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venerdì 16 luglio 2010

Corruzione nel nome di Cesare


Le carte dell'inchiesta sulla nuova P3 scoprono l'abisso nel quale stava e sta tuttora per precipitare la nostra democrazia. Un metodo di governo e un sistema di potere costruito per servire gli interessi personali del presidente del Consiglio

di MASSIMO GIANNINI
 

IN nome di "Cesare" . Le carte dell'inchiesta sulla nuova P3 scoprono l'abisso nel quale stava e sta tuttora per precipitare la nostra democrazia. In mano a una "cupola" che, sul Lodo Alfano, non ha esitato a giocare una partita mortale, dentro e contro lo Stato di diritto. L'ha persa, ma non per questo appare oggi meno pericolosa. Perché il "metodo di governo" che c'è dietro, il "sistema di potere" che organizza e difende, è costruito per servire gli interessi personali del presidente del Consiglio, e per riprodurne i metodi corruttivi all'interno del tessuto politico, del contesto economico e dell'apparato istituzionale.

La pericolosità criminale di questa "rete" al servizio di Silvio Berlusconi viene fuori con paurosa chiarezza, a leggere le centinaia di pagine dei verbali. Si resta allibiti nel verificare la frenetica "attività" del comitato d'affari, riunito intorno al coordinatore di fiducia del Cavaliere dentro al Pdl Denis Verdini, al suo braccio destro nell'avventura di Publitalia e di Forza Italia Marcello Dell'Utri, al sottosegretario alla Giustizia Giacomo Caliendo, e a personaggi come Flavio Carboni, Arcangelo Martino e Pasquale Lombardi. Tutti impegnati, a vario titolo e con funzioni diverse, a cercare di condizionare la decisione dei quindici giudici costituzionali chiamati a decidere sulla legittimità del Lodo. Tutti ingaggiati, probabilmente, dallo stesso premier: col quale hanno incontri, al quale devono costantemente riferire.

Altro che "quattro sfigati in pensione": queste carte ci dicono che a cavallo di quel settembre/ottobre del 2009 ci fu un vero e proprio "assedio" agli ermellini della Corte, per estorcergli un verdetto positivo da consegnare tra gli allori al Cesare "trionfatore", citato nelle carte ben 23 volte. Altro che gente che "trama per sei bottiglie di vino", come scherzano i giornali di famiglia: in quei giorni la posta in gioco, altissima per il Cavaliere, era il suo salvacondotto processuale, cioè la sua salvezza politica. Solo grazie ad essa la nuova P3 avrebbe potuto continuare a prosperare, nel quadro di quel collaudato "scambio di favori tra reti criminali" di cui ha parlato il procuratore antimafia Pietro Grasso. E poco importa se, alla fine, l'assedio fallì e il verdetto fu negativo: l'ultimo degli studenti di giurisprudenza sa bene che per il diritto penale il reato tentato, ancorché non consumato, non indica affatto una minore pericolosità criminale.

IL VERTICE A CASA VERDINI
Il lavoro è sporco, ma qualcuno lo deve pur fare. E allora l'offensiva del "gruppo di lavoro" incaricato di tutelare e di riferire "a Cesare" comincia il 22 settembre di un anno fa. Per il successivo 6 ottobre la Consulta ha fissato l'udienza nella quale deve stabilire se il Lodo Alfano viola o meno i principi di uguaglianza dei cittadini davanti alla legge fissati dalla Costituzione. Non c'è tempo da perdere. Così il 22 Pasquale Lombardi, "l'uomo che sussurrava ai giudici", come ha scritto Alberto Statera, cioè l'intermediario che ha il compito di avvicinare e circuire le toghe attraverso convegni e viaggi offerti da un suo improbabile centro di studi giuridici, si attacca al telefono per convocare una riunione il giorno dopo, a casa di Denis Verdini, a Palazzo Pecci Blunt, in piazza dell'Ara Coeli. La prima telefonata è per Antonio Martone, avvocato generale della Cassazione (che per altro ha fatto domanda da procuratore generale). "Oh, ti ricordi alle tredici... poi ti do l'indirizzo preciso, ma intorno a Piazza Venezia....". La stessa telefonata Lombardi, ancora più agguerrito, la fa a Flavio Carboni: "Io sarò un poco prima, con l'elmetto in testa". Poi chiama Dell'Utri: "Mio caro Marcello, ciao, ciao...". E il plenipotenziario di Berlusconi in Sicilia vuole sapere quanti saranno all'incontro. "Siamo sei noi, più te sette", spiegando che ci saranno anche tre magistrati. Poi aggiunge: "Abbiamo scoperto qualcosa che ti devo riferire di persona. sì veramente una cosa incredibilmente importante...".

Il giorno dopo, alle 10, Lombardi richiama Carboni, al quale conferma: "Saremo ricevuti a casa dell'uomo verde...". Poi richiama Arcangelo Martino, e i due concordano insieme chi deve convocare a casa Verdini il sottosegretario Caliendo e Arcibaldo Miller, capo degli ispettori del ministero della Giustizia. Di quest'ultima convocazione si occupa lo stesso Lombardi, che da a Miller le coordinate dell'appuntamento e lo saluta con un "Ok, a dopo. Un bacione...". Molto più che un rapporto confidenziale: un rapporto incestuoso, vista la sovrapposizione e il conflitto degli interessi in gioco.
La stessa impressione si ricava dalla telefonata immediatamente successiva che lo stesso Lombardi fa alle 11,45 all'altro magistrato convocato. Martone ha un problema di orari: "Ho una riunione adesso, dal Procuratore, comunque spero di fare in tempo...". Il faccendiere perde la pazienza, e risponde in dialetto, non come se parlasse a una toga ma a un sottoposto: "Sì, sì, mandalo affanculo che chist nun porta voti e poi vieni adda noi...". Poco dopo le 13, dunque, il gruppo di lavoro composto da Dell'Utri, Caliendo, Martone, Miller, Lombardi Martino e Carboni si ritrova in casa di Denis Verdini. L'ordine del giorno lo si desume dalle telefonate successive, e i verbali lo riassumono così, riprendendo le parole di Lombardi: "Dovranno svolgere il seguente compito afferente la prossima decisione della Corte costituzionale sul Lodo Alfano". La sintesi in dialetto che lo stesso Lombardi fa a Caliendo dice tutta la portata eversiva del tentativo messo in piedi da questo pezzo di anti-Stato: "Abbiamo fatto un discorso per quanto riguarda la corte costituzionale... amm' fa nu poc' nà conta a vedè quanti sonn' i nostri e quani songo i loro, per cui se putimm correre ai ripar', mettere delle bucature, siamo disponibili a fare tutto...". Non solo. Il sensale dei giudici spiega anche l'intenzione "programmatica" del gruppo: "Giustamente abbiamo fissato che ogni giorno... ogni giorno... ogni settimana bisogna che ci incontriamo per discutere tra di noi e vedere andò sta o' buono e ando stà o' malamente... Io farei una ricognizione, i favorevoli e i contrari. Poi vediamo come bisognerà per vedere di raggiungere i contrari...". E per convincere il sottosegretario, Lombardi fa l'ultimo affondo, indicandogli anche una possibile ricompensa personale: "Questa è una cosa molto importante. Ormai, vagliò, ti è spianata la via per i' a fa o' ministro, o' vuoi capiscere o no?".

"POI DOBBIAMO VEDERE CESARE"
Avviata la "procedura" dell'infiltrazione e dell'interferenza, compare quello che potremmo definire il manovratore iniziale e, al tempo stesso, l'utilizzatore finale del meccanismo. Lombardi dice a Caliendo, nella stessa telefonata: "... Poi ammo a vedè Cesare quanto prima...". Da qui fino al 7 ottobre, data della sentenza della Corte sul Lodo, il riferimento a "Cesare" che bisogna vedere, che bisogna informare, che bisogna accontentare, diventa sistematico. Conta troppo, per Berlusconi, la pronuncia della Consulta. E il sodalizio che lavora per lui se ne rende conto. "Quattro sfigati in pensione", di nuovo? Non si direbbe, a leggere la conversazione tra un pezzo da novanta come Dell'Utri e l'antico socio negli affari sardi Carboni. "È stato un ottimo incontro", dice Dell'Utri. E il faccendiere incassa: "Ecco, questa è la parola che più mi fa piacere... amico mio... È che io non posso... non potevo fare di più, anche quando Denis mi parla, tu lo capisci, io lo lascio parlare, ma sono tutte cose che abbiamo già fatto, no?". Come dire: l'ingranaggio è già oliato da tempo. Un'ultima domanda di Carboni, infine, sembra rimandare di nuovo a "Cesare", anche se non in modo esplicito: "Era soddisfatto l'uomo, sì?". Dell'Utri rassicura: "Sì, sì, sì. Comunque soddisfatto...". Di che "uomo" stanno parlando?
Cesare, Cesare e ancora Cesare. In suo nome, ancora una volta, lo stesso Carboni parla in serata al telefono con Arcangelo Martino, sia dell'avvio della missione Lodo Alfano, sia della candidatura del plurinquisito Nicola Cosentino alla Regione Campania: "Sei contento?", chiede Martino. "Sì beh, soddisfattissimo. Credo che sia già arrivato nelle stanze di Cesare, i tribuni hanno già dato notizia...", rassicura Carboni. Da quel momento in poi, parte la corsa contro il tempo per intercettare i giudici della Consulta prima dell'udienza del 6 ottobre, e per renderne conto al premier. Telefonate quotidiane. Lombardi ripete a Carboni: "Io adesso mi metto in contatto per il giorno sei, cosa bisogna fare...". E Carboni: "Sì , bravissimo, bisogna sapere i nomi...". Sullo sfondo, sempre l'ombra di Cesare. Lombardi a Martino: "Flavio ha detto che più tardi mi darà un colpo di telefono perché parlerà pure con Cesare...". Martino a Carboni, il giorno dopo, parlando dei numeri telefonici dei giudici da contattare: "Sì, queste informazioni, se bisogna fare l'incontro con Cesare...".

Dal brogliaccio delle intercettazioni, a dispetto della "teoria del polverone", emerge il ruolo centrale di Verdini e Dell'Utri, come collettori di notizie e promotori di interventi sulla Consulta. Lo dice Carboni, nei giorni successivi, al telefono con Martino, chiedendogli i primi esiti della riunione a casa di Verdini: "Sono ansioso... adesso io chiamo Marcello... chiamo Denis i quali mi chiederanno, allora s'è saputa qualche notizia? Che risposta do?". Col passare dei giorni, il lavoro del gruppo verso i giudici della Consulta sembra dare qualche risultato. Si tratta di capire come voteranno i 15 ermellini in camera di consiglio. Carboni parla con Martino: "Denis, Marcello, io tu e lui aspettiamo i numeri...". La risposta sembra confortante: "Siamo ottimisti.. glielo puoi dire, diglielo...". A chi deve dirlo, il faccendiere sardo, è subito chiaro: "Diglielo a Cesare, che siamo...".

"Cesare", insomma, vuole sapere quanti giudici voteranno sì al Lodo e quanti voteranno no. Nell'attesa, non disdegna aggiornamenti sul caso Cosentino e sulla sua candidatura a governatore. Ancora Martino a Carboni: "Cosentino può proseguire, credo che sia bravo come candidato...". Carboni approva: "Denis è favorevole a questo... E poi chiamo anche Cesare, d'accordo?". Ma l'ossessione principale resta il Lodo Alfano. E per avere più certezze sulle scelte dei singoli giudici, Lombardi non esita a contattare prima un esponente dell'opposizione, Renzo Lusetti, poi un altro esponente del centrodestra, Angelo Gargani: a tutti e due la stessa richiesta, il numero di telefono di un ex presidente della Consulta. Cesare Mirabelli viene effettivamente contattato, pochi giorni dopo, dallo stesso Lombardi, che saluta affettuosamente: "Presidente buongiorno, sono Pasqualino Lombardi, come andiamo?", poi gli chiede udienza: "È una cosa un po' urgentuccia...". La otterrà, sempre al telefono, il giorno successivo. Non prima di aver esultato con Martino per aver stabilito un contatto prezioso per il suo "committente". "Domattina incontrerò il personaggio più importante d'Italia..", dice. Allude ancora a "Cesare", che nel frattempo sta tampinando anche lo stesso Martino, che a sua volta chiosa: "Mio cugino Cesare vuole sapere... mi ha chiamato, mio nipote Cesare... concretezza... concretezza e risultati".

LA SIGNORA DELLA CONSULTA
A testimoniare tutta la pericolosità del network criminale c'è proprio la telefonata di Lombardi al presidente emerito Mirabelli: "Siccome il 6 ottobre si verificherà il lodo del ministro... in quell'occasione i suoi amici ex colleghi su che posizione staranno?". Mirabelli svicola: "Ahh, è una bella domanda...". Ma il faccendiere non molla: "Quella della Consulta che è la donna, dice che è sua amica... possiamo intervenire almeno su questa signora?". Il riferimento è a Maria Rita Saulle, giudice costituzionale, che Mirabelli conosce. Ma l'ex presidente svicola, di nuovo: "Non è che gli interventi valgano granché, eh!? Ma comunque cosa avete come iniziative?". E qui Lombardi spiega, senza tante perifrasi: "Abbiamo fatto per lo meno accertare di raggiungere un po' quasi tutti e le dico, il risultato, quattro negativi, cinque positivi, tre nì...". Poi l'estremo tentativo: "Comunque, vedi un poco se sulla signora possiamo avere un riscontro... Mi stanno mettendo in croce gli amici miei... che sono anche amici suoi...".

Il primo ottobre c'è un nuovo incontro a casa Verdini. E stavolta il livello del coinvolgimento delle "toghe sporche" sale ulteriormente. Lombardi annuncia a Martino che al pranzo, oltre ai "soliti noti" Caliendo, Martone, Miller, Carboni, "viene a mangià anche o' presidente da cassazione". Cioè Vincenzo Carbone. Anche questo convivio a casa "dell'uomo verde" soddisfa tutti. Lombardi, stavolta, lo dice direttamente a Cosentino: Tutt'appost, tutt'appost, uagliò...". E del buon esito del vertice, ancora una volta, occorre che sia informato l'immancabile "Cesare". "I mo comm' stann' e cose a settiman che trase m'incontro pure co Cesare... Lui è rimasto contento per quello che gli stiamo facendo per il sei ottobre...". Cioè per la data dell'udienza della Consulta sul Lodo.

AL BAR DELL'EDEN, ASPETTANDO LA CORTE
Tutto sembra pronto per l'ordalia del sei ottobre. La Consulta convoca l'udienza. La sentenza arriverà il giorno dopo, cioè il 7. Negli stessi minuti in cui la Corte è chiusa in camera di consiglio e sta per annunciare il verdetto, a poca distanza dal palazzo di fronte al Quirinale c'è un'altra riunione, non meno significativa. Al bar dell'Hotel Eden, in via Ludovisi, si riuniscono Dell'Utri, Carboni, Martino e Lombardi, ad aspettare il verdetto. Alle 18 e 20 Martone chiama i "quattro amici al bar", e gli dà la ferale notizia: la Corte ha bocciato il Lodo. Lombardi sbotta: "Noi nun comandamm' manco o cazz' cò sti quindici rincoglioniti...". Martino è amareggiato: "Che figura di merda, va...". Dell'Utri, uomo di mondo, è più prosaico: dice solo "eh sì, sì, va beh...".

"La P3 al telefono sembra un film di Totò", ironizzano adesso i cantori berlusconiani e i frenatori terzisti, per trasformare in burletta il nuovo scandalo dell'eolico. In realtà, l'esame di questo inquietante canovaccio di contatti, di colloqui, di incontri tra Verdini, Dell'Utri, Caliendo, Cosentino e una colorita schiera di affaristi senza scrupoli, magistrati senza etica, trafficanti del sottobosco campano del Pdl, suggerisce un'altra trama. Drammatica, per chi la voglia capire fino in fondo, rifiutando le comode banalizzazioni di regime. Tragica, per chi ha a cuore lo Stato di diritto ferito a morte e le sorti di questa democrazia sempre più squalificata. La trama è quella di un gigantesco, pericoloso "Romanzo criminale". Scritto, ideato e sceneggiato "in nome di Cesare".


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