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lunedì 27 settembre 2010

Gli insediamenti e le intenzioni di Netanyahu



Gli insediamenti e le vere intenzioni di Netanyahu


Akiva Eldar Haaretz


Scaduta la moratoria per le nuove costruzioni nelle colonie ebraiche in Cisgiordania, Netanyahu si trova costretto a cercare un modo per consentire ai trattori di riprendere a lavorare senza interrompere i negoziati con l'Autorità nazionale palestinese. L'anlisi di Akiva Eldar dal quotidiano israeliano Haaretz sulle vere intenzioni del premier israeliano.

Non è una manovra. Il primo ministro Benjamin Netanyahu sta davvero cercando, in alto e in basso, una soluzione magica per consentire ai trattori di tornare al lavoro negli insediamenti e allo stesso tempo tenere il Presidente Mahmoud Abbas al tavolo dei negoziati.
Le costruzioni negli insediamenti sono una questione molto scomoda per Israele. La maggior parte dei paesi dice che gli insediamenti nei territori occupati sono illegali; i governi amici credono che edificare nei territori occupati sia un ostacolo alla pace. Il boicottaggio del nuovo centro culturale di Ariel [uno dei più importanti insediamenti, ndt] ci ricorda che anche qui in Israele gli insediamenti sono più oggetto di disputa che il fondamento della nostra esistenza.
Chi crede davvero che Bibi possa essere pronto, nel giro di un anno, a evacuare migliaia di abitazioni se non può o non vuole dichiarare una moratoria temporanea sulla costruzione di poche centinaia di nuove case? Vale davvero la pena di interrompere i colloqui di pace per questo tema?
No, Netanyahu non vuole una crisi sul blocco degli insediamenti. Perché mai dovrebbe accettare una crisi innescata dalla richiesta degli emigranti ebrei di insediarsi a Hebron se può concentrarla sulla richiesta dei rifugiati palestinesi di tornare ad Haifa?
Lasciate che Bibi passi attraverso il fastidio del blocco degli insediamenti e metterà Abbas nella trappola del «diritto al ritorno». Che dirà Tzipi Livni, e quelli che si autodefiniscono «sinistra sionista» quando Abbas annuncerà di non voler rinunciare in anticipo al diritto al ritorno?
Un’ampia allusione a questo schema può essere letta dalle dichiarazioni rilasciate da Netanyahu durante la sua visita a Sderot, una settimana fa. «Non sto parlando di un nome», ha detto Netanyahu per spiegare la sua insistenza sul fatto che I palestinesi riconoscano Israele come stato degli ebrei. «Sto parlando dell’essenza», ha detto.
«Quando si rifiutano di dire qualcosa di così semplice, la domanda è perchè?», ha detto Netanyahu per spiegare cosa intendesse per essenza. «Volete inondare lo stato di Israele con i rifugiati, in modo che non sia più uno stato con a maggioranza ebraica? Volete separare parti della Galilea e del Negev?». Quando Netanyahu chiede, prima del tempo, l’accordo che I colloqui stessi dovrebbero produrre, secondo lui, chiede il consenso sulla creazione dello «stato nazione per gli ebrei», e dunque chiede che i palestinesi rinuncino in anticipo al diritto al ritorno per i rifugiati. E la cosa principale in questi colloqui, non dimenticatelo, è «senza precondizioni».
La controversia attorno alle costruzioni negli insediamenti distoglie l’attenzione dalla bomba che si nasconde dietro la richiesta di Netanyahu che I palestinesi riconoscano Israele come stato degli ebrei. Come lo stesso primo ministro ha detto, non è una questione semantica. È una questione essenziale che tocca il punto più sensibile della narrazione del conflitto. Come ha detto Dan Meridor, uno dei ministri più vicini a Netanyahu, in un’intervista ad Haaretz [23 ottobre 2009]: «Non sono così ottimista sul fatto che il governo palestinese abbia rinunciato al diritto al ritorno. Vorrebbe dire rinunciare alla ragion d’essere dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina, fondata nel 1964, tre anni prima della Guerra dei sei giorni. E Abu Mazen è stato uno dei fondatori». Meridor, incidentalmente, dice che uno stato che non è lo stato di tutti i suoi cittadini non è uno stato democratico.
Alcune persone, per esempio l’ex primo ministro Ehud Olmert, credono che la buona volontà, la sensibilità per le sofferenze dei rifugiati e l’assitenza internazionale, possano servire a superare l’ostacolo del diritto al ritorno. Durante una conferenza dell’Iniziativa di Ginevra, Olmert ha ricordato ai suoi ascoltatori che l’Olp ha accettato nel 2002 l’iniziativa di pace araba, che stabilisce che la soluzione al problema dei rifugiati deve essere basata non solo giusta [cioè basata sulla risoluzione 194 dell’Onu] ma anche concordata tra le parti. Tutto ciò porà essere raggiunto solo nell’ambito di un accordo complessivo che includa tutte le questioni essenziali, a partire innanzi tutto da un accordo per i luoghi santi di Gerusalemme.
La questione dei rifugiati non è una palla in una partita il cui scopo è spingere l’avversario [partner?] palestinese in un angolo e allontanare la pressione dell’amico [avversario?] americano. Questa sarebbe una partita che Israele non ha alcuna possibilità di vincere.
Che succederebbe se i palestinesi dichiarassero di riconoscere Israele come stato degli israeliani? Accettare o respingere? Che farebbe Netanyahu? Fermerebbe il blocco delle nuove costruzioni negli insediamenti, i negoziati per la soluzione dei due stati e avvierebbe il conto alla rovescia verso la fine dello stato ebraico?

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