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mercoledì 30 giugno 2010

G20. ActionAid: servono aiuti non parole

G20. ActionAid: Troppi condizionali, servono aiuti non parole

http://www.actionaid.it/


«Se scegliessimo di intraprendere un cammino di riforme più ambizioso nel medio termine, potremmo ridurre sensibilmente gli squilibri globali», affermano i leader nella dichiarazione finale del Summit G20. «Troppi condizionali», dichiara in una nota Luca De Fraia, Vice segretario generale di ActionAid Italia. «La povertà è un imperativo presente. Sono più di un milione le persone che muoiono di fame nel mondo, persone che attendono aiuti concreti, non parole».
«Cala il sipario sul G20 canadese – continua la nota di Actionaid – senza che alcuna soluzione concreta a sostegno della fragile situazione economica mondiale sia stata intrapresa. L’unica proposta reale in gioco, sostenuta dai governi di Francia e Germania, era l’istituzione della Financial Transaction Act [FTT], un’imposta di entità irrisoria che avrebbe potuto contribuire a coprire i costi generati dalla crisi e rappresentare un freno alle attività speculative senza colpire l’economia reale. Tuttavia, a Toronto nulla di tutto ciò è divenuto realtà. Un passo indietro rispetto alle promesse fatte nel 2005», afferma De Fraia.
«Invece di ragionare su come e quando mettere in campo concretamente le risorse che, da anni, devono ancora essere impegnate, i leader hanno fatto una nuova, debole, promessa: 7 miliardi di dollari per la salute materna e infantile [Muskoka Initiative on Maternal, Newborn and Child Health]. Se i grandi del pianeta vogliono effettivamente garantire ‘una crescita globale vigorosa, sostenibile ed equilibrata’ come dichiarano nella relazione conclusiva del G20, impegnino delle risorse concrete. La Banca Mondiale ha affermato che basta un taglio dello 0,50 per cento nella crescita dei paesi in via di sviluppo per aumentare di 80 milioni il numero di persone che vivono con meno di 1,25 dollari al giorno. Le parole non sfamano milioni di pance vuote e i tagli nemmeno»

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Il Messico a tempo delle narcoelezioni

Il Messico al tempo delle «narcoelezioni»

DI Sarah Di Nella

Il 4 luglio elezioni amministrative in un Messico scosso dalla lotta dei cartelli della droga. Il periodo pre-elettorale è stato particolarmente violento, diversi candidati sono stati uccisi. Ultimo il candidato del Pri a governatore dello Stato di Tamaulipas, Rodolfo Torre Cantu. le elezioni coinvolgono 14 stati. A monitorare la trasparenza del voto c'è la Commissione internazionale, ora nello stato di Oaxaca dove, dallo scorso lunedì, i maestri occupano lo zócalo. Un reportage.


E’ al lavoro la Commissione internazionale arrivata in Messico per osservare le elezioni legislative del 4 luglio prossimo nello Stato di Oaxaca. La Commissione è composta da universitari, attivisti e giornalisti arrivati dal Perù, dall’Uruguay, dal Brasile, dall’Argentina, dall’Italia e dal Messico.
Quattordici Stati sono chiamati alle urne domenica per rinnovare i municipi, i deputati e, in alcuni casi, anche i governatori statali. Il periodo pre-elettorale è stato particolarmente violento, diversi candidati sono stati uccisi, ultimo il candidato del Pri a governatore dello Stato di Tamaulipas, Rodolfo Torre Cantu, ucciso il 28 giugno insieme a quattro collaboratori.
E’ la prima volta, durante quelle che i giornali hanno ribattezzato «le narcoelezioni», che viene ucciso un candidato del Pri. Il 13 maggio era toccato al candidato del Pan alla presidenza del municipio di Valle Hermoso, Jose Mario Guajardo Alejo, insieme ad altre due persone.
La missione della Commissione internazionale è quella monitorare la trasparenza del voto nello Stato di Oaxaca che, come spiega Martin, uno degli organizzatore della carovana, «ha un forte valore simbolico. Nel 2006, con la comune di Oaxaca c’è stato un conflitto sociale che ha segnato la fine di un regime politico autoritario e l’inizio di un processo di partecipazione e insubordinazione popolare. Il tutto si iscrive in un contesto di violenza, in particolare nella Regione Triqui, a San Juan Copala, dove il 27 aprile sono stati uccisi Beatriz Carino, una donna messicana che faceva parte della Associazione Cactus e Tyri Antero Jaakola, membro di una Ong finlandese che si trovava sul posto in qualità di osservatore internazionale. Entrambi partecipavano a una carovana di solidarietà. Ci sono poi gli abitanti di San Jose del Progresso che si oppongono all’apertura di una miniera, con tanto di arresti e uccisioni».
A Oaxaca si affrontano nelle urne due blocchi: il Pri del governatore uscente Ulises Ruiz, che con la coalizione «Per una trasformazione di Oaxaca», sostiene il candidato Magana e il Prd e il Pan uniti nella «Alleanza per la pace».
«E’ una situazione limite – spiega Maria Dolores Rodriguez – anche perché con tutta questa violenza, rischiamo di ritrovarci nel 2012, con un militare sulla poltrona presidenziale».
Azril Bacal, che fa parte della Commissione, è peruviano ma vive in Svezia. Secondo lui «un rischio notevole in queste elezioni è la grande astensione. Secondo alcuni sondaggi potrebbe raggiungere il 30 per cento». Un parere condiviso da Miguel, dell’Ong oacaxena Educa che spiega: «La violenza gioca a favore dell’astensionismo, inibisce la partecipazione. È una strategia molto chiara del Pri e non si limita allo Stato di Oaxaca. Non dobbiamo scordarci che Ulises Ruiz è un esperto di ‘alchimia elettorale’. I metodi sono sempre gli stessi: condizionare e comprare il voto popolare».
A Oaxaca, dopo le undici di sera, non si può più accedere allo zócalo e alle vie vicine. Ci sono picchetti sotto i portici dei palazzi dove le donne scherzano e gli uomini giocano a carte: sono di guardia. Da lunedì settemila maestri della sezione 22 del sindacato occupano la piazza. Chiedono un aumento dello stipendio, il rispetto dei diritti umani e appoggiano le rivendicazioni delle comunità indigene dello Stato di Oaxaca.

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Nasce il Coordinamento nazionale No Coke

1 luglio. Nasce il Coordinamento nazionale No Coke

http://www.nocoke.org/

Da domani sarà attivo il Coordinamento Nazionale dei comitati italiani che si battono contro le centrali a carbone e per le fonti rinnovabili. Lo si legge in una nota del Coordinamento Nazionale No Coke, contro il carbone e per le fonti rinnovabili.
«La decisione per un organismo unico di coordinamento e supporto legale e scientifico è stata presa a Tarquinia [Viterbo] dai rappresentanti dei comitati veneti, liguri, umbri, laziali, pugliesi e calabri, nell’ambito del convegno di presentazione dei risultati del primo monitoraggio autonomo della qualità dell’aria, pagato interamente dai cittadini per fare in proprio dove le istituzioni hanno fallito – precisa la nota – Tarquinia è colpita dagli inquinanti rilasciati dalla centrale a carbone di Civitavecchia. Obiettivo dichiarato del Coordinamento Nazionale è far emergere le responsabilità politiche e penali che rendono ancora possibile in Italia l’uso del peggiore combustibile fossile, che libera sostanze tossiche pericolosissime anche quando sono nei limiti di legge. Il Coordinamento varerà anche un programma di sostituzione delle fonti fossili con fonti rinnovabili, per soddisfare i fabbisogni energetici delle proprie comunità».

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COLPO DI SPUGNA SULLE STRAGI DEL '92 - '93



Tutti contenti. Marcello Dell'Utri è stato condannato a 7 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa. Giustizia è fatta. Ma neanche per idea.
Il verdetto della corte d'appello del Tribunale di Palermo, infatti, assolve il senatore siciliano dall'accusa di aver trattato con Cosa Nostra durante la stagione stragista che la stessa organizzazione criminale aveva intrapreso seminando il terrore nella penisola italiana. “Per le vicende successive al 1992 il fatto non sussiste” recita la sentenza arrivata dopo cinque giorni di camera di consiglio, cancellando così, per il momento, le teorie che vedrebbero Dell'Utri e, di rimando, Berlusconi, come i nuovi referenti della mafia da Tangentopoli in poi.
Le vicende ritenute provate risultano essere quelle relative alla nascita dell'impero berlusconiano, come l'assunzione del boss palermitano Vittorio Mangano a stalliere nella villa di Arcore o l'incontro tra Stefano Bontade, Mimmo Teresi e Silvio Berlusconi avvenuto presso la sede della Edilnord nel lontano 1974.
La corte d'appello ha quindi stabilito che Marcello Dell'Utri intrattenne stretti rapporti con la mafia di Bontade fino al 1980, mantenendoli con quella di Totò Riina e Bernardo Provenzano, fino alla stagione delle stragi di Falcone e Borsellino del 1992, per poi fermarsi lì. Ma è proprio su questo punto, che la sentenza diventa illogica.
Perchè Dell'Utri, avendo alle spalle vent'anni di collaborazione con gli ambienti mafiosi di Cosa Nostra, si sarebbe redento proprio alla vigilia della stagione stragista? Perchè Cosa Nostra non replicò l'attentato dell'Olimpico del '93, per poi votare Forza Italia nelle elezioni successive? Decine di pentiti, tra cui Gaspare Spatuzza e Nino Giuffrè, mentono quando dicono che Cosa Nostra rientrò nei ranghi solo dopo aver raggiunto un accordo con dei nuovi referenti politici, giudicati affidabili, quali erano Berlusconi e Dell'Utri?
Secondo l'accusa, d'altronde, l'impianto accusatorio relativo alla trattativa fra Stato e mafia era più granitico rispetto a quello riguardante i fatti precedenti al '92, ma la corte d'appello di Palermo ha probabilmente ritenuto che trarre la conclusione ovvia in merito fosse troppo pericoloso, e che le conseguenze successive ad una sentenza di condanna anche per le vicende legate alla stagione delle stragi, sarebbero state devastanti.
Questa sentenza, infatti, salva in zona Cesarini sia Berlusconi che tutto il movimento politico a lui legato, definendolo non come un avamposto mafioso nato dalla ceneri della Prima Repubblica, ma ritraendolo semplicemente alla stregua di un partito non diverso da tutti gli altri. Il presupposto, infatti, per distruggere le fondamenta della carriera politica di Silvio Berlusconi, non può non essere quello che vede la “trattativa” come il prologo di quella stessa carriera, iniziata in concomitanza con la conclusione delle stragi mafiose. Decretare l'inesistenza dei fatti collegati a quella stagione di accordi non rende giustizia a tutte quelle vittime che aspettano ancora di conoscere la piena verità su quegli anni.
A Roma, in ogni caso, può succedere di tutto. Marcello Dell'Utri è pur sempre il fondatore di Forza Italia, e anche se non viene ritenuto parte integrante della trattativa fra Stato e Cosa Nostra, porta comunque con sè una sentenza di condanna a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa che lo ritrae come protagonista di una molteplicità di rapporti con le cosche criminali andati avanti per qualche decennio.
Può Silvio Berlusconi continuare a governare una nazione da sempre in lotta con la mafia, pur avendo come braccio destro un condannato in primo grado e in appello per concorso esterno in associazione mafiosa, la stessa nazione nel quale Paolo Borsellino e Giovanni Falcone saltarono in aria ad opera delle stesse organizzazioni criminali che combattevano?
In un paese normale, il Cavaliere non potrebbe rimanere un secondo di più al governo, ma visto che un paese normale non lo siamo e forse mai lo saremo, assisteremo al solito sproloquio con il quale Berlusconi si difenderà accusando la magistratura di essere politicizzata e in mala fede. Ci si appellerà al fatto che la sentenza della corte d'appello di Palermo sconfessa in qualche modo le “dichiarazioni bomba” di Gaspare Spatuzza e di Massimo Ciancimino, con conseguente attacco agli organi di stampa che a quelle parole, invece, avevano dato notevole risalto.
E' una sentenza che non scontenta nessuno. L'opinione pubblica sarà in parte appagata da una condanna a sette anni di reclusione, mentre Berlusconi continuerà probabilmente a governare il Paese nonostante il suo background mafioso.
Non siamo né sadici né forcaioli, vogliamo solamente che si faccia luce su una stagione che pesa enormemente sul presente e sul futuro della nostra democrazia. Abbiamo bisogno di una verità che, oggi più che mai, è sempre più lontana dall'essere rivelata.
REDAZIONE PUNTO ROSSO A CURA di ANDREA DEMONTIS

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martedì 29 giugno 2010

PADANIA O MORTE : BLUFF DI BOSSI E SOCI




I proclami eversivi della Lega, fino al salto nella casta


1984-1990: nasce la Lega lombarda che debutta alle amministrative, la Pretura di Saronno indaga per "vilipendio della bandiera" e "associazione antinazionale", primo raduno a Pontida reso celebre dal giuramento pronunciato nel 1167 dalla Lega dei Comuni contro l'invasore Barbarossa.

Di questo periodo è importante sottolineare come la "Lega nord per l'indipendenza della Padania", costituita da associazioni politiche, avesse il conseguimento dell'indipendenza e il suo riconoscimento internazionale quale repubblica federale indipendente e sovrana. E la legittimità di un partito che si caratterizza per uno scopo non costituzionale e contrario all'articolo 5? Sono gli anni in cui Bossi dichiara: "In Italia ci sono due gruppi etnici: la razza celtica, che viene da migliaia di anni di lavoro e i latini che considerano il lavoro roba da schiavi".

1990-2000: il parlamento del nord inaugurato da Umberto Bossi, mentre la Lega viene coinvolta in una inchiesta sulla maxitangente Enimont, nascono le Camicie verdi (comitato di liberazione della Padania), Bossi invoca (senza risultato) la disobbedienza fiscale sull'Isi (imposta straordinaria sugli immobili), va a Belgrado e parla da "fratello" al leader serbo Milosevic. Otto serenissimi vengono processati e condannati per direttissima per l'assalto al campanile di San Marco in nome della "Veneta serenissima armata". "Siamo qui per un passo incontrovertibile, per la prima dichiarazione di guerra allo Stato centralista, alla partitocrazia di Roma, alla prima repubblica che non vuole lasciare il posto alla seconda" (Umberto Bossi, La Stampa, 11 maggio 1992).

"Ho già preparato i manifesti: "Nord prepara la valigia". Se riusciamo a convincere questo nord di brava gente a non pagare l'Ici allora sì che viene il bello. Che mi arrestino, arrestino pure uno della Lega e qui è la rivoluzione" (La Stampa, 19 agosto 1992).
"Bisognerebbe far scattare la legge per il ricostituito partito fascista. Questi sono quella cosa lì. E si può dimostrare facilmente. Questo partito è messo in piedi da una banda di dieci persone che lo controllano nascosti dietro paraventi, non rispettano le regole della Costituzione, chiamano golpista il presidente della Repubblica, svuotano il parlamento e vogliono fare un esecutivo senza nessun controllo superiore". (Ansa, 19 gennaio 1995).

"Inoltre usano le televisioni che sono strumenti politici messi insieme da Berlusconi quando era nella P2, secondo il progetto Gelli: dove il Paese dal punto di vista politico doveva essere costituito da uno schieramento destra contro sinistra (...) usano la televisione come un randello per fare e disfare. Si tratta di una banda antidemocratica su cui è bene che ci sia qualche magistrato che indaghi se viene commesso il reato di ricostruzione del partito fascista" (Ansa, 19 gennaio 1995).

"La Padania deve combattere contro il nazionalsindacalismo e il nazionalclericalismo. Sono lontani i tempi di Giovanni XXIII il gran lombardo. Ora è arrivato il Papa polacco che ha portato la Chiesa a interessarsi molto più del potere temporale che di quello spirituale. I vari casi Ior e Marcinkus sono a dimostrarlo" (9 agosto 1997).

"Il tricolore lo metta al cesso signora!" (Venezia, riva Sette Martiri, 16 settembre 1997).
"Quando vedo il tricolore io m'incazzo. Il tricolore io lo uso soltanto per pulirmi il c..." (Comizio a Cabiate, 1997): questa frase venne udita dai presenti, tra cui i carabinieri di Cantù di servizio in borghese, chiamati poi a raccontare l'episodio durante il dibattimento: il processo finì con la sentenza di condanna per vilipendio del 2001.

"È una sentenza pesantissima e ingiustificata. Ma i ragazzi di Venezia si facciano coraggio. Non sconteranno tutta la pena: infatti non appena arriverà la Padania saranno liberati con tutti gli onori" (Dichiarazioni di Roberto Maroni, attuale ministro degli interni della Repubblica italiana, il 10 luglio 1997 sulla vicenda dell'assalto armato al campanile di Venezia).
"La Padania è una realtà politica nota in tutto il mondo, anche se la classe politica stracciona del Mezzogiorno finge di non saperlo mentre per noi il meridione esiste solo come palla al piede che ci portiamo dolorosamente appresso da 150 anni" (Mario Borghezio durante un comizio ripreso dal film "Camicie Verdi" di Claudio Lazzaro).

Dal 2000 ad oggi: nasce la Casa delle libertà, Bossi diventa ministro delle Riforme, nasce la Bossi-Fini, viene approvata la devolution, Bossi rilancia con il trasferimento della Rai a Milano invocata anche come capitale d'Italia.

"Noi parlamentari, deputati, senatori, ministri e sottosegretari giuriamo fedeltà alla Padania e al suo popolo e promettiamo di batterci con tutte le forze per la libertà e la prosperità della nostra terra e delle sue genti" (Pontida, La Stampa, 18 giugno 2001).

"Profughi non ne vogliamo, stiano a casa loro", (Sull'emergenza umanitaria della guerra in Iraq, l'Unità, 21 marzo 2003).
"I vecchi democristiani per i danni che hanno fatto al Paese andavano fucilati" (Corriere della Sera, 26 settembre 2003).

"Il nord potrebbe vivere meglio senza tirarsi addosso il centralismo dello stato italiano. Dobbiamo svegliarci. E visto come stanno le cose non ci rimane che la via della secessione. Basta con le chiacchiere" (Pramaggiore (Ve), Repubblica.it, 26 ottobre 2006).

"La libertà non si può più conquistare in Parlamento ma con uomini lanciati in una lotta di liberazione. Senza la devoluzione da qui possono partire ordini di attacco dal Nord. Io sono certo di avere dieci milioni di lombardi e veneti pronti a lottare per la libertà". (Al parlamento padano, Mantova. Ansa, 29 settembre 2007).

"Non dobbiamo più essere schiavi di Roma. L'inno dice che l'Italia è schiava di Roma... toh (gestaccio). E' arrivato il momento fratelli, di farla finita. Basta di far martoriare i nostri figli da gente che non viene dal nord" (Padova, Repubblica.it, 20 luglio 2008).

"So quanti di voi sono pronti a battersi, anche milioni, ma io ho scelto la strada pacifica rispetto a quella del fucile. La lotta della Lega non finirà fino a quando la Padania non sarà libera" (Pontida, 20 giugno 2010).

di Elisabetta Reguitti

Fonte : NuovaSocietà

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Crisi globale: fallimento del G20

Crisi globale. Il fallimento del grande circo chiamato G20

Andrea Baranes, Zoes Campagna riforma Banca mondiale, Zoes


L’unico accordo è che non c’è nessun accordo. Con questo slogan si potrebbe riassumere il G20 che si è appena tenuto a Toronto. Il G20 è nato, almeno a livello di incontri tra capi di Stato e di governo, da meno di due anni, nel tentativo di coordinare la risposta delle più grandi economie del pianeta alla peggiore crisi finanziaria dei tempi recenti.
Era questo coordinamento tra diverse politiche economiche il principale scopo del vertice di Toronto, nell’anno della presidenza della Corea del Sud, e in attesa del summit di Seul verso la fine dell’anno. In questo quadro, è possibile affermare senza mezzi termini che a Toronto il G20 ha fallito.

Il vertice è stato preceduto dalla decisione della Corea del Sud di applicare dei controlli sui flussi di capitali. L’Indonesia ha seguito questo esempio, mentre Obama esercitava ogni pressione perché il Congresso Usa trovasse un accordo sulle nuove regole per il settore bancario prima dello svolgimento del G20. Negli stessi giorni la Germania decideva di proibire la vendita allo scoperto di diversi titoli, e assieme alla Francia spingeva per una tassa sulle banche e per una sulle transazioni finanziarie. L’obiettivo centrale delle politiche economiche di Germania e Gran Bretagna è quello di operare tagli alle spese per ridurre il deficit o per migliorare i conti pubblici. Gli Usa, in direzione opposta, chiedevano all’Europa di non interrompere i piani di stimolo all’economia. Nel frattempo il Nord del mondo propone di eliminare progressivamente i sussidi inefficienti ai combustibili fossili, ma il Sud si oppone, denunciando l’ipocrisia delle nazioni più ricche.
Insomma, un nodo gordiano di proposte isolate, di veti incrociati, di iniziative autonome. La pochezza del comunicato finale, che non riporta nessun impegno concreto, poche date e scadenze, ancora meno cifre, conferma che i leader del G20 non sono riusciti in alcun modo a sciogliere questo impasse.

Ricordiamo che il G20, nelle parole dei suoi sostenitori, è un forum più ristretto “dell’inefficiente Onu”, dove la presenza di 192 Paesi e le procedure burocratiche non permettono di rispondere con i tempi dovuti alle emergenze economiche e finanziarie. Molto meglio coordinarsi tra pochi Paesi, in forum ristretti, per quanto poco democratici e senza legittimità, così da poter prendere decisioni in tempi brevi e marciare tutti insieme. Questo G20 ha fatto definitivamente cadere la maschera dell’efficienza e del coordinamento. A pensare male si potrebbe dire che davanti al perdurare della crisi siamo al “si salvi chi può”. A volere essere ottimisti, i governi sono arrivati e ripartiti da Toronto in ordine sparso.
In queste condizioni, forse sarebbe il caso di ammettere che il modello G20 ha fallito, e che è davvero necessario rivedere nel suo insieme la governance e l’architettura internazionale. E’ da notare che in sede Onu la Commissione di esperti guidata dal premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz ha elaborato da tempo delle risposte concrete alla crisi finanziaria, economica e ambientale. Parliamo della stessa tassa sulle transazioni finanziarie che il G20 non è stato in grado di promuovere, ma anche della creazione di una valuta di riserva sovra-nazionale per rimediare alle enormi tensioni monetarie esistenti, e di moltissime altre questioni sulle quali il G20 si è auto-consegnato la legittimità di decidere, salvo poi non essere in grado di tenere fede agli impegni presi.

Il grande circo del G20 si sposta adesso a Seul per l’incontro di novembre, che dovrebbe, nelle intenzioni dei leader, riuscire a mettere qualche cifra e qualche data al magrissimo comunicato di Toronto. Lo stesso comunicato si chiude ricordando i successivi appuntamenti, in Francia nel 2011 e in Messico nel 2012. L’impressione, lasciando Toronto, è che l’unica cosa su cui i 20 grandi del mondo sono riusciti a trovare un accordo è nel tenere in piedi lo stesso sistema del G20, a discapito della pochezza dei risultati raggiunti. Tutti sorridenti nella foto di gruppo e arrivederci in Corea. Nel frattempo, ognuno per la sua strada, con buona pace dell’intesa e del coordinamento globale.


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lunedì 28 giugno 2010

Dalle tv private al bene pubblico

Dalle tv private al bene pubblico

televisore.
Il dividendo digitale vale miliardi per lo stato, e l'Italia lo ignora. Ma ha in sé anche un enorme potenziale per tutti: il movimento per l'Open Spectrum si batte per un accesso libero e aperto. Ecco come


La questione delle frequenze sta diventando calda in Italia e in Europa grazie al passaggio dalla televisione analogica a quella digitale. A causa di questa migrazione si libereranno frequenze molto preziose del valore di miliardi. Infatti dove si trasmette un solo canale di tv analogica se ne possono trasmettere sei digitali: con il passaggio alla Tv digitale si liberano insomma 5 frequenze su 6, cioè il cosiddetto “dividendo digitale”. La questione non è però solo tecnica. Come si è scritto in un precedente articolo, le frequenze sono infatti un bene pubblico molto importante, ma il governo italiano ha deciso che questo prezioso dividendo digitale, che vale qualche miliardo, verrà tutto privatizzato a favore delle televisioni. E gratis, senza incassi per lo stato. Infatti, a differenza di quanto avviene in tutta Europa e negli USA, il governo italiano e l’Autorità delle Comunicazioni non hanno fin dall’inizio previsto che una parte dell’etere sia assegnato ai gestori mobili che, grazie alle nuove frequenze lasciate libere dalle tv analogiche, potrebbero offrire in tutto il territorio nazionale servizi a banda larga per l’accesso a Internet a basso costo. Solo recentemente il viceministro Paolo Romani ha promesso che, qualora le tv locali non utilizzassero tutte le frequenze loro assegnate, queste potrebbero essere riprese dallo stato e messe all’asta per i servizi di Internet mobile a banda larga, come avviene in tutta Europa secondo le linee guida della Ue. Sarebbe un passo in avanti, e finalmente le preziose frequenze verrebbero valorizzate a vantaggio delle casse pubbliche e dei cittadini-contribuenti. Tuttavia, anche se le frequenze venissero finalmente valorizzate e non cedute gratis, il governo italiano - a differenza per esempio di quello americano - non intende lasciare neppure una piccola parte dello spettro unlicenced, ovvero libero per tutti senza autorizzazioni. Ma l’accesso libero allo spettro radioelettrico sarebbe molto importante per gli enti locali, per gli enti pubblici e gli organismi no profit che puntano a colmare il digital divide offrendo i servizi Internet nelle zone più disagiate del paese, quelle in cui non è disponibile la banda larga. Viene spontanea una domanda: quando le frequenze verranno finalmente trattate come un bene pubblico e non come bene disponibile solo ed esclusivamente per i (sia pur legittimi) interessi privati? Quando ci sarà spazio anche per l’Open Spectrum? Quando sarà disponibile una parte dello spettro per il libero accesso, a favore della sperimentazione, dell’innovazione libera e della diffusione della banda larga – infatti le frequenze arrivano dappertutto, anche nelle aree meno popolate dove la fibra ottica non ha senso economico -?
Tradizionalmente le frequenze sono sempre state considerate risorse scarse che i governi concedono a un numero limitato di operatori che ne fanno un uso esclusivo per servizi dedicati: le tivù usano le frequenze per trasmettere Tv, i gestori mobili per trasmettere servizi mobili, ecc. Questa risorsa scarsa è storicamente stata distribuita in base a tre modalità: il modo più tradizionale e “statalistico” (adottato però dal nostro governo “liberista”) è di assegnare le frequenze dall’alto: in questa maniera il governo alloca per esempio le frequenze per la difesa (ovviamente) ma anche per le televisioni. Nel caso delle televisioni è chiaro il “do ut des” tra governo e broadcaster: frequenze gratis, o quasi, in cambio del prezioso consenso politico delle Tv, assolutamente determinanti per vincere le elezioni. Il secondo modo, più recente, di allocare le frequenze è quello delle aste, basato sui classici criteri di mercato: chi paga di più (cioè il più ricco) vince e si aggiudica l’uso delle frequenze per fornire un certo servizio per un certo numero di anni. In Germania per esempio il dividendo digitale è stato recentemente messo all’asta per l’offerta di servizi mobili. L’asta si è chiusa a maggio e ha fatto guadagnare allo stato, cioè ai contribuenti tedeschi, ben 4,4 miliardi di euro. Un buon tesoretto in tempo di crisi che il governo italiano si sta invece lasciando (volontariamente) scappare. In Germania le frequenze sono state vinte da giganti come Vodafone, Deutsche Telekom e Telefonica. Il meccanismo dell’asta è, a parte l’Italia, stato adottato da tutti i paesi della Ue per valorizzare le frequenze e assegnare il dividendo digitale. Ed è considerato efficace soprattutto dai “liberisti”: infatti si ritiene che chi paga di più sia anche interessato a utilizzare le frequenze nel modo più efficace. Ma è dimostrato che non è sempre così: per esempio una società può acquistare le frequenze e lasciarle inutilizzate solo per impedirne l’uso ai competitor. Oppure può acquistarle nella previsione di rivenderle poi a un prezzo ancora più caro.

Il terzo metodo, più recente, è quello di lasciare le frequenze unlicenced, ad accesso libero e aperto. L’Open Spectrum è richiesto soprattutto da organizzazioni no profit - come in Italia l’associazione Anti-Digital Divide e in Europa The Open Spectrum Alliance (www.openspectrum.ue), e da alcuni studiosi, prima di tutto Lawrence Lessig, il fondatore di Creative Commons, la fondazione nata per l’accesso libero ai contenuti. Il Free Access allo spettro dovrebbe essere reclamato anche e soprattutto dai comuni e dalle regioni e dalle società più innovatrici che volessero sperimentare nuove soluzioni di comunicazione via etere. Negli Stati Uniti ci sono state timide ma significative aperture allo Spettro Aperto che hanno già prodotto ottimi effetti concreti. Tanto più che tecnicamente l’uso libero di una parte dello spettro non impedisce assolutamente che lo stesso spettro non venga prioritariamente utilizzato dai soggetti già licenziati. Infatti le tecnologie Open Spectrum possono convivere benissimo con le altre, ed eventualmente , se ce ne è bisogno, “cedere il passo” agli operatori autorizzati. La tecnologia unlicenced più interessante e conosciuta è il wi-fi, che agisce in uno spazio radioelettrico aperto e non regolamentato. Uno spazio importante, tanto che, per esempio, più del 40% delle comunicazioni del famoso iPhone passa già per il wi-fi (gratuito) e non per le frequenze consegnate ai gestori mobili. L’opportunità dell’Open Spectrum è nata grazie ai progressi della microelettronica e all’emergenza di tecnologie wireless molto innovative, come le smart radio, le smart antenna, i mesh networks. Per esempio le smart radio sono in grado di utilizzare in maniera flessibile diverse frequenze e differenti standard in modo da sfruttare tutte le bande di frequenza disponibili per comunicare con diversi terminali. Da qui la possibilità di trattare il problema dell’allocazione delle frequenze in un’ottica radicalmente diversa rispetto al passato e al presente. Abbiamo visto che attualmente ogni porzione di spettro viene concesso in esclusiva a pochi operatori e viene dedicata a veicolare un solo servizio, come la televisione o la telefonia mobile. Le frequenze non sono condivise e quindi sono sottoutilizzate, nel tempo e nello spazio. Sarebbe come dare la concessione di un’autostrada con la clausola che su questa possano passare passare solo i veicoli del concessionario. Le autostrade sarebbero sprecate, così come sono attualmente sottoutilizzate le frequenze concesse in esclusiva agli operatori mobili o alle Tv. Per fortuna invece le strade sono ad accesso libero e sono condivise da più veicoli e da più operatori: in questa maniera il loro uso è di gran lunga più efficiente. Se venisse praticata la filosofia delle frequenze condivise, queste verrebbero utilizzate in maniera più razionale, e in tendenza non rappresenterebbero più una risorsa scarsa ma diventerebbero un bene abbondante, e si incentiverebbe lo sviluppo competitivo di servizi innovativi per soddisfare le esigenze sociali e di mercato. La gestione delle frequenze come bene comune aperto stimolerebbe il mercato competitivo dei servizi. Sarebbe un colpo assai poco gradito per i potenti monopoli dell’etere. Ma in Italia pochi vogliono davvero la competizione. E da noi anche il movimento a favore dell’Open Spectrum è solo all’inizio: quindi in Italia non solo niente asta, almeno per ora, ma niente Open Spectrum.

KISSAì COME MAI  NON VEDO BENE I KANALI RAI MENTRE LE TIVU DEL BISCIONE SI VEDONO BENISSIMO ?????????????????????????????????
DA MILANOOOOOOOOOOOOOOOOOO

http://www.sbilanciamoci.info


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Roma, Parigi e Londra la protesta di Fnsi e Popolo viola

LA MANIFESTAZIONE

In piazza a Roma, Parigi e Londra
la protesta di Fnsi e Popolo viola

La protesta: giovedì "presidi di libertà" in undici città italiane. Sit-in in anche all'estero. Testimonianze su inchieste-verità, dai casi Cucchi e Aldrovandi alla tragedia di Ustica
di MAURO FAVALE

ROMA - Undici piazze anti-bavaglio. In Italia ma anche all'estero. Non solo Roma, non solo piazza Navona. La mobilitazione contro il disegno di legge sulle intercettazioni sarà plurale. Elegge Roma come luogo principale ma avrà succursali partecipate anche altrove. Per il pomeriggio del primo luglio sono stati finora convocati "presidi per la libertà di stampa" a Milano, Torino, Padova, Bari, Palermo, Parma. Ma anche in provincia di Foggia, a Lucera, e di Ravenna, a Conselice. E, all'estero, ci saranno sit-in anche a Londra, davanti alla sede della Bbc, e Parigi, sulla scalinata dell'Operà Bastille. Flash mob, azioni corali costruite con sciarpe viola che diventeranno per l'occasione dei bavagli.

Viola come il colore del popolo che organizza la mobilitazione. Insieme all'Arci, alla Cgil, e alle associazioni Articolo 21, "Agende rosse" e "Libertà è partecipazione" hanno tutti aderito all'appello lanciato dalla Federazione nazionale della stampa: "Un'iniziativa nel segno della Costituzione, per dar voce ai soggetti e ai temi che verrebbero oscurati se passasse una legge che colpisce il lavoro dei giornalisti e il diritto dei cittadini di conoscere le vicende del Paese". All'appello lanciato dal sindacato dei giornalisti hanno risposto redazioni di giornali, associazioni (la "Tavola della pace", "Libera cittadinanza"), e partiti, dal Pd alla Federazione della sinistra, da Sinistra ecologia e libertà all'Italia dei Valori. Proprio ieri Antonio Di Pietro ha ribadito la partecipazione del suo partito "a tutte le manifestazioni, a Roma e nel resto d'Italia, promosse contro il vergognoso ddl sulle intercettazioni e in difesa della democrazia". Per l'ex pm, "il ddl priva la magistratura di uno strumento fondamentale per le indagini, nega ai cittadini il diritto di avere giustizia e di essere informati, impone il bavaglio alla stampa e attenta persino alla libertà della rete".

A Roma il luogo eletto per la manifestazione è piazza Navona. Lì, giovedì pomeriggio, sul palco allestito per l'occasione saliranno giornalisti, costituzionalisti, attori, musicisti: da Tiziana Ferrario e Marialuisa Busi, giornaliste del Tg1, a Stefano Rodotà, da Andrea Camilleri e Dario Fo (che interverranno telefonicamente) a Carlo Lucarelli e Dacia Maraini. Poi in piazza porteranno le loro testimonianze anche tutte quelle persone che sono riuscite a trovare giustizia anche grazie al lavoro dei giornalisti: si parlerà delle morti di Federico Aldrovandi e di Stefano Cucchi, del G8 di Genova, del terremoto dell'Aquila, dei morti per l'amianto e della tragedia di Ustica.
Tra le altre manifestazioni sparse per l'Italia, acquista un valore simbolico quella di Conselice. Nel piccolo paese del ravennate, dalle 20 fino all'alba si discuterà, in spettacoli e performance, di intercettazioni attorno all'unico monumento eretto in Italia alla libertà di stampa: una vecchia "pedalina" utilizzata durante la seconda guerra mondiale dai partigiani per diffondere la stampa clandestina. 


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giovedì 24 giugno 2010

Riapre Ospedale di Emergency a Lashkar-Gah

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23 giugno 2010
Roma.
I volontari di Emergency sono al lavoro per riaprire l'importante l'ospedale 'Tiziano Terzani' a Lashkar-gahin Afganistan entro il mese di Luglio.





E' quanto emerso ieri dall'incontro con la cittadinanza romana promosso da Emergency, in cui i volontari della ong arrestati in seguito all'attacco all'ospedale afghano hanno sottolineato come la struttura "operativa da ottobre 2004, e' il piu' recente tra i tre centri realizzati da Emergency nel paese".

Gli ambiti di intervento sono principalmente la Chirurgia per le vittime di guerra e la Traumatologia. Fino a marzo 2010 vi sono stati effettuati piu'di 12.500 interventi chirurgici; in media il 39% dei ricoverati e' rappresentato da bambini. "E' l'unica struttura della zona", hanno sottolineato i medici cooperanti, "in grado di offrire cure altamente specializzate e gratuite alla popolazione civile". L'incontro con la cittadinanza e' stato anche un'occasione per ricordare i drammatici giorni della prigionia.




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lunedì 21 giugno 2010

I referendum contro la privatizzazione dell’acqua si faranno

Piovono firme

Abbiamo raggiunto un milione di firme». I referendum contro la privatizzazione dell’acqua si faranno, e Marco Bersani ha ragione ad esprimere tutta la sua soddisfazione. «E’ davvero un risultato straordinario. Sia da un un punto di vista quantitativo, perché nessun referendum ha raggiunto tante firme in così poco tempo, sia da un punto di vista qualitativo, perché questa è la risposta di una grande coalizione sociale, senza padrini politici, senza mass media, senza grandi finanziatori. E rappresenta davvero un segnale importante della società civile, ormai unico anticorpo della democrazia». «Adesso - aggiunge non senza ironia - il problema sarà passare da un milione di firmatari ad almeno 25 milioni di votanti» ma c’è tempo, ancora un anno, e comunque questa battaglia fa ben sperare. In campo, contro il decreto Ronchi, sono scesi artisti, enti locali; ma, soprattutto, il popolo della Rete con iniziative che si sono susseguite con un tam tam mediatico di luogo in luogo confermando che si è trattato davvero di un risveglio di partecipazione democratica. Nonostante chi ha costantemente bombardato i mass media portando avanti le motivazioni a favore della cosiddetta ”privatizzazione” dei servizi idrici.
L’ultima parola? Non poteva che esprimerla Marcegaglia. «Nel settore idrico?. C’e bisogno di un radicale cambio di approccio. La gestione del servizio non deve essere mestiere esclusivo degli enti locali, ma delle imprese scelte secondo le regole del mercato e operanti con logiche industriali». La gestione, dunque, deve necessariamente passare al mercato come se il servizio pubblico fosse, appunto, una fabbrica di automobili. Come se la logica da seguire fosse quella di perseguire il lucro a tutti i costi, anche tentando la mercificazione di un bene comune, come l’acqua. Lo spiega chiaramente il vice di Marcegaglia, Cesare Trevisani: «Il decreto Ronchi? E’ il primo segnale di una vera apertura al mercato anche per il settore idrico. Si agisce sulla leva degli affidamenti per rimuovere le distorsioni del mercato e aprire ai privati la gestione dei servizi». Certo che Confindustria vorrebbe attuare il decreto Ronchi, fonte di tutti i mali. Così come, del resto, vuole venga accolto positivamente il referendum sull’intesa raggiunta a Pomigliano, per restare nella metafora della fabbrica. Per poter passare indifferente, in nome di quel libero mercato, su diritti conquistati a fatica, ed ora anche su beni comuni e dunque ”di tutti”. Eppure, proprio la società civile non ci sta.
Castalda Musacchio

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domenica 20 giugno 2010

José Saramago è spirato




Oggi, venerdì 18 Giugno, José Saramago è spirato alle 12,30 nella sua casa di Lanzarote, all’età di 87 anni, a seguito di un cedimento multiplo degli organi, dopo una lunga malattia.
Lo scrittore è morto con al suo fianco la famiglia, andandosene in modo sereno e tranquillo.
Fondazione José Saramago





José de Sousa Saramago nasce ad Azinhaga, in Portogallo il 16 novembre 1922. Trasferitosi a Lisbona con la famiglia in giovane età, abbandonò gli studi universitari per difficoltà economiche, mantenendosi con i lavori più diversi. Ha infatti lavorato come fabbro, disegnatore, correttore di bozze, traduttore, giornalista, fino a impiegarsi stabilmente in campo editoriale, lavorando per dodici anni come direttore letterario e di produzione.

Il suo primo romanzo, "Terra del peccato", del 1947, non riceve un grande successo nel Portogallo oscurantista di Salazar, il dittatore che Saramago non ha mai smesso di combattere, ricambiato con la censura sistematica dei suoi scritti giornalistici. Nel 1959 si iscrive al Partito Comunista Portoghese che opera nella clandestinità sfuggendo sempre alle insidie ed alle trappole della famigerata Pide, la polizia politica del regime. In effetti, bisogna sottolineare che per capire la vita e l'opera di questo scrittore non si può prescindere dal costante impegno politico che ha sempre profuso in ogni sua attività.

Negli anni sessanta, diventa uno dei critici più seguiti del Paese nella nuova edizione della rivista "Seara Nova" e nel '66 pubblica la sua prima raccolta di poesie "I poemi possibili".

Diventa quindi come detto direttore letterario e di produzione per dodici anni di una casa editrice e, dal 1972 al '73, è curatore del supplemento culturale ed editoriale del quotidiano "Diario de Lisboa"
Sino allo scoppio della cosiddetta Rivoluzione dei Garofani, nel '74, Saramago vive un periodo di formazione e pubblica poesie ("Probabilmente allegria", 1970), cronache ("Di questo e d'altro mondo", 1971; "Il bagaglio del viaggiatore", 1973; "Le opinioni che DL ebbe", 1974) testi teatrali, novelle e romanzi.

Il secondo Saramago (vice direttore del quotidiano "Diario de Noticias" nel '75 e quindi scrittore a tempo pieno), libera la narrativa portoghese dai complessi precedenti e dà l'avvio ad una generazione post-rivoluzionaria.

Nel 1977 lo scrittore pubblica il lungo e importante romanzo romanzo "Manuale di pittura e calligrafia", seguito nell'ottanta da "Una terra chiamata Alentejo", incentrato sulla rivolta della popolazione della regione più ad Est del Portogallo. Ma è con "Memoriale del convento" (1982) che ottiene finalmente il successo tanto atteso.
In sei anni pubblica tre opere di grande impatto (oltre al Memoriale, "L'anno della morte di Riccardo Reis" e "La zattera di pietra") ottenendo numerosi riconoscimenti.

Gli anni Novanta lo consacrano sulla scena internazionale con "L'assedio di Lisbona" e "Il Vangelo secondo Gesù", e quindi con "Cecità". Ma il Saramago autodidatta e comunista senza voce nella terra del salazarismo non si è mai fatto avvincere dalle lusinghe della notorietà conservando una schiettezza che spesso può tradursi in distacco. Meno riuscito è il Saramago saggista, editorialista e viaggiatore, probabilmente frutto di necessità contingenti, non ultima quella di tenere vivo il suo nome sulla scena letteraria contemporanea.

Nel 1998, sollevando un vespaio di polemiche soprattutto da parte del Vaticano, gli è stato conferito il Nobel per la letteratura.

José Saramago muore il giorno 18 giugno 2010 nella sua residenza a Lanzarote, nella località di Tías, sulle Isole Canarie.

Bibliografia essenziale:

Saggio sulla lucidità
Tutti i nomi
Cecità
Il Vangelo secondo Gesù,
Storia dell'assedio di Lisbona
La zattera di pietra
L'anno della morte di Ricardo Reis
Memoriale del convento
Blimunda
Manuale di pittura e calligrafia
L'anno 1993
La seconda vita di Francesco d'Assisi


 

Serena Dandini intervista Josè Saramago




AUTORE IRRIVERENTE - Irriverente verso l’autorità e profondamente intriso di umanesimo, Saramago ha creato una prosa unica, fatta di una sorta di continuo dialogo interiore nel quale non trovano spazio i vincoli più rigidi della punteggiatura. Il discorso, nelle sue opere, fluisce continuo in una massa armonica di parole che assumono, pagina dopo pagina, la struttura concreta di un edificio superbo e forse difficilmente accessibile. Italia sono note soprattutto le sue polemiche con Silvio Berlusconi, che tra l’altro lo scrittore ha definito «un delinquente». Per l’accusa di diffamazione nei confronti del Cavaliere una edizione del suo Quaderno è stata rifiutata da Einaudi.
IL RICORDO DI DARIO FO - «Nel suo Paese era ritenuto un uomo di grande valore civile, oltre che un artista. Per me e Franca è una perdita grandissima - ha detto Dario Fo all'Ansa -. Eravamo legati a lui e alla moglie: la nostra non era un'amicizia di mestiere, stavamo bene insieme». Nel 1997 Fo e Saramago erano stati entrambi candidati al Nobel, poi vinto dall'italiano e in più occasioni lo scrittore portoghese aveva raccontato con soddisfazione della previsione profetica che gli fece Fo: «Vincerai l'anno prossimo». «Lui - ha ricordato Fo - era felicissimo. Ci teneva». La profezia si è puntualmente avverata e loro hanno continuato a vedersi e sentirsi.
DALLA MILITANZA AL NOBEL - L’intera carriera di Saramago è stata costellata di polemiche per le sue prese di posizione senza compromessi, tanto in tema di politica quanto di religione. Saramago era nato ad Azinhaga, in Portogallo, nel 1922. Il suo primo romanzo in stile realista, Terra del peccato, è del 1947. Nel 1959 si iscrisse al Partito Comunista che, sotto il regime di Salazar, operava in clandestinità. Negli Anni Sessanta Saramago divenne uno dei critici più seguiti del suo Paese e nel '66 pubblicò la sua prima raccolta di poesie, I poemi possibili. Divenne quindi direttore letterario e di produzione per dodici anni di una casa editrice e dal 1972 al '73 curatore del supplemento culturale del Diario de Lisboa. Sino a metà degli Anni Settanta visse un periodo di formazione e pubblica poesie, cronache, testi teatrali, novelle e romanzi, ma è solo dopo la Rivoluzione dei Garofani che pian piano nacque un Saramago diverso (vice direttore del quotidiano Diario de Noticias nel '75 e quindi scrittore a tempo pieno), capace di liberare la narrativa portoghese dalle radici del passato. Anche per questo ricevette nel 1998 il premio Nobel per la letteratura. Nel 1980 la pubblicazione di Una terra chiamata Alentejo sulla rivolta della popolazione della regione più ad est del Portogallo.
IL SUCCESSO - Il grande successo arrivò nel 1982 con Memoriale del convento, seguito da L'anno della morte di Ricardo Reis. Negli anni '90, grazie al Nobel, Saramago raggiunse fama internazionale e pubblicò L'assedio di Lisbona, Il Vangelo secondo Gesù, quindi Cecità,'Tutti i nomi, La caverna, L'uomo duplicato, Le intermittenze della morte e Le piccole memorie. È stato uno dei sostenitori dell'iberismo, il movimento che propugna l'unificazione di Spagna e Portogallo, i due paesi della penisola iberica, cui dedica anche il romanzo La zattera di pietra. Per le sue posizioni sul conflitto mediorientale verrà accusato di antisemitismo, mentre per il Memoriale, ma soprattutto per il suo Vangelo e il testo teatrale La seconda vita di Francesco d'Assisi ha subito gli attacchi dalla Santa Sede.

 

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giovedì 17 giugno 2010

Il tesoro afgano: giacimenti minerari

Il tesoro afgano? Solo propaganda di guerra


Dietro l'annuncio della «scoperta» di giacimenti minerari in Afghanistan, in realtà noti fin dagli anni '70, c'è un'operazione mediatica Usa volta a rinvigorire il sostegno a un'occupazione militare sempre più difficile e impopolare


«Un documento interno del Pentagono» rivela che in Afghanistan sono stati scoperti «giacimenti minerari, ben superiori a ogni precedente stima», di oro, rame, ferro, cobalto e anche di diversi «minerali essenziali per per l’industria moderna come il litio con cui si fabbricano le batterie ricaricabili di cellulari e computer portatili», al punto da «trasformare l’Afghanistan nel più importante centro minerario del mondo» e «in un’Arabia Saudita del litio».
La clamorosa notizia, lanciata domenica scorsa dal New York Times e subito ripresa con grande zelo da tutti i media occidentali, ha tutta l’aria di una manovra di propaganda di guerra, di un’operazione mediatica volta a rinvigorire il sostegno interno e internazionale a un’occupazione militare sempre più difficile e sempre più impopolare sia negli Stati Uniti che in Europa.
«E’ evidente che in questo periodo le cose in Afghanistan non stanno andando andando molto bene per gli Stati Uniti, e questo – scrive Blake Hounshell, caporedattore della prestigiosa rivista Foreign Policy – mi rende sospettoso sul tempismo di questa eclatante notizia. Anche perché, a ben guardare, questa storia non è uno scoop: le scoperte minerarie di cui si parla sono di pubblico dominio su internet fin dal 2007 sul sito dell’Istituto geologico Usa, su quello del ministero afgano delle Miniere e anche sulla pagina web dell’Istituto geologico britannico».
Che il sottosuolo afgano fosse ricco di risorse minerarie, anche strategiche, l’aveva già dichiarato alla stampa l’ex ministro afghano delle Miniere, Ibrahim Adel: all’Afp nel 2008 e alla Reuters nel 2009. Ma allora, chissà perché, la notizia non venne «lanciata», perdendosi tra i mille dispacci quotidiani d’agenzia.
In realtà, sul sito internet dell’Istituto geologico britannico si possono trovare vecchie mappe geologiche che dimostrano come fin dal 1977 i sovietici fossero a conoscenza di giacimenti di litio e di altri minerali rari, come l’uranio dell’Helmand [di cui il New Yok Times si è dimenticato di parlare, forse per non disturbare i progetti americani di sfruttamento del sito minerario di Khanashin, da un anno presidiato dai Marines].
«All’inizio degli anni ‘70 vivevo a Kabul – racconta un ex ufficiale Usa alla nota rivista americana Politico – e mi ricordo che i russi erano sorpresi dalla vastità delle risorse minerarie scoperte nel paese».
Scoperte dettagliatamente descritte negli anni ’80 dal governo di Kabul in un documento pubblico ancor oggi disponibile sul sito della Camera di commercio afgana e pubblicato anche sul sulla pagina web dell’Istituto di tecnologia dell’Illinois.
«In questa difficile fase della guerra – scrive Paul Jay, giornalista dell’Huffington Post – la promessa di grandi ricchezze minerarie suona eccitante. Il motivo per cui questa storia è uscita sul Nyt proprio adesso può essere collegata al bisogno del Pentagono di offrire al pubblico nuove motivazioni per sostenere il mantenimento delle truppe Usa in Afghanistan».
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De Gennaro condannato per il G8 di Genova 2001

.De Gennaro condannato per il G8 di Genova 2001
Un anno e 4 mesi a Gianni De Gennaro, ex capo della Polizia, attualmente capo del Dis e 1 anno e 2 mesi a Spartaco Mortola, già capo della Digos genovese ora vicequestore vicario a Torino: ecco le condanne inflitte dalla Corte d’Appello di Genova ai due imputati per il G8 di Genova del 2001 che in primo grado erano stati assolti. Il pg Pio Macchiavello aveva chiesto 2 anni per De Gennaro e 1 anno e 4 mesi per Mortola.
L’ex capo della polizia e attuale capo del Dis è stato condannato per induzione alla falsa testimonianza nei confronti dell’ex questore di Genova Francesco Colucci: gli aveva suggerito di dare una vesrione falsa dell’assalto alla scuola Diaz, che comportò il ferimento di 93 manifestanti. E’ stata quindi ribaltata la sentenza di assoluzione in primo grado sia a suo carico di De Gennaro che di Mortola, ex capo della Digos di Genova e attuale vice questore vicario di Torino.
«Perché non pensare che la sentenza di primo grado non era giusta? L’appello serve anche a questo». E’ questo il commento del pubblico ministero Enrico Zucca che insieme al collega Francesco Cardona Albini aveva indagato il prefetto Gianni De Gennaro e il vicequestore vicario Spartaco Mortola. Zucca si è allontanato dal Palazzo di giustizia di Genova subito dopo la lettura della sentenza che ha ribalato l’assoluzione in primo grado. «Finalmente si è dimpstrato che siamo tutti uguali davanti alla legge», ha detto dopo la sentenza Laura Tartarini, avvocato di parte civile in questo procedimento.
Per Luigi de Magistris, parlamentare europeo dell’Italia dei valori ed ex magistrato, la sentenza genovese «è una delle tappe giudiziarie che si stanno percorrendo per poter restituire verità e giustizia al Paese intero, che porta e porterà sempre i segni di una ferita politico-istituzionale profonda». Prosegue De Magistris: «Sarebbe opportuno, di fronte a questi elementi giudiziari, compresa la recente sentenza sull’irruzione alla scuola Diaz di Genova, che lo stesso De Gennaro lasciasse il suo incarico di direttore del Dis, a cui è approdato in un modo discutibile e offensivo verso quanto accaduto a Genova nel 2001, quando è stato il referente di una catena di comando deviata e pericolosa che ha portato allo stravolgimento dello Stato di diritto».
Le sentenze di secondo grado per i maxi-processi del G8 si sono chiuse con condanne nei confronti della polizia. Tutti colpevoli i 44 imputati [funzionari, agenti, ufficiali dei carabinieri, guardie carcerarie, militari, medici] per le torture alla caserma di Bolzaneto, dove vennero portati almeno 252 manifestanti fermati durante gli scontri di piazza. Sono stati giudicati colpevoli anche i responsabili e i mandanti del massacro alla Diaz, a partire dai vertici del ministero dell’interno come Giovanni Luperi, oggi responsabile dei servizi segreti all’Aisi, l’ex Sisde e Francesco Gratteri, oggi capo dell’Antiterrorismo [per entrambi 4 anni di reclusione]. E’ stato invece condannato a cinque anni a Vincenzo Canterini, all’epoca numero uno del reparto mobile, la polizia antisommossa romana.

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Bertolino: cacciato dalla RAI

ENRICO BERTOLINO :
( CONDUTTORE DI PROGRAMMA SATIRICO IN ONDA SU RAI 3 )
"Mi fanno fuori dopo quattro anni di successi"

Addio Glob. “Davvero? La tabella di marcia prevede la chiusura il 4 luglio. Sono un conducente di un tram, porto il mezzo sulla linea indicata e cari saluti”.

Enrico Bertolino, i suoi poteri di manovra?

Zero. Aspetto, posso pregare.

E non chiede aggiornamenti al direttore Ruffini?

Eh, al comandante Marcos dei tram. Vorrei soltanto un po' di solerzia per chi lavora con me: giovani già svezzati e ingaggiati dalla rete. Non ho la vocazione al martirio come alcuni colleghi. Bertolino incatenato al cavallo della Rai! Mi trovano ossidato come i lucchetti di Federico Moccia a ponte Milvio.

Allora, addio.

Prima di serrare passo dall'inizio: 4 anni, 106 puntate, 9,7 di share, un milione di telespettatori nell'ultima stagione. Eppure leggende Rai narrano di un direttore generale Masi infuriato con Ruffini: “Non mi piace quel comico bergamasco”. Denota mancanza d'informazione: il muratore bergamasco era un mio personaggio, io sono milanese di origini valdostane. Accetto volentieri pareri negativi. Anche il ministro Bondi mi critica. Chissà se sono poco gradito a Masi o a qualcuno di sua stretta conoscenza.

Censura.

L'azienda è forte perché noi siamo longevi, potranno sempre giustificarsi: siete in video da tempo, vogliamo sperimentare. Non farò varietà né tradirò il pubblico: ringrazio e vado via.

Guardi: l'hanno già cacciata, la domenica sera Raitre avrà Gene Gnocchi.

Un minino di astinenza dalla televisione fa bene: farò teatro, scriverò, girerò. E poi c'è Internet, lassù o laggiù siamo davvero liberi da condizionamenti.

Pressioni?

No, no, no. E nemmeno coperture politiche: se dovessi aspettare il Pd per un sostegno, farei in tempo a morire. Certo, sono rammaricato.

Perché vincono loro.

Diverso: perdiamo noi. Un programma che costa una mezza scenografia di Raiuno. Per questi motivi sono favorevole alla pubblicazione dei compensi.

Quanto guadagna?

Circa 7 mila euro lordi a puntata. Ho versato una quota del mio stipendio a due stagisti. Sembrerò un idealista, ma credo ancora nel lavoro di squadra. E l'extra l'ho investito in una Onlus in Brasile. Non ho autisti né pretese da ricco.

Cos'è un messaggino per i nemici?

Non sono il tipo che fa lotte di resistenza. Volete Glob? Bene. Volete altro? Arrivederci.

Per il calcio sarebbe un ambidestro: campionati nel servizio pubblico e in società private, differenze?

A Mediaset c'è professionalità e determinazione. Trasmissioni come le Iene e Zelig vanno avanti da sole. Il prezzo da pagare sono i tuoi riferimenti: ti ordinano, tu esigui, e arriva il successo.

Com'è la vita tra i dissidenti di Raitre?

Meravigliosa. Ho iniziato con Ruffini e un vice di Alleanza nazionale. A volte i dipendenti non seguono logiche di produzione. Sembrano, non vorrei dirlo: logiche clientelari.

L'ha detto.

E spesso vai a sbattere contro muri di gomma. La tua proposta ti rimbalza in faccia.

Glob studia la comunicazione. Promossi?

Bocciati. Siamo affetti da agenda setting: mediano la realtà, sparano notizie per deviare l'opinione pubblica. Nel Tg1 non c'è una notizia al posto giusto.

Come sta la satira?

Non è tollerata perché manca ironia. La satira deve fare incazzare. La parodia è un'altra cosa. Le maschere di Veltroni, D'Alema e Berlusconi fanno divertire persino i politici. La satira è la valvola di sfogo di un paese democratico. Noi ci sfoghiamo poco e qualcuno ha mania di repressione.

Fascismo?

Peggio. Il pericolo è l'ottusità: non pensare, non capire, non discutere. Non vivere da società matura.



(Enrico Bertolino visto da Emanuele Fucecchi)

Da il Fatto Quotidiano del 17 giugno


 E' UN OTTIMO PROGRAMMA - LA SATIRA FA PAURA ?????????????? - ,,,,,,,,,,,, SOB !!!!!!


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Marinaleda democrazia o vero comunismo?




Quasi quasi me ne vado a Marinaleda. Una democrazia a tutto tondo o vero comunismo?


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In un paesino dell'Andalusia gli abitanti hanno deciso, da anni, di lavorare tutti insieme per un'utopia di pace, uguaglianza e giustizia. Oggi ci sono lavoro e benessere, e da qualche tempo tutti possono avere una casa con un mutuo di 15€ al mese.

A Marinaleda un paesino nel cuore dell'Andalusia gli abitanti hanno scelto di vivere tutti da "protagonisti"
Sembra materiale da romanzo, oppure da articolo venato di nostalgia su una qualche comunità di sognatori dei bei tempi andati, eppure quello che accade a Marinaleda è una storia reale e di oggi.

Una storia che gli abitanti di questo paesino - meno di tremila nel cuore dell'Andalusia - hanno iniziato a scrivere, con tenacia, alla fine degli anni '70, dopo la caduta del franchismo. Una storia che hanno scelto di vivere tutti da protagonisti costruendo in prima persona una democrazia a tutto tondo, non solo politica – “vado a votare ogni quattro anni, e tanti saluti” - ma sociale ed economica, perché tutti contano allo stesso modo nelle scelte comuni e la ricchezza individuale non è base per discriminazioni.

Si potrebbe cominciare a raccontare questa storia dalle sue ultime battute e meravigliarsi, mentre intorno il resto della Spagna fronteggia la crisi economica e immobiliare, a Marinaleda i cantieri sono in piena attività. Si costruiscono case. Case per tutti.

La ricetta è questa: sono i cittadini stessi a costruire gli immobili, con 420 giornate di lavoro e contraendo un mutuo di 15€ al mese per 133 anni; lavorano sotto la direzione di esperti e operai professionisti messi a disposizione dal Comune, con materiali forniti dal Comune, su un terreno che il Comune ha ceduto gratis, perché sul terreno non si specula, ma lo si mette a disposizione di chi può abitarci, lavorarci e trasformarlo in ricchezza.

Sono i cittadini stessi a costruire gli immobili, con 420 giornate di lavoro e contraendo un mutuo di 15€ al mese per 133 anni
E in questo modo entro i prossimi tre anni, si prevede, avranno trovato casa cinquecento famiglie.

Da questo strabiliante risultato, poi, si potrebbe dare un'occhiata alla storia passata, per provare a capire come mai questo piccolo miracolo si sia potuto concretizzare così.

E si scopre che questa storia collettiva però un po' ce l'ha, un personaggio che spicca, un protagonista, si chiama Juan Manuel Sanchez Gordillo, alcalde (sindaco) di Marinaleda fin dalle sue prime libere elezioni del 1979.

Un esponente della sinistra anticapitalista e libertaria per cui i cittadini hanno votato compatti per trent'anni, che ha speso i primi otto anni del suo mandato nel guidare la popolazione a riappropriarsi delle terre dei latifondisti per creare lavoro e ricchezza.

Il sindaco Juan Manuel Sanchez Gordillo è il vero protagonista di questa politica
Combattute e vinte queste lotte, Gordillo ha puntato tutto sull'allargare il più possibile la partecipazione alla gestione della cosa pubblica; insieme si lavora nei campi, nelle cooperative, nelle fabbriche e nei cantieri e insieme si prendono le scelte in più di quaranta assemblee pubbliche l'anno.

Qualcuno lo chiama comunismo e qualcuno accusa Gordillo di essere una sorta di Hugo Chavez locale, saldamente al potere da decenni e costantemente impegnato a indottrinare il popolo.

Ma intanto i media hanno scoperto Marinaleda, molti italiani ne hanno sentito parlare recentemente grazie al magazine Mediterraneo del Tg3 e persino il New York Times se ne è occupato.

E, soprattutto, Marinaleda da piccola e bizzarra comunità di nostalgici socialisti si è trasformata in un motivo di riflessione per gli spagnoli tutti, che vivono in un Paese dove gli ultimi quindici anni di speculazione immobiliare hanno lasciato quattro milioni di case vuote e due milioni di persone che un tetto sulla testa ce l'hanno a stento.
http://www.terranauta.it/a1500/citta_in_transizione/spagna_marinaleda_una_casa_per_15_euro_al_mese.html


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mercoledì 16 giugno 2010

Welcome In difesa del diritto di asilo

Welcome. In difesa del diritto di asilo


Appello per una giornata internazionale di lotta in difesa del diritto d’asilo e contro tutti i respingimenti, il 20 giugno 2010. Manifestazioni congiunte nei porti di Venezia, Bari e Ancona, e in quelli di Igoumenitsa e Patrasso in Grecia.
Appello per una giornata internazionale di lotta in difesa del diritto d’asilo e contro tutti i respingimenti, il 20 giugno 2010. Manifestazioni congiunte nei porti dell’Adriatico e in quelli di Igoumenitsa e Patrasso in Grecia.
Da maggio del 2009, con i respingimenti dei migranti verso la Libia, ha avuto inizio una delle pratiche più violente e lesive della dignità umana che le istituzioni italiane abbiano mai messo in atto. Migliaia di persone tra cui donne in stato di gravidanza e bambini, sono state ricacciate verso le prigioni libiche, gli stupri e le deportazioni nel deserto. Si tratta per la maggior parte, come dimostrano le statistiche delle Nazioni unite, di persone in fuga da guerra, persecuzione e violenza generalizzata. Profughi che avrebbero il diritto, secondo le convenzioni internazionali, le leggi comunitarie, la costituzione italiana, di raggiungere un luogo dove chiedere e ottenere asilo.
Era inevitabile che nella dichiarata «guerra all’immigrazione clandestina» il diritto d’asilo venisse travolto, ostacolato, strumentalizzato, banalizzato, svuotato e calpestato. È stato soprattutto attraverso la spettacolarizzazione della frontiera di Lampedusa, sfruttando un’ansia da «invasione» provocata e poi «curata» con la brutalità dei respingimenti nel Mediterraneo, che si sono legittimate le ulteriori restrizioni dei diritti dei migranti e il recente pacchetto sicurezza con l’introduzione del «reato di immigrazione clandestina».
Mentre le nuove leggi non hanno fatto altro che alimentare l’irregolarità forzata dei migranti in Italia, la loro precarietà e il loro sfruttamento sul mercato del lavoro, è stato materialmente impedito l’accesso al territorio alle persone più fragili e più difficilmente «clandestinizzabili»: i potenziali rifugiati. Nonostante i respingimenti siano stati condannati del Consiglio d’Europa e alcuni funzionari del ministero dell’interno siano stati rinviati a giudizio, tutto questo continua ad avvenire.
La vera frontiera a Sud dell’Italia è diventata la costa libica, un luogo irraggiungibile e sottratto a qualsiasi tipo di controllo democratico.
Esiste un’altra frontiera italiana, però, molto più vicina e meno spettacolarizzata, dove «respingimenti» altrettanto illegali e violenti vengono attuati ogni giorno nel silenzio.
Dai porti di Venezia, Ancona, Bari e Brindisi, la polizia di frontiera respinge ogni anno migliaia di profughi afghani, curdi, somali, eritrei, sudanesi, palestinesi, che cercano, nascondendosi dentro o sotto i tir in partenza dai porti di Igoumenitsa e di Patrasso, di fuggire dalla Grecia, paese dove l’asilo non esiste [0,03 per cento delle richieste accolte] e che riserva ai migranti un trattamento paragonabile a quello libico.
L’Italia ne ha respinti 3.148 nel solo 2009. Tra di loro moltissimi minorenni e bambini ora rinchiusi nelle carceri greche o rimandati in Turchia e da lì, molto spesso, nei loro paesi d’origine in mezzo alla guerra.
Tutto questo accade nelle nostre città, ogni giorno, anche in questo momento, dentro i nostri porti ormai militarizzati, sulle navi di linea che prendiamo per andare in vacanza.
In Grecia, nonostante la situazione drammatica in cui versa il paese, associazioni e movimenti continuano a sostenere la battaglia dei rifugiati e ci invitano a condividerla.
Indietro non si torna per chi sta cercando di arrivare, ma anche per chi è già qui e può perdere il diritto di restare da un momento all’altro perdendo il lavoro e il permesso di soggiorno.
Indietro non si torna per chi il diritto di restare ce l’ha ancora, ma ogni giorno deve sopportare il razzismo e i veleni di una società alla deriva.
Indietro non si torna anche e soprattutto adesso, che la Crisi viene utilizzata come ricatto individuale e collettivo per impedirci di combattere per ciò in cui crediamo, per non farci parlare di diritti e di dignità, di solidarietà e di opposizione alla guerra.
Indietro non si torna perché, e la Grecia lo dimostra, dove la vita delle persone non vale nulla, dove i profughi non vengono accolti, dove i bambini vengono segregati e abbandonati al loro destino, allora tutto il peggio può succedere.
Per questo l’associazione Kinisi di Patrasso e il Solidarity Group di Igoumenitsa stanno ripartendo del diritto di asilo per parlare dei diritti di tutti e il 20 giugno ci chiedono di essere con loro, da una sponda all’altra della «frontiera» per liberarla, per riprendercela, per farla scomparire. Perché abbiamo un’altra idea di Europa e di mondo.
20 giugno 2010: le città italiane rispondono all’appello delle associazioni greche e sono pronti ad accogliere grandi manifestazioni plurali e condivise che si stringano intorno ai porti guardando l’altra sponda dove, ad Igoumenitsa e Patrasso, altri faranno sentire la loro voce. Tutti insieme, contro tutti i respingimenti, per il diritto d’asilo in Italia, in Grecia, in Europa.
Partecipa anche tu alla campagna WELCOME. INDIETRO NON SI TORNA.
Possono esserci tanti percorsi diversi, in tutte le città italiane, per arrivare al 20 Giugno nei porti dell’Adriatico. Iniziative da costruire, riflessioni da approfondire, persone da convincere e da portare con noi.
Scarica e diffondi il video “Indietro non si torna” sui respingimenti tra la Grecia e l’Italia
Il sito di Melting pot Europa si offre come strumento condiviso di dibattito e confronto, informazione e diffusione di tutte le iniziative che verranno programmate verso il 20 giugno.
Nei prossimi giorni verranno definiti i dettagli dei percorsi e degli appuntamenti a Venezia, Ancona e Bari.
Per Info e adesioni: *infowelcome@meltingpot.org
*





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Bombe accecanti, israeliani hanno usato sulla Mavi Marmara

Bombe accecanti


Pierluigi Sullo


La tecnica è: si lascia passare qualche giorno, contando sulla smemoratezza e volubilità dei media e dei loro utenti, poi si lanciano piccole bombe accecanti [come quelle che i commando israeliani hanno usato sulla Mavi Marmara, però fatte di parole e immagini], in modo da far slittare inesorabilmente il torto dalla parte della ragione, e viceversa, e un fatto verso il suo contrario. Mercoledì il Corriere della Sera ha pubblicato – in prima pagina – la denuncia fotografica di una manipolazione dell’agenzia Reuters: da una inquadratura è scomparsa la mano di un passeggero della nave, durante l’assalto alla Mavi Marmara, mentre un militare israeliano era a terra. Nella mano si vede chiaramente un coltello. Dunque, si suggerisce, i media internazionali hanno mentito su quel che è effettivamente accaduto, e i pacifisti erano armati, proprio come sostiene il governo israeliano. Ed ecco che nove morti e molti più feriti dalle pallottole passano dalla parte del torto: hanno colpito i militari, che hanno dovuto reagire. La faccenda è idiota. Non risulta che Reuters sia parte di una «lobby antiebraica», la foto non è stata «truccata» ma tagliata [per quanto male], la foto intera è stata reperita su un giornale turco e soprattutto si sapeva fin dall’inizio che alcuni dei passeggeri della Mavi Marmara avevano cercato di resistere, con bastoni e impugnando coltelli da cucina, riuscendo anche a catturare alcuni soldati che poi sono stati medicati nell’infermeria della nave, prima che la sparatoria facesse definitivamente cessare quelle velleità di opporsi all’assalto. Queste cose si vedono anche nel video diffuso, mentre l’abbordaggio avveniva, dagli stessi occupanti della nave. Non risulta per altro che il Corriere della Sera abbia comunicato con la stessa evidenza il fatto – riferito dal Guardian e non dal bollettino di Al Qaeda – che, nelle autopsie dei nove uccisi, si siano riscontrate ferite da arma da fuoco a distanza molto ravvicinata e che tre di loro sono stati finiti con colpi alla testa.
Quello del colpo alla testa è un metodo che dovrebbe far riflettere anche il meditabondo Adriano Sofri, che lo stesso giorno, sulla Repubblica, ha preso anche lui a slittare, pur avendo deprecato il massacro il giorno dopo gli eventi. Una cascata di distinguo: i pacifisti erano davvero tali? Tra loro, scrive Sofri, «non mancavano militanti alieni dalla non violenza, unilaterali nel sostegno alla causa palestinese e simpatizzanti per Hamas». Chi gliel’ha detto? Il governo di Israele? E in ogni caso: è piuttosto facile essere «unilaterali» nel sostenere le vittime, come la gente di Gaza. Sofri stesso fu piuttosto unilaterale, a proposito di Sarajevo, per la quale invocava una guerra salvifica. Che in questo caso è una orribile minaccia, visto che si parla di navi di pasdaran iraniani diretti contro il blocco [ma quei terroristi di Hamas hanno escluso questa possibilità]. Si possono dire molte cose negative su Hamas, naturalmente, ma perché questo allarme «islamista» non valeva, a suo tempo, per i volontari con la fascia verde sulla fronte che accorrevano da ogni paese islamico a difendere i musulmani di Sarajevo, molti dei quali si trasferirono poi, come è noto, nell’Afghanistan talebano? E a parte tutto, come si colloca in questo schema la notizia che organizzazioni ebraiche tedesche e inglesi stanno a loro volta approntando una nave di aiuti per Gaza? Simpatizzanti di Hamas anche loro? Carta ha parlato con il capitano della nave, che partirà tra un paio di mesi, e lui si è mostrato piuttosto sorpreso della nostra sorpresa. Evidentemente, il clima per cui se si è preoccupati della sorte dei palestinesi si cade nell’antisemitismo oscura solo i cieli italiani.
Sofri continua a parlare di «errore» e «stupidità», a proposito del massacro della Mavi Marmara. Scommetto che non userebbe queste parole a parti rovesciate. Sono i guai della faziosità, quella malattia dello spirito per cui – pur deprecando Sofri il mancato ingresso della Turchia nell’Unione europea, però vi aggiunge subito anche Israele – non si vede come un tale atteggiamento spinga quel grande paese, già alleato di Israele e membro della Nato, verso altri lidi.

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lunedì 14 giugno 2010

Mondiali Sudafrica 2010




Mondiali Sudafrica 2010

Scendiamo tutti in campo contro il traffico di bambini con la nuova campagna promossa da Terre des Hommes ed Ecpat: www.tuttincampoperibambini.it esserci è importante.


CALCIO, MONDIALE 2010: CAMPAGNA CONTRO TURISMO SESSUALE



Una campagna contro il turismo sessuale è stata lanciata dalle autorità comunali di Mangaung, che ospiterà alcune partite del mondiale di calcio.
In un comunicato ufficiale si sottolinea che in eventi importanti, come appunto il Mondiale, “si registra un aumento di attività illecite, di cui sono vittime soprattutto donne e bambini“. Nella stessa nota si avverte che le prostitute “sono soggetti ad alto rischio di contagio di Hiv/Aids in Sud Africa”. Per tutta la durata della grande manifestazione sportiva le autorità comunali di Mangaung faranno allestire stand in cui sarà possibile avere materiale informativo, sottoporsi al test dell’Hiv, rifornirsi di profilattici.

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venerdì 11 giugno 2010

Omicidio Pasolini, verità da cercare

Il delitto Pasolini


1975 Lo scrittore, intellettuale, giornalista e regista Pier Paolo Pasolini, 53 anni, viene assassinato tra l’1 e il 2 novembre a Ostia (Roma)

1976 In pochi mesi si conclude il primo grado di giudizio. Pino Pelosi , 17 anni, viene condannato a 9 anni ma si indica la presenza di ignoti sulla scena del crimine. Spariranno in 2° e 3° grado, nel 1979

2005 Pelosi, dopo 30 anni, dice che non era solo. Le indagini vengono riaperte ma finisce in un nulla di fatto

2009 Il 27 marzo la criminologa Simona Ruffini (foto) e l’avvocato Stefano Maccioni depositano la richiesta di riapertura delle indagini. Nessuna risposta

2010 Il 24 marzo fanno la seconda richiesta. Nel frattempo il pm è cambiato. Ad aprile le indagini sono ufficialmente riaperte. Da maggio il Ris di Roma sta esaminando i reperti

Omicidio Pasolini,
verità da cercare


All’epoca dell’omicidio lei era piccola…
…Sì, avevo due anni appena.
Cosa l’ha spinta a chiedere la riapertura?
La verità non appartiene qualcuno in particolare o a chi ha “vissuto” il delitto. Anzi, forse noi giovani siamo più liberi mentalmente, senza pregiudizi, lontani dal clima sociale del tempo.
Se queste indagini porteranno a un processo, sarà il secondo.
Speriamo! Il Ris di Roma sta analizzando i reperti: con le nuove tecniche scientifiche potrebbero raccontare qualcosa di importante. È palese che i fatti non si siano svolti come ci hanno raccontato.
I reperti dove sono stati per 35 anni?
Al Museo Criminologico di Roma, in uno scatolone. Sono tanti e pieni di tracce: sangue, impronte…
Di che si tratta?
Indumenti di Pasolini e Pino Pelosi ma anche vestiti apparentemente di nessuno dei due, come il maglione verde trovato nell’auto del regista e un plantare, destro, 41-42.
Ci sono anche le “presunte” armi del delitto?
Sì, le tavolette di legno con cui fu massacrato, piene di sangue e capelli. Ma molto friabili, sbriciolate. Incompatibili con le profonde lesioni del pestaggio.
Sembra che non siano mai state fatte indagini vere e serie.
Pasolini fu ucciso in modo brutale, devastante. Picchiato e poi schiacciato con la sua auto: gli scoppiò il cuore, l’agonia fu lunga. Fu subito lampante che Pelosi, allora 17enne, non poteva essere l’unico responsabile: per conformazione fisica e perché addosso aveva pochissime macchie di sangue. Infatti il processo di 1° grado si concluse con la sua condanna e l’indicazione che quella notte c’erano pure “ignoti”. Poi spariti in 2° e 3° grado.
Per 30 anni Pelosi però ha detto di essere il solo colpevole.
E tutte le indagini, non si capisce perché, si basarono sulle sue dichiarazioni, apertamente contraddittorie. Poi 5 anni fa, in tivù, ha detto invece che non era da solo.
E ci fu la prima riapertura delle indagini.
Sì. Ma si chiusero subito. Lui non fornì dettagli utili: disse che gli altri ormai erano morti. Adesso le indagini si baseranno sui reperti. Strano che nessuno ci abbia pensato prima.
Pelosi ora collaborerebbe?
Le sue versioni sono sempre state contrastanti. Ma ci sono altre testimonianze da prendere in considerazione.
Ha sentito altre persone?
Io e l’avvocato Stefano Maccioni abbiamo acquisito la testimonianza di Silvio Parrello secondo cui sulla scena del crimine c’erano più auto. L’ha sempre detto ma nessuno l’ha ascoltato. E poi c’è il senatore Marcello Dell’Utri: dice di aver letto un capitolo, poi scomparso, di Petrolio, il libro a cui stava lavorando Pasolini.
Petrolio è importante nella vicenda. L’omicidio fu incasellato come delitto omosessuale. Che altre piste ci sarebbero?
Sono convinta che ci sia un livello più alto, con mandanti più alti. Ma queste ipotesi devono essere riscontrate: è il lavoro che stiamo facendo in questi mesi.
Si ipotizza che c’entri il furto di alcune “pizze” del film Salò o le 120 giornate di Sodoma. Forse Pasolini andò sul luogo del delitto, all’Idroscalo di Ostia, per recuperarle da chi le aveva rubate. Che ne pensa?
Si parla di questo furto come di una possibile esca per attirarlo lì quella notte.
Invece Petrolio cosa spiegherebbe?
Pasolini poteva essere a conoscenza di dettagli importanti su altri casi irrisolti famosi della nostra storia: l’omicidio del presidente dell’Eni Enrico Mattei e del giornalista Mauro De Mauro, ucciso mentre indagava sulla sua morte. Pasolini potrebbe essere stato ucciso perché aveva ricostruito, in quel capitolo sparito, snodi decisivi del delitto Mattei.
La scena del crimine non fu preservata abbastanza. È vero che si permise a dei ragazzini di giocare a pallone lì vicino?
Sì. La scena non fu neanche recintata. Ma c’è un filmato girato la mattina dopo dall’amico e aiuto regista di Pasolini, Sergio Citti. Lì la scena è stata “congelata” ma nessuno mai ha acquisito il video. E Citti ha sempre chiesto di essere ascoltato.
Anche la macchina di Pasolini fu un po’ troppo “trascurata”.
Fu lasciata sotto la pioggia e le macchie di sangue si cancellarono. In più, mentre la spostavano, un uomo delle forze dell’ordine andò a sbattere contro un palo: quelle ammaccature importanti, disse la perizia, non permisero di ricostruire gli eventi.
Nessuno di quegli uomini delle forze dell’ordine oggi è disponibile a parlare?
C’è un maresciallo dei carabinieri, Renzo Sansone. Dopo l’omicidio si infiltrò nella malavita romana e seppe che la notte del delitto c’era altra gente con Pelosi. Anche lui però non è stato mai ascoltato.
Pasolini non era amato, né a destra né a sinistra. Questo ha soffocato la ricerca della verità sulla sua morte?
Assolutamente: liquidare il delitto come omicidio gay è stato molto più semplice, per tanti. Ma tra l’altro non risulta che Pelosi sia omosessuale…
Se pensa al delitto qual è la prima immagine che le viene in mente?
Alcuni quella notte sentirono le urla di un uomo. Gridava “Mamma, aiuto!”. Se era Pasolini, pensare che quest’uomo davanti alla morte era tornato quasi bimbo mi colpisce molto.
Cosa spera?
Che queste indagini possano dare un contributo di verità, alla Storia e alla persona. Magari non porteranno a nulla - c’è anche questa possibilità - ma noi abbiamo agito con onestà intellettuale.
C’è una frase di Pasolini che l’accompagna in questa sua battaglia?
Sì, dice che “la morte non è nel non esserci più ma nel non poter più comunicare”. Il mio lavoro consiste proprio nel dare la voce alle vittime, a chi non può più parlare. Chissà quante cose ci avrebbe potuto dire oggi Pasolini, ma non può. Tocca a noi cercare di farlo al posto suo.
Angela Geraci

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