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domenica 31 luglio 2011

BOLOGNA 2 AGOSTO 1980 , CHI E' STATO



BOLOGNA 2 AGOSTO 1980 ,  CHI E' STATO

Bologna: la strage
La più grande strage italiana in tempo di pace. Ottantacinque morti, più di duecento feriti. La vittima piu' piccola è Angela Fresu, di appena 3 anni, e poi Luca Mauri, di 6, Sonia Burri, di 7, fino ai più anziani: Maria Idria Avati, 80 anni, e ad Antonio Montanari, 86.

Tra presunte rivendicazioni e smentite, dopo 21 anni di udienze e 15 processi, per la magistratura esiste una sola ed unica verità: quella della destra eversiva con a capo Valerio Fioravanti che intendeva colpire al cuore Bologna la rossa. Giovanni Minoli, attraverso interviste esclusive, ricostruisce l'attentato italiano più tragico e sanguinoso della storia del nostro paese, un evento che lascia molti interrogativi ancora aperti, su cosa e' davvero successo quel sabato d'agosto a Bologna.



Nessuno dimenticherà MAI. Forse molti sono passati oltre per respingere un ricordo che non si vorrebbe facesse parte del nostro passato.

Un orologio si fermò. Insieme a tante vite.
Quando si scende alla stazione di Bologna, si leggono i nomi delle vittime e si guarda l' orologio moderno che è fermo sulle 10.25 ... ti vengono i brividi e stai ancora male.

Non abbiamo dimenticato...
La strage di Bologna, compiuta sabato 2 agosto 1980 alla stazione ferroviaria di Bologna, è uno degli atti terroristici più gravi avvenuti in Italia nel secondo dopoguerra. Per Bologna e per l'Italia fu una drammatica presa di coscienza della recrudescenza del terrorismo di estrema destra.


I fatti. Due agosto di ventisette anni fa. Stazione ferroviaria di Bologna.
Quel sabato per molti italiani stanno cominciando le ferie estive. Alcuni scelgono le autostrade, pronti ad affrontare interminabili code, stipati tra le lamiere roventi delle automobili. Altri preferiscono il treno. La stazione e’ dunque gremita di persone sin dalle prime ore della mattina. Alle 10 e 25 però il tempo si ferma: 23 kg di tritolo contenuti in una valigetta esplodono nella sala d'aspetto di seconda classe della stazione ferroviaria. Le lancette del grande orologio che faceva affrettare il passo ai viaggiatori in ritardo segnano ancora oggi quell’ora terribile. Un boato squarcia l'aria, crolla l'ala sinistra dell'edificio: della sala d'aspetto di seconda classe, del ristorante, degli uffici del primo piano non resta più nulla. Una valanga di macerie si abbatte anche sul treno Adria Express 13534 Ancona-Basilea, fermo sul primo binario. Pochi interminabili istanti: uomini, donne e bambini restano schiacciati.

La pista nera
Uno scenario di guerra, un cumulo di macerie dove si scaverà giorno e notte per molto tempo. La matrice della strage sembra chiara: dietro l’attentato ci sono i fascisti, con una sigla nota dell’estremismo di destra, i NAR (Nuclei Armati Rivoluzionari). Sono loro che hanno voluto colpire al cuore Bologna la rossa.
La magistratura inizia subito le indagini tra presunte rivendicazioni e telefonate di smentita, come quella del 6 agosto 1980, quando i Nar contattano il quotidiano Il Tempo dichiarando: “Dovete pubblicarlo. I Nar smentiscono categoricamente ogni rivendicazione nella strage di Bologna. Non è nella nostra tradizione di attacco militare compiere atti come quelli del 2 agosto.”
Eppure la pista nera appare da subito come la più plausibile, soprattutto per un'inquietante coincidenza. Il deposito, nella stessa mattinata del 2 agosto, dell’ordinanza di rinvio a giudizio da parte del Giudice Istruttore di Bologna per gli autori della strage dell’Italicus del 1974.

Martedì 5 agosto 1980, al Cesis, il Comitato Esecutivo Servizi Informazione e Sicurezza, sono riuniti i più alti vertici delle istituzioni. L’allora Presidente del Consiglio Francesco Cossiga si dice certo che la matrice della strage sia fascista. “Pensai subito ad un attentato dell’estrema destra perché lo stragismo è stato una delle manifestazioni dell’eversione di destra.

Chi sono i Nar?
I Nuclei Armati Rivoluzionari nascono nell’autunno del 1977. Sotto tale sigla agiranno, fino al novembre del 1981, gruppi diversi e indipendenti tra loro, tra cui proprio quello di Valerio Fioravanti. La peculiarità dei movimenti di destra romani è lo “spontaneismo” costituito dal mito dell’azione esemplare fine a se stessa, dal rifiuto della struttura gerarchica e militare e dal culto dell’amicizia e del gruppo. I NAR diventeranno secondi, per numero di vittime, soltanto alle Brigate Rosse, ma a differenza di queste scriveranno pochissimo. Viene infatti ritrovato un solo volantino, intitolato: NAR, chiarimento, in cui viene spiegato cosa sia lo spontaneismo armato e che si conclude con l’intimidazione: Tremate, l’ora è vicina! Sarà la resa dei conti. NAR.
La sigla “Nuclei Armati Rivoluzionari” si inserisce in un orizzonte volutamente mutabile e in movimento. Tale sigla infatti venne utilizzata al principio dal gruppo formato dai fratelli Fioravanti, Alessandro Alibrandi e Franco Anselmi che si era andato strutturando in un processo di aggregazione per gruppi operanti nei quartieri e attivi in pestaggi e scontri fisici con oppositori politici, ma che già dal suo nascere non intendeva caratterizzarsi come una specifica formazione politica, quanto piuttosto mettere a disposizione di tutta l'area della destra una sorta di parola d'ordine con cui attestare, attraverso i fatti, la condivisione del progetto complessivo. Valerio Fioravanti spiegherà il significato della sigla in questi termini: "La sigla N.A.R. è stata usata da molti anni, inizialmente per semplici attentati di danneggiamento, e stava ad indicare soltanto la matrice fascista. Tale sigla peraltro non si riferisce ad una organizzazione stabile e strutturata; bensì soltanto alla matrice degli attentati."

I dirigenti dei NAR, oltre ai fratelli Fioravanti, sono Dario Pedretti, Francesca Mambro, Luigi Ciavardini, Gilberto Cavallini, Stefano Soderini, Giorgio Vale, e molti altri.

Il fratello di Valerio Fioravanti, Cristiano, durante il processo per la strage di Bologna, il 31 ottobre ’89 dichiara: "A me personalmente dava fastidio che non potevamo fare gli scontri con la polizia dalla parte nostra, oppure che la magistratura ci copriva. Era risaputo che i giovani di destra erano figli di papà che rispettavano la legge, che non andavano contro…io volevo uscire da quegli schemi".

Nel 1980 a dominare la scena del terrorismo nero sono proprio i NAR di Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, terroristi dall’impressionante capacità di fuoco: da febbraio a giugno dell’80 hanno già ucciso 2 agenti di polizia ed il giudice Mario Amato, il sostituto procuratore che a Roma si occupava dell’eversione nera.

Per la magistratura sono loro gli esecutori materiali della strage di Bologna: Fioravanti, e Mambro, che verranno condannati in seguito, con sentenza definitiva, insieme a Luigi Ciavardini.

Tra il 1980 ed il 1983 viene arrestata tutta la dirigenza dei Nar insieme a molti altri militanti dell’estrema destra:

Valerio Fioravanti viene arrestato il 5 febbraio 1981, dopo un conflitto a fuoco con le forze dell'ordine nei pressi del Canale Scaricatore Padova dove, insieme alla Mambro e ad Alibrandi, stava recuperando delle armi nascoste nel canale. Nello scontro a fuoco muoiono i carabinieri Enea Condotto e Luigi Maronesi. Ferito ad una gamba, Fioravanti viene portato di corsa in un covo, nel centro di Padova, dove poco dopo le forze dell’ordine fanno irruzione e arrestano il giovane capo dei Nar.
L'arresto di Fioravanti avviene in un momento difficile per la banda terroristica perché molti dei rifugi utilizzati sono già stati scoperti; pare che dopo questo arresto i membri di altre organizzazioni terroristiche nere proposero ai NAR più esposti di lasciare a loro le armi e di trasferirsi in Bolivia. La proposta fu respinta dai NAR.

Cristiano Fioravanti viene arrestato l'8 aprile 1981. Il suo pentimento porterà ad ottenere numerose informazioni sui NAR e sui loro legami esterni.

Francesca Mambro viene arrestata il 5 marzo 1982 dopo essere stata ferita da un proiettile durante un assalto ad una banca di Roma.

Luigi Ciavardini viene arrestato il 4 ottobre 1980, latitante dopo essere stato ferito durante un'azione dei NAR compiuta nel maggio dello stesso anno. Luigi Ciavardini è stato nuovamente arrestato a Roma il 9 ottobre 2006, con l'accusa di rapina, da cui poi verrà scagionato.

Giorgio Vale muore il 5 maggio 1982 durante un'irruzione delle forze dell'ordine nell'appartamento in cui si è asserragliato, mentre sono in corso trattative per farlo costituire. Non è mai stato chiarito se Vale si sia suicidato oppure se sia stato ucciso dai proiettili sparati durante l'irruzione.

Gilberto Cavallini e Stefano Soderini : Cavallini e Soderini sono gli ultimi due esponenti di alto livello dei Nar ancora in circolazione, dopo una serie di arresti avvenuti nei periodi precedenti. A loro carico c'erano accuse per una serie di gravissimi reati. Cavallini in particolare è accusato, oltre che dell'omicidio del magistrato Mario Amato (gli esplose alla nuca un colpo di rivoltella fatale) , degli assassinii del capitano di polizia Straullu e dell'agente Di Roma, avvenuti a Vitinia; dell'omicidio dell'agente Galluzzo davanti all'abitazione di un esponente dell'Olp; dell'uccisione di due carabinieri a Padova (assieme ad altri neofascisti tra cui Valerio Fioravanti); dell'omicidio di un brigadiere dei carabinieri e di due poliziotti a Milano, e di un altro poliziotto davanti al liceo Giulio Cesare di Roma; e anche dell'eliminazione dei due neofascisti Mangiameli e Pizzarri, condannati a morte perché considerati traditori. Numerose le sue implicazioni, a vario titolo, nei diversi processi per le stragi che insanguinarono l'Italia. Il suo primo ergastolo risale al 12 gennaio 1984, quando venne condannato al carcere a vita assieme a Soderini per l'assassinio del brigadiere dei carabinieri Ezio Lucarelli a Milano.

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La sentenza del primo processo contro i NAR del 2 maggio 1985 condanna un totale di 53 persone per attività terroristiche.


Le indagini e i depistaggi Giovedì 28 agosto 1980 scatta il primo blitz contro la destra eversiva, con 47 mandati di cattura. L’allora sostituto procuratore di Bologna, Luigi Persico, annuncia: “Abbiamo già in mente il nome dell’esecutore materiale dell’attentato”.
Martedì 23 settembre continuano gli arresti e le perquisizioni nei covi neri.
Sabato 4 ottobre 1980 vengono arrestati a Roma gli estremisti di destra Nanni De Angelis e Luigi Ciavardini: quest’ultimo di soli 17 anni, viene trasferito subito al carcere minorile di Foggia.
Come già detto precedentemente Valerio Fioravanti viene arrestato il 5 febbraio del 1981 in un covo a Padova, dopo essere stato ferito ad una gamba.

Le indagini proseguono, ma iniziano anche i depistaggi.
A Bologna, il 13 gennaio 1981, sul treno Taranto-Milano, la polizia ferroviaria rinviene una valigia contenente armi ed esplosivo dello stesso tipo di quello utilizzato per la strage di Bologna, insieme a due biglietti aerei e due passaporti stranieri, intestati ad un francese e ad un tedesco.
Il Sismi (Servizio per le Informazioni e la Sicurezza Militare) produce una serie di informative che collegano quel materiale ad una più ampia operazione, denominata “terrore sui treni”, una presunta campagna stragista realizzata da terroristi di destra italiani e stranieri. Solo in seguito si scoprirà che l’operazione “terrore sui treni” non esiste.
In realtà la valigia ritrovata e le informative sono solo un depistaggio (che sembra sia stato voluto ed organizzato proprio dagli alti vertici del Sismi) per sviare le indagini sulla strage del 2 agosto del 1980. Gli elementi contenuti in quelle informative sono: Numero 1. La famigerata operazione “terrore sui treni”: si parte da Taranto. Nell’estate del 1980 Valerio Fioravanti e i Nar hanno un covo proprio a Taranto. Numero 2. I terroristi si spostano in camper per svolgere alcune azioni.
Numero 3. I biglietti aerei rinvenuti nella valigia dopo la strage sarebbero stati acquistati da Giorgio Vale, elemento di primissimo piano dei Nar e noto anche agli inquirenti.
Numero 4. I biglietti aerei corrispondono a due prenotazioni diverse per due voli differenti, uno per Parigi e l’altro per Monaco, entrambi in partenza da Milano Linate. Su quei voli risultano prenotati i passeggeri Fiorvanti invece di Fioravanti e Bottacin, falsa identità del terrorista dei Nar Gilberto Cavallini.
Intanto le indagini sulla strage registrano una nuova, clamorosa novità.

A Roma, il 9 aprile del 1981, la polizia arresta un rapinatore legato alla banda della Magliana e agli ambienti della destra eversiva: Massimo Sparti.
Un delinquente comune che conosce però molti giovani della destra romana, tra cui Valerio Fioravanti e suo fratello Cristiano. Solo dopo il suo arresto, Sparti confesserà di un incontro con Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, avvenuto il 4 agosto 1980, esattamente due giorni dopo la strage di Bologna.
Sparti riferisce tre cose importanti.
1) Le parole di Fioravanti (“Hai visto che botto a Bologna?”)
2) La richiesta da parte di quest’ultimo di documenti falsi per Francesca Mambro
3) Le minacce che gli vennero fatte da parte di Fioravanti qualora i documenti non fossero stati pronti per il giorno seguente.
Da quel momento le dichiarazioni di Massimo Sparti saranno cruciali per l’inchiesta sulla strage. Fioravanti e la Mambro diventano i principali indiziati per la strage e a loro, come annunciato, si aggiungerà, anni dopo, Luigi Ciavardini.

I processi
Il bilancio giudiziario dell’attentato più grave dell’Italia repubblicana consta di 15 processi, 21 anni di udienze, una trentina d’imputati a vario titolo e tre condannati con sentenza definitiva (23 novembre 1995 Mambro e Fioravanti e 9 marzo 2002 Luigi Ciavardini) come esecutori materiali della strage di Bologna. Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, rei confessi di diversi omicidi, in merito alla strage di Bologna si sono sempre professati innocenti.
Non sono mai stati individuati i presunti ispiratori della strage, così come coloro che avrebbero fornito l’esplosivo; è stato assolto perfino l’unico imputato di cui fosse certa la presenza alla stazione di Bologna, il 2 agosto 1980, il terrorista dei Nar Sergio Picciafuoco.
Sono stati condannati, invece, come esecutori materiali, Francesca Mambro, Valerio Fioravanti e Luigi Ciavardini; mentre Licio Gelli, Francesco Pazienza e gli Ufficiali del Sismi Giuseppe Belmonte e Pietro Musumeci per aver depistato le indagini. Vengono condannati per banda armata finalizzata alla realizzazione della strage, oltre a Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini anche Gilberto Cavallini ed Egidio Giuliani, entrambi terroristi di destra appartenenti ai Nar.

Eppure la giustizia italiana non è mai riuscita a scoprire i mandanti e gli ispiratori politici della strage pur avendone individuato gli esecutori materiali: resta una condanna molto discussa che tuttavia si basa interamente su quattro indizi:
1) La mancanza di un alibi da parte degli esecutori
2) La telefonata di Luigi Ciavardini alla sua fidanzata il primo agosto 1980
3) L’omicidio di Francesco Mangiameli, dirigente siciliano del movimento di estrema destra "Terza Posizione".
4) La testimonianza di Massimo Sparti

1) Dopo vari interrogatori e dopo aver sostenuto versioni contrastanti, Fioravanti, Mambro e Ciavardini affermano che il 2 agosto 1980 si sono spostati, insieme ad un altro loro camerata, Gilberto Cavallini, da Treviso, dove soggiornavano a casa dello stesso Cavallini, a Padova. Nessuno, però, può confermare il loro alibi.
Ma allora: perché Cavallini non è stato mai imputato del reato di strage?

2) Per il fine settimana del 2 e 3 agosto 1980 Luigi Ciavardini ha in programma di passare un week end a Venezia con la fidanzata ed un’altra coppia di amici. Tuttavia il primo agosto 1980, secondo i giudici, Ciavardini telefona alla ragazza e la avverte di non partire più, perché ci sono dei “grossi problemi”.
Questa telefonata, secondo la Corte, è il preannuncio della strage: se da una parte, ha portato alla condanna definitiva a trent’anni per Luigi Ciavardini, dall’altra pone dei forti interrogativi, quali: se Ciavardini ha partecipato alla strage perché Fioravanti e Mambro, dopo il 2 agosto, lo hanno lasciato in Veneto lontano dal loro controllo? Perché Fioravanti e Mambro non hanno chiesto a Massimo Sparti un documento falso anche per Ciavardini?

3) Il 9 settembre del 1980, Valerio e Cristiano Fioravanti, insieme a Francesca Mambro ed ad altri esponenti dei NAR uccidono Francesco Mangiameli, dirigente siciliano del movimento di estrema destra “Terza Posizione” (l’organizzazione dell’estrema destra rivale dei NAR). Fino a tre giorni prima della strage di Bologna, Fioravanti e Mambro erano a Palermo, ospiti proprio dello stesso Mangiameli.
Secondo i Giudici di Bologna, nella sentenza della Corte Suprema di Cassazione del 23 novembre 1995: “Le risultanze non consentivano di affermare che Fioravanti e Mambro avessero confidato a Mangiameli qual’era il loro prossimo progetto da realizzare ma entrambi gli imputati si sono trattenuti in Sicilia, ospiti di Mangiameli sino alla fine del luglio 1980, cioè proprio nel periodo nel quale non poteva non essere stata predisposta tutta la complessa attività preparatoria che quella strage doveva aver necessariamente richiesto”. Mangiameli, insomma, non poteva non sapere della strage. Era un testimone pericoloso che avrebbe potuto parlare e perciò andava eliminato.
Secondo i giudici di Roma, invece, il movente  dell’omicidio Mangiameli - per cui hanno condannato all’ergastolo Fioravanti e Mambro- era diverso: si trattava solo di un regolamento di conti interno all’estrema destra e non aveva niente a che fare con la strage di Bologna.

4)Il testimone chiave: Massimo Sparti.
La vicenda Sparti è il nodo centrale del processo della strage di Bologna per una verità giudiziaria complessa e purtroppo basata solo su indizi.

Massimo Sparti è un delinquente legato probabilmente alla Banda della Magliana, verso il quale Cristiano Fioravanti nutre una profonda simpatia, considerandolo un secondo padre; circostanza questa più volte ricordata in numerosi interrogatori, nei quali si sottolinea, di contro, la diffidenza e l'avversità nutrita verso Sparti dal fratello di Cristiano, Valerio.

La frase di Fioravanti riferita da Sparti alla magistratura “Hai visto che botto a Bologna”, è stata ritenuta dai giudici come elemento chiave della presenza di Fioravanti sul luogo della strage insieme alla Mambro congiuntamente alla sua preoccupazione di procurare in tutta fretta alla ragazza dei documenti falsi: secondo la Corte sono affermazioni inequivocabili di responsabilità. Eppure Francesca Mambro non ha esibito nessun documento falso all’hotel Cicerone di Roma, dove alloggia il 5 agosto dell’80 insieme a Fioravanti. Al contrario, è proprio Fioravanti a rilasciare documenti falsi, sotto il nome di Flavio Caggiula. Esaminati i registri dell’Hotel, quel giorno nessun altro nominativo può corrispondere ad una falsa identità della Mambro.

Secondo Massimo Sparti, Fioravanti avrebbe chiesto i documenti solo per la Mambro e non per sé. Secondo la sua testimonianza Fioravanti non aveva paura di essere riconosciuto perché quel 2 agosto si era travestito da turista tirolese.
Il 4 agosto, quando Fioravanti si reca a casa sua per chiedergli i documenti della Mambro, era presente, secondo lui, tutta la sua famiglia. Eppure Stefano Sparti, suo figlio (che nel 1980 aveva 11 anni), qualche anno dopo la morte del padre avvenuta nel 2002, sostiene che Massimo Sparti mente.
Stefano Sparti non verrà mai ascoltato dai giudici di Bologna: durante i vari processi solo la moglie di Sparti, la domestica e la suocera metteranno in dubbio le dichiarazioni di Massimo sostenendo che il 4 agosto egli era rimasto a Cura di Vetralla, nella loro casa di campagna. Le loro testimonianze verranno tuttavia ritenute inattendibili dai giudici. La Corte di Assise di Bologna, il 23 novembre 1995, ha ritenuto di poter affermare che queste testimonianze erano la riprova che Sparti non avesse mentito.

Ma esistono altri interrogativi irrisolti.
Nella vicenda di Massimo Sparti c’è, infatti, un altro grande mistero: il suo presunto tumore allo stadio terminale.
Nel febbraio del 1982 Massimo Sparti, detenuto nel carcere di Orvieto, dimagrisce a vista d’occhio: si teme per la sua salute. Con uno scambio di cartelle cliniche che attestano la presenza di un tumore, riesce ad uscire dal carcere.

La testimonianza di Stefano Sparti
A mettere in dubbio la testimonianza di Massimo Sparti è proprio suo figlio Stefano che, per la prima volta dopo tanti anni, ha accettato di raccontare la sua verità. Stefano racconta a La Storia Siamo Noi: “Mio padre cercava di fare il possibile per uscire dal carcere. Come mi confessò, aveva trovato il modo di farsi recapitare delle anfetamine per non mangiare e simulare qualche male.”
Infatti, a causa del suo deperimento fisico, Massimo Sparti viene trasferito al Centro Clinico carcerario di Pisa: qui gli viene diagnosticato un tumore al pancreas. Stefano Sparti dice: “ Sapevamo che il tumore era inesistente. Qualcuno aveva trovato un modo per farlo uscire!”
La cartella clinica contenente la tac che gli ha permesso la scarcerazione, porta il nome di Massimo Forti: solo nell’ultima immagine c’è il nome di Massimo Sparti. Oltretutto questa tac è improvvisamente scomparsa alla metà degli anni ‘80 e poi riapparsa all’inizio degli anni ’90. Ma soprattutto: nonostante la diagnosi del tumore al pancreas, Sparti vivrà altri 20 anni!

Stefano Sparti continua “ Si professava nazista più che fascista. Si vantava del fatto di avermi messo il nome Stefano, cosicché le mie iniziali formassero SS”.

Nel 1978 alcuni giovani di destra tra cui i fratelli Fioravanti e Alessandro Alibrandi iniziano a frequentare la casa di Massimo Sparti. “Si vedeva che quei giovani guardavano mio padre con sguardo affascinato.

E’ soprattutto Cristiano Fioravanti a trascorrere molto tempo insieme a Massimo Sparti, tanto da diventare quasi un fratello maggiore per il figlio Stefano. “Ho conosciuto Cristiano da bambino ed è divenuto a tutti gli effetti un elemento, un fratello maggiore”.

Ho un ricordo ben chiaro del 2 agosto 1980: io ero a Cura di Vetralla con la mia famiglia. Proprio quel 2 agosto Cristiano Fioravanti, arrestato mesi prima per detenzione d’armi, viene rilasciato”.
Secondo Stefano Sparti poche ore dopo la strage, Cristiano giunge a Vetralla per incontrare il padre Massimo. Stefano non ha dubbi: suo padre non si è mai spostato da Vetralla, tranne lunedì 4 agosto, quando però tutta la famiglia riunita è partita. Il 4 agosto è la data cruciale dell’incontro tra Massimo Sparti, Valerio Fioravanti e Francesca Mambro.

Stefano Sparti non rivedrà suo padre Massimo dalla metà degli anni Ottanta fino al febbraio 2002. Massimo Sparti, realmente malato di un tumore, chiama il figlio al suo capezzale. Ricorda Stefano: “Ho rivisto mio padre in punto di morte. Sono voluto andare a vederlo, non per perdonarlo, non per vederlo morire ma per chiudere un cerchio. Gli ho chiesto «Perché? » E con frase sibillina che non vuol dire nulla mi ha risposto: «Non potevo fare altrimenti.»

Massimo Sparti muore il 17 febbraio 2002; viene seppellito in un cimitero di campagna a pochi chilometri da Roma. Sulla sua lapide, un epitaffio: “La commedia è finita, gli applausi dureranno secoli ed io li ascolterò dalla casa dell’eterno”.

Un’altra ipotesi: la pista del terrorismo palestinese
Dopo 15 processi rimangono domande cui nessuna sentenza ha ancora risposto. Come prima cosa ci si domanda: che cosa significa “esecutori materiali?”, quale è stato cioè il ruolo preciso di Fioravanti, Mambro e Ciavardini a Bologna? E poi: quale è stato il movente della strage? Chi ha fornito l’esplosivo? Chi sono i mandanti di quell’eccidio? Perché il Sismi, dopo aver depistato le indagini ha di fatto abbandonato gli esecutori materiali al loro destino?

Al di là di questi dubbi, qualcuno avanza delle altre ipotesi. Francesco Cossiga, allora Presidente del Consiglio dice: “Credo che non scopriremo mai la verità... Credo che lì fosse in atto, da parte di terroristi del Medioriente, un trasporto di esplosivo; che loro sono scesi dal treno e gli sia scoppiata la valigia con l’esplosivo che c’era dentro.

Contro l’ipotesi di Cossiga si è espresso con fermezza Paolo Bolognesi (Presidente dell’Associazione Familiari delle Vittime della stazione di Bologna), sostenendo che quella dell’ex Presidente della Repubblica è disinformazione. L’ipotesi prospettata da Cossiga di uno scoppio “accidentale” per mano straniera non ha mai trovato riscontri di nessun genere; ciò nonostante, l’ipotesi di una responsabilità estera della strage torna anche nel lavoro svolto da due consulenti della commissione Mitrokhin ( il Magistrato Lorenzo Matassa e il Giornalista Gianpaolo Pelizzaro), secondo i quali il neofascismo non ha niente a che fare con quella strage ed il vero movente sarebbe da ricercare, pittosto, in un episodio accaduto nel novembre del 1979.

A Ortona, in provincia di Chieti, l’8 novembre del ’79 vengono arrestati tre esponenti di “Autonomia Operaia”, Giorgio Baumgartner, Luciano Nieri e Daniele Pifano. Nel loro furgone vengono ritrovati due lanciamissili di fabbricazione sovietica. Dopo di loro, viene arrestato un cittadino giordano di nome Abu Saleh Anzek, residente a Bologna.
Secondo la testimonianza di Gian Paolo Pelizzaro, consulente della Commissione Mitrokin dal 2001 al 2006: “Un cittadino giordano, di origini palestinesi, responsabile del Fronte Popolare per la liberazione della Palestina in Italia, formazione che aderiva all’OLP, praticava il terrorismo internazionale.” Secondo gli inquirenti, il trasporto dei lanciamissili Strela è stato organizzato proprio da Saleh, dirigente dell’organizzazione palestinese. Il processo per direttissima del 25 gennaio del 1980, condanna lui e gli altri imputati a sette anni di carcere.
Nella primavera di quell’anno il Fronte per la Liberazione della Palestina ed il suo capo Abash, tramite il dirigente del centro del Sismi di Beirut, Giovannone, lanciano accuse e minacce alle autorità italiane per la sentenza contro Saleh.
In questo scenario si capisce l’ipotesi di Francesco Cossiga che parla di un patto, un accordo segretissimo, stipulato tra il Governo di Aldo Moro e l'OLP di Arafat nel 1973, dopo l’assalto palestinese all’aereoporto di Fiumicino, che allora provocò 32 morti. Cossiga dice: “Una delle più ardite realizzazioni di Aldo Moro è stato l’accordo segreto, tanto segreto che io, come Ministro dell’Interno, Presidente del Consiglio e della Repubblica, non ne ho mai saputo niente. Per un lungo periodo siamo stati al riparo dal terrorismo mediorientale”.

Sulla base di quest’accordo, ai militanti palestinesi sarebbe stato consentito di far transitare all’interno dei confini del nostro paese armi e munizioni purché queste non venissero utilizzate contro l’Italia. L’accordo avrebbe stabilito, inoltre, la non perseguibilità per gli esponenti palestinesi trovati in possesso di armi. Secondo i consulenti della Commissione Mitrokhin, Matassa e Pelizzaro, il movente della strage di Bologna sarebbe, quindi, il seguente: l’arresto di Abu Saleh, ovvero la rottura del patto tra l’Italia e l’OLP.
Al centro di questa vendetta c’è un’altra figura, ancora oggi oscura : un militante delle cellule rivoluzionarie tedesche di nome Thomas Kram. Pelizzaro dice: “Thomas Kram risulta, in atti di polizia, aver soggiornato a Bologna la notte tra il 1 ed il 2 agosto del 1980, prendendo alloggio nell’albergo Centrale in via della Zecca, con una annotazione a mano al margine del registro, in cui si da atto che la registrazione era stata fatta poco dopo la mezzanotte. Una serie di atti della polizia ungherese documentano l’arrivo di Kram e un’altra terrorista tedesca a Budapest per un colloquio riservato con Carlos nell’ottobre del 1980. Il gruppo di Carlos adoperava l’attentato dinamitardo sui treni e nelle stazioni come strumento per piegare la volontà dei governi: la violazione dell’accordo per loro veniva considerata come punizione. ”
Secondo Matassa e Pelizzaro, nel 1980 Kram sarebbe stato un uomo al servizio del super terrorista Carlos, soprannominato “lo Sciacallo”. Il gruppo di Carlos era legato al Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina e quindi anche ad Abu Saleh.
A causa del lavoro investigativo di Matassa e Pelizzaro, all’interno della Mitrokhin si viene a craere una forte spaccatura tra i commissari del centro destra e quelli del centro sinistra. Si discute su tutto e tutto viene contestato, a cominciare dal ruolo di Kram e dei suoi presunti legami con Carlos.
Ma in Francia Carlos, in arresto per altri episodi di terrorismo, rilascia un’intervista al quotidiano il “Messaggero”, il primo gennaio del 2000, parlando anche della strage di Bologna e accenna alla presenza in stazione di un compagno. Il 23 novembre 2005, al Corriere della Sera, Carlos si decide a fare il nome di questo ipotetico compagno: è Thomas Kram, ma smentisce che quest’ultimo faccia parte della sua organizzazione e nega ogni coinvolgimento suo e del suo gruppo nella strage.
Le diverse interpretazioni e conclusioni hanno prodotto, all’interno della Commissione Mitrokin, due documenti distinti. Il riscontro sui documenti originali ci è stato impossibile perché la commissione ha secretato la maggior parte degli atti. Ma presso il Tribunale di Bologna è aperto un fascicolo d’indagine contro ignoti: un’inchiesta che cercherà di fare luce sulla figura di Thomas Kram, da dicembre 2006 a disposizione della Magistratura tedesca.

Quello di Bologna rimane un caso pieno d’interrogativi: il magistrato Paolo Giovagnoli, parla “di attività giudiziaria ancora aperta solo per accertare ulteriori responsabilità”, ma non mette in dubbio la responsabilità materiale della strage da parte di Fioravanti e Mambro.
Quella dei consulenti della Mitrokin è ancora solo un’ipotesi che non è mai stata vagliata dalla Magistratura. Al momento l’unica verità di cui si dispone è la sentenza definitiva di condanna contro di Fioravanti, Mambro e Ciavardini. Ma senza un mandante, senza un movente, senza una risposta a tanti gli interrogativi, questa resta una verità parziale, un caso ancora aperto.






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