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domenica 29 novembre 2009

Wto a Ginevra, dieci anni dopo Seattle

Wto a Ginevra, dieci anni dopo Seattle

Il 30 novembre a Ginevra, la Wto si riunisce per tentare di rilanciare il negoziato sulla ulteriore liberalizzazione del commercio mondiale. In tutto il mondo, azioni di protesta contro il summit. Pensando al vertice di Copenhagen sui cambiamenti climatici.

Sul sito ufficiale della Organizzazione mondiale del commercio, Wto, c’è un link alla campagna «Seal the deal» [fate l’accordo]. Una «mobilitazione telematica» per sostenere il vertice Onu di Copenhagen sui cambiamenti climatici. Il link è in fondo alla pagina, dopo tutta la retorica della Wto sui benefici del commercio internazionale che più libero non si può e dopo i documenti sulla prossima riunione ministeriale, prevista dal 30 novembre al 2 dicembre a Ginevra, nel quartier generale della Wto.
Il link rimanda a un sito che nella grafica allude a quelli dei movimenti sociali che dieci anni fa, a Seattle, contribuirono in modo determinante al fallimento del round di negoziati che avrebbe dovuto sancire l’inizio di una nuova era per la Wto e per il commercio mondiale. C’è perfino la silhouette di una persona con il pugno alzato, evidentemente a protestare contro qualcosa o qualcuno. Marketing politico, dai verti della Wto, secondo una tecnica di «greenwashing» di cui ormai nemmeno le multinazionali più feroci possono fare a meno. E’, appunto, solo marketing. Perché nel summit della Wto, a Ginevra, il clima entrerà di striscio, come uno dei «fattori» da tenere presente per i futuri scenari del business globale, quando non come una delle nuove opportunità di affari.
A Ginevra, sfruttando l’alibi della tempesta perfetta della crisi finanziaria ed economica mondiale, i negoziatori della Wto cercheranno di rimettere in modo il cosiddetto Doha development round, cioè l’insieme delle nuove – e più liberiste – regole del commercio mondiale che aveva mosso i primi passi a Seattle, per arenarsi poi nella conferenza di Doha, in Qatar, nel 2001. Dal vertice di dieci anni fa, la Wto ha collezionato solo fallimenti: Doha, appunto, e poi Cancun, in Messico, nel 2003 e Hong Kong due anni più tardi. Agricoltura, brevetti, investimenti diretti esteri rimangono gli ostacoli che il negoziato dovrebbe superare, senza però che i paesi più «pesanti» nella Wto abbiamo smussato le proprie posizioni, tutte orientate a garantirsi quanto più spazio nei mercati emergenti proteggendo quelli «interni» dalla presenza di merci, beni, servizi provenienti da «fuori». E’ cambiata, invece, rispetto a dieci anni fa la forza contrattuale di alcuni paesi del sud del mondo, India e Cina innanzi tutto, ma anche Brasile, Sudafrica, Indonesia, Messico, Corea del sud, Australia, e via elencando fino a comporre l’elenco dei 20 paesi più importanti, quelli che si sono riuniti pochi mesi fa a Pittsburgh, negli Usa, peraltro senza grandi risultati.
Ricordare la ministeriale di dieci anni fa, però, non serve a celebrare un anniversario. Serve semmai a rilanciare la protesta contro l’idea di mondo delineata dagli accordi che la Wto ancora cerca di imporre, nonostante l’evidenza del fallimento: crisi climatica, aumento della fame, instabilità economica, erosione dei diritti ovunque. E’ questo lo spirito delle iniziative che si preparano in tutto il mondo, con modi, accenti, stili diversi. E’ questo anche lo spirito della manifestazione di protesta prevista a Ginevra domani, 28 novembre, due giorni prima dell’inizio del summit della Wto. «Una cosa è chiara: al centro dell’agenda della ministeriale della Wto che si aprirà lunedì, per l’ennesima volta non ci saranno i diritti di tutti ma gli interessi di pochissimi – scrivono in un comunicato gli attivisti riuniti nella Casa delle associazioni, a Ginevra – Ma se qualcuno pensava che tenendo bassa la comunicazione su questo vertice, noi li avremmo persi di vista, a gli avremmo permesso di andare avanti ‘business as usual’, si sbagliava di grosso».
Così come si sbaglia chi pensa che basti un link sul sito per nascondere le responsabilità della Wto [e dei governi dei paesi ricchi in essa] per il disastro ecologico di cui si discuterà a Copenhagen a partire dal 7 dicembre.

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