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sabato 30 novembre 2013

Pippo Civati


Idee chiare , sincerita', nessuna ambiguita' , e' non è un divo!

Pippo Civati si è presentato da trionfatore al primo appuntamento dopo il confronto televisivo di venerdì sera trasmesso da SkyTg24 con Matteo Renzi e Gianni Cuperlo in vista delle primarie del Pd in programma l’8 dicembre. “Ho già vinto“, ha ribadito più volte davanti al pubblico presente al teatro Ringhiera di Milano. 

“Siamo persone normali e continueremo a fare una bella campagna elettorale, come abbiamo fatto fino ad oggi. La prossima settimane – ha annunciato – sarete nuovamente sorpresi”. 
Nel corso del dibattito ha tratteggiato nuovamente la sua idea di Pd e ha cercato di trasmettere l’esigenza di una politica differente e la volontà di superare le larghe intese a favore di un vero governo di centro sinistra.

Pippo Civati: «Io non ho paura»


Pippo Civati, il giovane dissidente sempre più popolare, si candida alla guida del Pd.
 Per cambiarlo:
 «Oggi questo partito sembra terrorizzato da tutto: i movimenti, la Rete, le critiche, la cultura, Sel»

Con la sua aria da bravo ragazzo, non ha esattamente il physique du role del ribelle. Ma Pippo Civati, 37 anni, è stato uno dei tre parlamentari Pd a non votare la fiducia al governo delle larghe intese, dando voce al diffuso malessere tra gli elettori. E adesso il deputato lombardo cresciuto a internet e primarie domina i sondaggi online per il dopo Epifani. Sempre diviso tra Roma e Milano, affollati incontri con la base e voti soli tari alla Camera. E appena può, corre da Nina, la figlioletta di sei mesi. L’abbiamo incontrato nella saletta fumatori di Montecitorio, amareggiato e teso ma ironico come sempre, tra una sigaretta e l’altra, il cellulare che vibra di continuo e l’occhio incollato al video per seguire il dibattito in aula.

Come ha iniziato a far politica?

Con una sconfitta, quella del 1994. Avevo 19 anni, ero all’ultimo anno di liceo e ci eravamo inventati la campagna dei Giovani progressisti. Poi sono entrato nei Comitati per Prodi. Dopo essere stato eletto nel Consiglio comunale di Monza, a 22 anni sono diventato segretario cittadino dei Ds. Poi sono andato a Barcellona a studiare. Avevo appena preso un dottorato in Storia della filosofia a Milano, con una tesi su un tema rinascimentale. Mi sono occupato di Giordano Bruno, forse la mia vocazione al martirio nasce lì… Quando sono tornato a Monza, nel 2005, sono stato eletto consigliere al Pirellone con 20mila voti. Era la prima campagna elettorale in quel collegio e avevo 29 anni. Il mio primo episodio nazionale è stato l’incontro dei giovani Pd nel 2009 a Piombino, poi abbiamo fatto il congresso al Lingotto con Ignazio Marino.

E si arriva all’incontro-scontro con Renzi…

Io non sono mai stato un rottamatore. Renzi fu un episodio del 2010. Abbiamo organizzato insieme la prima edizione della Leopolda. Pensavamo di poter condividere molto, ma poi ci sono stati alcuni episodi famosi, da Arcore a Marchionne. Soprattutto avevamo un’idea di versa del tipo di ingaggio nel partito: lui diceva che si doveva stare fuori, io dentro. Il suo fu un errore, perché le contraddizioni non si risolvo no soltanto con un attacco dall’esterno. La mia particolarità, invece, è stata quella di insistere su alcune partite politiche, dalla stagione referendaria alle Amministrative di Milano e Napoli, dal referendum contro il Porcellum alle primarie come strumento di selezione della classe dirigente e di campagna politica. Queste battaglie sono state un po’ la cifra della mia presenza nel Pd.

Quali sono i suoi riferimenti politico culturali?

Se devo trovare un antesignano è nel socialismo liberale, più che nei Ds o Margherita. Mi sembra che quello che manchi in Italia sia un grande slancio egualitario con strumenti, però, che non devono necessariamente essere quel li burocratici o di pianificazione pubblica. Ad esempio in Italia si parla di conflitto d’interessi come se fosse un fatto moralistico, mentre è fondamentale per un Paese incrostato, in cui nessuno controlla nessuno, dagli appalti per le grandi opere alle nomine. I diritti civili sono l’incrocio perfetto: l’eguaglianza di possibilità e, nello stesso tempo, il riconoscimento che ogni individuo ha una sua coscienza, una sua sensibilità, un suo orientamento sessuale o religioso. Questa è la matrice in cui mi riconosco: una sinistra fortemente egualitaria, per ché oggi le sproporzioni di reddito sono enormi, dal livello territoriale a quello generazionale. Inoltre bisogna guardare avanti su temi che questo Paese conosce pochissimo, come quelli ambientali, di un modello di sviluppo diverso, di una riflessione meno manichea su crescita e decrescita, senza sposare le tesi più radicali ma senza nemmeno banalizzare il problema. Dobbiamo guardare anche alla Rete, ai beni comuni, fare una discussione su cosa è pubblico. Ecco perché non ho alcun problema a conversare con Stefano Rodotà e nello stesso tempo a discutere con Michele Boldrin ed economisti più liberali. Soprattutto non possiamo dimenticare la specificità dell’Italia. Dobbiamo affermare un modello nostro, non preso a prestito da altri Paesi. Tito Boeri, ad esempio, dice cose molto condivisibili sul contratto unico a tutele progressive. Quando hai una generazione di precari non basta dire che bisogna dare diritti uguali a tutti, perché non accade da 20 anni. Siccome una gran fetta della popolazione di questo Paese non ha alcun tipo di sussidio, serve una riforma degli ammortizzatori e un dibattito sul reddito garantito. L’eguaglianza è il valore più importante perché questo è un Paese di profonde divisioni, sperequazioni, lontananze. Poi c’è il tema della democrazia e della cittadinanza, che a sinistra è descritto molto bene Maurizio Landini, e noi dovremmo smetterla con la paura di andare alla manifestazione della Fiom.

Perché, secondo lei, piace tanto alla base?

Nel Pd manca completamente un atteggiamento radicale e analitico. L’impressione è che in molti passaggi ci vengano raccontate mezze verità, soluzioni opache. Nell’elettorato c’è un desiderio di democrazia perché non si capisce chi prende le decisioni e perché. Il caso dei 101 è forse il tempio di questa vicenda: una decisione presa da persone che non si dichiarano che determina una fuga in avanti verso una soluzione opposta a quella che si stava cercando è l’esempio più clamoroso non solo della rottura della fiducia sul piano personale e collettivo di un partito ma anche di un problema politico colossale. Che non è un errore, ma una precisa scelta politica assunta nel modo più truffaldino possibile, perché nessuno ha rivendicato quella mossa.

Non manca chi la liquida come un opportunista in cerca di visibilità…

Se fossi opportunista avrei votato la fiducia come mi consigliavano quasi tutti i miei colleghi, anche i miei amici più cari. Ma era una fiducia prendere o lasciare su un governissimo di cui ci eravamo detti avversari e sul qua le non abbiamo nemmeno discusso. La mia non voleva essere una mossa solitaria. Avrei preferito che altri avessero esplicitato il loro disagio. Preferivo essere ben accompagnato che da solo. Come sono ben accompagnato da metà degli elettori del Pd, dato che tutti i sondaggi mi danno in testa. Comunque mi pare un bene che ci sia qualcuno che interpreti un sentimento potente di profondo dispiacere e amarezza, che personalmente vivo. Per esempio penso che coi 5 stelle ci abbiamo provato solo al 70 per cento: Bersani avrebbe dovuto offrire la premiership a un dibattito se voleva veramente dire che le aveva provate tutte. Poi è arrivata la candidatura di Rodotà e il Pd non gli ha dedicato nemmeno 5 minuti di discussione. Sarebbe stato utile anche parlare con Grillo. Io ho provato in tutti i modi, anche con un lavoro molto informale di relazione verso Bersani e i 5 stelle. Ritrovarmi dopo questo la voro a votare un governo con Berlusconi, tra l’altro politicissimo…

Cosa risponde a chi ribatte che non c’è alternativa a questo esecutivo?

L’alternativa era fare un governo meno politicizzato con meno obiettivi, senza darsi slanci e toni costituzionali. Perché il risultato elettorale non ha certo premiato Pd e Pdl: questa legislatura è un mezzo ribaltone, ma verso gli elettori. Tra l’altro se dobbiamo fare la sinistra con venature liberali il dibattito non può parti re dall’Imu: dobbiamo avere il coraggio di dire che una tassa sui patrimoni c’è in tutto il mondo e che, se abbiamo 5 miliardi da far risparmiare ai cittadini, dovremmo abbassare le tasse sul lavoro. Gli italiani vogliono cose urgenti. Serve subito una legge elettorale. Facciamo battaglie su cittadinanza, diritti e anticorruzione, ma nessun dice se riusciremo a portarle in porto davvero o è solo retorica. Per fare le riforme, quelle vere, c’è bisogno di un governo politico che abbia una sintonia politica di fondo, un impegno quinquennale, che non oscilli perché uno va a Brescia e l’altro critica i gay. Voterò tutto quello che Letta riuscirà a fare, ma se Monti non è riuscito a fare quasi niente, per ché dovrebbe riuscirci Letta? Abbiamo sempre detto che governo e cambiamento stanno assieme. Ricordo bene l’intervento del vicesegretario a questo proposito. Gli otto punti coi grillini c’erano, quelli con Berlusconi non li ho ancora visti. Peccato che stando tutti al governo, forse mancherà l’opposizione. Spero che i 5 stelle escano dal dibattito sulla diaria per occuparsi di cose più sostanziose.

Più volte ha minacciato di andarsene dal partito. Cosa dovrebbe accadere perché lasci i democratici?

C’è una questione che ho posto in modo molto drammatico ed è quella di un congresso aperto. Il Pd si basa su due elementi: essere alter nativo a Berlusconi e avere le primarie come sua vocazione per eleggere un leader che non è solo il segretario degli iscritti ma è il riferimento di partito fatto di elettori. Se queste cose non ci fossero più sarebbe come togliere il nome e il cognome a una persona: il suo pro filo pubblico ne risentirebbe parecchio.

Se diventasse segretario come sarebbe il suo Pd?

Un partito che costruisce un rapporto vero con gli elettori, non solo alle primarie, ma tra una primaria e l’altra. È abbastanza incredibile che nessuno abbia pensato a forme di consultazione e partecipazione, durante e dopo la campagna elettorale, dei tre milioni di persone che si sono registrate nell’albo degli elettori. Non dico di farlo sempre, ma di immaginare di accorciare alcune distanze, perché la vera scissione che c’è stata in questi giorni è quella con gli elettori. Internet non è una roba da matti: lo usano tutti, da Obama a Grillo, anche se lui forse in modo più raccontato che praticato. E poi c’è il vasto radicamento territoriale di cui però non sempre si capisce il senso. C’è una crisi della militanza. In questi giorni sono venuti al pettine tanti nodi che c’erano da tempo e che Renzi aveva rappresentato in parte molto bene, come il desiderio di rinnovamento.

Infatti è esplosa la protesta di OccupyPd.

Era un mio slogan del 2011 per dire che ci vuole un’invasione di campo di forze nuove, non nel senso di età, ma di sensibilità che sono rimaste a guardare, come i delusi geologicamente stratificati, quelli del prima, del dopo e di queste ore. I famosi “delusi del Pdl” sono molto più contenti, visto che Berlusconi ha riportato in auge quel partito che sembrava scomparso solo tre mesi fa. Questo Pd si è inaridito. Di cattolicesimo sociale ce n’è pochissimo, non c’è la tradizione socialista, a parte il nuovo segretario. Ci siamo lasciati sfuggire temi come l’ambientalismo, la pace, lo sviluppo. Sel deve essere il primo interlocutore di questa riflessione. Dobbiamo cominciare a pensare a quello che possiamo fare di nuovo. Tutto quello che si è mosso in questi anni fuori dalla politica dei partiti per noi è una ricchezza o qualcosa da cui ci dobbiamo riparare? Perché mi sembra che il Pd sia impaurito: abbia paura della Rete, dei movimenti, del dissenso, di Sel. Purtroppo questa sinistra oltre a odiare la sinistra, odia la cultura, la critica. Invece dovremmo coltivarla. Del resto la sinistra è un fatto intellettuale e di umanità: provare a capire se ci sono soluzioni che fanno stare meglio i più svantaggiati.

Dopo l’astensione sul governo, anche quella su Epifani…

Sì, l’ultima astensione di Civati. D’ora in poi voterò a favore o contro. Niente di personale contro di lui, ma non è una figura super partes, non farà solo l’arbitro, è in continuità totale con Bersani. Lo hanno votato meno della metà degli aventi diritto. Forse qualche riflessione va fatta. Perché non riusciamo a capire che il pluralismo non è solo uno slogan ma significa riconoscere che c’è qualcuno che non è d’accordo con te. In questi giorni i toni della base si sono un po’ alzati. L’altra sera ero a un incontro a Milano: sembrava di essere in guerra. Forse bisogna misurare i toni ma nello stesso tempo bisogna mantenere le proprio convinzioni.

Se non facesse politica, cosa farebbe?

Facevo volentieri l’insegnante. Un po’ l’ho fatto: ho studiato, fatto ricerca, lavorato in università. Mi piace molto insegnare, l’ho scoperto strada facendo. Ho una bimba di sei mesi e faccio i salti mortali per vederla: di sicuro non me la perdo, con tutto il rispetto per Epifani…
di SOFIA BASSO
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