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sabato 2 ottobre 2010

Corruzione, la grande beffa meno di cento imputati per mazzette, contro i duemila di 15 anni fa.Tutti diventati onesti? Macchè..




Ufficialmente oggi in Italia ci sono meno di cento imputati per mazzette, contro i duemila di 15 anni fa. Tutti diventati onesti? Macchè, è l'effetto delle leggi che hanno cancellato i reati. Ed ecco i dati veri

Mario Chiesa

Febbraio 1992: Mario Chiesa, politico socialista di livello comunale, viene arrestato a Milano mentre intasca una tangente di 7 milioni di lire. In carcere confessa. Fa arrestare otto imprenditori da lui favoriti. Che vuotano il sacco. Comincia Mani Pulite. Febbraio 2010. Milko Pennisi, politico berlusconiano di livello comunale, finisce in manette sotto Palazzo Marino mentre incassa una mazzetta di 5 mila euro. In banca è pieno di liquido. I pm interrogano una decina di imprenditori da lui favoriti. Nessuno parla. E Pennisi patteggia ammettendo quell'unica bustarella.



Secondo flash. Il gruppo Eni, che fu travolto da Mani Pulite, è di nuovo sotto inchiesta per presunte maxi-tangenti versate in Nigeria per gas e petrolio. Negli Usa il colosso italiano patteggia, versando 365 milioni di dollari. In Italia rischia al massimo una multa da mezzo milione: manca solo il timbro finale della Cassazione.



La corruzione ha vinto. Nel 2008 in tutta Italia sono diventate esecutive solo 255 condanne per mazzette, come rivelano i dati ottenuti da "L'espresso": un bilancio da paese normale, quasi immune dal malaffare. Invece, diciotto anni dopo Tangentopoli, l'Italia continua a restare in coda a tutte le nazioni civili nelle classifiche sulla legalità: Transparency, l'organizzazione internazionale che misura la "corruzione percepita", ci colloca al 63esimo posto nel mondo, allo stesso livello dell'Arabia Saudita. Ci battono, e di molto, tutti gli Stati occidentali (scandinavi, europei e anglosassoni), ma anche paesi africani come il Botswana e paradisi offshore come Hong Kong o l'ormai celebre isola di Saint Lucia. Le inchieste di Mani Pulite sembravano aver abbattuto il sistema delle tangenti: tra il '92 e il '93 solo a Milano si aprivano in media cinque indagini al giorno per corruzione. Ora, però, una serie di dati raccolti per la prima volta da "L'Espresso" documentano che il periodo di massiccia emersione degli scandali, con imprenditori e politici in coda per confessare, è durato in realtà poco più di un anno. Già dal '94 le inchieste e le denunce si sono ridotte a meno di un quarto. Che Tangentopoli non fosse un'invenzione dei magistrati, lo provano i risultati (parziali) dei primi dieci anni di processi del pool milanese: 1.408 condannati per concussione, corruzione, finanziamento illecito dei partiti e falso in bilancio. Ma da allora in poi, come mostrano i dati finora inediti, il numero degli indagati e dei condannati si è sempre più assottigliato. Un calo continuo, che si è accentuato in tre anni chiave (1997, 2002, 2005), in coincidenza con le più criticate leggi che hanno cambiato il codice penale e le regole dei processi. Oggi nel nostro Paese la lotta all'illegalità è ai minimi storici: sempre meno denunce, sempre meno condanne. L'effetto finale è una gigantesca bolla d'impunità. Che gonfia i costi dell'Azienda Italia, complicando l'uscita dalla crisi. E preoccupa le autorità internazionali, al punto da farci rischiare sanzioni dall'Ocse. Mentre il problema più grave, secondo gli esperti, è che una corruzione così pervasiva e vincente favorisce anche l'assalto mafioso all'economia.



Condanne dimezzate L'ex pm Piercamillo Davigo e la professoressa Grazia Mannozzi, nel libro "La corruzione in Italia", avevano analizzato i reati commessi dal 1983 al 2002, scoprendo che solo il due per cento dei colpevoli ha scontato in carcere la condanna definitiva. Negli ultimi anni, come certificano i dati dell'Istat raccolti da "L'espresso", l'area della punibilità si è ancora più ristretta. Nel 2008 in Italia sono stati condannati con verdetto definitivo solo 77 accusati di concussione (tangenti estorte da politici o funzionari pubblici), contro i 158 del 2001. Negli stessi otto anni si sono dimezzati anche i condannati per corruzione, scesi da 354 a 178.



Nel periodo d'oro di Mani Pulite ('93-97) in Italia si contavano 1500-2000 condanne definitive all'anno. Ora a Milano gli uffici statistici della procura ne hanno contate appena 23 nel 2009 e solo 14 tra gennaio e settembre 2010. Politici e imprenditori sono diventati più onesti o è solo diventato più facile ottenere l'impunità? A suffragare l'ipotesi peggiore è il dato sull'"istigazione alla corruzione", che fotografa i rari casi in cui politici o burocrati rifiutano la bustarella offerta da un privato. Per questo reato-termometro, le condanne definitive restano costanti: 121 colpevoli nel 2001, altrettanti nel 2008

Salvati dalla leggeLe statistiche offrono altri indicatori cruciali. Le condanne definitive per tutti i reati di Tangentopoli sono calate drasticamente subito dopo tre riforme che furono ribattezzate "leggi-vergogna" da una parte dell'opposizione. Il primo crollo è l'effetto del cosiddetto "giusto processo", varato tra il '97 e il '99 da destra e sinistra (dopo che la Consulta l'aveva dichiarato incostituzionale), che ha tolto ogni valore alle confessioni non ripetute in aula. Tra centinaia di beneficiati, spicca l'imprenditore romano Francesco Gaetano Caltagirone: inquisito per corruzione nel maxi-progetto immobiliare Portello-Fieramilano, ha conquistato l'assoluzione piena quando l'ex tesoriere dc Gianstefano Frigerio, diventato parlamentare di Forza Italia, ha scelto di non accusarlo più, trasformando in carta straccia le sue precedenti ammissioni.



Le condanne esecutive per tangenti diventano ancora più rare dopo il maggio 2002, quando passa la legge berlusconiana sul falso in bilancio, e dopo il dicembre 2005, quando la "ex Cirielli" dimezza i termini di prescrizione (già prima favorevolissimi agli indagati italiani, come denunciavano l'Ocse e il Consiglio d'Europa). Poi, nel 2006, l'indulto bipartisan ha cancellato tre anni di carcere anche ai pochi condannati per le corruzioni più gravi, come l'ex ministro Cesare Previti: sei anni di reclusione rimasta soltanto teorica.



Fondi neriLe più importanti inchieste di Mani pulite nascevano dalla scoperta di colossali falsi in bilancio: la famosa maxi-tangente Enimont, in gran parte versata al pentapartito (ma con una mazzetta anche per la Lega di Bossi), fu svelata dalle indagini sui fondi neri dell'Eni e della Montedison di Gardini. Ora questa strada è chiusa. Nel 2001 l'Istat aveva registrato 419 condanne definitive per falso in bilancio. Nel 2008 sono scese a 69, di cui ben 57 sanzionate come semplici contravvenzioni.



All'apertura dell'anno giudiziario 2010, il vice-procuratore generale di Milano, Laura Bertolè Viale, ha bollato di "irragionevolezza" la nuova legge: "In tutto il distretto di corte d'appello sono pendenti solo cinque processi per falsi in bilancio. Sarebbe bello pensare a un'improvvisa esplosione di correttezza delle società, ma l'aumento esponenziale dei fallimenti mi fa scartare questa affascinante ipotesi. Di fatto è venuta meno la funzione del falso in bilancio come reato-ostacolo, idoneo a prevenire la corruzione e la bancarotta".



Mafia e politicaDopo Sicilia, Campania e Calabria, i capitali sporchi delle cosche stanno riversandosi al Nord. La maxi-inchiesta dei pm milanesi Boccassini, Dolci e Storari, che ha svelato la cupola della 'ndrangheta, ha fatto scoprire anche favoritismi politici e amministrativi alle imprese controllate dalla mafia. Le intercettazioni svelano che i boss, già infiltrati nell'Alta velocità ferroviaria, erano pronti a mettere le mani perfino sui lavori preparatori dell'Expo 2015: dalle strade all'edilizia. Ora le procure di Milano e Monza indagano su decine di appalti e subappalti truccati. Ai tempi di Mani pulite sarebbe scattata l'accusa-base di abuso d'ufficio, che però è stata di fatto abolita con la bicamerale del '97: da allora favorire un privato con soldi pubblici, di per sé, non è più reato. Quindi i pm antimafia sono costretti a dimostrare che politici e funzionari erano consapevoli di arricchire i boss oppure che hanno intascato tangenti. Le inchieste dunque continuano, ma anche qui sono caduti i reati-barriera. Che sia proprio questa impunità una delle cause del contagio mafioso? Grazia Mannozzi, docente di diritto penale, risponde mentre si prepara a un convegno in Finlandia, dove i politici sono preoccupatissimi di aver perso una sola posizione nella classifica di Transparency: "Mafia e corruzione, all'origine, sono industrie autonome. È però verosimile che, in presenza di una corruzione capillare e diffusa, la catena della pubblica amministrazione presenti anelli deboli tali da favorire l'ingresso della criminalità organizzata: come emerge pure in Lombardia. Inoltre, dove è più massiccia la sua presenza, la criminalità finisce col gestire anche il mercato della corruzione, degli appalti pubblici e del voto di scambio. Il metodo mafioso fa sì che lo scambio corruttivo diventi a tenuta stagna: il convergente interesse al silenzio di corrotto e corruttore è rafforzato dall'intimidazione e dall'omertà".

Libera criccaTrattati internazionali come la Convenzione Ocse firmata dall'Italia nel '97, imporrebbero al nostro Parlamento di prevedere nuove forme di corruzione. In molti Paesi, ad esempio, è reato la "retribuzione illecita" (o "traffico d'influenza"): politici e burocrati sono condannabili per il solo fatto di aver preso soldi o accettato regali da un privato. In Italia invece i giudici devono dimostrare anche quale atto specifico è stato comprato con le mazzette. Proprio con questa motivazione, l'ex giudice romano Renato Squillante è stato assolto dalla Cassazione, che pure ha considerato provato il fatto che incassava soldi dagli avvocati di Berlusconi su un conto estero. Nel caso dell'ex ministro Claudio Scajola, è certo che un costruttore della cosiddetta cricca ha versato 600 mila euro in nero per comprargli una casa a Roma, ma resta dubbio se questa in Italia sia corruzione. L'ex ministro-lampo Aldo Brancher, dopo due prescrizioni per Tangentopoli, è stato appena condannato perché nel 2004-2005 intascava denaro dal banchiere Gianpiero Fiorani. Corruzione? No: i magistrati hanno potuto accusarlo solo di "ricettazione". E per vincere il processo hanno dovuto dimostrare non solo che prendeva soldi mentre era parlamentare, ma soprattutto che era "consapevole di ricevere denaro sottratto alla banca". "Il Fatto quotidiano" ha proposto una legge per riempire questi e altri vuoti ratificando le convenzioni internazionali, ma il governo ha altre priorità: meno intercettazioni (con la legge bavaglio), più prescrizioni ("processo breve").



Corruzione internazionaleTangenti pagate da multinazionali a politici, burocrati o dittatori stranieri: è l'unico campo in cui l'Italia è all'avanguardia, collocandosi al terzo posto nel mondo per quantità di condanne (punite 18 società con 21 manager). Nicola Bonucci, direttore degli affari legali dell'Ocse, precisa però che questo positivo giudizio internazionale "riguarda l'azione della magistratura italiana, non la legislazione che continua a presentare numerosi aspetti di criticità". Ma anche quest'unico successo italiano ora è minato. Le imprese inquisite per corruzione internazionale, infatti, temono soprattutto le misure interdittive previste dalla legge 231: dal blocco dei contratti pubblici fino al commissariamento. L'avvocato dell'Eni, Angelo Giarda, ha scoperto però che la legge 231 si è "dimenticata" di applicare le misure interdittive proprio alla corruzione internazionale: "A Milano il gip e il tribunale del riesame ci hanno già dato ragione: ora attendiamo la conferma definitiva della Cassazione". Il caso riguarda le tangenti pagate dal gruppo Eni per aggiudicarsi contratti miliardari in Nigeria (e già ammesse negli Usa). L'Ocse sta seguendo con grande allarme l'udienza in Cassazione. E tra i pm di Milano gira una battuta amara: "Se salta anche la corruzione internazionale, ci mandano i caschi blu". Ma anche il guardasigilli Angelino Alfano sembra pronto a riformare la legge 231: uno scudo in Italia non si nega a nessuno, tantomeno alle società di capitali.

Salvati dalla leggeLe statistiche offrono altri indicatori cruciali. Le condanne definitive per tutti i reati di Tangentopoli sono calate drasticamente subito dopo tre riforme che furono ribattezzate "leggi-vergogna" da una parte dell'opposizione. Il primo crollo è l'effetto del cosiddetto "giusto processo", varato tra il '97 e il '99 da destra e sinistra (dopo che la Consulta l'aveva dichiarato incostituzionale), che ha tolto ogni valore alle confessioni non ripetute in aula. Tra centinaia di beneficiati, spicca l'imprenditore romano Francesco Gaetano Caltagirone: inquisito per corruzione nel maxi-progetto immobiliare Portello-Fieramilano, ha conquistato l'assoluzione piena quando l'ex tesoriere dc Gianstefano Frigerio, diventato parlamentare di Forza Italia, ha scelto di non accusarlo più, trasformando in carta straccia le sue precedenti ammissioni.Le condanne esecutive per tangenti diventano ancora più rare dopo il maggio 2002, quando passa la legge berlusconiana sul falso in bilancio, e dopo il dicembre 2005, quando la "ex Cirielli" dimezza i termini di prescrizione (già prima favorevolissimi agli indagati italiani, come denunciavano l'Ocse e il Consiglio d'Europa). Poi, nel 2006, l'indulto bipartisan ha cancellato tre anni di carcere anche ai pochi condannati per le corruzioni più gravi, come l'ex ministro Cesare Previti: sei anni di reclusione rimasta soltanto teorica.Fondi neriLe più importanti inchieste di Mani pulite nascevano dalla scoperta di colossali falsi in bilancio: la famosa maxi-tangente Enimont, in gran parte versata al pentapartito (ma con una mazzetta anche per la Lega di Bossi), fu svelata dalle indagini sui fondi neri dell'Eni e della Montedison di Gardini. Ora questa strada è chiusa. Nel 2001 l'Istat aveva registrato 419 condanne definitive per falso in bilancio. Nel 2008 sono scese a 69, di cui ben 57 sanzionate come semplici contravvenzioni.All'apertura dell'anno giudiziario 2010, il vice-procuratore generale di Milano, Laura Bertolè Viale, ha bollato di "irragionevolezza" la nuova legge: "In tutto il distretto di corte d'appello sono pendenti solo cinque processi per falsi in bilancio. Sarebbe bello pensare a un'improvvisa esplosione di correttezza delle società, ma l'aumento esponenziale dei fallimenti mi fa scartare questa affascinante ipotesi. Di fatto è venuta meno la funzione del falso in bilancio come reato-ostacolo, idoneo a prevenire la corruzione e la bancarotta".Mafia e politicaDopo Sicilia, Campania e Calabria, i capitali sporchi delle cosche stanno riversandosi al Nord. La maxi-inchiesta dei pm milanesi Boccassini, Dolci e Storari, che ha svelato la cupola della 'ndrangheta, ha fatto scoprire anche favoritismi politici e amministrativi alle imprese controllate dalla mafia. Le intercettazioni svelano che i boss, già infiltrati nell'Alta velocità ferroviaria, erano pronti a mettere le mani perfino sui lavori preparatori dell'Expo 2015: dalle strade all'edilizia. Ora le procure di Milano e Monza indagano su decine di appalti e subappalti truccati. Ai tempi di Mani pulite sarebbe scattata l'accusa-base di abuso d'ufficio, che però è stata di fatto abolita con la bicamerale del '97: da allora favorire un privato con soldi pubblici, di per sé, non è più reato. Quindi i pm antimafia sono costretti a dimostrare che politici e funzionari erano consapevoli di arricchire i boss oppure che hanno intascato tangenti. Le inchieste dunque continuano, ma anche qui sono caduti i reati-barriera. Che sia proprio questa impunità una delle cause del contagio mafioso? Grazia Mannozzi, docente di diritto penale, risponde mentre si prepara a un convegno in Finlandia, dove i politici sono preoccupatissimi di aver perso una sola posizione nella classifica di Transparency: "Mafia e corruzione, all'origine, sono industrie autonome. È però verosimile che, in presenza di una corruzione capillare e diffusa, la catena della pubblica amministrazione presenti anelli deboli tali da favorire l'ingresso della criminalità organizzata: come emerge pure in Lombardia. Inoltre, dove è più massiccia la sua presenza, la criminalità finisce col gestire anche il mercato della corruzione, degli appalti pubblici e del voto di scambio. Il metodo mafioso fa sì che lo scambio corruttivo diventi a tenuta stagna: il convergente interesse al silenzio di corrotto e corruttore è rafforzato dall'intimidazione e dall'omertà".

Libera criccaTrattati internazionali come la Convenzione Ocse firmata dall'Italia nel '97, imporrebbero al nostro Parlamento di prevedere nuove forme di corruzione. In molti Paesi, ad esempio, è reato la "retribuzione illecita" (o "traffico d'influenza"): politici e burocrati sono condannabili per il solo fatto di aver preso soldi o accettato regali da un privato. In Italia invece i giudici devono dimostrare anche quale atto specifico è stato comprato con le mazzette. Proprio con questa motivazione, l'ex giudice romano Renato Squillante è stato assolto dalla Cassazione, che pure ha considerato provato il fatto che incassava soldi dagli avvocati di Berlusconi su un conto estero. Nel caso dell'ex ministro Claudio Scajola, è certo che un costruttore della cosiddetta cricca ha versato 600 mila euro in nero per comprargli una casa a Roma, ma resta dubbio se questa in Italia sia corruzione. L'ex ministro-lampo Aldo Brancher, dopo due prescrizioni per Tangentopoli, è stato appena condannato perché nel 2004-2005 intascava denaro dal banchiere Gianpiero Fiorani. Corruzione? No: i magistrati hanno potuto accusarlo solo di "ricettazione". E per vincere il processo hanno dovuto dimostrare non solo che prendeva soldi mentre era parlamentare, ma soprattutto che era "consapevole di ricevere denaro sottratto alla banca". "Il Fatto quotidiano" ha proposto una legge per riempire questi e altri vuoti ratificando le convenzioni internazionali, ma il governo ha altre priorità: meno intercettazioni (con la legge bavaglio), più prescrizioni ("processo breve").Corruzione internazionaleTangenti pagate da multinazionali a politici, burocrati o dittatori stranieri: è l'unico campo in cui l'Italia è all'avanguardia, collocandosi al terzo posto nel mondo per quantità di condanne (punite 18 società con 21 manager). Nicola Bonucci, direttore degli affari legali dell'Ocse, precisa però che questo positivo giudizio internazionale "riguarda l'azione della magistratura italiana, non la legislazione che continua a presentare numerosi aspetti di criticità". Ma anche quest'unico successo italiano ora è minato. Le imprese inquisite per corruzione internazionale, infatti, temono soprattutto le misure interdittive previste dalla legge 231: dal blocco dei contratti pubblici fino al commissariamento. L'avvocato dell'Eni, Angelo Giarda, ha scoperto però che la legge 231 si è "dimenticata" di applicare le misure interdittive proprio alla corruzione internazionale: "A Milano il gip e il tribunale del riesame ci hanno già dato ragione: ora attendiamo la conferma definitiva della Cassazione". Il caso riguarda le tangenti pagate dal gruppo Eni per aggiudicarsi contratti miliardari in Nigeria (e già ammesse negli Usa). L'Ocse sta seguendo con grande allarme l'udienza in Cassazione. E tra i pm di Milano gira una battuta amara: "Se salta anche la corruzione internazionale, ci mandano i caschi blu". Ma anche il guardasigilli Angelino Alfano sembra pronto a riformare la legge 231: uno scudo in Italia non si nega a nessuno, tantomeno alle società di capitali.


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