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lunedì 3 giugno 2013

Turchia : 600 alberi sono una minaccia per la democrazia


- Ad innescare l'ondata di proteste antigovernative in Turchia la scelta di abbattere 600 alberi del parco Gezi accanto a piazza Taksim, uno delle pochissime aree verdi nel cuore di Istanbul. Questo - formalmente - il nodo del contendere che ha portato a 48 ore di guerriglia nell'antica Costantinopoli, che poi si e' allargata anche ad Ankara, Smirne ed altre citta'. Il progetto, venato di nostalgia per la potente Turchia che fu, prevede di costruire un replica di una caserma risalente all'impero ottomano. Ufficialmente per ospitare un centro culturale ma che i residente temono si trasformi in un maxi centro commerciale. Il comune di Istanbul, controllato dal partito islamista Akp del premier Recep Tayyip Erdogan al governo del 2002, aveva avviato il progetto a novembre. Le violenze sono scoppiate ieri quando i manifestanti hanno impedito ai buldozer di abbattere gli alberi del Gezi Park, che sorge su una piazza sovrastata al centro da un'imponente statua del padre della Turchia laica e moderna, Mustafa Kemal Ataturk, non amato, se non detestato, da Erdogan. Premier che ora ha fatto della realizzazione del progetto una questione di principio, una sfida aperta al suo potere, da cui non intende recedere.

#DirenGeziParki #OccupyGezi oltre 100 manifestazioni spontanee, oltre 1000 feriti, 940 arresti, 4 persone hanno perso la vista, 2 morti secondo amnesty

La violenza con cui le persone accampatesi, alcune centinaia, sono state spazzate via dalle forze di polizia, a suon di idranti, lacrimogeni ad altezza d'uomo e gas urticanti, ha scatenato la protesta. Che è diventata generale e generalizzata e si è diffusa in svariati quartieri della città. Ovunque vi sono scenari di guerra, fumo dei lacrimogeni e incendi, si rincorrono le notizie di scontri, riecheggiano da parti diverse ed ad ogni ora del giorno e della notte i cori dei cortei spontanei che si formano nella città da tre giorni. Ieri 40 mila persone hanno attraversato a piedi il ponte che collega la parte europea di Istanbul a quella asiatica, oggi il colpo d'occhio sul parco, rioccupato, piazza Taxim, piena, Istiklal caddesi, piena, e le notizie provenienti dagli altri quartieri, fanno pensare ad almeno un milione di persone coinvolte, in una dinamica che ha tutte le caratteristiche del movimento spontaneo. Non c'è organizzazione dall'alto, non ci sono direttive, i protagonisti sono uomini e donne che da 600 alberi in pericolo hanno scavato una minaccia per la democrazia.

Serena Tarabini è un'attivista romana e una redattrice di DinamoPress. Da diversi mesi si trova a Istanbul e in questi giorni sta vivendo in prima persona la rivolta turca. Questo è il reportage che ci ha inviato nella notte tra il 1 e il 2 giugno.

La prima cosa che ho pensato assistendo a quello che sta avvenendo a Istanbul da tre giorni è stato " è arrivata la primavera araba". Un pensiero frutto più dell'emozione che di un'analisi, perchè è ovviamente difficile fare una valutazione del genere, e lo è ancora di più per un paese socialmente e politicamente sui generis come la Turchia. Una paese a metà strada tra l'Europa e il Medioriente, che porta i segni di entrambi senza essere completamente parte di nessuno, e che in termini di movimento fin'ora non si è connesso ne' con la primavera araba ne' con il movimento degli indignados. Quello che è sicuro è che una mobilitazione di questa entità non si verificava da decine di anni, e che dentro questa protesta si sfoga la frustrazione e cresce la speranza delle persone che in questi ultimi anni hanno assistito a un progressivo restringimento degli spazi di democrazia ed ad un subdolo cambiamento della società, in termini di rislamizzazione dei costumi, portata avanti dal Premier Erdogan.

DA ; http://www.dinamopress.it/news/occupygezi-dinamopress-da-istanbul

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