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martedì 6 aprile 2010

I ventitre secondi che hanno cambiato L'Aquila

OGGI ACCADRA'. I ventitre secondi che hanno cambiato L'Aquila

Filippo Tronca


Un anno fa il terremoto che ha distrutto il capoluogo abruzzese. Cosa è rimasto della paura e delle macerie. Cosa si aspetta per il futuro di una città senza cittadini.

Capisci che quei ventitré secondi di un anno fa ti hanno cambiato, quando davanti al ciambellone durante la colazione di Pasqua, la prima cosa che pensi è che la tua città rischia di diventare, non a causa del terremoto, ma della ricostruzione, una sterminata periferia con un buco in mezzo, e ti metti pure a spiegare il concetto di sprawl urbano a tua nonna, che non ti capisce ma è fiera di avere un nipote istruito, e agli zii, che ti rispondono con una bonaria pacca sulla spalla e ti invitano ad assaggiare il salame fatto in casa e a tirare a campare.
Capisci che la condizione di terremotato tuo malgrado diventa giorno dopo giorno una sorta di professione, quando al bar ti metti a parlare, con improbabile piglio dottorale, di tamponature, grana del pietrisco che va nel cemento, dello spessore dei tondini. Un anno fa prima di quei 23 secondi, non ti eri mai chiesto di che cosa fossero fatti, o meglio non fatti, i muri e i pilastri di casa tua che per miracolo non ti è crollata addosso, come non sapevi di vivere in una città costruita sopra una faglia. Ignoranze comuni a tanti abitanti della nostra ballerina penisola, che oggi plaudono e votano chi promette centrali nucleari, ponti d’oro sullo stretto, l’alta velocità da
costruire con lentezza, e non spende un euro per mettere in sicurezza case, scuole e palazzi, che prima o poi diventeranno bare di calcinacci.
Capisci che quei ventitré secondi di un anno fa, ti si sono incrostati dentro, quando fuggi dal cratere e ti senti straniero in una città normale, viva e senza crepe. Mentre se vai in gita a Pompei ti senti stranamente a casa, perché dopo un anno ruderi e macerie cominciano a far parte del tuo paesaggio e ti ci sei un po’ affezionato.

La tua libreria, ora che finalmente ne hai una una, intanto si riempie di libri che parlano di distruzioni e ricostruzioni. Buccio da Ranallo, Voltaire, Silone, Calvino, La Cecla, Nimis, Cazzullo, Ciccozzi. In arrivo imminente lo struggente memoriale di una contessa sfollata dal titolo «Le mie tendopoli», e l’ennesimo libro inchiesta «ll terremoto lo si poteva evitare» che promette
clamorose rivelazioni, anticipate da sottotitoli come «La verità», «Quello che i giornali non vi faranno mai leggere», che esplodono in copertina.
Osservando quegli strani oggetti sempre più demodè, i libri appunto, ti chiedi a che serve averli aperti e aver preso sul serio le parole che contengono.

Dopotutto, non è la natura che ha ammucchiato là ventimila case di sei-sette piani. Le città hanno una vita propria, hanno un loro proprio essere misterioso e profondo, hanno un loro volto, hanno, per così dire, una loro anima ed un loro destino, non sono cumuli occasionali di pietre. Le città perdono forma, diventa sempre più difficile distinguerle dalla non-città. Si costruisce per il mercato, non per i cittadini. In un decennio in Italia è stato cementificato terreno agricolo grande quanto l´Umbria. «Come veramente sia la città sotto questo fitto involucro di segni, cosa contenga o nasconda, l’uomo esce da Tamara senza averlo saputo. Fuori s’estende la terra vuota fino all’orizzonte, s’apre il cielo dove corrono le nuvole».

Ai trionfanti e presunti uomini del fare, coloro che ricostruiranno L’Aquila, e gestiranno miliardi di euro, questo chiacchiericcio da intellettuali radical shock procura sommo fastidio. Icona trash che meglio li rappresenta è il ministro Calderoli che alimenta con un lanciafiamme un autodafé di parole inutili. Per loro la politica è la prosecuzione degli affari con altri mezzi, giudicano, al pari di anacronistici lacci e laccioli, il codice penale, la vigilanza della Corte dei conti, le norme europee sulla concorrenza.
Le città che esplodono nelle periferie in una folle colata autofaga di cemento, i centri storici che si svuotano e le campagne che vengono divorate, sono per loro un segno di modernità ed efficienza, un motivo di vanto, una garanzia di potere e certa rielezione.

Intorno ai 19 quartieri del C.a.s.e., che di notte sembrano cimiteri e di giorno astronavi arrivate chissà da dove, ci faranno ora supermercati, negozi impianti, uffici, chiese e servizi. E così diventeranno insediamenti post-sismici sempre più definitivi, poi cominceranno a espandersi sui terreni agricoli limitrofi, alcuni si salderanno tra loro, e diventeranno una nuova città. Magari anche migliore, per qualità, sicurezza sismica e risparmio energetico, di tante altre orribili e disumane periferie italiane, ma sarà un’altra città, una periferia senza centro, per cittadini senza città, che si sovrapporrà e comprometterà, sottraendo le già scarse risorse economiche, alla
ricostruzione e al ripopolamento della vera e unica L’Aquila. E poi la mafia che già lavora nel cratere, le banche che chiedono interessi usurai, i palazzinari romani che fanno incetta di case cedute a prezzi di saldo e con occulte promesse di vendita, dai terremotati con l’acqua alla gola, le truffe perpetrate nei puntellamenti, gli strani e generosissimi appalti del G8 e del piano C.a.s.e., i 18mila cassintegrati, gli ingegneri che fanno incetta di progetti e i cantieri che non aprono, le banche che chiedono interessi usurai per i mutui che sono stati sospesi per aiutare gli sfollati, la Santa romana Chiesa che invita a rivolgere gli occhi al cielo e intanto in terra si cimenta in spericolate speculazioni edilizie, i 4 mila sfollati ancora sulla costa, dopo un anno, un record mondiale, e quelli che vivono in baracca, in camper e in garage, sui divani dei parenti, gli ottomila che sono già andati via e hanno chiesto il cambio di residenza, i ragazzi che si abbrutiscono al centro commerciale.

Capisci che quei ventitré secondi di un anno fa ti hanno cambiato perché già dopo un anno vorresti tanto parlare d’altro e dare le dimissioni da questo contratto a tempo indeterminato come terremotato critico che non ti sei scelto.
Stanotte si è celebrato il primo anniversario del terremoto.
Capisci che quei ventitré secondi di un anno fa ti hanno abbrutito perché non hai resistito e sei scappato in montagna. Lassù sul Gran Sasso, gigante che dorme, e che ogni tanto si sveglia, per una danza di morte.

Laggiù c’è una città buia avvolta da migliaia di piccole fiammelle che l’avvolgono in un abbraccio di luce. E i trecentotto rintocchi è come averli sentiti lo stesso trasportati dal vento. Tutto intorno una costellazione di paesini distrutti, sparsi nelle valli, che immagini silenziosi anche loro.
Conti fino a 23, ma capire qualcosa del mistero dell’istante e della durata devi contare come fanno i registi: milleuno, milledue, milletre, millequattro, millecinque, millesei, millesette, milleotto, millenove, milledieci… fino a 23, immaginando nel frattempo la volta celeste sopra di te aprirsi in tante crepe. Del resto c’è una crepa in ogni cosa, ed è da lì che entra la luce,
cantava Leonard Cohen.

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