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lunedì 27 dicembre 2010

I peggiori "misfatti politici" vengono perpetrati, chiaramente, a ridosso del Ferragosto, del Natale, del Capodanno o della Pasqua, quando la distrazione è massima


Mentre tutti erano impegnati a spiegare i perchè e i per come della Riforma Gelmini, veniva approvato - nel silenzio di vari organi di stampa - il decreto “milleproroghe”. Naturalmente, a ridosso del Natale. I peggiori "misfatti politici" vengono perpetrati, chiaramente, a ridosso del Ferragosto, del Natale, del Capodanno o della Pasqua, quando la distrazione è massima e si può "uccidere" senza essere visti. 


  tremonti-milleproroghe_2011
Il decreto “milleproroghe” è stato approvato. Nel silenzio di vari organi di stampa, il Parlamento, come accade dal 2005, ha dato il suo ok al “calderone” del milleproroghe prima di Natale. Già: come accade solamente dal 2005. Oggi si parla di questo decreto come se fosse normale e scontata la sua approvazione.
Oggi si parla di questo decreto come se fosse normale e scontata la sua approvazione. Ma così non è: venne istituito per la prima volta proprio cinque anni fa (Governo Berlusconi II) per far fronte alle questioni più urgenti con decreti da approvare di fretta e furia entro la fine dell’anno. Col rischio – com’è accaduto – che pochi ne parlino. Da allora, in perfetta logica bipartisan, si è stati soliti ripetere ogni fine anno la procedura. Una procedura che rivela – ancora una volta – il ruolo marginale del Parlamento: il decreto, infatti, è Governativo e dunque non si chiede affatto l’intervento istituzionale e legislativo di Camera e Senato su questioni che, come vedremo, sono centrali e che, dunque, sarebbe stato più logico affrontare durante l’anno con l’iter classico parlamentare.
Ma, detto questo,  spiegata l‘anormalità politica italiana che spesso passa sottobanco, andiamo a vedere cosa ha deciso il Governo prima di festeggiare il Natale.
Iniziamo dai tagli all’editoria. Nel decreto, infatti, compare un poderoso taglio ai finanziamenti per la stampa: da 100 milioni il contributo sarà ridotto a 50 milioni. Un provvedimento, questo, che lascia attoniti: i 100 milioni iniziali, infatti, erano stati previsti dalle legge di stabilità (per intenderci, la Finanziaria) “per interventi a sostegno dell’editoria”, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale solo il 20 dicembre. Passano due giorni ed ecco la sorpresa: altro che gli annunciati 100 milioni. Tutto ridotto a 50. Col rischio che piccoli giornali locali, stazioni radio, emittenti televisive regionali dovranno essere soppressi. Si continua, dunque, in linea con quanto fatto (e tagliato) sinora: le emittenti radiotelevisive locali si sono visti ridurre, infatti, di 45 milioni i fondi per il 2011, sempre previsti dalla legge di stabilità. Ed ora altro poderoso taglio di 50 milioni.
Ma anche la cultura non inizierà l’anno nel migliore dei modi. Dopo aver procrastinato il voto di fiducia su Sandro Bondi previsto per il 22 dicembre per fare posto al ddl Gelmini (anche qui il dubbio è forte: vuoi vedere che è stato tutto architettato perché, cambiando all’ultimo la data dell’approvazione della Riforma, i ragazzi non hanno potuto manifestare essendo molti già tornati a casa dalle università?), nel calderone milleproroghe due piccoli provvedimenti che lasciano intendere quanto questo Governo tenga alla cultura. Iniziamo da Pompei: l’intervento per la ristrutturazione dell’area in seguito al crollo della “schola armaturarum” di Pompei - crollo che ha palesato l’assoluta noncuranza e indifferenza del Ministro nell’affrontare il suo ruolo istituzionale – annunciato a gran voce dal Consiglio dei Ministri, è stato rimandato a data da destinarsi. È in pratica saltata la misura che prevedeva interventi di sostegno per il sito archeologico: nuova manutenzione straordinaria, aumento del personale e dei poteri della Soprintendenza, oltre all'accesso semplificato agli sponsor.
E Bondi? In una nota il Ministero dei Beni culturali ha fatto sapere che “in sede di approvazione del Consiglio dei ministri si è ritenuto” che il pacchetto di norme per Pompei avesse “contenuti troppo ordinamentali”. Speriamo che qualcuno, prima o poi, ci chiarisca questo concetto. E non finisce nemmeno qui. La cultura, infatti, non solo è vittima di negligenza, ma anche di tagli vistosi: nel decreto milleproroghe, infatti, si parla di un euro aggiuntivo per ogni biglietto di teatro, cinema, concerto che sia. Euro che finirà, chiaramente, nelle casse del Governo. A onor del vero, c’è da dire che il Ministero per i Beni e le Attività Culturali ha smentito questa tassa imposta dal decreto, ma c’è poco, ben poco da fidarsi di un esecutivo che tratta e ritratta in continuazione.
Ed ancora, il terremoto a L’Aquila.  Dopo un anno intero di controversie, scontri, promesse non mantenute, con il decreto milleproroghe si svela la verità: dall’anno prossimo i terremotati saranno costretti a restituire gli arretrati. Il sindaco Cialente è riuscito a ottenere una proroga di sei mesi, ma in realtà nulla cambia: gli aquilani dovranno versare tutti gli arretrati. Il 100%. A differenza di quanto, ad esempio, venne fatto per il terremoto del ’96 in Umbria (Governo Prodi): restituzione solo del 40% dopo 12 anni. Alla faccia di quanti hanno creduto nel “miracolo” dell’intervento di Berlusconi, Bertolaso & co. Senza dimenticare che il Progetto C.A.S.E. si sta dimostrando assolutamente inefficiente (molti si lamentano per il precario servizio di riscaldamento) e che entro il 31 dicembre coloro che sono ancora ospitati negli alberghi della costa dovranno abbandonare le loro sistemazioni provvisorie, nell’incertezza più totale dato che nessuna nuova abitazione è stata prospettata.
Nella trafila di provvedimenti anche un decreto, voluto dal Ministro Maroni, riguardo il wi-fi. Già da tempo, in realtà, il Ministro Maroni parla di misure che allevierebbero le restrizioni contenute nell’articolo 7 del decreto Pisanu il quale prevede l’identificazione di tutti coloro che accedono a Internet da postazioni pubbliche (internet cafè, bar, internet point). Senza queste restrizioni, l’Italia potrebbe mettersi sulla stessa linea degli altri Paesi democratici, nei quali (anche ad esempio negli USA dove è sempre altissima l’attenzione per attentati terroristici) così funziona: tutti possono accedere liberamente  ad internet, senza doversi registrare, compilare fogli, mostrare un documento d’identità. In realtà, non è certo che questo accada: lo stesso Maroni, tempo fa, parlò della necessità di “contemperare le esigenze della libera navigazione con quelle della sicurezza”.
Cosa vuol dire questo? Che in pratica non si farà mai a meno di una politica di controllo, di supervisione, di illiberalità. Si parla, infatti, di un possibile controllo più “soft”, come, ad esempio, un servizio tramite sms: agli utenti arriverebbe un sms con il codice per accedere a internet. Ma anche in questo caso, sebbene la presunta “leggerezza” del sistema, l’illiberalità e i vincoli rimarrebbero. Come giustamente osservava Alessandro Gilioli tempo fa,il sistema di identificazione via sms rischia di escludere proprio gli stranieri: infatti, non essendo i loro numeri direttamente riconducibile a un’identità, non possono ricevere la password per navigare”. Insomma, se così sarà, se ancora si vorrà anteporre la “sicurezza” (o meglio, il controllo) alla libera navigazione, continuerà a non cambiare nulla.
Ma il decreto contiene anche misure che sembrerebbero positive, come ad esempio il reintegro del 5 per mille. “Si tratta di 300 milioni di euro – ha detto il ministro – che sommati ai 100 milioni già stanziati nella legge di stabilità, raggiungeranno complessivamente la somma di 400 milioni di euro per il 2011”. Misura accolta positivamente da tutti gli enti di ricerca e no-profit, anche se rimangono dubbi su come il Governo riuscirà a recuperare i soldi, dato che nella legge di stabilità i finanziamenti erano stati ridotti a 100 milioni. In più bisogna ricordare che il grido di vittoria non dev’essere davvero tale: finora l’erogazione dei fondi agli enti accreditati è ferma al 2008.  In pratica mancano in toto le somme del 2009 e del 2010.
E per concludere, ultima chicca: tagli all’editoria, alla cultura, tasse richieste ai terremotati, ma nessun taglio per le spese militari. Il decreto milleproroghe, infatti, prevede anche un rifinanziamento di circa 750 milioni di euro per le missioni internazionali di pace nelle quali la nostra nazione è impegnata. Bella cifra per un Paese – il nostro – che spende per la sola Afghanistan 65 milioni di euro al mese.

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