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venerdì 3 settembre 2010

Incertezze e dubbi tra il governo israeliano e quello palestinese




Il test Annapolis

Incertezze e dubbi sul negoziato diretto tra il governo israeliano e quello palestinese iniziato oggi a Washington. L'analisi di Akiva Eldar, dal sito bitterlemons.org
Il vertice iniziato a Washington il 2 settembre ricorda quello di Annapolis, tenuto nel novembre del 2007. Anche allora, il presidente statunitense [era George W. Bush] invitò i leader della regione [con «lancieri» da tutto il mondo] alla cerimonia di apertura dei negoziati finali israelo-palestinesi. Anche allora, l’amministrazione statunitense trascinò all’incontro un presidente Mahmoud Abbas urlante e scalciante. Anche allora, si decise di «tentare di raggiungere un accordo nel giro di un anno» [per essere precisi, entro la fine del 2008]. Allora come oggi, tutti si impegnarono a rispettare gli accordi precedenti.
La fragile barca dei negoziati si incaglierà anche stavolta su un banco di sabbia, per rimanerci fino alla prossima cerimonia?
Il processo di Annapolis ha generato una significativa riduzione delle divergenze tra le leadership israeliana e palestinese. Nei canali ufficiosi, l’allora primo ministro Ehud Olmert offrì ad Abbas uno stato palestinese nel 93,5 per cento della Cisgiordania, più un ulteriore 5,8 per cento da raggiungersi con scambi di territori con Israele e un «passaggio sicuro» per collegare la Cisgiordania con la Striscia di Gaza. Olmert offrì anche di dividere la terra di nessuno di Latrun e di consegnare ai palestinesi i quartieri arabi di Gerusalemme est. Era anche pronto ad assorbire, eventualmente, in Israele, alcune migliaia di rifugiati palestinesi. A causa della guerra a Gaza e delle elezioni in Israele, i negoziati si sono bloccati alla fine del 2008, e non sono ripresi fino a oggi.
Il cambiamento del governo israeliano non ha in alcun modo cambiato la posizione palestinese riguardo alle questioni essenziali. Il documento che Abbas ha mandato al premier Benyamin Netanyahu attraverso i buoni uffici di George Mitchell ripete gli stessi proponimenti che furono presentati a Olmert. Dal punto di vista dei palestinesi, la vittoria della destra in Israele non obbliga ad aggiornare i propri principi per assecondare la volontà degli elettori israeliani. Abbas è molto più preoccupato di Hamas, che lo presenta come un «traditore» della causa palestinese, e dei suoi amici nella leadership di Fatah che vorrebbero vederlo fallire, più che delle minacce dell’estrema destra israeliana e delle pressioni che Netanyahu subisce dai falchi del Likud.
Di fatto, un governo israeliano di destra che ha difficoltà a congelare anche temporaneamente la costruzione degli insediamenti serve agli interessi palestinesi più di un governo moderato che appoggia la pace ma fa molto poco per cambiare la realtà sul terreno. Più il governo israeliano sembra estremista, maggiori sono i dividendi che il primo ministro palestinese Salam Fayyad riesce a ottenere dalla comunità internazionale in cambio dei suoi sforzi per stabilire credibili istituzioni di governo palestinesi ed efficienti servizi di sicurezza. La leadership palestinese è anche consapevole del fatto che con il passare del tempo c’è un crescente timore nell’opinione pubblica israeliana e perfino tra i coloni che il governo Netanyahu possa trasformare Israele in uno stato binazionale.
Di conseguenza, non è probabile che Abbas possa offrire a Netanyahu concessioni territoriali e di altro tipo che Olmert non abbia già ricevuto. Né sono cambiate, dai tempi di Annapolis, le posizioni di principio di Washington. Il presidente Obama ha abbracciato la road map presentata alle due parti sette anni fa dal suo predecessore e adottata dal Consiglio di sicurezza dell’Onu. Entrambe le amministrazioni hanno capito che un accordo sullo status finale sarà sostanzialmente una variazione sui parametri di Clinton, l’Iniziativa di Ginevra e i punti di contatto raggiunti tra Olmert e Abbas. Finora, pur dimostrando un attivo coinvolgimento per il processo di pace, l’amministrazione in carica non ha presentato alcun piano Obama per la pace in Medio oriente.
Abbas e Olmert hanno fatto grandi progressi, senza bisogno di dover affidarsi ai buoni uffici diplomatici degli Stati uniti. Se ci fosse stata la possibilità di continuare i colloqui, avrebbero raggiunto un accordo. Questa volta, tuttavia, è dubbio che le due parti possano progredire senza l’aiuto di terzi.
Gli Stati uniti hanno accettato la richiesta di Netanyahu di rinnovare i colloqui senza precondizioni. Netanyahu si rifiuta di riprendere i colloqui dal punto in cui i suoi predecessori li avevano lasciati, e per di più non è d’accordo sull’assumere come punto di riferimento la linea del 4 giugno 1967 come base per un confine permanente tra Israele e uno stato palestinese.
Questo significa ignorare punti di convergenza e anche accordi raggiunti nel passato e ricominicare i negoziati sulla base delle nuove posizioni e delle nuove mappe presentate da Israele. Fino ad oggi, nessuno sa quale mappa dello stato palestinese Netanyahu avesse in mente quando, più di un anno fa, nel suo discorso all’università di Bar Ilan ha parlato di due stati per due popoli. Alcuni dei suoi collaboratori sostengono che nemmeno il primo ministro stesso sa cosa realmente voglia.
Anche se il vertice di Washington non avesse più successo del precedente Annapolis, almeno l’opinione pubblica israeliana e il resto del mondo saprebbero finalmente dove vuole arrivare Netanyahu e come trattare con lui.


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