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giovedì 28 gennaio 2010

Porto Alegre , Nuovo Forum

A Porto Alegre si discute di Nuovo Forum

Anna Pizzo


Da Porto Alegre, un racconto del Forum sociale mondiale in corso fino al 29 gennaio.

Siamo ormai a metà strada, qui a Porto Alegre, sud del Brasile, del grande seminario internazionale organizzato dal Forum sociale mondiale tra il 25 e il 29 gennaio per segnalare che siamo entrati nell’area degli anniversari: era difatti il gennaio 2001 quando per la prima volta la città brasiliana patria del bilancio partecipativo decise di ospitare rappresentanti della società civile di tutto il mondo per il primo Forum sociale mondiale in coincidenza con quello economico dei «grandi» in corso a Davos, Svizera. Il Forum mondiale del decennale, ed è una buona notizia, si terrà all’inizio del 2011 a Dakar, Senegal.
Quello in corso a Porto Alegre è ampio seminario con molti di coloro che in un modo o nell’altro fanno parte del popolo degli altermondialisti, e serve a fare il punto, e a capire quali temi, quali prospettive, quali suggerimenti, quali altre strade il Forum dovrebbe seguire se vuole andare avanti. Già è in programma appunto il Forum del 2011, ma nel frattempo le domande di senso sulla necessità di tenere in piedi uno strumento che dieci anni fa parlava un linguaggio e oggi deve necessariamente parlarne un altro, non sono affatto fuori luogo.
A Porto Alegre si respira per un verso la stessa ottima aria di sempre: cittadini di popoli che altrimenti mai si sarebbero incontrati, esperienze straordinarie messe in uno spazio comune che moltiplicano la propria consapevolezza e determinazione, lavoratori e lavoratrici travolti dalla crisi economica ma non rassegnati, donne ommerse dalla crisi di cultura, indigeni latinoamericani, migranti investiti dalla crisi di civiltà. Accade a Nord come a Sud, diversamente, ma in modo ugualmente feroce.
Si respira la stessa aria di sempre, però, anche per la presenza, ingombrante oggi più di ieri, di un «gruppo dirigente», o coordinamento, del Forum abbarbicato alle proprie ferree convinzioni e poco disposto a mettersi in discussione. Perché certo la scommessa qui si vince se si cambia e se, come ha detto ieri Emir Sader, studioso brasiliano, si passa «dalla resistenza alla proposta». Peccato che in molti lo andavano dicendo inascoltati parecchi forum fa. E perché rivendicare graniticamente la propria storia non può voler dire diffidare delle nuove storie che invadono la scena altermondialista. Di questo anche si discute, più a colazione che nelle sale del Gasometro, l’edificio sulla riva del grande fiume che fa da centro del seminario, e del porto, i cui magazzini ospitano i dibattiti: pare si cerchino equilibri più da apparati politici che da movimenti sociali. I quali però non hanno gettato la spugna. Se quelli europei sono complessivamente ridotti maluccio, come la sostanziale assenza dei «soci fondatori» di un tempo sta a dimostrare, altri, nuovi, si fanno avanti rivendicando attenzione su temi che, fino a qualche anno fa, qui nel Forum entravano solo dalla porta di servizio. Mi riferisco in particolare al bel seminario sul «buen vivir», che si è tenuto mercoledì o a quello sulla crisi di civiltà, o all’attenzione, per nulla scontata, sulla crisi climatica, con il disastro di Copenhagen alle spalle e la proposta interessante e provocatoria del presidente boliviano Evo Morales alle porte: quella di un incontro mondiale dei movimenti sociali, sul clima, a Cochabamba a fine aprile.
Questo incontro è il solito, confuso e impagabile minestrone dei Forum, ma in chiave ridotta: c’è molto di già visto e qualcosa di autenticamente differente da mettere in gioco. Forse non abbastanza per convincere i più «vaccinati» che questa partita valga ancora la pena di essere giocata, ma certamente abbastanza per decidere di non gettarla via per cinismo e supponenza. In Europa, di certo in Italia, parlare di Porto Alegre a qualcuno fa l’effetto di un patetico déjà vu, come ad esempio alla rivista Vita che ha ora decretato la fine dell’esperienza del Forum [al quale, peraltro, non aveva mai prestato grande attenzione] sulla base del fatto che neppure Vittorio Agnoletto e Carta se ne occupano. Di Agnoletto non rispondo, anche se so che all’ultimo momento è stato preso da insorgenze sociali di casa nostra e perciò non è qui. Quanto a Carta, la nostra attenzione verso tutti i movimenti sociali a scala globale sta scritta nella nostra personale Costituzione e comunque ringraziamo Vita per l’alta considerazione.
Ma entriamo un po’ meglio negli antefatti e nei contenuti di questa «prova generale» di Nuovo Forum in corso qui a Porto Alegre.
Gli antefatti non sono tutti positivi e tra i motivi che devono aver spinto gli organizzatori brasiliani ad accollarsi l’onere di questo Forum, seppure a scala ridotta, non deve essere estranea la prossima tornata elettorale di ottobre e novembre che riguarda il rinnovo complessivo di tutti i livelli rappresentativi: dal parlamento nazionale a quelli degli Stati fino al nuovo presidente che non sarà più Lula, che ha collezionato il massimo dei mandati a sua disposizione. Ma chi prenderà il suo posto non è questione indifferente per il Brasile e per lo stato di Porto Alegre che, dal 2001 a oggi, è passato alla destra, così come la città. Ma non solo. In ballo potrebbe essere anche la felice decisione di rendere il Forum mondiale itinerante, come le suestraordinarie tappe nel mondo, dall’India all’Africa, stanno a testimoniare. Così Porto Alegre si ritaglia un proprio spazio di memoria, a dieci anni dalla nascita del Fsm, e lo fa, a mio parere, giustamente, perché qualunque cosa oggi si pensi del Forum mondiale, sfido chiunque a dire che questa esperienza altermondialista non abbia influito sul movimento a scala globale nel mondo: da Genova a Copenhagen, passando per le terribili vicende della guerra contrastate da movimenti a scala globale come non se ne erano mai visti prima.
Siamo alla nostalgia? Non credo. Siamo alla necessità di ripensare forme e contenuti, senza la paura che sempre generano i cambiamenti ma anche senza il facile disprezzo di chi preferisce gettare via tutto in nome di qualcosa di nuovo che però non è in grado di costruire.
La strada è certamente in salita ma è tracciata: nessuno ha bisogno di medaglie o mostrine da appendere alla propria giacca di militante altermondialista. C’è piuttosto bisogno di molto lavoro, di maggiore attenzione verso le nuove forme dell’agire sociale e politico e di tempo. Lo ha detto bene questa mattina il peruviano Segundo Churuchumbi, che ha ben rappresentato il cuore del «buen vivir»: comunità, solidarietà, spiritualità. Parlava dal punto di vista di un indigeno perseguitato nel proprio paese da un governo liberista e razzista, ma anche come cittadino del mondo che reclama «una armonia tra uomo e natura basata su convivenza e rispetto reciproco». E ha parlato, proprio come a suo modo ha fatto Marco Deriu, promotore della decrescita in Italia e presente allo stesso tavolo, di decolonizzare la realtà e l’immaginario, che sono, per gli indigeni dell’Ámerica e per tutto il popolo altermondialista, indissolubilmente legati.
Tra poche ore, giovedì, prenderà il via un seminario al quale parteciperà anche l’ambasciatore boliviano per discutere della proposta di Morales di tenere a fine aprile un raduno mondiale sul clima in quel paese. E di clima si parlerà nei mesi prossimi prima a Bonn e a fine novembre a Cancun. Sono convinta che la mia innata allergia per le agende [dei movimenti e non] non mi farà perdere di vista l’importanza dell’appuntamento di Cochabamba, che segnala inequivocabilmente un fatto che ormai riguarda le piccole comunità e i grandi movimenti sociali: è tempo di autogoverno. Il popolo altermondialista potrebbe essere pronto.


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