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lunedì 8 luglio 2013

Derivati dello stato e degli enti locali


Dopo il rapporto del tesoro fatto trapelare (non si sa bene da chi e con quale intento politico) a due importanti quotidiani, uno nazionale, La Repubblica e l'altro internazionale, il Financial Times e alcuni commenti nei giorni immediatamente successivi, il silenzio è di nuovo calato sulla spinosa questione dei contratti derivati stipulati dallo stato e dagli enti locali italiani con le più importanti banche di investimento del mondo. Quelli contenuti nel rapporto fatto avere alla stampa sono contratti che risalgono agli anni immediatamente precedenti l'ingresso nell'euro dell'Italia e che sono stati rinegoziati nel 2012 con perdite potenziali molto significative. Si parla di otto miliardi solo per un gruppo di contratti dal valore nominale complessivo inferiore ai 32 miliardi.

 Il tesoro non ha negato il fatto e si è limitato ad affermare che le perdite potenziali non possono considerarsi tali perché generano movimenti di cassa solo a scadenza e quindi non rientrano nel debito pubblico. Se questo è vero, manca tuttavia la trasparenza, pur sempre necessaria a una valutazione prudenziale del rischio e il Financial Times  ha incaricato tre esperti i quali hanno infatti quantificato tale perdita potenziale. Il giornale della City, pur non enfatizzando eccessivamente l'episodio, chiede tuttavia all'Italia maggiore chiarezza sui derivati.
 La tesi accreditata da entrambi i  quotidiani è che i contratti siano stati stipulati alla vigilia dell'ingresso nell'euro per mantenere il deficit pubblico italiano all'interno del parametro del 3%  rispetto al PIL stabilito dal trattato di Maastricht per potere entrare nella moneta unica. I giornali dicono anche che gli altri paesi europei, per ovvi motivi politici, fossero tacitamente consapevoli di queste operazioni di imbellettamento che hanno portato il rapporto deficit /PIL sotto al 3% mentre, in realtà, era di quasi tre punti superiore.
Il Ministero del Tesoro che, nei mesi scorsi su richiesta della Corte dei Conti è stato visitato dalla guardia di Finanza, ha sempre negato che i derivati stipulati servissero a trasferire a controparti private parte del debito che altrimenti sarebbe stato scritto sul bilancio dello stato. Ha invece sostenuto che fossero funzionali a proteggersi da improvvisi aumenti dei tassi di interesse o dei tassi di cambio. Comunque stiano le cose, è forse arrivato il momento di fare chiarezza su questo aspetto della governance del debito  che fino ad ora è rimasto avvolto nella completa opacità. Il tesoro fornisce le cifre complessive e si tratta di cifre molto consistenti: 160 miliardi di contratti stipulati centralmente cui si aggiungono i 200 miliardi degli enti locali.
A questo punto, coi tempi di quaresima e di ringhiosa austerità che stiamo attraversando, non possiamo più accontentarci di dati all'ingrosso ma è necessario conoscerne il dettaglio. E non per mera curiosità accademica. I costi delle perdite eventuali (tuttavia quasi certe), prima o poi, ricadranno sui contribuenti italiani, cioè sui soliti noti. L'Italia è pur sempre il paese della siderale evasione fiscale, che ha accumulato con i governi di Berlusconi il maggior numero di condoni e scudi fiscali e che annovera i soli contribuenti fedeli nei lavoratori dipendenti e nei pensionati. Chi può evade ed elude. E più si hanno ricchezza e alti redditi più si riesce ad evadere ed eludere: un paese per ricchi!

 Dunque la chiarezza è necessaria su una materia che non può, come sostiene il Fiancial Times rimanere appannaggio delle poche persone che per ragioni d'ufficio ne sono state a conoscenza in passato o che lo sono oggi.  Ad esempio, sarebbe interessare conoscere perché e come, lo scorso anno, il tesoro ha rinegoziato contratti derivati che risalgono agli anni '90. E non è la prima volta che capita. Nel 2012, lo stato italiano pagò ben 3 miliardi di euro alla Morgan Stanley, dovendo liquidare un contratto prima della sua scadenza (sulla base di una clausola del contratto stesso). In questo caso  si trattava di perdite vere, che hanno pesantemente inciso sui conti determinando probabilmente l'aumento in misura corrispondente della manovra economica di quell'anno (cosa non detta ma forse avvenuta!). Anche in quell'occasione fu una “fuga di notizie” a Bloomberg News, una agenzia internazionale di informazione economica, a rendere pubblica l'operazione finanziaria che il governo Monti, allora in carica,  stava facendo silenziosamente e riservatamente. Bene, con gli impegni del  fiscal compact, le brucianti manovre di tagli alla spesa e di aumenti delle tasse, sempre a carico del popolo della ritenuta alla fonte, la riservatezza in materia è inaccettabile e la trasparenza diventa un imperativo categorico.
Quindi, ancorché delle larghe intese, è il governo che dovrebbe preoccuparsi di prendere in mano con determinazione l'intera  vicenda dei derivati. Non è forse il governo di scopo, impegnato a risolvere i problemi più urgenti e drammatici? Allora, al fine di ridurre l'onere per l'erario e quindi per i cittadini che alla fine sono i pagatori di ultima istanza, dovrebbe essere sua primaria responsabilità anche morale avviare un accertamento approfondito di tutti i derivati sui titoli pubblici e poi costruire le condizioni per una più efficace rinegoziazione con le banche contraenti. Il sistema qui suggerito in qualche situazione ha funzionato bene, come nel caso del Comune di Milano o della regione Puglia, costringendo importanti istituzioni finanziarie internazionali a rifondere il danno subito dalle amministrazioni italiane. Si può fare. Basta volerlo. E questo sarebbe un passo verso la discontinuità che, mettendo in mora le tante caste che tengono l'Italia in ostaggio, corrisponderebbe a quanto i cittadini italiani vogliono ogni giorno di più.

Nicoletta Rocchi

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