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giovedì 4 agosto 2011

Tutta la droga del Centroamerica




Tutta la droga del Centroamerica



I cartelli della droga hanno reagito all'offensiva di Colombia e (soprattutto) Messico trovando nuove rotte verso gli Stati Uniti. La guerra di Calderón ai narcos inizia a fare vittime anche in Guatemala. La debolezza delle istituzioni e la miopia dell'approccio militare al problema.

La crisi del proibizionismo in America Latina
| Morales e la coca della discordia


(Carta di Laura Canali tratta da Limes Qs 1/07 "Brasile la stella del Sud")
Negli ultimi mesi la scia di sangue lasciata in territorio messicano dalla guerra alla droga si è allungata fino a raggiungere i vicini paesi centroamericani, in particolare il Guatemala. Facundo Cabral, il cantautore argentino assassinato durante il suo tour latinoamericano, è solo una vittima di spicco tra le molte della violenza collegata al narcotraffico.


A maggio, il presidente guatemalteco Álvaro Colom si è visto costretto a proclamare per la seconda volta in pochi mesi lo stato d'assedio a seguito del ritrovamento in una tenuta del Petén di 27 corpi decapitati. A dicembre, la stessa misura era stata adottata nella regione di Alta Verapaz nel tentativo di recuperare il controllo di un'area ormai totalmente alla mercè dei cartelli della droga, dove le camionette dei narcos erano libere di scorrazzare alla luce del sole con i fucili spianati. Queste azioni da parte del governo hanno fruttato allo stesso presidente diverse minacce di morte, annunciate via telefono da voci marcate da un chiaro accento messicano.


Le attività dei narcotrafficanti nell'istmo centroamericano si sono intensificate negli ultimi tre anni, facendo di quest'area lo snodo prioritario della nuova via della droga. Se nel 2007 appena 7 delle 600-700 tonnellate di cocaina proveniente dal Sudamerica e diretta al fiorente mercato statunitense transitavano per i paesi dell'America Centrale, si stima che già nel 2008 questa cifra sia arrivata a 300-400. Fino a pochi anni fa i narcotici arrivavano in Messico principalmente stivati in navi, sottomarini o aerei di piccolo calibro; le offensive scatenate da Colombia e Messico con il supporto di Washington hanno consolidato il controllo statale del traffico aereo e marittimo, limitando lo spazio di manovra dei cartelli e spingendo i narcos a cercare nuove vie di transito.


Probabilmente sta avvenendo oggi un nuovo, grande riorientamento delle vie commerciali della droga; un mutamento non troppo diverso da quello causato dalla war on drugs lanciata da Reagan e rilanciata da Clinton nei primi anni '90, quando la soppressione delle rotte che da sud raggiungevano direttamente gli Usa finì per deviare i flussi di narcotici sul confine messicano-statunitense. La nuova configurazione geostrategica del narcotraffico, basata sul trasporto via terra, richiede rispetto a quella precedente un controllo più efficiente del territorio. Detto in altri termini, diventa necessario per le organizzazioni criminali mantenere una diffusa e nutrita presenza nelle aree interessate dal traffico.



La chiave di volta della conquista da parte dei narcos messicani del Guatemala, nazione che più dei suoi vicini sembra subire la violenza legata alla penetrazione della criminalità organizzata, risale al marzo 2008. L'uccisione da parte degli Zetas di Juan José “Juancho” León - importante capo del narcotraffico locale - decreta la rottura di un certo equilibrio esistente nel commercio della droga. Ad aprile di quello stesso anno l'arresto di Daniel “El Cachetes” Perez Rojas, uno dei fondatori degli Zetas, conferma definitivamente la presenza di narcos messicani nel paese. Il panorama delle reti criminali locali, dominato stabilmente dai clan dei Mendoza, dei Lorenzana e dei León per decenni, ne risulta così scombinato.


La precedente metamorfosi del sistema e delle rotte della droga era avvenuta tramite un avvicendamento tra le organizzazioni colombiane in declino e i cartelli messicani in ascesa. Al contrario, non sembra che l'attuale esondazione della violenza in America Centrale comporti un simile passaggio di consegne. Se essa possa essere interpretata come una conseguenza dell'indebolimento dei narcos messicani, colpiti dall'offensiva di Calderón e alla ricerca di nuovi spazi, o al contrario come un segnale di un incremento delle loro capacità e del raggio d'azione, è incerto. Che invece la diffusione della violenza sia un effetto collaterale della guerra alla droga scatenata dal presidente messicano nel 2006 è fuor di dubbio.


La moltiplicazione della violenza in Messico è direttamente correlata alla strategia di attacco frontale dello Stato che, puntando ai vertici dei cartelli e rompendo la catena di comando delle organizzazioni, non ottiene che frammentarle, debilitarle e disperderle, provocando la scissione di parti dei vecchi cartelli o la nascita di nuovi, spezzando le catene di comando e alimentando instabilità. Spinto da una domanda costante negli Stati Uniti che lascia intaccati gli altissimi margini di profitto, il traffico di narcotici è gestito da organizzazioni flessibili, capaci di rispondere rapidamente al modificarsi delle circostanze. Questo è un sistema in marcia non da anni, bensì da decenni: da quando la proibizione degli oppiacei e delle bevande alcoliche, rispettivamente nel 1909 e nel 1919, trasformarono il commercio in contrabbando, generando lo spazio (e la possibilità di profitto) per la proliferazione di organizzazioni criminali dedite a trasportare negli Stati Uniti beni richiesti ma proibiti.


In Messico la guerra alla droga sembra essere oggi in una fase di stallo. Mentre gli ottimistici discorsi di Alejandro Poiré, segretario per la Sicurezza nazionale nonché faccia e voce della strategia governativa nella lotta al narcotraffico, si riempiono incessantemente di nuovi scalpi di narcos - ultimi dei tanti José Antonio Acosta Hernández, alias “El Diego”, alto comandante del cartello di Juárez, e Jesús Enrique Rejón detto il "Mamito", uno dei fondatori degli Zetas - il conteggio delle vittime dall'inizio dell'offensiva lanciata da Calderón non si arresta: si avvia a superare quota 40mila prima della conclusione del mandato, nel dicembre 2012. Da una parte il governo continua a sostenere a muso duro la necessità, seppur dolorosa, di questa violenza, ritenuta elemento imprescindibile dello scardinamento dei cartelli. Dall'altra parte, da una società civile allo stremo iniziano a giungere forti segnali di malcontento, come dimostra la mobilitazione guidata dal poeta Javier Sicilia al grido di estamos hasta la madre ("ne abbiamo fin sopra i capelli"). È assai difficile, in effetti, che l'arresto delle primule rosse riesca a disintegrare le organizzazioni criminali in assenza di ulteriori, necessarie misure quali la profonda riforma del sistema giudiziario, la pulizia delle istituzioni statali dalla corruzione e il rafforzamento della pubblica sicurezza.


Un'altra rilevante conseguenza dell'attuale politica antidroga è l'affermarsi di una nuova scuola di criminali messicani particolarmente disinvolta nella scelta di metodi violenti anziché corruttivi, che spesso e volentieri sceglie direttamente il plomo (proiettili) senza nemmeno considerare l'alternativa della plata (denaro). Esempio paradigmatico è il cartello degli Zetas, l'organizzazione criminale più attiva al mondo insieme al Cartello di Sinaloa secondo l'Interpol: esso si caratterizza non solo per la radicata presenza nel mercato della droga ma anche per l'ubiquità e per la tendenza a diversificare le proprie attività illecite, tra cui il traffico di persone e l'estorsione, a danno soprattutto dei migranti centroamericani.


Le condizioni politiche, economiche e sociali dei paesi centroamericani offrono terreno fertile per la proliferazione dei cartelli. Il Guatemala, che più di altri appare permeabile alla penetrazione della criminalità organizzata, sconta - oltre a impressionanti livelli di povertà, di frammentazione e di esclusione sociale di lontana origine - le conseguenze della disastrosa e pluridecennale guerra civile terminata con gli accordi di pace del 1996. Il processo di democratizzazione ha percorso in quindici anni un cammino accidentato, arrestatosi dopo i primi, incoraggianti passi. La mancata risoluzione del problema dell'impunità e il perseverare della corruzione nei gangli più profondi delle istituzioni statali, non sufficientemente rafforzate nell'immediato dopoguerra, hanno favorito l'insinuazione della criminalità organizzata pressoché ad ogni livello.


Nel giugno 2010 Carlos Castresana, il magistrato spagnolo a capo della Commissione internazionale contro l'impunità del Guatemala (Cicig) delle Nazioni Unite, ha rassegnato le dimissioni per la frustrazione dovuta allo scarso impegno del governo a collaborare con le indagini, che avevano condotto inizialmente all'arresto dell'ex-presidente Alfonso Portillo ma non sono state ritenute sufficienti a condannarlo. Tutto sembra indicare che l'autorità del giovane Guatemala democratico non sia riuscita a imporsi sulla rete informale che dall'epoca della dittatura militare detiene di fatto il potere reale nel paese, nel settore pubblico e privato, fino a costituire un vero e proprio Stato parallelo. Il dislocamento di elementi scelti in posizioni chiave del governo e dell'esercito garantisce a questo “cartello dormiente” una presenza ai più alti livelli di potere fino al 2020.


La stagnazione economica, la disparità sociale e la completa assenza di opportunità per larghe fette della popolazione contribuiscono a rendere agli occhi di molti appetibili i profitti derivanti da attività illecite quali il narcotraffico. Migliaia di giovani e giovanissimi appartenenti alle maras, bande tristemente note per il facile ricorso alla violenza che proliferano nei buchi neri dello Stato e della legge, costituiscono un esercito di riserva di facile reclutamento per i narcos.


Il Guatemala rappresenta perciò, agli occhi dei cartelli messicani, l'Eldorado. Ciò è vero in particolar modo per gli Zetas. Inizialmente addestrati dagli Stati Uniti come corpo d'élite dell'esercito messicano, diversi membri Grupo aeromóvil de fuerzas especiales hanno trovato assai più vantaggioso mettere le proprie competenze - e il loro armamento di nuovissima generazione che nessun'altra unità dell'esercito possiede - al servizio del Cartello del Golfo. Oggi lavorano in proprio, hanno decisamente ingrandito la loro attività e sono noti per la brutalità dei metodi. In Guatemala, gli Zetas possono contare sul supporto dei loro esperti colleghi, i kaibiles.

La Brigada Kaibil, corpo di forze speciali dell'esercito guatemalteco, famosa tanto per l'addestramento militare di altissimo livello quanto per la spietatezza nella partecipazione ai più brutali episodi della guerra civile, ha rimpolpato le fila degli Zetas. I kaibiles, il cui motto recita “¡Si avanzo sígueme, si me detengo aprémiame, si retrocedo mátame!” ("se avanzo seguimi, se mi fermo incalzami, se indietreggio uccidimi!") vengono allenati a combattere nelle più estreme condizioni nella selva guatemalteca de El Petén, in una base dal nome poco enigmatico di “El Infierno”. Qui, un ristretto contingente di soldati scelti (la cui componente internazionale è per il 30% messicana), al termine di un addestramento durissimo, durante il quale viene sottoposto a prove particolarmente cruente, tra cui staccare la testa di un pollo vivo a morsi o prendersi cura di un animale per giorni difficili di esercitazioni nella selva per poi doverselo mangiare, apprende le più avanzate tecniche non convenzionali della counterinsurgency.


Con l'instaurazione della democrazia, le missioni della Brigada sono state formalmente riconvertite in funzione di operazioni di peace-keeping e antinarcotici; tuttavia, diversi membri delle forze speciali rimasti orfani di una guerra da combattere hanno trovato nella criminalità organizzata un impiego lucroso. Diversi elementi di spicco dell'esercito messicano confermano l'esistenza di forti legami tra i kaibiles e gli Zetas: già negli anni '90 le forze speciali guatemalteche e messicane partecipavano a esercitazioni congiunte. Attratti da un lauto salario e dalla promessa di ottenere la nazionalità messicana, i kaibiles venivano reclutati dall'esercito messicano nel 1994 e impiegati contro la ribellione zapatista. Nel 2005 quattro ex-kaibiles sono stati arrestati in Chiapas mentre trafficavano armi, segnalando il problema di una possibile diserzione di massa come nel caso degli Zetas. Per ammissione di un colonnello kaibil, lo stesso battaglione attualmente non è immune dall'infiltrazione diretta da parte della criminalità organizzata.


Volgendo lo sguardo non molto lontano dal mondo delle forze speciali guatemalteche, troviamo Otto Pérez Molina, un ex-generale dell'esercito che con ogni probabilità a settembre diverrà il primo presidente militare della democrazia. Il favorito alle prossime elezioni emerge da un torbido passato di membro di spicco dell'intelligence e di capo dell'Estado Mayor Presidencial, la stretta cerchia di collaboratori del presidente che durante la guerra fu responsabile, secondo quanto accertato da numerose organizzazioni di diritti umani, di diversi massacri e assassinii.


Nonostante la cupa fama acquisita dall'esercito per il suo operato nella guerra civile, il partito di Pérez Molina, il Partido Patriota, il cui onnipresente slogan illustrato da un pugno (destro) chiuso è “Mano Dura”, sembra raccogliere un vasto appoggio tra la popolazione stanca della violenza endemica che infesta il paese. Perché nessuno dei suoi oppositori conduce un'esplicita campagna elettorale contro di lui, rivelandone la responsabilità nelle violazioni passate? Un avvocato, scrittore e attivista guatemalteco risponde così: «se anche riaffermassimo pubblicamente che Otto Pérez è un assassino, oggi molti penserebbero "ecco, è proprio quello che ci vuole!"». Insopportabile per molti, l'attuale scenario appare propizio per qualcuno.


Davanti all'aggravarsi della situazione centroamericana, le mosse di Washington appaiono mal orientate e poco consapevoli dei risultati delle politiche precedenti. Il Plan Mérida, lanciato da Bush e ripreso da Obama sul calco del fallimentare Plan Colombia, che si propone di sgominare i cartelli della droga mediante la cessione di equipaggiamento e addestramento militare ai paesi destinatari, assegna il 16% degli 1,6 miliardi di dollari ai paesi dell'istmo, e il rimanente al Messico. Al di là della scarsità della dose somministrata ai bisognosi paesi centroamericani, il cui pil pro capite è in media un terzo di quello messicano, è la stessa medicina a essere di dubbia efficacia, visti i risultati ottenuti dall'iniezione di un composto militare a risolvere un problema che prima di riguardare la sicurezza nazionale deriva da scompensi di natura sociale.


Nel frattempo, il reale sistema circolatorio del narcotraffico è a malapena considerato. In direzione contraria al fiume di cocaina, e altrettanto consistenti, scorrono infatti flussi di armi e di denaro, vere e proprie arterie profondamente ramificate in territorio statunitense. Costantemente ricordati nei discorsi presidenziali, il traffico di armi e il circuito finanziario di riciclaggio del denaro sporco rimangono fattori piuttosto marginali nella strategia della lotta alla droga.


Le armi utilizzate dai narcos messicani sono per l'80% di origine statunitense. Per contrastare questo imponente flusso la Casa Bianca ha lanciato nel 2009 l'operazione Fast and Furious, che si proponeva di tracciare le armi vendute ad acquirenti sospetti di collusione con i narcos, per poter così risalire ai pesci grossi. L'iniziativa, che non faceva nulla di concreto per impedire la diffusione degli AK-47 in territorio messicano, si è tragicamente conclusa con lo smarrimento della maggior parte delle 2500 armi controllate e con il ritrovamento di un paio di esse sulla scena del delitto in cui è rimasto ucciso un agente della Border Patrol.

Accusato il fallimento, l'amministrazione Obama ha quindi intrapreso una nuova, tiepida iniziativa a inizio luglio, che impone ai venditori di armamenti degli Stati di frontiera con il Messico di informare l'Atf (Bureau of alcohol, tobacco, firearms and explosive) nel caso la stessa persona compri più di un arma di calibro superiore a 22 nel giro di cinque giorni. Tale misura, sebbene di scarso impatto concreto sulla compravendita di armamenti, è bastata a scatenare le consuete, accese proteste della National Rifle Association in difesa del Secondo Emendamento.


Sul fronte, altrettanto cruciale, dell'attacco alle finanze del narcotraffico, le azioni portate a termine finora sono state ben poco incisive. Lo scorso anno Wachovia - società di servizi di proprietà di una delle principali banche statunitensi, Wells Fargo - ha dovuto ammettere, davanti all'evidenza di prove che la collegavano a trasferimenti di fondi provenienti dai profitti del narcotraffico, di non aver fatto abbastanza per impedire il riciclaggio di denaro. La più consistente violazione del Bank Secrecy Act di sempre è stata punita con una multa record di 160 milioni di dollari: in assenza di ulteriori condizionamenti, tuttavia, difficilmente può essere ritenuta una misura sufficientemente dissuasiva la sottrazione del 2% del profitto annuale.


Le attenzioni di Washington, retorica a parte, sembrano dunque concentrarsi sull'erba del vicino più che sulla propria. Vero è che la coltre della guerra alla droga copre interessi nazionali distinti. Da una parte c'è la compravendita di un prodotto, meccanismo economico da considerarsi in buona misura endemico e difficile da sradicare. Dall'altra c'è la violenza ad esso associata, fattore che interessa in modo diverso i paesi implicati. Se infatti per gli Stati Uniti la strategia di attacco frontale mira a disarticolare i cartelli ed è congruente con l'obiettivo (comunque mancato) di ridurre il flusso di droga diretto nel paese, non è così per il Messico e per gli Stati centroamericani, dove la riduzione della violenza dovrebbe rappresentare la priorità assoluta.

Questi governi, incapaci o contrari a cambiare traiettoria, sembrano condannati a soffrire ancora a lungo le conseguenze di una guerra socialmente disastrosa.

di Valentina Abalzati


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