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giovedì 31 marzo 2011

APPETITI INTORNO ALLA SIRIA


Accanto alla battaglia per la democrazia, nel mondo arabo si sta giocando una partita fra le potenze capitaliste occidentali per il controllo di quei Paesi, in contrapposizione alla crescente egemonia cinese sul mondo.



Cosa potrà accadere nelle prossime ore in Siria è difficile prevederlo, anche perché sui fatti di questi giorni si intrecciano molti – e diversi fra loro, spesso contraddittori – fattori. Di sicuro le proteste che nei giorni scorsi hanno infiammato le strade siriane fino a portare alle dimissioni del Governo si inseriscono nel più vasto moto di ribellione che ha coinvolto gran parte dei paesi arabi.
Proteste che si sono accese per denunciare condizioni di vita precarie, spesso al limite della sopravvivenza, e di cui il principale responsabile è la crisi economica mondiale. Una crisi che in questa regione si è sommata agli effetti devastanti che gli abbiamo regalato noi dall’opulento Occidente: in parole povere in questi mesi i cosiddetti paesi avanzati hanno cercato di scaricare sui paesi più poveri alcuni degli effetti della crisi: la disoccupazione, la sospensione delle rimesse, le speculazioni su alcuni prodotti come le farine.
Ma sarebbe sbagliato non vedere come a questo si sia man mano sommata una sempre crescente richiesta di democrazia. Una democrazia astratta non meglio definita, che spesso si è concretizzata con la richiesta di un cambiamento della classe dirigente che da decenni governa la maggior parte dei paesi della regione. Qui sarebbe opportuno aprire una discussione veramente libera sul concetto di “democrazia” nel XXI secolo, ma non è questo il luogo. Di sicuro credo che nessuno possa identificare la “democrazia” esclusivamente sui nostri modelli. Altrimenti davvero la vicenda Berlusconi non avrebbe insegnato nulla. Quindi siamo di fronte a rivolte per il pane e il cambiamento. Insisto a chiamarle rivolte, perché di questo si tratta. Le rivoluzioni sono ben altra cosa. Le rivoluzioni presuppongono la volontà di sovvertire un sistema e di dotarsi di classi dirigenti nuove e non colluse con i vecchi regimi. Cosa ben lontana da quello che sta accadendo nei paesi arabi in queste settimane.
Detto questo, occorre sottolineare un altro fattore. Sarebbe sbagliato tacere che in quell’area si sta giocando anche una grossissima partita fra le potenze capitaliste occidentali per il controllo e l’influenza di questi Paesi. Una partita tutta interna alle forze occidentali e in chiave di contrapposizione alla sempre crescente egemonia cinese sul mondo. Ne è dimostrazione l’interventismo della Francia e le divisioni all’interno della stessa Nato. Una battaglia che coinvolge e spesso utilizza anche pezzi dei regimi arabi e in Libia questo è evidente a chiunque non intende chiudersi occhi e orecchie. Non è sicuramente ininfluente il fatto che da mesi in Siria si svolge una durissima battaglia fra chi vorrebbe intensificare le privatizzazioni aprendo ai capitali occidentali e chi mette un freno a queste scelte temendo una perdita di autonomia e quindi di indipendenza. Fatti che hanno scatenato appetiti.
Fatta questa utile premessa, ogni paese ha la sua peculiarità: voglio dire che la Siria non è né l’Egitto, né la Libia. In questi anni la Siria è stato fra i pochi paesi che si sono opposti al dominio Usa nel mondo e ha rigettato i piani di Bush sul “grande medioriente”. Una colpa imperdonabile per alcuni, che adesso potrebbe essere fatta pagare caramente a Bashar Al Assad. Chi è stato a Damasco in questi ultimi anni non ha potuto non vedere un Paese in crescita dove fra la gente si respirava un clima molto diverso da quello che regnava nelle altre capitali arabe. Non era certo il Paese dei balocchi, nessun esempio di “socialismo reale in chiave araba”, ma semplicemente uno stato nazione che cercava la sua strada verso lo sviluppo e il benessere. Con tutti i limiti e gli errori possibili. Limiti ed errori che il popolo siriano deve poter correggere, senza influenze straniere.
Per tutto questo una funzione fondamentale la avrà nelle prossime ore proprio il popolo siriano, che dovrà far sentire la sua voce e assumersi in proprio le responsabilità. Le manifestazioni di oggi in sostegno al presidente sono un segno importante, non minore di quelle che hanno caratterizzato le giornate trascorse. Sono le facce di una complessità reale, dalla quale non possiamo prescindere. Mai.
Infine un ultimo elemento da non sottovalutare: l’aspetto della laicità che è caratteristica della Siria odierna. La Siria è rimasto fra i pochissimi stati laici della regione e questo fa paura e da fastidio a chi spera, dall’Iran a Israele, passando per l’Arabia Saudita di creare stati confessionali in tutta la regione. Questa considerazione legata all’alleanza che si sta determinando fra Fratelli musulmani (islam politico del tutto compatibile con le regole del mercato liberale) e forze neoconservatrici in Egitto (le stesse che per decenni hanno appoggiato Mubarak) sono un campanello di allarme per tutto il mondo progressista e rendono legittimi sospetti che qualcuno voglia strumentalizzare e influire su quanto accade in Siria. Il presidente Bashar dovrebbe annunciare nelle prossime ore importanti aperture democratiche e risposte univoche alla crisi che strozza i lavoratori salariati. Vediamo cosa succede e vediamo la risposta che si darà il suo popolo. Ma non dismettiamo la capacità di analizzare e valutare le notizie che arrivano da quella parte del mondo come da altri paesi al netto delle operazioni di disinformazione che da sempre hanno caratterizzato le sporche manovre neocoloniali.
Infine una considerazione sulle possibili conseguenze di una Siria destabilizzata. E’ impensabile che quello che accade in Siria non abbia riflessi diretti sull’intero Medio Oriente e soprattutto sul Libano. Chi vuole mettere le mani su Damasco da anni ha cercato in tutti i modi di destabilizzare e di influenzare le politiche di Beirut. E mentre in Siria e in Libia si rende artificiosamente paladino dei diritti e della democrazia, in Libano sostiene una organizzazione dello stato a dir poco feudale, tutta basata sulle confessioni. Il popolo libanese sta vivendo anche lui una crisi durissima e il Partito comunista di quel paese è in prima linea a denunciare le politiche neoliberiste che governano l’economia libanese. Ma il Libano – non bisogna mai dimenticarlo – subisce come la Palestina e la stessa Siria una occupazione del proprio territorio da parte di Israele, stato che quotidianamente offende con incursioni aeree lo spazio nazionale libanese. Di questo ne sono al corrente tutti, ma nessuno dice e fa nulla. Nessuno invoca le Nazioni Unite.
Queste considerazioni non vogliono dare ricette o linee. Sono solo personali considerazioni che sottolineano la necessità di avvicinarsi a quanto accade in questi paesi con cautela e realmente senza pregiudizi. Occorre studiare, dotarsi di elementi per comprendere, solo poi potremmo giudicare e decidere da che parte stare.

Nena News

ANALISI DI MAURIZIO MUSOLINO


Gaza, GIORNO DELLA TERRA



GIORNO DELLA TERRA, PER LA RICONCILIAZIONE ?


Alle commemorazioni "ufficiali" organizzate sia dall'Anp in Cisgiordania che da Hamas a Gaza, si sono unite quelle di gruppi di studenti e attivisti che hanno voluto ricordare il Giorno della Terra ribadendo le proprie rivendicazioni ai dirigenti politici palestinesi.


Ramallah, 30 marzo 2011, Nena News – La manifestazione per  il “Giorno della terra”, che si svolge da oltre trent’anni  sia nei Territori Occupati che in Israele, si è celebrata oggi in un clima piuttosto strano ad ha avuto conseguenze quanto mai paradossali. Il contesto a cui si fa riferimento è quello che da qualche settimana interessa sia la West Bank che Gaza e che ha visto diversi gruppi di giovani protestare contro l’attuale  condizione della politica palestinese incapace di trovare un alcun mezzo per opporsi all’occupazione israeliana. Tali proteste, che seguono la scia delle rivoluzioni che stanno infiammando il medio e vicino oriente e che hanno come primo obiettivo la richiesta di una nuova unità tra le fazioni, si sono oggi congiunte all’occasione del 30 Marzo, giorno in cui tutti i Palestinesi ricordano la tragica strage avvenuta  in Galilea nel 1976 per mano della polizia Israeliana.
Alle commemorazioni “ufficiali” che ogni anno vengono celebrate  sia dall’Autorità Palestinese in Cisgiordania che da Hamas nella Striscia, si sono unite quelle di gruppi di studenti e  attivisti che hanno voluto ricordare il giorno della terra con manifestazioni simboliche e cogliendo l’occasione per ribadire le proprie rivendicazioni ai politici palestinesi.
Nel centro di Ramallah decine di giovani hanno deciso di marciare in direzione della colonia di Bet El, alle porte della città, centro quanto mai simbolo dell’occupazione poiché sede dell’amministrazione militare israeliana. La polizia palestinese è intervenuta con la forza e ha disperso la manifestazione. Ancora  incerto è il numero, ma alcuni dei manifestanti sono stati arrestati .
Anche a Gaza decine di ragazzi e ragazze sono stati arrestati dalla polizia di Hamas, sempre più impegnata a controllare e a reprimere ogni manifestazione che potrebbe sfociare in esplicito dissenso all’interno della Striscia.
Lo scenario che si presenta dunque nei Territori Occupati palestinesi non è affatto dei migliori con le polizie di entrambe le autorità che continuano a reprimere manifestazioni con la paura delle proteste interne e il timore di perdere quel potere su cui si dovrebbe basare un improbabile Stato-nazione.
Detto ciò vale però la pena ricordare l’importanza del 30 Marzo, giorno di commemorazione e al tempo stesso di lotta contro tutto ciò che l’occupazione è e rappresenta, dalla demolizione delle case alla confisca delle terre coltivate, dalle lotte di resistenza  popolare contro il muro a quelle che si oppongono all’assedio di Gaza; occupazione che altrimenti rischia di passare in secondo piano se le tensioni tra i dimostranti che richiedono l’unità politica e la polizia si aggravassero, facendo passare la rivendicazione di un mezzo al fine cui i giovani palestinesi devono aspirare.

DI DOUD AL AHMAR


IL GIORNO DELLA TERRA, 35 ANNI DOPO

Migliaia di palestinesi hanno ricordato con raduni e manifestazioni i morti del 30 marzo '76, quando i militari israeliani aprirono il fuoco su una marcia in Galilea contro la confisca delle terre arabe. Oggi la polizia dell'Anp di Abu Mazen ha bloccato il corteo diretto a Bet El e compiuto arresti. A Gaza Hamas ha disperso una manifestazione di studenti per l'unita' nazionale

Gerusalemme, 30 marzo 2011, Nena News (foto dal Palestine Monitor) – Scuole in buona parte chiuse nelle città palestinesi in Israele e nei Territori occupati, marce e raduni  in Galilea – ad Arrabe, Sakhnin e Deir Hanna – e in varie città della Cisgiordania e di Gaza. In questo modo i palestinesi hanno commemorato le sei vittime e le decine di feriti delle manifestazioni del 30 marzo del 1976, il Giorno della Terra, quando la polizia israeliana aprì il fuoco sui dimostranti palestinesi che protestavano in Galilea contro la decisione del governo di confiscare altra terra araba.
Ai cortei in Galilea stanno partecipando tutti i deputati arabo-israeliani (palestinesi con cittadinanza israeliana) e i rappresentanti dei comuni arab anche per ribadire la protesta contro le leggi approvate di recente dalla Knesset, il Parlamento israeliano, che tendono a limitare alcuni diritti e la libertà di espressione della minoranza araba. Una manifestazione si e’ svolta anche nel Negev, nel villaggio beduino non riconosciuto di Arakib, demolito varie volte dalle autorità (e puntualmente ricostruito dagli abitanti e da attivisti ebrei), divenuto di recente il simbolo della lotta degli arabo-israeliani.
La polizia ha schierato in Galilea e nel Negev migliaia di uomini pronti ad intervenire. L’Esercito ha presidiato con ingenti forze la Cisgiordania dove si sono svolte manifestazioni nei pressi dell’insediamento colonico di Bet El (Ramallah), a Nablus, Tulkarem e neivillaggi palestinesi minacciati dal «Muro» israeliano. Non sono mancati momenti di tensione ma, paradossalmente, a provocarli sono state proprio le due “autorita’” palestinesi. Testimoni riferiscono che la polizia dell’Anp di Abu Mazen ha arrestato una o piu’ persone che partecipavano al corteo diretto a Bet El. A Gaza , il governo di Hamas ha autorizzato solo manifestazione con tutte le fazioni politiche ma ha ordinato alla polizia di disperdere con la forza un corteo non autorizzato di alcune centinaia di giovani che, sul modello delle manifestazioni per il 15 marzo, chiedevano con slogan e striscioni la ricostituzione dell’unita’ nazionale palestinese. Secondo fonti locali almeno un manifestante e’ stato arrestato.
Le manifestazioni per il Giorno della Terra erano cominciate ieri a Lod dove 1.500 persone, tra le quali alcuni attivisti ebrei, hanno protestato per la demolizione da parte del comune delle case di 50 membri della famiglia palestinese Abu Eid. I dimostranti hanno esposto striscioni con la scritta: «Basta con la pulizia etnica» e hanno bruciato poster con l’immagine del ministro degli esteri Avigdor Lieberman, sostenitore del «transfer» (deportazione) degli arabo-israeliani . -
 
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mercoledì 30 marzo 2011

processo breve , Così liberano i criminali, ecco tutti i reati che vanno in prescrizione



Così liberano i criminali, ecco tutti i reati che vanno in prescrizione col processo breve 
 
Gravissimo colpo di mano del Pdl oggi alla Camera. Hanno chiesto e ottenuto di invertire l'ordine del giorno per discutere subito (ossia giovedì) il processo breve, altra iniziativa ad personam . E però, aprono un varco pericolosissimo a tutta una serie di reati.   Ecco tutti i reati destinati ad andare in prescrizione col processo breve:   Abuso d'ufficio - Corruzione semplice e in atti giudiziari - Rivelazione di segreti d'ufficio - Truffa semplice o aggravata -  Frodi comunitarie - Frodi fiscali - Falsi in bilancio - Bancarotta preferenziale - Intercettazioni illecite - Reati informatici -  Ricettazione -  Vendita di prodotti con marchi contraffatti - Traffico di rifiuti - Vendita di prodotti in violazione del diritto d'autore -  Sfruttamento della prostituzione, Violenza privata, Dalsificazione di documenti pubblici - Calunnia e falsa testimonianza - Lesioni personali - Omicidio colposo per colpa medica - Maltrattamenti in famiglia - Incendio - Aborto clandestino


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Chiedere che la Camera voti oggi sul processo breve è una "doppia violenza", che serve solo a "fermare il processo Mills" che riguarda Silvio Berlusconi e la conseguenza sarà che chiunque, anche uno stupratore, se incensurato potrà godere della prescrizione breve. Lo ha detto il capogruppo Pd alla Camera Dario Franceschini, intervenendo in Aula dopo che il Pdl ha chiesto l'inversione dell'ordine dei lavori. "La proposta che ha fatto adesso il Pdl, sulla quale esprimiamo parere contrario, è un'altra pagina inedita di violenza parlamentare e di abuso della maggioranza. Cerco sempre di misurare le parole, le ho scelte perché qui si sta consumando una doppia violenza".


Innanzitutto, ha detto Franceschini, è "una violenza parlamentare", perché l'articolo 24 comma 3 del regolamento della Camera garantisce all'opposizione uno spazio dei lavori parlamentari per l'esame delle proprie proposte di legge, mentre in questo modo "è completamente svuotato e la minoranza non può portare più nulla in Aula".


Ma, soprattutto, "dov'è l'urgenza per invertire l'ordine del giorno? Qual è la motivazione per cui volete approvare in Aula, subito, un provvedimento vergognoso per la giustizia italiana che ha l'unica motivazione di fermare il processo mills per il presidente del Consiglio? La conseguenza immediata è che in migliaia di processi si rischierà la prescrizione, processi per violenza carnale, di rapina, di furti: un imputato per violenza carnale, se è incensurato, avrà la prescrizione breve grazie alla vostra norma".


"Vorrei sapere dalla Lega, dal ministro Bossi - ha aggiunto - cosa andrete a dire ai popoli padani a cui avete parlato di sicurezza? Andrete a dire che quando i provvedimenti riguardano il presidente del Consiglio non contano le rapine, i furti, le violenze. Siete pronti come servitori fedeli a votare a favore del presidente del Consiglio". E se tutto questo avviene proprio oggi è "perché oggi casualmente il presidente del Consiglio è corso a Lampedusa seguito dai telegiornali. Quella visita non è per risolvere i problemi dell'isola, ma per coprire il processo breve che volete portare in Aula. Almeno provate vergogna dentro di voi per un'altra pagina nera della storia della Repubblica".


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martedì 29 marzo 2011

Monitoraggio ON LINE del livello della radioattività in tempo reale


Monitoraggio ON LINE del livello della radioattività in tempo reale.

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Watch live streaming video from contatoregeigeritalia at livestream.com

- Monitoraggio del livello della radioattività in tempo reale. A puro scopo dimostrativo abbiamo installato un contatore Geiger sempre attivo in un cortile di Bologna. Servizio fornito dall'importatore italiano dei contatori Geiger GAMMA-SCOUT. Tommesani Bologna www.tommesani.it www.gammascout.it


http://livestre.am/FbNM


Ora
Oggi alle 18.30 - 05 giugno alle ore 20.00

Luogo
Attentione il rilevamento è Bologna

Creato da

Maggiori informazioni
A puro scopo dimostrativo abbiamo installato un contatore Geiger sempre attivo in un cortile di Bologna. Servizio fornito dall'importatore italiano dei contatori Geiger GAMMA-SCOUT. Tommesani Bologna www.tommesani.it www.gammascout.it (less)
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VALORI DI ESPOSIZIONE ALLE RADIAZIONI (dal manuale operativo GAMMA-SCOUT®)
http://www.livestream.com/contatoregeigeritalia
Per lavoratori con esposizione professionale a sorgenti radioattive l'unione Europea ha stabilito I seguenti limiti massimi (considerando un accumulo di dose per 2000 ore/anno):
Categoria B: 6 mSv p.a.= 3 microSievert/h
Categoria A:20 mSv p.a.= 10 microSievert/h
Una zona di esclusione o di interdizione presume valori a partire da 3 milliSievert/h
Per tutti gli altri cittadini il limite di accumulo max annuo è di 1 mSv p.a. oltre il valore di fondo.

C'era una volta Viol@ IMPORTANT-PEOPLE
http://ceraunavolt-important-people.blogspot.com/




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Avvocati , Ecco la trappola della mediazione

Dal 20 marzo parte della giustizia civile 
sarà amministrata da
 privati


Dal 21 di marzo, in Italia, chi vorrà intentare una causa civile nei confronti di una banca, un’assicurazione, una Asl, un giornale o anche un parente più o meno prossimo, non dovrà rivolgersi a un tribunale. Recita infatti la norma, questa sì “epocale”, tenuta a battesimo dal ministro della Giustizia Angelino Alfano, che per i diritti reali, le divisioni, le successioni ereditarie, i patti di famiglia, i contratti di locazione, comodato, affitto di aziende, il risarcimento da responsabilità medica e da diffamazione a mezzo stampa, i contratti assicurativi, bancari e finanziari, è fatto obbligo di passare, prima del giudice, per un tentativo di “conciliazione” tra le parti. Che vuol dire? Che se uno ha un contenzioso con un’assicurazione per un mancato risarcimento dovrà obbligatoriamente rivolgersi a un “mediaconciliatore”. Vale a dire a un soggetto privato, che, dietro pagamento, proverà a metterci d’accordo.

Chiariamo una cosa. La mediazione, in sè, non è un mostro. Può servire ad esempio tra imprenditori e fornitori che hanno problemi con debiti o contratti, e le Camere di commercio da tempo si sono dotate di strumenti utili a facilitare l’incontro tra le parti. Lo spirito della nuova legge, nata per snellire la mole di lavoro dei tribunali civili, innescherà però un business di milioni di euro che graverà sui soggetti più deboli, e sarà un costo ulteriore per i cittadini.

Motivo in più, assieme all’evidente perdita di lavoro che ne deriverà, per spingere gli avvocati a proclamare, ieri, uno sciopero che terminerà il 22 marzo, a manifestare in piazza Montecitorio sotto la sigla dell’Oua (l’Organismo unitario dell’avvocatura) e a presentare un ricorso al Tar che verrà discusso nei prossimi giorni.

I costi. La prima novità per i cittadini è il costo. Per accedere alla mediazione entrambe le parti in lite devono pagare il mediatore (il quale avrà quattro mesi a disposizione per metterli d’accordo). Quanto? In base al “valore della lite”. Il ministero ha fatto una tabella, cui si possono uniformare i mediatori. Prima, però, il cittadino dovrà pagare i 40 euro per le “spese di avvio del procedimento”. Facciamo un esempio: avanziamo 70 mila euro da un’assicurazione. Vorremmo adire le vie legali (ma in Italia per avere una sentenza occorrono in media 1210 giorni), ma la nuova legge lo impedisce. Allora paghiamo 40 euro e ci rivolgiamo ad un organismo di conciliazione. Poiché la cifra che vorremmo è di 70 mila euro, “all’inizio del primo incontro di mediazione” dobbiamo versarne almeno 500 al mediatore (vale a dire non meno della metà dei mille che dovremmo dargli entro la fine del procedimento). Se il mediatore formula una proposta, allora dovremmo dargli altri 200 euro, e siamo a 1240. A questo punto, se avremo contro una assicurazione, probabilmente dovremo dotarci di un legale. E se di mezzo c’è un qualche incidente, anche di un parere medico. Tutte spese che sono a carico del cittadino. Scaduti i quattro mesi, però, le due parti potranno benissimo non essere d’accordo. Allora che si fa? Solo allora si potrà andare in tribunale. E i soldi spesi? Sono rimasti al mediatore, all’avvocato che ci ha seguito e all’eventuale esperto che abbiamo dovuto consultare. Per nulla.

Davide e Golia. C’è un altro aspetto da tener presente. C’è una regola per cui il primo che adisce alla mediazione “sceglie” il mediatore. Questo vuol dire che gli studi legali che trattano cause di un certo tipo (assicurazioni, banche, giornali), si doteranno un “mediatore” di fiducia da poter allertare appena fiutano la causa. Mettiamo che il “mediatore” di fiducia di una banca sia a Padova e il cittadino “obbligato” a mediare in Sicilia. Che succede? Che quest’ultimo dovrà andare in Veneto, con il mediatore che riceve la maggior parte del proprio “lavoro” dall’assicurazione o dalla banca nostra controparte. Secondo voi quanto sarà la possibilità di mantenersi “terzo” come dice la legge?

Il business. Gli organismi privati di mediazione contenuti nell’elenco del ministero della Giustizia sono per adesso 179. Al numero uno c’è l’Adr Center, che tra i mediatori formati conta anche la moglie del ministro Angelino Alfano, l’avvocato Tiziana Miceli. Nelle loro tasche arriverà la cifra record di 360 milioni di euro (il conto si ottiene moltiplicando i 600mila processi interessati dalla conciliazione obbligatoria alla media di spesa di 600 euro l’uno).
Ma il business è anche quello di coloro che formano i nuovi mediatori (per fare questo lavoro occorre una laurea triennale, anche non in giurisprudenza, e un corso di 50 ore). Ci si sono lanciati anche il Cepu, la Niccolò Cusano. Il costo varia dagli 800 ai 3500 euro a corso. Un altro ricco affare.


Da Il Fatto Quotidiano del 17 marzo 2011
di Eduardo Di Blasi
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lunedì 28 marzo 2011

ISLANDA , Una rivoluzione messa a tacere , che il debito lo paghi chi lo crea, che la crisi la paghi chi l’ha prodotta


Gli islandesi si sono ribellati contro il proprio governo, 
chiedendo di non pagare il debito delle banche



Ciò che non appare nei media, non accade. Questa è la massima che si deve applicare allo strano caso dell'Islanda. Sì, l'Islanda. L’Islanda dovrebbe essere notizia, titolo principale dei giornali. Perché? Bene, perché in Islanda, la gente è scesa per le strade, pentola in mano, per mostrare la sua radicale opposizione al suo governo. E la mobilitazione dei  cittadini non solo ha provocato due crisi di governo, ma ha imposto un processo costituzionale, la stesura di una nuova Costituzione per evitare il ripetersi di situazioni simili come quelle che si sono verificate nel corso di questa crisi globale. Quali sono queste situazioni?
Le tre principali banche islandesi si lanciarono, protette dal neoliberismo rampante, in una politica di acquisto di attivi e prodotti al di fuori dei loro confini. Come è successo con molte banche, quei prodotti sono risultati spazzatura, di quella che a Rodrigo Rato sembrava una stupenda scommessa finanziaria quando era direttore del FMI, che ha portato queste istituzioni alla bancarotta  per i loro debiti in Olanda e Gran Bretagna. Il governo islandese ha provveduto a nazionalizzare le banche e ad assumersi i loro debiti. Questo ha significato che ogni cittadino dell’Islanda si ritrovasse con un debito di 12.000 euro. Come accade in tutto il mondo, la cattiva gestione degli enti privati, deve essere supportata dalle istituzioni pubbliche e, quindi, dalla cittadinanza nel suo insieme.
 
La differenza è che i cittadini islandesi, di fronte allo scandalo della situazione- scandalo che è paragonabile a quello che succede in tutti i paesi occidentali- si sono ribellati contro il loro governo. Così, sono scesi in strada, chiedendo di non pagare il debito degli altri. Altri che quando non hanno profitti non si ricordano dei cittadini e degli stati, ricorrono ansiosi ad essi quando si trovano in situazioni d’emergenza. Il governo, che ha insistito per pagare il debito, sotto la pressione fatta dal FMI e dei governi olandesi e britannici, si è visto costretto a convocare un referendum, nel quale il 93% della popolazione si è rifiutata di pagare il debito di altri. Questo ha causato una crisi politica di profonde dimensioni che ha condotto a due crisi di governo e alla creazione di una commissione di cittadini incaricati di scrivere una nuova Costituzione. Gli islandesi si sono stancati di essere presi in giro ed hanno deciso di prendere il loro destino nelle proprie mani.

Il caso è sorprendente. Ma forse più sorprendente è che questo processo, che si sta verificando in questi due ultimi anni, e che è in pieno fervore, con un’offensiva del Partito Conservatore per dichiarare illegale il processo costituente  (che paura che hanno i conservatori della forza dei cittadini!!), che questo processo, insisto, non ha meritato neanche un solo commento sui mass media. 

Quando i vulcani d’Islanda sono scoppiati mesi fa, le sue ceneri hanno coperto l’Europa ed hanno causato un enorme caos aereo. Probabilmente, il timore che le ceneri del vulcano politico islandese provocasse effetti sociali in Europa è una spiegazione plausibile per questo silenzio. L’effetto contagio, lo abbiamo visto nel Magreb, è una delle caratteristiche della società mediatica.

Gli islandesi ci mostrano un cammino diverso per uscire dalla crisi. Tanto semplice come dire basta e ricordare che la politica, e chi la esercita, devono essere al servizio della cittadinanza e non degli interessi di entità private la cui voracità, egoismo, mancanza d’etica (vedasi il caso dei recenti bond per 25 milioni di euro a direttivi del Cajamadrid) è all’origine di questa crisi. I

In Islanda è stato adottato l’ordine di fermo contro i dirigenti delle entità in questione. In Islanda, mettendo in un angolo i partiti impegnati a sottomettersi ai diktat dei mercati, la cittadinanza è diventata protagonista. 
Gli islandesi l’hanno detto chiaro: 
che il debito lo paghi chi lo crea, che la crisi la paghi chi l’ha prodotta.


Di Juan Manuel Aragüés 



Juan Manuel Aragues è professore di Filosofia all' Università di Saragozza.
Traduzione per Voci Dalla Strada a cura di VANESA 

 http://www.vocidallastrada.com/2011/03/islanda-una-rivoluzione-messa-tacere.html


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L'Aquila ricostruita con 300 euro - BLUFF IN TIVU'


L'Aquila ricostruita con 300 euro

. Il tutto per 300 euro e per far vedere la propria faccia in tv. La faccia di chi non ha faccia, né dignità.

L ' ormai nota vicenda della falsa aquilana ospitata a Forum, per un motivo:in quella circostanza sono stati violati i diritti fondamentali di informazione e il diritto della popolazione a...quilana di avere una VERA ricostruzione senza insabbiare nulla. MARINA VILLA, 50 anni,ospite della trasmissione, dichiarava di essere commerciante. Ringraziava in diretta il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, e il capo dipartimento della protezione Civile, Guido Bertolaso, per tutto ciò che erano riusciti a fare per l’Aquila: “La ricostruzione è quasi terminata, hanno risolto molti dei nostri problemi”. E' lì in tv con il coniuge a discutere della separazione davanti al giudice del tribunale televisivo. Ma è tutto finto: lei non è dell’Aquila, non è commerciante, il vero marito è a casa a Popoli, il paesino abruzzese nel quale la coppia vive: si chiama Antonio Di Prata e con lei gestisce un’agenzia funebre dicono nella rete. Rita Dalla Chiesa si difende" Non erano aquilani? Io mica chiedo la Carta di Identità". E' evidente un progetto mediatico martellante e meschino. Si sfrutta una tragedia per fini propagandistici, per una campagna elettorale. Si gioca profondamente con la VITA delle persone. Si nasconde la tragedia. Per questo credo che sia una brutta pagina di diritti umani violati ...



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Alla trasmissione "Forum" ha partecipato una finta coppia che ha detto di essere dell'Aquila. Il risultato è stato uno spot pro-governo: secondo la donna della coppia, nel capoluogo abruzzese solo 300 persone sono rimaste senza casa e «mangiano e bevono a spese dello Stato». Inevitabili allora le lodi sperticate per il presidente del Consiglio: «Non ci ha fatto mancare niente, ha dato a tutti case con giardini, garage e tutti lavorano. Voglio quei soldi perché tutte le attività hanno riaperto, tranne la mia. L'Aquila è in piena ricostruzione, sta tornando come prima».
Ne approfitta anche Rita Dalla Chiesa che omaggia Bertolaso e la donna aggiunge: «Sono rimaste fuori solo 300/400 persone, stanno in hotel perché gli fa pure comodo, mangiano, bevono e non pagano nulla, pure io ci vorrei andare».


L'Italia è piena di miserabili disposti a vendersi per quattro soldi. Come la finta aquilana, Marina Villa che a Forum è andata a raccontare che l'Aquila è completamente ricostruita, recitando l'ignobile copione politico scritto da autori di basso servizio e messo in tavola senza vergogna da  Rita Dalla Chiesa  . Il tutto per 300 euro e per far vedere la propria faccia in tv. La faccia di chi non ha faccia, né dignità. Ma questa grassa signora che ha trovato un modo alternativo per vendere il proprio corpo al premier, visto che gestisce un'agenzia di pompe, ma funebri, nella sua difesa, dice finalmente una verità: "Che vogliono questi aquilani? Ma lo sanno tutti che è una trasmissione finta".
In effetti è vero, si sa che è tutto finto, com'è finto il grande fratello, com'è finta la televisione, ma viene preso per autentico visto che a forza di mentire a se stessi non è rimasta altra verità se non fingere che sia vero ciò in cui si finge di credere. In mancanza di futuro e di speranze che non siano quelle immediate e personali, in mancanza dunque di politica ci si abbandona alla menzogne come a un placebo che metta fine al disorientamento e al niente.
Ecco perché un minimo di onestà vorrebbe che sotto le trasmissioni tipo Forum comparisse una scritta in sovrimpressione che avvisi, come accadeva un tempo per i film, che si tratta di pura fantasia, che ogni riferimento a persone o eventi reali è del tutto casuale. Che il processo breve e fasullo che anticipa quello reale, sia preso per ciò che è: una commedia.  Tutti quelli che con tanta minuziosa attenzione si occupano di televisione, potrebbero anche proporlo. E non solo lo vorrebbe l'onestà che certo è l'ultimo pensiero della redazione di Forum. Ma anche quel minimo di dignità rimasto nel Paese: mettere lo spettatore appassito e inerte di fronte alla realtà della finzione.
Del resto quella scritta avrebbe molti usi e potrebbe essere anche campeggiare sotto gli interventi del premier che sono in tutto simili alla comparsata della signora Villa: cambia solo il budget. E la difesa del Cavaliere, una volta uscito di scena, potrebbe anche essere la stessa, rivolta a quelli che da lui pendono: Ma che volete, non sapevate che era tutto finto?


Lo scontro per la giustizia entra nel vivo e Silvio schiera la claque.


Panino, bibita e 20 euro: pronti gli applausi per il processo del Cavaliere

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Un po' di menzogne sulla guerra di Libia



Un po' di menzogne sulla guerra di Libia


Si dice che la prima vittima della guerra sia la verità. Le operazioni militari in Libia e la risoluzione 1973 che ad esse fornisce base giuridica non fanno eccezione a questa regola. Esse sono presentate al pubblico come una necessità per proteggere le vittime civili dalla repressione indiscriminata del colonnello Gheddafi. In realtà si tratta di classiche menzogne dell’imperialismo. Ecco alcuni elementi di chiarificazione.
Per fornire un’immagine a fosche tinte, la stampa atlantista ha fatto credere che le centinaia di migliaia di persone in fuga dalla Libia stiano tentando di sfuggire a una strage. Le agenzie di stampa hanno evocato migliaia di morti e parlato di "crimini contro l'umanità". La Risoluzione 1970 ha messo in guardia il Tribunale penale internazionale contro possibili "attacchi sistematici o generalizzati diretti contro i civili".
In realtà, il conflitto libico può essere letto sia in termini politici che in termini tribali. I lavoratori immigrati sono stati le prime vittime. Essi sono stati brutalmente costretti ad andarsene. Gli scontri tra lealisti e rivoluzionari sono stati realmente sanguinosi, ma non nelle proporzioni propagandate. Non vi è mai stata alcuna repressione sistematica contro i civili.
Durante il suo discorso al Consiglio di Sicurezza, il ministro francese degli affari esteri Alain Juppé ha tessuto le lodi della "primavera araba" in generale e della rivolta libica in particolare.
Questo discorso lirico cela in realtà intenzioni nefande: Juppé non ha detto neanche una parola sulla sanguinosa repressione in Yemen e in Bahrain, e ha perfino elogiato il re Mohammed VI del Marocco come fosse uno di quei rivoluzionari. Così facendo, ha contribuito a rafforzare l'immagine disastrosa della Francia che si è impressa nell’immaginario del mondo arabo durante la presidenza Sarkozy.
Fin dall'inizio delle operazioni, Francia, Regno Unito e Stati Uniti non hanno mai smesso di affermare che questa non è una guerra occidentale (anche se il Ministro degli Interni francese, Claude Guéant, ha parlato di una "crociata" di Nicolas Sarkozy). A sostegno di ciò, adducono il sostegno di cui la coalizione godrebbe da parte dell'Unione Africana e della Lega Araba.
In realtà, l'Unione Africana ha sì condannato la repressione e ha affermato la legittimità delle rivendicazioni democratiche, ma si è sempre opposta ad un intervento militare straniero. Per quanto riguarda la Lega Araba, essa riunisce essenzialmente regimi che sono minacciati da rivoluzioni analoghe. Essi hanno sostenuto la contro-rivoluzione occidentale - alcuni vi hanno anche preso parte in Bahrain -, ma non possono appoggiare apertamente una guerra occidentale senza accelerare quei movimenti di contestazione interna che minacciano di rovesciarli.
In Libia vi sono tre zone di insorgenza. Un Consiglio Nazionale di Transizione Libico è stato costituito a Bengasi. Esso si è fuso con un preesistente governo provvisorio istituito dall’ex Ministro della Giustizia di Gheddafi, passato dalla parte degli insorti. E' proprio lui il personaggio che, secondo le autorità bulgare, avrebbe organizzato la tortura delle infermiere bulgare e del medico palestinese detenuti a lungo dal regime.
Riconoscendo questo CNTL e sdoganando il suo nuovo presidente, la coalizione si è scelta degli interlocutori e li ha poi imposti come leader ai protestanti.
Si trattava di prendere l'iniziativa e di evitare quello che è successo in Tunisia ed Egitto, quando gli occidentali hanno imposto un governo senza Ben Ali, o un governo Suleiman senza Mubarak, che poi i rivoluzionari hanno nuovamente rovesciato.
Se l'obiettivo fosse stato quello di proteggere le popolazioni civili, l’embargo avrebbe dovuto essere istituito contro i mercenari e le armi destinati al regime di Gheddafi. Invece, l’embargo è stato esteso ai rivoluzionari in modo da impedire una loro possibile vittoria. L’obiettivo era in realtà quello di fermare la rivoluzione.
Se l'obiettivo fosse stato quello di proteggere i civili, la no-fly-zone avrebbe dovuto essere limitata al territorio degli scontri. Invece è stato proibito il sorvolo in tutto il paese. In questo modo, la Coalizione spera di congelare l'equilibrio delle forze sul terreno e di dividere il paese in quattro. Questa partizione de facto della Libia deve essere considerata in prospettiva, insieme a quelle del Sudan e della Costa d'Avorio, come una delle prime tappe di un "rimodellamento dell'Africa".
Se l'obiettivo fosse stato quello di proteggere le popolazioni civili, solo i beni personali della famiglia Gheddafi e dei dignitari del regime avrebbero dovuto essere bloccati per impedire loro di aggirare l'embargo sulle armi. Invece il blocco è stato esteso al patrimonio di tutto lo Stato libico. Ora la Libia, nazione ricca di petrolio, dispone di un tesoro considerevole che ha in parte depositato nel Banco del Sud, un istituto per il finanziamento di progetti di sviluppo nel Terzo Mondo.
Come ha fatto notare il presidente venezuelano Hugo Chavez, questo blocco non mira a proteggere i civili. Esso mira a ripristinare il monopolio della Banca Mondiale e del FMI.
Se l'obiettivo fosse stato quello di proteggere i civili, la risoluzione 1973 avrebbe dovuto essere attuata dalle Nazioni Unite. Invece, le operazioni militari sono state coordinate dalla US Africom e dovrebbero ora passare nelle mani della NATO. E’ per questo motivo che il ministro turco degli Affari Esteri, Ahmet Davutoglu, si è detto indignato per l'iniziativa francese e ha richiesto spiegazioni alla NATO.
In modo più brusco, il Primo Ministro russo Vladimir Putin ha affermato che la risoluzione è "imperfetta e inadeguata. Leggendola, risulta chiaro che essa permette a chiunque di agire contro uno Stato sovrano. Nel complesso, mi ricorda una chiamata medievale alla crociata”, ha concluso.

scritto da Thierry Meyssan


http://italian.irib.ir/radioislam/


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domenica 27 marzo 2011

ECOLOGIA: Fukushima. L'errore dei media che tolgono i riflet...


GIAPPONE: MARE RADIOATTIVO A FUKUSHIMA,
1250 VOLTE OLTRE LIMITE


ECOLOGIA: Fukushima. L'errore dei media che tolgono i riflet...: "Fukushima. L'errore dei media che tolgono i riflettori sul Giappone mentre il livello d'allarme sale ed i danni sono infiniti GIAPPONE: MAR..."


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LAMPEDUSA, STAFFETTA, SOLIDARIETA' ATTIVA



PARTE PER LAMPEDUSA LA STAFFETTA DELLA SOLIDARIETA' ATTIVA


Lampedusa è una metafora dell'Europa passata e presente, per certi aspetti lo è anche di quella futura. Lampedusa è il prodotto di quello che le classi dominanti europee hanno confezionato con decenni di politiche liberiste, di guerra tra poveri, di razzismo di stato, di Frontex. Lampedusa è la matrice simbolica con la quale la destra europea vuole governare la crisi e la guerra con la paura dell'ondata senza controllo. Oggi Lampedusa, volutamente abbandonata dal Governo attraversa i nostri telegiornali. Lo fa con i battibecchi dei parlamentari che votano la guerra per il petrolio dopo aver subappaltato a Gheddafi i lager per migranti in Libia. A Lampedusa, noi che siamo contro la guerra e per la rivolta contro il liberismo dobbiamo andare, non per lavarci la coscienza ma perché con chi sbarca condividiamo un destino comune. Dobbiamo andare per costruire una solidarietà politica nello spazio euro mediterraneo, che affermi il diritto alla libertà di movimento per tutti e tutte e l'autodeterminazione dei popoli. L'Italia non è solo Bossi o la carità pelosa dei nostri governanti. L'Italia è uno straordinario paese in cui la solidarietà dal basso, ha costruito straordinarie esperienze di mobilitazione. Non lasciamo soli i nuovi venuti alla retorica dei dominanti, ogni circolo, associazione, RSU, collettivo universitario, centro sociale ha un'opportunità concreta, materiale, per costruire nel bisogno un'altra idea di società. Facciamolo e diamo una mano alla rete antirazzista di Palermo che porterà nei prossimi giorni beni di prima necessità a Lampedusa. Controlacrisi.org cercherà di tenervi informati sulla situazione dell’isola e vi faremo sapere quali saranno i bisogni nel tempo, grazie al costante collegamento con persone che hanno aderito alla STAFFETTA organizzata dal Forum Antirazzista di Palermo con l'Ass. Askavusa e i compagni di MeltingPot già sull'isola.
Con il primo gruppo sono partiti il circolo Arci Malaussène, i Laici Comboniani e i Giovani Comunisti.


per chi è interessato a dare una mano, forniamo la lista dei prodotti

ALIMENTI:
biscotti
latte
scatolette (tonno, legumi ecc...........)
zucchero
the
barrette di cioccolato

PRODOTTI X L'IGIENE:
shampo
bagno-schiuma
saponi
spugne

VESTIARIO:
mutande
calze
scarpe (dal 41 in su)
coperte

A Palermo i luoghi di raccolta sono:

Il circolo vella del PRC
per info
atma@inwind.it
3286212368

Laboratorio Zeta (via boito 7) il martedì 29 ore 18:00 - 23:00
URGENTISSIMO: entro mercoledì 30 Marzo!!!

A Trapani il circolo Rostagno assieme alle brigate della solidarietà attiva organizza la raccolta. I beni possono essere portati presso il Circolo Rostagno nei seguenti giorni:

Sabato: 18.30 - 20.00
Lunedi: 18.00 - 20.00
Martedi e Mercoledi: 1

6.00 - 18.00


A PARTINICO

Presso il circolo prc (Ex Arena Lo Baido) è stato attivato un centro di raccolta di viveri e materiali di prima necessità.

La sede sarà aperta tutte le mattine dalle 10 alle 12, e il pomeriggio dalle 16 alle 19.
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Vi chiediamo di portare quel che potete entro mercoledì 30 marzo, perché come deciso nella riunione che si è svolta ieri a Palermo, giorno 1° aprile partirà la prima spedizione.
La raccolta proseguirà anche nelle prossime settimane.

Le Brigate della Solidarietà Attiva stanno inoltre attivandosi nei propri territori per fornire sostegno attivo.


“Il governo sta affamando gli immigrati a Lampedusa”


‘Un pugno di riso e due panini ai migranti accampati al porto? Pasti e coperte sono di competenza del governo a cui va attribuita questa vergogna, non certamente ai lampedusani’. Cosi’ il governatore della Sicilia, Raffaele Lombardo, ha risposto a una domanda dei giornalisti in una giornata che l’ha visto protagonista di una serie di dichiarazioni ‘di guerra’ a Berlusconi.

DOLO DEL GOVERNO – Che ci sia la volonta’ di creare il caso o di recuperare consensi vorrei escluderlo’, ha POI risposto ai giornalisti che gli hanno chiesto se non ritenesse che il caso Lampedusa possa essere stato creato ad hoc dalla Lega per ottenere consensi al Nord in vista delle prossime elezioni. ‘Sicuramente – ha aggiunto – la risposta del governo e’ inadeguata e incredibile. Gli immigrati non li vuole nemmeno la Val d’Aosta, e il governo non convincerà nessuno”. “Da questa mattina sono a Lampedusa. Ho fatto un primo giro sull’isola, incontrando le autorita’, i lampedusani e gli immigrati, i quali mi hanno detto che vogliono andar via da qui. L’isola e’ letteralmente invasa da tunisini e sembra quasi di non essere piu’ in territorio italiano”, ha poi affermato sul suo blog.

UNA SOLUZIONE – “I migranti – sottolinea il Governatore – sono tutti in giro alla ricerca di un po’ di cibo, di acqua, sigarette e altri beni di prima necessita’. Non hanno servizi igienici e qualunque strada, vicolo e angolo dell’isola e’ destinato a trasformarsi in luogo dove bivaccare o dormire alla meno peggio. Una realta’ che non puo’ piu’ essere tollerata e che non puo’ reggere. Occorre trovare una soluzione, nel piu’ breve tempo possibile, per far tornare Lampedusa alle condizioni originarie. L’isola deve ricominciare a vivere e i migranti che puo’ permettersi di accogliere sono gli 800-900 che possono essere ospitati al centro immigrati. Per tutti gli altri va trovata una soluzione immediata. Sono convinto, l’ho detto e lo ribadisco, che l’unica soluzione sia quella di inviare navi che intercettino i migranti in mare, li accolgano, li rifocillino e poi, dalle navi stesse, li mandino alle destinazioni finali che non siano Lampedusa”.


NON SI SA CHE FARE - E ancora: “Credo che il governo ancora non abbia chiaro dove intende mandarli. Si prevedono altri 10 o 20 mila arrivi. Quelli che sono giunti qui in questi giorni erano ampiamente previsti e annunciati ma il governo nazionale non e’ stato capace di approntare un piano e darsi una migliore organizzazione. La Regione siciliana sta facendo tutto quanto in suo potere per fronteggiare la situazione: abbiamo portato l’acqua potabile, facciamo pulizie straordinarie, abbiamo attivato presidi sanitari, porteremo cucine da campo. E non ci stancheremo di ringraziare per lo sforzo che stanno facendo le forze dell’ordine, le Ong, la Caritas, che insieme ai cittadini di Lampedusa e nonostante le enormi difficolta’, stanno svolgendo un lavoro eccellente. Ma questo e’ un compito che tocca, in primo luogo, allo Stato. Pare che il Commissario abbia la disponibilita’ di un milione di euro: quanto basta per qualche giorno, non di piu’. Non si puo’ continuare a lasciare l’isola abbandonata a se stessa e in ginocchio a meno che – conclude Lombardo – a qualcuno, incoscientemente e proditoriamente, non sia balenata la terribile idea di riportare Lampedusa, come era ai tempi del fascismo e prima ancora, colonia penale per deportati e confinati”.


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sabato 26 marzo 2011

Libia, Una rivoluzione telecomandata

Nouri Masmari (nella foto con Gheddafi)


Rivelazioni sul coinvolgimento dei servizi segreti francesi nella pianificazione delle rivolte anti-Gheddafi e sulla presenza in Cirenaica di forze speciali angloamericane fin dalle prime fasi della ribellione, se non da prima
Se non fosse per l'aspro scontro diplomatico in atto tra Italia e Francia sulla Libia, difficilmente saremmo venuti a conoscenza degli imbarazzanti retroscena della 'rivoluzione libica' pubblicati ieri dalla stampa berlusconiana, che dimostrano come la rivolta popolare contro Gheddafi sia stata orchestrata da Parigi fin dallo scorso ottobre.
Il quotidiano Libero, citando documenti riservati dell'intelligence francese (ottenuti dai servizi italiani) e basandosi su notizie pubblicate dalla newsletter diplomatica Maghreb Confidential, racconta come l'uomo più fidato del Colonnello, il suo responsabile del protocollo Nouri Masmari (nella foto con Gheddafi), lo abbia tradito rifugiandosi a Parigi lo scorso 21 ottobre.
Lì, nel lussuoso hotel Concorde Lafayette, questo inquietante personaggio ha ripetutamente incontrato i vertici dei servizi francesi, fornendo loro informazioni politiche e militari utili per rovesciare il regime libico e contatti libici fidati per organizzare una rivoluzione.
In base a queste indicazioni, il 18 novembre agenti francesi al seguito di una missione commerciale a Bengasi hanno incontrato il colonnello dell'aeronautica Abdallah Gehani, pronto a disertare. Gheddafi scopre qualcosa e dieci giorni dopo chiede alla Francia di arrestare Mesmari, ma lui chiede asilo politico e continua a tessere le sue trame.
Il 23 dicembre arrivano a Parigi altri tre libici: Faraj Charrant, Fathi Boukhris e Ali Ounes Mansouri, ovvero al futura leadership della rivoluzione libica. Mesmari, sempre sorvegliato/protetto dai servizi francesi, si incontra con loro in un lussuoso ristorante degli Champs Elysèe.
Subito dopo Natale arrivano a Bengasi i primi ''aiuti logisitici e militari'' francesi.
A gennaio Mesmari, soprannominato dagli 007 francesi 'Wikileak' per tutte le informazioni che rivela, aiuta Parigi a predisporre i piani della rivolta assieme al colonnello Gehani. Ma i servizi segreti libici scoprono le intenzioni di quest'ultimo e lo arrestano il 22 gennaio.
Qui finiscono le rivelazioni di Libero, ma cominciano quelle sull'arrivo di commando di forze speciali britanniche e statunitensi a Bengasi.
Tra il 2 e il 3 febbraio, secondo ''informazioni raccolte in ambienti ben informati'' dal blog Corriere della Collera (del massone Antonio De Martini, ex responsabile del movimento repubblicano di destra 'Nuova Repubblica'), uomini delle Sas e delle Delta Force sarebbero giunti in Cirenaica per inquadrare e addestrare i futuri ribelli.
Il 17 febbraio scoppia la rivolta in Cirenaica.
Secondo fonti di stampa vicine ai servizi segreti israeliani e pachistani, una settimana dopo, nelle notti del 23 e 24 febbraio, sbarcano a Bengasi e a Tobruk centinaia di soldati delle forze speciali britanniche, statunitensi e anche francesi per aiutare i rivoltosi a sostenere la dura reazione militare del regime di Gheddafi: i gruppi ribelli vengono organizzati in unità paramilitari e addestrati all'uso delle armi pesanti catturate dai depositi governativi.
La consistente presenza di forze militari inglesi in Cirenaica fin dalle prime fasi della rivolta anti-Gheddafi (almeno da fine febbraio) verrà successivamente confermata dal giornale britannico Sunday Mirror.

I primi di marzo, secondo il settimanale satirico francese Le Canard enchainé, i servizi segreti francesi della Dgse hanno fornito ai ribelli libici un carico di cannoni da 105 millimetri e batterie antiaeree camuffato come aiuto umanitario e accompagnato da addesratori militari.
I mesi di pianificazione portata avanti dall'intelligence francese e il tempestivo, se non preventivo, sostegno militare anglo-americano-francese sul terreno, gettano nuova luce sulla natura della 'rivoluzione libica'.

Enrico Piovesana

 http://it.peacereporter.net/articolo/27597/Libia,+rivoluzione+telecomandata


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venerdì 25 marzo 2011

Libia, migliaia di tesori archeologici a rischio


Libia, migliaia di tesori archeologici a rischio


Dalle antiche città della Cirenaica, Cirene, Apollonia e Tolemaide ai centri archeologici di Sabratha e Leptis Magna fino a Ghadames, la perla del Sahara, la Libia, in queste ore sotto attacco, è una culla di archeologia di incredibile bellezza.
CIRENE
Cirene è il nome di una importante colonia greca del Mediterraneo che si trovava nell’odierna Libia orientale, presso l’attuale cittadina di Shahhat, nella municipalità di Al Jabal al Akhdar. Fu fondata intorno al 630 a.C. dai dori (greci) che provenivano da Tera e pretendevano di discenderei da Euristeo. Ora cittadina di appena 8.000 abitanti è nota soprattutto per gli importanti siti archeologici con rovine della Cirene greco-romana, che l’hanno fatta qualificare come patrimonio dell’umanità dall’Unesco.
I resti dell’epoca greco-romana
I principali resti di epoca greco-romana sono l’acropoli, il santuario di Apollo e il tempio di Zeus che ospitava una replica della statua di Zeus di Fidia.È rimasta anche una grande necropoli, con numerosi sepolcri (datati dal VI secolo a.C. al IV secolo d.C.) e tempietti di Ecate e dei Dioscuri. È ben conservato anche l’impianto idrico romano, che include condotti sia sotterranei che sopraelevati e acquedotti.
La Venere scoperta dagli italiani
Nel 1913 una missione archeologica italiana rinvenne presso Cirene la c.d. Venere Anadiomene del II secolo, copia della perduta Venere di Cnido di Prassitele: il suo ritrovamento rese possibile ulteriori scavi che portarono alla luce il santuario di Apollo. L’opera fu trasferita in Italia per essere conservata nel Museo nazionale romano di Roma fino al 30 agosto 2008, data nella quale il presidente del consiglio Silvio Berlusconi riconsegnò la scultura al leader libico Muammar Gheddafi.
APOLLONIA
Apollonia era una antica colonia greca della Cirenaica i cui resti si trovano presso la città libica di Marsa Susa. La fondazione della città risale al VII secolo a.C. per opera di coloni di stirpe ellenica. Nel 365 subì ingenti danni a causa di un terribile terremoto che si abbattè su tutta la Cirenaica. Una gran parte della città fu inghiottita dal mare. All’inizio del V secolo conobbe un rinnovato splendore diventando un porto strategico della flotta bizantina. E nel VI secolo fu ulteriormente fortificata durante la c.d. Ananeosis, cioè la rinascita della Cirenaica, voluta dall’imperatore Giustiniano. In seguito alla conquista araba del VII secolo, però, la città si andò spopolando fino all’abbandono nel medioevo. Solo nel corso del XIX secolo si ripopolò di musulmani profughi provenienti dall’isola di Creta che le diedero il nome dell’attuale città araba, Marsa Susa, ricavandolo da quello antico di Sosouza.
I resti greci, romani e bizantini
I resti archeologici di Apollonia comprendono edifici risalenti alle tre civiltà che si sono succedute nel governo della città: greca, romana e bizantina. All’epoca greca appartengono le mura, ricostruite nel III secolo, e il teatro greco scavato nella roccia, anch’esso ricostruito dall’imperatore Domiziano. Risalgono all’epoca romana le terme, fatte costruire dall’imperatore Adriano. Dell’epoca bizantina restano le basiliche a ovest, al centro e a est ed il palazzo del governatore. In mare, abbastanza vicino alla riva, si trovano alcuni relitti di navi e resti di colonne greche e romane.
TOLEMAIDE
Tolemaide era un antico centro della Cirenaica, che sorgeva presso l’attuale città araba di Tolmeita. Fu fondata tra il VII e il VI secolo da coloni di Barca. Era legata alle cinque principali città della Libia orientale, la c.d. Pentapoli cirenaica di origine greca. Nel 365 un terribile terremoto la distrusse. E nel 428, la città fu devastata dai Vandali. Sotto Giustiniano fu ricostruita ma non riconquistò più la prosperità di un tempo. Risale a quest’epoca la realizzazione di una cisterna e di una chiesa i cui resti sono ancora visibili nell’area archeologica della città. Fu nuovamente devastata dagli Arabi nel VII secolo, ciò che portò al suo quasi totale abbandono da parte della popolazione. A partire dal periodo della dominazione italiana ebbero luogo numerosi scavi, che portarono alla luce il centro e la cinta di mura che lo difendeva. Nel 2001 una missione dell’Istituto di archeologia dell’Università di Varsavia diede corso ad ulteriori scavi archeologici.
Il Museo archeologico
La zona archeologica di Tolemaide conserva ancora importanti vestigia dell’epoca classica. Anzitutto permangono i resti di un teatro, di un ginnasio di età tolemaica, di un anfiteatro del III secolo e dell’arco di Costantino. Sempre al III secolo risale la c.d. Casa delle quattro stagioni, così chiamata perchè vi si trovava un mosaico raffigurante le quattro stagioni e risalente al V secolo. Il più famoso edificio di epoca romana è il c.d. Palazzo delle colonne, in antico residenza del governatore, che deve il nome ad un grande peristilio colonnato a due piani che lo ornava e che ospitava un mosaico raffigurante una testa di Medusa in opus vermiculatum. Nel Museo archeologico sono esposti i reperti archeologici più preziosi tra cui il mosaico della Casa delle quattro stagioni, quello del Palazzo delle colonne, ed un altro mosaico proveniente dal porto, ritraente il mito di Orfeo.
SABRATHA
Sabratha è una città della Libia nord-occidentale. La città fu fondata dai fenici e poi conquistata dai romani. Nei pressi della citta moderna restano le rovine dell’antica città che nel 1982 sono state inserite nella lista dei Patrimoni dell’Umanità dell’Unesco. Il sito archeologico di Sabratha è situato sulla costa mediterranea, a circa 1,5 km a nord ovest dal centro della moderna Sabratha. Oggi è fruibile grazie al lavoro compiuto nel 1920 dagli archeologi italiani che hanno riportato alla luce e parzialmente ricostruito gran parte dei reperti oggi presenti nell’area.
Il teatro romano
Il monumento più importante del sito è il teatro romano localizzato nella zona est del sito. La data di costruzione non è certa, si ritiene sia stato realizzato tra il II ed il III secolo d.C. La parte piu spettacolare è costituita dalla scena, che è formata da tre piani con colonne di marmo sovrapposte. Anche la scalinata è ben conservata e offre uno spettacolo suggestivo. Si calcola che sui suoi 11 gradini circolari potessero trovare posto circa 5.000 persone. Nella zona ovest si trova il Forum con alcuni templi e altri monumenti. Fra questi il tempio di Antonino, il tempio di Giove e la Basilica cristiana fatta costruire da Giustiniano con il pavimento a mosaico (visibile nel museo). Altri interessanti monumenti di epoca romana sono: il Tempio di Liber Pater, il Tempio di Serapide, il Tempio di Ercole e, nella zona est, sul mare, il Tempio di Iside. Nella zona ovest, al di quà delle mura bizantine che circondano il Forum ed i templi romani, si trova il mausoleo di Bes.
LEPTIS MAGNA
Leptis Magna fu un’antica e influente città della Libia, fiorita prima sotto i Cartaginesi e poi sotto i Romani. La città, che dal 1982 figura nella lista dei Patrimoni dell’Umanità dell’Unesco, era una delle tre che hanno dato il nome alla Tripolitania. Tanti i monumenti e gli edifici di rilievo di Leptis Magna: l’arco di Settimio Severo; le Terme di Adriano, il Tempio delle Ninfee, il Foro dei Severi; la Basilica dei Severi; il Foro Antico; gli Archi monumentali; il chalcidicum; il Mercato; il Teatro; le Terme dei cacciatori; l’Ippodromo.
GHADAMES
Ghadmes infine è una città-oasi della Libia occidentale, situata nei pressi del confine con l’Algeria e la Tunisia, circa 550 km a sudovest di Tripoli. Il centro storico della città, cinto da mura, è stato dichiarato patrimonio mondiale dell’umanità dall’Unesco.

Autore Jacopo Castellini

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GINO STRADA: La guerra non si deve fare mai

 

L' ITALIA RIPUDIA LA GUERRA

http://www.dueaprile.it/ 

 

Gino Strada: 

“Bisognava pensarci prima.

La guerra? 

Non si deve fare mai”



Intervista a Gino Strada di Wanda Marra

L'opinione pubblica tace e le coscienze dormono, ma secondo il leader di Emergency, nonostante sia stato preso alla sprovvista, "il movimento arcobaleno reagirà"“La guerra è stupida e violenta. Ed è sempre una scelta, mai una necessità: rischia di diventarlo quando non si fa nulla per anni, anzi per decenni”. Gino Strada, fondatore di Emergency (che tra l’altro proprio in questi giorni sta lanciando il suo mensile E, in edicola dal 6 aprile), mentre arriva il via libera della comunità internazionale all’attacco contro la Libia e cominciano i primi bombardamenti, ribadisce il suo “no” deciso alla guerra come “mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”, citando la Costituzione italiana.

Che cosa pensa dell’intervento militare in Libia? Questo è quello che succede quando ci si trova davanti a situazioni lasciate incancrenire. L’unica cosa che auspico è che si arrivi in fretta a un cessate il fuoco. La risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu è molto ambigua nella formulazione: vanno adottate “tutte le misure necessarie per proteggere la popolazione civile”. Vuol dire tutto e niente.

Dunque, lei è contrario? Assolutamente. Il mio punto di vista è sempre contro l’uso della forza, che non porta da nessuna parte.

Ma allora bisogna stare a guardare mentre Gheddafi bombarda la sua popolazione? Sono un chirurgo. Non faccio il politico, il diplomatico, il capo di Stato. Non so in che modo si è cercato di convincere Gheddafi a cessare il fuoco. E poi le notizie che arrivano sono confuse e contraddittorie.

Però, alcuni punti sembrano chiari: che Gheddafi è un dittatore, contro il quale c’è stata una rivolta popolare e che sta massacrando i civili, per esempio…Che Gheddafi sia un dittatore è molto chiaro. Che stia massacrando i civili è chiaro, ma impreciso: lo fa da anni, se non da decenni. E noi, come Italia, abbiamo contribuito, per esempio col rifornimento di armi. Se il principio è che bisogna intervenire dovunque non c’è democrazia, mi aspetto che qualcuno cominci i preparativi per bombardare il Bahrein. Che facciamo, potenzialmente bombardiamo tutto il pianeta? Sia chiaro, non ho nessuna simpatia per Gheddafi, ma non credo che l’uso della violenza attenui la violenza. Quanti dittatori ci sono in Africa? Bisogna bombardarli tutti? E poi: con questo ragionamento, la Spagna potrebbe decidere di bombardare la Sicilia perché c’è la mafia.

Questo conflitto però viene percepito come intervento umanitario, più di quanto non sia accaduto, per esempio, con quelli in Afghanistan e in Iraq. Lei non crede che questo caso sia diverso da quelli?Ogni situazione è diversa dall’altra. I cervelli più alti del pianeta hanno una visione della politica che esclude la guerra. Voglio rifarmi a ciò che scrivono Einstein e Russell, non a ciò che dicono i Borghezio e i Calderoli. Sarkozy non mi sembra un grande genio dell’umanità. E dietro ci sono sempre interessi economici.

Ma qual è la soluzione?A questo punto è molto difficile capire cosa si può fare. Si affrontano le questioni quando divengono insolubili. A questo punto che si può fare? Niente, trovarsi sotto le bombe. Non è possibile che si ragioni sempre in termini di “quanti aerei, quante truppe, quante bombe”. Invece, magari avremmo potuto smettere di fare affari con Gheddafi.

Che cosa pensa della posizione italiana?Vorrei conoscerla. Frattini un paio di giorni fa ha detto che “il Colonnello non può essere cacciato”. Cosa vuol dire: che non si deve o non si può? Noi non abbiamo nessuna politica estera, come d’altra parte è stato ai tempi dell’Afghanistan e dell’Iraq.

Salta agli occhi come questa guerra stia scoppiando senza una vera partecipazione emozionale. E senza nessuna mobilitazione pacifista. Per protestare contro l’intervento in Afghanistan ci furono manifestazioni oceaniche in tutto il mondo.A Roma eravamo tre milioni.

E adesso dove sono quei tre milioni? Non è un dettaglio il fatto che le forze politiche che allora promuovevano le mobilitazioni, in Parlamento poi hanno votato per la continuazione della guerra. E, infatti, la sinistra radicale ha perso 3 milioni di voti.

Ma al di là della politica, l’opinione pubblica tace. Questa guerra è arrivata inaspettata: se andrà avanti sicuramente ci sarà una mobilitazione per chiedere che si fermi il massacro.

Inaspettata o no, il silenzio del movimento pacifista colpisce. Il movimento pacifista esiste e porta avanti le sue battaglie, da quella per la solidarietà, alla lotta contro la privatizzazione dell’acqua, al no agli esperimenti nucleari. E certamente si farà sentire per chiedere la fine del massacro.

Dunque, secondo lei non c’è un addormentamento delle coscienze?Certo che c’è, e non potrebbe essere il contrario. Abbiamo un governo guidato da uno sporcaccione, e nessuno dice niente. Ha distrutto la giustizia, e nessuno dice niente. Sono anni che facciamo respingimenti e si incita all’odio e al razzismo. Non sono cose che passano come gocce d’acqua.

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LINKS: Emergency L' ITALIA RIPUDIA LA GUERRA



L' ITALIA RIPUDIA LA GUERRA

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giovedì 24 marzo 2011

G8 Genova 2001: Ue assolve Italia su morte Giuliani



G8 Genova 

la Corte di giustizia Ue

assolve Italia su morte Giuliani



La Corte europea dei diritti umani di Strasburgo, con sentenza definitiva, ha assolto oggi l'Italia dalle accuse di aver responsabilità nella morte di Carlo Giuliani avvenuta durante gli scontro tra manifestanti e forze dell'ordine nel corso del G8 di Genova. La decisione è stata presa a maggioranza dai giudici della Grande Camera. Con tredici voti a favore e quattro contrari i giudici della Grande Camera hanno stabilito la piena assoluzione di Mario Placanica, il carabiniere che sparò a Carlo Giuliani in piazza Alimonda, confermando così la sentenza di primo grado emessa il 25 agosto 2009. La Grande Camera ha assolto l'Italia dall'accusa di non aver condotto un'inchiesta sufficientemente approfondita sulla morte di Giuliani. In questo caso la Corte si è espressa con 10 voti a favore e 7 contrari. La stessa maggioranza si è pronunciata anche per l'assoluzione dell'Italia dall'accusa di non aver organizzato e pianificato in modo adeguato le operazioni di polizia durante il summit del G8 a Genova.


A presentare il ricorso alla Corte europea dei diritti dell'uomo, nel giugno del 2002, sono stati i genitori e la sorella di Carlo Giuliani, che, di fronte alle indiscrezioni, avevano detto di attendere con "speranza" agiungendo che "non si arrenderanno". "Siamo pronti anche ad una causa civile - spiega il padre di Carlo -, non per rifarci sul carabiniere, ma per aprire l'unica possibilità che ci rimane affinché ci sia un dibattimento pubblico". Nel loro ricorso a Strasburgo i Giuliani hanno accusato le autorità italiane di aver di fatto causato la morte di Carlo.

Mario Placanica, il carabiniere che sparò a Carlo Giuliani in piazza Alimonda il 20 luglio del 2001, secondo la famiglia, avrebbe fatto un uso sproporzionato della forza. Ma a giocare un ruolo nella morte di Carlo sarebbero state sia l'inadeguata organizzazione delle forze dell'ordine presenti a Genova che le regole di ingaggio, che a differenza di quanto succede per esempio in Iraq, non impongono l'uso di proiettili di gomma per il mantenimento dell'ordine pubblico durante le manifestazioni. La famiglia Giuliani sostiene inoltre che le autorità non hanno condotto un'inchiesta adeguata per accertare le cause della morte del ragazzo, sollevando dubbi anche su come èstata eseguita l'autopsia. In prima istanza, la Corte di Strasburgo ha accolto solo parzialmente le tesi dei Giuliani condannando l'Italia per il modo in cui è stata effettuata l'inchiesta mentre ha pienamente assolto Placanica, che, secondo i giudici, agì per legittima difesa.

Questo verdetto, per altro non unanime, non ha soddisfatto né la famiglia né il governo che hanno quindi chiesto e ottenuto una revisione dell'intero caso davanti alla Grande Camera. I 17 giudici sorteggiati per il riesame, hanno ascoltato le parti durante un'udienza pubblica lo scorso 29 settembre, prima di ritirarsi per decidere il verdetto che hanno pronunciato stamattina.

24 marzo 2011

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Più tumori con l’atomo Dossier choc dei Verdi



LA DENUNCIA. Il Sole che ride rilancia tre studi epidemiologici condotti in Germania, Gran Bretagna e Spagna: chi abita vicino alle centrali si ammala di più. Bonelli: «Sbugiardato Veronesi».

Tre indagini epidemiologiche confermano l’aumento del rischio di ammalarsi di cancro per chi abita vicino ad una centrale nucleare. Gli studi sono stati condotti in Spagna, Gran Bretagna e Germania da organizzazioni governative. I risultati sono stati raccolti dai Verdi in un dossier e presentati ieri in una conferenza stampa a Roma in concomitanza con il Consiglio dei ministri nella quale il governo annunciava una moratoria sul nucleare. Ed è proprio questa decisione a provocare la dure reazione del presidente del Sole che ride Angelo Bonelli: «è una moratoria da bari. L’ultima mossa disperata di un governo che teme il risultato delle urne. Ma, passata la consultazione, tornerà a sostenere l’opzione atomica».
E sull’inconsistenza giuridica della moratoria ha insistito l’avvocato Valentina Steffutti: «Il referendum si terrà regolarmente. L’unico modo per impedirlo sarebbe abrogare la legge 99 del 2009». Ma è sui rischi sanitari che i Verdi hanno richiamato l’attenzione, rilanciando i risultati degli studi epidemiologici condotti dal Dipartimento delle scienze sanitarie dell’Università Alcalà di Madrid, dall’Icfr, l’Unità epidemiologica e clinica di Oxford, e dall’Ufficio federale tedesco per la protezione dalle radiazioni. In particolare, lo studio spagnolo è stato condotto sui pazienti nell’ospedale di Guadalajara nel periodo 1988-1999 scelti in base alla distanza di residenza dalle centrali nucleari (10, 20 e 30 km).

Il risultato ha evidenziato che i rischi di contrarre un tumore correlato a un’esposizione radiologica ha un incremento lineare in relazione alla distanza di residenza per la centrale di Trillo. L’indagine di Oxford ha invece analizzato 11 cause di morte tra il 1969 e il 1978. Uno dei parametri era la prossimità a 15 impianti ed è emersa una significativa correlazione per leucemia, leucemia linfoide e la sindrome di Hodgkin’s. Il lavoro condotto in Germania, infine, dimostra che il rischio del cancro, in particolare leucemie, sta aumentando per bambini che crescono nelle vicinanze di centrali. Sono stati inagati i casi di cancro dal 1980 al 2003, coinvolgendo 1.592 bambini d’età inferiore ai 5 anni che hanno preso la malattia e 4.735 bambini sani.

Il risultato ha mostrato un rischio significativamente più alto di contrarre il cancro se abitavano nei pressi degli impianti. Secondo i normali valori statistici nazionali ci sarebbero 48 casi di cancro e 17 casi di leucemia dentro il sopracitato raggio di 5 km intorno alle centrali. Sono stati riscontrati, invece, 77 casi di cancro (60% più del previsto) e 37 casi di leucemia (più 117%). Questi risultati, ha attaccato Bonelli, «sbugiardano Umberto Veronesi e chi, come lui, ha sostenuto per anni la bugia che il nucleare non fa male. è ora che lui e la Prestigiacomo si dimettano». Sul ruolo degli enti locali è intervenuto Nando Bonessio, presidente del Sole che ride del Lazio, che ha denunciato come «la presidente Polverini non abbia ancora trasmesso al governo la volontà del Consiglio regionale che ha votato la nostra mozione contro l’atomo».


http://www.terranews.it/news/2011/03/%C2%ABpiu-tumori-con-l%E2%80%99atomo%C2%BB-dossier-choc-dei-verdi

 Michele Scotti

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mercoledì 23 marzo 2011

FREE - WEB: Kit di sopravvivenza protocollo da seguire in caso...


FREE - WEB: Kit di sopravvivenza protocollo da seguire in caso...: "Kit di sopravvivenza. Francia informa sul protocollo da seguire in caso di incidente nucleare Dopo l'immane catastrofe ..."

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Disastri ambientali: strage impunita di Bhopal-India


Disastri ambientali

la strage impunita di Bhopal


Il tribunale distrettuale di Bhopal, in India, li ha condannati l'estate scorsa ad una pena massima di soli due anni e duemila dollari di multa. Ma gli otto responsabili del disastro ambientale che nel 1984 è costato la vita a migliaia di persone sono ricorsi in appello e la causa è ancora lontana dal concludersi.
Con l'incubo nucleare che incombe sul Giappone, torna alla mente il terribile incidente accaduto nella sede dell'azienda Union Carbide India Limited, specializzata nella produzione di pesticidi. Nella notte tra il 2 e il 3 dicembre di quasi 27 anni fa una nube altamente tossica si è alzata nel cielo ricadendo sulla bidonville della periferia di Bhopal. La morte in forma gassosa si chiamava isocianato di metile: migliaia di persone persero la vita immediatamente, bruciate e soffocate dal gas altamente tossico, altre morirono nelle settimane successive per i danni causati dalla nube.
Secondo Amnesty International, le vittime del disastro furono più di 20mila. E ancora oggi, dopo un quarto di secolo, nella capitale dello Stato del Madhya Pradesh mezzo milione di indiani soffre di gravissime patologie e invalidità permanenti, prima tra tutte la cecità. Le sostanze tossiche restano intrise nell'aria, nell'acqua, nel suolo e uccidono come mosche migliaia di abitanti. Cancro, tubercolosi, malattie del sistema immunitario e malformazioni genetiche sono solo alcune delle terribili conseguenze della tragedia. Una ricerca scientifica del 2002 ha rivelato inoltre la presenza di piombo e mercurio nel latte materno delle donne residenti nell'area contaminata.
Da anni si susseguono processi e udienze, sia in India, sia negli Stati Uniti, dove aveva sede la casa madre della Union Carbide. All'inizio degli anni Novanta l'industria ha versato 470 milioni di dollari come risarcimento, ma ai poveri abitanti sono arrivati solo 300 dollari a testa, una miseria considerando le spese mediche che stanno affrontando. Ora, dopo la sentenza-farsa del giugno 2010, i parenti delle vittime si sentono presi in giro. Non solo per il prolungarsi delle cause giudiziarie e per l'irrisoria pena inflitta in primo grado, ma anche perché il responsabile numero uno, l'ex presidente della multinazionale Warren Anderson, è da anni latitante negli Usa e probabilmente non pagherà mai.
Il disastro di Bhopal, infatti, è accaduto per mancanza di controllo e incuria umana; fu lo stesso Anderson a voler costruire uno stabilimento chimico a così poca distanza dal centro abitato, e a risparmiare vergognosamente su sistemi di manutenzione e sicurezza dell'impianto. Priva di controllo e con scarsa refrigerazione, la caldaia che conteneva il gas si surriscaldò a tal punto da non riuscire più a contenerlo.
Gli indiani che continuano a convivere con gli effetti dell'incidente proseguono la loro battaglia per ottenere giustizia, tra proteste e sit-in. Ma per loro la beffa è infinita: l'ex dirigente dell'Union Carbide India, Keshub Mahindra, dopo la strage è diventato uno degli uomini d'affari più ricchi del subcontinente, con la sua azienda di veicoli industriali. Dopo la sentenza dell'anno scorso, se l'è cavata con meno di 500 euro di cauzione.
Mentre il processo d'appello degli otto imputati potrebbe durare anni, l'impianto chimico a Bhopal è completamente abbandonato da decenni e la mancanza di un'adeguata bonifica sta portando ad un lento ma inesorabile inquinamento delle falde acquifere e del territorio circostante. Un inquinamento che continua a mietere vittime, silenzioso e micidiale.


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