensare che il giornalismo è o può essere imparziale è un’illusione. Lo sostiene Gloria Muñoz, direttrice della rivista digitale Desinformémonos, che, coerentemente con questo pensiero, non esita a definire un mezzo alternativo di controinformazione, collocato «in basso e a sinistra» per quanto concerne la sua linea editoriale.
«Ritengo più corretto dal punto di vista etico presentarsi come si è, piuttosto che fingere una pluralità che non esiste. L’imparzialità che ci insegnano nelle scuole di giornalismo è irreale», spiega la giornalista intervistata in occasione dell’apparizione di questa pubblicazione elettronica il cui primo numero è nello spazio cibernetico dal 15 ottobre. «Esiste in realtà un media che non abbia una posizione ideologica? I mezzi di comunicazione di massa non dicono mai chiaramente qual è la loro posizione; si camuffano dietro una presentazione pluralista, mentre in realtà si sa chi rappresentano. Noi non ci mascheriamo e ci presentiamo per quello che siamo. Così il lettore può decidere, e lo fa da una posizione che non è ambigua. Leggere Desinformémonos è leggere una parte dell’informazione, a differenza dei grandi media ed agenzie che pretendono una pluralità che non hanno».
Relativamente alla dichiarazione di principio della rivista che dirige, l’editorialista di La Jornada sottolinea: «Siamo assolutamente parziali nel senso che stiamo dalla parte dei diseredati, dalla parte di quelli che stanno in basso; anzi più che stare dalla loro parte, siamo dei loro, il che è diverso. Non osserviamo i movimenti, né vogliamo guardarli da fuori; ci siamo dentro». Secondo Gloria Muñoz, la nascita di questa rivista digitale di politica e cultura risponde alla necessità di disporre di «uno strumento di informazione e controinformazione che si inserisce come strumento di lotta, molto definita e senza ambiguità: in basso e a sinistra, sul terreno politico e culturale. Cioè, nell’ambito della resistenza».
Dal termine che gli dà il nome – preso da una poesia di Mario Benedetti, in omaggio alla sua morte avvenuta nel maggio scorso – la pubblicazione vuole evidenziare la necessità della società di controinformarsi, nel senso di spogliarsi da quell’informazione promossa dal potere a beneficio di pochi. Questo sarà il tema sul quale John Berger rifletterà nel prossimo numero, che uscirà il 15 novembre. «Berger ci spinge a non confondere l’intenzione deliberata di controinformarci con l’essere controinformati. Ciò dà senso a questo progetto».
Un aspetto che distingue questa iniziativa da altre simili che sono nate nell’ambito alternativo ed indipendente, è che i suoi fautori, un gruppo di giornalisti di diverse parti del mondo, l’accolgono come proposta mediante la quale vogliono rivendicare questo mestiere, data la considerazione negativa che pesa su di loro tra i movimenti e le lotte sociali.
«La nostra base è la testimonianza; sono le voci, è la parola, è l’altro e l’altra. I popoli, i movimenti hanno le proprie voci; non diamo voce a nessuno. Quello che vogliamo è ascoltarli; essere il loro udito, essere il loro sguardo», afferma Gloria Muñoz. «L’informazione che gestiamo è quella del basso, di quartiere, comunitaria. Le diverse espressioni artistiche e culturali, così come i movimenti e le lotte politiche che nascono o sono prodotte dai quartieri per i quartieri, dai popoli per i popoli, dalle comunità per le comunità». La giornalista precisa che Desinformémonos non sarà circoscritta all’ambito nazionale. «Non ci consideriamo un media locale né nazionale, ma globale. Si tratta di far sì che questa cultura di quartiere e comunitaria possa essere vista in altre parti del mondo, e presentare storie di quartiere e comunitarie di altri luoghi: le favelas del Brasile, i quartieri in Grecia, la cultura prodotta tra gli immigrati negli Stati uniti. La nostra pretesa è produrre informazione che generi identificazione tra un posto e un altro». Gloria Muñoz puntualizza che questa proposta vuole essere più di una rivista digitale. In questo senso offre un’edizione in formato PDF che può essere scaricata dalla pagina web, allo scopo di essere stampata su carta, in otto lingue diverse: spagnolo, italiano, francese, portoghese, tedesco, greco, tzeltal ed inglese. Esistono inoltre diversi progetti editoriali, come creare un’agenzia di notizie e laboratori di giornalismo in comunità e tra gruppi sociali. L’indirizzo di questa rivista digitale alternativa di politica e cultura è http://www.desinformemonos.org e nel suo primo numero si possono trovare le basi di quelle che saranno le sue diverse sezioni: le notizie del giorno, i reportage fotografici, la sezione intitolata «I nessuno» con testimonianze di vita di chi non ha voce, quella dal titolo «I nostri», aperta alla riflessione e al dibattito tra gli intellettuali, in questo caso dell’uruguaiano Eduardo Galeano. http://www.jornada.unam.mx/2009/10/26/index.php?section=cultura&article=a13n1cul

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martedì 27 ottobre 2009

Tempi duri per la stampa: Marocco

Tempi duri per la stampa indipendente in Marocco

Jacopo Granci

Chiusure arbitrarie di giornali, sequestro di centinaia di migliaia di copie, intimidazioni a giornalisti, editori e direttori. Il regime marocchino, a dieci anni dall'ascesa al trono di Mohamed VI, fa quadrato attorno alla monarchia e chiude gli spazi di transizione democratica.

Lunedì 28 settembre, nel tardo pomeriggio, una ventina di poliziotti hanno occupato i locali del quotidiano indipendente Akhbar Al Youm. Dopo aver costretto il personale rimasto ad abbandonare il proprio posto di lavoro, la Securité Nationale ha sequestrato gli archivi, messo i sigilli alle porte di ingresso e congelato il conto bancario del giornale. Sotto accusa la pubblicazione di una caricatura del Principe Moulay Ismail sul numero di domenica 27 settembre.
Nel disegno, il cugino del Re è ritratto seduto sull’ammaria, mentre saluta gli invitati alla propria cerimonia nuziale. La stella a cinque punte della bandiera marocchina, visibile solo a metà sullo sfondo della vignetta, è leggermente deformata. All’apparenza si direbbe una stella di David. Quanto basta al ministero dell’interno per emettere un giudizio di condanna, preventivo e arbitrario, nei confronti di Akhbar El Youm, violando così tutte le procedure del caso. Nessuna legge in questo paese infatti autorizza la chiusura di un giornale prima che venga emessa una sentenza della magistratura. Nessuna legge ne autorizza il sequestro dei beni, tra cui le copie ancora in corso di pubblicazione, al di fuori dell’oggetto di indagine.
Pertanto un’azione giudiziaria è stata subito avviata, sollecitata dallo stesso ministro dell’interno. Il caricaturista Khalid Gueddar e il direttore della pubblicazione Taoufiq Bouachrine sono stati interrogati dalla polizia e dai servizi segreti per due giorni consecutivi. Due giorni di insulti e provocazioni, a seguito dei quali sono stati ufficialmente incriminati. Un comunicato emesso il 1 ottobre dal procuratore di Casablanca accusa i due giornalisti di violazione degli articoli 38 e 41 del Codice della stampa, e dell’articolo 267 del Codice penale. Bouachrine e Gueddar sono ritenuti colpevoli di «antisemitismo e incitazione al crimine», di «mancato di rispetto dovuto ad un membro della famiglia reale» e di «oltraggio alla bandiera nazionale». Le pene a cui vanno in contro oscillano dai tre ai cinque anni di prigione, oltre a un’ammenda di 10 mila euro. In più il Principe Moulay Ismail ha denunciato personalmente il giornale. Per l’offesa subita ha chiesto un risarcimento di 300 mila euro. Di fatto una sentenza di morte per Akhbar Al Youm. Il verdetto del tribunale di prima istanza è atteso per la fine di ottobre [salvo ulteriori rinvii]. Intanto i locali restano sotto sequestro, i dipendenti senza lavoro e senza stipendio.
La redazione del giornale ha ricevuto l’immediato sostegno dei colleghi della stampa indipendente e delle associazioni per i diritti umani. Ma non si fa troppe illusioni. Il clima che si respira in Marocco porta a temere il peggio. Proprio in questi giorni il direttore del settimanale Al Michaal è stato condannato a un anno di carcere dal tribunale di Rabat per aver osato mettere in dubbio lo stato di salute del Re. Secondo il giudice, nell’edizione del 3 settembre, Al Michaal ha pubblicato «notizie di natura falsa e tendenziosa», volte a destabilizzare il regime. Altri due quotidiani, Al Jarida Al Oula e Al Ayam , sono stati citati in giudizio con le stesse accuse. Il processo, ancora in corso, si concluderà probabilmente con nuove pesanti condanne. Nell’agosto scorso, infine, centomila copie dei settimanali Tel Quel e Nichane sono state sequestrate e distrutte dalla polizia, senza alcuna autorizzazione legale. L’edizione conteneva un sondaggio, realizzato in collaborazione con Le Monde, sull’opinione espressa dai marocchini in merito ai primi dieci anni di regno di Mohamed VI.
Khalil Hachimi, presidente della Federazione marocchina della stampa e dell’editoria, guarda con timore i recenti attacchi ai giornali indipendenti. «I colpi sferrati dal regime si susseguono con un ritmo mai toccato negli ultimi dieci anni». Dall’ascesa al trono di Mohamed VI, la libertà di espressione sembra vivere il suo momento più nero. Diritti considerati ormai acquisiti vengono pericolosamente rimessi in discussione, frutto di una strategia che mira a intimidire le voci scomode, sollevatesi sempre più forti e numerose dopo la morte di Hassan II.
Il giornalista Karim Boukhari è ancora più esplicito, e dalle colonne di Tel Quel dichiara: «Il potere ha decretato guerra alla stampa indipendente». Una guerra, tuttavia, presuppone due belligeranti, due parti in causa che dispongano di forze più o meno equivalenti. E in questo caso la disparità delle risorse è fin troppo evidente. Più che una guerra si tratta di un massacro unilaterale.
Di questo passo rimane da chiedersi che fine farà il processo di transizione democratica intrapreso dal Marocco negli anni novanta. Senza libertà di stampa [quindi di espressione e di opinione] e senza garanzie giuridiche la parola democrazia si svuota di ogni significato. In un paese in cui i vertici dello Stato possono reprimere illegalmente, nella totale impunità, chiunque si dimostri irriverente nei confronti dell’istituzione monarchica, c’è ancora spazio per tali garanzie e libertà?


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lunedì 26 ottobre 2009

Marrazzo pubblico e privato

Marrazzo pubblico, Marrazzo privato

Anna Pizzo


Fosse stato un «vero» politico, Piero Marrazzo non avrebbe detto, nell’intervista a Repubblica, che non potrà mai dimenticare [e perdonarsi] gli occhi della figlia che guardava scorrere in televisione le immagini del padre. Perché quegli occhi, che io non ho visto, si sono piantati anche dentro di me, e credo di tanti, come coltellate. Più duri della «crisi» istituzionale, più del terremoto politico, più della «delusione» e della irresponsabilità per non aver saputo essere all’altezza del ruolo. Più di tutto. Lo ha detto perché è «solo» un uomo, con le dolorose fragilità, le stupidità, le cattiverie, le ambizioni di un uomo «solo». Con quell’indifferenza nei confronti delle conseguenze che gli uomini riescono scientemente a non calcolare, a non prevedere o a pensare di poter comunque controllare. Lo ha detto perché è stato travolto dal sentimento, che è una bella cosa perché prescinde dall’opportunità politica e perfino dalla dignità. Perché si impone più di ogni fine ragionamento. Perché finalmente ha tracimato anche nell’uomo-immagine, nell’uomo anchorman, nell’uomo politico.
Ho conosciuto poco Piero Marrazzo: nei quattro anni e mezzo di convivenza istituzionale mi è capitato di incontrarlo nell’aula del Consiglio regionale forse una decina di volte e in riunioni politiche forse altrettante. Mi ero fatta l’idea che tentasse di essere una nuova «specie» di politico, quello che parla con linguaggio diretto e non allusivo, quello che certo tiene conto, che indubbiamente è compatibile ma, almeno, ha il coraggio di affrontare i suoi oppositori – siano essi comitati di cittadini furibondi o politici navigati – senza pontificare dall’alto. Uno disposto a mettersi in gioco, a patto che il gioco non fosse taroccato. Non so se ho sbagliato valutazione, ma è certo che quando ho avuto la notizia di quello che era successo – il filmino, il ricatto, gli assegni – la prima cosa che mi è venuta in mente è stata: il mio lavoro di quattro anni e mezzo e quello di altri sarà «illuminato» per sempre solo da luci rosse. Non è giusto, Marrazzo ha colpito anche me, è stato irresponsabile anche nei miei confronti e ora non c’è più tempo per rimediare. Si è trattato di una reazione che, con la testa raffreddata dalla valanga di notizie, ho poi modificato perché quel tanto o poco che ho fatto è fatto, mi sono detta, e nessuno lo può cancellare.
Poi sono arrivate le trans, i carabinieri più o meno «deviati», le ipotesi sull’esistenza di un grande manovratore, forse una spy story «all’amatriciana». Poi è arrivata la politica, con i suoi marchingegni, alla ricerca del minor danno possibile: le primarie del Pd, le elezioni regionali che incombono con i faccioni dei prossimi candidati già da tempo incollati sui muri di tutta la Regione, la memoria dei metodi storaciani per acchiappare voti nella scorsa campagna elettorale. Tutto si è mescolato in un unico pentolone dal quale è uscito [per ora] un Piero Marrazzo ridotto ai minimi termini che, attraverso i giornali, cerca di parlare alla moglie, più che alla Regione della quale fino a un momento prima era stato presidente. Proprio nel momento in cui tutti si affannano a trovare una formula algebrica per «sospendere» Marrazzo e farlo dimettere al momento più opportuno, in modo da arrivare alla scadenza regolare della «consiliatura», o per portarlo definitivamente davanti al boia [perché la politica spesso richiede sacrifici umani], Piero Marrazzo si guarda intorno e vede la sola cosa che forse può riuscire a salvare o che forse gli interessa salvare: la propria vita, i suoi affetti.
Devo confessare che, non riuscendo a dormire, la notte scorsa mi sono messa a pensare a cosa avrei fatto io, al posto della moglie. E non venitemi a dire che nelle nostre case, nelle nostre vite, tutto questo sarebbe stato impossibile. Credo che non perdonerei, per via degli occhi di mia figlia e per il mio orgoglio calpestato.

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venerdì 23 ottobre 2009

Lavoro e legalità per battere la mafia





Lavoro e legalità per battere la mafia


Oltre 2000 persone si danno appuntamento a Roma in questi giorni per riflettere e fare il punto della situazione sull’impegno comune per radicare la cultura del rispetto delle regole. È la seconda edizione di Contromafie dopo quella che nel novembre 2006 si era conclusa con un manifesto che vede oggi alcuni obiettivi raggiunti e altre istanze ancora inadempiute.
Ci rendiamo conto oggi che, anche a fronte di alcuni indiscutibili successi, soprattutto da parte della magistratura e delle forze dell’ordine e dei passi in avanti che abbiamo compiuto verso una maggiore consapevolezza frutto dello sforzo educativo, ancora tanto c’è da fare. Noi come organizzazioni sociali ci siamo assunti l’impegno e la responsabilità di compiere ogni passo necessario nella direzione della giustizia ma siamo altrettanto coscienti che nulla sarà possibile realizzare senza il sostegno convinto della politica. A questa spetta il compito di recidere ogni filo sospetto e di produrre leggi efficaci e comportamenti corretti.
Quanto ci amareggia in questi giorni venire a conoscenza di interlocuzioni e patteggiamenti tra pezzi delle istituzioni ed esponenti della criminalità organizzata! Quanto ci indigna sapere che l’indolenza di alcuni, la disponibilità al compromesso di altri, la corruzione di altri ancora… hanno rischiato di vanificare il coraggio e l’impegno trasparente di alcuni servitori onesti e puliti dello Stato.
Quella legge che avevamo ottenuto nel 1996 con un milione di firme e che era costata la vita di Pio La Torre, aveva intuito l’importanza di colpire le mafie nel cuore dei loro interessi e nello stesso tempo poneva un segno forte di riscatto e di liberazione sul territorio. Si trattava di trasformare il frutto del sopruso e della prepotenza in bene posto a servizio della comunità: l’uso sociale dei beni confiscati alle mafie.
Oggi più che mai abbiamo contezza dell’importanza di quell’intuizione e per questo già nel 2006 chiedevamo di renderla più efficace liberando i beni dalle ipoteche bancarie, creando un’apposita agenzia per la gestione dei beni stessi e la diffusione a livello europeo dello stesso dispositivo. Abbiamo sperimentato quanto sia importante non lasciare mai soli i testimoni di giustizia e i familiari delle vittime innocenti di mafia, abbiamo compreso quanto sia fondamentale preservare la memoria per non regalare al malaffare pezzi preziosi della storia delle nostre comunità, sappiamo che è illusorio sconfiggere le mafie se non si prosciuga il contesto grigio di mentalità, di connivenze, di contiguità con la malavita. Questi obiettivi possono essere raggiunti solo con lo sforzo convergente di tutti: politica, informazione, economia… Ogni giorno ci convinciamo di più che una seria politica del lavoro è una politica contro le mafie, che il rispetto dei diritti di tutte e di tutti restringe lo spazio delle mafie, politiche sociali attente alle persone sono politiche autenticamente antimafia. Sono queste le idee guida che si confronteranno per trovare maggiore forza nel cammino di liberazione del nostro Paese. Lo vediamo anche come un contributo alla lotta contro tutte le mafie del mondo che hanno trovato nutrimento e forza dal processo di globalizzazione e che prosperano anche grazie ai collegamenti transnazionali nelle più diverse attività malavitose. Si intrecciano i destini e anche le speranze che intendiamo rafforzare concretamente in questi giorni.



Responsabile area internazionale di Libera
Tonio Dell’Olio
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giovedì 22 ottobre 2009

Il "Papello" stato-mafia



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Se il "Papello" parlasse del '94, Biondi e Maroni sarebbero in manette

Sono ormai giorni che si parla di questo cosiddetto "papello" che conterrebbe la prova provata di una trattativa segreta tra lo Stato, atterrito dagli attentati contro Falcone e Borsellino, e i rinvigoriti vertici della mafia per evitare nuove stragi. L'impressione prevalente, anche per chi non è un esperto di questioni mafiologiche, è che si tratti di una gigantesca bufala.

Eppure la vicenda ha messo in moto i ricordi e le contraddizioni di Luciano Violante, all'epoca presidente della Commissione Antimafia; ha portato alla testimonianza del procuratore antimafia, Pietro Grasso, che accredita l'ipotesi della trattativa segreta; ha indotto Pierluigi Battista a chiedersi giustamente perché sia stato possibile trattare con Cosa Nostra per salvare la vita ad altre potenziali e illustri vittime di attentati e non fare altrettanto con le Br per salvare la vita di Aldo Moro.

E ancora, sempre sull'onda del papello, si sono risvegliati i ricordi di Claudio Martelli, l'allora ministro delle Giustizia, che ha raccontato ai magistrati di Palermo i suoi sopetti sulla trattativa con i boss. Tanto che alla fine, l'attuale vicepresidente del Csm, Nicola Mancino, all'epoca delle stragi ministro dell'Interno, si è sentito in dovere di scrivere al Corriere della Sera per testimoniare della sua estraneità ad ogni ipotesi di trattativa e lo stesso ha fatto Enzo Scotti, suo predecessore come guardasigilli, in varie interviste su radio e giornali.

Insomma bufala o no, qualcosa, per colpa di quel papello, si è messo in moto e non è qualcosa di limpido.

Una cosa però a me sembra assolutamente lampante: se quelle vicende, quelle stragi, si fossero svolte non nel 1992, durante i governi Amato e Ciampi, ma solo un paio d'anni dopo, nel 1994 in coincidenza con il primo governo Berlusconi e la nascita di Forza Italia, oggi il clima sarebbe molto diverso.

Non avremmo Mancino che dal suo scranno al Csm manda cortesi lettere di precisazioni al Corriere, ma avremmo l'allora (e attuale) ministro dell'Interno, Roberto Maroni già sotto accusa; e non avremmo Martelli intervistato a Anno Zero, ma l'allora ministro della Giustizia, Alfredo Biondi sarebbe forse già in manette.

Se la più vaga ipotesi di una trattativa tra Stato e mafia avesse avuto come scenario il primo governo di Silvio Berlusconi, oggi avremmo La Repubblica di Mauro in armi, appelli con milioni di firme per chiedere le dimissioni del premier in prima pagina, cortei antimfia per le città di tutta Italia al grido "chi non salta mafioso è", e tutti in marcia in calzini turchesi. I giornali di mezzo mondo avrebbero in copertina Berlusconi con coppola e lupara.

Se Marcello Dell'Utri è stato condannato a nove anni di carcere in primo grado con l'accusa di "concorso esterno in associazione mafiosa" per aver raccomandato Vittorio Mangano al posto di stalliere ad Arcore, pensate cosa avrebbe rischiato un ministro berlusconiano o lo stesso presidente del Consiglio se su di loro fosse caduto il sospetto di aver svenduto lo Stato ai boss.

Il papello invece rimanda ad un'altra epoca, ad altri interessi e ad altri potenti. Così tutto appare più composto e misurato, un minuetto di dichiarazioni e di complimenti reciproci, all'insegna della prudenza istituzionale e del fair play. Mancando l'ingrediente berlusconi, anche la sapida zuppa del papello suscita scarsi e svogliati appetiti.


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Calabria, traffici di rifiuti tossici

In Calabria toccato il fondale

Misteri irrisolti, traffici di rifiuti tossici e di materiale nucleare arrivato fino a Saddam, 'ndrangheta: sono le tessere del puzzle delle «navi a perdere». Al centro, le comunità locali, che finalmente si ribellano e il 24 manifestano ad Amantea

Le «navi dei veleni» sono finite anche sulla prima pagina del Financial Times, che con un’ampia e un’articolata ricostruzione dei fatti arriva fino a Rotondella [Matera], costa ionica della Basilicata, dove negli anni ’60 è stato realizzato un altro pezzo della fallimentare epopea nucleare italiana. Qui c’è l’Impianto trattamento elementi combustibile, meglio noto come Itrec di Trisaia [località del comune di Rotondella], una sorta di impianto di riprocessamento del combustibile nucleare irraggiato, gestito prima dall’Enea e poi preso in carico dalla Sogin. Nel corso degli anni, l’Itrec è stato al centro di diverse indagini perché sospettato di produzione clandestina e traffico di plutonio e sostanze radioattive, oltre che di violazione dei regolamenti relativi alla custodia di materiale radioattivo. Tra i vari filoni delle inchieste, uno ha riguardato anche il plutonio manovrato dalla ‘ndrangheta e fatto arrivare all’Iraq di Saddam Hussein quando era ancora alleato dell’occidente. Storie e indagini che portano l’autorevole quotidiano economico britannico a parlare dei problemi che questa complicata questione starebbe provocando alla politica di rilancio dell’energia nucleare dell’attuale governo Berlusconi. Viene così offerta un’ulteriore chiave di lettura della vicenda delle «navi a perdere», ignorate per almeno una ventina di anni, nonostante le inchieste di magistrati e le denunce di associazioni ambientaliste e giornalisti.
Dei traffici nucleari che arrivano fino all’Iraq di Saddam, ma anche al Dc9 di Ustica, scrive Paride Leporace sul numero di Carta in edicola dopodomani, dedicato alla «Calabria a perdere». Uno speciale che raccontata, appunto, anni di inchieste indipendenti e di faldoni vaganti fra procure, riguardanti un territorio fuori dal controllo dello Stato [Francesco Cirillo], ma anche la rabbia dei calabresi di oggi, dopo la scoperta del relitto di una nave a largo di Cetraro, contenente con molta probabilità rifiuti tossici e forse anche nucleari. La manifestazione di sabato prossimo, il 24 ad Amantea, in provincia di Cosenza, vuole chiedere conto dei tanti misteri irrisolti e dell’avvelenamento delle coste e del mare calabrese [Claudio Dionesalvi]. Una protesta che coinvolge praticamente tutta la Calabria e anche molto sud, ma che tocca nel vivo soprattutto le comunità colpite dall’emergenza dei rifiuti tossici e delle scorie radioattive. Ieri una cinquantina di sindaci della costa e dell’entroterra cosentino hanno manifestato davanti a palazzo Chigi, a Roma, e poi hanno diffidato il governo affinché «intervenga urgentemente per risolvere la situazione di grave allarme creatasi nella zona del Tirreno cosentino e in tutta la Calabria. Si registra – hanno detto i sindaci – un clima emergenziale tale, in termini di tutela della salute collettiva, da mettere in serio pericolo l’ordine pubblico, già tradizionalmente a rischio per l’alta presenza mafiosa». La loro preoccupazione è tale da chiedere al governo «l’attivazione di tutte le procedure ordinarie e straordinarie, compresa la possibilità di ricorrere al commissariamento di protezione civile». Forse, non è proprio l’idea vincente, ma la tensione è alta. Questa mattina, i pescatori di Cetraro hanno manifestato all’arrivo del sottosegretario all’ambiente, Roberto Menia, in Calabria per un sopralluogo e per incontrare i magistrati della direzione distrettuale antimafia di Catanzaro e gli enti locali coinvolti. I pescatori hanno rappresentato le loro difficoltà, dovute innanzitutto al netto calo delle vendite del pesce pescato in quella zona, «segnato» ormai dall’allarme suscitato dalla presenza della «nave dei veleni». Un «marchio» che sta mettendo in ginocchio le economie locali, aggravando ulteriormente il disagio di popolazioni già provate dalla preoccupazione per la propria salute e per la gravissima compromissione di tutto l’ambiente costiero e marino.

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Il posto fisso

Il posto fisso

Giuliano Santoro


Premesso che la sparata di Giulio Tremonti sul «posto fisso» è una delle affermazioni più ipocrite che si sia mai ascoltata sulla terra da quando l’uomo ha inventato le agenzie stampa, un vero schiaffo al popolo di precari che subisce la crisi economica, e preso atto di quanto le parole del ministro dell’economia siano legate alle manovre intestine al centrodestra, potremmo persino prendere sul serio la provocazione del Mago dei condoni e della finanza creativa.
Perchè quelle parole sul «posto fisso», come base solida della famiglia pilastro della società, rappresentano la chiusura di un cerchio. Segnano un passaggio coerente del progetto che Tremonti sta cercando di portare avanti da un paio d’anni a questa parte. Non c’è nulla di male, naturalmente, nel desiderare un impiego stabile e garantito. Non è di questo che stiamo parlando. Il fatto è che ci sono dei piccoli particolari che trasformano il «posto fisso» tremontiano in un disegno profondamente reazionario. Non è difficile capire che Tremonti cerca di disegnare la nuova destra quando immagina una società in cui il lavoro torni ad essere ciò che era più di venti anni fa, e affianca a questo auspicio irrealizzabile elementi inquietanti il ritorno del protezionismo economico, la difesa dei sacri confini nazionali [o micro-nazionali] dalle migrazioni e il sogno di un fantomatico dietrofront verso una non meglio definita «economia reale» fatta di sudore e lacrime contrapposta a una altrettanto misteriosa «economia finanziaria» fatta di complottardi al servizio di non si sa bene chi. Tremonti segue da troppo le vicende dell’economia globale per pensare che queste cose si possano fare davvero, ma in questo modo cerca di garantire un posto fisso per le destre al governo del paese. Anche dopo Berlusconi.

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mercoledì 21 ottobre 2009

DIVERSIVO DI La Russa

Ignazio La Russa è personaggio terribilmente televisivo ormai classico, e già questo dovrebbe suscitare, forse, un qualche simposio sui pregi di certa fisiognomica.

 Ascoltate intanto un po’. Ciononostante, da qualche tempo la televisione migliore rischia d’essere quella che non sgorga dal tubo catodico (o dallo schermo al plasma) semmai da Internet. Parlo della televisione che nasce perfino dal semplice passante che d’improvviso si accorge di un fatto, un’ingiustizia quindi, già che si trova lì, punta il proprio telefonino e registra l’evento, tutte cose che da lì a poco caricherà in Rete, ed ecco la conferma al nostro assunto: le migliori perle televisive ultimamente vivono davvero alla larga dall’apparecchio fisso. Si tratta soltanto di andarle a cercare su YouTube, per esempio. La perla recente più esemplare del nostro settore, mostra Ignazio La Russa ospite del Columbus Day di New York. Dinanzi a una contestazione da parte di alcuni connazionali presenti nella Grande Mela con cartelli che mostrano il viso di Berlusconi, il nostro ministro della Difesa pensa bene di rispondere al facinoroso dandogli del “pedofilo!” Nel dettaglio: c’è la parata su Columbus Avenue.

C’è La Russa in veste di autorità italiana a bordo, come JFK, di un’auto scoperta. Ci sono i manifestanti (forse due) di “Qui New York libera” che innalzano cartelli e gridano: “Ignazio, lo stato non può trattare con la Mafia, se Mangano è un eroe, Borsellino cos’è?” Fa finta di niente, La Russa, e intanto l’auto ha modo di guadagnare qualche metro. Quelli però lo seguono imperterriti, continuando a porgli il quesito di cui sopra. Va avanti così finché La Russa non mette in atto una certa tecnica diversiva acquisita nel tempo, la stessa che adottata con Piergiorgio Odifreddi poche settimane prima a “Porta a Porta”: “Lei mi fa schifo, non voglio sentirla,” aveva urlato convinto così di mettere a tacere un possibile “vilipendio” all’autorità religiosa da parte del matematico.

Tornando a New York c’è nuovamente La Russa che urla: “Mi ricordo, sei un pedofilo!” Testualmente così rivolto sempre ai contestatori. E ancora: “Vergognati, mi ricordo cosa facevi alle bambine”. La scorta del ministro prova a chiedere l’intervento degli agenti newyorkesi, ma quelli gli spiegano che il diritto di protesta negli Usa è pratica diffusa, legittima.

Fino a ieri riconoscevamo a Ignazio La Russa la faccia giusta, perfetta per l’opera dei pupi. Il volto ideale da applicare a uno dei “mori”, dei “saraceni”, degli “infedeli”, un volto che l’artigiano, il geppetto puparo realizza marcando appunto sguardo puntuto, barba non meno aguzza e incarnato nero-pece. Da oggi prendiamo atto che, in realtà, il personaggio è a ben più ampio spettro. Rappresenta la secolarizzazione berlusconiana di quel certo “autoritarismo” che una volta, magari per semplice amore di brevità, usavamo dire “fascista”, ma questo accadeva quando l’unica televisione possibile era ancora quella che si vedeva con un Voxson, oggi che c’è la Rete non c’è più bisogno di chiamare in causa i fantasmi del passato, di fronte all’abuso e alle insinuazioni di potere si dice più sinceramente paese mio.

link: www.teledurruti.it

da Il Fatto Quotidiano n°24 del 20 ottobre 2009
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Tremonti scopre il posto fisso

Perchè Tremonti scopre il posto fisso

Giulio Tremonti scopre il fascino del posto fisso: “Non credo che la mobilità di per sé sia un valore, penso che in strutture sociali come la nostra il posto fisso è la base su cui organizzare il tuo progetto di vita e la famiglia”, e ancora “la variabilità del posto di lavoro, l’incertezza, la mutabilità per alcuni sono un valore in sé, per me onestamente no”. Certo, parlava alla Banca popolare di Milano, dove i posti si tramandano di padre in figlio e - va ricordato - nella sua attuale incarnazione il ministro che fu teorico della finanza creativa è diventato da tempo un nostalgico del passato, il primo difensore di un modello economico armonico (e un po' bucolico) che non è mai davvero esistito.

In questa legislatura Tremonti ci ha abituato a dichiarazioni pubbliche scollegate da ogni conseguenza politica, esternazioni sul commercio internazionale, sui banchieri, sugli economisti, sui petrolieri, sui paradisi fiscali a cui (spesso per fortuna) non seguiva niente di concreto. A cui corrispondevano silenzi su tutto il resto, a cominciare da Alitalia di cui era, come ministro, il primo azionista. Ma i giornali e il dibattito politico rispondono sempre secondo il copione: pensosi editoriali, interviste a cantautori o intellettuali, sempre uno a favore e uno contro.

Ma il governo? Tremonti pensa davvero di ridurre la precarietà in Italia? E se sì, come? Si potrebbe intervenire sugli ammortizzatori sociali, per rendere il lavoro provvisorio flessibile e non precario, aiutando chi perde il posto di lavoro. Ma il governo non vuole farlo, Brunetta dice che abbiamo già “il miglior sistema del mondo”. Si potrebbero abolire alcune forme di contratto a tempo determinato, ma significherebbe scardinare una struttura produttiva ormai consolidata da più di dieci anni. E chi la sente poi la Confindustria?

Oppure si può lanciare il tema, discuterne fino alla prossima dichiarazione e poi lasciarlo cadere.

Intanto Tremonti ha già incassato un duplice risultato: ha dimostrato che in Italia non c'è bisogno di una sinistra, perché il Pdl (e lui nello specifico) può contenere al suo interno tutto l'arco di posizioni culturali, dagli ultraliberisti alla sinistra no-global. Secondo: ha fatto sparire dall'apertura delle pagine economiche di giornali e tg la notizia che l'Antitrust indaga le Poste Italiane per abuso di posizione dominante, proprio le Poste che dovranno essere il cardine della Banca del Mezzogiorno voluta dal ministro.


DI STEFANO FELTRI
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martedì 20 ottobre 2009

Il “papello” c’è e prova la trattativa stato-mafia





. Il “papello” c’è e prova la trattativa , Ciancimino consegna una copia del documento redatto da Riina


di Lorenzo Frigerio


Adesso sembra che siamo arrivati finalmente ad un punto di non ritorno nella ricostruzione della tragica estate di sangue e dolore del 1992.
Se fino a questo momento si era potuto favoleggiare sulla sua esistenza o meno, finanche dopo le ultime rivelazioni della scorsa settimana ad “Anno Zero” e le successive dichiarazioni rilasciate dai protagonisti di quelle vicende, ora a confermare l’esistenza di una trattativa tesa a chiudere la stagione delle stragi arriva la cosiddetta prova regina, il famigerato “papello” di Totò Riina, consegnato poche ore fa ai magistrati siciliani dall’avvocato di Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco di Palermo, un tempo potente leader democristiano e, poi sul finire della sua vita, fulcro della contrattazione vera e propria tra le istituzioni e la mafia.
Ancora qualche giorno fa, da Firenze, il magistrato Antonio Ingroia aveva dichiarato: “una serie di risultanze ci fanno credere che il papello esista. Sapremo presto se riusciremo a venirne in possesso. Se si dovesse trovare il papello sarebbe la prova tangibile che la trattativa fra mafia e Stato non solo è esistita ma anche iniziata. Non sarebbe la fine ma l'inizio delle indagini per scoprire fino a che punto è arrivato quel tentativo”.
Ora il documento in questione c’è, ed è stato fornito in copia alla Procura della Repubblica di Palermo: si attende ora l’originale prima di inoltrarlo al vaglio dei periti e alla Procura di Caltanissetta che ha riaperto le indagini sull’uccisione di Paolo Borsellino.
Il cosiddetto “papello” non è altro che un semplice foglio di carta che contiene, scritto a mano ed in stampatello, l’elenco delle richieste avanzate dai boss allo Stato, in cambio di una nuova pax mafiosa. Il foglio dalle mani di Riina sarebbe transitato in quelle del boss Antonino Cinà, che lo avrebbe recapitato a Massimo Ciancimino, perché fosse suo padre a consegnarlo ai carabinieri del ROS, il colonnello Mori e il capitano De Donno. E di questa avvenuta consegna nelle mani di Mori vi sarebbe testimonianza in un post-it allegato al foglio in questione. Su questo delicato punto sono previsti ulteriori accertamenti, anche perché i due ufficiali hanno sempre negato l’esistenza di un qualsiasi documento del genere.
Uno dei primi a parlarne fu Giovanni Brusca, il boia che premette il pulsante che fece detonare l’esplosivo sull’autostrada che costò la vita a Falcone e agli altri il 23 maggio.
Vediamo in sintesi i dodici punti, così come è stato possibile ricostruirli sommariamente in attesa di vedere questo documento nella sua versione originale.

1. Revisione della sentenza del maxi processo
2. Abolizione della legislazione sui “pentiti”
3. Revisione della legge sulla confisca dei beni
4. Annullamento del decreto contenente l’art.41 bis
5. Revisione della legge Rognoni - La Torre
6. Introduzione per i condannati per mafia dei benefici legati alla dissociazione
7. Chiusura delle supercarceri di Pianosa e dell’Asinara
8. Abolizione della censura sulla corrispondenza postale con i familiari
9. Trasferimento nelle carceri vicine alle famiglie
10. Arresti per mafia solo in flagranza
11. Arresti domiciliari per gli ultrasettantenni
12. Defiscalizzazione della benzina in Sicilia

Sgrammaticature e ingenuità costellerebbero l’originale. Ne segnaliamo una su tutte che può strappare un sorriso amaro: “fragranza” anziché “flagranza” per definire l’unico arresto possibile secondo i boss mafiosi. Mentre la defiscalizzazione della benzina, sulla falsariga di quanto avviene in altre realtà a statuto autonomo, sembra essere più una mossa elettorale ad effetto, per accattivarsi la simpatia dell’opinione pubblica. Anche su questi ed altri elementi si rende necessario il vaglio di periti esperti che possano datare esattamente il documento e soprattutto comprovarne l’origine.
Il riferimento all’abolizione del decreto contenente l’articolo 41 bis sarebbe l’elemento fondamentale che porta a far risalire la data dello scritto al mese di giugno 1992, quando non vi era ancora stata la conversione in legge della previsione del regime detentivo differenziato per gli affiliati alle cosche.
Solo accertate queste fondamentali premesse, si potranno disporre le ulteriori indagini tese a verificare quale fu l’esito della trattativa. Di sicuro c’è che dopo l’uccisione di Borsellino, i boss spinsero in avanti la loro strategia di violenza, fino ad arrivare nel 1993 in continente con le stragi a Roma, Milano e Firenze. E solo dopo queste ulteriori ferite al Paese, arrivò uno stop alla stagione di sangue voluta per reagire alla sentenza della Corte di Cassazione che sanciva le condanne del maxi processo e, contemporaneamente, sancire la fine di un’era di pacifica coabitazione, solo interrotta lugubremente dagli omicidi di quanti non rispettavano questa sorta di pax imposta.
Dodici punti quindi, dodici proposte per arrivare ad una tregua tra le istituzioni e la mafia. Quei dodici punti sono molto probabilmente, per non dire sicuramente, l’origine principale dell’accelerazione dei preparativi della strage di via D’Amelio. Paolo Borsellino, infatti avrebbe reagito sdegnosamente all’ipotesi di arrivare ad un accordo con gli assassini del fraterno amico e collega di sempre, Giovanni Falcone, ucciso il 23 maggio dello stesso anno a Capaci, lungo lo svincolo dell’autostrada che porta a Palermo. E avrebbe pagato con la vita lui e gli agenti di scorta quel pomeriggio di luglio del 1992.
Sul suo sito web “L’Espresso” ha pubblicato in queste ore alcune fotografie di una sorta di “papello bis”, cioè un ulteriore allegato, costituito dalle osservazioni scritte a mano dallo stesso Vito Ciancimino, tese ad ammorbidire in parte le richieste mafiose perché potessero essere prese in considerazione dallo Stato. Su questi fogli è possibile anche individuare i nomi di Mancino e Rognoni, già ministri dell’Interno del nostro paese.
Nicola Mancino, oggi vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura, continua a negare l’esistenza di una trattativa, anche nel corso di questa settimana quando l’ex ministro della Giustizia Claudio Martelli e la più stretta collaboratrice di Giovanni Falcone, Liliana Ferraro, hanno ripetuto ai giudici di Caltanissetta quanto dichiarato dal primo nel corso della trasmissione di Santoro andata in onda la settimana scorsa e cioè che De Donno avrebbe detto alla Ferraro della trattativa, suscitando la reazione di lei che avrebbe chiesto di riferirne a Borsellino, provvedendo poi ad avvisarlo personalmente di quanto si stava facendo a sua insaputa.
Restano ancora molti dubbi, in attesa di verificare la verità storica rappresentata nel “papello”.
Perché Massimo Ciancimino sembra distillare goccia a goccia le vicende di cui è a conoscenza? Perché Martelli e Ferraro non hanno confermato prima di oggi la visita di De Donno in cui si raccontava della trattativa in essere?
Perché Mancino fu chiamato a sostituire Vincenzo Scotti alla guida del Viminale, mentre Martelli fu confermato al suo posto dal nuovo presidente del Consiglio Amato?
Perché Mancino, Mori e lo stesso De Donno continuano a negare l’esistenza di una trattativa?
Sono solo alcuni dei perché ai quali occorre rispondere per arrivare ad una verità che oggi, forse, sembra più vicina.


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La lista della spesa del Pentagono

La lista della spesa del Pentagono

Antonio Mazzeo

Nuovi caccia, nuovi sottomarini, nuovi veicoli blindati. Il budget militare statunitense per il 2010 conferma la volontà di rendere inattaccabile la supremazia militare di Washington. Nel documento, anche disposizioni per trasferire truppe e mezzi dall'Iraq all'Afghanistan.

Dipartimento della Difesa degli Stati uniti d’America avrà a disposizione quasi due miliardi di dollari al giorno per finanziare le proprie missioni di guerra a livello planetario ed acquisire nuovi sistemi d’arma dal complesso militare industriale nazionale. Il Congresso, a stragrande maggioranza, ha approvato il National Defense Authorization Bill che assegna alle forze armate un budget da 680,2 miliardi di dollari per il prossimo anno. Il piano finanziario diventerà operativo subito dopo la firma del presidente Barack Obama, ma alcuni emendamenti approvati potrebbero creare qualche frizione all’interno dell’Amministrazione Usa.
Una parte consistente degli investimenti sarà destinata allo sviluppo del nuovo cacciabombardiere F-22 Raptor, destinato ai reparti di volo dell’Us Air Force. Si tratta senza dubbio del cacciabombardiere più costoso mai prodotto al mondo. Il suo prezzo si aggira intorno ai 361 milioni di dollari per unità e proprio per questo Washington ha dovuto abbandonare i vecchi programmi che puntavano all’acquisizione di 750 caccia, ridimensionando le commesse ai «soli» 187 approvati con il piano finanziario 2010. Ciononostante i nuovi aerei comporteranno una spesa finale superiore ai 63 miliardi di dollari.
Prodotti da Lochkeed Martin e Boeing, gli F-22 vengono classificati dal Dipartimento della Difesa come velivoli tattici per la supremazia aerea [Advanced Tactical Fighter – Atf] e d’attacco al suolo, le cui «prestazioni non sono comparabili a nessun aereo attualmente operativo o in fase di progettazione». L’F-22 è dunque un velivolo di incomparabile valore strategico per le odierne e future operazioni di «guerra globale», al punto che nel settembre 2006, con voto unanime, il Congresso ha vietato la possibilità di esportarne la tecnologia anche ai più fedeli paesi alleati Usa.
Per il 2010 si prevede inoltre una spesa di 512 milioni di dollari per consentire all’Us Navy di acquistare altri 9 caccia F/A-18E/F Super Hornet e 22 nuovi velivoli per la guerra elettronica EA-18G “Growler”. Sempre a favore della Marina militare è stato pienamente finanziato il programma di trasformazione e potenziamento delle portaerei e di altre importanti unità da combattimento; inoltre è stata approvata la prima tranche di spesa per 19 miliardi di dollari per l’acquisto entro il 2014 di 8 sottomarini a propulsione nucleare della classe Virginia, che si aggiungeranno agli 8 già operativi. Grosse acquisizioni anche per le forze terrestri. Il Congresso Usa ha infatti autorizzato la spesa di 6,7 miliardi di dollari per lo sviluppo e la produzione del nuovo veicolo blindato anti-mine “M-ATV”, prodotto dal consorzio Northrop Grumman – Oshkosh Defense Corporation. I primi prototipi dell’“M-ATV” sono stati testati l’estate scorsa dagli uomini della 173esima Brigata Aviotrasportata dell’US Army di Vicenza, in occasione di un’esercitazione tenutasi nelle colline di Hohenfels [Germania]. Complessivamente il Pentagono prevede l’acquisizione di 4.296 blindati, 2.244 già commissionati nel giugno 2009 e che dovrebbero essere in buona parte realizzati entro il marzo 2010 per operare nei teatri di guerra di Iraq, Afghanistan e Pakistan. Il budget della Difesa per il 2010 assicura inoltre altre importanti acquisizioni da parte dell’US Army, in particolare elicotteri da guerra AH-64 Apache, UH-60 Blackhawk, UH-72 Lakota, OH-58 Kiowa Warrior e CH-47 Chinook.
560 milioni di dollari sono invece previsti per nuovi programmi di sviluppo del cacciabombardiere multiruolo F-35 Lightning II, finalizzati in particolare alla realizzazione di un nuovo motore del velivolo. Si tratta, in quest’ultimo caso, di una spesa di 420 milioni non prevista originariamente dal Pentagono e la cui approvazione è all’origine del conflitto tra il Congresso e il Segretario della Difesa, Robert Gates. «Non esiste assolutamente la necessità di modificare il motore esistente», ha dichiarato Gates, che ha pure minacciato di chiedere al Presidente Obama di porre il veto all’emendamento approvato.
Prodotto dal consorzio statunitense Lockeed Martin – Northrop Grumman e dalla britannica BAE Systems, l’F-35 è dotato di capacità stealth e viene utilizzato per il supporto aereo ravvicinato e il bombardamento tattico. A differenza però del cacciabombardiere F-22, l’F-35 è destinato in buona parte all’esportazione ai paesi partner. Nove di essi [Australia, Canada, Danimarca, Gran Bretagna, Israele, Italia, Paesi Bassi, Norvegia e Turchia] hanno già dato la loro disponibilità a concorrere al finanziamento delle prime fasi di sviluppo del nuovo caccia, per cui è prevista una spesa di 4,37 miliardi di dollari. L’Italia, in particolare, è pronta a fare la sua parte, impegnandosi con un contributo di un miliardo di dollari, per consentire ad Alenia [gruppo Finmeccanica] di concorrere all’assemblaggio di una parte delle componenti di volo. Il governo italiano punta inoltre a dotare l’Aeronautica e la Marina Militare di 131 velivoli F-35, buona parte nella versione a decollo corto e atterraggio verticale.
Il National Defense Authorization Bill autorizza pure lo stanziamento di 7,5 miliardi di dollari per «l’addestramento e l’equipaggiamento dell’esercito e della polizia nazionale afgana» e 700 milioni di dollari a favore di militari e poliziotti del Pakistan per rafforzare i presidi e i pattugliamenti delle frontiere con l’Afghanistan. Il Congresso ha infine autorizzato il trasferimento di attrezzature e mezzi Usa presenti attualmente in Iraq alle forze di sicurezza nazionali e a quelle dell’Afghanistan.

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lunedì 19 ottobre 2009

Uova contro pallottole, un racconto dall'Honduras

Uova contro pallottole, un racconto dall'Honduras

Stella Spinelli www.peacereporter.org

Da Peacereporter. La voce della resistenza anti golpe, dove uomini e donne sfidano le armi pacificamente per traformare il paese da pollaio degli Usa a democrazia.

«In Honduras c’è stato un colpo di stato il 28 giugno e da allora c’è un popolo che sta resistendo contro una situazione che noi non abbiamo voluto, ma nella quale ci hanno obbligato a vivere. La nostra è una resistenza pacifica. È un popolo che conta arrestati, feriti, morti, scomparsi. Le cifre ufficiali parlano di 18 morti, ma gli organismi internazionali in difesa dei diritti umani ne indicano 4 e sono coloro che hanno perso la vita durante le manifestazioni. Le altre sono morti extragiudiziali, che necessitano di indagini accurate. I feriti sono invece 300, da catene di metallo e pallottole. Abbiamo 3 mila detenuti illegalmente e 39 persone in sciopero della fame per protestare contro la detenzione scattata per aver difeso nell’Istituto agrario nazionale il proprio diritto alla titolazione delle terre. Dodici indigene lenca, alcuni minori, hanno ottenuto asilo politico nell’amabsciata guatemalteca. E c’è un popolo intero perseguitato in maniera costante. Le accuse principali sbandierate agli arrestati sono di non rispettare il coprifuoco o, per quelli del Frente, sedizione».

Usa parole semplici e ben scandite Betty Matamoros, 47 anni, responsabile del settore internazionale del Frente contra el golpe en Honduras. La incontriamo nella sede di Mani Tese, a Milano, e con pacatezza ci accompagna nelle complesse pieghe delle politica, della società e delle leggi honduregne, con l’intento di spiegarci dove andrà il suo popolo, che affronta le pallottole armato di uova e fantasie di un migliore Honduras possibile.
«Vorrei spiegare cos’è il coprifuoco. In Honduras abbiamo garanzie individuali di protezione scritte nella Costituzione e un decreto firmato dal presidente golpista, Roberto Micheletti, ce le ha tolte. Questo significa che possiamo essere presi per strada o in casa e violentati nei nostri diritti. Questa sospensione non è solo per chi resiste, ma per tutto il popolo. Un’offesa per tutti».

In Honduras, dunque, c’è una resistenza del tutto pacifica, nonostante i golpisti siano armati fino ai denti?
In questo senso è necessario ripercorrere la storia del Centroamerica, dove sono tre i paesi che hanno subìto periodi di violenza armata che hanno lasciato sul terreno innumerevoli morti. Noi honduregni abbiamo imparato da queste esperienze dei paesi vicini che le armi non sono una soluzione, bensì organizzarci in maniera pacifica e agire in nome della non violenza. La resistenza di oggi è nata in trenta anni, sono trenta anni che stiamo forgiando questo movimento per affrontare i problemi della nostra regione. Per questo abbiamo invitato tutti a resistere pacificamente per chiedere cambiamenti reali e radicali. Abbiamo un paese pieno di diseguaglianze. L’ottanta percento vivono in povertà e di questo, il 35 vive con meno di un dollaro al giorno. Eppure il nostro paese è ricchissimo di risorse naturali, che però vengono godute da pochi. Così come la terra, la maggioranza è nelle mani di pochissimi e gli altri non hanno un pezzetto di terra da coltivare per sopravvivere. E’ l’insegnamento della storia che ci ha portato a una forma di resistenza pacifica e popolare che vuol dire al mondo che noi siamo capaci di resistere. Se avessimo iniziato una guerra civile, non staremmo, ora dopo tre mesi, ancora resistendo con un immenso appoggio popolare. Avremmo già i militari Usa nel paese.

Che ruolo hanno avuto e hanno, direttamente o indirettamente, gli Stati Uniti nel golpe?
Un vincolo molto forte. La oligarchia economica Usa ha le mani in pasta in quanto è accaduto. Storicamente siamo il pollaio degli Usa e se viviamo in questa misera condizione è perché loro ci tengono in questa situazione. E adesso anche l’Unione europea vuole adottare il medesimo comportamento con i paesi centroamericani, negoziando un accordo di libero scambio simile al Cafta, tanto dannoso per i nostri popoli. Anche se raccontano che i due accordi commerciali sono distinti, la base che usano resta il Cafta. Parlano di tre punti: il dialogo politico, ma in occasione del golpe non hanno partecipato al dialogo politico; la cooperazione internazionale; e l’aspetto commerciale, ma tutto in un ottica di libero scambio.

E l’Alba, l’Alternativa bolivariana per le Americhe promossa da Hugo Chavez, invece?
Dopo l’entrata in vigore del Cafta e la presa di coscienza dei primi effetti negativi sul paese, i movimenti hanno fatto pressione sul governo affinché ricercasse un’alternativa. E quale migliore alternativa se non l’Alba? Quindi l’Honduras ha aderito. Noi crediamo fermamente nelle riforme sociali che l’Alba promuove. Certamente ha una parte commerciale, ma non è il libero commercio. E per questo continuiamo a pensare che l’Alba sia l’unica opzione per l’America latina. Ma per l’oligarchia economica questo ha voluto dire tornare indietro rispetto ai vantaggi ottenuti con il Cafta. L’Alba non permette che la gestione dei fondi sia data in mano ai privati. Non prevede intermediari. La gente ne attinge direttamente. E tutto ciò che nasce come idea di riforma del ruolo del popolo le oligarchie lo definiscono socialismo e entrano nel panico. E per questo hanno promosso una campagna che avverte che il comunismo sta avanzando in Honduras, con tanto di slogan: i comunisti mangiano i bambini! E come bloccare una tale campagna di disinformazione, se il novanta percento dei mass media è in mano loro? Questo è uno dei più grandi problemi che abbiamo nel paese, dato che gli unici due mezzi d’informazione indipendenti che avevamo sono stati chiusi dopo il golpe.

È appurato che il Movimento non si può esaurire nella definizione pro Zelaya, inquanto viene da molto più lontano e non si esaurisce nel sostenere un presidente. L’obiettivo è infatti ottenere un’assemblea costituente e una nuova magna charta che rifondi il paese ex novo.
L’idea di un’assemblea costituente in Honduras non è un’idea nata da Zelaya, ma è una richiesta che i movimenti sociali e popolari portano avanti dal 2005. Tutto è nato quando il Cafta ha messo in secondo piano la Costituzione in vigore violando i diritti del popolo. Quindi, lottiamo per un’assemblea che possa ribaltare quanto è scritto nel trattato di libero commercio. E c’è una legge secondaria, a cui ci appelliamo, e che venne promulgata da Zelaya quando divenne presidente, che codifica la partecipazione cittadina. L’art. 5 di questa legge dà la possibilità al presidente di ricevere dal basso proposte di consultazione da rimettere poi al popolo honduregno. E così che le 40 mila firme per sollecitare una consultazione sull’assemblea costituente hanno raggiunto Zelaya. Che poi le ha fatte sue e ha iniziato a promuovere la questione. Questo è stato il suo passo falso: da allora l’oligarchia ha manipolato la vicenda, dicendo che Zelaya stava puntando a cambiare la Costituzione per rimanere al potere. Ma è assurdo.

Una tesi sposata dai principali media italiani, anche, come Corriere e Repubblica.
In realtà il 28 giugno si sarebbe chiesto al popolo se era d’accordo o meno a installare una quarta urna nelle elezioni del 29 novembre. La quarta urna sarebbe servita per raccogliere l’opinione popolare sul convocare o meno un’assemblea costituente. Se fosse stato sì, il tutto sarebbe passato nelle mani del Parlamento, quindi non era vincolante. Cosi, giuridicamente, non c’era nessun modo per cui Zelaya poteva restare in carica e lo aveva detto anche pubblicamente che non si sarebbe ripresentato. C’è di più, durante una riunione dell’Oea a Tegucigalpa Zelaya aveva addirittura firmato un documento in cui affermava che mai si sarebbe ricandidato, per questo l’Onu aveva inviato degli osservatori alla consultazione del 28 di giugno, che mai ebbe luogo perché quel giorno il presidente della Repubblica venne sequestrato. In alcuni seggi, in luoghi lontani dalla capitale, si votò perché la notizia del golpe tardò ad arrivare, ma dato che i golpistas dissero che tutti coloro che avrebbero continuato a parlare della consultazione sulla quarta urna erano penalmente perseguibili, non si è mai saputo il risultato di quelle poche schede.
Al di là di tutto, voglio precisare che il Frente non è zelaystas, rinunciamo volentieri a questo titolo, ma siamo convinti che almeno Mel abbia voltato almeno un po’ la testa verso il popolo. Per questo l’indignazione al golpe è stata così forte. Zelaya viene da un partito tradizionale, il partito liberale, ma ha teso almeno un dito della mano verso la gente povera.
*
E il popolo lo rispetta…*
E lo rivuole al posto che gli spetta di diritto. La resistenza è grande, numerosa, oltre ogni aspettativa. E questo anche perché anche il più piccolo popolo del più piccolo paese del Centroamerica ormai ha internet e il cellulare, e sono strumenti che ci sono serviti molto per mobilitare, informare, bypassare la censura. In ogni più piccola comunità honduregna c’è una forma di resistenza al golpe, sempre pacifica. In alcuni dei più remoti villaggi l’unica maniera per resistere è tirando le uova contro i politici. Il problema è che in cambio ricevono le pallottole dalle loro guardie del corpo.
Ma non si arrendono, non ci arrendiamo fino al cambiamento. Ci sono forme di resistenza tutte nuove, fantasiose come la bullaranga, ossia la gente se ne va nei propri quartieri e sfida coprifuoco e militari facendo chiasso e fracasso, e le forze dell’ordine non hanno modo di azzittirli, perché resistiamo sotto l’egida dell’articolo 3 della Costituzione, che dice che non dobbiamo obbedienza agli usurpatori e che ci dà diritto a insorgere. E abbiamo preso alla lettera questo articolo. E siamo coscienti di aver danneggiato molto l’oligarchia economica.

Quindi il Fronte contro il colpo di stato è un entità complessa e variegata?
È un insieme di entità unitesi dopo il golpe. Comprende artisti, donne organizzate, intellettuali, il partito politico di Zelaya, i socialdemocratici, il partito di sinistra, indigeni, afrodiscendenti, e a livello nazionale abbiamo la Coordinazione nazionale di resistenza popolare, nata nel 2003 con l’obiettivo di dare un’agenda comune ai movimenti honduregni, e di cui fa parte anche la Centrale operaia. Una costruzione di lotta che viene da trent’anni di storia. Con il golpe, ci siamo visti obbligati a organizzarci. Il popolo ha superato ogni speranza di movimento popolare nella sua risposta alla resistenza. Ciò che abbiamo dovuto fare è stato riunire la forza spontanea riversatasi nelle strade non modo da coordinarla e non far sì che si disperdesse sotto i colpi dei golpisti. Il nostro primo obiettivo: ordine istituzionale e costituzionale. Secondo: l’assemblea costituente. Terzo: rafforzare le organizzazione in difesa dei diritti umani per punire chi ha violato i nostri diritti, per evitare che si dimentichi, che cadano impunite queste colpe, in modo che questa situazione non possa più ripetersi né in Honduras né in America Latina. Il nostro slogan è «Hanno paura di noi, perché non abbiamo paura». Ci siamo assunti questo ruolo che ci ha consegnato la storia, per questo non abbiamo paura. Era importante uscire dall’Honduras per rompere l’isolamento mediatico internazionale e raccontare. Per questo sono qui. Per far si che i movimenti sociali che sostengono la resistenza honduregna continui a denunciare quel che accade e far pressione sui rispettivi governi, per evitare tutti insieme che i golpisti non restino impuniti.


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sabato 17 ottobre 2009

La privacy del giudice scomodo

La privacy del giudice scomodo


di Vittorio Roidi


Si discute di libertà di stampa. Non sarà mai troppa e quindi più se ne parla, meglio è. L’importante è che nessuno la voglia limitare, con leggi, con i decreti bulgari o con le intimidazioni. La censura è stata cancellata dalla Costituzione e bisogna stare attenti che non torni mai più, perché qualcuno a cui dà fastidio un articolo o un’intervista si trova spesso. Dunque, nessun questurino o pubblico ministero può impedire a un giornalista televisivo di usare la telecamera per riprendere un giudice: mentre va ai giardinetti o dal barbiere, per scrutare cosa fa e che vestito porta. Chissà. Vuoi mettere, un’inchiestina. sull’acconciatura dei magistrati, sui jeans o sui calzini che indossano! Il giornalismo è fatto di tante cose.
Però, se quel giudice – guarda caso – è proprio quello che ha conteggiato in 750 milioni di euro il risarcimento civile che la Fininvest della famiglia Berlusconi deve pagare alla Cir di De Benedetti, allora il cittadino-spettatore di quel servizio tv qualche domanda deve porsela: che notizia è? Che mi vuole far sapere quel giornalista? Perché proprio quel giudice? E se la televisione che manda in onda quel servizio è di proprietà della famiglia Berlusconi l’attenzione del cittadino deve raddoppiare. Libertà, autonomia di quel giornalista, ma per dare informazioni ai cittadini, o per infastidire un giudice scomodo?
La libertà di stampa, dice una legge, la 675 del 1996, può essere usata per invadere la vita privata delle persone solo a certe condizioni. Il giornalista ha il diritto di fare il proprio mestiere – pubblicando anche dati “sensibili” del protagonista di un fatto di cronaca - quando l’informazione è di “interesse pubblico” e se quel particolare è “essenziale” alla comprensibilità della notizia.
Non so chi il giornalista di cui stiamo parlando e non mi interessa. Ha fatto il proprio mestiere utilizzando la propria libertà, ma ne ha fatto un uso pessimo, perché il colore dei calzini e il taglio dei capelli di quel magistrato non interessano nessuno. Dunque: rischia una bacchettata dal Garante della privacy. Ma anche dal suo direttore, se almeno questo sa e vuole fare il giornalista.

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I «pacchi» natalizi di Berlusconi

I «pacchi» natalizi di Berlusconi

Anna Pacilli

Due annunci in due giorni: cantieri aperti il 30 novembre per la Tav e il 23 dicembre per il Ponte. Ma la Val di Susa non ci pensa proprio, mentre per la grande opera sullo stretto mancano sia il progetto che i soldi

«Non vorremmo che, pur di aprire un qualche cantiere, si spacciasse la realizzazione della bretellina ferroviaria di Cannitello [1-2 chilometri di linea] in Calabria, opera connessa al ponte, come l’inizio dei lavori. Sarebbe una beffa che, in qualche modo, tende a nascondere il danno già fatto a Calabria e Sicilia dirottando 1,3 miliardi di euro di fondi Fas destinati al sud a un’opera irrealizzabile per vincoli tecnici, economico-finanziari e ambientali, invece che destinarli al risanamento del territorio». E’ il commento del Wwf all’ultimo annuncio riguardante il Ponte sullo Stretto, fatto da Berlusconi due giorni fa a proposito dell’avvio dei lavori il 23 dicembre, alla vigilia di Natale. Una ipotesi improbabile, dice l’associazione, per almeno tre motivi: «non esiste ad oggi non solo un progetto esecutivo che consenta di aprire i cantieri del ponte, ma nemmeno il progetto definitivo che serve a completare la procedura di valutazione di impatto ambientale; si devono ancora rivedere e aggiornare i valori dell’offerta del general contractor [Gc] e le convenzioni tra la concessionaria pubblica Stretto di Messina Spa e il Gc capeggiato da Impregilo, che ha vinto la gara sulle progettazioni definitiva ed esecutiva e la realizzazione del ponte e delle opere connesse, sulla base di un maxiribasso che stimava il costo dell’opera 3,9 miliardi di euro, mentre il costo stimato dal Servizio studi della camera dei deputati 6, 3 miliardi di euro; infine, il governo non ha risorse per realizzarlo», riassume Stefano Lenzi, responsabile del settore legislativo del Wwf Italia, che la vicenda del Ponte la conosce a menadito.
Un «dettaglio» fondamentale quello della indisponibilità delle risorse necessarie: a oggi il governo, con la delibera del Cipe del 6 marzo scorso, ha destinato al Ponte 1,3 miliardi di euro, mentre l’opera costa cinque volte di più. In aggiunta, questi fondi non sono neppure immediatamente disponibili, ma «saranno centellinati di anno in anno dal Cipe, come stabilito dall’ultimo decreto anticrisi, decreto legge n. 185 del 2008», ricorda ancora il Wwf, che ha ricostruito la storia dell’opera in un breve dossier [www.wwf.it], che è anche la storia dei governi, da una parte, e delle mobilitazioni, dall’altra, degli ultimi sei anni. Fra le altre, vale la pena ricordare che il governo Prodi, a fine 2006, aveva cancellato il ponte sullo Stretto di Messina e dirottato la quota di 1.400 milioni di euro [in precedenza destinata alla ricapitalizzazione della Stretto di Messina Spa] ad altre infrastrutture e ad opere di tutela dell’ambiente e difesa del suolo in Sicilia e Calabria. Prima, il 14 ottobre, c’era stata a Roma una importante manifestazione nazionale contro la legge Obiettivo e le grandi opere, organizzata da movimenti territoriali [innanzitutto i NoTav della Val di Susa] e associazioni ambientaliste, insieme a Carta.
E proprio la Tav è l’oggetto del secondo annuncio in due giorni, con cui il governo prepara un pessimo periodo natalizio. «Entro la fine di novembre inizieranno i sondaggi geognostici per la definizione del progetto preliminare della Torino-Lione concordato con il territorio – ha detto ieri il ministro delle infrastrutture, Altero Matteoli, in occasione della conferenza stampa di presentazione del vertice sulle reti infrastrutturali trans europee, in programma a Napoli il 21 e 22 ottobre – Lunedì ci sarà una riunione a Torino all’Osservatorio della Torino-Lione per decidere i lavori propedeutici da far partire subito». Il ministro deve essersi distratto in questi ultimi tempi, altrimenti non parlerebbe di accordi con il «territorio»: in Val di Susa non solo non ci pensano proprio ad accettare l’alta velocità, ma i Notav hanno convinto molti esponenti locali del Pd dell’insensatezza dell’opera, tanto da provocare un terremoto dentro al centrosinistra piemontese, avvertito anche a livello nazionale.

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giovedì 15 ottobre 2009

Cunsky, Un'altra nave a Vibo?

Il muro di gomma in Calabria. Un'altra nave a Vibo?

Giuliano Santoro

Nonostante le grandi testate nazionali abbiano smesso di occuparsene, il mistero delle scorie affondate nei mari calabresi si intensifica giorno dopo giorno. Così, insieme alle strane manovre di insabbiamento di alcune procure e alla strategia del silenzio del governo nazionale, spuntano altri relitti...

Si infittisce il mistero attorno alle navi dei veleni affondate nei mari di Calabria, mentre le mobilitazioni e la rabbia montano di giorno in giorno. Ieri per la prima volta i pescatori di Cetraro, il comune di fronte al quale giace il relitto trovato grazie alle rivelazioni del pentito di ‘ndrangheta Francesco Fonti. I sindaci del Tirreno cosentino hanno costituito un «comitato permanente» che ha convocato i deputati e senatori eletti nella regione per martedì 20 ottobre a Roma «al fine di adempiere alla diffida con la quale i sindaci intimano al governo nazionale a rimuovere il relitto ritrovato a largo di Cetraro e coordinare azioni comuni che incalzino il Governo».
La notizia di oggi, però, arriva dal Quotidiano della Calabria, che la pubblica in esclusiva: è stato scoperto un altro relitto nel Vibonese. In seguito alle molte segnalazioni, scrive il giornale, «tra le tante verifiche compiute avrebbe dato esito positivo quella compiuta al largo della costa vibonese dove, con l’ausilio di un sonar, sarebbe stato individuato un altro relitto. Sugli esiti degli accertamenti viene mantenuto il massimo riservo e sono stati informati la magistratura e l’assessorato regionale all’ambiente».
«Il relitto potrebbe essere quello della Mikigan» afferma Legambiente sulla base della cartina della Oceanic Disposal Management Inc., «società creata dall’imprenditore Giorgio Comerio, per l’affondamento programmato di scorie radioattive nei fondali marini», agli atti della commissione parlamentare sul ciclo dei rifiuti. La nave era stata affondata il 31 ottobre 1986 dopo essere partita dal porto di Massa Carrara con un suo carico protetto da granulato di marmo. Sempre dal porto toscano era partita la Rigel, poi affondata con analoghe caratteristiche nel 1987 a largo di Capo Spartivento.
Un altro giornale locale, «il Quotidiano della Basilicata», avrebbe offerto numerose rivelazioni sconcertanti, questa volta sull’aspetto giudiziario. Secondo il direttore Paride Leporace, il pentito Fonti vuole deporre ancora ma si starebbe verificando di nuovo uno scontro tra procure, come era avvenuto tempo fa a proposito delle indagini Luigi De Magistris. Il procuratore di Catanzaro, Vincenzo Lombardo ha affermato ad un’agenzia di stampa: «Non abbiamo certezza sul fatto che quella scoperta a Cetraro sia davvero la nave Cunsky, come riferito dal pentito Francesco Fonti». Ha replicato l’assessore all’ambiente calabrese, Silvio Greco: «Non c’interessa il nome ma il contenuto di quella nave, ci interessa la bonifica». Oggi Greco ja cercato di placare gli allarmismi ma ha tenuto la barra dritta sulla richiesta di bonifica: «Al largo della costa calabrese ci sono almeno 150 relitti risalenti all’ultimo conflitto mondiale – ha affermato l’assessore da Bruxelles – Non si può parlare di rifiuti tossici se non si hanno prima i riscontri scientifici. Non mi risulta che siano a disposizione sonar in grado di rilevare la presenza di navi affondate in quella zona. Fino a quando non avremo riscontri scientifici, rischiamo solo di fare allarmismo». Diverso, aggiunge Greco, è il caso della nave localizzata al largo di Cetraro. «Quella è una situazione realmente preoccupante, perché abbiamo i filmati del relitto – prosegue l’assessore – Occorre che la nave, che si chiami Cunsky come dice il pentito o in un altro modo, sia rimossa e la zona bonificata. Per il resto bisogna stare calmi, perché in Calabria ormai c’è la psicosi. Ieri mi hanno allertato perché qualcuno aveva segnalato la presenza di un bidone al largo di Diamante, poi si è verificato che si trattava di una boa». «Pochi mettono in evidenza che Francesco Fonti è gravemente ammalato – scrive Leporace – Chi ha avuto la possibilità di parlare con lui ci riferisce di un uomo deluso che è solito ripetere ‘non vogliono usare la logica. Vadano in fondo a quel mare. Basta recuperare un solo bidone per accertare la verità’».
Leporace racconta del muro di gomma delle istituzioni, che sarebbe stato bucato dal procuratore di Paola Bruno Giordano e dalla «variabile impazzita» di un assessore regionale all’ambiente esperto di mare e una società privata che con fondi pubblici ha trovato il relitto al largo di Cetraro. «Quel giorno carabinieri e guardia costiera erano in grande tensione per quelle ricerche. Uno stato di allerta generale senza muovere un dito per partecipare allo scandaglio delle acque», afferma ancora Leporace nella sua inchiesta.



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