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lunedì 19 settembre 2011

Crisi , cosa dovrebbe fare il governo

Crisi , cosa dovrebbe fare il governo

L’aumento di spesa pubblica mirata a investimenti che inducano le imprese a investire


In questi giorni non trovo sui quotidiani o sui siti internet, anche ‘alternativi’, interventi che suggeriscano proposte concrete alternative a quelle del governo, in grado di fronteggiare la crisi corrente del debito italiano, e che non consistano di proposte perché l’Europa e la BCE cambino politica. Nessun altro sembra osare fare quello che prova a fare Sbilanciamoci ogni anno, indicazioni concrete per una manovra di bilancio alternativa (purtroppo la manovra alternativa di Sbilanciamoci per quest’anno è stata superata dagli eventi, anche se varie buone idee in essa vanno mantenute). Critiche alla politica della BCE e alla non volontà europea di creare un vero governo europeo in grado di fare politiche fiscali e monetarie efficaci non mancano; ma su cosa il governo italiano potrebbe e dovrebbe fare adesso, subito, non trovo granché. Quello che sembra emergere anche dagli interventi di economisti non allineati è che le soluzioni si trovano solo a livello di politiche europee; in Italia, sembrerebbe, si può fare molto poco a parte stringere la cinghia, se l’Europa non aiuta; al massimo distribuire in modo un po’ più equo le sofferenze. (Il PD sembra essere del tutto su questa lunghezza d’onda, a giudicare ad esempio dalla timidezza delle reazioni di Stefano Fassina alle proposte governative, nell’intervista sul Fatto Quotidiano del 6 agosto.) Ma è davvero così, o vi è in alcuni una autocensura che porta a non indicare cosa si potrebbe fare di alternativo perché lo si ritiene politicamente impossibile? Sono sempre stato contrario a che non si enuncino affatto delle proposte solo perché si pensa che non vi sia lo spazio politico perché quelle proposte siano seriamente considerate. Almeno una parte delle persone finisce per non rendersi conto che delle alternative ci sono, e che magari col loro sostegno politico potrebbero avere una chance. Vorrei sollecitare coloro che hanno ben più competenze di me (che sono economista teorico) su questioni di debito pubblico e di stato di salute dell’economia italiana a provare a indicare molto concretamente cosa sarebbe necessario fare – per quanto radicale – per uscire da questa crisi del debito pubblico italiano senza far aumentare la disoccupazione e la povertà a livelli vertiginosi, assumendo una scarsa volontà dell’Europa di aiutare. Provo a cominciare io, ma, conscio dei miei limiti, solo pour encourager les autres.
Il problema centrale del rientro da un debito pubblico elevato è noto: se lo stato o le amministrazioni locali aumentano la pressione fiscale o riducono la spesa pubblica, fanno diminuire la domanda aggregata inducendo una riduzione delle entrate fiscali che può ridurre di molto la riduzione del deficit pubblico. (Incidentalmente, non è solo il debito dello stato italiano che va considerato, ma anche quello di regioni, province e comuni, che è anch’esso parte del debito pubblico a tutti gli effetti; il problema dunque è ancora più serio di quanto non si dica.) Inoltre la riduzione della domanda aggregata riduce il tasso di utilizzo degli impianti e le prospettive di aumento delle vendite, scoraggiando gli investimenti; si può innescare una interazione acceleratore-moltiplicatore che può fare ulteriormente diminuire la domanda aggregata e dunque le entrate fiscali. Esistono modelli econometrici keynesiani che permettono di stimare sia pure in modo rozzo la grandezza di questi effetti, sarebbe importante che queste stime venissero diffuse. Inoltre la riduzione degli investimenti rende l’economia meno competitiva perché sono i nuovi investimenti che incorporano le tecnologie più recenti, dunque meno investimenti vuol dire struttura industriale in media sempre più vecchia e dunque in media sempre meno produttiva rispetto a quella delle altre nazioni, dunque maggiore difficoltà a reggere la concorrenza internazionale, tendenza delle esportazioni a diminuire, ulteriore effetto di rallentamento della domanda aggregata e di riduzione del gettito fiscale.
Bisogna quindi trovare il modo affinché anche l’Italia si comporti come un singolo individuo. Quando un normale individuo si trova con debiti da pagare, cerca di lavorare di più per aumentare il suo reddito e così avere i soldi per ripagare il debito. Bisogna trovare il modo per far sì che l’Italia produca di più, tutto l’opposto di quello che la manovra di Tremonti causerebbe. E farlo celermente, in modo che la porzione di debito pubblico rinnovata a tassi d’interesse elevati resti piccola. Visto il quadro europeo, bisogna chiedersi cosa l’Italia può fare da sola al riguardo.
Il primo modo indicato a tal fine dalla teoria economica ragionevole è il teorema di Haavelmo o ‘del bilancio in pareggio’. Un aumento della spesa pubblica accompagnato da un pari aumento del prelievo fiscale fa aumentare il PIL; ad esempio se la propensione marginale e media al consumo dal reddito disponibile (PIL meno prelievo fiscale) è c=0,8, e se la propensione marginale e media a importare è q=0,3, numeri non lontani dalla situazione italiana, allora il moltiplicatore della spesa pubblica con bilancio ‘in pareggio’ (o meglio con aumenti della spesa pubblica accompagnati da pari aumenti del prelievo fiscale) è (1–c)/(1–c+q)=0,4. Ma allora si può aumentare la spesa pubblica e aumentare un po’ di più il prelievo fiscale, e si otterrà sia un aumento anche se più piccolo del PIL, sia una riduzione del deficit. Se l’aumento del prelievo fiscale non è ottenuto con imposte una tantum – e non può esserlo se non marginalmente, giacché l’espansione della spesa pubblica deve essere duratura – vi è una difficoltà: l’aumento della spesa pubblica e di conseguenza dei redditi deve essere previsto in modo che la produzione e i redditi comincino ad aumentare in anticipo rispetto all’aumento della spesa pubblica, altrimenti se è la spesa pubblica che deve dare inizio al processo di moltiplicazione del reddito essa deve precedere l’aumento di gettito fiscale e dunque va finanziata con ulteriore indebitamento. Essendo praticamente impossibile che i nuovi occupati possano spendere di più già prima di essere assunti, possono essere solo le imprese a spendere addirittura in anticipo rispetto all’aumento della spesa pubblica. L’indicazione dunque sembra essere chiara: l’aumento di spesa pubblica deve essere rivolto a investimenti che inducano imprese a investire addirittura prima che cominci l’erogazione della spesa pubblica. Imprese pubbliche, perché no – l’avversione generalizzata alle imprese pubbliche non ha alcuna base né teorica né empirica, riflette solo gli interessi del capitale privato. Questi investimenti devono ovviamente essere redditizi su periodi di tempo lunghi, dunque richiedono una oculata politica industriale, che sappia valutare i campi in cui investimenti industriali possano risultare profittevoli; bisogna creare teams di esperti che sappiano apprendere dalle esperienze positive all’estero, come quella giapponese o quella della Corea del Sud. Lo sviluppo di modi di sfruttare energie alternative è un esempio di campo che viene in mente. (Sergio Cesaratto mi informa ad esempio che lo scorso anno l’Italia ha importato pannelli solari per 10 miliardi da Germania e Svizzera; ci vorrebbe molto a produrli in Italia?) Inoltre le imprese che questa spesa pubblica faranno nascere o espandere devono essere vincolate a restare in Italia per molti anni. Sulla capacità di creare imprese competitive a livello mondiale non sottovaluterei le potenzialità italiane, nonostante il grande mal parlare che si fa dell’università italiana le competenze che essa produce non sono inferiori a quelle che producono i sistemi universitari di altre nazioni, non bisogna confondere le poche università anglosassoni di elite con il prodotto medio, e la fuga di cervelli dall’Italia suggerisce che probabilmente il numero di persone molto brave prodotte dalle università italiane non è di molto inferiore a quello estero in percentuale, solo che è sparpagliato e dunque meno visibile. Quel che appare invece importante è creare sistemi efficaci di controllo sulla efficienza delle scelte compiute, bisogna evitare che le imprese favorite dalla spesa pubblica diventino carrozzoni clientelari. Qui bisogna escogitare nuovi sistemi di controllo popolare, io sarei per rappresentanti del popolo eletti direttamente, indipendentemente dai partiti, per periodi brevi (non superiori a due anni) e non rinnovabili, e pagati solo poco più di quanto guadagnavano (con diritto a tornare al posto di lavoro precedente), che abbiano il diritto di sedere nei consigli di amministrazione delle imprese e delle banche e riportare al pubblico tutto ciò che queste fanno.
La spesa pubblica dovrebbe seguire anche un altro criterio: ridurre drasticamente le sue componenti che si rivolgono a ditte estere. Questa riduzione non causerebbe riduzioni di reddito e occupazione in Italia. Dunque è sacrosanta anche per questo motivo la proposta di Sbilanciamoci di non comprare i caccia statunitensi che comporterebbero una spesa di 15 miliardi di euro. Ma devono esservi altre spese riducibili di questo tipo. Se in Italia non esistono produttori competitivi con quelli esteri per certi prodotti, lo stato dovrà intervenire affinché nascano.
L’aumento del gettito fiscale complessivo considerato nel teorema di Haavelmo richiede un aumento della sua quota del PIL, ma non di grande entità. Supponendo PIL=C+I+G+Esp–Imp e supponendo Esp=Imp e le propensioni marginali già indicate, per avere il bilancio in pareggio quella quota deve essere t=[G(1–c+q)]/[I+Esp+G(1–c)]; se I è il 20% del PIL, Esp il 30%, G il 50% (di nuovo, percentuali non lontane dalla realtà italiana) si ottiene t=5/12≈42%; un aumento di G del 10% (che è enorme) che lasci I e Esp invariati comporta t≈45%, un aumento del 3%, molto meno degli aumenti contemplati da Tremonti, e inoltre si può presumere che gli investimenti aumenterebbero, riducendo l’aliquota fiscale necessaria. L’aumento delle aliquote ufficiali potrà non essere necessario se un aumento della lotta all’evasione fiscale comporterà un aumento sufficiente del gettito fiscale. (Un invito ai colleghi che si occupano di analisi costi-benefici: sarebbe interessante una stima dei costi e dei benefici dell’aumentare il personale statale dedicato alla repressione dell’evasione fiscale, invertendo l’orribile direzione della politica del governo al riguardo, denunciata da una lettera a Repubblica il 10 agosto.) In ogni modo l’aumento della pressione fiscale deve essere effettuato in modo da scoraggiare il meno possibile i consumi; devono essere i risparmi a essere tassati, in particolare quelli dei più abbienti, che quasi certamente non ridurranno affatto i loro consumi (e la cui quota del reddito nazionale è molto aumentata nell’ultimo decennio). L’ideale sarebbe riuscire ad aumentare la propensione marginale al consumo e con essa il moltiplicatore; una politica chiaramente intesa a stimolare la crescita e l’occupazione molto probabilmente avrebbe qualche effetto in questa direzione, giacché farebbe aumentare in media il reddito atteso.
Queste politiche, facendo aumentare la domanda, farebbero ovviamente aumentare il disavanzo estero, ma non vedo motivo per preoccuparsi per ciò. In primo luogo, poiché la politica statale se ben fatta farebbe aumentare gli investimenti e la competitività dell’economia, questo aumento del disavanzo estero sarebbe solo temporaneo. In secondo luogo, l’aumento del disavanzo estero corrisponderebbe ad aumento dell’indebitamento privato rispetto all’estero delle imprese non finanziarie, o di banche che hanno fatto prestiti a imprese non finanziarie (e non verso consumatori o altre imprese finanziarie); l’esempio di Irlanda e Spagna non può essere usato come prova che l’indebitamento verso l’estero in quanto tale è considerato dai mercati come analogo al debito pubblico, in entrambe queste nazioni il problema era la fragilità del settore bancario dovuta ai titoli tossici, problema molto minore in Italia; un indebitamento sull’estero che direttamente o indirettamente provenga da imprese solide con prospettive di aumento delle vendite non vedo perché dovrebbe spingere i mercati alla sfiducia verso l’Italia, sarà una (piccola) parte del complesso di considerazioni che influenza il cambio dell’euro.
Non è dunque per via del vincolo estero ma per stimolare la domanda interna che andrebbero contemplati interventi (in ogni caso utili anche a ridurre il disavanzo estero) intesi a spostare la domanda interna di più su beni prodotti in Italia, aumentando le esportazioni e riducendo le importazioni. Qui il vincolo principale all’uso di dazi, tariffe e sussidi secondo i dettami tradizionali della teoria dell’economia internazionale (quella sensata, keynesiana) è costituito dagli accordi europei. La mia proposta è molto semplice: violarli se necessario, senza paura. (Ad esempio, tassare le automobili di lusso: le Mercedes, BMW, Saab…) Come Francia e Germania hanno violato le disposizioni di Maastricht sul deficit massimo e non sono state espulse dall’Unione Europea, anche l’Italia potrà violare le disposizioni europee adducendo che è più importante ridurre la disoccupazione e onorare i debiti, e non sarà espulsa. Al massimo riceverà una multa. Una multa piccola potrà essere pagata senza problemi, una multa grossa non andrà pagata e basta. Finché un vero governo europeo non esiste, bisogna sfruttare l’inesistenza di un vero potere europeo sanzionatorio. Questo è importante anche rispetto alle regole di Maastricht che mirano a minimizzare la possibilità che i governi facciano politiche industriali, una totale idiozia. Se non c’è un governo europeo centrale che faccia politiche fiscali e industriali per risolvere i problemi delle sue regioni/nazioni, devono pensarci le regioni/nazioni stesse.
L’avviamento di politiche come quelle qui considerate avrebbe un immediato effetto calmante sui mercati finanziari, in quanto farebbe intravvedere finalmente una crescita del PIL italiano e dunque una prospettiva di riduzione del rapporto debito/PIL. La non riduzione dei servizi essenziali forniti dallo stato ridurrebbe anche la pressione agli aumenti salariali, altrimenti inevitabile per la necessità di procurarsi privatamente (a costi più alti) i servizi sanitari, assicurativi, di istruzione ecc. non più forniti dallo stato o dalle amministrazioni locali.


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