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martedì 8 ottobre 2013

Netanyahu e i jeans


Il premier israeliano deriso in tweet provenienti da Tehran. 
Attaccando il presidente Hassan Rowhani, aveva detto alla Bbc 
che i giovani iraniani non possono indossare jeans.

Gerusalemme - Gli iraniani indossano i jeans? Secondo Benyamin Netanyahu vorrebbero, lo desiderano ardentemente, ma non possono, per decisione delle autorità. La morte ieri a Gerusalemme dell'influente rabbino Ovadia Yossef deve aver preso gran parte del tempo del premier israeliano, impedendogli di leggere in internet le repliche di tantissimi iraniani a questa sua affermazione fatta alla Bbc (in persiano). Rifacendosi alla propaganda americana degli anni della guerra fredda con l'Unione Sovietica, il premier israeliano ha detto se gli iraniani fossero liberi «indosserebbero jeans».

Gli americani, qualcuno lo ricorderà, un tempo parlavano del desiderio delle donne russe di possedere calze di seta. Decine e decine di iraniani perciò hanno inviato via twitter all'account del premier israeliano foto di se stessi con jeans attillati. «Netanyahu, ecco un punto di distribuzione di armi di distruzione di massa in Iran», ha ironizzato un abitante di Tehran twittando l'immagine di un negozio di jeans.

E' stato un passo falso, frutto dell'impeto del premier, da giorni impegnato a distruggere l'immagine moderata del nuovo presidente iraniano Hassan Rowhani. E' un «lupo vestito di agnello» continua a ripetere, allo scopo di persuadere Barack Obama, l'Europa e il mondo occidentale a respingere le aperture fatte da Tehran. «L'Iran mira a prendere il controllo dell'intero Medio Oriente e a distruggere Israele», ha ribadito ieri Netanyahu parlando all'università Bar Ilan (Tel Aviv).

L'ateneo Bar Ilan è il laboratorio politico della destra israeliana. Quattro anni fa Netanyahu lo scelse per pronunciarvi il suo discorso, definito «storico», con il quale affermò, per la prima volta in modo esplicito, il suo sostegno per la soluzione dei «due Stati», ossia per la nascita di uno Stato palestinese. Naturalmente l'idea che il premier israeliano aveva e ha di questo Stato "indipendente" è profondamente diversa da quella che hanno i palestinesi e anche non pochi israeliani. Eppure si parlò di "svolta".

Quattro anni dopo ci si aspettava un Netanyahu pronto a sviluppare quella svolta, alla luce dell'avvenuta ripresa dei negoziati con l'Anp. Invece domenica sera Netanyahu ha pronunciato un discorso molto duro e posto un aut aut ai palestinesi: devono «riconoscere Israele come Stato ebraico» per arrivare a un accordo. Altrimenti, ha lasciato intendere, il negoziato non porterà ad alcun risultato.

Negli ultimi anni diversi dirigenti israeliani, non solo Netanyahu, hanno posto questa condizione. Il presidente dell'Anp Abu Mazen l'ha respinta, almeno sino ad oggi «I palestinesi hanno già riconosciuto lo Stato di Israele», ha spiegato. L'insistenza di Netanyahu è volta, agli occhi dei palestinesi, a strappare ad Abu Mazen una rinuncia automatica del diritto al ritorno ai loro villaggi d'origine per i profughi scappati o cacciati nel 1948. Se Israele sarà riconosciuto dall'Olp e dall'Anp come "Stato degli ebrei", temono i palestinesi, allora avrà il pieno diritto di non accogliere i milioni di profughi "non ebrei" che languono da oltre 60 anni nei campi in Libano, Siria, Giordania e nei Territori occupati.

Ad infiammare il discorso di Netanyahu all'università Bar Ilan è stato anche il ferimento grave, sabato sera, di una bambina israeliana di nove anni, colpita - pare da un palestinese armato - infiltratosi nell'insediamento di coloni di Psagot, nella Cisgiordania occupata (il quotidiano Yisrael Hayom, vicino al governo, riferiva ieri che la polizia non esclude anche un atto criminale). Già nella riunione domenicale del governo, Netanyahu aveva descritto il ferimento «un fatto molto serio» e ha chiamato direttamente in causa l'Anp. «Finchè ci sarà istigazione da parte dei media palestinesi, l'Anp non potrà sottrarsi dalle sue responsabilità in questi eventi», ha tuonato mentre vari ministri, come Silvan Shalom (Energia), lo esortano a «riconsiderare» la decisione di liberare una seconda tranche di prigionieri palestinesi (i primi 26, su 104 in totale, sono stati rilasciati il 13 agosto) nel quadro degli accordi per la ripresa del negoziato.

Passa nel frattempo senza far rumore ciò che accade nelle città e nei villaggi palestinesi sotto occupazione. Domenica notte, soldati israeliani ha fatto irruzione nel villaggio di At Tuwani, a sud di Hebron. L'esercito ha bloccato gli accessi al villaggio e ha perquisito numerose case palestinesi. Gli abitanti hanno riferito che al raid hanno preso parte anche coloni degli avamposti di Mitzpe Yair, Avigayil e Havat Ma'on. L'esercito ha lasciato At Tuwani qualche ora dopo senza fornire alcuna spiegazione. E' la quotidianietà palestinese.
di Michele Giorgio .

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