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lunedì 31 gennaio 2011

Dalla parte dell'Egitto‏


Dalla parte dell'Egitto‏




Manifestanti egiziani coraggiosi decideranno nelle prossime ore se in Egitto e nella regione circostante a prevalere sarà la tirannia o la democrazia. Hanno fatto appello alla solidarietà internazionale: mandiamo loro una risposta enorme e chiediamo ai nostri governi di fare lo stesso schierandosi dalla loro parte:

Milioni di egiziani coraggiosi si trovano di fronte a una scelta che segnerà il loro destino. In migliaia sono stati arrestati, feriti o uccisi nei giorni scorsi. Ma se continueranno le loro proteste pacifiche, potrebbero porre fine a decenni di tirannia.

I manifestanti hanno chiesto la solidarietà internazionale, ma la dittatura è consapevole della potenza dell'unione in momenti come questi, e infatti hanno cercato disperatamente di tagliare le comunicazioni degli egiziani con il resto del mondo e fra di loro spegnendo internet e i cellulari.

Le comunicazioni via satellite e via radio possono però ancora sfondare il blackout imposto dal regime: inondiamo quelle frequenze con un grido enorme di solidarietà per dimostrare agli egiziani che noi siamo dalla loro parte, e che chiederemo ai nostri governi di fare altrettanto. E' un momento decisivo, e ogni ora è cruciale: clicca sotto per firmare il messaggio di solidarietà, e inoltra questa e-mail a tutti:

https://secure.avaaz.org/it/democracy_for_egypt/?vl

Il potere dei cittadini si sta diffondendo in tutto il Medio Oriente. Nel giro di pochi giorni i manifestanti pacifici in Tunisia hanno abbattuto una dittatura che durava da 30 anni. Ora le proteste si sono propagate in Egitto, Yemen, Giordania e oltre. Questo potrebbe essere l'abbattimento del muro di Berlino del mondo arabo. Se la tirannia cadrà in Egitto, un'ondata di democrazia potrebbe inondare l'intera regione.

Il dittatore egiziano Hosni Mubarak ha provato ad annientare le manifestazioni. Ma con un coraggio e una determinazione incredibili, i manifestanti non si sono fermati.

Ci sono momenti in cui la storia è scritta non dai potenti, ma dalla gente. E questo è uno di quelli. Le azioni di egiziani comuni nelle ore a venire avranno conseguenze enormi in tutto il paese, nella regione e nel mondo. Salutiamoli con la promessa di stare dalla loro parte in questa battaglia:

https://secure.avaaz.org/it/democracy_for_egypt/?vl

La famiglia di Mubarak ha lasciato il paese, ma la scorsa notte ha ordinato ai militari di occupare le strade. Ha minacciosamente promesso tolleranza zero per quello che lui chiama "caos". In ogni caso, la storia sarà scritta nei prossimi giorni. Approfittiamo di questo momento per dimostrare a tutti i dittatori del mondo che non potranno durare a lungo contro il coraggio dei popoli uniti.

Con speranza e ammirazione per gli egiziani,
Ricken, Rewan, Ben, Graziela, Alice, Kien e il resto del team di Avaaz

PIU' INFORMAZIONI:

Egitto: manifestanti, sciopero generale e domani un milione in corteo
http://www.asca.it/news-EGITTO__MANIFESTANTI__SCIOPERO_GENERALE_E_DOMANI_UN_MILIONE_IN_CORTEO-985812-ORA-.html

Internet, cellulari e tlc in black out. Così il governo egiziano spegne la democrazia in rete
http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-01-28/internet-cellulari-black-cosi-185147.shtml?uuid=Aaqj7l3C

L'occasione che perderemo
http://www.repubblica.it/esteri/2011/01/31/news/occasione_egitto-11862368/

A Londra la famiglia Mubarak
http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-de390bc8-a6ce-4fe7-b29a-2530c39d284b-tg1.html

Amnesty International: l'Egitto cessi di reprimere le proteste
http://www.amnesty.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/4420

Aggiornamenti continui pubblicati dai manifestanti egiziani qui (in inglese):
http://www.elshaheeed.co.uk

Campagna per la libertà digitale di ACCESS in Egitto (in inglese)
https://www.accessnow.org/page/s/help-egypt  


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giovedì 27 gennaio 2011

- LAVORO -: - LAVORO -: Maurizio Landini , Tutti in piazza il ...

Quando ero un bambino mi raccontavano che in un futuro nemmeno troppo lontano, sarebbero state le macchine a liberarci dalla fatica materiale: niente più catene di montaggio o lavori ripetitivi, ma infallibili robot dediti a costruire ed ad assemblare tutto ciò che ci era necessario e anche ciò che ci attraeva per la sua futilità. Agli uomini era destinata una vita più creativa e più libera. Non so se fosse una convinzione, una speranza o un'indiretta critica a chi predicava rivoluzioni. Quando ero giovane mi dissero che non si poteva ancora fare, che la fatica e il sudore sarebbero rimasti ancora per un bel po', ma che la classe operaia andava in paradiso o quantomeno in 500.
Quando ero maturo mi dissero che le masse umane dell'Asia, del Sudamerica o dell'Africa erano meno costose dei robot e molto più avanzate, anche quando si trattava di bambini. E quindi  i meravigliosi robot di cui esistevano solo delle versioni arcaiche, potevano attendere, non fosse altro che per ragioni economiche. Era la tecnologia socio-biologica, quella che aveva sconfitto il comunismo.
Adesso che sono vecchio e consunto, che il lavoro non c'è, che debbo tirare la carretta per sopravvivere e per molto meno di prima, con meno tutele e meno diritti, ho finalmente scoperto la verità. Il robot di cui mi parlavano tanti anni fa, non era un'illusione. Ero io.



Maurizio Landini , Tutti in piazza il 28 gennaio

- LAVORO -: - LAVORO -: Maurizio Landini , Tutti in piazza il ...: "Per questo, il 28 di gennaio è importante che allo sciopero generale dei metalmeccanici partecipino anche tutte le persone che rite..."

Stampa subito 30 foto gratis!.

mercoledì 26 gennaio 2011

Giornata della memoria, gli appuntamenti da non perdere


Giornata della memoria,

gli appuntamenti da non perdere

 

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Son morto.. con altri ‘cento’, son morto ch’ero bambino: passato per il camino e adesso sono nel vento…”. Inizia così la canzone di Francesco Guccini dedicata ai bambini morti nelle camere a gas di Auschwitz. Era il 27 gennaio 1945, quando nel corso dell’offensiva finale, le truppe sovietiche avanzando verso Berlino giunsero in Polonia e precisamente a Oświęcim (nota come Auschwitz). Una volta aperti i cancelli del lager nazista, di fronte ai loro occhi si materializzò l’ideologia ariana. Cumoli di cadaveri scheletrici e poche “mummie” viventi. Son passati molti anni dalla fine della guerra ma nella memoria di tutti il ricordo dell’olocausto è indelebile. La legge n.211 del 20 luglio 2000 decreta: “La Repubblica Italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, “Giorno della Memoria”, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, e a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati”.
Così ogni 27 gennaio in tutta la nazione si organizzano celebrazioni in onore delle vittime del nazionalsocialismo e del fascismo. Quest’anno sono in corso diversi eventi e manifestazioni degne di nota. Qualcuna c’è già stata: venerdì a Torino è stato presentato Le Ragioni di un silenzio di Giovanni Battista Novello Paglianti e Gianni Zardini, un saggio che parla della persecuzione degli omosessuali durante il fascismo e nazismo; sabato a Roma, presso il Museo storico della Liberazione si è inaugurata la mostra storico-documentaria, artistica e fotografica Italiani di Cefalonia.
Ma consigliamo altri appuntamenti imperdibili che si svolgeranno in questi giorni lungo tutta la penisola. Il comune di San Miniato (Pi) il 27 gennaio conferirà un’onorificenza a Cavaliere al Merito della Repubblica Italiana a due ex deportati in lager tedeschi. Sempre giovedì, a Milano, alle ore 21, presso la Casa della Cultura (via Borgogna 3), si terrà il dibattito Negazione e Negazionismo. A Venezia, fino al 31 di gennaio si possono visitare due interessanti mostre presso il museo ebraico: XX il Secolo dei genocidi e L’albero di Anne. Se qualcuno volesse saperne di più, di queste e tante altre iniziative, si può consultare il sito internet lager.it.
Una menzione speciale, fra i tanti che si sono prodigati a favore degli Ebrei e di tutte quelle “categorie” di persone poco gradite a Hitler, la vogliamo fare per l’ultimo questore di Fiume, Giovanni Palatucci (1909-1945), “Servo di Dio” per la Chiese cattolica nonché “Giusto fra le Nazioni”. Palatucci fece scomparire gli archivi contenenti informazioni sugli ebrei fiumani, salvando più persone possibili. Le spie tedesche però diedero informazioni sulla sua attività. Fu deportato al campo di concentramento di Dachau, dove morì il 10 febbraio 1945 a pochi giorni dalla liberazione. Sarebbero state sicuramente di più le vittime del nazismo senza queste persone che hanno donato la propria vita agli altri. Per finire riteniamo opportuno ricordare anche la giornalista e scrittrice Tullia Zevi, da tutti considerata la voce dell’ebraismo italiano, che si è spenta nei giorni scorsi.
Massimo Maravalli


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martedì 25 gennaio 2011

LINKS: Il nostro sangue per la FIOM




" Allo sciopero generale indetto da COBAS/Fiom il 28 gennaio " - ABBINIAMO uno sciopero generale dei consumatori : dal 28 gennaio per una settimana o ad oltranza si acquistano solo beni di prima necessità. Limitando al massimo anche quelli ovvero limitando ogni spreco!(In Italia nel corso del 2008, il 10% della spesa di generi alimentari, pari ad un valore di 561 Euro a famiglia è stato buttato nei cassonetti della spazzatura (R...icerca A.D.O.C.)
più duraturo sarà lo sciopero più possibilità di vedere calare i prezzi si avranno.
Nei beni di prima necessità dovrete escludere: bibite, vino, birra, snack, frutta esotica
Soptatutto...
...Credo che il boicottaggio più duro lo dobbiamo fare nei supermercati, negli ipermercati, nei centri commerciali, le vie commercialie i ristoranti Eviterei di boicottare i piccoli esercizi di poveri diavoli che sbarcano il lunario come noi.

Sto sognando Centri commerciali deserti per una settimana ed anche oltre. Non dal vivo ma nei TG!

UNITI SI PUO' VINCERE!

Il consumatore è continuamente strozzato dai prezzi che aumentano, e che non sono dettati dal meccanismo della domanda e dell'offerta.

Prima di Keynes le teorie classiche erano basate sulla legge della domanda e dell'offerta, la quale stabiliva che la produzione fosse determinata dalla domanda.
Con Keynes invece si stabilisce che si può stimolare il consumo, anche con metodi fittizi come la costruzione di opere pubbliche inutili, allo scopo di fornire qualcuno di reddito perché possa spenderlo e riavviare la circolazione del denaro.

Questo capovolge la situazione, si passa da un sistema in cui la domanda (o il consumo) guida gli sviluppi dell'economia, ad un sistema in cui si pilota il consumo allo scopo di spremere il più possibile dalle fasce medio basse. Si passa quindi al consumismo, e si fornisce alle classi economiche più basse solo quel tanto che serve a tenere viva l'economia, manipolando gli acquisti in modo da favorire i grossi investitori.

Si passa da acquirente a consumatore, con la conseguenza di diventare un oggetto invece che un soggetto dell'economia.

Ora dobbiamo tornare ad essere soggetti economici ed influenzare NOI il mercato in base alla NOSTRA domanda, la quale deve essere fondata sulle esigenze reali e non dai bisogni indotti dal mercato.

Se non vogliamo comprare automobili Fiat è inutile che continuino ad abbassare i prezzi sulle spalle dei lavoratori, ma dovranno impegnarsi a costruire un prodotto interessante per noi ACQUIRENTI (come automobili ad idrogeno o elettriche)

Perché insistere sulla produzione di auto obsolete, quando ce necessità di modelli ecologicamente compatibili, meno costosi , con meno fronzoli e più sicuri?



LINKS: Il nostro sangue per la FIOM: "Ora venerdì 28 gennaio · 9.30 - 12.30 Luogo Italia Creato da Gruppo Libera.Tv, Jacopo Venier, Iacopo Venier Bis, Liberatv Redazione ..."
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domenica 23 gennaio 2011

Il Fatto incassa 10 milioni di euro di utili e li distribuisce ai dipendenti



NON SONO PAZZI SON PERSONE CHE SANNO DARE IL GIUSTO VALORE ALLE PERSONE CHE LAVORANO.



Il Fatto quotidiano, il giornale diretto di Padellaro, Travaglio e Gomez (a cui va aggiunta una bella e agguerrita squadra di giornalisti), nel 2010 ha macinato numeri e lettori, riuscendo a portarsi a casa un utile di ben 10 milioni di euro. Solo che, pensate che idiozia, invece di regalare una Maserati a Travaglio e una Bentley a Gomez, questi pazzi hanno deciso di suddividere il malloppo tra tutti i dipendenti del giornale, regalando 8 mila euro a testa a tutti quanti.
Questi giustizialisti comunisti si sono inventati la suddivisione degli utili: ha proprio ragione Silvio a dire che sono dei criminali, pensate che disastro se anche i dipendenti delle altre aziende pretendessero un simile beneficio, come verrebbe acquistato il nuovo yacht dell’amministratore delegato??
Il Fatto quotidiano si conferma quindi una creatura anomala e bizzarra nel panorama informativo italiano e non soddisfatto degli obiettivi già raggiunti si prepara a rilanciare. Tra un mese uscirà un nuovo inserto dedicato alla cultura, altra dimostrazione di follia sinistreggiante, mentre il sito internet necessita di continui interventi a causa dell’elevato numero di visitatori: più di 330.000 utenti unici al giorno, con punte che hanno superato i 360mila.
La redazione del Fatto trabocca di faziosi e giustizialisti. E va bene anche così…
10 milioni di euro di utili il fatto

NON SONO PAZZI SON PERSONE CHE SANNO DARE IL GIUSTO VALORE ALLE PERSONE CHE LAVORANO.
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Salvatore Cuffaro e' entrato nel carcere di Rebibbia


 E’ finita.

Salvatore Cuffaro e' entrato alle 16,35 nel carcere romano di Rebibbia. L'ex governatore della Sicilia deve scontare una pena di 7 anni dopo che la Cassazione ha confermato la condanna per favoreggiamento aggravato a Cosa nostra e violazione del segreto istruttorio. In mattinata la Seconda Sezione Penale della Cassazione, presieduta da Antonio Esposito, ha confermato la condanna a sette anni di reclusione inflitta in secondo grado all'ex presidente della Regione Sicilia. La sentenza per lui diventa quindi definitiva. Il senatore si e' costituito. Dieci anni. Tanti ne sono passati da quando il ciclone cuffariano si è abbattuto sulle nostre vite. Un ciclone che portava con sé il puzzo del compromesso morale, della cancellazione delle coscienze e dell’annullamento della diversità. Un mondo nel quale o ti vendevi o eri escluso, emarginato, “vinto”. Dieci anni sono passati da quel “no” secco gridato in faccia al potente nella sua Raffadali (Ag). A quel rifiuto di essere uguali agli altri, a quella rabbia sorda che ti permette le più grandi follie e a quell’arroganza di ventenni che non ti fa guardare al futuro. Otto anni sono invece trascorsi da quel giorno di febbraio in cui questa rabbia e passione s’incanalarono nell’unico mezzo che poteva mandare in tilt la macchina mastodontica del potente: AdESt, un giornale, la libera informazione. Otto anni a scrivere, denunciare, a tenere alta una bandiera per troppo tempo lasciata a sventolare in solitudine. Con la stampa “ufficiale” a elemosinare prebende o a mascherarsi dietro un “garantismo” figlio di contiguità che è vigliaccheria. Otto anni di un infinito oggi, tra scherni, delusioni e servi schiocchi che per farsi belli agli occhi del padrone minacciano, offendono, attaccano chi ti è caro, torturano psicologicamente. Otto anni in cui siamo cresciuti troppo in fretta. Otto anni che si sentono tutti e che a furia di sconfitte hanno scavato un numero illimitato di ferite equamente distribuite tra corpo e anima. Otto anni, un numero infinito di giorni, ore e minuti aggrappati ad una speranza, vivi grazie alla passione di chi ti è accanto, alla certezza che la gente con cui hai lavorato non mollerà mai, neanche un centimetro. Mai. Otto anni e quella frase “vincerete ragazzi, vincerete” che ti da forza perché pronunciata da chi aveva sconfitto un buio più grande: quello del fascismo. Otto anni in cui una generazione di uomini e donne ha saldato con la storia il debito che i loro genitori, costruendo l’avvento del cuffarismo per opulenza o per noia,gli avevano lasciato.Otto anni a edificare futuro, a coinvolgere ragazzi, a rendere ogni angolo un terreno di scontro col potente. La certezza che quelle sconfitte momentanee si sarebbero tramutate in vittorie. Abbiamo vinto ed è finita. Per noi oggi è il 25 aprile. La nostra Liberazione. Abbiamo lottato e sofferto per ottenerla e per questo non infieriremo sul nemico. Lo lasceremo fare agli “avvoltoi”, a quelli che arrivano a cose fatte, quando tutto è finito. Noi Cuffaro l’abbiamo affrontato quando era potente, quando ci voleva coraggio, ora è scattata l’ora dei vigliacchi e non ci appartiene. Non festeggeremo. Perché non c’è niente da festeggiare. Con la sentenza di oggi si ratifica che per otto anni la Regione siciliana è stata un’emanazione di “cosa nostra” e noi, uomini e donne che amiamo ogni angolo della nostra terra, non pensiamo sia una notizia che può farci felici. Lasceremo festeggiare chi fino ad ieri leccava il culo al clan Cuffaro per avere le briciole e che ora per rifarsi una verginità sputerà su Totò cercando di iscriversi al partito degli anticuffariani. Ci fate pietà e molto più schifo di un nemico che abbiamo sconfitto e a cui ora cediamo l’onore delle armi. Dieci anni dopo siamo liberi. Liberi di tornare al nostro lavoro, alla nostra terra, alle nostre donne, alle nostre passioni. Siamo stati “partigiani” per troppo tempo, ora torniamo ad essere cittadini di una terra martoriata ma da oggi più libera, e si ha come l’impressione di poter finalmente respirare la bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell'indifferenza, della contiguità e quindi della complicità. AdEst per come l’abbiamo conosciuta finisce qui. Domani ci sarà da ricostruire, con nuove idee, nuove forze, nuovo entusiasmo. Ma domani. Oggi è il 25 aprile si chiude una fase della nostra vita, come sarà la prossima non ne abbiamo idea ma, credetemi, è un’emozione bellissima.
Redazione Punto Rosso a cura di Gaetano Alessi per AdEst


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giovedì 20 gennaio 2011

Parte la campagna elettorale di CettoLaQualunque


È come se i Sopranos salvassero l'amministrazione Obama. A sostenere il Pd sull'orlo del baratro non saranno Vendola, o Veltroni, o Chiamparino, o Homer Simpson (per quanto...), ma un politico con la nduja nel sangue, lo sprezzo dello Stato e un bassissimo senso della legalità. Si fa chiamare “il lupo della Sila”, anche se né i lupi né la Sila paiono entusiasti. Ma il suo vero nome è Cetto La Qualunque del partito del “Pilu delle Libertà”; laddove pilu è dichiarazione programmatica (“Chiù pilu pe' tutti”, lo slogan elettorale) e accezione ginecologica.

«Se il film di Cetto La Qualunque esce nelle sale cinematografiche durante la campagna elettorale delle prossime amministrative, stravinciamo...»; è bastata codesta indiscrezione, scivolata nel quotidiano Italia Oggi dalla cerchia dei bersaniani estenuati, a materializzare l'ultima implacabile speranza elettorale del Pd. Il riferimento è al film “Qualunquemente” attualmente in lavorazione prodotto da Fandango e diretto da Giulio Manfredonia con protagonista Antonio Albanese nei panni, appunto, di La Qualunque. Ossia -secondo Wikipedia- del “politico calabrese più corrotto, perverso, depravato, con gran disprezzo verso la natura, la tradizione e le donne, mai esistito...”. La vulgata descrive La Qualunque come un uomo che si è fatto da sè, sbagliando però le rifiniture. Sguardo porcino, eloquio umbratile («Fatti li cazzi tua», l'espressione più gentile), avvolto in gessati da professionista del taccheggio, sceso in politica esclusivamente per la salvaguardia dei suoi interessi, Cetto nulla ha del candidato-tipo dei Democratici. Anzi. Il rarefatto curriculum non l'indica come bersaniano o franceschiniano o biniano; e neppure attinge alla biografia rumorosa di calabresi illustri come Giacomo Mancini o Agazio Loiero. La Qualunque è stato: venditore di sdraio da strada “adatte alle esigenze delle prostitute che occupavano la statale 106”; imprenditore edile (con un'impresa che nasce inizialmente col nobile scopo di piantare un pilastro di cemento armato per ogni nascita); propugnatore della celebre “marcia su Catanzaro” partita dalla sagra della cipolla di Tropea allo sventolio della bandiera del movimento, blocco di cemento armato adagiato su tappeto di pilu.

La Qualunque è -se vogliamo- un Dc classico: tiene molto alla retorica dei simboli. Per i militanti del Pd rappresenta l'epitome del Pdl meridionale gaglioffo e arruffone: un Nicola Di Girolamo con più tecnica di base. La sua sola presenza è urticante: ai tempi del Risorgimento avrebbe reso Garibaldi leghista e rallentato l'Unità d'Italia. Se il suo film invadesse le sale in concomitanza con elezioni importanti come -chessò- le Comunali di Milano sarebbe un viatico straordinario per un Pd pur cristallizzato nello stato fossile. Eppure, il personaggio di Cetto La Qualunque possiede una sua progettualità, una -per quanto ignobile-coerenza, una vaghezza di riforme istituzionali. Per esempio. Sulla sicurezza Cetto dice: «L'ordine pubblico? Non è un problema, la Mafia è un fenomeno letterario, una leggenda metropolitana come i dischi volanti e la parità tra uomo e donna. Semmai io parlerei di fenomeni naturali, come l'autocombustione degli esercizi commerciali...». Sulla riforma della Costituzione attesta: «Articolo 1 della Costituzione è: la sovranità appartiene al popolo, ma al sud è meglio che la tenga io, non mi fido». Sulla cultura si sbilancia: «Io nasco poeta, poi entro in politica. Voglio fondare una casa di produzione, la Cefalo, per valorizzare i film di pilu anni '70, che la sinistra chiama cult. Ho pronto un progetto, protagonista una di Crotone con du' zinne tante: “Ti amo, ma girati”, che mostra l'amore ma anche il rovescio della medaglia». E il rovescio della medaglia è che, nel maggior partito d'opposizione d'Occidente, tra politici che fanno ridere qualcuno debba sperare in un comico per ridare serietà alla politica. Come direbbe Cetto: «M'illumino di pilu...».

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Parte la campagna elettorale di 

CettoLaQualunque 

”Cchiu’ pilu pi tutti”

Trailer

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qualunquemente teaser poster 3 Parte la campagna elettorale di CettoLaQualunque Cchiu pilu pi tutti Trailer


Il Trailer dell’ultimo ciak di Qualunquemente, il titolo con cui sbarca al cinema il 21 gennaio per la regia di Giulio Manfredonia e la produzione Fandango. Otto settimane di lavorazione tra Roma e Calabria , Antonio Albanese alias CettoLaQualunque avra’ al suo fianco Sergio Rubini, Lorenza Indovina, Salvatore Cantalupo, Luigi Maria Burruano e la Banda Osiris in colonna sonora.
Nel frattempo, mentre il governo è in fibrillazione, la campagna elettorale di Cetto e’ gia’ iniziata. Via libera alle affissioni nella capitale, con lo slogan ”Cchiu’ pilu pi tutti”.

HO VISTO IL FILM :
BELLISSIMO , SI RIDE DALL' INIZIO ALLA FINE , AHAHAHAHAH

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PC: Fede querela siti internet, il Post Viola


Tra gli incitatori alla violenza minacciati da Fede (lo stesso che invitava a picchiare gli studenti) c’è anche il nostro blog, tra i primi a rilanciare il documento integrale che è stato scaricato da oltre 100.000 persone in poche ore.

PC: Fede querela siti internet, il Post Viola: "Dossier Procura, Fede querela siti internet, il Post Viola “Ci affideremo alla clemenza della Corte” Emilio Fede è furioso e decide di ..."

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mercoledì 19 gennaio 2011

Boscimani, lotta per la vita, per l'accesso all'acqua






Il popolo africano, il 17 gennaio, davanti alla Corte per l'accesso all'acqua
La data è fissata: il 17 gennaio prossimo la Corte d'Appello dello stato africano del Botswana celebrerà la prima udienza per decidere se la popolazione dei Boscimani del Kalahari ha diritto all'acqua.
Questo antico popolo ha già dimostrato di saper lottare contro una modernità che per loro, troppo spesso, ha avuto solo il volto dell'abuso e della violenza. Nel 2002, infatti, i Boscimani hanno vinto un processo storico, ottenendo una sentenza favorevole al loro ritorno nelle terre ancestrali, quelle adesso occupate dalla Central Kalahari Game Reserve. La corte ha posto così fine agli sfratti forzati che i Boscimani hanno subito in questi anni.
Nel 2010, però, la Corte Suprema del Paese ha negato loro l'accesso al pozzo dove, da sempre, i Boscimani prendono l'acqua per vivere. Non si sono persi d'animo e, memori della vittoria del 2002, hanno presentato ricorso. Con ottime possibilità di vittoria, considerato che la sentenza che nega l'accesso al pozzo è arrivata una settimana prima che le Nazioni Unite - in colpevole ritardo - sancissero l'accesso all'acqua come un diritto umano.
La chiusura del pozzo ha costretto i Boscimani a viaggiare per ore, a piedi o a dorso d'asino, in zone inospitali del Botswana per reperire le risorse idriche necessarie alla loro sopravvivenza. Un trattamento disumano e degradante che viola tutti i parametri del rispetto dei diritti umani, come sottolinea da anni l'ong Survival che si batte per il rispetto dei diritti dei Boscimani.
I Boscimani sono suddivisi in diverse tribù e non esiste neanche un nome che li rappresenti tutti. Molti di loro utilizzano e accettano il nome Boscimani, anche se deriva dalla traduzione inglese della parola olandese/afrikans bosjemans o bossiesmans, ovvero 'banditi' e 'fuorilegge'. Le tribù parlano lingue diverse e vivono divise tra Botswana, Namibia, Sudafrica, Zimbabwe, Angola e Zambia. Vivono di caccia e agricoltura e sono riuscite a sopravvivere nel deserto per migliaia di anni. Prima dell'arrivo dei sedentari e dei colonizzatori. Dopo si calcola che le persecuzioni subite dai Boscimani abbiano causato un massacro, riducendo la popolazione da milioni che erano a sole cento mila persone.
Quelli che son rimasti, con la forza, sono stati (fino al 2002) costretti ad abbandonare la loro terra. Le principali organizzazioni internazionali indipendenti che si battono per il rispetto dei diritti dell'uomo ritengono che la causa degli sfratti dei Boscimani siano i diamanti. Le terre ancestrali dei Boscimani si trovano nel cuore della zona diamantifera più ricca del mondo. Un piano di 'pulizia etnica' che, fallito nel 2002, ha forse trovato nella sete una nuova leva per espellere i Boscimani dalle loro terre.

di Christian Elia

http://it.peacereporter.net/
I Boscimani sono un popolo nomade che vive nel deserto del Kalahari, in Africa. Essi quando nel deserto trovano un albero carico di frutti smettono per un po’ di tempo il loro vagabondaggio e costruiscono delle capanne provvisorie nella steppa sabbiosa. Si dividono in gruppi di trenta o quaranta persone. Gli uomini sono magri e le donne sono grasse con delle sopracciglia folte, occhi a mandorla, zigomi alti e grandi seni, colorito bruno, quasi sempre completamente nude salvo dei perizomi di pelle morbida.
La donna è un dei due pilastri economici della comunità Boscimana, e lei principalmente a preoccuparsi della raccolta dei frutti, delle piante e delle radici che costituiscono il fabbisogno alimentare annuo e anche il fabbisogno idrico, mentre l’uomo contribuisce al vitto con la cacciagione.

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- LAVORO -: MANDIAMOLI A LAVORARE, aumento di stipendio per i ...



- LAVORO -: MANDIAMOLI A LAVORARE, aumento di stipendio per i ...: " MANDIAMOLI A LAVORAREaumento di stipendio per i parlamentari pari a circa 1.135 euro al mese . Sull'Espresso di qualche se..."

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martedì 18 gennaio 2011

Il malato del bunga bunga



Non invidio davvero chi deve leggersi le centinaia di pagine che descrivono il sottobosco erotico di un uomo che è riuscito a trascinare nella polvere non solo la sua immagine di imprenditore di successo ma anche quella di politico vincente. Purtroppo con lui si è tirato dietro anche l’immagine dell’Italia.
Berlusconi e i suoi fedeli la smettano di brandire la minaccia del voto, pensino per un momento al bene del Paese e decidano di restituire al Parlamento repubblicano le sue prerogative come il PD oggi ha chiesto nelle aule parlamentari e nel Paese.
Abbiamo un premier malato di sesso 
che non riesce a controllarsi, 
si dimetta e vada a farsi curare.


http://www.serracchiani.eu/2011/01/18/il-malato/

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- LAVORO -: Maurizio Landini , Tutti in piazza il 28 gennaio ,...





- LAVORO -: Maurizio Landini , Tutti in piazza il 28 gennaio ,...: "Maurizio Landini , Tutti in piazza il 28 gennaio , Firmate l’appello di MicroMega per sostenere lo sciopero generale Il testo de..."
Per questo, il 28 di gennaio è importante che allo sciopero generale dei metalmeccanici partecipino anche tutte le persone che ritengono che in questo momento la lotta dei lavoratori di Mirafiori e Pomigliano è una lotta generale. Ed è per questo importante sostenere anche gli appelli che sono stati lanciati, a partire da quello di MicroMega, in cui le persone, qualsiasi idea abbiano e qualsiasi posizione sociale ricoprano, si esprimano a fianco della lotta delle lavoratrici e dei lavoratori Fiat.
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Il microcredito


Muhammad Yunus ha fondato in Bangladesh, nel 1976, la Grameen Bank.
Grameen  è una banca rurale (grameen in bengalese significa contadino) che concede prestiti e supporto organizzativo ai più poveri, altrimenti esclusi dal sistema di credito tradizionale. Fino a oggi la banca ha concesso prestiti a più di 2 milioni di persone, il 94 per cento delle quali donne.  Grameen ha attualmente 1.048 filiali ed è presente  in 35.000 villaggi e in diverse città nel mondo.   Grameen non solo presta denaro ai poveri ma è posseduta da questa stessa gente, che nel tempo è diventata azionista della banca. Fondata in Bangladesh , Grameen , è ora un modello anche per la Banca Mondiale.

Il microcredito  in libertà

Più luci che ombre sulla realtà del microcredito


In questi ultimi giorni alcuni fatti di cronaca hanno fatto dubitare sulla validità di un mito, quello del microcredito, che soprattutto in Italia ha alcuni tra i suoi maggiori estimatori (il fondatore della Grameen Junus e premio nobel per la pace mi raccontava una volta di avere quasi metà dei propri sostenitori nel nostro paese). I fatti sono relativi alla presunta diversione di somme spostate da una destinazione all’altra da parte dello stesso Junus e uno scandalo nell’Andhra Pradesh dove le autorità locali dopo alcuni presunti scandali e suicidi stanno frenando il microcredito.
Se Junus ha chiarito ufficialmente l’equivoco relativo allo spostamento dei fondi ricevuti (vedi sito) resta il problema del fatto che il microcredito è una “parola-mito” in libertà. Per spiegare cosa intendo faccio il parallelo con il commercio equosolidale. Nell’economia della solidarietà il contenuto etico delle iniziative non è direttamente verificabile dai consumatori/risparmiatori che per esso sono anche disposti a sacrificare parte del loro tornaconto economico. Per questo motivo il commercio equosolidale si è autoimposto sin dall’inizio la “camicia di forza” di una griglia di criteri che, se rispettati, rendono possibile fregiarsi dei marchi appositi. Nel caso del microcredito invece la mitizzazione del termine non è stata accompagnata da uno sviluppo di marchi, rating o certificazioni e quindi qualunque usuraio locale può contrabbandare la propria attività per microcredito, cercando di sfruttare il vantaggio derivante dall’utilizzo della parola-mito. Per chi fa analisi d’impatto di queste iniziative sul campo la differenza è immediatamente visibile. In genere le iniziative di commercio equosolidale si assomigliano tutte e sono coerenti con i criteri enunciati mentre nel caso del microcredito c’è un’incredibile eterogeneità le cui radici cercheremo di spiegare in quanto segue.
Un altro problema del microcredito è la povertà di dati aggregati in grado di descrivere l’iniziativa. Le istituzioni di microfinanza si sono rapidamente diffuse e si stima che oggi ne esistano più di 10,000 in giro per il mondo. Quasi tutte sono di piccola o piccolissima dimensione ad eccezione di alcuni pochi grandi players (Grameen, Bancosol, Compartamos, Brac) che da soli però coprono una parte importante dell’intero mercato. Tra i pochi dati pubblicamente disponibili quelli del sito MicroBanking Bulletin riportano indicatori per un panel (rappresentativo ?) di alcune centinaia di istituzioni principali e consentono pertanto di fare valutazioni d’insieme.
Il dato chiave che ci aiuta a comprendere la realtà dietro le polemiche è la natura dell’organizzazione e i suoi scopi. Circa la metà dei microcrediti seguono lo stile Grameen ovvero sono imprese con un obiettivo sociale prioritario, quello dell’inclusione dei non bancabili nel circuito del credito, anteponendo lo stesso alla massimizzazione del proprio profitto. Per l’altra metà vale esattamente l’opposto, l’obiettivo è la massimizzazione del profitto e i poveri sono solo dei clienti che consentono di raggiungere l’obiettivo. La differenza fondamentale dei due modi di operare la troviamo nel tasso praticato ai clienti. I tassi del primo tipo di istituzioni sono molto meno elevati di quelli delle seconde configurando un dilemma tra soddisfazione dei clienti e degli azionisti. Se nel caso del primo tipo di istituzioni l’obiettivo è la promozione del benessere dei clienti si sacrificheranno i profitti per praticare tassi abbordabili con la complicazione di offrire rendimenti scarsi ai finanziatori rendere più difficile finanziarsi sul mercato con capitale di rischio. Se nel secondo caso, l’obiettivo è massimizzare l’utile i tassi saranno molto elevati assicurando profitti elevati agli azionisti e rendendo più facile il reperimento di capitale di rischio sui mercati dei capitali (ma creando molta maggiore pressione e minore benessere sui clienti).
Tenendo ben presente questa differenza non dimentichiamo l’innovazione fondamentale prodotta dal microcredito (almeno nella sua versione moderna alla Junus che ha vari “cugini antenati” nelle esperienze diverse della nascita dalla Raffaisen, delle tontines o delle ROSCA, altre forme di finanza volte a favorire l’accesso ai servizi finanziari di soggetti marginalizzati). Il microcredito riesce attraverso una serie di meccanismi diversi (prestito di gruppo con responsabilità congiunta, prestito individuale progressivo, collaterale nozionale) a far accedere al credito soggetti precedentemente non bancabili perché sprovvisti di garanzie patrimoniali.
Ciò che le notizie sporadiche (che oscillano tra lo scandalistico e l’agiografico) che escono sui mezzi di comunicazione non riescono a cogliere è il fatto che il microcredito è un intero settore industriale molto complesso la cui validità d’insieme non può essere semplicisticamente valutata sulla base del comportamento dell’uno o dell’altro attore.  Al solito un articolo di una pagina può solo essere un richiamo ad alcuni elementi principali ed uno stimolo all’approfondimento. Sarebbe interessante spiegare perché il microcredito in Europa è tutt’altra cosa di quello nel Sud del mondo (se ne sono accorti tutti coloro che lodevolmente sono impegnati nello sviluppo di iniziative di questo genere nel nostro continente), quale ruolo possono giocare i risparmiatori responsabili per sostenere l’iniziativa e in che modo è possibile valutare l’impatto delle diverse istituzioni di microfinanz. Per i lettori particolarmente interessati a questi temi sarà facile approfondire attraverso le risorse liberamente disponibili nelle “biblioteche” online (Repec, Global commons, ecc.).

di Leonardo Becchetti

http://felicita-sostenibile.blogautore.repubblica.it

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lunedì 17 gennaio 2011

Tunisia , un'insurrezione per il pane e la libertà


Tunisia , un'insurrezione per il pane e la libertà


Tra le foto che documentano il massacro tunisino, ce n’è una toccante più di altre: è il cadavere di un giovane, bellissimo anche da morto, disteso su una barella e carezzato in volto da due mani compassionevoli. E’ un cristo da Pietà. E’ l’icona straziante della sorte toccata a una gioventù fra le più vivaci e istruite dell’area euro-mediterranea che oggi paga per i peccati di una dittatura feroce e rozza, checché ne dicano i governanti francesi e il “nostro” ministro degli esteri. Il commento di Annamaria Rivera da Liberazione.



Tra le foto che documentano il massacro tunisino, ce n’è una toccante più di altre: è il cadavere di un giovane, bellissimo anche da morto, disteso su una barella e carezzato in volto da due mani compassionevoli. E’ un cristo da Pietà. E’ l’icona straziante della sorte toccata a una gioventù fra le più vivaci e istruite dell’area euro-mediterranea che oggi paga per i peccati di una dittatura feroce e rozza, checché ne dicano i governanti francesi e il “nostro” ministro degli esteri. Un regime tirannico e corrotto, ottuso e paranoico, che in poco più di un ventennio ha fatto dell’intero Paese una galera a cielo aperto. In questa prigione estesa, la libertà di espressione è conculcata. Molti giornali, anche europei, sono proibiti. Gli oppositori sono sorvegliati, minacciati, rapiti perfino all’estero, imprigionati e torturati in patria. Gli artisti, i blogger, i rapper sono considerati nemici pubblici da sequestrare e incarcerare. “Qui non si parla di politica”, come al tempo del regime mussoliniano: neppure per strada poiché ovunque c’è l’orecchio di un agente in borghese dietro le tue spalle. Ovunque, come nel Ventennio italiano, in luoghi e occasioni pubbliche, perfino in bottegucce sperdute nel deserto, campeggia il ritratto del tiranno: rifiutarsi di esporlo significherebbe rischiare gravi ritorsioni.
I segni della dittatura sono disseminati dunque in ogni dimensione e recesso del Paese: è curioso che pochi li colgano fra le schiere di turisti occidentali che invadono la Tunisia, fra i governanti francesi e italiani che sono soliti frequentarne gli hotel a cinque stelle.
Certo, la pressione che infine ha fatto saltare il tappo della bombola tunisina riguarda le peculiarità di un Paese che ha conosciuto un passato di modernizzazione e di straordinarie riforme (in senso proprio) e che quindi ha alimentato aspettative sociali alte ed estese. Bourguiba, infatti, ha lasciato in eredità un incredibile sviluppo della scolarizzazione pubblica, un sistema sanitario diffuso ed efficiente, nonché leggi per la parità di genere che all’epoca erano più avanzate di tante europee: si pensi alla legge sull’aborto e alla diffusione dei consultori. Anche per questo la disperazione giovanile è tanto acuta da esprimersi non solo con la rivolta ma anche col suicidio. La schiera di laureati che un tempo trovavano impiego nei più vari settori pubblici è sottoposta da anni a un drammatico processo di declassamento, destinata come è alla disoccupazione o a lavoretti precari e umili. In una società fatta per lo più di persone con un senso profondo della dignità e dell’orgoglio, la hogra, il sentirsi umiliati e disprezzati, ha contribuito a far esplodere la rivolta. L’Europa-fortezza ha alimentato gravemente questa serpeggiante disperazione sociale. Fino a poco tempo fa restava, come ultima, la speranza di emigrare verso l’Italia o la Francia. Oggi non più, a causa della crisi economica che colpisce pure i paesi europei e per colpa del proibizionismo anti-migrazione esercitato con ogni mezzo, anche estremo, e con la complicità attiva degli stessi Stati della riva sud del Mediterraneo.
Ma la lunga e coraggiosa rivolta tunisina è anche e soprattutto contro il regime oppressivo e dispotico di Ben Ali. E’ un’insurrezione per il pane e per la libertà. Non è solo, come si è scritto, la sollevazione disperata di giovani disoccupati senza futuro, colpiti come ovunque dagli effetti del neoliberismo e della crisi economica mondiale. Non è solo una rivolta giovanile. Sta diventando, invece, un movimento politico che va oltre le rivendicazioni sociali dei giovani laureati-disoccupati e che coinvolge attori sociali i più vari: operai, sindacalisti, artisti, liceali, avvocati, medici, insegnanti, intellettuali, professori universitari, altri settori delle classi medie. Ormai il regime, infatti, ha perso consenso e legittimità perfino fra le élite del Paese. Solo le élite governanti e affariste europee continuano a sostenerlo con impudenza; con stoltezza, in fondo, dato che esso è destinato ad essere travolto da questa sollevazione. La feroce repressione che sta esercitando, la scia di cadaveri che lascia durante la sua agonia non serviranno a scongiurarne la fine. Malgrado il bagno di sangue, la rivolta non si fermerà finché il dittatore non sarà costretto ad andarsene. A meno che non sia deposto da un colpo di stato militare. Spetterebbe alla comunità internazionale, agli organismi dell’Unione europea, ai suoi singoli paesi vigilare ed esercitare pressioni perché ciò non accada. Spetta alle forze di sinistra europee e soprattutto ai movimenti di base esprimere solidarietà attiva verso il popolo tunisino in rivolta per contribuire a scongiurare quest’esito nefasto.


di : Annamaria Rivera


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La Ue fa luce sui rifiuti a Napoli


La Ue fa luce sui rifiuti a Napoli


Queste sono le notizie sui rifiuti di Napoli: Bruxelles sta indagando in via riservata sull’emergenza; c’è autonomia per tre, forse quattro mesi e poi la crisi si ripeterà; ci sono segnali preoccupanti di una “guerra di camorra” che potrebbe aprirsi a mesi. La direzione Ambiente della Commissione europea ha affidato a una società di Parigi, la Bio Intelligence Service, il compito di indagare sull’emergenza rifiuti. Lo studio si chiama «Implementing EU waste legislation for Green Growth». L’obiettivo è capire a mente fredda, sotto la lente di un microscopio neutrale, la pazzia napoletana della spazzatura. Come porvi rimedio. Non sarà facile per gli analisti parigini arrivare a una risposta edificante. Pare sconfortato Daniele Fortini, fiorentino, il presidente della Federambiente (l’associazione delle “municipalizzate” di servizi ambientali) spedito due anni fa ad amministrare l’Asia, l’azienda di nettezza urbana di Napoli. Il bilancio dell’Asia, secondo i dati di Fortini e del presidente Giorgio Cicatiello, per la prima volta quest’anno dovrebbe chiudere in pareggio. Allora, perché lo sconforto? Fortini guarda fuori dal finestrone del suo ufficio al settimo piano dell’edificio che era l’headquarter della Nato, e che oggi ospita l’Asia, la Hewlett Packard, la Smart Net e – ironia delle parole – la Magic Solution. Fortini perde lo sguardo nel panorama della periferia devastata: «La nostra salvezza oggi è la discarica di Chiaiano, ma a marzo sarà piena e dovrà chiudere». Da marzo, forse da aprile se sarà concessa una proroga, Napoli non saprà dove piazzare l’immondizia. Ancora una volta. Se non si trova una magic solution: in primavera le strade ricominceranno a riempirsi di pattume. Serve con urgenza qualche discarica che duri anni, prima che possa essere costruito nella zona di Ponticelli (Napoli Est) l’inceneritore toccasana, l’impianto definitivo e risolutore. Serviranno anni, gli ottimisti inguaribili dicono tre anni, prima che l’inceneritore possa bruciare spazzatura. «E pronto il bando di gara», s’illumina Fortini. Ma non sarà facile trovare un’azienda che si sottoponga volontariamente alla tortura dei rifiuti di Napoli e una banca che costruisca un difficile e incerto project financing. Già l’A2A aveva accettato mal volentieri la gestione dell’inceneritore di Acerra che ora sta marciando tutta forza per bruciare il bruciabile prima che ricominci un nuovo turno di fermate per manutenzione coni tubi delle caldaie minacciati dalla corrosione. Per cercare le discariche alternative il presidente della provincia, quel Luigi Cesaro che con vezzo personale ama farsi chiamare Giggino, sta tormentando tutti i sindaci. Giorni fa aveva sperato in nuove discariche a Visciano, vicino a Nola; poi la speranza è sfumata. Se 250 militari, è stato deciso giovedì, rimarranno di guardia alle discariche che fanno gola alla malavita, a fine mese finirà la “missione stralcio” con cui i militari avrebbero dovuto avviare quella scomoda rendicontazione sulle attività del commissaria-mento dei rifiuti campani sulla quale anni fa un prefetto, aperti gli scatoloni pieni di fatture, ricevute e contratti, richiuse gli scatoloni e lasciò di colpo l’incarico. Un’approssimazione condotta un paio d’anni fa dal Senato fa pensare che i debiti maturati dall’attività di emergenza rifiuti possano essere nell’ordine dei due miliardi di euro. La Corte dei conti, sezione di controllo per la Campania, nel settembre scorso dava una stima assai più bassa, circa un decimo. L’emergenza rifiuti dà fastidio a quasi tutti gli abitanti della Campania, che sono stanchi di essere considerati gente da pattume. E bastato avviare la raccolta differenziata per avere i cittadini che – contro i luoghi comuni – si comportano come quelli di Bressanone o Varese. Anzi, meglio: a titolo di confronto, Massa Lubrense (Napoli) manda a riciclare il 67,8% dei suoi rifiuti contro il 59,6% di Giussano (Monza Brianza). C’è chi lavora ventre-a-terra, e la testimonianza più alta è quella di Angelo Vassallo, il
sindaco di Pollica (Salerno) assassinato dalla malavita nel settembre scorso. Ci sono il polo del riciclo della carta, le imprese di riciclo della gomma, il ricupero del Tetra Pak, i riciclatori di plastica Ma queste imprese faticano. Per anni Alfredo Diana dell’Erreplast ha dovuto importare rifiuti plastici per poter far marciare gli impianti perché la Campania sommersa dall’immondizia non riusciva a dargli plastica da rigenerare. La mangiatoia dell’emergenza eterna interessa a troppi. Ci sono appalti stravaganti, camorre affamate, ricatti tra voto elettorale e posto di lavoro. La Campania ha 24mila addetti al servizio rifiuti ma secondo gli standard medi sono quattro volte più del necessario. Per realizzare 136 “isole ecologiche” (quei piazzali con i cassoni in cui portare la spazzatura divisa per materiale) íl commissariato all’emergenza rifiuti «aveva dovuto pagarle in media sopra i 300mila euro l’una – dice Walter Ganapini, emiliano di Reggio, assessore regionale all’Ambiente fino alla primavera scorsa – con punte oltre i 500mila». Nel resto d’Italia – tra acquisto del terreno, asfaltatura, cassoni, recinzione, custode – costano sui 150mila euro l’una. Erano state pagate oro ma non funzionavano. «Per fortuna, con la nostra squadra eravamo riusciti ad avviarne una novantina», ricorda Ganapini. Ci sono schiere di lavoratori socialmente utili che incassano 6-700 euro al mese per un’eterna vacanza. Il Consorzio rifiuti Caserta (per fortuna, da poco tempo blindato dal commissariamento) aveva bisogno di un organico di circa 350 persone ma i dipendenti erano i.2oo e sembrava pervaso da un clan di Marcianise: divisi in squadre di una trentina di operai, ogni addetto aveva stipendi nell’ordine dei 3-4mila curo, e il loro caposquadra tra i 7mila e i lomila euro al mese. Stipendio netto. Nel settore dei rifiuti ci sono dirigenti e funzionari che spediscono la spazzatura là dove è sicuro lo scatenarsi della protesta dei cittadini e quindi la paralisi Ci sono appalti per impianti gemelli a quelli che esistono già. Ci sono sindacati che minacciano gli operai di non fare la raccolta differenziata. Ci sono operai che spaccano i vetri dei camion della spazzatura per non farli lavorare: è accaduto con 5o camion in settembre, e sei dei devastatori sono stati arrestati l’altro giorno. La finanza pubblica non consente più questi sperperi. Ma senza soldi, il rischio è un altro. Che la camorra si ribelli contro lo stato che chiude il portafogli. (Jacopo Giliberto, Il Sole 24 Ore, tratto da NapoliOnline).

http://www.9online.it/blog_emergenzarifiuti/2011/01/17/faro-ue-sui-rifiuti-a-napoli/


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sabato 15 gennaio 2011

ECOLOGIA: Le api stanno morendo in tutto il mondo e la nostr...


Einstein disse: "Se l'ape scomparisse dalla faccia della terra, all'uomo non resterebbero che quattro anni di vita"

ECOLOGIA: Le api stanno morendo in tutto il mondo e la nostr...: "Einstein  disse: 'Se l'ape scomparisse dalla faccia della terra, all'uomo non resterebbero che quattro anni di vita' . . Car..."

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venerdì 14 gennaio 2011

LO SHOPPING EUROPEO DI PECHINO



Uno degli argomenti che, all’incirca dalla metà del 2003, hanno popolato gli incubi di molti degli studenti universitari della facoltà di economia ed affini, era quello del cosiddetto “ritorno a Bretton Woods”. Per i non addetti ai lavori, ricordiamo che Bretton Woods è il nome della località in cui, alla fine della seconda guerra mondiale, vennero stabilite le regole economiche internazionali per far rispettare ai paesi un tasso di cambio fisso con il dollaro, onde limitare le fluttuazioni valutarie e tenere sotto controllo le eventuali possibilità di shock letali per un sistema ancora scosso dal secondo conflitto planetario.
Il sistema fu abbandonato alla fine degli anni ’70 per la sua insostenibilità, per cause esterne e per la mancata intenzione da parte degli attori economici di mantenere vivo un tale apparato. Questo almeno fino a pochi anni fa, quando degli economisti della Deutsche Bank affibbiarono questo nome al “tacito accordo” tra Cina e Stati Uniti, per il quale la Tigre Asiatica si “impegnava” - per così dire - a finanziare il debito estero americano con lo scopo di mantenere la propria valuta stabile.
Ci si è interrogati a lungo sull’eventuale sostenibilità di lungo periodo di un tale sistema. Accumulare quantità vergognosamente alte del debito di uno stesso Paese è un atto che espone a notevoli rischi: in poche parole, un crollo del valore dei titoli del Paese in questione porterebbe il creditore ad avere una banca centrale piena solo di carta senza valore. Da qui molteplici ipotesi di vari espertoni del settore sul quando i cinesi si fossero decisi a diversificare i loro crediti, possibilmente in euro, dando a questa moneta il peso di una nuova valuta di riserva internazionale.
Ebbene, pare che il momento che analisti e parrucconi del genere tanto attendevano vada sempre più vicino ad avverarsi appieno: il vice-governatore della banca centrale cinese Yi Gang ha dato, in data 7 gennaio corrente anno, la conferma delle intenzioni del suo paese di mettere l’Europa al centro delle attenzioni della strategia cinese di acquisto di riserve internazionali.
Tale affermazione ha trovato anche conferma nelle parole del vice premier Li Keqiang - impegnato di recente in un “tour europeo” per promuovere accordi economici - che ha espresso fiducia nei mercati finanziari spagnoli ed ha appoggiato ulteriori acquisti di debito del paese iberico. Venendo in “aiuto” delle economie europee, la Cina potrebbe favorire le condizioni della domanda in un’area che corrisponde al maggior mercato per le esportazioni, senza dimenticare che questo gioverebbe anche al valore dei suoi asset denominati in euro.
Sulla validità di questa manovra è intervenuto ancora Yi Gang: il vice governatore ha sottolineato come il principio della diversificazione sia alla base di questa strategia, per poi aggiungere che l’acquisto di debito europeo non solo gioverà alla stabilità finanziaria del vecchio continente ed al mercato globale in generale, ma garantirà alla Cina profitti consistenti. Interessante notare come abbia preferito parlare prima dei vantaggi “per noi” invece di quelli “per loro”. Gli fa nuovamente eco Li dalle pagine della Sueddeutsche Zeitung, che riferisce come la Cina “supporti l’Unione Europea ed i suoi membri affinché escano dalle crisi debitorie per contribuire alla ripresa economica ed alla crescita stabile”.
Un notevole impegno sociale e patriottico da parte dei policy makers dagli occhi a mandorla, che sono riusciti a promuovere efficacemente, almeno di sicuro dal punto di vista mediatico, la loro campagna per la “conquista” dell’Europa. La Cina aveva già dichiarato lo scorso anno di voler supportare Grecia e Portogallo acquistando i loro bonds, ed ora sembra venire il turno della Spagna: i politici cinesi ancora si contengono, ma le voci degli insiders che hanno trovato spazio sul quotidiano El Pais vedono un acquisto di bonds per circa 6 miliardi di euro.
Non solo la cifra è ingente, ma si tratterebbe finalmente di un numero tangibile da avere in mano, dopo le tante dichiarazioni apparentemente campate in aria riguardo l’acquisto di debito di altri paesi. Questa grande operazione economica si inquadrerebbe in una serie di accordi volti all’aumento dell’apertura - e dell’influenza - della Cina verso l’economia europea. Si parla infatti di un contratto da 19 milioni di euro con la spagnola Indra per il traffico aereo, un accordo di cooperazione tra la Banca Cinese per lo Sviluppo, la Banca di Bilbao ed un gruppo sudamericano.
Restando sempre e solo in Spagna, la Sinopec ha comprato il 40% della sussidiaria brasiliana della Repsol. Se vogliamo cambiare nazione, ma non settore economico, la PetroChina ha di recente dichiarato investimenti in raffinerie britanniche, onde approfittare della possibile ondata di vendite di strutture di Royal Dutch Shell e BP. Resterà da vedere in che misura anche la mittel Europa sarà nei piani di Pechino, visto che Li dovrà incontrare la Merkel il prossimo venerdì. Si vocifera inoltre che la cancelliera voglia sfruttare questo incontro per riuscire ad interpretare come si deve la strategia cinese dell’acquisto dei bonds europei. Conoscendo la furbizia economico-strategica dell’ex professoressa crucca, sarà un miracolo se troverà da sola la porta della sala riunioni.
Veniamo dunque ad alcune riflessioni che possono essere fatte sulla base dei pochi fatti attualmente noti. In primo luogo, resta da capire in che misura i cinesi si decideranno ad acquistare debito europeo. La cosa sembra quasi certa, visto il giro d’affari che Pechino è prossima ad imbastire con Madrid: molto meno certo è invece il risultato che tale evento potrà avere sulle condizioni di salute dell’economia europea e dell’euro, visto che proprio in questo periodo la valuta europea ha raggiunto il minimo valore fatto segnare negli ultimi 4 mesi nel cambio col dollaro. Ed ancora più incerto è il fatto che la Cina continui a sobbarcarsi i debiti di stati sulla deprimente via del default, a fronte di accordi economici vantaggiosi. Questo nuovo “doppio ingresso” cinese - a livello dei bonds e, parallelamente, a livello di accordi economici per beni e servizi - è ancora in divenire, con gli eventuali accordi chiave ancora da marcare come “fatti” sull’agenda.
In secondo luogo, il problema della composizione delle riserve cinesi: bisognerà vedere come le acquisizioni di debito europeo spiazzeranno quelle di debito americano e, soprattutto, con quale velocità accadrà questo procedimento. Allo stato attuale dei fatti non è possibile conoscere le proporzioni di questo eventuale shift nell’acquisizione di riserve, proprio perché è ancora tutto ad un livello eccessivamente embrionale.
Per ora sappiamo solo che la Cina sta riuscendo a strappare ottimi accordi economici all’Europa, complice il suo intento di supportare il vecchio continente in un periodo di crisi profonda tramite l’acquisto di bonds: non rimane che attivare qualche campanello d’allarme nelle teste dei nostri politici ed economisti di stato per non eccedere in generosità con quello che non è solo un grande partner commerciale, ma anche una grande potenza concorrente. Il resto, allo stato attuale dei fatti, è fantaeconomia.



di  Giuliano Luongo

Fonte: altrenotizie.org

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TUNISIA, RIAPERTI SITI WEB

TUNISIA, 

BEN ALÌ FA UN PASSO
INDIETRO,

RIAPERTI SITI WEB


TUNISI - Dalle proteste e dagli scontri, dai lacrimogeni e dagli spari alle urla di trionfo. «Abbiamo vinto», grida la gente stasera in piazza a Tunisi, sfidando un coprifuoco che nessun agente si sogna ormai di applicare. È finita cos un'altra lunga giornata nella capitale e in tutto il Paese. Il colpo di scena è arrivato nella tarda serata di ieri, quando il presidente Ben Ali è apparso in televisione per comunicare alla Nazione di aver chiesto alle forze di sicurezza di non usare più le armi da fuoco contro i manifestanti, e di aver ordinato «la riduzione del prezzo del pane, del latte e dello zucchero». Ben Ali ha anche annunciato di non ricandidarsi nelle elezioni del 2014 ed ha promesso la libertà di stampa e la fine della censura sui siti internet. Parole che hanno scatenato la festa: migliaia di persone sono scese nella blindatissima Avenue Burghiba, sventolando le bandiere nazionali e addirittura, qualcuno, inneggiando al presidente. Negli ultimi giorni si contavano scontri e morti, le cifre degli oppositori contro quelle ufficiali. Nelle strade la polizia lanciava lacrimogeni e poi anche pallottole vere, gli agenti uccidevano a pochi passi dalla tv di Stato e dal ministero dell'interno, mentre nei palazzi si ragionava sulla possibile fine di un regime che sembrava tanto vicina. E invece il presidente ha giocato di sorpresa venendo incontro alle richieste della societ… civile. Certo le sue parole sono al momento solo promesse, ma apparentemente gli hanno fatto riguadagnare in meno di mezz'ora di discorso, faccia seria e intristita di fronte alle telecamere e alla nazione, tutta la popolarità che aveva perso in questi 23 anni di regime da pugno di ferro, di un sistema segnato da disparità sociali e di sviluppo e da tanta, troppa corruzione. «La gente è felice, ci crede», dice un ragazzo che segue il corteo dei manifestanti, le macchine scese in strada che suonano il clacson. « È vero, tante cose sembra che le abbiamo ottenute. Ora per• vedremo cosa succederà veramente». Non tutti si lasciano ingannare, forse questa manifestazione era stata organizzata, insinua qualcuno, anche se sembra tanto spontanea. Cos come Š stata certo studiato fino all'ultimo il discorso del presidente, studiato apposta per ottenere proprio queste reazioni. Ma una manciata di minuti in tv può cancellare cosa è accaduto nel Paese in queste ultime settimane, i suicidi con il fuoco a Sidi Bouzid, i morti di Thala e Kasserine, i tanti morti fantasma di cui si parla ogni giorno senza conferme ufficiali - dai 58 contati oggi dalla Lega per i diritti umani ai 29 contabilizzati dal ministro degli Esteri con gli ambasciatori? Si possono dimenticare i saccheggi, le devastazioni, gli assalti della gente - anche oggi tra Gafsa e Nabeul, tra Biserta e Gabes - ai supermercati Carrefour, Casino e altri ancora con nome francese, ma che sarebbero legati - come comunque credono i distruttori - ai vertici del potere? Potere che in Tunisia in larga parte vuol dire, alla famiglia del presidente e soprattutto della moglie, Leila Trabelsi. «È stato un discorso importante e inaspettato che viene incontro alle aspettative della societ… civile - valuta a caldo il principale leader dell'opposizione tunisina, Najib Chebbi - Il presidente ha toccato il cuore del problema, ovvero la richiesta di riforme».

GOVERNO DI UNITA' NAZIONALE Un governo di unità nazionale in Tunisia è «del tutto fattibile» ed «anche normale». Lo ha detto questa mattina il ministro degli esteri tunisino Kamel Morjane alla radio francese Europe 1. Intervistato per telefono sulla possibilità di un governo di unità nazionale in Tunisia, il ministro ha risposto: «Con il comportamento di persone come Nejib Chebbi credo che sia fattibile, ed anche del tutto normale». Il ministro si riferiva a Mohammed Nejib Chebbi, capo storico del Partito democratico progressista (Pdp), una formazione di opposizione legale, ma non rappresentata in parlamento. «Il presidente è un uomo di parola» ha detto Morjane all'indomani del discorso in cui il presidente Ben Ali si è impegnato a non ripresentarsi al termine del suo mandato nel 2014. Il presidente ha anche ordinato all'esercito di non sparare più sui manifestanti, dopo gli scontri che in tutto il paese in un mese hanno provocato la morte di 66 persone.

FESTA SUL WEB È festa non solo nelle piazze ma anche su Internet: subito dopo il discorso televisivo del presidente tunisino Ben Ali, sono stati sbloccati - come promesso dal Capo dello Stato - diversi siti, inaccessibili da anni. La notizia della rimozione della censura Š apparsa su Facebook e si Š subito sparsa tra il popolo degli internauti. Ora per i tunisini Š possibile navigare in acque finore proibite, come tra le news online o i video di Al Jazira, Flickr, Youtube, Wat.tv, Daily Motion, del sito della radio di opposizione Kalima ed di altri ancora. In molti hanno brindato, a loro modo, alla fine della censura del Ministero degli Interni, che veniva chiamata «Ammar 404». «Ammar 404 Š in sciopero», «by bye Ammar 404», si rincorrevano i messaggi sul web. Nel Paese l'uso di Internet Š molto diffuso. Basti dire che i membri di Facebook costituiscono il 18.6 per cento della popolazione, secondo una recente ricerca di mercato: una quota altissima, seconda solo alla Germania. Stasera in molti si sono buttati a scaricarsi un libro finora severamente vietato in Tunisia: «La reggente di Cartagine», scritto dai giornalisti francesi Nicolas Beau e Catherine Graciet sul ruolo che svolge la moglie di Ben Ali, la signora Leila Trabelsi. A gioire per la nuova libert… di stampa e di espressione sono ovviamente gli oppositori politici. Quello di Ben Ali «‚ stato un discorso importante e inaspettato che viene incontro alle aspettative della societ… civile»: ha commentato senza esitazioni il principale leader dell'opposizione tunisina, Najib Chebbi. «Il presidente - ha aggiunto - ha toccato il cuore del problema, ovvero la richiesta di riforme. Francamente non mi aspettavo che affrontasse tali questioni». Per l'opposizione sar… pi— facile adesso farsi sentire: Chebbi ha chiesto che venga ora creata una coalizione di governo per gestire il processo di riforma. Najib Chebbi Š l'unico politico dell'opposizione visto dai diplomatici occidentali come un potenziale partner. Il piccolo partito da lui fondato, il Pdp, ha boicottato le ultime elezioni presidenziali, e agenti in borghese hanno, almeno fino ad oggi, vigilato sul quartiere generale dell'organizzazione politica. «Tocca a noi dell'opposizione e a quelli al potere trovare una pacifica e graduale uscita da questa crisi», ha aggiunto.

DUE CIVILI UCCISI Due civili sono stati uccisi dalla polizia ieri sera a Kairouan, nella Tunisia centrale, proprio mentre il presidente Ben Ali compariva in Tv per ordinare alle forze di sicurezza di astenersi dall'aprire il fuoco contro i dimostranti. Lo hanno riferito alcuni testimoni. Secondo i testimoni, un elettricista di 23 anni di nome Sayed è stato ucciso da un proiettile al torace nei pressi della locale gendarmeria in scontri esplosi durante una manifestazione pacifica. La seconda vittima sarebbe un quarantenne di nome Lamjed Dziri dipendente di un tabacchificio. I testimoni, che hanno chiesto di restare anonimi, hanno riferito anche di veri e propri tumulti con l'incendio di tre stazioni di polizia, di un ufficio del partito al potere e di alcuni negozi. Un giornalista dell'Afp è stato inoltre testimone di scontri tra manifestanti e polizia nella Citè El Ghazla, nei pressi di Tunisi.

I FAN DEL PRESIDENTE: "CREDIAMO IN LUI" «Questa è una festa per il discorso del nostro presidente, noi crediamo in lui. La gente ha molta fiducia in Ben Ali, semmai il problema negli ultimi 15 anni è stato con la sua famiglia». Mariam, 32 anni, segretaria d'azienda, partecipa tenendosi un pò in disparte alla festa improvvisata ieri sera sulla Avenue Bourghiba, a Tunisi, dopo il discorso televisivo in cui il capo dello stato ha annunciato che non si ricandiderà nel 2014, ha ordinato ai servizi di sicurezza di non sparare sui manifestanti, ha promesso libertà di stampa e di Internet ed ha disposto la riduzione di generi come pane e zucchero. «Lui veramente non sapeva cosa stava facendo arrabbiare la gente - aggiunge Miriam - lui è un vero presidente per noi». Quanto ai manifestanti uccisi in questi giorni, «la polizia ha reagito per difendere gli edifici e per legittima difesa». «Come poteva non sapere? Aveva paura quando usciva, non aveva un contatto diretto con la gente come Bourghiba - replica Mounir, un lavoro nel settore finanziario, che a dispetto del coprifuoco si gode la festa con la moglie - e le persone intorno a lui non gli dicevano la verità. Ma la gente ha cominciato a odiarlo quando ha sposato Leila Trabelsi. Ora aspettiamo di vedere il processo a lei e alla sua famiglia, e anche che Ben Ali divorzi, come ha fatto Bourghiba con Wasila». «In questi 23 anni Ben Ali ha fatto molte cose, è la sua famiglia che ruba - dice una ragazza - ma ora tutto cambierà, vogliamo che le promesse diventino realtà, e che la vita sia meno cara». Intorno, le manifestazioni di gioia per le promesse di Ben Ali sono continuate per quasi tre ore, per concludersi poco dopo la mezzanotte. Grande sventolio di bandiere, cartelli con l'immagine del presidente inalberati da gruppi di ragazze, perfino il turbinio delle danze sotto uno striscione. Le immagini della festa sono passate e ripassate stanotte sulla tv di stato, che d'altra parte ha fatto anche parlare per la prima volta diversi esponenti della società civile: da Mokhtar Trifi della Lega per i diritti umani a Bochra Bel Haj Hmida all'Associazione donne democratiche a Neji Bghouri, ex presidente del sindacato dei giornalisti. Ma negli ambienti dei blogger, che da stasera hanno finalmente libero accesso alla rete, si guarda con qualche scetticismo a questa svolta del regime, così come all'effettivo carattere spontaneo della manifestazione. E a Kasserine se ne sarebbe svolta un'altra per dire no al compromesso con il regime mentre a Kairouan, nel centro della Tunisia, proprio mentre Ben Ali stava parlando per dire a militari e polizia di non sparare due civili - un ragazzo di 23 anni e un uomo di 40 - secondo alcune testimonianze sono rimasti uccisi in scontri con la polizia.

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giovedì 13 gennaio 2011

- LAVORO -: Tutti contro Marchionne!




Il lato triste, veramente triste di questa triste vicenda è vedere gli operai schierati con Marchionne scagliarsi contro la Fiom, come se fosse essa e non la Fiat la responsabile di questo pesantissimo attacco ai lavoratori.
Che squallore morale vedere alla tv quell'operaia dire: "Se ci licenziano, lo stipendio ce lo paga la Fiom?"!


- LAVORO -: Tutti contro Marchionne!: "(vignetta di Zarathustra) . . Dall'estrema sinistra all'estrema destra passando per l'associazionismo tutti contro l'uomo dal magli..."

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mercoledì 12 gennaio 2011

De Pierro, azzeramento giunta dimostra fallimento di Alemanno

De Pierro, azzeramento giunta dimostra fallimento di Alemanno

Il presidente dell’Italia dei Diritti: “La città di Roma è stata allo sbando senza una guida efficace per circa tre anni, tutti i problemi reali sono stati completamente ignorati e il tutto è stato mascherato da roboanti proclami trasmessi alla gente per diffondere verità altamente distorte”

Roma – “Quanto avvenuto pone il suggello definitivo su una gestione  fallimentare dell’esecutivo targata Alemanno.
Tutto ciò è stato il frutto di un’incapacità gestionale senza precedenti, come del resto non li ha nella storia delle amministrazioni capitoline, un azzeramento di giunta. La città di Roma è stata allo sbando senza una guida efficace per circa tre anni, tutti i problemi reali sono stati completamente ignorati e di conseguenza disattesi gli impegni, il tutto è stato mascherato da roboanti proclami da trasmettere alla gente per diffondere verità altamente distorte”.  Non si fa attendere il commento deciso del presidente dell’Italia dei Diritti, Antonello De Pierro, riguardo alla notizia sullo scioglimento della giunta comunale ad opera del sindaco di Roma Gianni Alemanno. Come si legge dai giornali infatti, il rimpasto deciso dal primo cittadino romano fa si che tutte le deleghe di consiglieri e assessori siano annullate, dando così inizio ad una fase di consultazione per la formazione di una nuovo organo collegiale.

“Tutto questa accade – afferma il numero uno dell’Italia dei Diritti – in una Roma attualmente stritolata dai problemi del traffico, del parcheggio, del trasporto pubblico, ma anche della sicurezza, dell’ambiente, per non parlare poi dello schiaffo dato alle aspirazioni lavorative dei giovani con le 4mila assunzioni a chiamata diretta nell’ambito dell’ormai famigerata Parentopoli romana, dove tra gli assurdi figurava finanche un ex terrorista nero che sembrerebbe abbia continuato a fare terrorismo anche nell’ambito di lavoro. In questo quadretto disastroso, e direi altresì mortificante per chi in perfetto stile berlusconiano si era proposto come il curatore di tutti i mali della Capitale, si colloca la decisione di azzerare la giunta a voce del sindaco, che con assoluta e disarmante placidità, roba da non crederci, dichiara che il cambiamento arriva per il lavoro ben svolto ed è ora di passare alla fase due”.
De Pierro non perdona le dichiarazioni rilasciate da Alemanno e incalza: “Forse in qualche città ‘padana’ sarebbe stato più facile trovare un manipolo di personaggi affetti da stupidità permanente, disposti a credere a quanto detto, ma i romani probabilmente riusciranno a comprendere con facilità quanto siano menzognere e fantasiose le affermazioni del primo cittadino”.
Il presidente del movimento extraparlamentare a tutela dei diritti esprime la sua reale preoccupazione per il benessere dei romani e vede nell’allontanamento del sindaco l’unica soluzione possibile ai problemi della Capitale: “Chiediamo che Alemanno rassegni le dimissioni e se ne vada, possibilmente ritirandosi a vita privata per non fare altri danni. Nostro malgrado siamo anche consapevoli che ciò non accadrà mai, perché una peculiarità tipica della destra, è quella di restare ancorata alla poltrona piuttosto che al senso istituzionale a alle esigenze di benessere della cittadinanza. Sono troppe le cose sbandierate demagogicamente a cui non sono mai seguiti risultati concreti, non dimentichiamo la pagliacciata della lotta alla prostituzione di strada che è stata affrontata in maniera manifestamente dilettantistica”.
“Nell’ambito della nostra iniziativa contro la corruzione dei vigili urbani e dei dipendenti degli Uffici tecnici comunali mediante rotazione intermunicipale, già approvata a parole dal primo inquilino del Campidoglio – continua De Pierro –, chiediamo che per una volta questi dimostri di riuscire a far seguire anche azioni concrete, portando a termine finalmente questo progetto che senza dubbio darebbe un forte segnale di moralità nell’apparato istituzionale capitolino, e che potrebbe rappresentare un riscatto per una situazione ormai indifendibile. Più volte abbiamo affermato che avremmo considerato il sindaco Alemanno politicamente colpevole per qualsiasi episodio di corruzione di questi comparti lavorativi, e le occasione per affibbiare questa responsabilità alla sua figura si presentano quotidianamente, basti soffermarsi sul recente arresto di un funzionario tecnico dell’VIII municipio”.
“Anche la nostra pazienza ha un limite – conclude il leader del movimento –. Daremo dura battaglia, e con molta probabilità, proporremo un rappresentante dell’Italia dei Diritti come candidato sindaco per poter finalmente affrontare da cittadini e non da burattini della partitocrazia, i veri problemi che ci affliggono quotidianamente e a cui troppo spesso nessuno dà voce”.

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martedì 11 gennaio 2011

Il ministero della Gelmini condannato per discriminazione agli studenti disabili

Il ministero della Gelmini condannato
per discriminazione agli studenti disabili


La decisione dei giudici milanese riguarda il drastico taglio di ore di sostegno. Davanti a a questa situazione, il novembre scorso diciassette genitori hanno depositato un ricorso in procura
Il ministero di Mariastella Gelmini condannato per discriminazione nei confronti di studenti con disabilità. La condanna del tribunale Civile arriva dopo un ricorso presentato il novembre scorso da 17 genitori contro il ministero dell’Istruzione, l’Ufficio scolastico regionale e quello provinciale. Motivo: la riduzione delle ore di sostegno, ridotte fino al 50% dall’ultima Finanziaria.

A inizio anno, il ministro Gelmini aveva promesso l’aumento degli insegnanti da affiancare agli studenti con disabilità. In realtà, le  famiglie hanno assistito al drastico taglio delle ore di sostegno. Da qui la decisione del ricorso. Supportata dalla convinzione che la scarsità delle risorse non potesse giustificare la lesione di un diritto fondamentale come quello all’istruzione. E così ieri i giudici milanesi gli hanno dichiarata “accertata la natura discriminatoria della decisione delle amministrazioni scolastiche di ridurre le ore di sostegno scolastico per l’anno in corso rispetto a quelle fornite nell’anno scolastico precedente (2009-2010)”.

“E’ una sentenza importante”, spiega l’avvocato Livio Neri di Avvocati per Niente onlus, legale dei 17 genitori. “Per la prima volta un giudice parla di discriminazione in materia di sostegno scolastico”. Altra novità è la scelta di tante famiglie di agire collettivamente. “Questa decisione – precisa Neri – impedirà agli uffici scolastici di tirare la coperta, togliendo le ore a chi non protesta”. Ma il direttore scolastico per la Lombardia Giuseppe Colosio frena: “Potremo fare ben poco – afferma – non ci sono soldi”. Ma Neri riosponde: “Il modo andrà trovato”. Dopodiché annuncia un esposto in procura nel caso in cui le amministrazioni non dovessero provvedere entro i trenta giorni stabiliti dal giudice.

“La vittoria più grande”, chiarisce Maria Spallino, uno dei genitori che hanno presentato il ricorso, “è l’aver dimostrato che fare rete tra le famiglie può davvero cambiare le cose”. E rilancia: “Questo è un primo passo all’interno di un percorso che ci vede impegnati perché i nostri figli camminino a testa alta, a scuola come in ogni momento della loro vita nella società”.

I genitori degli studenti sono stati assistiti nella causa dall’associazione Ledha (Lega per i diritti delle persone con disabilità). “Da oggi le famiglie possono contare su uno strumento legale più rapido ed efficace per far valere i diritti dei loro figli”, spiega Marco Rasconi, presidente di Ledha Milano. “Grazie a questa sentenza – continua Rasconi – ci auguriamo che altre famiglie escano dall’ombra per difendere il diritto dei propri figli alla formazione scolastica e non solo”.

FONTE http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/01/11/il-ministero-della-gelmini-condannato-per-discriminazione-agli-studenti-disabili/85810/

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lunedì 10 gennaio 2011

in Salento la Lega scippa le frequenze RADIO


«Radio ladrona», in Salento la Lega scippa le frequenze

Radio Padania e Radio Maria sono le uniche emittenti riconosciute come “radio a carattere comunitario”, una speciale categoria caratterizzata da “assenza dello scopo di lucro in nome di particolari istanze culturali, etniche, politiche e religiose”. Nel 2001 il governo Berlusconi votano una norma ad hoc per Radio Padania, che le conse...nte di occupare gratuitamente frequenze radio con una semplice certificazione al ministero.
Nel 2005 un’altra norma, che garantisce alle due Radio un finanziamento annuo (ora arrivato a 1,5 milioni di euro) “per promuoverne il potenziamento”


Radio Padania scippa le frequenze in Salento. Uno scippo, per ora, autorizzato dalla legge. L’emittente leghista, infatti, come la benemerita Radio Maria, è classificata come radio comunitaria, ovvero non commerciale e utile alla comunità. Un regalo del governo Berlusconi che, con la Finanziaria del 2001, ha consegnato agli amici di Bossi e agli uomini in abito talare la possibilità di autoassegnarsi i canali con tanti saluti e con un bel bonus di un milione di euro equamente diviso tra gli uomini di partito e gli illuminati dal Signore. Se entro novanta giorni dall’aver piazzato la bandierina verde nel risiko delle frequenze nessuno batte ciglio, radio Padania fagocita canali, diffonde il suo verbo e, alle soglie della discussione sul Federalismo, lancia messaggi e cerca proseliti.

Come è accaduto in Salento. Dove la radio di Bossi è arrivata il 17 dicembre scorso sovrapponendosi, da Muro Leccese in giù, a Radio Nice del gruppo Mixer Media, l’emittente che trasmette sul canale 105,6. E in quella che storicamente è considerata la finibus terrae le note e le parole dei Negramaroe dei SudSoundSystem hanno lasciato lentamente il posto a messaggi con un accento spintamentelumbard e, per lo più, volgari e grossolani.

Ma dalla terra de lu mare, lu sule e lu vientu non si sono fatti mettere i piedi in testa. Lo scorso sabato l’editore salentino Paolo Pagliaro ha fatto trasmettere, per protesta, a reti unificate e su tutte le frequenze del suo gruppo l’inno di Mameli per l’intera giornata. Solo un antipasto.

TRIBUNALE
Perché la questione si sposterà prontamente dall’etere alle aule diun Tribunale. Pagliaro è pronto a denunciare il sopruso, rivendicando legalità e attaccando la «Padania ladrona ». «Ecco a voi i leghisti - ha tuonato l’editore indignato - violenti, voraci, arraffoni, illiberali, furbacchioni, aspiranti colonizzatori, che non (ri) conoscono la Costituzione Italiana e che la violano con disprezzo. Violenti perché hanno ottenuto grazie alla gestione del potere l'opportunità di un sopruso-abuso». Un regime di quasi semi-monopolio. Già da oggi partirà una diffida al ministero delle Comunicazioni, un esposto per avviare una fase di accertamento e in settimana sarà depositato il ricorso al Tar nel quale l’avvocato Gianluigi Pellegrino, su mandato di Mixer Media, solleverà l’incostituzionalità delle norme che permettono a una radio di partito di far propri dei privilegi che consentono di mettere in atto una strategia ben lontana dall’utilità socialemache riveste il carattere della colonizzazionepura. «Vogliamo porre unproblema di norma di privilegio commenta l’avvocato Pellegrino e verificare le procedure di assegnazione a Radio Padania dal ministero delle Comunicazioni ». «Nessuno pensa di dover impedire a Radio Padania di fare o dire ciò che pensa anche qui dalle nostre parti - ha sostenuto il deputato Ugo Lisi del Partito delle Libertà - tuttavia credo che la libera espressione di questa emittente non possa avvenire a scapito delle emittenti salentine, specie Radiorama che racconta questa terra con le sue storie e le sue virtù».

Intanto, mentre il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano richiama a una maggiore coscienza della proprie radici e la politica salentina prova timidamente a difendere la libertà delle sue frequenze, Pagliaro rilancia, lanciando il suo guanto di sfida ai «furbacchioni leghisti » ai quali ricorda che il Salento «orgoglioso simbolo di accoglienza, ospitacon la schiena dritta, stringendo mani e guardando negli occhi e non si fa schiaffeggiare dagli arroganti ». I leghisti sono avvisati.

di Monica Caradonna

http://www.unita.it/italia/radio-ladrona-in-salento-br-la-lega-scippa-le-frequenze-1.264979


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