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domenica 1 agosto 2010

PERCHE' LA GUERRA AL VENEZUELA?

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E’ possibile credere alle storielle propagandistiche della Colombia? E’ possibile offrire credito alle denunce di Uribe? Il nuovo presidente colombiano, Juan Manuel Santos, per ora ritiene di non doversi pronunciare sul contenzioso con Caracas. Sembra che abbia in mente una strategia diversa da quella del suo predecessore, ma il silenzio di queste ore da parte sua va certamente interpretato come una questione di garbo istituzionale nei confronti del Presidente uscente.
Il quale, con le valigie già in mano, ignorando a sua volta proprio quel garbo istituzionale che gli imporrebbe il silenzio, ha tentato d’ipotecare fino all’ultimo i prossimi passi del neo-eletto, proponendo come soluzione al contenzioso con Caracas lo smantellamento dei supposti campi delle FARC in Venezuela, la resa dei guerriglieri ivi allocati e la promessa che verranno giudicati con “equità e giustizia”, ricordando che durante i suoi mandati alla guida del paese “molti hanno deposto le armi”.
Ovviamente, occulta che questi siano stati soprattutto paramilitari, gli unici ai quali sono stati offerti benefici di ogni tipo. Ma, soprattutto, finge di dimenticare la profonda differenza motivazionale che intercorre tra l’insurrezione e i sicari del sistema contro cui l’insurrezione nasce. Equiparare guerriglieri antigovernativi a squadroni della morte filo-governativi é possibile solo per Uribe, che dei paramilitari è stato socio protettore.
E a poco è servita la campagna mediatica dei giornali di regime, che hanno addossato alla guerriglia qualunque violenza nel paese, fosse essa a carico di narcos, di delinquenza comune o di paramilitari. Perché Uribe, proprio per i suoi legami con le elites militari colombiane e con la Casa Bianca, diversamente dal suo predecessore, Pastrana, non ha mai cercato altro che non fosse, a qualunque costo, la vittoria militare sulla guerriglia: esito che è tutt’ora impensabile.
Se invece si vuole cercare un qualche ruolo di Chavez nel conflitto interno alla Colombia (che dura da quasi 60 anni) questo si può trovare facilmente proprio nell’opera di pacificazione che il leader venezuelano ha svolto e svolge. Irritando non poco alcuni esponenti delle stesse FARC, fu proprio Chavez  che, con tutte le ragioni, invitò i guerriglieri colombiani a comprendere che era cambiata la realtà internazionale e regionale e che la nuova fase storica imponeva l’abbandono delle teorie insurrezionaliste e la conquista del potere per la via delle armi. Serve invece, ha reiterato Chavez alle FARC, un negoziato che non significa una resa, ma la ricerca di una soluzione politica del conflitto.
Che questa sia stata una posizione dettata anche dalla necessità di pacificare l’area per evitare un conflitto tra Colombia e Venezuela, non può essere taciuto; ma resta il fatto che il ruolo di Chavez nello scenario della guerra civile in Colombia è stato di mediazione tra le parti, non di parte attiva al fianco della guerriglia.
E va ricordato, in proposito, che proprio su richiesta dello stesso Uribe il Presidente venezuelano svolse un ruolo di mediazione e di pacificazione nella guerra civile colombiana; fu semmai lo stesso governo di Bogotà a tradire gli impegni presi per lo scambio di prigionieri, tentando così - dopo aver chiesto una mediazione - di delegittimare il mediatore a livello internazionale.
C’è comunque da dire che le ultime dichiarazioni di Uribe (definirle proposta appare effettivamente eccessivo) in principio sembrano voler lasciare intendere che la magistratura colombiana giudica sotto dettatura del governo. Ma, soprattutto, che in assenza di un qual si voglia straccio di prove, l’ormai ex-presidente continua a proporre le sue accuse al Venezuela come si trattasse di prove documentabili e documentate, e non di affermazioni politico-propagandistiche. Come se, in definitiva, invece che come connotato politicante senza scrupoli, egli stesso venisse percepito all’estero come politico serio e credibile
D’altra parte, proprio all’estero la credibilità internazionale dei governanti di Bogotà è pari al grado di sovranità nazionale che esercitano: zero. Se sul piano interno la connessione tra esercito regolare, politici e paramilitari conferma ogni giorno la qualità di democrazia interna, per quanto riguarda la politica estera Bogotà altro non è che un’ambasciata Usa nella regione.
La Colombia, da diversi anni, è ormai un protettorato degli Stati Uniti ed è per loro conto che mantiene alta la tensione militare nel continente. Semplicemente, fa quello che Washington, direttamente, non può permettersi di fare. E’ per questo, per sostenere questo ruolo, che prevede la strategia di crisi continua con le democrazie latinoamericane, che la Colombia é diventata la più grande base militare statunitense nel mondo.
Non a caso da qualche mese la già massiccia e ingiustificata presenza statunitense in Colombia si è accresciuta ulteriormente. Il governo di Bogotà ha firmato un protocollo segreto con Washington che consente alle truppe statunitensi l’insediamento di sette nuove basi militari sul territorio colombiano. Nemmeno il Parlamento di Bogotà dispone d’informazioni esatte circa effettivi, struttura logistica e tipologia di armamenti che il Pentagono ha disposto e disporrà nelle nuove basi. La storiella, come già dai tempi del Plan Colombia, è sempre quella del narcotraffico.
Una storiella che fa acqua da tutte le parti, giacché proprio la presenza massiccia delle truppe statunitensi in territorio colombiano ha coinciso con l’incremento enorme della produzione della droga in Colombia. E’ esattamente lo stesso film che si può ammirare sugli schermi afgani, dove la produzione di oppio è enormemente cresciuta da quando le truppe d’occupazione occidentale, a guida Usa, si trovano in Afghanistan. Fino all’arrivo del primo contingente occidentale, alla fine degli anni ’80, la produzione di oppio vedeva l’Afghanistan agli ultimi posti al mondo; oggi, invece, è al primo.
Dunque, il paese primo al mondo per consumo di stupefacenti è lo stesso che invia i suoi militari per combattere il traffico della droga, che però aumenta in proporzione con l’aumento degli effettivi militari. Sarà che i militari Usa sono incompetenti? Sarà che trattasi di coincidenze? Il fatto è che i numeri raccontano una storia diversa dalla propaganda. L’unica cosa certa e documentabile è che la presenza dei militari aumenta la produzione. Quindi, quella della lotta al narcotraffico altro non è se non una storiella.
La verità è che le truppe Usa in Colombia rispondono alla necessità degli Stati Uniti di ribadire - se non il dominio, ormai in buona parte perso - almeno il controllo militare come monito all’indipendenza dell’America Latina. Perché la minaccia dell’America latina verso gli Stati Uniti è una minaccia economica e politica, non certo militare. L’integrazione e la cooperazione regionale crescente, lo sviluppo di un mercato interno continentale, la creazione di organismi finanziari regionali, l’allargamento del mercato del lavoro e lo sfruttamento delle risorse naturali del sottosuolo e della biodiversità, sono diventate le priorità della ripresa economica latinoamericana, che non a caso cresce, in evidente controtendenza con le economie liberiste del resto del continente.
I governi progressisti latinoamericani, chi con accento socialdemocratico, chi più marcatamente socialista, sono comunque impegnati in una lotta serrata contro la povertà e non per avvantaggiare i capitali speculativi. Per questo rappresentano, obiettivamente, una minaccia profonda agli interessi delle grandi corporation statunitensi, che erano abituate a pasteggiare allegramente sulle risorse latinoamericane per costruire accumulazioni enormi di capitali.
E anche sul piano più squisitamente politico, la crescente unità politica latinoamericana ha dato luogo alla nascita di organismi rappresentativi del subcontinente dai quali sono assenti gli Usa. Può apparire simbolico o sostanziale, ma certo che, unitamente all’intensa attività diplomatica e agli scambi commerciali con l’estero (Cina, Iran, Russia ed Europa) la nuova proiezione internazionale del blocco democratico latinoamericano ha definitivamente mandato in soffitta il Washington consensus, cioè la dipendenza del Sud dagli interessi politici ed economici del Nord.
Non è più Washington il luogo nel quale si decide chi sarà il presidente di qualsivoglia paese latinoamericano; non sono più gli Usa a decidere come dovranno votare i paesi latinoamericani negli organismi internazionali; non è più il Pentagono a definire l’agenda degli acquisti militari in America latina e non sono più le grandi corporation statunitensi a decidere quali prodotti e in quali paesi andranno immessi sul mercato internazionale. E, conseguentemente, dove andranno pianificati saccheggi di risorse e bulimia di profitti per compensare le perdite che si determinano nel mercato interno statunitense. Il mercato di riserva ha ribaltato i banchi.
Un dato tra i tanti: l’indice di nutrizione latinoamericano è cresciuto simultaneamente alla riduzione degli interessi Usa nel subcontinente. Un’altra “sinistra” coincidenza? O la logica conseguenza della morte prematura dell’ALCA e dei diversi TLC bilaterali, che versavano al Nord braccia economiche e ricchezze saccheggiate in cambio di maggior debito per il Sud? Quella finta libertà degli scambi, che era liberista quando immetteva eccedenze del Nord nei mercati latini, mentre diventava protezionista quando chiudeva quelli statunitensi ai prodotti a sud del Rio Bravo, è stata sostituita dalla cooperazione latinoamericana in ambito regionale.
E se con i mega prestiti diretti alle elites locali, che divenivano megadebito per le popolazioni, s’imponevano le regole della Banca Mondiale, del Banco Interamericano di Sviluppo e del Fondo Monetario, con i suoi devastanti piani di “aggiustamento strutturale”, oggi sia il microcredito cooperativo, sia il finanziamento dei progetti regionali vengono affrontati nella Banca del Sud. Per parlare di finanziamenti ai progetti di sviluppo, per parlare di prestiti e linee di credito, non serve più parlare inglese. Tra simili ci si capisce meglio.
Ma, pur distratti dall’impegno in altri scenari internazionali, gli Usa non possono più permettersi un ruolo comprimario nel patio trasero. Non si tratta solo di rettificare le scelte dell’Amministrazione Bush, che aveva puntato sull’Asia Minore e sul Golfo Persico come luoghi privilegiati della sua necessità di controllo delle fonti energetiche e della riaffermazione della leadership internazionale a stelle e strisce. Si tratta invece di recuperare il terreno perso anche nel “giardino di casa”. La crisi dell’impero rende sempre più difficile fare a meno della ricchezza delle sue provincie, o presunte tali. Per uscire dalla crisi economica che l’attanaglia, gli Stati Uniti hanno il disperato bisogno di tornare a saccheggiare le risorse latinoamericane e di riprendere il controllo politico, energetico e militare su tutta l’area che va dall’Alaska alla Terra del Fuoco.
Per questo tentare di rovesciare il governo bolivariano in Venezuela è considerato indispensabile per Washington. Fermare Chavez significherebbe diverse cose, tra le quali indebolire gravemente le economie di Cuba, Nicaragua e, in parte, Bolivia ed Ecuador; stroncare sul nascere la Banca del Sud, assestare un colpo micidiale all’ALBA, frapporre un ostacolo decisivo agli investimenti cinesi, russi, brasiliani e iraniani sul piano energetico e militare, oltre che negli scambi commerciali, indebolendo così l’economia argentina, brasiliana e uruguayana, oltre che venezuelana, boliviana ed equadoriana.
E, ancor prima, significherebbe eliminare la minaccia concreta di dover da un giorno all’altro veder interrotta la fornitura del 23% del fabbisogno petrolifero statunitense, che viene estratto dal Venezuela. Far cadere Chavez significherebbe, quindi, assestare un colpo durissimo al processo indipendentista e regionalista delle democrazie latinoamericane. Altro che FARC o narcotraffico: l’operazione contro il Venezuela è la prima fase del progetto: l’indipendenza e la sovranità dell’America Latina, sono l’obiettivo finale. Che poi ci riescano, é tutto da vedere.

di Fabrizio Casari

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