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sabato 13 febbraio 2010

Dipartimento della Protezione Civile

Il Protettore
Enzo Mangini


C’è preoccupazione, a via Ulpiano. Nel quartiere generale del Dipartimento della Protezione le bocche sono cucite. L’allarme emergenza neve a Roma arriva provvidenziale a distogliere per qualche secondo l’attenzione dalle notizie, dalle indagini, dalle voci. Per un’emergenza come questa, il Dipartimento non è attrezzato. Anzi.
Il rischio è che, a valanga, la caduta di Guido Bertolaso trascini con sé l’intera struttura. E’ vero che il Dipartimento nella sua forma attuale è una creatura di Bertolaso, ed è altrettanto vero che ora dirigenti e personale rischiano di pagare la personalizzazione del ruolo e del potere del «supercommissario», mai apertamente contestato se non dalle organizzazioni sindacali di base dei Vigili del fuoco, che da mesi denunciano, protestano, discutono.
Quando si è trattato di rintuzzare le critiche, arrivate fin dalla gestione dell’emergenza Tsunami, e più ancora durante i giorni successivi al terremoto che ha distrutto L’Aquila, «il capo» non ha esitato a farsi scudo – politicamente e mediaticamente – delle centinaia di migliaia di volontari che sono il cuore e le braccia del Dipartimento. Grazie alla costruzione di una perfetta regia televisiva [Porta a porta, per esempio] era passata l’idea che criticare la Protezione civile volesse dire criticare le donne e gli uomini che generosamente si attivano quando capita qualche catastrofe. Era vero, invece, l’esatto contrario. Carta lo ha scritto proprio a ridosso del terremoto aquilano, verificando le operazioni e, soprattutto, la procedura che ha portato alla scelta di spendere la gran parte dei [pochi] soldi della ricostruzione per i moduli C.a.s.e.
In dieci anni, dal Giubileo del 2000 [sindaco di Roma Francesco Rutelli, suo grande amico] Guido Bertolaso era riuscito, evento dopo evento, fondo dopo fondo, commissariamento dopo commissariamento, a trasformare la Protezione civile, fino quasi a farle subire una mutazione genetica. Dalla risposta alle emergenze più o meno prevedibili, il core business dei vertici del Dipartimento si è sempre più spostato verso la gestione dei «grandi eventi», anche quando erano tali solo per la legge e i relativi fondi, come per esempio le visite del Papa fuori da Roma.
Durante l’emergenza Tsunami, per la prima volta, la Pc si era messa gestire gli appalti per la ricostruzione, soprattutto in Sri Lanka, area scelta per l’intervento italiano. Già allora molte Ong avevano storto il naso e sollevato obiezioni, visto che, istituzionalmente, il Dipartimento avrebbe tutt’altri compiti. La polemica è tornata a proposito di Haiti, perché nel frattempo la Protezione civile è riuscita con disinvoltura a «sfilare» alla Farnesina la competenza e la regia degli interventi fuori dai confini nazionali.
Non è in discussione la capacità del Dipartimento di rispondere presto e bene alle emergenze. Si tratta, e anche le inchieste trattano, di quello che emergenza non è. Cioè proprio il punto su cui più di uno, anche dall’interno del Dipartimento, aveva masticato amaro. Ed è, guarda caso, proprio il punto su cui l’eventuale trasformazione della Protezione civile in s.p.a. lascerebbe mano più libera ai capi.
A via Ulpiano, della s.p.a. ufficialmente sanno poco. Se sanno, preferiscono non sbilanciarsi. E’ prematuro parlarne, dicono. Due settimane fa, però, c’è stato un incontro tra i vertici del Dipartimento e le principali organizzazioni di volontariato che fanno parte della struttura operativa. Quelli che vanno a scavare, a recuperare macerie e corpi. Dai capi, non è arrivato alcun chiarimento sulle conseguenze, legislative e operative, dell’eventuale trasformazione in s.p.a. Più di un’associazione si chiede come sarà possibile conciliare l’essere volontari con la «natura privatistica» della nuova Protezione civile. La risposta, informale, dei vertici del Dipartimento è stata che dal punto di vista operativo non cambia nulla. L’impatto principale della trasformazione in s.p.a. sarebbe, se il decreto venisse approvato così com’è, sul «post-emergenze». Sulle ricostruzioni, sugli appalti.
Il modello, se ce n’è uno, è L’Aquila. La Protezione civile, anzi Guido Bertolaso ha deciso che lì bisognava sperimentare i moduli C.a.s.e, progettati dalla Protezione civile, da costruire con appalti decisi dalla Protezione civile, nelle aree individuate dalla Protezione civile. Nemmeno Peter Sellers nel Dottor Stranamore riusciva a fare così tante parti.
Al di là del merito dell’inchiesta, prima o poi qualcosa doveva succedere, commenta un funzionario. Come se parlasse del maltempo, del rischio idrogeologico, dell’ennesima frana. Anziché guardare fuori, però, si guarda attorno.

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