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venerdì 29 luglio 2011

Barack Obama, ritiene che l'attività di importanti organizzazioni criminali transnazionali, minaccia la stabilità internazionale di sistemi politici ed economici


La mafia é dentro il sistema finanziario



Barack Obama
presidente degli Stati Uniti d'America
ritiene che l'attività di importanti organizzazioni criminali transnazionali abbia raggiunto tale portata e gravità da minacciare la stabilità internazionale
di sistemi politici ed economici


«Barack Obama, presidente degli Stati Uniti d'America, ritiene che l'attività di importanti organizzazioni criminali transnazionali abbia raggiunto tale portata e gravità da minacciare la stabilità internazionale di sistemi politici ed economici. Tali organizzazioni stanno diventando sempre più sofisitcate e pericolose per gli Stati Uniti, sempre più radicate nelle operazioni di governi stranieri e nel sistema finanziario internazionale, indebolendo le istituzioni democratiche, degradando gli stati di diritto e mettendo in pericolo le economie di mercato».
Giustificando la propria azione usando queste parole, Obama ha recentemente firmato un decreto per combattere la criminalità organizzata, prevedendo la possibilità di un blocco delle proprietà ed un divieto delle transazioni internazionali verso le quali le mafie «mostrino interessi», cercando così di porre un freno a organizzazioni sempre più potenti, quali le zetas messicane, il circolo dei fratelli russo, la yakuza giapponese e, non ultima, la camorra napoletana, uno dei nostri più famosi "prodotti d'esportazione". Mafie d'ogni tipo e nazionalità, dunque, a riprova di come il problema che rappresentano non sia certo più confinato (e da tempo, ormai) nelle nostre regioni del Sud Italia, ma costituisca una sfida globale in grado di minacciare la sicurezza di una potenza come gli Stati Uniti.

Per definire il suo piano di contrattacco, Obama avrebbe potuto ovviamente consultare le istituzioni italiane, che qualche esperienza in materia ce l'hanno eccome. In tempi di forte crisi, dove si cerca di racimolare risorse da ogni dove, con la mannaia brandita da Tremonti sempre pronta a vibrare un nuovo colpo, quello della lotta all'economia sommersa rimane per noi un bacino potenziale di rara capacità dal quale poter attingere.

Grazie al XII rapporto Sos Impresa è possibile venire a conoscenza di alcuni dati in proposito, veramente impressionanti. Mafia spa non conosce crisi, e risulta essere di gran lunga "l'impresa" più florida d'Italia, con un fatturato annuo di ben 135 miliardi di euro, con una fetta di utili che rappresenta il 50 per cento della torta, sfiorando i 70 miliardi. Stiamo parlando di congreghe mastodontiche, con interessi che spaziano in ogni dove e tentacoli in pasta nel contrabbando e nello spaccio di droga, come nel mercato dei farmaci o nella gestione dei rifiuti e lo sfruttamento illecito delle possibilità e degli incentivi offerti dalla green economy, col rischio lampante e già in parte concretizzato di infangare sul nascere anche questo settore altamente strategico.

L'immagine del mafioso "coppola e lupara" rimane dunque altamente anacronistica. La mafia è riuscita ad evolversi in piaga internazionale, mescolandosi agevolmente - quasi per osmosi - tra i colletti bianchi di tutto il mondo, risultando così capace di influenzare gli andamenti economici e politici globali, pizzicando i fili più opportuni direttamente dalle alte sfere.

«Come tutti sappiamo - afferma il sottosegretario Usa al Tesoro, Cohen - gli Stati Uniti e molti altri paesi hanno prosperato enormemente grazie alla globalizzazione ed all'integrazione finanziaria. Ma c'è anche un lato oscuro della globalizzazione. Mentre il mondo sembra più piccolo, e il commercio e le transazioni sono diventati più liberi e più veloci, organizzazioni criminali transnazionali hanno sfruttato questi progressi per espandere le loro operazioni e la loro influenza, sottraendosi alla giustizia. Mentre la nostra economia globale ed i nostri sistemi finanziari sono cresciuti più sofisticati e interdipendenti, sono altresì diventati più vulnerabili alle organizzazioni criminali ed alle loro attività illecite, dove la loro integrazione nel sistema finanziario e commerciale li rende bersagli ideali per sanzioni economiche e finanziarie».

Questa sorta di presa di coscienza statunitense, per quanto lodevole, non giunge nuova alle nostre orecchie. Nello stesso rapporto Sos Impresa precedentemente citato viene riportato come «i soldi delle mafie rischiano di insidiare anche la Borsa, proprio perché costituiscono un flusso costante ed imponente di denaro (specie quello proveniente dallo spaccio di stupefacenti) e perché, mimetizzandosi, il mercato borsistico rappresenta un parcheggio ideale per i capitali malavitosi in attesa di utilizzi più vantaggiosi». Correndo più indietro nel tempo, lo stesso magistrato Giovanni Falcone - già nel 1991 - affermava come la mafia fosse entrata in borsa. Gli stessi americani hanno più volte avuto a che fare, in passato, con questo tipo di fenomeno: solo per citare un esempio di inizio decennio, durante l'operazione Uptick la retata che ne conseguì rastrellò da Wall Street quantità a due cifre tra broker disonesti ed esponenti di Cosa nostra.

In un momento di forte difficoltà del sistema finanziario internazionale, quando si alza il dito per individuare il colpevole dovremmo aver presente i vari aspetti che il contesto presenta nella sua integrità. Per un'analisi serena del mito dell'efficienza dei mercati e della magia del laissez faire, che ancora resiste a cadere (ma comincia fortunatamente a mostrare crepe sempre più profonde), una valutazione seria non può prescindere dall'influenza che la malavita è riuscita ormai a conquistarsi all'interno del sistema. Di quale autonomia ed autosufficienza dei mercati si parla, dunque? Nelle mani di quale depositario dovremmo affidare con cieca fiducia i destini del globo?

Ma l'inquinamento dell'economia non è possibile da imputare alle manovre delle sole mafie. «Le organizzazioni criminali transnazionali sono principalmente motivate ​​dal guadagno finanziario», altra affermazione (totalmente condivisibile, ovviamente) del sottosegretario Cohen. Se questo è un problema, per una sua radicale soluzione sarebbe legittimo porre la questione osservando con sguardo distaccato il funzionamento attuale dei mercati, difeso ed incoraggiato, e pronunciare un'accusa a più ampio raggio. Quanti sono, infatti, i soggetti che si muovono nelle borse di mezzo mondo, non sono "principalmente motivati dal guadagno finanziario"? Sarebbe interessante ascoltare la risposta del sottosegretario Cohen al proposito.

fonte : Greenreport

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