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giovedì 29 aprile 2010

1 MAGGIO 2010

EuroMayDay 2010

  in Mayday
 
Precarious of the world let’s fight!
Saliamo sui tetti del mondo per opporci alla precarizzazione, per rivendicare reddito, diritti e cittadinanza per tutte/i. Il passato sta affondando. Il futuro siamo noi!
Euromayday Parade. Primo maggio 2010. Milano, porta Ticinese, h 15
Il primo maggio 2010 migliaia di persone torneranno nelle strade di Milano per la EuroMayday Parade, per mostrare l’orgoglio, la gioia e la rabbia dei precari e delle precarie. Dal 2001 al 2010, 10 anni d’arretramento dei diritti e delle retribuzioni, 10 anni di lotte e di sacrifici, d’opposizione netta, contro la deriva razzista, contro le politiche intolleranti e securitarie, contro la cultura del profitto che precarizza la vita di ognuno di noi.
Noi che siamo quelli/e che creano la ricchezza, ma che non ne godono se non in minima parte. co.co.co e lavoratori a progetto, esternalizzate e partite iva, invisibili, cassintegrati, instabili e in nero. In 10 anni siamo diventati la maggioranza tra i lavoratori sotto i 40 anni. Nei prossimi 10, complice il liberismo, saremo la maggioranza di tutti i lavoratori.
La crisi ha colpito duro  e se possibile ha peggiorato le  nostre condizioni di vita. E’ stata usata da imprese e padroni per svendere, ristrutturare e speculare. In molti i casi i lavoratori si sono opposti e le lotte hanno agitato i territori e i luoghi della produzione. Il primo marzo dei migranti, gli operai sui tetti delle fabbriche sono i simboli del dissenso al comando liberista. Ma con loro vi sono mille e ancora mille piccoli atti d’insubordinazione, di disturbo, di contestazione.
La Mayday, dopo dieci anni, testardamente, continua a chiedere il conto, continua a guardare avanti. Incarnando le diverse anime dei conflitti parla con la voce delle rivendicazioni necessarie e possibili. La politica di palazzo ha abbandonato ormai del tutto i problemi del lavoro e dei diritti ma noi continuiamo, ostinate, a reclamare giustizia per tutti e tutte, nativi o migranti, per le generazioni precarie, gli operai, e per quei lavoratori che sono diventati precari nei fatti: cassintegrati, licenziate, esternalizzate, delocalizzati.
Chiediamo continuità di reddito e accesso ai servizi a prescindere dal lavoro che facciamo e dal tipo di contratto che abbiamo o spesso non abbiamo. Reclamiamo i soldi che le aziende, avide e bastarde, continuano a sottrarci. Chiediamo cittadinanza per i migranti. E reclamiamo una scuola pubblica di qualità, un sistema di trasporti sostenibile e popolare, dei saperi liberi, fino ai diritti che non è più possibile legare solo al contratto a tempo indeterminato, come ferie pagate, pensione, malattia, maternità. Vogliamo un nuovo sistema di diritti, un welfare adatto alle nostre vite!
Scenderemo nelle strade con rabbia e con gioia, per riappropriarci della città e far sentire la nostra voce. Saremo una macho free zone, per costruire un immaginario libero dalla cultura machista. Rivendichiamo una produzione culturale alternativa al piattume imperante, e vogliamo diffondere una conoscenza che sia realmente libera, condivisa e accessibile. Denunceremo la stupidità criminale del razzismo leghista e non solo e mostreremo un presente di sorellanza tra nativi e migranti. Proporremo un’idea di futuro con lo spezzone no-oil a pedali e i sound system alimentati a pannelli solari. Diremo no alle speculazioni di Expo 2015, fatte sulla pelle dei cittadini e sui nostri territori martoriati.
Precarie, operai, partite iva, hacker, cassintegrate, studenti, creative, commessi, giornaliste, disoccupati, stagiste – nativi e migranti. Da Dortmund, Ginevra, Amburgo, Hanau, Lisbona, L’Aquila, Losanna, Malaga, Milano, Palermo, Tubingen, Zurigo, Tokio, Toronto e Tsukuba, uniamoci contro la crisi e gridiamo: Mayday Mayday!



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martedì 27 aprile 2010

Chernobyl day e la memoria corta

Chernobyl day e la memoria corta dei presidenti


Il 26 aprile del 1986 esplodeva il reattore nucleare di Chernobyl, in Bielorussia, causando la più grave catastrofe atomica della storia. Oggi, facciamo ancora i conti con quei problemi.
Chernobyl

Probabilmente il tema del rischio nucleare lo hanno del tutto rimosso, altrimenti il presidente del consiglio Silvio Berlusconi e il premier russo Vladimir Putin non avrebbero scelto proprio oggi per sottoscrivere l’accordo di cooperazione nucleare fra i due paesi, nel giorno della tragedia di Chernobyl, ventiquattro anni fa in Bielorussia. O magari, invece, l’hanno fatto apposta. Comunque, l’intesa politica è stata raggiunta e il memorandum per la cooperazione nucleare fra Italia e Russia è stato materialmente firmato dall’amministratore delegato dell’Enel, Fulvio Conti, e dal presidente della società russa Inter Rao Ues, Boris Y. Kovalchuk. Fra i progetti, la realizzazione della centrale nucleare di Kaliningrad in Russia, ovviamente di terza generazione, mentre il presidente Berlusconi ha ri-annunciato l’avvio dei lavori della prima centrale nucleare in Italia entro tre anni, cioè prima della fine della legislatura. E però, nonostante i proclami, nessuno dei problemi legati all’uso del nucleare per produrre elettricità è stato risolto in questi ventiquattro anni, né è sciolto il legame che connette nucleare civile e nucleare militare.

Così a Villa Gernetto a Lesmo, il comune della Brianza dove si svolge il vertice bilaterale Italia Russia, mentre nel resto del paese e del mondo continuano le manifestazioni per ricordare la catastrofe nucleare con il Chernobyl Day, iniziato già sabato. Nel nostro paese, le iniziative sono state precedute da un appello promosso da sedici associazioni ambientaliste, comprese Wwf, Greenpeace e Legambiente, che inizia con: «Crediamo che la scelta del governo di far tornare il nucleare in Italia sia una scelta sbagliata e rischiosa, che non fa gli interessi dei cittadini e del paese». E poi seguono alcuni dati. «L’Italia ha una potenza elettrica installata di ormai quasi 100 mila megawatt, mentre il picco di consumi oggi non supera i 55 mila megawatt. Le recenti dichiarazioni di autosufficienza energetica dei presidenti di alcune Regioni italiane valgono anche per il resto del paese. Non abbiamo dunque bisogno di nuova energia ma di energia rinnovabile in sostituzione di quella fossile». Senza dimenticare che nessuno dei presidenti eletti ha dato esplicito assenso a costruire impianti sul proprio territorio, neppure quelli del Pdl o della Lega. Né si conoscono ancora i siti dove il governo, con soldi evidentemente pubblici, intenderebbe posare le prime pietre.

A ventitre anni dal referendum che, dopo la «lezione» di Chernobyl, determinò la chiusura della già fallimentare stagione nucleare italiana, ci ritroviamo a fare i conti con un programma governativo velleitario quanto pericoloso, senza che, nel frattempo, la scienza e la tecnologia abbiano fatto passi avanti significativi in materia di sicurezza, smaltimento delle scorie e degli impianti, approvvigionamento di combustibile, eccetera. Per questo da più parti si pensa a promuovere un nuovo referendum. L’Idv ha annunciato l’avvio della raccolta delle firme, mentre il Comitato «Sì alle energie rinnovabili, No al nucleare» sollecita le undici Regioni che hanno fatto ricorso alla Corte costituzionale contro la legge sullo sviluppo n. 99 del 2009 [che contiene la ripresa del nucleare] a promuovere un referendum per fermare la norma che fissa i criteri per i siti nucleari in Italia [decreto legislativo dell’8 marzo 2010]. Bastano cinque Regioni per chiederlo.


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Rosarno. Arrestati i caporali





Rosarno. Arrestati i caporali che schiavizzavano i migranti


E' in corso a Rosarno l'esecuzione di una trentina di ordinanze di custodia cautelare in carcere per associazione a delinquere finalizzata all'immigrazione clandestina, alla violazione della tutela del lavoro subordinato e alla truffa ai danni di enti pubblici. L'operazione è coordinata dalla procura della repubblica di Palmi. Il primo maggio, manifestazione dei sindacati
Rosarno

E’ in corso a Rosarno l’esecuzione di trentuno ordinanze di custodia cautelare in carcere per associazione a delinquere «finalizzata all’immigrazione clandestina, alla violazione della tutela del lavoro subordinato e alla truffa ai danni di enti pubblici». L’operazione è coordinata dalla procura della repubblica di Palmi. L’indagine ha avuto come punto di partenza la rivolta dei migranti dello scorso anno con la polizia di Stato che ha cercato di capire il motivo di quella sommossa: i particolari dell’operazione sono stati resi noti questa mattina, nel corso di una conferenza stampa in Questura a Reggio Calabria alla presenza del procuratore della repubblica del tribunale di Palmi Giuseppe Creazzo. A provocare quella rivolta, secondo l’inchiesta, furono le condizioni di vita e lo sfruttamento degli migranti, minacciati e costretti a lavorare anche quindici ore al giorno per una decina di euro. «Le dichiarazioni dei lavoratori immigrati clandestini sono state preziosi, così come preziosi sono stati i riscontri venuti fuori grazie ad una capillare attività investigativa – ha detto Creazzo, mentre raccontava i dettagli dell’operazione «Migrantes» – L’inchiesta ha anche portato alla luce episodi di violenza nei confronti di alcuni lavoratori extracomunitari». Gli stessi immigrati che hanno collaborato con la giustizia hanno ora ricevuto il permesso di soggiorno.

Tra gli arrestati ci sono sia cittadini italiani che cittadini di origine straniera. L’indagine cerca di fare luce sulle storie di caporalato e illegalità diffusa che da anni si sono succedute nella Piana di Gioia Tauro. Contemporaneamente all’esecuzione dell’ordinanza di custodia cautelare sono stati sequestrati diversi beni, per oltre dieci milioni di euro.
«L’operazione odierna smentisce in maniera chiara e netta la semplicistica analisi del ministro dell’Interno, Roberto Maroni, all’indomani della rivolta dei neri di Rosarno, quando sosteneva che vi fosse stata ‘troppa tolleranza verso gli stranieri’, deportati successivamente nei centri di accoglienza di Calabria e Puglia, mentre alcuni di loro abbandonarono spontaneamente l’area della Piana di Gioia Tauro – ha dichiarato Rosa Villecco Calipari, vicepresidente dei deputati Pd e parlamentare calabrese – La realtà era ben altra. L’unica tolleranza, alimentata dall’assenza dello Stato, dalle pessime politiche del governo in tema di integrazione, dall’indifferenza, dallo sfascio della Pubblica amministrazione e dalle complicità, era, purtroppo, nei confronti di chi sfruttava questa povera gente. Alla luce di quanto emerso dalle investigazioni degli inquirenti, il ministro Maroni dovrebbe prendere atto dell’inadeguatezza delle politiche del governo in tema di immigrazione e del fallimento della legge attuale».

La Confederazione italiana agricoltori [Cia] ha chiesto al governo di aprire un tavolo di confronto ssottolineando che, proprio a causa di organizzazioni di criminali, «è costretta a fronteggiare una vera emergenza che ormai si identifica nella tratta di esseri umani». Serve, secondo la Cia, «un impegno affinché sul tema dell’immigrazione si cominci a discutere seriamente, cercando di trovare le soluzioni più idonee per ristabilire quella giustizia e quell’equità che oggi mancano, dando allo stesso tempo risposte certe e trasparenti alle esigenze delle aziende agricole che intendono utilizzare i lavoratori immigrati. Risposte che devono riguardare soprattutto i costi che oggi le imprese sono costrette a sopportare». E per questo, secondo l’organizzazione, bisogna innanzitutto modificare la legge Bossi-Fini.

Intanto, la Cgil e le le altre organizzazioni sindacali preparano la manifestazione a Rosarno del primo maggio, dal titolo «Lavoro, legalita’ e solidarieta». Partenza corteo alle ore 9 dall’area dello stabilimento ex Rognetta con arrivo e comizio conclusivo dei tre segretari generali.




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venerdì 23 aprile 2010

Il capitalismo uccide il pianeta



Morales a Cochabamba: «Il capitalismo uccide il pianeta»

Franz Chavez Ips


Il presidente boliviano invoca un'alleanza intercontinentale per i diritti della Madre Terra. Oggi, giornata della Terra, si chiude la Conferenza di Cochabamba, una risposta dal basso all'inattività dei governi sui cambiamenti climatici.

Gli attivisti riuniti nella Conferenza dei popoli sui cambiamenti climatici e per i diritti della madre Terra, a Cochabamba, in Bolivia, hanno fischiato un messaggio di saluto del segretario generale dell’Onu Ban Ki-Moon, ma hanno applaudito il padrone di casa, il presidente boliviano Evo Morales, quando ha lanciato lo slogan «il pianeta o morte!».
Lo stadio di Tiquipaya, alla periferia di Cochabamba, era infiammato, martedì pomeriggio, dalla temperatura oltre i 30 gradi e dal fervore di almeno 20 mila persone e delegati da 125 paesi.
Sebbene invitato, i presidenti dei paesi vicini hanno deciso di non farsi vedere alla Conferenza, che finisce giovedì.
Lo stadio, acceso dai multicolori vestiti tradizionali delle nazioni indigene andine e amazzoniche e dalle bandiere di popoli da tutto il mondo, contrastava nettamente con la fredda formalità dei summit presidenziali. Era un palcoscenico perfetto per Morales, il presidente di origine aymara, e per il suo appello a «un movimento intercontinentale» in difesa della Madre Terra.
Il messaggio del segretario generale dell’Onu, letto dal capo della Commissione economica per l’America latina e i Caraibi [Eclac], Alicia Bàrcena, durante il primo giorno della Conferenza, è stato interrotto dai boati e dai fischi degli attivisti che ascoltavano e hanno protestato così contro l’esclusione dei movimenti sociali dal processo decisionale sui cambiamenti climatici.
«Siamo qui con tutto il rispetto per ascoltare quello che avete da dire – ha risposto Bàrcena – Ci avete invitati, se non ci volete, possiamo andarcene».
«Per il capitalismo siamo solo consumatori e una fonte di lavoro e abbiamo il diritto di dire che il capitalismo è nemico del pianeta», ha detto Morales nel suo discorso, acclamato dagli applausi di migliaia di partecipanti, che hanno riempito questo quartiere di Cochabamba dove vivono circa 3 mila persone.
«La giustizia è possibile solo con la solidarietà, l’uguaglianza e il rispetto per i diritti della Madre Terra, dell’atmosfera, dell’acqua e con un nuovo modello di sviluppo – ha aggiunto Morales – Il capitalismo è il principale nemico dell’umanità, sinonimo di disuguaglianza e distruzione del pianeta», ha detto invitado i movimenti a organizzarsi dal basso per salvare il pianeta.
Morales ha suggerito di partire con piccoli passi, come l’uso di utensili da cucina biodegradabili al posto di quelli di plastica. Ma ha anche attaccato le colture ogm e il cibo spazzatura.
Franklin Columba, un leader indigeno ecuadoriano, ha rafforzato le parole di Morales dicendo che raggiungere l’equilibrio con la natura è essenziale per salvare la Pachamama, la Madre Terra.
«Il Consiglio degli anziani dice che la cura e l’amore sono necessari per tenere pulita la natura. Questa è la vera consapevolezza che gli esseri umani devono raggiungere», ha detto mentre i delegati alla conferenza ascoltavano musica andina e afro-boliviana.
Nicolas Charca, indigeno quechua dalla provincia peruviana di Canchis, ha parlato del bisogno di unire i movimenti e ha espresso la propria profonda preoccupazione per l’inquinamento causato dall’industria petrolifera e mineraria. «Non sono solo i paesi di ricchi da incolpare», ha detto Mitsu Miura, un ricercatore giapponese specializzato in culture indigene, «Saremmo chiechi se li considerassimo come gli unici responsabili».
Lina Velarde, dal New Mexico, uno stato nel sud-ovest degli Stati Uniti e da oltre 40 anni attivista per i diritti degli indigeni, ha sfidato i partecipanti ad assumere iniziative immediate per smettere di consumare i prodotti che inquinano.Velarde ha detto di non essere a favore dell’idea di eliminare il capitalismo e ha sottolineato come non tutti, negli Usa, siano schiavi del consumismo, ma come, per esempio, ci siano molte persone a favore delle politiche di riforestazione.
Un’altra attivista statunitense, Kety Esquivel, impegnata con la rete Latinos in Social Media, ha detto che il capitalismo ha commesso «abusi» perché la moneta, creata originariamente come un mezzo di scambio, ha finito per usare le persone. «Sono gringa, messicana e guatemalteca», ha detto Esquivel per descrivere la sua origine multietnica e il suo impegno per l’umanità in quanto tale.


LINK : http://cipiri6.blogspot.com/


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giovedì 22 aprile 2010

Il ritorno e il racconto di Emergency

Il ritorno e il racconto di Emergency
Lettera 22
[21 Aprile 2010]

Oggi a Milano gli operatori umanitari di Emergency arrestati dici giorni fa. Che raccontano in video la loro versione della storia.
Emergency

Arrivano stamane in Italia gli operatori umanitari di Emergency arrestati dici giorni fa e liberati domenica dalle autorità afgane.
Si lasciano alle spalle un’ospedale chiuso a Lashkargah e un futuro incerto di cui darà conto l’organizzazione oggi in una conferenza stampa convocata a Milano, sede nazionale della Ong.
Ma lasciano alle spalle soprattutto il lungo racconto della trappola ordita alle loro spalle e raccontato in esclusiva in un video apparso ieri sera sul sito di Peacerporter.

«Quella mattina comincia male – spiega Marco Garatti – perché qià suo volo per Kabul risulta cancellato. Torna a casa e poi in ospedale».
«All’una circa Matteo Pagani – dice – ha ricevuto una telefonata in cui si diceva che il personale internazionale doveva allontanarsi dall’ospedale e rifugiarsi a casa» perché un gruppo di terroristi, inseguiti dalla polizia, aveva intenzione di entrare nel nosocomio. «Cinque minuti dopo – continua – la stessa persona ci informa che la situazione è tranquilla e che avremmo potuto tornare in ospedale. Un minuto dopo, un medico dell’ospedale ci chiama dicendo che la polizia, le forze speciali, l’esercito stavano entrando armati. Ci siamo subito mossi». Ma appena si muovono vengono arrestati «…c’erano uomini armati ovunque, e non si riusciva a capire la motivazione arresto». Li conducono all’Investigation Department e da lì all’ospedale dove restano un’altra mezz’ora seduti davanti al pronto soccorso, mentre militari e forze speciali afghane, armati, girano per la struttura. «Poi io e Marco siamo stati portati via, mentre Pagani è rimasto in ospedale. Nei nostri centri non sono mai entrate persone con armi, vederlo è forse stato uno dei momenti più brutti». Poi lo portano nella sala del pronto soccorso e in seguito in un posto dove c’erano molti militari e dei pacchi… poi fuori dall’ospedale. Infine in carcere dove rivede Matteo e Marco. E’ all’uscita del pronto soccorso che vede i britannici. Il resto è galera, senza sapere le accuse e in celle separate.
Il primo interrogatorio dopo due giorni dopo l’arrivo in carcere. «A me – dice Dell’Aira – è stato anche presentato un elenco dettagliato di quello che avevano trovato, e io prima di firmarlo ho scritto in inglese che non sapevo nulla di quel ritrovamento». «Ci è stato detto – dice Garatti – che, secondo la procedura, siamo al 90 per cento liberi, ma è possibile che i giudici afgani possano volerci interrogare». Oggi lo faranno invece i magistrati italiani.


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mercoledì 21 aprile 2010

Festa della Liberazione

Festa della Liberazione 25 aprile

 
Il 10 luglio 1943 gli Alleati sbarcavano in Sicilia al comando del generale George Patton.
Era l’inizio della liberazione d’Italia, come disse il generale Eisenhower, per “ristorare l’Italia come nazione libera”.
Tutto cominciò con la presa di Pantelleria, poi, nell’arco di un mese, le forze anglo-americane liberarono l’intera isola, giungendo a Messina il 17 agosto.

Il 3 settembre l’ottava armata inglese di Montgomery sbarcava in Calabria, sei giorni dopo gli americani al comando del generale Clark prendevano terra a Salerno.

Il 1° ottobre Napoli viene liberata, ma la linea Gustav, all’altezza di Montecassino, blocca l’avanzata alleata fino alla primavera del ‘44.

A giugno l’avanzata alleata libera Roma, ma è ancora arrestata dal secondo poderoso baluardo difensivo tedesco, la linea Gotica.

Solo nella primavera del ‘45 la linea cade, la Toscana è libera e le truppe alleate irrompono nel Nord Italia.

Il 21 aprile le truppe del generale Alexander entrano a Bologna, nei giorni successivi gli Alleati raggiungono Milano, Genova, Venezia.

E trovano le città già liberate dalle truppe partigiane del Comitato di Liberazione Nazionale.

Nelle città la popolazione insorge contro le truppe d’occupazione nazista e contro i fiancheggiatori fascisti.

I tedeschi sono in rotta verso i valichi alpini e a Dongo, sul lago di Como, Mussolini viene catturato dai partigiani.

Una ventina di righe servono solo a ricordare la cronaca della Campagna d’Italia, ma non rendono conto delle sofferenze e dei dolori patiti in quegli anni dalla popolazione civile.

Il 25 aprile è la Festa della Liberazione: ricordiamoci che uomini e donne di tutte le età sono morti allora, per garantirci i diritti democratici dei quali oggi godiamo.
Grazie a loro.

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lunedì 19 aprile 2010

l'arresto degli operatori di Emergency

Cosa c'è davvero dietro l'arresto degli operatori di Emergency

Emanuele Giordana Lettera22


da Lettera22.it. La recente vicenda di Emergency scoppia in un momento delicatissimo nei rapporti tra Kabul e Washington e, di riflesso, con tutti gli alleati occidentali dell'Afghanistan. Un momento in cui la corda è tesa, la tensione è alta, gli screzi all'ordine del giorno. I colpi bassi pure

L’esercito americano ha chiuso in Afghanistan il fortino nella valle di Korangal. In termini di vite umane era costato 42 soldati e centinaia di feriti. Molto sforzo per nulla perché la valle nella provincia di Kunar, desertica e spopolata, restava e resta saldamente in mano talebana nonostante l’impiego di risorse materiali e umane. Non è l’unico avamposto sigillato: nel 2007 e nel 2008, spiega il New York Times, due fortini e una base satellitare sono stati chiusi nella valle di Waygal in Nuristan e nel 2009 due ne son stati chiusi, sempre in Nuristan, nell’area di Kamdesh. Con la base di Korangal sono state abbandonate anche altre cinque basi satellitari. Qualcuno [oltre ai giornali americani] se n’è accorto?
La fortissima attenzione che abbiamo sul caso del personale di Emergency, giustificata dall’indignazione per il fatto che si tratta di italiani, umanitari e volontari probabilmente coinvolti in una oscura manovra, rischia di farci dimenticare la cornice in cui si dipana il quadro della vicenda. E in questo caso la cornice è quanto mai parte del quadro e lo condiziona pesantemente. Oltre la guerra, che ne è ovviamente lo sfondo naturale.
La recente vicenda di Emergency scoppia in un momento delicatissimo nei rapporti tra Kabul e Washington e, di riflesso, con tutti gli alleati occidentali dell’Afghanistan. Un momento in cui la corda è tesa, la tensione è alta, gli screzi all’ordine del giorno. I colpi bassi pure. Un quadro aggravato, come racconta la vicenda dell’avamposto di Korangal, da un discreto nervosismo che caratterizza i manovratori di Isaf Nato, il generale McChrystal in particolare, cui spetta il compito di dimostrare, entro sei-otto mesi, che aver portata i 1300 soldati americani del 2001 ai 70mila attuali (più o meno dispiegati e in crescita) è un’impresa con un senso.
Sul piano politico la corda si è sempre più tesa dopo gli attacchi sferrati a giorni alterni a Karzai dalla stampa americana, da mezze dichiarazioni ufficiali o di questo o quell’anonimo funzionario. Infine, quando a fine marzo il parlamento afgano ha bocciato la legge con cui Karzai voleva assicurarsi il pieno controllo di una commissione elettorale, il presidente è letteralmente esploso, coprendo i suoi alleati di insulti e pesantissime accuse. La recente visita di Obama in Afghanistan inoltre ha sgombrato il campo da nubi solo fino a un certo punto tanto che, a inizio aprile, la visita di Karzai a Washington del prossimo 12 maggio sembrava sul punto di saltare. Come insegna l’esperienza, quando la corda politica si tende troppo e quando il presidente si sente nell’angolo, partono i colpi di coda. Difficile escludere che quello contro Emergency non rientri in una strategia per alzare il prezzo: colpire Emergency per parlare a Roma [la nuora] perché, in ultima analisi, Washington [la suocera] intenda.
Sul piano militare la situazione non è meno tesa. Dopo che l’Operazione Moshtarak ha dato la prima spallata in febbraio ai comandi talebani dell’Helmand, ora McChrystal vuole prendere di petto la regione di Kandahar e rendere finalmente sicura la sua capitale. Il nuovo piano strategico è quello di abbandonare avamposti inutili e onerosi concentrandosi sulle aree dove il controllo del governo è debole e inesistente, «proteggendo» gli afgani dai talebani. Una scommessa forte. Ma la turbolenza politica non aiuta. Karzai ha fatto un giro di visite dai capi villaggio della zona [gli «elde» o anziani come si dice in gergo] rassicurandoli sul fatto che nulla si farà in futuro sul piano militare senza il loro accordo. McChrystal è in fibrillazione: deve assecondare due presidenti, il suo e quello afgano, ma fino a che punto? Il generale ha anche un’altra preoccupazione. Nonostante promesse, rassicurazioni e cambio delle regole d’ingaggio, i suoi ragazzi continuano a sbagliare: sparano sulle corriere, ai posti di blocco, lungo le strade come purtroppo avviene in ogni guerra. Nemmeno questo aiuterà un conflitto che, per arrivare a soluzione, ha puntato tutto, per l’ennesima volta, sull’opzione militare. Inevitabilmente prigioniera delle logiche perverse della guerra [vittime civili, consenso in calo, perdite] e di quelle altrettanto minate della politica. Di cui Emergency sembra pagare in parte il conto.

ARTICOLO REDATTO PRIMA DELLA LIBERAZIONE <------------- . -

domenica 18 aprile 2010

FINALMENTE LIBERI




La conferma da fonti dell'ong: Marco Garatti, Matteo Dell'Aira e Matteo Pagani non sono più detenuti dalle autorità afgane

Dal nostro inviato
Enrico Piovesana

PeaceReporter ha appena appreso da fonti di Emergency che Marco Garatti, Matteo Dell'Aira e Matteo Pagani, fino a questa mattina detenuti presso una struttura dei servizi di sicurezza afgani alla periferia della capitale, sono stati trasferiti all'ambasciata d'Italia a Kabul.

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sabato 17 aprile 2010

CON EMERGENCY A MILANO




Comunicato stampa

Il Popolo Viola di Milano esprime la propria solidarietà verso Matteo, Marco, Matteo, le rispettive famiglie, Gino Strada e l'ONG Emergency con una manifestazione sabato 17 aprile in piazza Cordusio, dalle ore 15, in concomitanza con la manifestazione nazionale di piazza del Popolo.


Il Governo, anziché adoperarsi immediatamente per ottenere la liberazione di tre appartenenti all'ONG italiana "Emergency", o quanto meno per garantire loro i diritti di difesa, si è lasciato andare ad accuse fantasiose nei confronti di Gino Strada, di Emergency e dei suoi operatori volontari in teatri di guerra.

Alla manifestazione aderisce il gruppo "Qui Milano Libera".

Il Popolo Viola di Milano

INVITATE I VOSTRI AMICI!!!!

Evento organizzato dal Popolo Viola di Milano, http://www.facebook.com/pages/Milano-Il-Popolo-Viola/252186143437.

Per rispetto ad Emergency, di cui questa è una manifestazione di solidarìetà, si prega di NON PORTARE BANDIERE DI PARTITO. Basta un drappo bianco.


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giovedì 15 aprile 2010

Info logistiche per la manifestazione "IO STO CON EMERGENCY".




Qui di seguito troverete i link regione per regione delle varie sedi locali di Emergency che si stanno attivando per organizzare pullman e treni per la manifestazione IO STO CON EMERGENCY del 17 Aprile a Roma.



Val d'Aosta
http://www.emergency.it/menu.php?A=004&SA=023&P=167&ln=It&wreg=Val

Piemonte
http://www.emergency.it/menu.php?A=004&SA=023&P=167&ln=It&wreg=Piemonte

Liguria
http://www.emergency.it/menu.php?A=004&SA=023&P=167&ln=It&wreg=Liguria

Lombardia
http://www.emergency.it/menu.php?A=004&SA=023&P=167&ln=It&wreg=Lombardia

Trentino Alto Adige
http://www.emergency.it/menu.php?A=004&SA=023&P=167&ln=It&wreg=Trentino

Veneto
http://www.emergency.it/menu.php?A=004&SA=023&P=167&ln=It&wreg=Veneto

Friuli Venezia Giulia
http://www.emergency.it/menu.php?A=004&SA=023&P=167&ln=It&wreg=Friuli

Emilia Romagna
http://www.emergency.it/menu.php?A=004&SA=023&P=167&ln=It&wreg=Emilia

Toscana
http://www.emergency.it/menu.php?A=004&SA=023&P=167&ln=It&wreg=Toscana

Marche
http://www.emergency.it/menu.php?A=004&SA=023&P=167&ln=It&wreg=Marche

Umbria
http://www.emergency.it/menu.php?A=004&SA=023&P=167&ln=It&wreg=Umbria

Lazio
http://www.emergency.it/menu.php?A=004&SA=023&P=167&ln=It&wreg=Lazio

Abruzzo
http://www.emergency.it/menu.php?A=004&SA=023&P=167&ln=It&wreg=Abruzzo

Molise
http://www.emergency.it/menu.php?A=004&SA=023&P=167&ln=It&wreg=Molise

Campania
http://www.emergency.it/menu.php?A=004&SA=023&P=167&ln=It&wreg=Campania

Puglia
http://www.emergency.it/menu.php?A=004&SA=023&P=167&ln=It&wreg=Puglia

Basilicata
http://www.emergency.it/menu.php?A=004&SA=023&P=167&ln=It&wreg=Basilicata

Calabria
http://www.emergency.it/menu.php?A=004&SA=023&P=167&ln=It&wreg=Calabria

Sardegna
http://www.emergency.it/menu.php?A=004&SA=023&P=167&ln=It&wreg=Sardegna

Sicilia
http://www.emergency.it/menu.php?A=004&SA=023&P=167&ln=It&wreg=Sicilia


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BLOG DI CIPIRI: L’Italia riapra subito l’ospedale di Emergency .........

SABATO 17 - ore 14,30 appuntamento in piazza Navona ROMA


BLOG DI CIPIRI: L’Italia riapra subito l’ospedale di Emergency .........

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LE AUTO BLU IN ITALIA

Scandalo auto blu
di Tommaso Cerno
Un'invasione di 259 ammiraglie per i funerali degli alpini. Nonostante i tagli promessi dai governi, lo stato ha speso cento milioni di euro per le nuove vetture di servizio. Senza contare quelle di Regioni, Comuni, Province, Asl


Al funerale romano dei due alpini uccisi a Herat c'è una bambina. Tiene la madre per mano: "Voglio andare più vicino", dice a voce alta. Ma non appena ci prova, un poliziotto fa segno di no: "Per cortesia, rimanete indietro. Ci facciamo male, qui devono entrare le auto blu". Ed ecco che in un mattino di lutto nazionale, nell'Italia in ginocchio per la crisi economica, chi lavora a pieno ritmo è il posteggiatore dei soliti eccellenti: allontana la folla e fa spazio alle ammiraglie, il simbolo della supremazia di politici e grand commis scivolato indenne lungo le due Repubbliche. Sulle note del Silenzio, la carovana di Audi A6, Lancia Thesis, Alfa 166 e Bmw scure sfreccia con i lampeggianti accesi e scarica ministri e dirigenti, funzionari e generali, crocerossine e portaborse sul sagrato di Santa Maria degli Angeli: "Onore', da questa parte". Così, mentre nella chiesa romana si onora il sacrificio del sergente Massimiliano Ramadù e del caporal maggiore Luigi Pascazio morti in Afghanistan, fuori va in scena l'ingorgo delle vetture di Stato.

Alla faccia dei tagli annunciati e del rigore invocato dal ministro Giulio Tremonti, lo spettacolo ha inizio alle 9 del mattino: un puzzle blu e grigio riempie lentamente la piazza, fino a disegnare sui sampietrini la mappa dell'italico privilegio. Sui parabrezza collezioni di pass e permessi speciali: dalla Ztl, a Palazzo Chigi, al Senato, ai vari ministeri. Fra l'altro tutti palazzi a poche centinaia di metri dalla basilica. A guardar bene, c'è un ordine che regna in quel disordine: più sei potente, più l'automobile sarà vicina quando dovrai ripartire. "Vede laggiù? Quelli sono di Palazzo Madama. Quello più alto invece sta con Fini, l'altro laggiù coi capelli brizzolati è un uomo del premier. È sempre così, in questi casi", racconta un vigile urbano, veterano delle grandi occasioni. E la scure? "Macché, si guardi attorno". In effetti se giri la testa, la scena non cambia. Ce n'è dappertutto. Una cinquantina di macchine sono sistemate a destra della fontana delle Naiadi, altrettante a sinistra, altri due spiazzi riservati stanno di fronte all'hotel Exedra, un quarto parcheggio vip s'affaccia su via Nazionale. Solo davanti alla facciata della chiesa "L'espresso" conta 156 auto blu, senza considerare volanti e gazzelle. Ma lo spazio non basta per tutti. Anche il posteggio di fronte alle terme di Diocleziano è segnato con il nastro giallo. Una ventina di Audi sono schierate davanti al Grand Hotel, una decina in via Parigi e ancora sul viale che porta alla stazione Termini e nelle strade lì attorno. Fanno 259 in meno di un chilometro quadrato, una densità da concessionaria. Tutte in attesa che la "personalità" riaccenda il cellulare e dia il segnale: è ora di imboccare un'altra preferenziale.

Alle 9 e 45 arriva pure il ministro Renato Brunetta, il grande censore dello spreco pubblico. Scende da una Bmw grigio chiaro metallizzato e tira dritto verso la navata principale. Peccato, perché se soltanto si fosse voltato un attimo si sarebbe fatto un'idea sull'annunciato censimento delle vetture di servizio. A dimostrare che in Italia gli sprechi a quattro ruote sono fuori controllo, basta un dato: nemmeno il governo sa quante ce ne siano. Tanto che sta cercando di fare una radiografia con la promessa di dimezzare i costi. Intanto, però, i numeri crescono ogni anno. A colpi di milioni di euro per le casse dello Stato. Le ultime gare assegnate dalla Consip, la Spa del ministero dell'Economia, sforano i 100 milioni fra noleggi di berline piccole e grandi, acquisti di mezzi commerciali e basse cilindrate, city car e modelli 4x4. Una decina di forniture comprese fra i 5 e i 33 milioni di euro l'una. Senza contare la gara per le ammiraglie della flotta blu, che è ancora in corso ed elenca una serie di optional di lusso che vanno dal satellitare ultima generazione ai sedili in pelle chiara.

Sarà che l'auto in Italia è la seconda casa di politici e potenti vari. Ma secondo la stima dell'associazione Contribuenti italiani nel 2010 s'è toccata quota 624.330, con un incremento del 2,7 per cento proprio negli ultimi mesi. Quelli a cui fanno riferimento le gare Consip. Fra proprietà e leasing lo Stato, le Regioni, le Province, le Asl e i Comuni battono ogni record, surclassando i grandi della Terra. Un confronto è sufficiente per verificarlo: negli Stati Uniti non si arriva a 73 mila auto di servizio, in Francia sono meno di 63 mila, in Gran Bretagna appena 56 mila. In media una contro dieci. Da noi basta fare due passi in piazza per rendersi conto che così fan tutti. La sfilata di Pantalone si apre con il ministro Carlo Giovanardi, che trattiene l'autista dell'A6 qualche istante in più per recuperare il trench dal sedile posteriore. Poi è la volta di un gruppo di ufficiali alpini, con penna bianca e vettura scura, seguito dai vertici della Marina e dal ministro della Difesa, Ignazio La Russa, che si presenta alle esequie con quattro auto in fila indiana. Seguono un paio di Thesis per un paio di generaloni, un'Alfa 166 per Piero Fassino, il codazzo di Gianfranco Fini e quello di Umberto Bossi. Poi avanti così per quasi un'ora. Bis all'uscita, con gas di scarico e rombo di pistoni in anticipo di dieci minuti: "Che vuole fare? Fa caldo e dobbiamo raffreddare l'abitacolo", spiega un autista piuttosto navigato.




C'è una classifica in cui l'Italia stravince su tutti gli altri Paesi del Mondo. Si tratta del numero di "auto blu" in dotazione a politici nazionali e locali. I numeri sono davvero impressionanti e per certi versi inspiegabili. In Italia la flotta di auto blu è di ben 626.760 unità, numero che fa ancora più impressione se si pensa che al secondo posto della classifica si pongono gli Stati Uniti con appena 72.000 vetture. Sul terzo gradino del podio si colloca la Francia con 61.000 unità. Medaglia di legno per il Regno Unito (55.000 auto) seguito da Germania, Turchia, Spagna, Giappone, Grecia e Portogallo.

ALLA FACCIA DELLO SPRECO , DISOCCUPAZIONE , CASSINTEGRAZIONE ECCCCCC ......
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mercoledì 14 aprile 2010

L’Italia riapra subito l’ospedale di Emergency

SABATO 17 - ore 14,30 appuntamento in piazza Navona ROMA


(1) Riaprire l’ospedale di Emergency in Afghanistan, (2) liberare i tre italiani e i sei afgani arrestati il 10 aprile, (3) assicurare pieno sostegno a tutti gli operatori umanitari italiani che operano in Afghanistan. Sono questi i primi tre obiettivi che deve assumere il governo italiano per ridare un minino di credibilità alla nostra presenza in Afghanistan. Nel nome del rispetto del diritto internazionale dei diritti umani, della legalità e dei doveri che corrispondono ad ogni buon governo.

La Tavola della pace, impegnata nella preparazione del Forum della Pace e della Marcia per la pace Perugia-Assisi del prossimo 16 maggio, chiede a tutti i responsabili della politica italiana di fare ogni sforzo per chiudere rapidamente questa gravissima vicenda.

Berlusconi deve intervenire di persona. Non bastano una lettera del ministro, un ambasciatore e un magistrato. E’ necessaria un’azione rapida ed energica. Si è già perso troppo tempo. Invece di prendere le distanze, di seminare dubbi e di gettare fango su chi si assume personalmente la responsabilità di soccorrere le vittime della guerra, il governo italiano deve agire con determinazione sollecitando anche l’immediato intervento dell’Unione Europea e dell’Onu. Ogni governo ha il dovere costituzionale di difendere i suoi cittadini e in particolare quelli che sono impegnati in operazioni di pace, di solidarietà e di cooperazione.

Chiudere il Centro chirurgico di Lashkar-gah vuol dire abbandonare la popolazione civile nella morsa della guerra e mettere in pericolo tutti gli operatori umanitari. In questo senso, l’attacco all’ospedale di Emergency è un attacco a tutti i costruttori di pace.

Per questo, sabato prossimo, dobbiamo essere in tanti. A Roma, in Piazza Navona, alle ore 14.30. Con tutti i colori dell’arcobaleno.

Ps. L’Italia è il paese che ha la responsabilità di coordinare la ricostruzione della Giustizia in Afghanistan e per questo obiettivo ha già speso diverse decine di milioni di euro.


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martedì 13 aprile 2010

IO STO CON EMERGENCY


PER SOTTOSCRIVERE L'APPELLO KLIKAA QUI --------->
http://www.emergency.it/appello/form.php?ln=It

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Perché le ragazze italiane di oggi rifiutano l’eredità del femminismo .....

Perché le ragazze italiane di oggi rifiutano l’eredità del femminismo? La domanda ce la facciamo in molte da un bel pezzo. Ma è la prima volta che ascoltiamo una risposta esauriente come questa che ci dà Marisa Rodano. Primo, osserva, perché si sentono libere, da un lato, e, dall’altro, non sanno che la parità acquisita non è «naturale» ma ha richiesto battaglie durate decenni; secondo, perché condividono «paritariamente» coi coetanei maschi il grande dramma di questi anni, la precarietà; terzo, perché vivono, come tutti noi, in un’epoca segnata da un feroce individualismo.

Marisa Rodano, 89 anni da poco compiuti, può dirlo perché prima «c’era». "Memorie di una che c’era" s’intitola il saggio in cui ricostruisce la storia dell’associazione di cui è stata nel ‘44-45 tra le fondatrici, l’Udi, e che ha presieduto dal ‘56 al ’60. Sono, i secondi Quaranta e soprattutto i Cinquanta e i primi Sessanta, gli anni, sotto questo aspetto, cruciali, ma anche più opachi e di cui si ha meno memoria. E sono quelli appunto che metteremo a fuoco in questo colloquio. Perché l’idea su cui si reggono le appassionanti 276 pagine di questo libro è che in Italia la lotta per la libertà femminile non sia esplosa ex-novo alla fine degli anni ‘60, quando il «personale» diventò «politico», come opinione comune oggi vuole, ma sia corsa lungo l’intera storia repubblicana. E che essa subisca oggi una totale rimozione. Oggi, le chiediamo, le trentenni non avrebbero un tema enorme per cui lottare, la maternità impossibile? «È come se non l’avvertissero. Forse perché il modello televisivo impone un’altra idea di sessualità, dove la molteplicità dei rapporti è preferibile a una relazione duratura. E in un quadro così la maternità perde importanza» replica. Pensando a queste stagioni viene in mente la parola «beffa». Non è come se certe parole d’ordine di un tempo, per esempio «autodeterminazione», ci tornassero indietro capovolte? «Io ho l’impressione che siamo sotto un contrattacco grave. Gran parte delle conquiste legislative oggi sono diventate diritti inesigibili. Se c’è il precariato, quanto vale il divieto di licenziamento per matrimonio? E se non hai copertura previdenziale, cosa significa tutela della maternità?» ribatte. Memorie di una che c’era ci rinfresca la memoria. L’Udi nasce nel 1945, a Firenze, col primo congresso. Dietro c’erano i Gdd, Gruppi di difesa della donna nell’Italia occupata e, al meridione, l’impegno di migliaia di donne nei circoli sorti dopo la liberazione di Roma ad opera del Comitato di Iniziativa fondato dalle donne dei partiti del Cln.

Nel ‘44 -‘46 quali furono i primi obiettivi?
«Il diritto di votare e di essere elette, conseguenza dell’impegno femminile nella Resistenza: le donne erano state catapultate nella sfera pubblica. Chiedevamo il seguito».

Non era successo qualcosa di simile già nell’altra guerra, con le donne in fabbrica?
«Allora erano state precettate. La partecipazione alla Resistenza invece era stata volontaria. E di massa. Dopo la prima guerra mondiale si era creato un movimento di femministe cattoliche e laiche, per chiedere il voto, ma era un’avanguardia minoritaria. Poi si insediò il regime fascista, che operò una totale cancellazione di quella esperienza».

Nel ‘45-46 qualcuno ancora si azzardava a dire che le italiane non dovevano votare?
«I favorevoli erano i partiti nuovi, azionisti, Pci, Psi, Dc. Altrove allignava un’ostilità appena mascherata. Non osavano dire “no”, ma rimandavano alla Costituente. Ma un’Assemblea tutta di maschi cosa avrebbe deciso? Nel ’45, 13 milioni di italiane erano casalinghe, il 10% firmava con la croce. Nel codice erano sanciti debito coniugale e delitto d’onore, il marito poteva vietare alla moglie di lavorare. C’erano donne nelle professioni. Ma era una cosa per ricchi. Io ho imparato allora, per diretta esperienza, che quando i diritti dell’uomo si affermano, lì comincia la battaglia per i diritti delle donne».

La Chiesa?
«Era per il sì. Pio XII nel discorso del 21 ottobre ‘45 dice chiaro, “Tua res agitur”. Perché pensava che le donne, praticanti, mentre gli uomini si erano distaccati dalla Chiesa, potessero operare a difesa della religione».

Nel libro riporti, con lo stupore incantato di allora, ragazza da poco iscritta al partito, il discorso di Togliatti l’8 settembre ‘46. Denunciava la «mentalità arretrata» della base e dei quadri. Quanto maschilismo c’era, nel Pci?
«Non è che aver fondato il Pci cambiasse dall’oggi al domani la testa della gente».

Iotti, Merlin, Noce, Federici, Montagnana... Ventuno donne su 556, cinque di loro nella Commissione dei 75. Nella Costituente erano abbastanza per scrivere una Carta all’altezza?
«Le formulazioni su famiglia, parità, diritto al lavoro, furono praticamente scritte da loro. Oggi,scriveremmo diversamente l’articolo 3, lì dove il sesso è accomunato a razza, lingua, religione, opinioni politiche. Ma la nostra Costituzione è straordinaria. Pur se largamente inapplicata».

Tra il ‘45 e il ‘47 l’Udi era impegnata su cose praticissime: i prezzi del cibo e la casa. E, prima su tutte, per i bambini. Era naturale, allora, questo «maternage» politico di massa? Che parlando di donne si parlasse in primis di figli?
«Nello statuto, adottato al I° Congresso, l’Udi aveva come obiettivi l’”elevazione” delle donne, la tutela dei loro diritti nel lavoro, la difesa delle famiglie e i problemi dell’infanzia. Dai bambini proprio non potevi prescindere. Ricordo che ce n’erano dappertutto, ai comizi, alle manifestazioni. E, per avere rapporto con le donne più semplici, un’organizzazione di massa doveva occuparsene, la richiesta veniva da loro».

Tra il ‘47 e il ‘53 avviene una strana eclissi: scompare la parola «diritti». E il suo posto viene preso dalla parola «pace». La Guerra Fredda cancella la specificità femminile?
«Sì, e fu un errore. Al congresso del ‘47, con la rottura del fronte antifascista, e la minaccia della bomba atomica, l’Udi cambia linea e si schiera col Fronte Democratico Popolare. Hanno il sopravvento i cosiddetti temi generali. Si butta tutto nella battaglia elettorale. Per vincere. Invece perdiamo».

Nel ‘56, al congresso in cui diventi presidente dell’Udi, nella tua relazione la parola «emancipazione» torna. S’accompagna a una proposta scioccante: le donne devono unirsi sulla base “esclusiva” dei loro interessi. Addio ai partiti?
«Merito, molto, fu di Nilde Iotti, all’Udi da tre anni. Ma dopo anni di scontro frontale far digerire l’idea che l’appartenenza fosse al genere e non al partito non era facile. Non ci aiutò il contesto: crisi di Suez, Ungheria. Il documento non potè essere adeguatamente discusso. Aiutò invece l’VIII° Congresso del Pci».

«Emancipazione» è stata una parola messa a processo poi dal femminismo. Per voi cosa significava?
Le donne dovevano emanciparsi come avevano fatto gli schiavi? «Significava conquistare il diritto a lavoro, indipendenza economica, autodeterminazione. Uscire dalla schiavitù del destino servile, secondario, segnato per nascita». Dopo il Sessantotto che aveva messo in discussione tutto lo status quo, famiglia e scuola, partiti e sindacato, le «figlie» - le neofemministe - si ribellarono appunto a queste «madri». E nell’81 l’Udi, in quanto organizzazione di massa, si scioglie. «Noi abbiamo tardato a capire la novità del femminismo. Ma il femminismo ha sbagliato a ridurre la nostra battaglia per i diritti a una lotta per l’omologazione» commenta oggi Marisa Rodano. La storia continua così: i semi della Carta germinano, tutela della maternità, parità salariale, accesso alle carriere, tutela del lavoro a domicilio, lotta alle discriminazioni indirette, servizi sociali, standard urbanistici, diritto di famiglia, divorzio, aborto, violenza sessuale... C’è una parola che lega il movimento delle donne nel corso di tutto il Novecento, chiediamo? « Forse non solo una: libertà, ma anche diritti, parità, autodeterminazione».

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lunedì 12 aprile 2010

La guerra contro Emergency in Afghanistan

La guerra contro Emergency in Afghanistan


Pubblico l'appello diffuso da Peacelink a proposito degli operatori di Emergency arrestati dalla polizia segreta di Karzai in Afghanistan. Intanto, questa mattina è stata smentita l'ammissione pubblicata dal Times, secondo cui i tre operatori italiani avrebbero detto di essere sostentori di un progetto per l'uccisione di Adjmal

Sabato 10 aprile 9 operatori (3 italiani e 6 afghani) dell’ospedale di Emergency a Lashgar-Kah sono stati arrestati dalle forze di sicurezza afghane. L’accusa è di aver partecipato all’organizzazione di un attentato che doveva colpire il locale governatore nei prossimi giorni. Questa è la versione ufficiale fornita e rilanciata anche da alcuni quotidiani italiani. Ma Emergency, ricostruendo l’accaduto fornisce una versione nettamente diverse. In una conferenza stampa Gino Strada ha denunciato indignato che la polizia segreta di Karzai (la stessa che nel 2007 rapì e torturò Rahmatullah Hanefi), con l’appoggio dell’Isaf [la forza internazionale alla quale partecipano anche soldati italiani], ha deciso di colpire Emergency in quanto scomodo testimone dei crimini dell’occupazione e della guerra.

Assurdo e incredibile è l’intervento del governo italiano, che prende le distanze da Emergency (per la terza volta da quando opera in Afghanistan in grave pericolo). Il ministro degli Esteri Frattini, dopo aver assicurato che la Farnesina sta seguendo la vicenda, ribadisce che l’Ong non è finanziata dalla Cooperazione Italiana (può quindi essere abbandonata a rischi e pericoli?) e “la linea di assoluto rigore” contro il terrorismo (Emergency per principio rifiuta l’ingresso di qualsiasi arma nei propri ospedali).

Tutto questo avviene a poco più di un mese dall’ultima denuncia di Emergency sulle violazioni del diritto umanitario durante alcuni bombardamenti. Emergency, come ha denunciato Gino Strada, è scomoda. La sua scelta di curare qualsiasi ferito, rispettando alla lettera le Convenzioni di Ginevra, e la sua posizione assolutamente pacifista e di denuncia dei crimini della guerra, è sempre stata scomoda per qualsiasi governante dell’Afghanistan. Lo fu per i talebani, che nel maggio 2001 fecero irruzione in un ospedale costrigendo ad interrompere le attività umanitarie, e lo è stato sin dall’inizio della guerra per gli statunitensi. Già nel 2007, al termine del rapimento del giornalista di Repubblica Daniele Mastrogiacomo, la polizia segreta di Karzai rapì (con motivazioni false e pretestuose) e torturò Rahmatullah Hanefi, costringendo Emergency a sospendere le sue attività. E anche allora il governo italiano assunse una posizione debole e subalterna e non difese l’Ong pacifista come sarebbe stato suo dovere.

Un compito, come la cronaca degli ultimi anni ha dimostrato, che può essere assunto soltanto dai pacifisti e da chi la guerra la avversa e la denuncia da sempre, anche dai teatri di guerra stessi. In questo momento non è minacciato soltanto (e non sarebbe comunque da trascurare) il prezioso e indispensabile lavoro umanitario di una Ong, spesso unico vero presidio sanitario gratuito per tutti. Sono minacciati i principi dell’azione umanitaria, dell’amore per la Pace, la possibilità della denuncia della guerra e dei suoi crimini, la difesa dei diritti umani e fondamentali di ogni persona. Tutto questo è considerato un crimine da punire, dai warlords in Afghanistan (e il contingente italiano è parte attiva delle attività delle truppe di occupazione e della guerra) e dai loro epigoni in Italia. Facciamo nostra la denuncia di Gino Strada, rilanciamo e diamogli voce. Così come facemmo per Simona Pari e Simona Torretta e per Giuliana Sgrena esponiamo i simboli della Pace e della nonviolenza, doniamo nuova forza alla richiesta incessante della fine di ogni guerra. I nostri gesti quotidiani siano accompagnati dalle bandiere arcobaleno e da ogni espressione della nobile aspirazione dell’umanità. Nel dicembre 2001 Gino Strada ed Emergency lanciarono l’idea degli “stracci di Pace”: ogni persona contraria alla guerra è stata invitata a portare con sé un piccolo straccetto bianco. Fu l’inizio della straordinaria mobilitazione pacifista che mise in difficoltà la macchina del consenso bellico e inondò l’Italia di bandiere arcobaleno. Tutti noi abbiamo bisogno di realtà straordinarie, patrimonio comune di ogni amante della Pace, come Emergency. Ed oggi è Emergency che ha bisogno di noi.

Ognuno di noi si faccia portavoce della denuncia del violento abuso di cui Karzai e la sua polizia segreta sono autori. Piccoli granelli di sabbia possono inceppare la macchina della guerra e delle sue menzogne.


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giovedì 8 aprile 2010

Cucchi non è morto per disidratazione

«Cucchi non è morto per disidratazione»

Paolo Arbarello, direttore dell’istituto di Medicina legale dell’università La Sapienza, ha illustrato le conclusioni – che ha consegnato ai magistrati – della consulenza elaborata con un pool di esperti per far luce sulla morte di Stefano Cucchi. «Cucchi non è morto per disidratazione. La sera prima del decesso aveva assunto tre bicchieri d’acqua ed erano stati fatti dei prelievi di urina da cui è emersa una corretta funzionalità renale. Stefano Cucchi pur in condizioni cliniche estremamente difficili, non è stato curato. Il quadro clinico del giovane all’ingresso all’ospedale Pertini era fortemente compromesso e non permetteva la degenza nel reparto detentivo. Cucchi avrebbe dovuto essere stato ricoverato in un reparto per acuti. Abbiamo rilevato una carenza assistenziale. Abbiamo un dubbio sul perché un paziente in quelle condizioni sia stato avviato a quel reparto. Andavano impostate diversamente le terapie. Ci sono state omissioni e negligenze». Nemmeno le lesioni vertebrali trovate sul corpo di Cucchi [tipiche di una caduta da seduto, che ha coinvolto il coccige]hanno causato la sua morte: «Non sta a noi stabilire da cosa siano state provocate, ma comunque non sono state la causa della morte» ha detto Arbarello. «L’assistenza -ha proseguito il medico legale – non è stata adeguata. Invece le indicazioni del Fatebenefratelli e di Regina Coeli erano corrette».

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mercoledì 7 aprile 2010

Falso scoop sull'identità di Marcos




Dopo il falso scoop sull'identità di Marcos pubblicato il 27 marzo dal giornale Reforma, ripreso anche da autorevolissimi giornalisti italiani, pubblichiamo questo articolo di Gustavo Esteva, l’autore di «La comuna de Oaxaca». E' uscito il 5 aprile sul quotidano messicano La Jornada.

L’incidente sarebbe banale e ridicolo, se non fosse così minaccioso e pericoloso. Non possiamo passarci sopra. Il 27 marzo il titolo «Desencapuchan al subcomandante Marcos» è apparso sulla prima pagina di Reforma. Firmata dallo staff editoriale, la notizia mostrava fotografie di volti scoperti, uno dei quali sarebbe stato quello del subcomandante Marcos, accompagnate da «informazioni strategiche» sullo zapatismo che un presunto disertore avrebbe consegnato al giornale.
La persona «desencapuchada» è Leuccio Rizzo, un cittadino italiano conosciuto da diverse organizzazioni chiapaneche che ha già denunciato l’irresponsabilità del giornale nell’utilizzo calunnioso della sua faccia. La notizia stessa è un obbrobrio senza capo né coda. Alla grossolana bugia che presenta Leuccio come Marcos si aggiungono il miscuglio di immagini di più di dieci anni fa con alcune recenti, la rivelazione di informazioni ben note come se fossero una novità, e la divulgazione di dati sbagliati che perfino un giornalista principiante avrebbe potuto smascherare.
Reforma si dà arie di solida capacità professionale. Dice di verificare con rigore quanto pubblica. Questa notizia dimostra il contrario: sembra un pessimo pezzo satirico mercenario. Non contiene solo errori madornali, come quello di confondere i Paesi Baschi con Eta. Ci sono incredibili disinformazioni, contraddizioni flagranti, dati completamente obsoleti. Tutto crolla da sé, e svanisce la presunta identificazione del subcomandante Marcos del titolo.
Si possono dire molte cose di Reforma, ma non gli si può attribuire innocenza o ingenuità. Con questa notizia falsa e malevola ha contribuito con entusiasmo ad una manovra sporca che fa sempre di più parte dell’intensa campagna del governo contro gli zapatisti, sia nella forma attiva di aggressioni paramilitari e costanti vessazioni sia nella forma indiretta della continua disinformazione alla quale si sommano ora un centinaio di giornali che in tutto il mondo hanno riprodotto quanto pubblicato da Reforma. Testate importanti, alcune di prestigio, sono cadute nella manovra irresponsabile da questo giornale, confermata dall’indecente arroganza con la quale ha trattato il chiarimento di Leuccio Rizzo. Siamo allo stesso livello infame del tradimento di Zedillo, il 9 febbraio 1995, quando insieme ai media organizzò una campagna di sterminio degli zapatisti che la pressione della società civile trasformò nel suo contrario: la «Legge per il dialogo, la negoziazione e la pace degna in Chiapas».
Questa legge protegge ancora lo zapatismo, ma i tre livelli di governo la violano continuamente, insieme alla Costituzione, mano a mano che si estende lo stato di eccezionalità non dichiarato in cui viviamo. È tornato in circolazione in questi giorni un video che risponde puntualmente alle «rivelazioni» di Reforma. Il subcomandante annuncia davanti alla telecamera che mostrerà una sua fotografia senza passamontagna e poi se lo toglierà. Mostra quindi uno specchio – nel quale ci riflettiamo – e comincia a togliersi il passamontagna. Una volta sfilato completamente appare il viso di un bambino e dopo di lui, in rapida successione, persone di tutti i colori, dimensioni e gusti che si tolgono il loro passamontagna. Non è niente di nuovo: circola dal 2008 [su http://www.youtube.com/watch?v=qRnoJt7PTDE&feature=player_embedded]. Ma è una risposta efficace alla campagna tendenziosa che vuole ridurre lo zapatismo a Marcos e «rivela» la sua «identità» – un nome o un volto.
Marcos è nato il primo gennaio 1994 e così nacque l’opportunità che lo fossimo tutti: che tutti potessimo riparare sotto quel nome la nostra dignità e fare di essa la bandiera della trasformazione. Prima furono gli indigeni, ma siccome io non ero indigeno non mi importava; poi furono i contadini, ma siccome io non ero contadino non mi importava; quindi furono gli operai – minatori, elettricisti, altri – ma siccome io non ero operaio non mi importava; più tardi furono gli omosessuali, ma siccome io non ero omosessuale non mi importava; ora ce l’hanno con me, ma ormai è troppo tardi. Uso coscientemente questa parafrasi di alcune frasi di Niemöller che sono diventate un classico. Non siamo davanti al tipo di fascismo contro il quale egli le formulò nel 1946, ma quello che abbiamo davanti può essere peggiore. Personaggi senza principi, nei giornali e nel governo, associano i loro «ebrei» a classi intere di persone che considerano inferiori. Vogliono sottomettere tutti con la forza delle armi e dei media. Col pretesto del narcotraffico hanno già militarizzato il paese e ora preparano l’opinione pubblica per l’estensione finale dello stato di emergenza. Solo facendoci Marcos possiamo fermarli, prima che sia troppo tardi.
DI : Gustavo Esteva La Jornada
Traduzione Maribel – Bergamo http://chiapasbg.wordpress.com

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martedì 6 aprile 2010

I ventitre secondi che hanno cambiato L'Aquila

OGGI ACCADRA'. I ventitre secondi che hanno cambiato L'Aquila

Filippo Tronca


Un anno fa il terremoto che ha distrutto il capoluogo abruzzese. Cosa è rimasto della paura e delle macerie. Cosa si aspetta per il futuro di una città senza cittadini.

Capisci che quei ventitré secondi di un anno fa ti hanno cambiato, quando davanti al ciambellone durante la colazione di Pasqua, la prima cosa che pensi è che la tua città rischia di diventare, non a causa del terremoto, ma della ricostruzione, una sterminata periferia con un buco in mezzo, e ti metti pure a spiegare il concetto di sprawl urbano a tua nonna, che non ti capisce ma è fiera di avere un nipote istruito, e agli zii, che ti rispondono con una bonaria pacca sulla spalla e ti invitano ad assaggiare il salame fatto in casa e a tirare a campare.
Capisci che la condizione di terremotato tuo malgrado diventa giorno dopo giorno una sorta di professione, quando al bar ti metti a parlare, con improbabile piglio dottorale, di tamponature, grana del pietrisco che va nel cemento, dello spessore dei tondini. Un anno fa prima di quei 23 secondi, non ti eri mai chiesto di che cosa fossero fatti, o meglio non fatti, i muri e i pilastri di casa tua che per miracolo non ti è crollata addosso, come non sapevi di vivere in una città costruita sopra una faglia. Ignoranze comuni a tanti abitanti della nostra ballerina penisola, che oggi plaudono e votano chi promette centrali nucleari, ponti d’oro sullo stretto, l’alta velocità da
costruire con lentezza, e non spende un euro per mettere in sicurezza case, scuole e palazzi, che prima o poi diventeranno bare di calcinacci.
Capisci che quei ventitré secondi di un anno fa, ti si sono incrostati dentro, quando fuggi dal cratere e ti senti straniero in una città normale, viva e senza crepe. Mentre se vai in gita a Pompei ti senti stranamente a casa, perché dopo un anno ruderi e macerie cominciano a far parte del tuo paesaggio e ti ci sei un po’ affezionato.

La tua libreria, ora che finalmente ne hai una una, intanto si riempie di libri che parlano di distruzioni e ricostruzioni. Buccio da Ranallo, Voltaire, Silone, Calvino, La Cecla, Nimis, Cazzullo, Ciccozzi. In arrivo imminente lo struggente memoriale di una contessa sfollata dal titolo «Le mie tendopoli», e l’ennesimo libro inchiesta «ll terremoto lo si poteva evitare» che promette
clamorose rivelazioni, anticipate da sottotitoli come «La verità», «Quello che i giornali non vi faranno mai leggere», che esplodono in copertina.
Osservando quegli strani oggetti sempre più demodè, i libri appunto, ti chiedi a che serve averli aperti e aver preso sul serio le parole che contengono.

Dopotutto, non è la natura che ha ammucchiato là ventimila case di sei-sette piani. Le città hanno una vita propria, hanno un loro proprio essere misterioso e profondo, hanno un loro volto, hanno, per così dire, una loro anima ed un loro destino, non sono cumuli occasionali di pietre. Le città perdono forma, diventa sempre più difficile distinguerle dalla non-città. Si costruisce per il mercato, non per i cittadini. In un decennio in Italia è stato cementificato terreno agricolo grande quanto l´Umbria. «Come veramente sia la città sotto questo fitto involucro di segni, cosa contenga o nasconda, l’uomo esce da Tamara senza averlo saputo. Fuori s’estende la terra vuota fino all’orizzonte, s’apre il cielo dove corrono le nuvole».

Ai trionfanti e presunti uomini del fare, coloro che ricostruiranno L’Aquila, e gestiranno miliardi di euro, questo chiacchiericcio da intellettuali radical shock procura sommo fastidio. Icona trash che meglio li rappresenta è il ministro Calderoli che alimenta con un lanciafiamme un autodafé di parole inutili. Per loro la politica è la prosecuzione degli affari con altri mezzi, giudicano, al pari di anacronistici lacci e laccioli, il codice penale, la vigilanza della Corte dei conti, le norme europee sulla concorrenza.
Le città che esplodono nelle periferie in una folle colata autofaga di cemento, i centri storici che si svuotano e le campagne che vengono divorate, sono per loro un segno di modernità ed efficienza, un motivo di vanto, una garanzia di potere e certa rielezione.

Intorno ai 19 quartieri del C.a.s.e., che di notte sembrano cimiteri e di giorno astronavi arrivate chissà da dove, ci faranno ora supermercati, negozi impianti, uffici, chiese e servizi. E così diventeranno insediamenti post-sismici sempre più definitivi, poi cominceranno a espandersi sui terreni agricoli limitrofi, alcuni si salderanno tra loro, e diventeranno una nuova città. Magari anche migliore, per qualità, sicurezza sismica e risparmio energetico, di tante altre orribili e disumane periferie italiane, ma sarà un’altra città, una periferia senza centro, per cittadini senza città, che si sovrapporrà e comprometterà, sottraendo le già scarse risorse economiche, alla
ricostruzione e al ripopolamento della vera e unica L’Aquila. E poi la mafia che già lavora nel cratere, le banche che chiedono interessi usurai, i palazzinari romani che fanno incetta di case cedute a prezzi di saldo e con occulte promesse di vendita, dai terremotati con l’acqua alla gola, le truffe perpetrate nei puntellamenti, gli strani e generosissimi appalti del G8 e del piano C.a.s.e., i 18mila cassintegrati, gli ingegneri che fanno incetta di progetti e i cantieri che non aprono, le banche che chiedono interessi usurai per i mutui che sono stati sospesi per aiutare gli sfollati, la Santa romana Chiesa che invita a rivolgere gli occhi al cielo e intanto in terra si cimenta in spericolate speculazioni edilizie, i 4 mila sfollati ancora sulla costa, dopo un anno, un record mondiale, e quelli che vivono in baracca, in camper e in garage, sui divani dei parenti, gli ottomila che sono già andati via e hanno chiesto il cambio di residenza, i ragazzi che si abbrutiscono al centro commerciale.

Capisci che quei ventitré secondi di un anno fa ti hanno cambiato perché già dopo un anno vorresti tanto parlare d’altro e dare le dimissioni da questo contratto a tempo indeterminato come terremotato critico che non ti sei scelto.
Stanotte si è celebrato il primo anniversario del terremoto.
Capisci che quei ventitré secondi di un anno fa ti hanno abbrutito perché non hai resistito e sei scappato in montagna. Lassù sul Gran Sasso, gigante che dorme, e che ogni tanto si sveglia, per una danza di morte.

Laggiù c’è una città buia avvolta da migliaia di piccole fiammelle che l’avvolgono in un abbraccio di luce. E i trecentotto rintocchi è come averli sentiti lo stesso trasportati dal vento. Tutto intorno una costellazione di paesini distrutti, sparsi nelle valli, che immagini silenziosi anche loro.
Conti fino a 23, ma capire qualcosa del mistero dell’istante e della durata devi contare come fanno i registi: milleuno, milledue, milletre, millequattro, millecinque, millesei, millesette, milleotto, millenove, milledieci… fino a 23, immaginando nel frattempo la volta celeste sopra di te aprirsi in tante crepe. Del resto c’è una crepa in ogni cosa, ed è da lì che entra la luce,
cantava Leonard Cohen.

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MOLTI LO ODIANO: MR. Berluscon

Cari amici. ... ho ricevuto, non so da chi, la seguente lettera.

E' un po' lunga, ma riassume bene tutti i motivi che mi fanno sentire a disagio nell'accettare che che il nostro Paese sia guidato e rappresentato dal nano di Arcore.

Un saluto a tutti.


Presidente,
Lei si è chiesto ed ha chiesto ai suoi più stretti collaboratori:"perchè mi odiano?"

Io sono un signor nessuno, uno dei sessanta milioni di italiani senza volto e senza nome, buoni solo per comparire come unità statistiche nelle rilevazioni demografiche. Comunque, visto che lei ha fatto una domanda, per quello che conta il mio parere, vorrei risponderle. Io sono tra quelli che la odiano, nel senso che non la amano.
Intendiamoci: trovo l'odio un sentimento disdicevole. Ho ricevuto un'educazione cristiana, sebbene l'abbia rinnegata; però certi valori mi sono rimasti dentro. Nella mia vita ho cercato di essere sempre dalla parte dei deboli e di trovare mille attenuanti per chi ha sbagliato. Eppure nei suoi confronti provo un "non amore" irrefrenabile.

Stia tranquillo: sono un uomo di pace: faccio fatica anche ad ammazzare le mosche;perciò il mio odio non si tradurrà in altro che in un desolato isolamento. Scuoto la testa e da lei traggo insegnamento, per me e per i miei figli, di quanto non sia esempio da imitare.

Lei non conosce me, ma io conosco lei, dai tempi in cui ella era un oscuro costruttore edile quando, sindaco Carlo Sangalli (ora Presidente della Camera di Commercio di Milano) fondò l'Edilnord e iniziò a costruire a Brugherio. Ricordo le sue liti con la civica amministrazione
di quella città per gli abusi edilizi e come, già allora, avesse il vezzo di ottenere con la prepotenza quello che non avrebbe potuto ottenere secondo la legge. Poi l'ho seguita nella sua avventura con
Telealtomilanese e ancora con l'avvio delle Sue reti televisive. Ricordo la legge Mammì, ricordo Craxi (che ho conosciuto di persona) e gli indebiti favori che ella ha ricevuto e ricambiato con sostanziose tangenti.

La conosco, Signor Presidente: abito a cento metri in linea d'aria dagli studi di Mediaset ed a un Chilometro da Milano Due, che ella ha costruito. Non parlo per "sentito dire" ma perchè ho testimonianza diretta di quello che Ella è.

Devo dire che la Sua, non fosse una figura moralmente indecente, sarebbe da ammirare per la genialità: non ha sbagliato nulla. E' partito con una piccola impresa, a debiti e con finanziamenti di cui lei non ha mai bene rendicontato ed ha costruito un impero, con fredda logica e con assoluta
lungimiranza. Lei dice che è entrato in politica nel 1994; non è vero.
Lei ha preparato il terreno molto, molto prima. Lo ha fatto comprando il Milan, con le sue televisioni.

Più che merci lei ha comprato coscienze.
Lei ha compreso molto bene cosa sia il marketing e quali siano le tecniche di vendita. Non fa mai nulla che non abbia un riscontro positivo nei sondaggi.

Per lei non ha valore morale quello che fa: ella non è il "Principe"; ha un disegno preciso, che coincide col suo interesse personale. Però ha capito molto bene che, per avere consenso, deve azionare delle "leve", che corrispondono ai processi di immedesimazione di emulazione.

Lei ha trasformato un perdente in un vincitore, un debole in un forte, un povero in un ricco; e questo è il suo autentico miracolo. Tutto nella finzione, ovviamente.

Però, e anche questo è un Suo "merito". Lei ha saputo rendere labile il confine tra realtà e finzione. Lei è "nudo", come quel famoso Re; eppure lo stuolo di cortigiani e di folle osannanti che la seguono sono pronti a giurare che ella sia bello, invincibile, munifico.

Dal Principe di Machiavelli ha sicuramente imparato una cosa: il fine giustifica i mezzi; ecco perchè non è mai andato per il sottile. Per lei Lo Stato è un'azienda, la cultura un optional, la povertà un "inconveniente" come arditamente l'ha definita.

Lei ha capito bene, come il Mefistofele che "la moneta cattiva scaccia quella buona" e, più ancora, che se getta a terra una manciata di monete la gente si accapiglierà per raccoglierle.

Lei, da perfetto populista si appella al popolo perchè ratifichi le sue scelte. Ma cos'è il popolo, chi è il popolo? E' forse un monolite che, unum corde, prende decisioni all'unisono? No, lei lo sa benissimo, perchè è contornato da statistici, che il popolo non esiste se non come somma di
ante unità che compongono l'insieme.

Lei sa che si compone e si scompone in continuazione e perciò ha bisogno di suggestioni in cui riconoscersi. Il popolo è:

* quello che pochi giorni prima gridava " Osanna al figlio di David" e , poco dopo urlava a Pilato: "Libera Barabba".

* quello che sotto il balcone di Palazzo Venezia urlava in delirio per il Duce che annunciava la dichiarazione di guerra alla Francia e poi, dopo vent'anni sputacchiava il cadavere del duce nella polvere, prima che fosse appeso a un distributore di benzina.

* quello che al nord odia i "terroni" e al sud odia i "polentoni";

* quello che si divide negli stadi, che si divide su tutto, che perde le staffe quando è in coda, quello che cerca di non pagare le tasse e, potendo, porta i denari all'estero.

Lei ha saputo trarre il peggio da questo popolo e ha fatto leva sui suoi peggiori istinti. Ha contribuito grandemente ad affossare la nostra cultura a fare di questo paese, una volta perla della civiltà, patria della pittura, della scultura, della musica, un paese a rimorchio della peggiore cultura altrui.
Le soap opera, i programmi violenti e dozzinali che le sue televisioni somministrano al popolo, hanno contribuito grandemente a distruggere quel patrimonio di saperi che hanno fatto dell'Italia uno dei paesi più ammirati nella storia della civiltà.

*Lei ci ha lasciato il cafonal, l'idea che bisogna a tutti costi primeggiare, essere vincenti.

*Ha convinto i poveri e gli stolti che la fortuna può "baciare tutti" e che i cieli siano sempre azzurri: basta solo essere ottimisti.

* Ha definito la politica un teatrino, cancellando, con questo giudizio, secoli di civiltà ereditati dall'ellenismo, dal continuo interrogarsi dell'uomo sulla società, sui suoi poteri e limiti in rapporto ai diritti dell'individuo.

* Si è preso burla della civiltà giuridica, ha definito i giudici "persone mentalmente disturbate". Ha spiegato a milioni di italiani che è meglio "avere" che "essere".

* Ha insegnato che non serve rispettare le regole; anzi: se queste non corrispondono ai tuoi personali disegni fai in modo di cambiarle.

* La Casa di tutti l'ha trasformata nella casa dei vincitori, a qualsiasi costo e a qualsiasi prezzo, anche quello della indecenza.

* Ha insegnato agli italiani che la corruzione, il rampantismo, lo sgomitare per farsi largo sono la via giusta per affermarsi e che il diritto e la ragione sono solo armi per i deboli. Vae victis.

Ecco perchè non la amo signor Presidente, perchè lei è l'opposto di tutti quei valori in cui credo, che sono l'onestà, la sussidiarietà, la solidarietà, l'altruismo, la compassione, la valorizzazione dei saperi, delle bellezze naturali e artistiche di questo grande e meraviglioso paese. Non credo nel demonio Signor Presidente, ma se esistesse avrebbe il suo volto. Detto questo provo pena per lei che è stato colpito nel fisico da un atto sconsiderato, o, da perfetta nullità, ho solo un'arma per poterLa colpire: il voto.
Purtroppo subirò il suo potere, indifeso come sono d'innanzi alla sua forza devastatrice. Ma me lo consenta: di quello che lei fa, non c'è nulla di fatto in nome mio.

Con disistima

(al posto del mio nome metti il tuo)

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lunedì 5 aprile 2010

Brasile. Assassinato esponente dei Sem terra

Brasile. Assassinato esponente di spicco dei Sem terra
È stato assassinato nello stato nordorientale del Pará Pedro Alcantara de Souza, attivista per la riforma agraria nell’Amazzonia, presidente della locale Federazione per l’agricoltura familiare [Fetraf]. Secondo la ricostruzione fornita dalla polizia, De Souza è stato colpito al capo da cinque pallottole sparate da due ‘pistoleiros’ in motocicletta, mentre lui e la moglie si trovavano in bicicletta. Benché non ci siano state dichiarazioni ufficiali in tal senso, per gli investigatori è piuttosto evidente che De Souza sia stato ucciso a causa delle sue attività a favore dei contadini senza terra e contro i latifondisti. L’omicidio è avvenuto poche ore dopo l’annuncio del rinvio al 12 aprile del terzo processo contro il presunto mandante dell’assassinio di suor Dorothy Stang, missionaria statunitense naturalizzata brasiliana uccisa brutalmente il 12 febbraio 2005 per il suo impegno a difesa dell’ambiente e dei ‘senza terra’.


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domenica 4 aprile 2010

REGALA UN UOVO DI PACE

REGALA UN UOVO DI PACE --------- ;  http://www.gpace.net/

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giovedì 1 aprile 2010

Gaza,Volantini israeliani sulla città

Gaza. Volantini israeliani sulla città: «Domani attacchiamo»

L’aviazione israeliana ha lanciato stamttina sulla popolazione della Striscia di Gaza una serie di volantini nei quali si minaccia l’avvio di un attacco militare a partire da domani. Lo hanno annunciato le radio palestinesi locali, citate dall’agenzia di stampa araba Kuna. I volantini sono scritti in arabo: si promette vendetta per l’azione compiuta venerdì scorso contro una pattuglia militare a Khan Yunes che ha provocato la morte di due soldati israeliani. Il volantino recita «aspettatevi una risposta domani». Copie del messaggio sono state lanciate in particolare sulle case di Khan Yunes, zona teatro degli scontri della scorsa settimana, ma anche nel campo profughi di al-Burj e nella periferia di Gaza City.


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Acqua , Forum movimenti contro Italia dei valori

Acqua. Forum movimenti contro Italia dei valori

Il partito di Antonio Di Pietro, l’Italia dei Valori, contravvenendo agli accordi presi con il Forum dei movimenti per l’acqua ha annunciato la promozione autonoma e solitaria di un alcuni referendum, tra i quali anche quello sull’acqua, che sarà depositato a metà aprile. «Si tratta di una grave decisione che, se attuata, da una parte renderebbe più complicata la raccolta di firme, dall’altra minerebbe un percorso ricco e inedito di partecipazione e inclusione come quello sin qui realizzato», commentano quelli del Forum. Per questo, il Forum italiano dei movimenti per l’acqua chiede a tutte e tutti di attivarsi e di esercitare la massima pressione possibile per scongiurare questo esito. «Chiediamo a tutte e tutti di prendere contatti con i rappresentanti locali e istituzionali, con i parlamentari del territorio di riferimento per dire loro la gravità di questa scelta e per chiedere loro che si attivino per evitarla.
Proponiamo inoltre di inondare gli indirizzi dei parlamentari e degli europarlamentare dell’Italia dei Valori, scrivendo loro il seguente messaggio, a partire da oggi Giovedì 1° Aprile fino a Sabato 3 Aprile, con in oggetto: “Il referendum per l’acqua pubblica deve essere una battaglia comune”

“Ho saputo che l’Italia dei Valori ha annunciato di voler procedere a promuovere autonomamente un proprio referendum sull’acqua, nonostante una vastissima coalizione sociale abbia appena depositato tre quesiti referendari per l’acqua pubblica e abbia lanciato l’avvio di una grande raccolta firme.
Voglio che sappiate che ritengo questa scelta gravissima.
Perché irrispettosa di un percorso che tantissime donne e tantissimi uomini come me hanno costruito in questi anni in tutti i territori del Paese.
Perché antepone gli interessi di partito ad un obiettivo grande, condiviso e di civiltà, come quello per l’acqua bene comune.
Chiedo pertanto a tutti voi di recedere immediatamente dal proposito annunciato e di incontrare il Comitato promotore dei quesiti depositati per collaborare alla comune battaglia.”

Questi sono gli indirizzi email a cui inviare il messaggio:

barbato_f@camera.it, borghesi_a@camera.it, cambursano_r@camera.it, cimadoro_g@camera.it, digiuseppe_a@camera.it, dipietro_a@camera.it, distanislao_a@camera.it, donadi_m@camera.it, evangelisti_f@camera.it, favia_d@camera.it, formisano_aniello@camera.it, messina_i@camera.it, monai_c@camera.it, mura_s@camera.it, orlando_l@camera.it, paladini_g@camera.it, palagiano_a@camera.it, palomba_f@camera.it, piffari_s@camera.it, porcino_g@camera.it, razzi_a@camera.it, rota_i@camera.it, scilipoti_d@camera.it, zazzera_p@camera.it, FRANCESCOBARBATO81@LIBERO.IT, RENATO.CAMBURSANO@GMAIL.COM, INFO@HELVETIA.BG.IT, DIPIETRO@ANTONIODIPIETRO.IT, INFO@AUGUSTODISTANISLAO.COM, MASSIMODONADI@LIBERO.IT, FABIO.EVANGELISTI@GMAIL.COM, DAVIDFAVIA@HOTMAIL.COM, SEGRETERIA@LEOLUCAORLANDO.IT, FEDERICO.PALOMBA@LIBERO.IT, SERGIO@SCUOLAINMONTAGNA.IT, PIEFFEZETA@TIN.IT

belisario_f@posta.senato.it, giambrone_f@posta.senato.it, fabio.giambrone@libero.it, carlino_g@posta.senato.it, bugnano_p@posta.senato.it, caforio_g@posta.senato.it, detoni_g@posta.senato.it, dinardo_a@posta.senato.it, lannutti_e@posta.senato.it, ligotti_l@posta.senato.it, mascitelli_a@posta.senato.it, pardi_f@posta.senato.it, pedica_s@posta.senato.it, BUGNANO.P@TISCALINET.IT, INFO@GIUSEPPECAFORIO.COM, RUSSO.MI@LIBERO.IT, NELLODINARDO@LIBERO.IT, FABIO.GIAMBRONE@LIBERO.IT, ELIOLANNUTTI@ADUSBEF.IT, AVVLIGOTTI@TISCALI.IT, MASCITE@LIBERO.IT, F.PARDI@CHEAPNET.IT, STEPEDIC@TIN.IT, info@soniaalfano.it, pino.arlacchi@europarl.europa.eu, scrivimi@demagistris.it, vincenzo.iovine@europarl.europa.eu, niccolo.rinaldi@europarl.europa.eu, giommaria.uggias@europarl.europa.eu, gianni.vattimo@europarl.europa.eu, info@italiadeivalori.it, IDV_SEGRETERIA@CAMERA.IT, FBELISA@TIN.IT, FELICE.BELISARIO@SENATO.IT


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Dal Cie , Al telefono con Radio ondarossa

Dal Cie , Al telefono con Radio ondarossa



Verso la mezzanotte del 29 marzo una nuova rivolta scoppia nel Cie di Ponte Galeria. I reclusi riescono a parlare con Radio ondarossa e raccontano...


È mezzanotte e mezzo quando dai reclusi del Cie di Ponte Galeria [Roma] arriva un sms a radio ondarossa: «un casino della madonna!».
Chi riesce a parlare al telefono con i redattori della radio racconta che intorno alle 23.00 è scoppiata una rivolta, per protestare contro l’ennesimo pestaggio.
I materassi bruciano e ci sono due grossi fuochi che si alzano arrivando fino all’infermeria.
Alcuni reclusi sono saliti sul tetto e altri hanno spaccato tre o quattro porte di ferro e hanno quasi raggiunto il muro di cinta.
Tutto il centro è pieno di polizia: sono dappertutto – in tenuta antisommossa, con manganelli, scudi e caschi – e ad un certo punto cominciano anche a sparare.
Mentre un altro recluso racconta i motivi della rivolta, si sente chiaramente il rumore degli spari.
I motivi per protestare sono tanti, raccontano, innanzitutto il prolungamento fino a sei mesi – «sei mesi sono troppi!» – poi la somministrazione massiccia e quotidiana di psicofarmaci, tanto che la gente sta a letto tutto il giorno e dorme fino a mezzogiorno.
C’è gente «di tutti i colori» – spiegano i reclusi – ci sono persone che stanno in Italia da vent’anni e che ora si ritrovano rinchiuse nel Cie.
Ci sono tossicodipendenti e alcoolizzati, diabetici, asmatici e malati di epatite, a cui non viene somministrata la terapia di cui avrebbero bisogno
e che era stata loro prescritta dal medico.
Ogni sera c’è gente che ingoia lamette e se ti lamenti ti rispondono male, minacciano di chiamare la polizia, l’esercito e i carabinieri. Se chiedi di
essere curato o portato in ospedale ti dicono che stai fingendo perché vuoi scappare.
In questi giorni un recluso ha sbattuto la testa al muro per la disperazione e un altro che protestava è stato picchiato così forte che gli hanno rotto i denti. Stessa sorte è toccata a un gruppo di reclusi che la notte tra domenica e lunedì erano saliti sul tetto per cercare di scappare:
tutti riportati a forza nelle gabbie e riempiti di botte.
«Qui ci trattano come cani», continuano a ripetere i reclusi. «Ci sequestrano tutto: shampoo, sapone e dopobarba, perché devi usare solo quello che forniscono loro». Sequestrano gli accendini ma nello spaccio interno vendono i cerini, come se con i cerini non si potesse accendere un fuoco… Lo scopo – sostengono i reclusi – è di impedire che si ripeta ciò che era avvenuto il 13 marzo scorso quando, durante il presidio che si stava svolgendo all’esterno, alcuni di loro erano saliti sul tetto e avevano dato fuoco a coperte e materassi.
Ora la storia si ripete, il Cie brucia e i reclusi chiedono insistentemente che qualcuno da fuori venga a vedere cosa succede lì dentro…
Nel frattempo, a un certo punto della notte al telefono non risponde più nessuno: non ci è dato sapere se qualcuno è riuscito a scappare, né se i telefoni siano stati sequestrati o se i reclusi stiano semplicemente dormendo.



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