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lunedì 8 aprile 2013

Il Social Forum Mondiale per il popolo tunisino


 
Il racconto di un giovane studente italiano a Tunisi: nelle parole e il lavoro della popolazione la rivoluzione non è ancora finita. E attraversa il Mediterraneo.

  - Appena atterrati la Tunisia ci accoglie con una piacevole serata di primavera. L'approccio iniziale è piuttosto caotico, con una ressa di tassisti che si accalcano intorno a noi. La nostra indecisione li spazientisce, e attira persino l'attenzione di un poliziotto. La cosa si risolve in fretta, e si parte verso il centro città con l'immancabile sottofondo di musica popolare.

Il tassista è taciturno, ma tamburella con le dita sul volante e canticchia sottovoce. La mia amica Rosa non si trattiene e si arrischia a fare qualche domanda sulla situazione politica, la rivoluzione: "Con o contro?". Nei brevi attimi di silenzio che seguono cominciamo a entrare in una città quasi deserta. Poi, senza scomporsi troppo ma con un mezzo sorriso stampato in faccia l'uomo risponde secco "Con la rivoluzione, fino alla vittoria. Vittoria o morte", sciogliendo quel gelo iniziale e generando sorrisi. Poi ci chiede se abbiamo mai visitato la "strada della rivoluzione". Non la chiama con il suo nome storico, il nome del leader della lotta anticoloniale e primo presidente della Tunisia indipendente, e alla nostra risposta positiva si permette una breve deviazione e con un certo orgoglio ci accompagna sul teatro principale di quella che è stata la scintilla delle primavere arabe, che ha costretto il dittatore Ben Ali alla fuga nel gennaio 2011: Avenue Habib Bourghiba.

Nei giorni del Forum Sociale Mondiale la capitale tunisina ha visto di nuovo la sua strada principale riempirsi di musica, cori, bandiere, manifestanti, tende, cortei. Questa volta senza manganelli, proiettili e lacrimogeni: il nuovo governo non se li poteva permettere vista la presenza di circa, dicono gli organizzatori, 70mila partecipanti da tutto il mondo. Eppure la presenza della polizia in centro è ancora massiccia, rotoli di filo spinato circondano intere zone della via, soprattutto l'area di fronte al Ministero dell'Interno dove prima e durante la rivoluzione gli oppositori politici venivano rinchiusi e torturati. E negli stessi giorni arrivano notizie da Gafsa, città mineraria del Sud, che raccontano di manifestazioni dei minatori represse a colpi di fucile da caccia dalle forze di polizia.

Di Gafsa sono anche molti dei ragazzi e le ragazze con cui ho avuto il piacere di passare le serate in un istituto universitario attrezzato a dormitorio. Di giorno volontari al Forum con svariati compiti, dalla gestione della diretta streaming dei workshop alla registrazione dei partecipanti, di notte instancabili animatori e compagni di risate, a suon di chitarra e bendir, tamburo tipico tunisino, con un repertorio della tradizione mistica islamica. Fanno parte dell'Unione dei laureati disoccupati, una categoria di giovani che in alcune zone assume proporzioni devastanti, e che rappresenta una delle realtà più dolorose della Tunisia. Non vengono necessariamente da famiglie di classe media, o privilegiate, perché il regime nonostante la svolta neoliberista degli ultimi anni ancora permetteva un accesso praticamente gratuito a tutti i gradi dell'istruzione. C'è un matematico, un filosofo, un programmatore informatico, un giurista, un'anestesista. Hanno conoscenze importanti, che loro sanno essere fondamentali in un periodo come questo in cui il Paese ha bisogno di rinascere, ricominciare, seguendo una strada diversa da quella del passato.

Praticamente tutti hanno un familiare, un amico, un conoscente che è partito per l'Europa a inseguire il sogno di vedersi realizzati per quello che valgono. Alcuni di loro hanno una trentina d'anni, e non è difficile leggere una disillusione molto più forte nei loro occhi, rispetto ai più giovani. Eppure tutti si scuriscono un po' in volto quando pensano che alla fine del Forum anche questa esperienza finirà e dovranno tornare alla frustrazione di un presente incerto, che se per molti versi è simile a quello di molti coetanei delle altre sponde del Mediterraneo, Spagna, Grecia e Italia, d'altra parte è aggravato da una situazione economica e politica decisamente più grave della nostra.

Ma soprattutto, la differenza è che loro una rivoluzione l'hanno fatta, ma non hanno visto cambiare molto, per non dire nulla. Sì, è vero, oggi è possibile esprimere opinioni e criticare il governo molto più apertamente di quanto non si potesse prima. Ma le relazioni di potere nella società rimangono immutate, per lo meno per quanto riguarda le classi più svantaggiate. E lo scioccante assassinio, poco più di un mese fa, di Chokri Belaid, capo carismatico di un fronte di forze di opposizione molto vicino alla causa dei lavoratori e dei diseredati, se da una parte ha rianimato lo spirito e le spinte rivoluzionarie, dall'altra ha reso evidente che la battaglia vera è solamente iniziata con la caduta della dittatura, e che tanto ancora resta da fare. "Lavoro, Libertà, Dignità", uno degli slogan chiave della rivoluzione e che ha riecheggiato tantissimo anche durante il Social Forum, implica indirettamente che le tre cose non possono andare separate, e non c'è una senza la realizzazione compiuta delle altre.

I canti, gli slogan, il ricordo del martire Belaid e di tutti gli altri martiri della Rivoluzione sono un mantra, quasi ossessivo; ripetuti decine e centinaia di volte nei mesi passati riesplodono anche durante il Forum, in assembramenti spontanei che spesso si trasformano in cortei, che celebrano una ritrovata fratellanza autentica tra popoli arabi, nel segno delle rivoluzioni contro regimi autoritari. Se è vero che il Forum si è tenuto in un quartiere un po' periferico della città e la registrazione a pagamento (per quanto simbolico) ha creato qualche ostacolo ad una partecipazione il più possibile allargata, c'è anche da dire però che la presenza in Avenue Bourghiba, attraverso mostre, concerti e piccoli sit-in improvvisati ha permesso a una grande fetta di popolazione di essere parte attiva, prendere la parola in discussioni, incontrare attivisti da tutto il mondo.

Ali non ha dubbi quando dice che ha molta fiducia nella Tunisia di oggi, lui che l'ha lasciata più di trenta anni fa senza mai ritornarci fino ad oggi. In un italiano impeccabile cita Sartre, Foucault, Camus ("L'unico modo di affrontare un mondo non libero è diventare così assolutamente liberi da fare della tua stessa esistenza un atto di ribellione"), e racconta di come non si sarebbe mai aspettato di trovare una Tunisia così viva. Non smette di fare domande, ai tassisti, agli artisti che espongono le proprie opere nelle tende attrezzate dal Forum, ai giovani che incontra. È eccitato quando ascolta le parole cantate da nuovi artisti emergenti, che fondono il reggae e il rap con la tradizione locale e i contenuti della rivoluzione; quando constata quanto fine sia il pensare critico dei giovani, molto più di quanto non abbia visto in Italia negli ultimi tempi. Lui che nonostante il suo lungo viaggiare tra mondo arabo ed Europa scoraggia sempre tutti i ragazzi che incontra a partire all'inseguimento di un sogno europeo. La soluzione per lui non è andarsene, ma restare e cambiare le cose.

Murad, poco più che ventenne, concorda con lui sul fatto che il Forum è un'occasione fondamentale per i tunisini, per conoscere le più svariate realtà di lotta ed arricchire l'esperienza rivoluzionaria, incontrando ad esempio coloro che proprio alla "Rivoluzione dei gelsomini" si sono ispirati, dai popoli egiziano, siriano, libico, yemenita, bahreinita, agli Indignados spagnoli, al movimento Occupy Wall Street. Eppure anche questo non basterà, i tunisini oggi "sono un cuore senza testa", dice lui: un potenziale di energie a lungo represse ma mai sopite si sono finalmente sollevate, ma dopo lo slancio iniziale, a due anni dalla caduta del regime, faticano a intravedere una via d'uscita, mentre i governi in carica mostrano sempre di più una continuità di fatto con l'autoritarismo del regime e le forze di opposizione mancano di coesione, di un progetto, una visione per il futuro, e peccano a volte di una tendenza al minoritarismo che riduce l'impatto delle loro istanze.

Insomma la strada è ancora lunga, ma nonostante la sfiducia e la stanchezza quello che non manca è la consapevolezza e la determinazione a portare a termine il percorso iniziato rovesciando il potere di un regime opprimente vecchio di decenni e che sembrava destinato a durarne altrettanti.

Dopo una settimana intensa, lasciando la città per tornare all'aeroporto, le parole del tassista che ci aveva accompagnato il primo giorno hanno assunto adesso tutto un altro significato: "rivoluzione", "morte", "vittoria" non mi suonano più come slogan triti e retorici, adesso hanno tutta la concretezza delle voci e dei volti incontrati in questi giorni a Tunisi. Che ci consegnano una lezione e un messaggio da riportare anche al di qua del Mediterraneo.
di Francesco De Lellis

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