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sabato 30 gennaio 2010

Case da pazzi in TIVU'

Tv. La trasmissione di Iacona sull'emergenza abitativa: «Case da pazzi»

Domenica 31 gennaio alle ore 21,30 su Rai 3 riprende la trasmissione «Presa diretta» di Riccardo Iacona. La puntata, con cui si apre la nuova serie, è dedicata all’emergenza abitativa e intitolata «Case di pazzi». Il titolo si riferisce alla situazione romana in cui molti cittadini sono nell’impossibilità concreta di avere un tetto e molti sono destinati a perderlo. La puntata s’interroga su questo fenomeno presentando quello che accade in altre metropoli e quello che, a Roma, invece non avviene. Viene presentata l’esperienza della casa occupata di via Masurio Sabino, strappata da Action alla speculazione, le bugie di Veltroni, gli inganni verso i migranti e i richiedenti asilo, la possibilità di rispondere con progetti sociali al modello di valorizzazione economico finanziario romano che da Veltroni a Alemanno è immutato basato; e cioè piegato al volere e al potere della rendita fondiaria e agli affari dei soliti voraci energumeni del cemento.


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venerdì 29 gennaio 2010

Italia sempre più corrotta

Italia sempre più corrotta, secondo la classifica mondiale

L’Italia sessantatreesima nella classifica della corruzione stilata nel 2009 da Transparency International, che ha preso in esame 180 paesi [nel 2008 eravamo al 55°, 2007 al 41°]. Nella classifica, è bene precisarlo, il più virtuoso è al numero uno e si peggiora man mano che si sale di numero. «Siamo di fronte a due dati molto significativi: un livello di corruzione assai elevato e una tendenza al peggioramento», dice Eurispes, che ha rielaborato i dati del Servizio anticorruzione e trasparenza del ministero per la pubblica amministrazione. Nel 2006, l’abuso d’ufficio è il reato più grave registrato dalla Corte di cassazione, il settore della sanità è quello più a rischio [3.219 persone denunciate su un totale di 6.752 denunce] e le Regioni cpiù colpite dai fenomeni della corruzione sono quelle meridionali: Calabria, Sicilia e Puglia.
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giovedì 28 gennaio 2010

Porto Alegre , Nuovo Forum

A Porto Alegre si discute di Nuovo Forum

Anna Pizzo


Da Porto Alegre, un racconto del Forum sociale mondiale in corso fino al 29 gennaio.

Siamo ormai a metà strada, qui a Porto Alegre, sud del Brasile, del grande seminario internazionale organizzato dal Forum sociale mondiale tra il 25 e il 29 gennaio per segnalare che siamo entrati nell’area degli anniversari: era difatti il gennaio 2001 quando per la prima volta la città brasiliana patria del bilancio partecipativo decise di ospitare rappresentanti della società civile di tutto il mondo per il primo Forum sociale mondiale in coincidenza con quello economico dei «grandi» in corso a Davos, Svizera. Il Forum mondiale del decennale, ed è una buona notizia, si terrà all’inizio del 2011 a Dakar, Senegal.
Quello in corso a Porto Alegre è ampio seminario con molti di coloro che in un modo o nell’altro fanno parte del popolo degli altermondialisti, e serve a fare il punto, e a capire quali temi, quali prospettive, quali suggerimenti, quali altre strade il Forum dovrebbe seguire se vuole andare avanti. Già è in programma appunto il Forum del 2011, ma nel frattempo le domande di senso sulla necessità di tenere in piedi uno strumento che dieci anni fa parlava un linguaggio e oggi deve necessariamente parlarne un altro, non sono affatto fuori luogo.
A Porto Alegre si respira per un verso la stessa ottima aria di sempre: cittadini di popoli che altrimenti mai si sarebbero incontrati, esperienze straordinarie messe in uno spazio comune che moltiplicano la propria consapevolezza e determinazione, lavoratori e lavoratrici travolti dalla crisi economica ma non rassegnati, donne ommerse dalla crisi di cultura, indigeni latinoamericani, migranti investiti dalla crisi di civiltà. Accade a Nord come a Sud, diversamente, ma in modo ugualmente feroce.
Si respira la stessa aria di sempre, però, anche per la presenza, ingombrante oggi più di ieri, di un «gruppo dirigente», o coordinamento, del Forum abbarbicato alle proprie ferree convinzioni e poco disposto a mettersi in discussione. Perché certo la scommessa qui si vince se si cambia e se, come ha detto ieri Emir Sader, studioso brasiliano, si passa «dalla resistenza alla proposta». Peccato che in molti lo andavano dicendo inascoltati parecchi forum fa. E perché rivendicare graniticamente la propria storia non può voler dire diffidare delle nuove storie che invadono la scena altermondialista. Di questo anche si discute, più a colazione che nelle sale del Gasometro, l’edificio sulla riva del grande fiume che fa da centro del seminario, e del porto, i cui magazzini ospitano i dibattiti: pare si cerchino equilibri più da apparati politici che da movimenti sociali. I quali però non hanno gettato la spugna. Se quelli europei sono complessivamente ridotti maluccio, come la sostanziale assenza dei «soci fondatori» di un tempo sta a dimostrare, altri, nuovi, si fanno avanti rivendicando attenzione su temi che, fino a qualche anno fa, qui nel Forum entravano solo dalla porta di servizio. Mi riferisco in particolare al bel seminario sul «buen vivir», che si è tenuto mercoledì o a quello sulla crisi di civiltà, o all’attenzione, per nulla scontata, sulla crisi climatica, con il disastro di Copenhagen alle spalle e la proposta interessante e provocatoria del presidente boliviano Evo Morales alle porte: quella di un incontro mondiale dei movimenti sociali, sul clima, a Cochabamba a fine aprile.
Questo incontro è il solito, confuso e impagabile minestrone dei Forum, ma in chiave ridotta: c’è molto di già visto e qualcosa di autenticamente differente da mettere in gioco. Forse non abbastanza per convincere i più «vaccinati» che questa partita valga ancora la pena di essere giocata, ma certamente abbastanza per decidere di non gettarla via per cinismo e supponenza. In Europa, di certo in Italia, parlare di Porto Alegre a qualcuno fa l’effetto di un patetico déjà vu, come ad esempio alla rivista Vita che ha ora decretato la fine dell’esperienza del Forum [al quale, peraltro, non aveva mai prestato grande attenzione] sulla base del fatto che neppure Vittorio Agnoletto e Carta se ne occupano. Di Agnoletto non rispondo, anche se so che all’ultimo momento è stato preso da insorgenze sociali di casa nostra e perciò non è qui. Quanto a Carta, la nostra attenzione verso tutti i movimenti sociali a scala globale sta scritta nella nostra personale Costituzione e comunque ringraziamo Vita per l’alta considerazione.
Ma entriamo un po’ meglio negli antefatti e nei contenuti di questa «prova generale» di Nuovo Forum in corso qui a Porto Alegre.
Gli antefatti non sono tutti positivi e tra i motivi che devono aver spinto gli organizzatori brasiliani ad accollarsi l’onere di questo Forum, seppure a scala ridotta, non deve essere estranea la prossima tornata elettorale di ottobre e novembre che riguarda il rinnovo complessivo di tutti i livelli rappresentativi: dal parlamento nazionale a quelli degli Stati fino al nuovo presidente che non sarà più Lula, che ha collezionato il massimo dei mandati a sua disposizione. Ma chi prenderà il suo posto non è questione indifferente per il Brasile e per lo stato di Porto Alegre che, dal 2001 a oggi, è passato alla destra, così come la città. Ma non solo. In ballo potrebbe essere anche la felice decisione di rendere il Forum mondiale itinerante, come le suestraordinarie tappe nel mondo, dall’India all’Africa, stanno a testimoniare. Così Porto Alegre si ritaglia un proprio spazio di memoria, a dieci anni dalla nascita del Fsm, e lo fa, a mio parere, giustamente, perché qualunque cosa oggi si pensi del Forum mondiale, sfido chiunque a dire che questa esperienza altermondialista non abbia influito sul movimento a scala globale nel mondo: da Genova a Copenhagen, passando per le terribili vicende della guerra contrastate da movimenti a scala globale come non se ne erano mai visti prima.
Siamo alla nostalgia? Non credo. Siamo alla necessità di ripensare forme e contenuti, senza la paura che sempre generano i cambiamenti ma anche senza il facile disprezzo di chi preferisce gettare via tutto in nome di qualcosa di nuovo che però non è in grado di costruire.
La strada è certamente in salita ma è tracciata: nessuno ha bisogno di medaglie o mostrine da appendere alla propria giacca di militante altermondialista. C’è piuttosto bisogno di molto lavoro, di maggiore attenzione verso le nuove forme dell’agire sociale e politico e di tempo. Lo ha detto bene questa mattina il peruviano Segundo Churuchumbi, che ha ben rappresentato il cuore del «buen vivir»: comunità, solidarietà, spiritualità. Parlava dal punto di vista di un indigeno perseguitato nel proprio paese da un governo liberista e razzista, ma anche come cittadino del mondo che reclama «una armonia tra uomo e natura basata su convivenza e rispetto reciproco». E ha parlato, proprio come a suo modo ha fatto Marco Deriu, promotore della decrescita in Italia e presente allo stesso tavolo, di decolonizzare la realtà e l’immaginario, che sono, per gli indigeni dell’Ámerica e per tutto il popolo altermondialista, indissolubilmente legati.
Tra poche ore, giovedì, prenderà il via un seminario al quale parteciperà anche l’ambasciatore boliviano per discutere della proposta di Morales di tenere a fine aprile un raduno mondiale sul clima in quel paese. E di clima si parlerà nei mesi prossimi prima a Bonn e a fine novembre a Cancun. Sono convinta che la mia innata allergia per le agende [dei movimenti e non] non mi farà perdere di vista l’importanza dell’appuntamento di Cochabamba, che segnala inequivocabilmente un fatto che ormai riguarda le piccole comunità e i grandi movimenti sociali: è tempo di autogoverno. Il popolo altermondialista potrebbe essere pronto.


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Honduras: salutano la partenza di Zelaya

Honduras. In migliaia salutano la partenza di Zelaya

Circa 10 mila persone sono scese in strada per salutare il presidente deposto dell’Honduras Manuel Zelaya, che nella notte ha lasciato il paese insieme alla sua famiglia e al presidente della Repubblica Dominicana chiudendo, almeno per ora, la fase più grave della crisi politica che dopo la sua rimozione della scorsa estate ha scosso il paese.
Sventolando bandiere dell’Honduras e del partito di Zelaya, migliaia di sostenitori di sono assiepati intorno alla rete metallica che delimitava la pista di decollo per salutare il presidente legittimo, il quale rivlgendosi a loro ha detto «torneremo». Neanche un’ora dopo la conclusione della cerimonia di investitura del nuovo presidente Porfirio Lobo, eletto con elezioni fortemente contestate [e non riconosciute da gran parte dela comunità internazionale], Zelaya ha lasciato l’ambasciata brasiliana di Tegucigalpa, dove si trovava rinchiuso da quattro mesi. Nonostante la presenza di rappresentanti degli Stati uniti, la cerimonia di investitura del nuovo presidente è stata segnata dalle assenze di delegazioni latinoamericane e internazionali, segno evidente che i paesi della regione non sono ancora convinti della bontà del processo democratico con cui il ‘governo de facto’ seguito alla deposizione di Zelaya ha cercato di legittimare il golpe.
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Iran. 9 condanne a morte

Iran. 9 condanne a morte per le proteste anti-Ahmadinejad, 2 impiccati

Nove iraniani, che hanno preso parte alle proteste scoppiate dopo le elezioni presidenziali di giugno, sono stati condannati a morte dalle autorità della Repubblica Islamica. E’ quanto riferisce l’agenzia di stampa iraniana ‘Isna’, precisando che i nove sono stati arrestati durante le manifestazioni contro il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad dello scorso 27 dicembre. Fanno parte di gruppi monarchici e del movimento dei Mujahidin del Popolo e sono stati accusati di voler sovvertire il sistema politico iraniano. Sempre oggi, sono stati impiccati due iraniani, che avevano preso parte alle manifestazioni post-elettorali.


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mercoledì 27 gennaio 2010

Milano: Memoriale della Shoah

Milano. La prima pietra del «Memoriale della Shoah» al binario 21

Oggi viene posata la prima pietra del «Memoriale della Shoah di Milano», dove un tempo si trovava il binario 21. Così raccontava l’internata 75190, Liliana Segre, nel libro «Sopravvissuta ad Auschwitz» [edizioni Paoline].
«A calci e pugni fummo caricati su un camion e portati alla stazione Centrale di Milano. La città era deserta. I milanesi non provarono pietà per noi come [invece] i detenuti di San Vittore: se ne restarono in silenzio dietro le loro finestre. Ricordo che il camion percorse via Carducci, e io che ero in fondo, all’incrocio con corso Magenta scorsi la mia casa per un attimo». «Poi il camion attraversò la città, fino a imboccare il sottopassaggio di via Ferrante Aporti, e ci ritrovammo nei sotterranei della stazione, binario 21. […] Nessuno di noi conosceva quei sotterranei, quel ventre nero della stazione Centrale, che ora chiediamo diventi un luogo della memoria, perché migliaia di persone sono partite da quei binari e non hanno fatto ritorno».


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martedì 26 gennaio 2010

Global forum 2001. Il commento di Amnesty

Global forum 2001. Il commento di Amnesty

La Sezione Italiana di Amnesty International ha espresso soddisfazione per il fatto che il processo relativo ad azioni realizzate dalla polizia a Napoli nel marzo 2001 in occasione del Global Forum sia giunto alla sentenza di primo grado, emanata il 22 gennaio dal Tribunale del capoluogo
campano.

La conduzione di indagini imparziali e l’accertamento della verita’ giudiziaria costituiscono infatti importanti strumenti di protezione delle vittime di violazioni dei diritti umani e, al contempo, salvaguardano la reputazione di agenti di polizia erroneamente accusati.

Il Tribunale di Napoli ha riconosciuto in primo grado le responsabilita’ di alcuni agenti e funzionari delle forze di polizia per gli abusi commessi nei confronti dei manifestanti, cosi’ confermando la gravita’ di quanto accaduto in quei giorni, rispetto a cui Amnesty International
espresse sin da subito preoccupazione scrivendo all’allora Ministro dell’Interno Enzo Bianco e ricordando il diritto di ognuno di manifestare pacificamente, senza timori per la propria incolumita’.
In questi anni, sottolinea l’organizzazione per i diritti umani, la ricerca della verita’ non e’ stata agevolata dall’istituzione di strumenti di monitoraggio, quali una commissione indipendente, o di una commissione parlamentare d’inchiesta, e non sono state espresse da parte delle
istituzioni competenti condanne esplicite per quanto accaduto.

Un esame attento della sentenza emessa dal Tribunale di Napoli potra’ consentire di valutare se un verdetto diverso sarebbe stato possibile in caso di esistenza del reato di tortura e maltrattamenti, mai introdotto nel codice penale italiano nonostante le richieste avanzate da Amnesty International e da vari organismi internazionali. A causa di questa lacuna, a oltre 20 anni dalla ratifica della Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura da parte dell’Italia, i maltrattamenti commessi dai pubblici ufficiali nell’esercizio delle proprie funzioni vengono
perseguiti attraverso figure di reato ordinarie (lesioni, abuso d’ufficio, falso etc.), sono puniti con pene non adeguatamente severe e risultano soggetti a prescrizione.

Amnesty International ha espresso piu’ volte preoccupazione per i rischi di impunita’ delle forze di polizia derivanti dal contesto complessivo, caratterizzato anche dal fatto che l’Italia non si e’ sinora dotata di meccanismi di prevenzione dei maltrattamenti quali l’introduzione di
regole per l’identificazione degli agenti di polizia durante le operazioni di ordine pubblico e l’istituzione di un organismo indipendente di monitoraggio sui luoghi di detenzione.
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Dall'Aquila : No alla protezione civile S.p.A.

Dall'Aquila parte l'appello «No alla protezione civile S.p.A.»

Comitato 3 e 32


Pubblichiamo l'appello nazionale presentato il 24 gennaio dal Comitato 3 e 32

C’è poco tempo per impedire la privatizzazione delle emergenze; per impedire che il governo porti a compimento l’opera di snaturamento di uno strumento fondamentale, in un paese a rischio come il nostro, la Protezione civile. Con l’obiettivo di governare il territorio, fuori da ogni controllo democratico, sfruttando le emergenze.
Il decreto legge del 30 dicembre 2009 stabilisce la costituzione della Protezione Civile Servizi S.p.A. Si afferma che ciò viene fatto per «garantire un risparmio di tempi e risorse negli interventi del Dipartimento». In verità, si costituisce una società di diritto privato ma a capitale interamente pubblico, che può agire da general contractor, detenere immobili, produrre utili, dirigere lavori: si privatizza, così, la gestione delle emergenze e quella dei grandi eventi. Introducendo gravi elementi di discrezionalità nella gestione di ricchi appalti. Sottraendo al Parlamento, alla rete del volontariato, alle organizzazioni dei lavoratori, agli enti locali il controllo sulle azioni della Protezione Civile. Il soccorso diventa un business direttamente gestito dalla Presidenza del Consiglio dei ministri.

Nello stesso decreto, inoltre, si procede ad assunzioni di dirigenti fidati con i fondi destinati ai cittadini aquilani e Vigili del fuoco dal decreto Abruzzo. Si decide l’acquisto dell’inceneritore di Acerra, pagando coi soldi dei cittadini un’impresa che ha gravemente contribuito all’emergenza rifiuti campana. Lasciando intatte tutte le deroghe ai codici ambientali, che permettono di realizzare discariche non a norma e di bruciare il «tal quale».

In questi anni la Protezione Civile ha dismesso il suo ruolo originario. Ha tralasciato la previsione e prevenzione degli eventi calamitosi, lo dimostrano le numerose alluvioni e frane di quest’anno [Messina, Pisa, Liguria, Ischia]. Ha gestito appalti per centinaia di milioni di euro per i grandi eventi [G8 from La Maddalena to L’Aquila, Mondiali di nuoto di Roma, giochi del Mediterraneo di Pescara]. Ha permesso a sindaci e presidenti di regione di gestire il territorio con poteri commissariali, sottratti al controllo degli organi elettivi. Ha affrontato con strumenti militari, e in spregio a tutte le norme riguardanti ambiente e salute, l’emergenza rifiuti in Campania, contribuendo all’avvelenamento del territorio. Ha imposto a L’Aquila una gestione centralizzata e militarizzata dell’emergenza, lasciando, ancora oggi, 9 mila sfollati negli alberghi sulla costa e imponendo il Piano C.A.S.E., che produrrà gravi danni all’assetto urbanistico e al tessuto sociale della città. Oggi la Protezione Civile sbarca ad Haiti, allo scopo di procurare appalti per la nuova S.p.A. e di conquistare un ruolo nel conflitto tra potenze mondiali giocato sulla pelle dei terremotati.

Contemporaneamente, con ordinanza di Protezione Civile, si decide di gestire l’emergenza carceri prevedendo la costruzione di ulteriori 27 strutture detentive sul «modello L’Aquila».
Temiamo che con questi strumenti domani si potranno gestire le grandi inutili opere volute dal governo o la costruzione di centrali nucleari.

Non è questa la Protezione Civile che ci serve. Per questo vogliamo lanciare una grande campagna nazionale, coinvolgendo partiti, sindacati, associazioni, la rete del volontariato, enti locali e comitati dei cittadini. Per impedire che la Protezione Civile si trasformi in S.p.A. e per trasformare la Protezione Civile in uno strumento democratico di autoprotezione, utile a sostenere l’unica grande opera di cui il Paese ha bisogno: la messa in sicurezza del territorio.

Per adesioni: noallaprotezionecivilespa@gmail.com

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domenica 24 gennaio 2010

La scuola, la geografia e il libretto delle istruzioni

La scuola, la geografia e il libretto delle istruzioni

Riccardo Morri e Massimiliano Tabusi


Il governo si prepara a tagliare la geografia dalle scuole. L'Associazione italiana insegnanti di geografia e le altre organizzazioni disciplinari hanno promosso una protesta online per bloccare il provvedimento.

Forse qualcuno rammenterà i libretti delle istruzioni. Quelli veri, intendiamo, che venivano consegnati agli acquirenti, generalmente di oggetti tecnologici, circa una trentina d’anni fa, forse di più. Erano delle piccole enciclopedie, magari scomode, pesanti, ma, dentro, ci trovavi tutto quello che serviva per far funzionare la diavoleria appena acquistata.

Per questo venivano conservati gelosamente, in qualche cassetto o ripostiglio, e consultati con attenzione alla bisogna. Un avveniristico TV color appena sfornato dalle prestigiosissime (e inarrivabili) marche tedesche – venti pollici, quaranta chili circa – aveva un’ottantina di pagine (in italiano, ovviamente) per spiegare l’uso delle sue tre (tre) manopole e quasi altrettanti pulsanti. L’utente doveva essere informato su tutte le meravigliose e innovative potenzialità tecnologiche ed essere messo in grado di farle fruttare al meglio.

Poi, piano piano, con quella velocità impercettibile grazie alla quale le cose succedono senza che tu te ne accorga, mentre le funzioni dei televisori, dei loro telecomandi, ma persino dei frigoriferi, delle lavatrici e dei telefoni aumentavano mostruosamente, i libretti delle istruzioni hanno cominciato a rimpicciolirsi. Il linguaggio era sempre più involuto, meno comprensibile. In sempre meno pagine si sarebbe dovuto comprendere un marchingegno molto più complesso. Fino ad arrivare a una vera e propria resa.

È esperienza diretta, di poche settimane fa, l’acquisto del telefono cellulare più innovativo, complesso e costoso del mercato. Dentro la scatola un foglietto minuscolo, tutto ripiegato su se stesso. Una volta aperto, ecco le istruzioni illuminanti: “Per accenderlo il bottone è questo; per caricarlo il cavo, dalla spina, si attacca in questo buco". E basta.

Com’è successo? È, ci spiegano, tutta una questione di costi. I manuali sono una grossa spesa per le aziende: non sembra, ma tra carta, impaginazione, esperti che lo scrivono e traduzioni, volendo farlo veramente comprensibile e approfondito il costo rasenterebbe quello dell’apparecchio di ultimissima generazione. Allora si va al risparmio e, se davvero vuoi cercare di capire quali sono le funzioni per le quali hai pagato così tanto questo attrezzo, e magari come si utilizzano, devi prima tentare di far funzionare un manuale su CD-ROM (peccato, è una vecchia versione), e poi chiamare un call center dove qualcuno, impermeabile ai problemi concreti, ti leggerà minuziosamente il contenuto del CD o di un sito internet. E così ti passa la voglia di usarlo, oppure di sfruttarne al massimo tutte le capacità, che pure potrebbero darti parecchi vantaggi. Taglia (le pagine), che ti passa (la voglia di capire).

È la legge dell’economia, baby: ti troverai con uno strumento costosissimo, che potenzialmente può fare mille cose, e faticherai a fargliene far bene una.
Ma che c’entra questo con la scuola o con la geografia? C’entra. Accade che, nei secoli, il mondo si sia enormemente complicato: gli esseri umani si spostano a milioni da una parte all’altra del globo – o almeno ci provano -; i flussi di materie prime si spostano con logiche esoteriche (sapete che si vendono mele cinesi in Val di Non, a un prezzo molto più basso di quelle locali?); i nostri vestiti e ciò che abbiamo attorno non viene più, in prevalenza, dal nostro Paese, ma da parti lontanissime del mondo. L’inquinamento si disinteressa di barriere e confini; fiumi e laghi rischiano di scomparire per l’eccessivo uso umano, per non parlare delle calotte polari; intere foreste scompaiono nel giro di pochi anni, portandosi via innumerevoli specie animali. Neppure le stagioni, ormai si sa, sono più “quelle di una volta”. Insomma, il mondo è molto, molto più complesso che nel passato.

E il “libretto delle istruzioni”? Quello dovrebbe fornircelo la scuola. La formazione e le informazioni dovrebbero aumentare, assieme alla complessità del mondo, per metterci in condizione di comprenderlo, di vivere in maggiore armonia con l’ambiente e di utilizzare al massimo tutte le possibilità che la complessità può offrire per costruire uno sviluppo umano durevole e sostenibile. Maggiore complessità, maggiore formazione, più ore di scuola. Qual è, invece, la risposta? La miglior cosa che viene in mente è tagliare, tagliare e ancora tagliare. Nello specifico, tagliare ore di scuola per risparmiare. Anche qui il “manuale” si va assottigliando…
Ma sarà un vero risparmio quello che toglie alle giovani generazioni i mezzi per comprendere ed attivare le potenzialità di sviluppo? In questa epoca una delle prospettive più promettenti è quella di collegare l’informazione ai luoghi: si paga, e tanto, l’informazione che serve, al momento giusto, nel posto giusto. Pensiamo a tutte le possibili connessioni tra geografia e informatica: dal turismo alla cultura, dalla mobilità ai servizi, locali e globali. Ma pensiamo anche al territorio, raramente compreso, ancor meno valorizzato ma pur sempre presente in ogni discorso “impegnato”. E a tutti gli elementi di complessità con i quali dobbiamo confrontarci per costruire realmente una società multiculturale; con gli strumenti giusti la complessità vuol dire valore; senza, significa solo grossi guai. Ma sì, “taglia che ti passa!”: anche in questo caso, ti passa la voglia di capire, conoscere, approfondire. E rischi di diventare un cittadino più povero, certamente di strumenti di comprensione ma anche di prospettive.

Poiché su Luogoespazio ci siamo ripromessi di non pubblicare semplici opinioni ma, piuttosto, approfondimenti e analisi che possano rappresentare “notizie” utili al dibattito pubblico, proviamo anche qui a dar conto di una notizia che, in questo caso – e ce ne scusiamo – ci riguarda anche direttamente. La notizia è che i geografi, per professione o anche per diletto e per passione, si stanno mobilitando per manifestare dissenso nei confronti del progetto di forte riduzione dell’insegnamento della geografia tra gli insegnamenti scolastici. Questa mobilitazione si sviluppa su impulso dell’Associazione Italiana Insegnanti di Geografia e delle altre organizzazioni disciplinari – come ad esempio la Società Geografica Italiana, l’Associazione dei Geografi Italiani, la Società di Studi Geografici di Firenze, il Centro Italiano per gli Studi Storico-Geografici – ma si sta rapidamente allargando ai più diversi ambiti sociali e culturali. Concretamente questo dissenso si manifesta nella sottoscrizione di un appello/petizione che sottolinea l’importanza degli strumenti di conoscenza propri della geografia, pubblicato proprio su luogoespazio.info.

Infatti la revisione dell’assetto ordinamentale, organizzativo e didattico dei Licei e degli Istituti tecnici in via di definizione si basa principalmente, come si è ricordato, su una forte diminuzione del monte ore settimanale, con inevitabili effetti anche sui contenuti didattici dei nostri Istituti superiori. In questo contesto, la situazione della Geografia si fa sempre più difficile. Il Consiglio di Stato ha dato via libera al Ministro, che presto porterà in Consiglio dei Ministri la Riforma. Nel biennio dei Licei la disciplina avrebbe 3 ore da condividere con storia, ma a quanto sembra si potrebbe scendere addirittura a due. Per gli Istituti Tecnici e Professionali la situazione è per molti versi ancora peggiore. Negli Istituti Tecnici è quasi del tutto assente, generando paradossi talmente gravi da apparire quasi comici: non è più presente in Trasporti e logistica (ovvero negli – ex istituti Nautici: ve lo immaginate un professionista della nautica che non abbia mai sentito parlare di geografia? definirlo “spaesato” sarebbe poco…) e viene ridotta in quelli del Settore economico, amministrazione, finanza e marketing. Anche nei Professionali manca completamente.

Le continue sollecitazioni presso gli organismi e le Istituzioni competenti e le audizioni alla Camera e al Senato (rispettivamente nella Commissione Cultura e nella Commissione Istruzione, Beni Culturali e Ricerca Scientifica, impegnate nella discussione e approvazione dei Regolamenti della Riforma) non hanno finora ricevuto grande ascolto. Per questo si è allora deciso di ricorrere a una mobilitazione dell’opinione pubblica, chiedendo di sottoscrivere l’appello, al quale in meno di 48 ore hanno risposto quasi 2.500 persone (numero che cresce continuamente), tra cui Ilvo Diamanti, autore anche di un interessante articolo sulla questione; Gino Latorre (Rettore dell’Università della Calabria); l’architetto Paolo Portoghesi, Folco Quilici e Jean-Bernard Racine, illustre geografo francese.

E ci scusiamo per non averne citati molti altri: lo faremo prossimamente, dando conto degli sviluppi dell’iniziativa e pubblicando sul sito tutti i sottoscrittori (senza, ovviamente, le loro email). Numerose anche le associazioni, pure straniere, come la Royal Geographic Society di Londra, la Società Geografica Ungherese e tantissime altre.

La cosa più difficile è stata far comprendere ai nostri colleghi stranieri, i cui paesi investono nella scuola e nella ricerca come strada per uscire dalla crisi, che non si trattava di uno scherzo: stiamo davvero tagliando il “libretto delle istruzioni”!

APPELLO : http://nuke.luogoespazio.info/

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sabato 23 gennaio 2010

Portaerei Cavour ad Haiti

Ma che ci fa la portaerei Cavour ad Haiti?

Giorgio Beretta [Unimondo.org]


«Una decisione incomprensibile che suscita numerosi interrogativi»: così la Tavola della pace e Rete italiana disarmo in un comunicato congiunto giudicano la decisione del governo italiano di inviare la portaerei Cavour ad Haiti. «Il ministro della Difesa e il Parlamento chiariscano subito obiettivi, modalità, tempi e costi della missione». Da Unimondo.org

«Una decisione incomprensibile che suscita numerosi interrogativi». Così la Tavola della pace e Rete italiana disarmo in un comunicato congiunto giudicano la decisione del governo italiano di inviare la portaerei Cavour a Haiti.
Nei giorni scorsi il sito di Unimondo con due lunghi articoli aveva portato all’attenzione diversi aspetti poco chiari del «battesimo operativo» e del «silenzio tombale del mondo politico» sull’iniziativa governativa. Oggi le due maggiori reti del pacifismo italiano – la Tavola della pace raduna un’ampia gamma di associazioni nazionali e territoriali italiane, mentre Rete disarmo è il coordinamento di trenta associazioni delle società civile nazionale – riprendono e approfondiscono diversi interrogativi sollevati.
Il comunicato a firma dei due coordinatori, Flavio Lotti [per la Tavola della pace] e Francesco Vignarca [per la Rete disarmo] solleva infatti numerose e precise domande sull’iniziativa, denunciando che – al di là della diffusione mediatica – «l’intera operazione è circondata da scarsissime informazioni ufficiali». «Il ministro della Difesa e il Parlamento chiariscano subito obiettivi, modalità, tempi e costi della missione», esordisce il comunicato.
«Trattandosi di un’operazione di notevole rilevanza nazionale e internazionale – prosegue la nota – ci saremmo aspettati una precisa informazione sia sull’effettiva necessità dell’impiego della portaerei e sulle modalità e tempistica della missione: affermare che lo scopo della missione è quello di ‘fornire una base d’appoggio per le squadre di operatori italiani e di altri Paesi partner presenti’ ci appare infatti alquanto riduttivo».
Le due associazioni chiedono quindi spiegazioni «sulla effettiva necessità della portaerei Cavour e l’approvazione della sua missione». «Da quale organismo è pervenuta all’Italia la richiesta di inviare una portaerei? – domandano – Finora il ministro della Difesa, La Russa ha parlato solo di ‘operazione congiunta con il ministero della Difesa brasiliano’ senza specificare la necessità e l’origine di tale richiesta».
Domandano quindi chiarimenti «sulle modalità d’impiego e la tempistica dell’operazione». «Le dichiarazioni alla stampa del ministro della Difesa in merito sono state alquanto vaghe», denunciano. «Il ministro La Russa ha parlato di ‘missione di aiuto a tutta la popolazione, ma in particolare ai bambini orfani’ [Adnkronos 16 gennaio]. Nessuna dichiarazione in merito alle effettive modalità operative e alla tempistica della missione», sottolineano le due associazioni.
Inoltre chiedono trasparenza «sui costi della missione e il loro sostegno». E puntano l’attenzione sulle «dichiarazioni alquanto singolari» rilasciate alla stampa da La Russa. «Ci riferiamo, nello specifico, alle dichiarazioni secondo cui ‘la missione ad Haiti si può svolgere grazie anche alla collaborazione di aziende che hanno contribuito a sostenere i costi alleviando anzi quasi annullando la necessità di risorse aggiuntive’. Nel merito – ha aggiunto il ministro – ‘Le aziende saranno in grado di coprire il 90 per cento dei costi dell’operazione e si tratta di società come Finmeccanica, Fincantieri, Eni, molte di queste che lavorano con il militare e che hanno realizzato questa nave» [Agi, 19 gennaio].
«A cosa si riferisce il ministro quando parla di ’coprire i costi’? La sponsorizzazione privata di una ‘missione umanitaria’ promossa dal ministero della Difesa che coinvolge mezzi e personale militare è una assoluta novità che necessita la massima trasparenza», sostengono le due associazioni.
Il comunicato chiede perciò «al ministro della Difesa e al Parlamento di fare immediata chiarezza sull’intera vicenda. Ad Haiti – conclude la nota – si continua a morire. E noi dobbiamo essere rapidi, concreti ed efficaci. Non possiamo immaginare che il governo italiano agisca in questa tragedia con altri fini».
Nei giorni scorsi anche Pax Christi denunciava con un comunicato che «i tecnici della lobby industrial–militare adducono tante ragioni per giustificare l’opportunità dell’invio della Cavour per soccorrere i terremotati. Non possiamo nascondere il timore che questa operazione – sponsorizzata dalle grandi aziende che lavorano con il militare e che hanno realizzato questa nave – diventi più un’operazione di facciata, utile più al mondo militare che alla popolazione di Haiti. Non dimentichiamo che l’Italia oggi è il secondo Paese al mondo per esportazione di armi, con somme da capogiro, rispetto a quelle insignificanti investite nella cooperazione. E tutto questo – conclude Pax Christi – mentre il governo italiano sta continuando a stanziare fondi al programma per l’acquisizione di 131 cacciabombardieri F35-JSF per un ammotare complessivo di quasi 15 miliardi di euro».

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mercoledì 20 gennaio 2010

Cassazione: non si possono espellere migranti

La Cassazione: non si possono espellere migranti con figli piccoli

Può restare in Italia l’immigrato «irregolare» che vive nel nostro paese con due figli piccoli. La Cassazione ha accolto il ricorso di un migrante contro la sentenza con cui la Corte d’Appello di Milano aveva revocato il decreto con il quale era stata autorizzato il prolungamento della sua permanenza in Italia per due anni, al fine di assistere i figli minorenni. La Suprema Corte [prima sezione civile, sentenza n. 823] ha ritenuto fondato il ricorso dell’uomo, alla luce di una sentenza depositata nello scorso giugno dalla stessa Corte, nella quale si richiamavano i principi della Carta di Nizza sul rapporto genitori-figli e i diritti dei minori.
«Non può ragionevolmente dubitarsi che, per un minore, specie se in tenerissima età – si legge nella sentenza depositata oggi – subire l’allontanamento di un genitore, con conseguente impossibilità di avere rapporti con lui e di poterlo anche soltanto vedere, costituisca un sicuro danno che può porre in serio pericolo uno sviluppo psicofisico, armonico e compiuto, né si può ritenere che l’interesse del minore venga strumentalizzato al solo fine di legittimare la presenza di soggetti privi dei requisiti dovuti per la permanenza in Italia». Tale deroga alle disposizioni del decreto legislativo 286/98 sulla presenza dello straniero sul territorio nazionale «va individuata in una incisiva protezione del diritto del minore alla famiglia e a mantenere rapporti continuativi con entrambi i genitori»: la norma in esame, si legge ancora nella sentenza, «individua due differenti ipotesi: l’autorizzazione all’ingresso in Italia del genitore che si trova all’estero» e «la permanenza del genitore che già si trova in Italia, da cui potrebbero derivare una diversa valutazione dei gravi motivi», che potrebbero essere anche dedotti «quale possibile conseguenza dell’improvviso allontanamento del genitore». La stessa legge, conclude la Cassazione, «riconosce allo straniero adulto la possibilità di ottenere un permesso di soggiorno, necessariamente temporaneo o non convertibile in permesso per motivi di lavoro».

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Ad Haiti non cambierà mai nulla

Ad Haiti non cambierà mai nulla?

Simone Sarcia* :: Mariavittoria Ballotta*

Un paese difficile da capire raccontato da due cooperanti, che ad Haiti hanno trascorso tre anni

Il rischio che si corre a vivere ad Haiti è di cominciare a diventare un po’ haitiani. Il paese è estremamente difficile da capire appena arrivati, al punto che molti degli internazionali che arrivano si scoraggiano da subito e non fanno più alcun tentativo di avvicinamento a questa cultura ricchissima. Ricordiamo i nostri primi tre mesi ad Haiti nel 2007, chiusi in casa, con le macchine di servizio che venivano a prenderci per andare in ufficio e che nel pomeriggio ci riaccompagnavano in quella che stava diventando – a livello psicologico ma anche concretamente – una vera e propria prigione.

Il primo grande ostacolo, poi diventato chiave di lettura di questo paese, è il creolo haitiano. Attraverso la padronanza di questa lingua parlato dal 99,9 per cento della popolazione si arriva a diminuire la barriera culturale e lo scetticismo iniziale e si riesce a parlare dritti al cuore della gente, e a capire intenzioni e sensibilità. Il creolo è una sorta di francese semplificato, arricchito da influenze inglesi, spagnole, lingue o dialetti di origine africana e anche da un po’ di tedesco. Ma a rendere rende il creolo una lingua speciale sono i suoni e le espressioni facciali che accompagnano tutte le frasi. Suoni ed espressioni tutti ben strutturati che possono anche cambiare il significato di una stessa frase, e che forniscono un’arma in più allo spirito ironico e goliardico di questa gente.
Gli haitiani, infatti, grandi e piccoli, amano passare serate intere o pomeriggi a raccontare aneddoti di vita quotidiana, attraverso i quali analizzano i limiti della natura umana e le sue goffaggini, cominciando a predersi in giro, punzecchiandosi a vicenda, bambini, anziani, donne, nessuno escluso, con una straordinaria capacità dialettica. Questo spiega anche perché ad alcuni gli haitiani possano risultare poco ospitali; per questa loro ironia pungente, quasi a voler studiare la reazione della persona che hanno di fronte. Se andate in giro per il paese vi capiterà di essere fissati in modo minaccioso da qualcuno, ma se provate a fare un sorriso vedrete che sarà ricambiato con uno ancora più grande o magari con una risata. Si tratta quindi di un paese che ha bisogno di una motivazione particolare, uno sforzo in più per cominciare a conoscere la sua tradizione, la vita e l’energia, ma che una volta che vi ha accolti a fatica uscirà dai vostri cuori.
Ad Haiti ci si innamora dell’intensità delle emozioni e della capacità di trasmetterle, si riscopre un profondo senso dell’amicizia, si rimane stupiti dalla quantità di attenzioni che si scambiano tra loro gli haitiani quotidianamente al telefono, di persona, via sms ed ogni volta che ne hanno l’occasione.

Un altro ostacolo arduo da superare, soprattutto a livello professionale, per chi ad Haiti non è andato solo per conoscere un’altra cultura, è l’enigma della «vera priorità». In un paese che ha così tanti problemi, dove più del 70 per cento della popolazione è terribilmente vulnerabile, si cade facilmente o nella logica cinica del «ad Haiti non cambierà mai nulla» o nella confusione e nella frenesia di voler far tutto allo stesso tempo e, inevitabilmente, di andare vicini ad un esaurimento nervoso.
Di fatti ognuno a turno idossa i panni dell’esperto, e dopo un po’ crea la sua teoria. Ultima in ordine di tempo quella di Bill Clinton, che ha da sempre un rapporto speciale con il paese [vedi le vicessitudini dell’ex presidente Aristide, non si può parlare di Haiti senza pronunciare almeno una volta questo nome]. Clinton, dopo una missione tecnica di tre giorni, ha detto: «Bisogna creare posti di lavoro e per farlo serve attirare capitale straniero». Peccato che dopo pochi mesi da quella missione sia caduto il Preval bis [il primo governo era già caduto con le violente manifestazioni per il caro prezzi dovuto alla crisi economica nell’aprile 2008, anche se con dei retroscena poco chiari su una presunta manipolazione degli insorti fatta ad hoc per spingere alla crisi di governo], non certo un buon segnale per gli investitori che Clinton aveva portato in giro per l’isola mostrandone l’incredibile potenziale [a due ore da Port au Prince c’era anche il «Club Med Magic Haiti», chiuso nel 1997 proprio per l’instabilità politica di cui il paese soffre in modo cronico].
Non dimentichiamoci che Haiti fa parte delle grandi Antille con Cuba, Giamaica e Repubblica Dominicana, e i suoi dodici mesi d’estate sono davvero l’ideale per godere delle sue spiagge vergini, con chilometri di costa deserti senza traccia di turismo di massa, giusto qualche piroga di pescatori dalla vela bianca all’orizzonte e palme da cocco. Scenari fantastici sia a sud che a nord del paese, per chi ama il genere acqua cristallina, sabbia chiara, con un’amaca che ondeggia stesa tra due palme. Altre strategie di cui ci hanno resi partecipi i vari: «expats»/esperti in missione breve/economisti/studenti di Harvard sono di solito: «L’educazione: senza l’educazione non c’è sviluppo»; «La sovranità alimentare: senza cibo non si va avanti»; «L’infrastruttura: senza strade non ce la faranno mai», «La salute pubblica: non c’è», etc. La triste realtà è quella di un paese che non interessa a nessuno geopoliticamente e che non possiede giacimenti petroliferi, relativamente piccolo e francofono, che tutti i grandi della terra tendono a dimenticare.

Altro dato interessante e argomento su cui gli haitiani sono ferratissimi è la storia del paese: Haiti è, a livello mondiale, la prima Repubblica di colore a rendersi indipendente dai colonizzatori [francesi, che poi hanno chiesto un enorme risarcimento in oro al paese per essere riconosciuto indipendente e terminando lo sfruttamento estensivo e iniziando a formare l’enorme debito pubblico odierno, per alcuni vera priorità per rilanciare il paese verso lo sviluppo]. Si parla di bivi storici, di decisioni sbagliate, si litiga su chi è convinto che durante la dittatura di Papa Doc si stava meglio e chi no e nel frattempo si sorseggia una Prestige ghiacciata, la birra locale. Tanto, si sa, prima o poi il discorso cadrà su Aristide e allora si può anche fare l’alba. Tantissimi gli artisti e gli intellettuali haitiani che hanno lasciato il paese, ma tanti ancora quelli presenti sull’isola. Se si ha la fortuna di stare in uno dei loro giri, si possono anche evitare le carissime gallerie d’arte ed andare a casa di un pittore, uno scultore o uno scrittore per comprare quadri, fare due chiacchiere o scoprire di aver ancora tanto da conoscere su questo paese.

Dopo i primi tre mesi di reclusione abbiamo cominciato a sentirci più sicuri, parlando un creolo sufficiente, avendo comprato una macchina e cominciando a memorizzare almeno in parte il labirinto di costruzioni che è Port-au-Prince [in realtà basta memorizzare le quattro arterie che dal centro città portano su in montagna fino a Petion Ville e ancora più su a Kenskoff]. Per lavoro e per interesse abbiamo viaggiato conoscendo altre parti del paese, ma le cose da vedere sono davvero tante e non sempre si ha il tempo e l’energia.
La più bella scoperta è sicuramente la natura rigogliosa in posti come Les Cayes o Jeremie, dove la vegetazione è rigogliosa e si possono vedere dinamiche comunitarie e solidali, insieme ad un’ospitalità straordinaria. La nostra esperienza ad Haiti è stata di un totale di tre anni, in cui ci siamo sentiti a casa nostra, anche a Port-au-Prince, per molti brutta per la confusione, per noi col tempo aveva assunto un fascino particolare, con i nostri angoli preferiti, i suoi chioschetti, i mercati coloratissimi, la gente sempre in strada che non ti fa mai sentire solo.
Una società che ci ha accolti e ci ha dato tante emozioni intense ed energie, che abbiamo usato nei momenti piu duri del nostro lavoro, quando a volte il cinismo prodotto superava la speranza. Ma è questa grande capacità degli haitiani di allontanarsi con ironia da una realtà così dura che ci ha insegnato a non mollare, a relativizzare e soprattutto ad apprezzare quello che siamo e le possibilità che abbiamo. Alcuni punti di riferimento per cominciare a comprendere questo paese e la sua gente sono sicuramente il documentario sulla vita di Jean Dominique, agronomo giornalista di Radio Haiti Inter, il romanzo di Graham Greene Les Comédiens, proprio sull’ironia degli haitiani e Gouverneurs de la rosée di Jacques Roumain.

*Mariavittoria Ballotta ha lavorato ad Haiti nella sezione protezione dell’Infanzia di Unicef
*Simone Sarcia ha lavorato ad Haiti come capo progetto nelle bidonvilles di Cité Soleil e Martissant per Avsi, una Ong italiana

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lunedì 18 gennaio 2010

Haiti, le voci degli scrittori haitiani

Haiti, il nuovo mare da attraversare

www.misna.org

Da Misna, un bellissimo articolo che raccoglie le voci degli scrittori haitiani. Invece che dei saccheggi, «I media farebbero meglio a parlare dell’incredibile energia degli haitiani, degli uomini e delle donne che, con coraggio e dignità, si aiutano a vicenda».

«Questo paese può progredire e svilupparsi, è materialmente straziato da questo terremoto, minato anche da problemi socio-politici, ma può vivere come entità politica. Ed è la sfida di tutti coloro che stanno cercando di salvare persone intrappolate tra le macerie, dei giovani che stanno organizzando comitati di quartiere […]. Occorrerà ricostruire Haiti con meno ingiustizie sociali e con una maggiore condivisione delle ricchezze, con uno stato più dignitoso e al servizio della popolazione». Dalla capitale Port-au-Prince, scrive così l’autore e poeta di fama internazionale Lyonel Trouillot, che ha vissuto in prima persona il terremoto del 12 gennaio, insieme a molti altri scrittori giunti nella capitale per il festival di letteratura «Etonnants voyageurs» [«Sorprendenti viaggiatori]» previsto in questi giorni. Trouillot, che non ha mai lasciato il suo paese, è un sopravissuto.
Una sorte diversa è toccata al collega Georges Anglade, nato a Port-au-Prince nel 1944, uno dei fondatori dell’Università del Quebec a Montreal [Canada] dove aveva insegnato geografia sociale sino al 2002. Anglade era un oppositore alla dittatura dei Duvalier [1957-1986] motivo per il quale fu costretto all’esilio, per poi diventare consigliere degli ex-presidenti Jean-Bertrand Aristide e Rene Preval, fino al 1996. «La cultura ci salverà. La cultura è la struttura del paese» ripete lo scrittore Dany Laferriere, haitiano con passaporto canadese, cercando di confortare Trouillot e l’illustre Franketienne, trovato in lacrime dinanzi alle rovine della sua abitazione.
«Ho detto a Franketienne, vera e propria metafora di Haiti, che deve uscire, farsi vedere. Quando crollano i punti di riferimento fisici, restano quelli umani» ha aggiunto Laferriere, secondo un racconto pubblicato dal quotidiano francese Le Monde. Laferriere sottolinea ancora: «Basta dire che Haiti è colpita da una maledizione. È un insulto e lascia intendere che il paese ha fatto qualcosa di male e che sta pagando per questo. È una parola priva di senso, scientificamente parlando. Abbiamo subito cicloni per motivi precisi, non c’era stato un sisma di tale magnitudo da 200 anni. I media farebbero meglio a parlare dell’incredibile energia degli haitiani, degli uomini e delle donne che, con coraggio e dignità, si aiutano a vicenda. Che i telepredicatori americani parlino di ‘patto col diavolo’, passa ancora, ma che lo rilancino i media…». Laferriere invita anche alla prudenza nel riferire episodi di saccheggio e di violenza in questi giorni drammatici, confermando in questo modo altre testimonianze già raccolte dalla MISNA. «Probabilmente – ipotizza lo scrittore – assisteremo a saccheggi più tardi, perché ogni città di due milioni di abitanti possiede la sua quota di banditi, ma per il momento il problema è la sopravvivenza».
Il Canada ha annunciato in queste ore che ospiterà a Montreal una conferenza internazionale sulla ricostruzione in Haiti il prossimo 25 gennaio. «Conferenza…proposte americane…Assistiamo già a lotte d’influenza? È questo il momento di parlare di tutto ciò?» s’interroga Lyonel Trouillot, secondo cui haitiani non accetteranno che il terremoto serva da pretesto ad altro. Dalla Francia, dove risiede dopo una vita segnata dalla lotta alla dittatura e da un lungo esilio a Cuba, lo scrittore Rene Depestre, 84 anni, vuole poter sperare in una globalizzazione costruttiva. «Una terra-patria e una società civile mondiale» dice, sottolineando che come dopo lo tsunami nel sudest asiatico, la situazione ad Haiti suscita uno slancio di solidarietà straordinario. Depestre chiede con forza che il denaro e gli aiuti per Haiti non cadano nelle mani di «squali», né locali, né stranieri. Per gli haitiani, dice l’autore, conoscitore profondo dell’anima popolare e delle antiche credenze nate dagli schiavi neri portati via mare, «questo è un nuovo mare da attraversare». [A cura di Celine Camoin]

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sabato 16 gennaio 2010

La crisi globale e la ripresa lentissima

La crisi globale e la ripresa lentissima

redazione Infoaut

A Torino è stato presentato il Rapporto sull'economia globale coordinato dall'economista Mario Deaglio. Il documento è utile a comprendere lo stato dell'economia dopo il grande crollo, il ruolo di Usa e Cina, la bancarotta dei bilanci pubblici, il crollo del Pil italiano che ha costretto Berlusconi a rinunciare al taglio delle tasse.

La presentazione di un libro – il XIV Rapporto sull’economia globale e l’Italia curato dal gruppo di Mario Deaglio – in un luogo pubblico ma non direttamente mediatico (www.centroeinaudi.it/appuntamenti/alla-scuola-della-crisi.html) e la sobrietà, magari un po’ grigia, del milieu intellettuale sabaudo del centro einaudi: sono gli ingredienti di una riflessione sullo stato attuale della crisi globale – aggiornata nei dati rispetto alla stessa pubblicazione che risale a qualche mese fa – che non lascia nulla, ma proprio nulla agli ottimismi di facciata e ai patinati annunci televisivi.

Il succo della lezione.
«A scuola della crisi» è il titolo, tra il consolatorio e il velleitario, del rapporto. Della attesa, e da molti già decantata, ripresa economica mondiale «a V» non c’è traccia, tanto più se si guarda a quanto necessiterebbe per far fronte alle ferite profonde che la crisi ha inciso nel tessuto economico e sociale. Certo, non c’è stato il collasso paventato nell’autunno 2008. Ma il malato resta assai grave e, soprattutto, il virus della crisi ha subito una mutazione trasferendo il rischio sistemico dai mercati finanziari direttamente agli stati.

Primo. Alle cause profonde della crisi le autorità monetarie degli Stati Uniti hanno risposto con un incredibile immissione di liquidità (il bilancio della Federal Reserve è raddoppiato) e con l’assunzione non neutrale di titoli infetti sulle spalle del contribuente oltre al piano di stimolo che Obama ha ereditato da Bush. Misure, le prime, che hanno tenuto in vita il malato, e ciò nonostante la cura ricostituente dello stimolo si sta rivelando inutile. I timidi segnali di ripresa degli ultimi mesi del 2009 non sono l’annuncio di un recupero rapido e pronunciato dell’economia mondiale (a V, in gergo). Per questo mancano tutte le condizioni nell’epicentro della crisi: le famiglie americane sono indebitate, gli investimenti sono fermi e le imprese hanno bilanci pessimi, l’edilizia non riparte causa l’enorme numero di case invendute, la crescita della disoccupazione non si arresta ma al limite decelera (con un rapporto disoccupati/nuovi occupati di sei a uno mai visto nel secondo dopoguerra). Né la Cina, dove il pacchetto di aiuti statali alla domanda pare funzionare salvo nuove bolle, può risollevare l’Occidente da una sostanziale stagnazione da debiti se è vero che continua a essere orientata sulle esportazioni. Insomma, allo stato, nessuna ripresa rapida ma persistenti segnali di deflazione; e per il dopo crisi presumibilmente nessuna dinamica a elastico (si tira la linea della crescita verso il basso ma poi tutto torna come prima), ma con più probabilità tassi di crescita dello zero virgola per il mondo occidentale (più complesso il discorso per l’Asia) in cerca di una domanda effettiva che non si trova.
Secondo. Ma anche così si fa avanti sempre più pericolosamente il rischio “sovrano”, la bancarotta degli stati, e non solo di attori minori come Islanda e Grecia, ma di big del calibro di Stati Uniti, Gran Bretagna e Giappone. (Anche a prescindere dagli allarmanti scricchiolii del sistema bancario locale statunitense – continui fallimenti causa le speculazioni sull’edilizia commerciale oggi a terra – e dei bilanci pubblici di singoli stati come la California). Qui la precarietà dei bilanci statali – da sindrome italiana – si evidenzia nelle due circostanze per cui già i saldi primari (cioè prima di pagare gli interessi del debito) sono negativi e, se pure al momento i tassi a lungo termine sui titoli statali non sono aumentati, gli acquirenti sono in gran parte le stesse autorità monetarie con, nei fatti, una monetizzazione del debito. Conseguenza possibile: un ritorno della crisi finanziaria, questa volta però senza gli strumenti a disposizione al giro precedente! E c’è già chi inizia a scommettere sul primo della lista (il Giappone, secondo il worst case scenario della Société Générale www.scribd.com/doc/22776263/Societe-Generale-Worst-Case-Debt-Scenario-Fourth-Quarter-Nov-2009, ma anche il sito di Roubini non è ottimista: www.roubini.com/analysis/96548.php).
Terzo. Non è vero che non ci siano già stati effetti politici rilevanti della crisi globale. Secondo Deaglio – e concordiamo – l’elezione di Obama lo è, così come la caduta del partito liberaldemocratico in Giappone dopo più di cinquant’anni di ininterrotta egemonia, la sconfitta della Spd in Germania, i cambi di governo in Europa orientale (tranne che in Polonia) e in Islanda (potremmo aggiungerci la crisi dei laburisti in GB). Inoltre, tutto il quadro geopolitico si sta dislocando segnato dal declino storico degli Stati Uniti e dall’inizio della confrontation globale con Pechino evidente nella prosecuzione da parte della nuova amministrazione del long war statunitense in Asia Centrale. (Ma su questo punto il discorso è un po’ più complesso di quanto appare dalla pur lucida e franca analisi di Giorgio Frankel: sono mutati il contesto internazionale e le condizioni interne della grand strategy statunitense).
Quarto. Veniamo all’Italia. Se anche l’esposizione debitoria di banche e famiglie qui non si è rivelata eccessiva, drammatico è stato il crollo di Pil ed esportazioni. Siamo in piena deflazione. Per tutto il 2009 le conseguenze in termini di disoccupazione sono state in qualche modo congelate con un rapporto di uno a uno tra numeri effettivi di licenziati e posti a rischio. Quest’anno però le decisioni non saranno ulteriormente rinviabili: e cioè chiusure, downsizing, fusioni, ricapitalizzazioni delle imprese che metteranno a rischio, secondo le previsioni dei curatori del report, dai due ai tre milioni di posti! In un quadro di dismissione pressoché definitiva di interi settori industriali strategici che influirà pesantemente anche sul dopo.

Fin qui il report. Si può discutere dei toni catastrofistici. Ma difficilmente si negherà la gravità del quadro diagnostico.
Ad essa non potrà sfuggire ancora per molto anche il governo nostrano. Il Berluska, rientrato al lavoro dopo essersi curato il faccino, ne ha dato un riscontro con l’annuncio che di tagli alle tasse non se ne parla. Per capire che si tratta di un passaggio significativo e anche clamoroso nei confronti della sua base sociale basta scorrere le reazioni dei mastini di Libero. Può essere il segnale, non isolato, dell’inizio della crisi di tutto un programma e, più ancora, dello stesso dream berlusconiano che è servito finora da collante a un’eterogenea base sociale, generazionale ed elettorale. Già la vicenda di piazza Duomo ha evidenziato l’estrema difficoltà, oramai, a mobilitare la piazza mettendo in mostra lo smarrimento e la pochezza dei peones, da un lato, e lo spontaneo entusiasmo antiberlusconiano di strati profondi della società – anche dopo il no B-day – dall’altro. Lo schiaffo di Marchionne a Termini versa altra benzina sul fuoco ed è un messaggio a tutto il Sud. Per il Cavaliere si apre un anno in cui potrebbe risultare sempre meno facile tenere insieme i pezzi.

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venerdì 15 gennaio 2010

Una legge per fare della Rete una grande Tv

Una legge per fare della Rete una grande Tv

Guido Scorza Istituto per le politiche dell'innovazione

Videoblog e piattaforme di sharing come televisioni, responsabili dei contenuti e delle violazioni in cui questi eventualmente incorrono. I rischi del recepimento italiano della direttiva UE Audiovisual Media Services. Un'Analisi di Guido Scorza da Punto informatico.

Il Parlamento italiano sta per esprimere il proprio parere sullo schema del decreto legislativo con il quale nelle prossime settimane il Governo dovrà dare attuazione in Italia alla Direttiva UE 2007/65/CE meglio nota come Audiovisual Media Services (AVMS). Sin qui nulla di cui preoccuparsi: attuare la direttiva UE è un obbligo del nostro Paese e il principio alla base della Direttiva – l’attività televisiva resta tale e deve essere soggetta alla medesima disciplina a prescindere dalla piattaforma e tecnologia utilizzate – è difficilmente contestabile nell’era della convergenza mediatica. A scorrere il testo del decreto legislativo attraverso il quale il Governo pare intenzionato ad adempiere all’obbligo comunitario, tuttavia, tanta serenità svanisce e lascia il posto ad un dubbio: non sarà che l’atavico attaccamento ed il comprensibile debito di riconoscenza degli inquilini del Palazzo a mamma TV li abbia spinti a trasformare per legge Internet in una grande televisione?

Al di là delle battute con le quali, pure, talvolta si possono dire grandi verità, alcune disposizioni dello schema di Decreto Legislativo sono tali da indurre a ritenere che talune ambiguità ed omissioni rispetto al chiaro ed inequivoco dettato della Direttiva AVMS non siano frutto solo del caso o della nota scarsa puntualità del nostro legislatore nell’importare la disciplina europea nel nostro Paese ma, piuttosto, di un approccio pantelevisivo dell’Esecutivo.
Tutto è televisione o, almeno, dovrebbe esserlo secondo il Governo della TV.
Ma andiamo con ordine.

Il punto di partenza o, se si preferisce, la chiave di lettura del decreto è costituito dalla definizione di “servizio di media audiovisivo”.
Eccola: “un servizio quale definito agli articoli 56 e 57 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea che è sotto la responsabilità editoriale di un fornitore di servizi media e il cui obiettivo principale è la fornitura di programmi al fine di informare, intrattenere o istruire il grande pubblico, attraverso reti di comunicazione elettroniche e che comprende sia servizi lineari… che servizi non lineari”.Sin qui tutto in linea con la Direttiva AVMS che, tuttavia, attraverso il considerando 16 restringe la portata della definizione di “servizio di media audiovisivo” chiarendo che essa “non dovrebbe comprendere le attività precipuamente non economiche e che non sono in concorrenza con la radiodiffusione televisiva, quali i siti internet privati e i servizi consistenti nella fornitura o distribuzione di contenuti audiovisivi generati da utenti privati a fini di condivisione o di scambio nell’ambito di comunità di interesse”.
Chiara, limpida ed inequivocabile, la volontà del legislatore europeo: il videoblog di Pippo, come scrive Stefano Quintarelli, ma anche una piattaforma user generated content che distribuisce “contenuti audiovisivi generati da utenti privati” sono diversi dalla televisione e dovrebbero restare estranei alla nuova disciplina.

Ecco come, invece, il Governo intende circoscrivere la portata della definizione di “servizio media audiovisivo”: “non rientrano nella nozione di servizio media audiovisivo i servizi prestati nell’esercizio di attività principalmente non economiche e che non sono in concorrenza con la radiodiffusione televisiva”.
Bene sin qui. Si ribadisce una volta di più che il videoblog di Pippo non è una televisione e che, pertanto, ad esso non è applicabile la nuova disciplina sempre che, naturalmente, l’attività di Pippo non possa essere ritenuta “principalmente economica”.

Il solo limite dell’assenza di “attività economica” e il vago riferimento alla “non concorrenza con la radiodiffusione televisiva”, francamente, mi sembrano poco per distinguere un videoblog da una TV ma, per il momento, preoccupiamoci degli aspetti più seri. L’approccio pantelevisivo di Palazzo Chigi, infatti, ha spinto l’estensore dello schema di decreto legislativo a non fermarsi ed ad aggiungere ancora un periodo alla definizione.

La lettera a) del comma 1 dell’art. 4, infatti prosegue e prevede: “fermo restando che rientrano nella predetta definizione (ovvero sono servizi di media audiovisivo, ndr) i servizi, anche veicolati mediante siti internet, che comportano la fornitura o la messa a disposizione di immagini animate, sonore o non, nei quali il contenuto audiovisivo non abbia carattere meramente incidentale”.
Qui, l’interprete rischia di perdersi.
Nel videoblog di Pippo “il contenuto audiovisivo non ha carattere meramente incidentale” ma, in ipotesi, Pippo non esercita un’attività “principalmente economica”.

Quid iuris? Prevale il primo o il secondo periodo? Una brutta ambiguità in relazione ad un aspetto tanto importante.
Nella migliore delle ipotesi è una disposizione di legge scritta malissimo sotto il profilo della tecnica della normazione mentre nella peggiore è il lapsus freudiano di un legislatore che vorrebbe “chiudere in TV” anche il videoblog.

Ma c’è di più.
Una piattaforma UGC che consenta agli utenti di pubblicare propri contenuti audiovisivi nell’ambito di un’attività economica è una televisione?
Buon senso, esperienza e tenore del considerando 16 della Direttiva AVMS suggeriscono di no, ma il testo del Decreto con il quale si intende attuare la Direttiva dice il contrario: anche le piattaforme UGC audiovisive – YouTube in testa – altro non sarebbero che grandi TV.
L’approccio pantelevisivo dilaga.

Probabilmente – come peraltro allude neppure troppo velatamente il Senatore Vita in un comunicato stampa – il Governo non ha resistito alla tentazione di fare lo sgambetto a Google che, in Tribunale, sta giocando una partita importante contro Mediaset nella quale, ovviamente, nega di essere una TV e rivendica il ruolo di intermediario della comunicazione.
Se così fosse, tuttavia, gli estensori del decreto avrebbero commesso un errore perché la Direttiva esclude che la disciplina italiana possa applicarsi ad un fornitore che, come Google, non è stabilito nel nostro Paese.
Ma lasciamo da parte la vicenda Google-Mediaset e torniamo a parlare del resto della Rete perché, per fortuna, c’è tanto altro e, per sfortuna, il Governo vorrebbe ridurre tutto ad una TV.

Nella Direttiva AVMS, il legislatore, nel definire la nozione di “responsabilità editoriale” ovvero quella del fornitore del servizio di media, precisa che essa non implica necessariamente una responsabilità giuridica sui contenuti e al considerando 23 ne chiarisce il senso, ricordando, che “la presente direttiva dovrebbe applicarsi fatte salve le deroghe di responsabilità della direttiva 2000/31/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, dell’8 giugno 2000, relativa a taluni aspetti giuridici dei servizi della società dell’informazione, in particolare il commercio elettronico, nel mercato interno (direttiva sul commercio elettronico)”.
Si tratta di un principio fondamentale per garantire la convivenza della nuova disciplina con quella già vigente in materia di assenza dell’obbligo di sorveglianza degli intermediari della comunicazione – fornitori di hosting in testa – per i contenuti pubblicati dai propri utenti e di non responsabilità dei primi per i medesimi contenuti.
Sarebbe lecito attendersi che tale principio fosse riflesso anche nel testo dello schema di decreto legislativo di attuazione ma, sfortunatamente, non è così.

Il nostro Paese – dopo quanto accaduto negli ultimi mesi nei nostri Tribunali ed a Palazzo Chigi – continua a rigettare con forza tale principio che pure affonda ormai le sue radici nell’humus comunitario e trova fondamento nella ratio della disciplina europea sulla non responsabilità degli intermediari della comunicazione superbamente ricordata dall’Avvocato Generale della Corte di Giustizia UE nella causa C236/08: “creare uno spazio libero, pubblico e aperto su Internet, cosa che (n.d.r. la direttiva 31/2000) cerca di fare limitando la responsabilità di coloro che trasmettono o ospitano le informazioni ai soli casi nei quali, questi ultimi, sono coscienti dell’esistenza di una illegalità”.

È grave anche perché, più avanti, all’art. 6 dello schema di decreto legislativo, sotto la rubrica “protezione del diritto d’autore” il Governo impone a – e dunque rende direttamente responsabili – tutti i fornitori di servizi media audiovisivi di astenersi “dal trasmettere o ritrasmettere, o mettere comunque a disposizione degli utenti, su qualsiasi piattaforma e qualunque sia la tipologia di servizio offerto, programmi oggetto di diritti di proprietà intellettuale di terzi o parti di tali programmi, senza il consenso di titolari dei diritti e salve le disposizioni in materia di brevi estratti di cronaca”.

Come se ciò non bastasse, il comma 3 dell’art. 6 stabilisce che “l’Autorità (quella per le garanzie nelle comunicazioni, ndr) emana le disposizioni regolamentari necessarie per rendere effettiva l’osservanza dei limiti e divieti di cui al presente articolo”.
Ora importare HADOPI in Italia sarà più facile perché sarà sufficiente un regolamento firmato AGCOM, che disponga l’oscuramento delle TV, pardon, dei videoblog che diffondono materiale ritenuto “pirata”.

Conclusioni: la direttiva AVMS si deve, naturalmente attuare, ma, nel farlo, occorre tener presente che rischiare di trasformare la Rete in una grande Televisione – che ciò corrisponda alla volontà politica o sia, piuttosto, solo una possibile conseguenza di disposizioni scritte male e pensate peggio – significa privare il Paese dell’unica reale possibilità di uscire da decenni di telepotere che hanno fortemente limitato ogni spazio di libertà e democrazia nel mondo dei media.

Sarebbe già abbastanza, ma talvolta le ragioni dell’economia sono più ascoltate di quelle della democrazia e, quindi, sembra utile aggiungere che l’approccio pantelevisivo del nostro Governo all’attuazione della Direttiva AVMS rischia di far trasferire l’imprenditoria e la creatività multimediali italiane al di là delle Alpi. Poiché, ai sensi della Direttiva AVMS, basta stabilirsi in un altro Paese membro per sottrarsi all’ambito di applicazione della nostra sui generis disciplina di attuazione.
Internet non è una TV! Non lasciamo che lo diventi per legge.

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giovedì 14 gennaio 2010

Rosarno, Chi parte e chi rimane

Il cielo sopra Rosarno. Chi parte e chi rimane

Giuliano Santoro

La rivolta degli africani nasce nel contesto dell'economia criminale che domina la Calabria. Una rete di interessi e connivenze esemplare per comprendere il rapporto tra flussi economici e movimenti migratori, tra culture diverse e sfruttamento.

Per comprendere la «geografia della paura» di Rosarno e il suo valore universale, bisogna farsi un giro da quelle parti. Non vi troverete davanti alla devastazione sociale tradizionale, a una qualche forma di «arretratezza» e «degrado» cui porre rimedio. Le terre di Rosarno, le stesse che hanno ospitato le lotte dei contadini che hanno resistito e vinto fino agli anni cinquanta, sono oggi preda dell’indotto criminale della prima azienda del paese. Questa impresa efficiente, al tempo stesso arcaica e modernissima, non ha bisogno solo di killer ed estorsori. Necessita di colletti bianchi pettinati ed efficienti e di imprenditori bisognosi di capitali, di medici cui far gestire la cassa del bilancio regionale, di avvocati cui far dirimere le questioni giudiziarie. Sono soldi che circolano, interessi che si diffondono, economie che creano appartenenza e connivenza.
Non siamo in presenza della «guerra tra poveri» che ci si immagina seguendo le descrizioni della televisioni. Lasciamo ad altri il compitino di celebrare la retorica e di partecipare al funerale dei calabresi come popolo di bonaccioni accoglienti e chiassosamente solidali. Dobbiamo notare innanzitutto il panorama di questo tratto di Calabria, la linea dell’orizzonte delle case incompiute e degli edifici coi marchi globali, quel misto indistricabile di abusivismo, riciclaggio e imprenditoria, mercato selvaggio e arretratezza, capitale e sfruttamento, che viene in mente quanto si leggono i dossier sullo stato del mondo. I capitali a disposizione della borghesia mafiosa e il porto dell’Europa sul Mediterraneo che affaccia sul mare di Gioia Tauro solo qualche chilometro più in là, ci spiegano più di ogni altra cosa quanto la storia di Rosarno non riguardi le sorti di una qualche bestialità marginale, una rabbia ancestrale spuntata fuori dalle viscere della storia, ma i nuovi assetti della produzione globale e le sue propaggini. La linea della valorizzazione economica corre lungo tutto il pianeta in bilico tra legale ed illegale, crea ad arte le condizioni estreme del feudalesimo da piccola comunità e le vertiginose reti della mondializzazione.
L’assalto scomposto ma coraggioso degli africani ai loro aguzzini è una forma rudimentale di sindacalismo. Sembrano averlo capito loro stessi, le centinaia di africani che si sono ribellati ai soprusi, a costo di perdere le loro catene ed essere deportati da qualche altra parte, in qualche altro nodo della produzione globale in attesa della prossima campagna d’odio o del prossimo scontro. Di sicuro, di questo scenario non si sono resi conto molti di quelli che sono nati e che probabilmente moriranno in quei luoghi della Piana, in mezzo ai pilastri incompiuti delle case di famiglia e alle rovine dello sviluppo, dopo aver visto il mondo in qualche rivista scandalistica o nei reality show della televisione.
Nei mesi scorsi un piccolo libro lo ha gridato forte, fin dal titolo di copertina: «Gli africani salveranno Rosarno». Antonello Mangano, curatore di quel volume, ha messo nero su bianco ciò che è sotto gli occhi di tutti: solo l’arrivo di nuove culture e di nuovi linguaggi potrà spazzare via la ‘ndrangheta e salvare questa terra dall’immobilismo e dall’autocompiacimento segnato troppo spesso dal ritmo consolatorio dei tamburelli e dal sapore inebriante delle soppressate. Il coraggio degli africani di Rosarno, la loro sana rabbia, ci dice chiaro che non bastano i ritmi delle musiche popolari e i sapori delle ricette tradizionali per sottrarsi all’influenza ormai secolare della criminalità organizzata, quella forma di impresa che ha messo radici decennali dentro la società atrofizzata locale, ha creato fiumi di denaro da riciclare e metastasi fatte di negozi che non vedi manco nella ricca Brianza o nel produttivo Nord-Est, centri commerciali e concessionarie di automobili che puntellano la strada statale che da Pizzo Calabro porta prima a Vibo Valentia e poi alla cartiera di Rosarno. Il lusso in mezzo al nulla.
Mentre la storia fa marameo, passa da quei luoghi e se ne va altrove a portare la sua vitalità incendiaria. Il regista tedesco Wim Wenders è stato pagato fior di quattrini dalla Regione Calabria per mettere in scena un film patinato dei suoi, che spiegasse al mondo quanto i calabresi siano accoglienti e generosi. Pochi giorni fa, Wenders ha anche detto di aver finito i soldi e il presidente della Regione Agazio Loiero si è subito messo a cercare fondi tra gli imprenditori locali. Ma il regista de «Il cielo sopra Berlino» dovrebbe avere il coraggio di riscrivere il copione e di ispirarsi a una delle pellicole di Sergio Leone. La situazione degli africani è tragica, ma se c’è qualcuno che rimarrà al suo posto, abbandonato a se stesso in preda al potere dell’ignoranza e della violenza mafiosa, questi sono i rosarnesi. Non c’è davvero nulla da invidiare a questa gente pervasa dalle passioni tristi. Si potrebbe girare un film in cui una delle bande arrivate nel pueblo decide di abbandonare il campo dopo un’azione fulminea. Di smettere il ruolo dei contendenti e lasciare da soli con le loro frustrazioni i bandidos al soldo dei potenti. Da domani il cielo sopra Rosarno sarà molto più cupo e si respirerà un’aria molto più triste, ma non è più affare degli africani.

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mercoledì 13 gennaio 2010

Il Nord Est come Rosarno

Il Nord Est come Rosarno

La denuncia della Cgil di Padova: «Immigrati sfruttati e sottopagati lavorano di 12 -14 ore al giorno per pochi euro, senza contratto o con contratti che non vengono rispettati. Una realtà, questa, che non è solo di Rosarno: è diffusa in modo regolare su tutto il territorio nazionale»

«Anche chi ha un contratto, in realtà viene pagato 3-4 euro l’ora. Molti vengono picchiati, altri hanno preferito tornarsene a casa». Immigrati sfruttati e sottopagati che lavorano 12, 14 ore al giorno per pochi euro, senza contratto o con contratti che, nella prassi, non vengono rispettati. Una realtà, questa, che non è solo quella di Rosarno ma purtroppo è diffusa in modo regolare su tutto il territorio nazionale».
Non fa eccezione il nord est, l’area più ricca del nostro paese. Solo in Veneto, di stranieri, comunitari e non, ce ne sono 36 mila, occupati a tempo determinato. Si tratta di quelli «regolari», quindi della punta dell’iceberg. La nazionalità più rappresentata è quella romena.
Gran parte di questi stranieri lavorano nel settore agricolo, quello, secondo la Cgil, dove lo sfruttamento è più intenso e spietato. Spiega Alessandra Stivali, responsabile del dipartimento immigrazione della Cgil di Padova, che «le condizioni degli immigrati in agricoltura, soprattutto nelle coltivazioni più diffuse, quelle di patate e radicchio, sono drammatiche e purtroppo sconosciute. Spesso si tratta di lavoratori in nero, con salari da fame. Seguiamo ancora il caso di un ragazzo marocchino che era stato assunto in un’azienda agricola: era obbligato a lavorare dodici ore al giorno, veniva pagato 4 euro all’ora e viveva nella stalla. Maltrattato e picchiato. Lui ha avuto coraggio: ha denunciato il datore di lavoro».
Si tratta, per la sindacalista, di una situazione simile in tutto e per tutto a quella di Rosarno.
«Purtroppo in agricoltura il lavoro nero è diffusissimo – spiega la sindacalista al quotidiano Il Gazzettino – ed è naturalmente difficile quantificarlo. Ma anche per gli oltre 2500 regolari, la situazione non è facile. In molti casi non vengono retribuiti secondo contratto, non percepiscono più di 3 o 4 euro all’ora, dovendo impegnarsi tutta la giornata. Hanno paura di ribellarsi, paura di perdere il permesso di soggiorno. Qualche tempo fa una ragazza romena, assunta in un’azienda agricola padovana, è scappata. Stava nell’acqua 13 ore al giorno a coltivare radicchio. Le mani corrose, una condizione disumana. Il problema è che quello dell’agricoltura è un mondo difficile da controllare anche per la molteplicità di piccole aziende che lo compongono e che non producono tutto l’anno. E con i venti di crisi attuali, la situazione è ulteriormente peggiorata: orario ridotto a condizioni disperate».

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La mafia, la politica e la ribellione di Rosarno ...



La mafia, la politica e la ribellione di Rosarno

Marco Rovelli

Una riflessione di Marco Rovelli, scrittore e cantatutore, che nel suo ultimo libro-inchiesta «Servi» aveva descritto le condizioni estreme in cui erano costretti a vivere i migranti di Rosarno. Come è possibile che nessuno aveva visto niente?

La rivolta dei braccianti, così come il pogrom successivo, non sono stati una sorpresa. Era questione di tempo: il tempo di ciò che è umanamente sopportabile, il tempo per cui chi subisce trova la forza di gridare il suo «Basta». Di come stavano le cose a Rosarno ne avevo scritto qui su Carta quasi tre anni fa, per poi tornarci sopra nel mio libro «Servi»: il reportage si intitolava Caccia al nero. Che lo sport più diffuso tra i giovani di Rosarno fosse la caccia al nero era un dato di fatto, e le fucilate della scorsa settimana sono state la scintilla che ha fatto traboccare la rabbia dei braccianti subsahariani. Non è questione di essere profeti, neppure facili. E’ unicamente questione di non voler chiudere gli occhi di fronte all’evidenza. Ma l’evidenza in (questa) politica è un elemento trascurabile, in piena buona coscienza. Come probabilmente in buona fede è chi tra i rosarnesi ha detto «Ma come, noi gli abbiamo dato accoglienza per tutti questi anni, e adesso questi vengono e ci distruggono il paese».
Come è umanamente possibile chiamare accoglienza quelle condizioni di vita impensabili, in fabbriche dismesse, in baracche di cartone, venti euro al giorno per quattordici ore, e assalti periodici da giovani della zona che irrompevano nel cortile delle fabbriche e sparavano, altri che si appostavano ditero un muro li prendevano a sassate, macchine lungo la strada che aprivano lo sportello e facevano cadere il «negro». E soprattutto, stupisce che i rosarnesi non si chiedono che cosa ci facevano lì, quei «negri». O forse se lo chiedono, ma si rispondono «Non è affar mio».
Salvo magari prendersi l’indennità di disoccupazione come bracciante, pagandosi i contributi per cento giornate di lavoro, senza ovviamente aver messo piede in un campo. Sottraendo dunque un salario al bracciante vero, che sconta il lavoro e la miseria «in vece sua». Il «Non è affar mio», del resto, a Rosarno è un motto che funziona, visto che le cosche della ‘ndrangheta spadroneggiano indisturbate. E della devastazione socio-economica del territorio che è conseguita al loro dominio anche lo sfruttamento schiavistico è uno degli effetti. [E ancora: al parroco che ha redarguito i suoi parrocchiani per il pogrom chiederei se è vero che l’impianto di condizionamento della sua chiesa è stato pagato dalla famiglia Pesce, la cosca più potente del paese].
Ma ancora più responsabile è un Maroni, che giustifica di fatto i pogrom, attaccando la troppa tolleranza per i clandestini. Credo che questo sia un punto di svolta nella campagna di rovesciamento mediatico della realtà: non sono questi lavoratori che si ammazzano per raccogliere le arance italiane ad aver diritto a dignità umana, a un salario decente, a non essere oggetto di aggressioni continue, ma sono loro ad aver abusato della tolleranza della legge che magnanimamente è stato loro concessa. La sanzione dunque di una visione mafiosa della politica: non il diritto, ma il privilegio. E suona ancora più disgustoso che nella stessa giornata Maroni abbia recitato un pistolotto antirazzista per i cori contro Balotelli. Salvarsi anima e faccia non è mai stato così semplice.

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martedì 12 gennaio 2010

Onu, 2010 anno internazionale della biodiversità

Onu, 2010 anno internazionale della biodiversità

L’Onu ha lanciato oggi a Berlino il «2010: anno internazionale della biodiversità» e il Wwf Italia ne ha «approfittato» per inviare una lettera alle maggiori cariche istituzionali affinché l’Italia si impegni in questa direzione, in coerenza con gli impegni sottoscritti al G8 ambiente di Siracusa, nel 2008. »L’Italia è il paese europeo più ricco di biodiversità, ma molta della ricchezza si sta perdendo», dice il Wwf, che nel 2010 «sarà impegnata con iniziative speciali, progetti sul campo e ulteriori interventi istituzionali».

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lunedì 11 gennaio 2010

La bugia di Sigonella

La grande bugia di Sigonella

Sigonella: è la parola magica che il fan di Bettino Craxi introduce nella discussione, quando sta per soccombere a causa dell’elenco delle tangenti, delle condanne, dei conti all’estero; e poi degli incontri con Licio Gelli, delle spartizioni di potere con Giulio Andreotti, del vertiginoso incremento del debito pubblico...Sigonella: dimostrazione che il segretario del Psi era uno statista, capace di scelte coraggiose e autonome anche nei confronti dell’alleato Usa. Ma a Sigonella andò davvero come ci hanno detto? Un documento americano su cui recentemente è stato tolto il segreto ci permette oggi di raccontare una storia molto diversa.

Il sequestro. Tutto comincia il 7 ottobre 1985, quando quattro terroristi del Fronte per la Liberazione della Palestina s’impossessano, al largo delle coste egiziane, della nave italiana Achille Lauro che sta compiendo una crociera nel Mediterraneo.

Il commando chiede la liberazione di una cinquantina di palestinesi detenuti nelle carceri israeliane. In caso contrario, minaccia di uccidere i passeggeri e di far esplodere la nave. Iniziano frenetiche consultazioni militari e diplomatiche. Le trattative sembrano arrivare a una conclusione positiva quando Abu Abbas, il mediatore indicato dal leader dell’Olp Yasser Arafat, convince i dirottatori ad abbandonare la nave, in cambio dell’immunità e di un salvacondotto per la Tunisia.

Ma si viene a sapere che nel frattempo i terroristi a bordo avevano ucciso e gettato in mare una persona: Leon Klinghoffer, un cittadino americano di religione ebraica, disabile bloccato in carrozzella. A questo punto gli Stati Uniti intervengono.

L’11 ottobre i caccia americani intercettano l’aereo egiziano che sta portando in Tunisia i dirottatori e lo costringono ad atterrare nella base militare di Sigonella, in Sicilia. Venti carabinieri e trenta avieri dell’Aeronautica militare circondano l’aereo. Sono a loro volta subito circondati da una cinquantina di militari americani della Delta Force. Poi affluiscono alla base i rinforzi dei carabinieri, che circondano gli americani.

Il presidente Usa Ronald Reagan telefona a Craxi nella notte, chiedendogli la consegna immediata dei palestinesi. Craxi mantiene fermo il suo rifiuto, finché gli americani ritirano i loro uomini.

Cinque mesi dopo. Certo a Sigonella il comportamento del governo italiano nei confronti degli americani appare diverso da quello tenuto dopo il rapimento, nel 2003 a Milano, dell’imam Abu Omar da parte di uomini della Cia. Messi sotto processo per sequestro di persona insieme ai vertici del Sismi, nel 2009 sono salvati dal segreto di Stato apposto da Silvio Berlusconi.

Ma ora sappiamo che, nel 1985, anche Craxi tratta subito con gli americani e fa un immediato atto di riparazione, concedendo segretamente a Reagan la base di Sigonella per attaccare la Libia di Gheddafi. Solo cinque mesi dopo la tanto osannata dimostrazione di orgoglio nazionale, infatti, nel marzo 1986 gli F111 Usa, provenienti dalla Gran Bretagna e ufficialmente diretti alle basi inglesi di Cipro, decollano dalla base siciliana per attaccare e bombardare il golfo della Sirte.

La concessione avviene in segreto: Craxi permette l’uso della base, ma chiede discrezione e in pubblico critica aspramente l’azione militare. Lo ha scoperto una giornalista italiana, Sofia Basso, analizzando materiale Usa recentemente declassificato. Si è imbattuta in una nota confidenziale scritta a Reagan nella primavera 1986 dall’allora segretario di Stato americano, George Shultz, uscita dagli archivi segreti del Dipartimento di Stato.

L’appunto di Shultz spiega che «i rapporti con Craxi erano eccellenti», l’episodio dell’Achille Lauro era ormai «cosa del passato» e che «su base confidenziale, l’Italia aveva permesso l’uso di Sigonella per operazioni di supporto in relazione all’esercitazione nel golfo della Sirte». A una sola condizione: la riservatezza.

È il marzo 1986. La Libia è accusata di essere dietro gli attentati compiuti in varie parti del mondo da terroristi arabi. Reagan, senza consultare né il Congresso, né i partner europei, il 22 marzo manda navi e aerei nel golfo della Sirte, che Gheddafi considera acque territoriali libiche. Si scatena una battaglia. Gli Usa colpiscono due navi libiche e una base missilistica. Le cancellerie occidentali si dividono: Gran Bretagna e Germania applaudono la dimostrazione di forza, il resto dell’Europa esprime forti dubbi.

Il più duro nelle critiche agli Usa è proprio Craxi il quale, in una seduta straordinaria del Parlamento, proclama che non è con ripetute "esercitazioni militari" in un’area già scossa da forti tensioni che si può difendere il diritto internazionale. L’uso della forza, anzi, non potrà che minare la stabilità della regione e rafforzare il ruolo di Gheddafi nel mondo arabo.

Deve essere chiaro che l’Italia non vuole «guerre alle soglie di casa». Fin qui la versione ufficiale. Il memorandum di Shultz rivela invece la verità segreta. Spiega che Craxi vuole farsi perdonare l’episodio dell’Achille Lauro, punta a essere considerato partner privilegiato degli Usa nelle relazioni tra Est e Ovest e a essere ammesso nel gruppo dei cinque Paesi industrializzati. Per questo, in pubblico strilla contro gli americani ma, sottobanco, dà loro il via libera. Purché non lo si dica in giro.

Da Il Fatto Quotidiano del 10 gennaio

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sabato 9 gennaio 2010

Rosarno: Esplode la rabbia degli africani





Nuova rivolta a Rosarno. Esplode la rabbia degli africani

Terrelibere.org

[Da terrelibere.org] Dormono in tubi di metallo, vivono in ex fabbriche abbandonate, sono diventati l'occasione per progetti fumosi e strampalati, lavorano per pochi soldi in condizioni durissime. E soprattutto non ne possono più di sopportare la violenza gratuita di mafiosi e balordi. Loiero: «Quello che è successo è il frutto del clima di intolleranza xenofoba e mafiosa».

In contrada Spartimento, nei pressi dell’ex Opera Sila di Gioia Tauro che ospita centinaia di raccoglitori di arance, due africani sono stati feriti con un fucile ad aria compressa. E’ accaduto nel pomeriggio di ieri. Uno di loro è un rifugiato politico del Togo con regolare permesso di soggiorno. Le condizioni delle persone ferite portate nell’ospedale di Gioia Tauro non sarebbero gravi.
«Lo so che adesso daranno tutta la colpa a noi. E quei ragazzi che si divertivano a utilizzarci come tiro al bersaglio chissà dove sono a spassarsela», dice un lavoratore marocchino alla Repubblica. E racconta: «Ridevano, tre ragazzi su una macchina scura. Ridevano e urlavano: `Oggi non si lavora?`. Dalla statale la macchina ha cominciato ad accelerare e dai finestrini due si sono messi a sparare». «Siamo qui solo per lavorare», urla un giovane del Ghana con l’accento bergamasco.
Dopo gli attentati, alcune centinaia di africani hanno iniziato a protestare bruciando dei copertoni. Stessa reazione, appena si è diffusa la notizia dei ferimenti, c’è stata nell’ex fabbrica Rognetta di Rosarno. Più tardi, in serata, sono state danneggiate diverse auto nella cittadina della Piana. Dopo l’arrivo dei rinforzi di polizia e carabinieri, si è cercata una mediazione. La trattativa si è svolta in un clima di grande tensione. Gli abitanti di Rosarno avevano inveito contro gli immigrati mentre questi, nel loro tragitto, danneggiavano tutto ciò che incontravano sulla loro strada. In tarda serata, a Gioia Tauro è stata bloccata la nazionale.
Nella Piana ci sono alcune centinaia di immigrati che lavorano nella raccolta delle arance. La maggior parte di loro sono bulgari e rumeni, che sembrano invisibili perché – da quando sono diventati neocomunitari – possono andare e venire in base all’offerta di lavoro, affittare un appartamento, vivere in condizioni decenti.
Gli africani no. Sono il prodotto delle leggi razziste, sono gli scarti della politica della Lega. Vivono da settimane in due strutture abbandonate, la Rognetta nel centro di Rosarno e l’ex Opera Sila nei pressi Gioia Tauro. La prima è una ditta per la produzione di succo, fallita da anni. La seconda doveva distillare ottimo olio calabrese, ma è abbandonata da tempo. Gli africani dormono, lì, nei silos di metallo. Sono l’ultimo anello di un sistema malato.
In estate è stata sgomberata e murata la Cartiera, altra ex fabbrica abbandonata che per anni ha ospitato la comunità africana. Erano stati promessi interventi strutturali ed altri per fronteggiare l’emergenza umanitaria che ogni inverno riecheggia in tutto il mondo. Non è stato fatto nulla, se non progetti astratti [infopoint, orientamento al lavoro], proposte ridicole [villaggio della solidarietà, museo dell’agricoltura], piccoli interventi [bagni chimici installati e poi tolti, cisterne inviate e ritirate]. Maroni, da ultimo, ha stanziato 930 mila euro per il «recupero urbano delle aree degradate». Gli africani sono «poverissimi in un mare di soldi», al pari dei calabresi costretti all’emigrazione.
Una filiera mafiosa che penalizza i lavoratori, un sistema di norme feroci che impedisce loro di vivere in maniera dignitosa. Nel corso degli anni sono sempre stati vittime di atti di violenza. L’anno scorso hanno detto basta, dopo il ferimento di due di loro. Sembrava fosse chiara la determinazione della comunità africana a non accettare ulteriori atti di violenza nei loro confronti. Ed invece, è accaduto ancora una volta. «Quello che è successo è il frutto del clima di intolleranza xenofoba e mafiosa», ha dichiarato subito il presidente della Regione Loiero.
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Rosarno. Don De Masi

Rosarno. Don De Masi: «I migranti costretti a vivere come animali»

www.misna.org

Da Misna, un'intervista al referente locale di Libera: «Le proteste di ieri hanno sconvolto tutti per le modalità con cui sono state condotte, ma se andiamo oltre i danni alle auto e i cassonetti incendiati ci rendiamo contro che era solo questione di tempo. Non si possono far vivere le persone come animali e pensare che non si ribellino».

«Quello che è accaduto a Rosarno è frutto della mancanza di una pianificazione adeguata per i lavoratori stagionali e della totale assenza di una politica dell’integrazione»: ne è convinto Don Pino de Masi, vicario generale della diocesi di Oppido-Palmi e referente dell’associazione ‘Libera’ per la piana di Gioia Tauro, contattato dalla Misna all’indomani delle proteste dei lavoratori immigrati di origine africana bersaglio, la notte tra mercoledì e giovedì, di un attacco con armi ad aria compressa da parte di ignoti.
«Le proteste di ieri hanno sconvolto tutti per le modalità con cui sono state condotte – afferma il vicario – ma se andiamo oltre i danni alle auto e i cassonetti incendiati ci rendiamo contro che era solo questione di tempo. Non si possono far vivere le persone come animali e pensare che non si ribellino. Qui è in corso una vera emergenza sociale».
Questa mattina i lavoratori immigrati – in prevalenza giovani provenienti dall’Africa sub-sahariana, che lavorano nella zona come braccianti agricoli – hanno ripreso le strade e organizzato una marcia verso il municipio di Rosarno per denunciare lo sfruttamento e le condizioni in cui sono costretti a vivere. «Nella piana ci sono circa 2 mila immigrati africani che si accalcano per dormire la notte tra un’ex-cartiera in disuso e un immobile dell’ex-Opera Sila. Se qualcuno del governo centrale o della regione vedesse in che condizioni vivono, senza nulla, senza servizi, luce, acqua, alimenti o riscaldamento non si stupirebbe di quanto è accaduto» dice ancora Don Pino, che da anni si occupa di immigrazione e lotta alla ‘Ndrangheta «perché quello di cui dobbiamo renderci conto è che i due problemi non sono scissi in regioni ad alto rischio di illegalità come la nostra». Pur non giustificando «nessuna azione violenta, sbagliata di per sé, ma che temo frutto dell’esasperazione di molti immigrati», il vicario racconta delle vessazioni e lo sfruttamento a cui molti di loro sono sottoposti. «Capita spesso che dopo giornate intere di raccolta nei campi invece di versare loro la paga, i datori di lavoro minaccino di chiamare i carabinieri, costringendoli alla fuga perché privi di documenti regolari» aggiunge Don Pino, secondo cui «l’invisibilità a cui queste persone sono costrette li priva di ogni diritto, rendendoli vulnerabili e soli».
Il religioso si dice fiducioso negli abitanti della piana che «hanno un animo buono e conoscono la situazione di questa gente» osservando tuttavia che «le autorità devono assumersi la responsabilità di una situazione che necessita di giustizia prima ancora che di carità».

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Tensioni tra italiani e migranti a Rosarno

Tensioni tra italiani e migranti a Rosarno, alcuni migranti gravemente feriti

www.misna.org


Nuovi episodi di violenza si sono verificati in serata nella zona di Rosarno da dove continuano ad arrivare notizie di tensioni tra abitanti locali e gli immigrati, in prevalenza africani, che lavorano come stagionali nella Piana di Gioia Tauro, protagonisti da ieri di una protesta che sembra sfuggire di mano.

Nelle ultime ore almeno nove immigrati sono stati feriti in almeno tre episodi diversi: due sono stati colpiti alle gambe con fucili a pallettoni poco dopo le 18 lontano dalle zone interessate dai disordini, altri due sono stati feriti con spranghe e bastoni in tafferugli tra immigrati e abitanti di Rosarno. Tutti sono stati portati d’urgenza all’ospedale di Polistena e, secondo il quotidiano locale on-line Strill.it (che da Reggio Calabria segue da ieri con attenzione gli sviluppi della vicenda) almeno due di loro versano in “gravi condizioni” e uno sarebbe già stato operato al rene. Sempre in serata poi è stata confermata da fonti investigative la notizia di cinque immigrati investiti da auto guidate da cittadini italiani. Gli investimenti, sono avvenuti in prossimità dei posti di blocco attuati dagli abitanti del posto. In un caso i responsabili dell’investimento sono stati fermati dai carabinieri.
Secondo gli ultimi bilanci ufficiali diffusi dalla prefettura di Reggio Calabria almeno 37 persone sono rimaste ferite dall’inizio dei disordini: 19 immigrati e 18 uomini delle forze dell’ordine. Sempre la prefettura ha confermato che uno degli immigrati feriti a colpi di spranga sulla statale 18 è in gravi condizioni, sottoposto ad intervento chirurgico e ricoverato ora, in codice rosso, in neurochirurgia a Reggio Calabria.

Intanto un gruppo di cittadini ha occupato in serata il Municipio di Rosarno, precisando che l’occupazione “proseguirà fino a quando gli immigrati non verranno portati via da Rosarno’’. In un breve comunicato diffuso dal Quirinale il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, giudica “indispensabile fermare senza indugio ogni violenza’’. Commentando gli sviluppi delle ultime ore il presidente della Regione Calabria, Agazio Loiero, ha detto di “temere una pericolosa deriva”. Intanto rinforzi per le forze di sicurezza sarebbero stati inviati a Rosarno nel tentativo di riportare la situazione sotto controllo.

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venerdì 8 gennaio 2010

Nuova rivolta dopo agguato mafioso ai lavoratori stranieri...

Ancora rabbia a Rosarno

Nuova rivolta dopo un nuovo agguato mafioso ai lavoratori stranieri


"I fatti sono molto più seri degli incidenti seguiti alle proteste del dicembre 2008, quando la comunità ghanese e burkinabè scese in piazza per protestare contro il ferimento di due ragazzi a colpi di kalashnikov sparati da un'autovettura in corsa. Ieri a Rosarno alcuni ragazzi africani sono stati raggiunti nel primo pomeriggio da colpi sparati da un fucile ad aria compressa, e tutta la rabbia della comunità degli immigrati africani per la raccolta di clementine eolive è venuta fuori. Al momento non sembra ci siano feriti ma sicuramente alcuni calabresi, gente del posto che rientrava a casa mentre la rivolta era in corso, sono stati aggrediti mentre i migranti inscenavano la loro protesta; la polizia ha riferito come diverse autovetture siano state ribaltate e alcune addirittura date alle fiamme mentre percorrevano la statale di fronte alle fabbriche abbandonate (come l'impianto ‘Rognetta') dove i lavoratori stagionali hanno trovato un riparo. Molti mi hanno raccontato di rosarnesi costretti a abbandonare l'auto mentre i migranti li aggredivano per ribaltare la vettura in strada"; a parlare è uno dei ragazzi dell'Osservatorio Migranti , mentre mette in ordine la sua valigia, afferra al volo le chiavi della sua auto e lascia Rosarno. Stanotte meglio non dormire in città. "Per me e per tutti quelli che in questi anni hanno aiutato i migranti"; la rabbia degli extracomunitari covava da tempo, nonostante in maggio finalmente i primi tre sfruttatori avessero pagato con l'arresto per ‘'riduzione in schiavitù''.

Ma gli africani non conoscono la Calabria. Non immaginano che possa essere più dura del continente dal quale sono scappati, lasciandosi alle spalle guerre e pallottole. Guerre e pallottole di altro tipo. Ma oggi chi ti parla da Rosarno dall'altro lato della cornetta, ti fa capire che il peggio deve ancora venire. "I ragazzi hanno spaccato vetrine, attaccato negozi, dato fuoco ad alcune auto, senza saper chi potessero essere i proprietari di questi negozi e di queste autovetture", spiega una fonte che prega di rimanere anonima per timore di sempre più probabili conseguenze. La paura che adesso attanaglia i rosarnesi è che i soliti picciotti possano vedere gli episodi di violenza del 7 gennaio come uno ‘sgarro' che il loro codice dell'onore non può fare passare sotto silenzio. E la voce che sta correndo in queste ore sulla Piana di Gioja Tauro è che domani, nelle prossime ore, a parlare saranno le lupare degli uomini delle ‘ndrine, che non possono tollerare sul loro territorio una tale violazione della Pax mafiosa.

I due ragazzi aggrediti a colpi di fucile ad aria compressa sono fuori pericolo, all'ospedale di Gioja Tauro. Sulla statale degli ulivi che collega Rosarno a San Ferdinando nel pieno della Piana, e dall'altro lato al mar Tirreno con Gioja e il suo porto, sembra sia tornata la calma, restaurata dall'intervento di una decina di auto del comando di polizia gioiese. Presidiate le fabbriche ex Rognetta, dove dormono in 200 e la ex Opera Sila di gioia Tauro, dove dormono altre centinaia di immigrati non registrati. le pantere della questura della Piana pattugliano la statale.
Ma alcune vetture bruciano ancora; e rimangono i danni a negozi. Impossibile contattare qualcuno alle caserme di carabinieri o polizia, ma sembra che alcuni cittadini italiani durante le proteste siano stati aggrediti dalla folla, inferocita per l'ennesimo trattamento disumano, per l'ennesimo assalto ai danni di chi attraversa i continenti per venire qui a lavorare come bestie per 20 euro al giorno, deprivati di ogni conforto materiale. Ma stavolta i migranti potrebbero aver passato il segno, e aver commesso un errore fatale, accecati dalla loro rabbia. Nelle prossime ore le bocche taceranno in Calabria, e chi sente dentro di sé di aver subito un torto, molto probabilmente cercherà di porre rimedio. Da soli. Senza ricorrere alla polizia. Come si faceva una volta. Con le carabine sempre pronte, sempre ben oliate, tenute dietro le dispense e nelle cantine.

Gian Luca Ursini


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