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giovedì 14 gennaio 2010

Rosarno, Chi parte e chi rimane

Il cielo sopra Rosarno. Chi parte e chi rimane

Giuliano Santoro

La rivolta degli africani nasce nel contesto dell'economia criminale che domina la Calabria. Una rete di interessi e connivenze esemplare per comprendere il rapporto tra flussi economici e movimenti migratori, tra culture diverse e sfruttamento.

Per comprendere la «geografia della paura» di Rosarno e il suo valore universale, bisogna farsi un giro da quelle parti. Non vi troverete davanti alla devastazione sociale tradizionale, a una qualche forma di «arretratezza» e «degrado» cui porre rimedio. Le terre di Rosarno, le stesse che hanno ospitato le lotte dei contadini che hanno resistito e vinto fino agli anni cinquanta, sono oggi preda dell’indotto criminale della prima azienda del paese. Questa impresa efficiente, al tempo stesso arcaica e modernissima, non ha bisogno solo di killer ed estorsori. Necessita di colletti bianchi pettinati ed efficienti e di imprenditori bisognosi di capitali, di medici cui far gestire la cassa del bilancio regionale, di avvocati cui far dirimere le questioni giudiziarie. Sono soldi che circolano, interessi che si diffondono, economie che creano appartenenza e connivenza.
Non siamo in presenza della «guerra tra poveri» che ci si immagina seguendo le descrizioni della televisioni. Lasciamo ad altri il compitino di celebrare la retorica e di partecipare al funerale dei calabresi come popolo di bonaccioni accoglienti e chiassosamente solidali. Dobbiamo notare innanzitutto il panorama di questo tratto di Calabria, la linea dell’orizzonte delle case incompiute e degli edifici coi marchi globali, quel misto indistricabile di abusivismo, riciclaggio e imprenditoria, mercato selvaggio e arretratezza, capitale e sfruttamento, che viene in mente quanto si leggono i dossier sullo stato del mondo. I capitali a disposizione della borghesia mafiosa e il porto dell’Europa sul Mediterraneo che affaccia sul mare di Gioia Tauro solo qualche chilometro più in là, ci spiegano più di ogni altra cosa quanto la storia di Rosarno non riguardi le sorti di una qualche bestialità marginale, una rabbia ancestrale spuntata fuori dalle viscere della storia, ma i nuovi assetti della produzione globale e le sue propaggini. La linea della valorizzazione economica corre lungo tutto il pianeta in bilico tra legale ed illegale, crea ad arte le condizioni estreme del feudalesimo da piccola comunità e le vertiginose reti della mondializzazione.
L’assalto scomposto ma coraggioso degli africani ai loro aguzzini è una forma rudimentale di sindacalismo. Sembrano averlo capito loro stessi, le centinaia di africani che si sono ribellati ai soprusi, a costo di perdere le loro catene ed essere deportati da qualche altra parte, in qualche altro nodo della produzione globale in attesa della prossima campagna d’odio o del prossimo scontro. Di sicuro, di questo scenario non si sono resi conto molti di quelli che sono nati e che probabilmente moriranno in quei luoghi della Piana, in mezzo ai pilastri incompiuti delle case di famiglia e alle rovine dello sviluppo, dopo aver visto il mondo in qualche rivista scandalistica o nei reality show della televisione.
Nei mesi scorsi un piccolo libro lo ha gridato forte, fin dal titolo di copertina: «Gli africani salveranno Rosarno». Antonello Mangano, curatore di quel volume, ha messo nero su bianco ciò che è sotto gli occhi di tutti: solo l’arrivo di nuove culture e di nuovi linguaggi potrà spazzare via la ‘ndrangheta e salvare questa terra dall’immobilismo e dall’autocompiacimento segnato troppo spesso dal ritmo consolatorio dei tamburelli e dal sapore inebriante delle soppressate. Il coraggio degli africani di Rosarno, la loro sana rabbia, ci dice chiaro che non bastano i ritmi delle musiche popolari e i sapori delle ricette tradizionali per sottrarsi all’influenza ormai secolare della criminalità organizzata, quella forma di impresa che ha messo radici decennali dentro la società atrofizzata locale, ha creato fiumi di denaro da riciclare e metastasi fatte di negozi che non vedi manco nella ricca Brianza o nel produttivo Nord-Est, centri commerciali e concessionarie di automobili che puntellano la strada statale che da Pizzo Calabro porta prima a Vibo Valentia e poi alla cartiera di Rosarno. Il lusso in mezzo al nulla.
Mentre la storia fa marameo, passa da quei luoghi e se ne va altrove a portare la sua vitalità incendiaria. Il regista tedesco Wim Wenders è stato pagato fior di quattrini dalla Regione Calabria per mettere in scena un film patinato dei suoi, che spiegasse al mondo quanto i calabresi siano accoglienti e generosi. Pochi giorni fa, Wenders ha anche detto di aver finito i soldi e il presidente della Regione Agazio Loiero si è subito messo a cercare fondi tra gli imprenditori locali. Ma il regista de «Il cielo sopra Berlino» dovrebbe avere il coraggio di riscrivere il copione e di ispirarsi a una delle pellicole di Sergio Leone. La situazione degli africani è tragica, ma se c’è qualcuno che rimarrà al suo posto, abbandonato a se stesso in preda al potere dell’ignoranza e della violenza mafiosa, questi sono i rosarnesi. Non c’è davvero nulla da invidiare a questa gente pervasa dalle passioni tristi. Si potrebbe girare un film in cui una delle bande arrivate nel pueblo decide di abbandonare il campo dopo un’azione fulminea. Di smettere il ruolo dei contendenti e lasciare da soli con le loro frustrazioni i bandidos al soldo dei potenti. Da domani il cielo sopra Rosarno sarà molto più cupo e si respirerà un’aria molto più triste, ma non è più affare degli africani.

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