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martedì 10 aprile 2012

Miriam Mafai



Aveva 85 anni

 partecipo' alla Resistenza 

e fu anche deputato



 Come donne "nessuno ci ha regalato niente", 

ha detto una volta Miriam Mafai

Assieme alle sorelle Simona e Giulia, Miriam Mafai nasce da una coppia di noti artisti italiani del XX secolo, il pittore Mario Mafai, cattolico, e la scultrice Antonietta Raphaël, di origine ebraica, tra i fondatori della corrente artistica della Scuola Romana, che la educano all'antifascismo sin dagli anni trenta. Con l'introduzione delle leggi razziali, nel 1938, Miriam deve lasciare il ginnasio.

 . A seguito dell'8 settembre 1943, Miriam partecipa alla Resistenza antifascista a Roma, distribuendo volantini contro l'occupazione tedesca e lavorando, dal 1944, presso l'ufficio stampa del neo istituito ministero dell'Italia occupata, diretto da Mauro Scoccimarro, dove incontra Giancarlo Pajetta, membro di una delegazione del Comitato di Liberazione Nazionale, di cui diviene amica e in seguito compagna.
 Nel dopoguerra si iscrive al Partito Comunista Italiano e sposa civilmente Umberto Scalia, segretario della Federazione del PCI dell'Aquila, da cui avrà due figli, Sara e Luciano. Nei primi anni cinquanta è assessore al comune di Pescara, dove si occupa di gestire gli aiuti per sfollati ed indigenti.

 Intraprende quindi la carriera giornalistica. Al termine degli anni cinquanta, Miriam Mafai è corrispondente da Parigi per il settimanale Vie Nuove, quindi lavora per partire da L'Unità e dalla metà degli anni sessanta al 1970 è direttore di Noi Donne e poi inviato per Paese Sera.

 Contribuisce alla nascita de la Repubblica nel 1976 e ne diviene editorialista. Dal 1983 al 1986 sarà anche presidente della Federazione nazionale della stampa italiana. . Nel 1962 inizia una relazione con Giancarlo Pajetta, di quindici anni più anziano, che dura fino alla morte di quest'ultimo nel 1990. Sul loro rapporto Miriam Mafai aveva detto: «Tra un weekend con Pajetta e un'inchiesta, io preferirò sempre, deciderò sempre, per la seconda».

 A partire dagli anni ottanta, al giornalismo Miriam Mafai affianca la scrittura di opere di saggistica, da L'uomo che sognava la lotta armata (1984) a Pane Nero. Donne e vita quotidiana nella seconda guerra mondiale (1987) a Il lungo freddo. Storia di Bruno Pontecorvo, lo scienziato che scelse l'Urss (1992), da Botteghe Oscure addio. Com'eravamo comunisti (Premio Cimitile nel 1996) a Dimenticare Berlinguer (1996), da Il sorpasso. Gli straordinari anni del miracolo economico 1958-1963 (1997) a Il silenzio dei comunisti (2002). In ultimo aveva pubblicato nel 2006 Diario italiano, raccolta degli editoriali pubblicati su Repubblica a partire dal 1976. . Nel 1994 aderisce al partito Alleanza Democratica e alle elezioni di quell'anno viene eletta alla Camera dei deputati, nella XII Legislatura, per la coalizione di centrosinistra dei Progressisti. Nel 2005 ha vinto il Premio Montanelli, per la sua attività votata allo sviluppo della cultura italiana del Novecento, con particolare attenzione al mondo femminile. Nel corso della sua attività di scrittrice questa attenzione non verrà mai meno: in occasione del suo ottantesimo compleanno ebbe modo di dichiarare: «Alle giovani dico sempre di non abbassare la guardia, non si sa mai. Le conquiste delle donne sono ancora troppo recenti». . Tra i temi di maggior interesse e attualità, Miriam Mafai si è espressa su divorzio, aborto, referendum, laicità dello Stato, legge sulla fecondazione assistita e condizione femminile, oltre che sui temi più generali della politica e dei diritti dei lavoratori. Per questo suo impegno sociale e su tematiche care alle donne Eugenio Scalfari, fondatore de la Repubblica ebbe modo di definirla "una donna laica e libera" ed ancora, riferendosi ai trascorsi degli anni cinquanta nel Partito Comunista Italiano una "una femminista nel partito più maschilista di tutti".[4] Nonostante questa sua forte tensione morale seppe sempre coniugare la forza dell'impegno con la dolcezza del carattere che le era proprio, meritando da Ezio Mauro, direttore de la Repubblica al momento della scomparsa, la definizione di "fortissima e dolcissima". . Il giorno della scomparsa il Presidente della Repubblica Italiana in carica, Giorgio Napolitano, la ricorda in un messaggio di cordoglio ufficiale rammentandone la forte personalità, il temperamento morale alieno da convenzionalismi e faziosità ed il grande talento giornalistico unita alla combattività che le permisero di divenire una significativa scrittrice strettamente legata al movimento per l'emancipazione delle donne e, più in generale, all'attività politica della sinistra italiana. Il messaggio si conclude con un ricordo personale che ne sottolinea l'umanità: "Nel ricordare la schietta amicizia che ci ha così a lungo legati, mi resta vivissima l'immagine della sua umanità appassionata, affettuosa ed aperta".


ADDIO MAFAI, UNA VITA CON IDEE IN PRIMA LINEA

Come donne "nessuno ci ha regalato niente", ha detto una volta Miriam Mafai e forse è la frase che più si addice per ricordare meglio il temperamento di questa giornalista, e scrittrice, di vaglia, scomparsa oggi a Roma, che ha raccontato, dalle colonne di vari giornali (dall'Unità a Paese Sera, a Noi donne, a Repubblica), l'Italia degli ultimi 60 anni. Lo ha fatto partendo da idee di sinistra, ma senza mai risparmiare le critiche quando la sua parte politica sbagliava o era in ritardo nell'analisi dei cambiamenti della società. Figlia di due pittori e intellettuali, Mario Mafai - esponente di spicco della Scuola Romana, e Antonietta Raphael - Miriam era nata a Firenze il 2 febbraio del 1926: in tempo per vedere il fascismo, l'Italia in guerra e le leggi razziali che avevano riguardato anche la sua famiglia, visto che la madre era ebrea e figlia di un rabbino lituano. Radici che Miriam ha sempre rivendicato con orgoglio come sue. Attiva nell'opposizione al fascismo e nella Resistenza, una volta finito il regime Mafai è già un funzionario del Pci. Il partito la manda in Abruzzo. Nel 1948 sposa Umberto Scalia, anche lui uomo di partito designato ad occuparsi di affari internazionali. Hanno due figli: il primo, Luciano, destinato a diventare un dirigente sindacale; la seconda, Sara, che diventerà giornalista come lei.
Nel 1957 la famiglia Scalia si trasferisce a Parigi, dove Umberto è in missione per il Pci. Ed é lì che avviene il debutto di Miriam nel giornalismo: Maria Antonietta Macciocchi, con cui ha lavorato durante la Resistenza, la fa diventare corrispondente di 'Vie nuove', altra storica pubblicazione della sinistra di quei tempi, fondata da Luigi Longo. Un anno dopo, il ritorno a Roma dove Mafai entra nell'Unità e nel 1961 ne diventa redattore parlamentare: comincia così quella grande consuetudine con il mondo politico di cui per tantissimi anni si occuperà. Nel 1962 la sua vita privata cambia: si lega a Giancarlo Pajetta, storico leader del Pci. Lui è già separato, per lei il matrimonio con Umberto è già finito. Eppure nel partito di allora l'unione suscita un qualche scandalo: "La mentalità - racconterà dopo - era grave. Dalle donne comuniste si pretendeva un grande rigore morale".
Quel sodalizio durerà 30 anni: Pajetta - lo racconterà lei stessa - è stato "l'unico amore" della sua vita. Un connubio fondato - sono sempre parole sue - su una reciproca autonomia, rara per quei tempi e forse anche oggi: "Ci siamo voluti molto bene Giancarlo ed io, ma - rivelerà - non abbiamo mai sacrificato pezzi della nostra esistenza". Dopo l'Unità ecco 'Paese Sera', altra storica testata di sinistra, ma differente dal quotidiano di partito fondato da Antonio Gramsci. La collaborazione con il giornale finisce però a metà degli anni '70: Miriam contribuisce nel 1976 alla fondazione de 'la Repubblicà, giornale destinato a diventare un punto di riferimento dell'area progressista e riformista italiana. Mafai è una firma di punta del giornale, tra le più inquiete ed originali: i suoi editoriali spaziano su tutti gli aspetti della vita nazionale, non escluso il costume. Il suo legame con la politica resta tuttavia intatto, tanto da portarla per una legislatura ad essere senatore del Partito democratico della sinistra. Critica feroce del berlusconismo, ha spesso richiamato l'Italia ad un ritorno a valori diversi. Attenta ai grandi e ai piccoli cambiamenti della società, Miriam Mafai ha travasato nei suoi tanti libri questa capacità di raccontare una società in movimento che si stacca dal passato: partiti tradizionali compresi. Nel libro 'Botteghe oscure addio' (Mondadori, 1996) - con cui ha vinto il Premio Cimitile lo stesso anno - ha raccontato "come eravamo comunisti", mentre in 'Dimenticare Berlinguer' (Mondadori, 1996) si è occupata di sinistra italiana e tradizione comunista. Nel 'Silenzio dei comunisti' (Einaudi, 2002) invece ha parlato - in un dialogo con Vittorio Foa e Alfredo Reichlin - di ciò che era giusto salvare di quella esperienza storica. Nel 2005 Miriam Mafai ha vinto il Premio Montanelli per la sua attività votata allo sviluppo della cultura italiana del '900, con particolare attenzione al mondo femminile. Ne sapeva qualche cosa. Del resto lo ha sempre sostenuto: alle donne ''nessuno ha regalato niente".
 di Massimo Lomonaco


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