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lunedì 25 novembre 2013

Salvatore Ligresti, il "padrino padrone" della politica italiana


Salvatore Ligresti  

il "padrino padrone" della politica italiana

Salvatore Ligresti, il "padrino padrone" della politica italiana La storia di Salvatore Ligresti e del suo impero: da Mani Pulite al caso Cancellieri, con in mezzo trent'anni di amicizie potenti in un rapporto di simbiosi con i politici

"Don" Salvatore Ligresti, il "padrino padrone" della politica italiana

La prima tessera, quella che sta in cima, oscilla. Scivola. Cade. E mentre frana urta la seconda, che fa come la prima, collassa e urta nella terza. Avanti così, ipoteticamente, infinite volte. Si chiama effetto domino. Che è fisica e metafora. Poi c’è il gioco: il domino, con la sua giustapposizione di numeri, a forma di pallini su tessere. La storia di Salvatore Ligresti conosce bene entrambi. Capita ai potenti. Capita in Italia dove troppo spesso l’imprenditoria cerca la politica e i politici cercano gli imprenditori. Cosa che è prassi in tutto il mondo (così, tanto per levarsi di torno la logica della verginella buona per non cadere troppo forte dal pero). Solo che nei paesi del blocco occidentale, le parti in causa al massimo si prendono per mano e fanno una girata ai giardinetti. Da noi si infrattano dietro le siepi.

Già, la politica, la famiglia Ligresti, quella Peluso-Cancellieri. Bazzecole. Non ci vuole un genio per capire che il ministro Cancellieri avrebbe fatto meglio a fare un passo indietro. Come non ci vuole un premio Nobel per la fisica a comprendere che il caso Cancellieri è una bazzecola rispetto al background di Don Salvatore. Politica che parla di politica; campagna elettorale ad oltranza, dentro e fuori gli schieramenti. Tutto qui.

Bazzecole, rispetto a tutto il resto. Oggi il potentato del vecchio Don Salvatore, dopo le scalate, i tonfi per terra e le resurrezioni, sembra davvero arrivato al capolinea. Ma prima la sua greppia ha sfamato diverse bocche. E lui, si è sfamato con loro. E verrebbe da chiedersi dove sono oggi, quelli che hanno creato il ‘mostro’, che l’hanno sostenuto e usato per almeno tre decenni. Don Salvatore senza Bettino Craxi, Silvio Berlusconi, Enrico Cuccia e Cesare Geronzi, tanto per citare i big, non sarebbe Don Salvatore. Non sarebbe Salvatore Ligresti senza il miliardo e duecento milioni di euro che gli ha girato Mediobanca in un decennio (dal 2003 al 2012); e senza che Unicredit stesse a guardare i ‘magheggi’ con cui gestiva le società a monte di Fonsai, Inco e Sinergia.

E non sarebbe stato Ligresti senza un prima. Nato il 13 marzo del 1932 a Paternò, nella provincia di Catania, emigrò presto al Nord. La laurea in ingegneria a Padova; il trasferimento a Milano alla fine degli anni Cinquanta. Squattrinato, senza un soldo in tasca, ma con un gran fiuto per gli affari. All’inizio degli anni ottanta, quando non lo conosceva nessuno, lo ricordano girare per gli uffici di Milano con i suoi immancabili maglioncini con la cerniera lampo. C’era chi, come Maria Grazia Curletti, donna potentissima della sezione del Pci, gli sbloccava pratiche e concedeva licenza. Quella Curletti che abitava in un appartamento costruito da Ligresti, in via Ripamonti, e che spesso era ospite gradita dell’hotel–residence Planibel di La Thuile, in Val d’Aosta, che manco a dirlo era roba di Don Salvatore. Ancora prima dei quintali di aragoste del Tanka Village, il suo resort a quattro stelle in Sardegna da dove sono politici e ministri, prefetti e direttori di giornali, Ligresti si è fatto con i tartufi di montagna.

Cene di lusso e inquilini di lusso. Inquilini allora eccellenti, come Giovanni Baccalini, ex assessore socialista all’edilizia privata che abitava ad equo canone in un’elegante villetta di San Siro. Allora, poi, c’era l’architetto Balzani, uomo potentissimo e influentissimo per quel che riguarda il piano regolatore milanese. E che aveva lo studio in un palazzo di Ligresti via Manin. La ‘generosità’ paga e in quegli anni i terreni agricoli che l’ingegnere aveva acquistato nella periferia di Milano si trasformano rapidamente in aree edificabili. Con il sistema Milano a fare da apripista al ‘sistema Ligresti’. Con il mestiere imparato da due compaesani che mentre don Salvatore sgambettava erano già potenti: Antonino La Russa, all’epoca senatore dell’Msi e padre di quell’Ignazio che si farà conoscere nell’epoca Berlusconi e dei suoi fratelli che negli anni non hanno mancato di sedersi nei consigli di amministrazioni delle società guidate da Ligresti; Michelangelo Virgillito, uno di peso della Borsa quando in Italia si parlava di boom. Buone relazioni da mettere in rete a pro suo, a pro di chi fa affari con lui. Una su tutti, il primo passo della scalata vera: da Raffaele Ursini, che da Virgillito ricevette il gruppo Liquigas, eredita il primo pacchetto del gruppo Sai (e in questo giro di affari non mancò lo zampino dal patriarca di casa La Russa, Antonino, appunto).

Avanti così. Mattone su mattone, scandalo su scandalo, da palazzinaro della ‘Milano da bere’, con dichiarazioni al fisco di appena 30 milioni di lire (correva l’anno 1978), diventa uno dei dieci uomini più ricchi d'Italia. Viene ammesso fin dentro il salotto del gotha milanese, nel cuore finanziario della città. Strette di mano, appartamenti, tartufi e aragoste. Ma anche quote di assicurazioni, grandi imprese, giornali, catene di hotel. Avanti così fino al crollo (e il buco da oltre un miliardo di euro) fin quando la rete che ha foraggiato – e che l’ha protetto – l’ha scaricato.

Una rete potentissima, tessuta con trame d’acciaio. Con quei ‘campioni’ della prima Repubblica. A cominciare da Craxi, quando Bettino, all’apice del potere, era Bettino. E dall’amico – e alleato – Berlusconi, quando faceva, come lui, solo il palazzinaro, quando non era Cavaliere, non aveva fondato Mediaset, non era sceso in campo. Saranno gli anni di ‘Mani pulite’ e di ‘Tangentopoli’ a far luce sul rapporto tra Don Salvatore e Bettino: e le cronache raccontano di massicce tangenti a Craxi o ai suoi per assicurarsi gli appalti della metropolitana milanese e per far ottenere alla Sai l’esclusiva dei contratti d’assicurazione dell’Eni. E sarà sempre l’ingegnere di Paternò ad accompagnare per la prima volta Craxi nell’ufficio di Enrico Cuccia. Craxi e Cuccia e la privatizzazione di Mediobanca. Operazione governata dallo stesso Cuccia, che per questo è stato eternamente grato a Ligresti.

Grati e al sicuro. Perché don Salvatore è uomo fidato. Perché Ligresti è sempre stato uomo generoso, grato, ma soprattutto zitto. Muto come un pesce. Nei 14 faldoni delle inchieste a suo carico – per corruzione a Milano nelle vicende Fonsai (assieme a Giancarlo Giannini), e a Torino, un filone aperto nell’estate del 2012, sulla scorta dell'indagine milanese, per falso in bilancio e ostacolo all’attività di vigilanza (e che lo scorso 17 luglio 2013 ha portato all’arresto di Don Salvatore, l’apice della fine, perché l’inizio era cominciato qualche anno prima) – l’ingegnere ha continuato a fare l’amico: “Non intendo rispondere”, la sua massima davanti ai pm. Certo, poi è venuto fuori, in un interrogatorio del 2012, come Ligresti si fece “latore del desiderio dell'allora Prefetto Cancellieri che era in scadenza a Parma e preferiva rimanere in quella sede anziché cambiare destinazione”. Un messaggio per conto di un amica indirizzato a Silvio Berlusconi.

Favori che chiamano favori. E casi che danno la misura di chi è stato don Salvatore. E come ha cercato di muoversi per tutta la sua vita. Roma, palazzina di via Tre Madonne. Lì, in quella dimora lussuosa, dove per strada spesso hanno sostato le auto delle scorte, abitano o hanno abitato Angelino Alfano, le figlie di Geronzi e il figlio dell’ex presidente Consob Lamberto Cardia, Renato Brunetta, Mauro Masi e Italo Bocchino. Per carità, qui non c’è reato. C’ solo una logica, l’inizio della distorsione. Case, ostriche, champagne, tartufi, amici serviti e riveriti. Quintali di silenzio.

E tuttavia di intercettazioni, come quelle alla figlia di Don Salvatore, Giulia: “Perché se il commissario – il commissario ad acta inviato a presidiare le ex società del gruppo dell’ingegnere – fa saltare fuori che quelli sono tutti mazzettati, Ispav, Consob, cioè erano tutti appagati da Mediobanca per fare questa operazione…”.

Raccomandazioni, amici degli amici, reti, sistemi, fondazioni. E ingratitudine, dei padrini ad un padrino. Sì perché alla fine, nell’Italia della P2, dell’assassinio di Moro, di Ustica, degli anni di piombo, delle stragi mafiose, quelle delle piazze o nelle stazioni, del collasso della Parmalat, della Cirio, dei continui scandali della politica, delle bombe di Falcone e Borsellino, di fallimenti industriali di dimensioni bibliche all’Alitalia, della Dc, il Psi e in parte il Pci spazzati via dal cancro delle mazzette. Nell’Italia del dissesto idrogeologico, con i suoi mali e i suoi morti, nei tumori dell’Ilva, la storia di Salvatore Ligresti, al netto delle polemiche dell’oggi per via di un ministro amico, non è ‘La Storia’. E’ ‘solo’ un capitolo di una storia malata. Che pare abbia incancrenito un pezzo d’anima.

DA   http://www.today.it/
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