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mercoledì 30 aprile 2014

Il Capitalismo non ha problemi: è il Problema


Il capitalismo non ha problemi: è il problema

25 Aprile – 1° Maggio: due date significative per riflettere su come sconfiggere l’imperialismo, il capitalismo, il fascismo e l’opportunismo Siamo alla vigilia di due importanti date che nel tempo hanno perso il loro valore ma che sono e restano patrimonio di tutti i comunisti: il 25 Aprile e il 1° Maggio.

Tenere viva la memoria sulla Resistenza e la vittoriosa Lotta partigiana contro il fascismo assume sempre più il significato di respingere tutti quei tentativi delle varie forze politiche – comprese quelle che ancora si definiscono di sinistra – di dare una svolta autoritaria al nostro Paese. I partigiani hanno combattuto a caro prezzo con sacrifici e con la vita per liberare l’Italia dall’occupazione nazista e dall’odioso dittatura fascista di Mussolini. Sia i partigiani comunisti che la classe operaia, con le sue battaglie e scioperi in fabbrica, hanno posto al centro l’aspirazione a liberarsi dall’oppressione e dalle ingiustizie sociali con una forte connotazione di classe orientata a cambiare verso una società socialista e laica verso l’internazionalismo proletario.

Il continuo lavorio in senso anticomunista del Vaticano – i cui effetti maggiori si sono visti nell’Europa dell’est -, il suo appoggio alla DC e alle forze di destra, il compromesso storico, la degenerazione revisionista del Pci e il collaborazionismo dei sindacati confederali - che hanno sacrificato gli interessi della classe operaia e delle masse popolari alle sorti del capitalismo imperialista italiano ed europeo -, il lungo periodo delle stragi di Stato, ci hanno portato ai nostri giorni. In questo periodo con il capitalismo al collasso le forze conservatrici impoveriscono, reprimono e annientano l’intera classe lavoratrice mentre nascono movimenti populisti presentati come novità, ma che non cambiano le cose. Anzi la loro politica anticapitalista e antistatalista ci riporta al fascismo movimento prima e al fascismo partito poi col potere del governo blindato da Mussolini con il maggioritario fino al fascismo regime tramite il presidenzialismo del “capo del governo”.

Si susseguono governi abusivi per proseguire le scelte economiche favorevoli al complesso industriale-militare, ai monopoli, alle banche, all’Fmi, nella sudditanza alla Nato, garanti delle missioni militari all’estero (dove anche i militari italiani sono addestrati alla tortura), nei rapporti internazionali. Ogni governo è fedele agli Usa e ad Israele, un legame rafforzato dal vertice Letta-Netanyahu dello scorso dicembre con la firma di 12 accordi di cooperazione economica e militare che sono rivolti ad opprimere il popolo palestinese. Sul piano politico ognuno garantisce l’affermazione dell’ideologia borghese in funzione anticomunista.
E passano da una truffa all’altra.
Da quella elettorale a quella dell’euro a quella del lavoro, compreso la propaganda delle quote rosa.

Anche l’antifascismo, quindi, viene manipolato non solo dalle sterili e convenzionali cerimonie delle istituzioni, ma nei fatti.

Con il metodo eversivo con il quali si sono insediati gli ultimi tre governi, larghe intese tra Pd, PdL e poi con la nuova destra di Alfano al servizio del Presidente della Repubblica - un disegno che stravolge persino la stessa Costituzione borghese -; con la negazione di un sistema elettorale proporzionale a vantaggio di un esagerato quanto ingiustificato premio di maggioranza; con il tentativo di evitare il conflitto di classe; con riforme del lavoro, elettorale e costituzionali (abolizione delle Province, del Senato, presidenzialismo): con la concessione ai gruppi fascisti di organizzarsi e manifestare.
Con l’aspetto culturale utilizzando i mass media, pennivendoli e artisti compiacenti e facendo passare proposte di parlamentari fascisti per instaurare giornate del ricordo che in realtà utilizzano per denunciare i “crimini” comunisti e negare i veri crimini che le truppe mussoliniane hanno perpetuato in Slovenia e nell’ex Jugoslavia; con la criminalizzazione di chi si ribella a questo sistema come il movimento No Tav, no Muos, per la casa ecc.: con restrizioni (obbligo o divieto di dimora, foglio di via ecc), accuse di terrorismo e multe di centinaia di euro alle avanguardie delle lotte. Il tutto in nome della difesa della democrazia. Una fascistizzazione dello Stato a tutti gli effetti. Inciuci, parole e slogan superficiali e vuoti come quelli del governo Renzi – passato da rottamatore a riciclatore - si riflettono anche nel mondo del lavoro.

Anche quest’anno il 1° Maggio, giornata internazionale dei lavoratori, non può essere una festa. La classe operaia è sotto un attacco inaudito, i capitalisti – sempre alla ricerca del massimo profitto – delocalizzano od optano per il settore finanziario e licenziano. Milioni di lavoratori si trovano in condizioni disperate e per tutta risposta il neogoverno Renzi propone il jobsact (in continuità con la legge Treu), ovvero il sistema per aumentare la precarietà nell’interesse del padronato, mentre i sindacati Confederali (che hanno persino favorito l’introduzione dell’Ugl nei posti di lavoro, il cui segretario è oggi accusato di furto) accettano ogni tipo di accordo che, oltre a continui compromessi sui contratti, approvano regole – come quelle sulla rappresentanza – un grave attacco alle libertà sindacali e del diritto di sciopero.

Disoccupazione, carovita, sfratti (40mila nel primo trimestre), tagli sui servizi (ma non sulle spese militari), privatizzazioni, aggressioni poliziesche contro gli operai, provvedimenti giudiziari a chi si ribella, criminalizzazione delle lotte, attacchi fascisti e razzisti, guerra: è ciò che offre il capitalismo.

In questa grave situazione tutte le forze politiche stanno sgomitando per affermarsi alle elezioni europee. E tutte ora cavalcano l’opinione che l’Europa va cambiata, va migliorata. Non c’è spazio di miglioramento nelle istituzioni borghesi siano italiane che europee.
L’essenza dell’Unione europea è di carattere imperialista, reazionaria e guerrafondaia – il suo ruolo lo vediamo anche a fianco di Usa, Nato e gruppi neonazisti nei recenti scontri in Ucraina – nel sostegno diretto o indiretto nelle aggressioni militari in Libia, Mali, Siria. I suoi trattati di austerità, pareggio di bilancio, saccheggio della ricchezza prodotta dai lavoratori, delle direttive di intensificazione dello sfruttamento e di deindustrializzazione contro il movimento operaio e la libertà delle donne non sono modificabili con il voto. La storia insegna che la partecipazione della sinistra nei governi borghesi non ha impedito l’attacco del fascismo contro il proletariato.

Pensare di cambiare questa Europa, che mette sullo stesso piano nazismo e comunismo, affidandosi a Tsipras, estimatore della politica di Obama, è un consapevole inganno ai danni dei lavoratori.

No l’unità europea sarà tale solo quando i paesi europei saranno socialisti, quando l’Europa non sarà più in mano agli interessi del capitalismo, delle banche, degli accordi militari con la Nato né sottoposta ai ricatti della Casa Bianca.

Si può fare. Non è utopia respingere l’offensiva del capitale sia sul piano nazionale che europeo. Ci vuole l’unità d’azione della classe operaia, la classe antagonista al capitale. Bisogna rifiutare il disarmo ideologico imposto dai partiti revisionisti e socialdemocratici affinché il proletariato acquisti sempre più forza nella sua lotta contro la borghesia e crei le premesse per la sua definitiva emancipazione. Dalla crisi si esce solo abbattendo il capitalismo.

da NUOVA UNITA'
http://www.nuovaunita.info/

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I VALORI di Silvio Berlusconi : COMPRARSI TUTTO

buffone

 MANDARE IN ROVINA IL PAESE ITALIA E COMPRARSI TUTTO , 
DAI VOTI ALLE MAGGIORI AZIENDE QUOTATE IN BORSA .

In ogni questione su cui ha messo le mani ha devastato tutto a nostre SPESE
e FACENDO GUADAGNARE i suoi uomini/donne
inserendoli nelle CARICHE cruciali del paese ITALIA
VEDI :
ALITALIA
TERREMOTO L'AQUILA
PONTE SULLO STRETTO

I VALORI di Silvio Berlusconi.
Si va dallo scandalo escort, all’Obama “abbronzato”, passando per le auto-celebrazioni
(«Sono il miglior premier in 150 anni di storia»).

Queste le “peggiori” .

1) “Ce n’erano 11… me ne sono fatte solo 8 …” - E’ la notte del primo dell’anno 2009. Il capo del governo, al telefono con Gianpaolo Tarantini, imprenditore barese, indagato nel fascicolo d’inchiesta sul presunto giro di escort portate a Palazzo Grazioli, racconta la sua serata di Capodanno appena conclusa. Questa l’intercettazione pubblicata dal Corriere della Sera: «Ieri sera avevo la fila fuori dalla porta della camera… erano in undici… io me ne son fatte solo otto perché non potevo fare di più…
 non si può arrivare a tutto…» (1 gennaio 2009).

2) “Meglio belle ragazze, che gay” – «Sono fatto così da sempre: qualche volta mi capita di guardare in faccia una bella ragazza, ma è meglio essere appassionato di belle ragazze che gay». Nei giorni in cui esplode il caso Ruby, Silvio Berlusconi minimizza così, dal Salone del ciclo e motociclo alla Fiera di Milano, la vicenda che lo vede a processo per prostituzione minorile e concussione (2 novembre 2010).

3) “Una settimana di campeggio” – «Certo, si tratta di alloggi temporanei. Ma lo dovrebbero prendere come un weekend di campeggio». Questo il commento alla televisione tedesca N-TV dell’allora Presidente del consiglio sui 28.000 senza tetto del terremoto de L’Aquila, costretti al campo d’accoglienza per gli sfollati
(8 aprile 2009)-

4) “Investite da noi, ci sono tante belle ragazze” – «L’Italia è un paese straordinario per fare investimenti. Oggi (è il 24 settembre 2003) ci sono molti meno comunisti in Italia: sono al 16 per cento anche se negano di esserlo mai stati. Un altro motivo per investire in Italia è che abbiamo bellissime segretarie ». Berlusconi mostra tutta la sua verve quando a Wall Street, sede della Borsa di New York, davanti a una platea scelta di imprenditori italiani ed americani, prova a convincere gli ospiti a investire i loro soldi nel nostro Paese
(24 settembre 2003).


5) “Obama, è uno abbronzato e vi saluta” – «Vi porto i saluti di uno che si chiama… uno abbronzato… Ah, Barack Obama». E poi «voi non ci crederete, ma sono andati a prendere il sole in spiaggia in due, perché è abbronzata anche la moglie» Dopo l’incontro con il presidente americana e la First Lady Michelle, Berlusconi inaugura con queste parole l’intervento alla festa nazionale della Libertà di Milano. E’ la ripetizione di una battuta che, già all’indomani dell’elezione di Obama nel 2008, destò molte polemiche. Il Cav. descrisse il Presidente degli Stati Uniti d’America come un «giovane, bello e abbronzato»
(27 settembre 2009).

6) La superiorità dell’Occidente – «Noi dobbiamo essere consci della superiorità della nostra civiltà, che consiste di un sistema di valori che ha dato alla gente una diffusa prosperità nei paesi che l’hanno abbracciata, e garantisce rispetto per i diritti umani e le religioni. Questo rispetto di sicuro non esiste nei paesi Islamici». E’ il settembre 2001, nei giorni successivi l’attentato alle Torri Gemelle. Nel mezzo dei tentativi di costruire una alleanza globale per affrontare il terrorismo, Berlusconi si fa portavoce delle generalizzazioni sull’Islam. In seguito si scuserà, affermando che le sue parole sono state mal tradotte e fuori contesto
 (27 settembre 2001).

7) «Mussolini non uccise nessuno, Mussolini mandava la gente in vacanza all’estero». E’ il punto di vista del nostro ex primo ministro contenuto nell’intervista del settimanale britannico «The Spectator». Berlusconi affronta il tema dell’Iraq (è il periodo della Seconda Guerra del Golfo) ed è sollecitato a fare un paragone tra Saddam e Benito Mussolini, il cui regime, secondo il premier, non fu feroce come quello iracheno. Berlusconi si sofferma sul fatto «che in Medio Oriente non c’è democrazia, è un popolo che per quasi quarant’anni ha conosciuto solo la dittatura e non conosce altro sistema che la dittatura…» E Nicholas Farrell, uno dei due cronisti inglesi che ha condotto l’intervista ,lo interrompe: «Come in Italia?» Berlusconi: «Lasciamo stare, era una dittatura molto più…». «Benevolente», dice, «o benigna», traduce l’interprete del presidente del Consiglio. Riprende Berlusconi: «Sì, Mussolini non ha mai ammazzato nessuno,
Mussolini mandava la gente a fare vacanza al confino» (11 settembre 2003).

8) «Io sono il Gesù Cristo della politica, una vittima . Sopporto tutto, mi sacrifico per tutti». Un senso di autostima smisurato quello paventato dal Cavaliere in questa dichiarazione durante un comizio a Roma nei giorni della campagna elettorale per le politiche del 2006. Con lo stile enfatico e la leggendaria vanità che lo contraddistingue da quasi 20 anni, Berlusconi arriva a sottolineare le analogie con il Salvatore. Sempre in quell’occasione, il premier chiuse il discorso con un’altra battuta:
«Spero che i miei figli non mi facciano interdire» (12 febbraio 2006).

9) «Tra qualche mese me ne vado, vado via da questo paese di merda… di cui… sono nauseato… punto e basta». E’ il periodo dei processi. In una telefonata del 13 luglio 2011 intercettata in merito al Caso Tarantini, sulla presunta estorsione di cui sarebbe stato vittima, il Cavaliere mostra tutta la sua amarezza per i fatti giudiziari che lo coinvolgono. Dall’altra capo del telefono c’è Valter Lavitola, ex direttore de L’Avanti, accusato di aver fatto da tramite per i versamenti di denaro al faccendiere. Si parla sopratutto di vicende legali. E’ giusto ricordare che qualche anno prima, il 26 gennaio del ’94, Berlusconi faceva il suo ingresso nelle case degli italiani con un videomessaggio con cui inaugurava la campagna elettorale:
«L’Italia è il paese che amo» (13 luglio 2011).

10) “Sono il miglior premier della storia” – «Credo sinceramente di essere stato e di essere di gran lunga il miglior presidente del Consiglio che l’Italia abbia potuto avere in 150 anni della sua storia». Berlusconi liquida così un giornalista spagnolo che gli chiedeva dello scandalo sessuale
 e del giro di prostituzione e veline in cui sarebbe coinvolto (10 settembre 2009).

http://cipiri.blogspot.it/2014/05/berlusconi-e-unindecenza-firma-la.html

Berlusconi è un'indecenza: 

Firma la revoca dei "servizi sociali"


La libertà di Berlusconi è un'indecenza. 
Firma anche tu per la revoca dei "servizi sociali"
http://cipiri.blogspot.it/2014/05/berlusconi-e-unindecenza-firma-la.html


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ALITALIA

http://cipiri.blogspot.it/2013/09/alitalia-la-bufala-di-berlusconi-carico.html

Alitalia : la bufala di Berlusconi 

a carico dei contribuenti


«8 miliardi di euro a carico dei contribuenti, bruciati nell'indifferenza più totale. Un vero scempio di denaro pubblico, di migliaia posti di lavoro, di dignità. Mentre oggi scopriamo che i soliti "capitani coraggiosi" hanno comprato l'Alitalia nel 2008 per 260 milioni di euro, a fronte di un valore di 1052 milioni. Ci dicevano che Alitalia sarebbe rinata, oggi è a un passo dal fallimento. 

TERREMOTO L'AQUILA
http://cipiri.blogspot.it/2013/11/laquila-new-town-sprechi-e.html

L’AQUILA: New Town , 

SPRECHI E INFILTRAZIONI MAFIOSE


L’AQUILA 

 ARRIVA IL DOSSIER DI BRUXELLES

PONTE SULLO STRETTO
http://cipiri.blogspot.it/2014/03/ponte-sullo-stretto-di-messina-12.html

Ponte sullo Stretto di Messina : 

1,2 miliardi per non costruirlo



Il Ponte sullo Stretto: 1,2 miliardi per non costruirlo. 
CAPITALISMO

http://cipiri.blogspot.it/2014/04/il-capitalismo-non-ha-problemi-e-il.html

Il Capitalismo non ha problemi:

 è il Problema


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martedì 29 aprile 2014

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Quello che vi sto per raccontare, è realmente accaduto nella compagnia aerea TAMS.

Una donna bianca di mezza età si è accomodata al suo posto in aereo e ha visto che il passeggero accanto a lei era un uomo nero.

Visibilmente furiosa, chiamò la hostess.

"Qual è il problema, Signora?" Le chiese la hostess.

"Non lo vede?" Disse la Signora - "Mi è stato dato un posto accanto ad un uomo nero, non posso sedere affianco a lui! Deve cambiarmi il posto!".

"Per favore, si calmi.." - Disse l'hostess. "Purtroppo, tutti i posti a sedere sono occupati, ma possiamo verificare se ce ne sono ancora...".

La hostess verifico' e poi ritornò dalla Signora.

"Signora, ho parlato con il comandante e putroppo mi ha confermato che non ci sono altri posti vuoti in classe economica. Abbiamo solo posti in prima classe."

E prima che la Signora dicesse qualcosa, la hostess continuò:

"Guardi, è insolito per la nostra azienda consentire ad un passeggero di cambiare la classe economy con la prima classe. Tuttavia, date le circostanze, il comandante pensa che sarebbe uno scandalo far viaggiare un passegero seduto accanto ad una persona sgradevole."

E rivolgendosi al nero, la hostess disse:

"Signore, quindi se lei desidera può prendere i suoi bagagli, le abbiamo riservato un posto in prima classe..."

E tutti i passeggeri vicini, scioccati dall'aver visto questo comportamento da parte della Signora, hanno iniziato ad applaudire, alcuni alzandosi anche in piedi".

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lunedì 28 aprile 2014

Gladio in Ucraina


"La pre­senza in Ucraina di spe­cia­li­sti mili­tari israe­liani è con­fer­mata dalla noti­zia, dif­fusa dalla Jta e altre agen­zie ebrai­che, che diversi feriti negli scon­tri con la poli­zia a Kiev sono stati subito tra­spor­tati in ospe­dali israe­liani, evi­den­te­mente per impe­dire che qual­cuno rive­lasse altre sco­mode verità. Tipo quella di chi ha adde­strato e armato i cec­chini che, con gli stessi fucili di pre­ci­sione, hanno spa­rato in piazza Maj­dan sia sui dimo­stranti che sui poli­ziotti (quasi tutti col­piti alla testa). Tali fatti get­tano ulte­riore luce sul modo in cui è stato pre­pa­rato e attuato il golpe di Kiev."


L'arte della guerra. Come Stay Behind in Italia, sotto regia Usa/Nato, attraverso la Cia e altri servizi segreti, sono stati per anni reclutati, finanziati, addestrati e armati i militanti neonazisti che a Kiev hanno dato l’assalto ai palazzi governativi, e che sono stati poi istituzionalizzati come «guardia nazionale»


suo nome di bat­ta­glia è Delta. È uno dei capi mili­tari della «rivo­lu­zione ucraina» anche se, come lui stesso dichiara, non si con­si­dera ucraino. Sotto l’elmetto porta la kip­pah. Ne rac­conta la sto­ria l’agenzia di stampa ebraica Jta (con sede a New York), che l’ha inter­vi­stato in con­di­zioni di ano­ni­mato, foto­gra­fan­dolo in tuta mime­tica e giub­botto anti­pro­iet­tile col viso coperto da occhiali scuri e una sciarpa nera. Delta è un vete­rano dell’esercito israe­liano, spe­cia­liz­za­tosi in com­bat­ti­mento urbano nella bri­gata di fan­te­ria Givati, impie­gata nell’operazione Piombo Fuso e in altre azioni con­tro Gaza, tra cui il mas­sa­cro di civili nel quar­tiere Tel el-Hawa. Rien­trato qual­che anno fa in Ucraina in veste di uomo d’affari, ha for­mato e adde­strato insieme ad altri ex mili­tari israe­liani il plo­tone «Caschi blu di Maj­dan», appli­cando a Kiev le tec­ni­che di com­bat­ti­mento urbano spe­ri­men­tate a Gaza. Il suo plo­tone, dichiara alla Jta, è agli ordini di Svo­boda, ossia di un par­tito che die­tro la nuova fac­ciata con­serva la sua matrice neonazista.

Pro­prio per tran­quil­liz­zare gli ebrei ucraini che si sen­tono minac­ciati dai neo­na­zi­sti, Delta sot­to­li­nea che l’accusa di anti­se­mi­ti­smo nei con­fronti di Svo­boda è una «stron­zata». La pre­senza in Ucraina di spe­cia­li­sti mili­tari israe­liani è con­fer­mata dalla noti­zia, dif­fusa dalla Jta e altre agen­zie ebrai­che, che diversi feriti negli scon­tri con la poli­zia a Kiev sono stati subito tra­spor­tati in ospe­dali israe­liani, evi­den­te­mente per impe­dire che qual­cuno rive­lasse altre sco­mode verità. Tipo quella di chi ha adde­strato e armato i cec­chini che, con gli stessi fucili di pre­ci­sione, hanno spa­rato in piazza Maj­dan sia sui dimo­stranti che sui poli­ziotti (quasi tutti col­piti alla testa). Tali fatti get­tano ulte­riore luce sul modo in cui è stato pre­pa­rato e attuato il golpe di Kiev.

Sotto regia Usa/Nato, attra­verso la Cia e altri ser­vizi segreti sono stati per anni reclu­tati, finan­ziati, adde­strati e armati i mili­tanti neo­na­zi­sti che a Kiev hanno dato l’assalto ai palazzi gover­na­tivi, e che sono stati poi isti­tu­zio­na­liz­zati come «guar­dia nazio­nale». Una docu­men­ta­zione foto­gra­fica, che cir­cola in que­sti giorni, mostra gio­vani mili­tanti neo­na­zi­sti ucraini di Uno-Unso adde­strati nel 2006 in Esto­nia da istrut­tori Nato, che inse­gnano loro tec­ni­che di com­bat­ti­mento urbano ed uso di esplo­sivi per sabo­taggi e atten­tati. Lo stesso fece la Nato durante la guerra fredda per for­mare la strut­tura para­mi­li­tare segreta di tipo «stay-behind», col nome in codice «Gla­dio». Attiva anche in Ita­lia dove, a Camp Darby e in altre basi, ven­nero adde­strati gruppi neo­fa­sci­sti pre­pa­ran­doli ad atten­tati e a un even­tuale colpo di stato.

Una ana­loga strut­tura para­mi­li­tare è stata creata e usata oggi in Ucraina, ser­ven­dosi anche di spe­cia­li­sti israe­liani. Il colpo di stato non avrebbe potuto però riu­scire se la Nato non avesse legato a sé gran parte dei ver­tici mili­tari ucraini, for­man­doli per anni nel «Nato Defense Col­lege» e in «ope­ra­zioni per la pace» a guida Nato. E non è dif­fi­cile imma­gi­nare che, sotto quella uffi­ciale, sia stata costruita una rete segreta. Le forze armate ucraine hanno così obbe­dito all’ordine della Nato di «restare neu­trali», men­tre era in corso il golpe.

Dopo, la loro dire­zione è stata assunta da Andriy Paru­biy, cofon­da­tore del par­tito social­na­zio­na­li­sta ride­no­mi­nato Svo­boda, dive­nuto segre­ta­rio del Comi­tato di difesa nazio­nale, e, in veste di mini­stro della difesa, da Igor Ten­jukh, legato a Svo­boda. Sicu­ra­mente è già ini­ziata l’epurazione (o eli­mi­na­zione) degli uffi­ciali non rite­nuti affi­da­bili. Men­tre la Nato, che già di fatto si è annessa l’Ucraina, dichiara il refe­ren­dum in Cri­mea «ille­gale e illegittimo».

— Manlio Dinucci,
da
http://ilmanifesto.it/la-nuova-gladio-in-ucraina/

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http://cipiri.blogspot.it/2014/04/ucraina-una-guerra-per-lenergia.html

Ucraina : una Guerra per l’Energia



La situazione precipita in Ucraina. 
Una guerra per l’energia bussa alle porte dell’Europa


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Quanto ci costa la scorta di Berlusconi



40 uomini e due auto blindate. 
Quanto ci costa la scorta di Berlusconi


Grazie ad una serie di provvedimenti varati dai suoi stessi governi, l'ex presidente del Consiglio conserva la protezione piena che gli era garantita quando era in carica. Due milioni e mezzo circa il costo annuo, pagato dai cittadini solo per la scorta. Senza contare il dispiegamento di Carabinieri a presidio delle sue abitazioni


Una quarantina di uomini divisi in due squadre di 20 ciascuna e due auto blindate per una spesa superiore ai 200mila euro al mese. Vale a dire due milioni e mezzo l’anno. Tanto costano gli uomini dei servizi di sicurezza che ancora oggi stanno appresso all’ex premier Silvio Berlusconi. Senza contare i carabinieri dispiegati dal Ministero degli Interni per servizi ordinari presso le ville di famiglia. Un’eredità che lo stesso Berlusconi si è costruito da solo, a più riprese, con provvedimenti ad hoc e che è riuscito a mantenere anche oggi che è un deputato come altri, solo molto molto costoso. Tanto che gli 80mila euro per la scorta balneare di Fini, da settimane oggetto di furiose polemiche, diventano briciole.

Gli uomini al seguito del Cavaliere, spiegano fonti molto qualificate, hanno trattamenti economici doppi rispetto ai colleghi che svolgono servizi di sicurezza ordinari. Hanno stipendi e prerogative equiparati a quelli dei colleghi dello spionaggio e controspionaggio senza esserlo. Siamo, per essere chiari, intorno ai cinquemila euro al mese. E sono appunto quaranta. I conti sono presto fatti.

Nei suoi mandati, a più riprese, il Cavaliere è riuscito a cambiare le regole sulla sicurezza e imporre uomini di fiducia provenienti dalla sua azienda. Lo si scoprirà anni più tardi, quando i magistrati baresi cercheranno risposte all’andirivieni incontrollato di persone dalle ville del Cavaliere: possibile che nessuno della sicurezza controllasse chi entra e chi esce? Si, perché il premier, proprio per tutelare la sua “privacy”, già dal primo mandato era riuscito a sostituire gli uomini dello Stato con quelli della security di Fininvest e Standa (da quel giorno in poi a libro paga degli italiani). Un’impresa non semplice. Prima di allora, infatti, nessuno poteva entrare in polizia, carabinieri o finanza senza un regolare concorso pubblico. Per garantirsi la “sua” scorta – che obbedisca a personalissimi criteri di fedeltà privata e discrezione pubblica – Berlusconi ricorre allora a un escamotage senza precedenti: grazie alle sue prerogative di Presidente del Consiglio, s’inventa una nuova competenza ad hoc presso i Servizi, gli unici cui la legge consente di assumere personale a chiamata diretta. Nasce così un nucleo per la scorta del presidente che fa capo al Cesis (oggi Aisi, Agenzia Informazioni e Sicurezza Interna) anziché al Viminale, anche se con l’attività di intelligence vera e propria nulla ha a che fare.

Gli uomini d’azienda vestiranno la divisa sotto la guida dell’uomo che, alla fine degli anni Ottanta, faceva la security alla Standa. E che di punto in bianco si trova capo-scorta del presidente del Consiglio con la qualifica di capo-divisione dei servizi. E si porta dietro almeno altre cinque ex body-guard Fininvest. Col tempo la struttura è cresciuta a ventiquattro unità, poi 31 e infine 40 che stavolta vengono in parte attinte dalle Forze dell’Ordine, ma sempre su indicazione di quel primo nucleo. Che tornerà regolarmente ad ogni successivo mandato. Anzi, non smetterà più di prestare servizio.

Quegli stessi uomini, infatti, sono lì ancora oggi che il Cavaliere è tornato ad essere un deputato. Perché? Perché ha deciso così. E’ il 27 aprile del 2006. Berlusconi ha perso le elezioni e si appresta a fare le valigie e cedere la poltrona e la “campanella” del Consiglio dei Ministri a Romano Prodi. Ma non ha alcuna intenzione di cedere anche quella struttura che i magistrati baresi tre anni dopo definiranno quantomeno “anomala” e che in fin dei conti è una sua creatura. Così, giusto 17 giorni dopo il voto, poco prima di lasciare il Palazzo, Berlusconi vara un altro provvedimento ad hoc che oggi giorno potrebbe chiamarsi a buon diritto “salva-scorta”, nella migliore tradizione delle leggi ad personam. Se ne accorgono, in ottobre, Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo sul Corriere, che raccontano come, non fidandosi del professore, la scorta per il futuro Berlusconi abbia provveduto a farsela da solo stabilendo che i capi di governo “cessati dalle funzioni” abbiano diritto a conservare la scorta su tutto il territorio nazionale nel massimo dispiegamento. Così facendo riesce a portarsela via come fosse un’eredità personale, anche se era (e continua a essere) un servizio di sicurezza privato pagato con soldi pubblici. Al costo, ancora oggi, di due milioni e mezzo l’anno.

di Thomas Mackinson

http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/08/23/40-uomini-e-due-auto-blindate-quanto-ci-costa-scorta-del-deputato-berlusconi/331734/

VIA LA SCORTA
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Dell’Utri per evitare l'arresto ...


La "fuga perfetta" di Dell’Utri per evitare l'arresto

C’è un piano che, per quanto gli avvocati si sgolino nel definirlo «assolutamente casuale», rivela invece lucidità, sangue freddo, determinazione. E racconta quella che a tutti gli effetti si sta svelando come essere una fuga perfetta.

Se fosse un giallo dovremmo mettere in fila i fatti e lasciare a chi legge il gusto di trovare gli indizi. E il colpevole. Per dovere di cronaca riveliamo subito i possibili esiti. Se gli dovesse andare male, se il 9 maggio dovesse cioè essere condannato come mafioso dopo vent’anni di processi, Marcello Dell’Utri ha comunque forti possibilità di restare libero in Libano. O altrove in Medio oriente. Con i suoi libri antichi e ricercati che piano piano stanno già viaggiando verso Beirut.

Se gli dovesse andare bene (la Cassazione annulla con un nuovo rinvio in Appello oppure annulla e basta) decadono nel giro di poche ore tutte le richieste di arresto, nazionali ed internazionali. E ci tocca pure fargli tante scuse. Una cosa è certa: l’estradizione di Marcello Dell’Utri dal distretto giudiziario di Beirut, capitale del Libano, è faccenda assai complicata. Al limite dell’impossibile. Comunque lunghissima. Vi ricordate Felicino Riva, bello, ricco, sciupafemmine e bancarottiere? Ecco, scappato a Beirut nel 1969 dopo la condanna, è tornato in Italia nel 1982 dopo che i suoi legali erano riusciti a ridurre la pena a pochi mesi.
 E il trattato di collaborazione giudiziaria tra Italia e Libano, comprensivo quindi di estradizione, era già in vigore dal 1970.

Il cuore di tutta la faccenda è ben sintetizzato in una battuta che sta girando in questi giorni negli uffici di via Arenula. «Come si traduce punciutu ( il soldato affiliato al clan, ndr)?». E ancora: «Come si traduce mandamento (il territorio controllato dalla famiglia, ndr)?». Come rendere la seguente affermazione del pentito Francesco Di Carlo: «Teresi mi disse che Bontade voleva combinare Dell’Utri». Spiega chi è Teresi. Poi Bontade. E come si fa con «combinare»? Sono le domande, molto preoccupate, che impegnano da una settimana una squadra di interpreti chiusi nelle stanze del ministero della Giustizia per tradurre e poi trasmettere al ministero gemello libanese gli atti che dimostrano perché Marcello Dell’Utri, parlamentare della Repubblica per 19 lunghi anni, debba essere arrestato. Il fatto è che se il trattato giudiziario Italia-Libano lascia intendere che la lingua di collaborazione sia il francese, l’avvocato Nasser al-Khalil (nipote del potente leader della coalizione di governo) ha dichiarato: «È normale che gli atti del processo necessari per valutare l’accusa nei confronti del mio assistito siano redatti in arabo dato che l’arabo è la lingua ufficiale del paese». Punciutu e combinato sono già difficili in francese. Figuriamoci in arabo.


La domanda successiva è quali e quanti atti siano necessari alla Corte di Cassazione di Beirut per valutare la posizione del cittadino italiano. Non si tratta solo della richiesta di arresto firmata l’8 aprile scorso dalla procura generale di Palermo. I giudici libanesi devono anche poter capire come si arriva a quella richiesta. E quindi devono avere a disposizione le quattro sentenze sin qui emesse sul caso. Un veloce conteggio dice che si tratta di 1.800 pagine per la condanna in primo grado (9 anni) del 2004; 641 della condanna di Appello del 2010; 146 della Cassazione che nel 2012 ha annullato con rinvio in Appello; 477 del secondo Appello che nel 2013 ha confermato i sette anni di condanna. In tutto sono oltre tremila pagine. E non è finita qua. Poiché l’accusa nei confronti di Dell’Utri è concorso esterno in associazione mafiosa, un reato non previsto dal nostro codice penale ma tipizzato da numerose sentenze della Cassazione, ecco che le autorità libanesi potrebbero fare richiesta anche di quelle sentenze. Oltre al fatto che vagli a spiegare, ai libanesi, com’è che in Italia si condannano persone per un reato che esiste ma non è previsto nel codice penale.

Marcello Dell’Utri è agli arresti da sabato scorso e da mercoledì è stato trasferito in un ospedale. Chi l’ha visto lo descrive «provato, con barba lunga, una polo di lana» ma «sereno, non ha mai cercato di sottrarsi alle autorità». È arrivato a Beirut con un volo da Parigi il 24 marzo. Ha viaggiato con il suo passaporto (i magistrati sono convinti che ne abbia anche uno diplomatico della Guinea Bissau) e la sua carta di credito. Aveva con sé 30 mila euro in contanti, alloggiava all’hotel Phoenicia (700 euro a notte) e gode di forti appoggi politici in loco.

Il reato si prescrive intorno al 20 luglio. Il 9 maggio ci sarà il verdetto della Cassazione. Il 12 maggio scadono i termini per far arrivare in Libano la documentazione processuale tradotta. Se non c’è una condanna definitiva, l’articolo 21 del trattato Italia-Libano non prevede l’obbligo di estradizione. Nel caso di condanna, resta sempre la carta - più difficile ma possibile - di contestare la natura politica del processo. Perla finale: se Dell’Utri torna libero in attesa che i giudici libanesi si chiariscano le idee sulle sue colpe, avrà un obbligo di domicilio all’ultimo indirizzo conosciuto. L’hotel a cinque stelle con vista sul porto di Beirut.

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Papa : il caso della morte di Albino Luciani



Lo strano caso della morte di Albino Luciani,

il papa che voleva moralizzare la Chiesa e le finanze vaticane.

 Il 26 Agosto del 1978 Albino Luciani fu eletto Papa e successore di Paolo VI.

In Vaticano, parecchie persone non erano contente dell’elezione di Luciani al soglio pontificio ma, forse, il più scontento di tutti era monsignor Marcinkus che fino all’ultimo istante aveva sperato nell’elezione del candidato Giuseppe Siri.

Bishop Paul Marcinkus of Chicago, Illinois.Ma chi era questo Marcinkus? Era una delle pedine fondamentali di quella partita a scacchi che da anni si giocava fra Vaticano e grandi banche e che metteva in palio la possibilità di vedere il proprio capitale aumentare sempre di più .

Marcinkus era il più alto in grado all’interno dello I.O.R., l’Istituto per le Opere Religiose. Egli intuì immediatamente i pericoli dell’elezione di questo pontefice che, sin dai suoi primi discorsi, aveva lasciato chiaramente intendere di voler far tornare la chiesa cattolica a quegli ideali di carità cristiana propri del cristianesimo antico, rinunciando alle ricchezze superflue che troppo avevano distolto gli uomini di chiesa dai propri sacri compiti. Figuratevi il capo della banca vaticana come avrebbe mai potuto vedere un tipo del genere sul più alto gradino del proprio stato… Marcinkus diceva ai suoi colleghi: «Questo Papa non è come quello di prima, vedrete che le cose cambieranno».

Su due punti Luciani sembrava irremovibile: l’iscrizione degli ecclesiastici alle logge deviate della massoneria, e l’uso del denaro della chiesa alla stregua di una banca qualunque. E l’irritazione del Papa peggiorava al solo sentire nominare personaggi come Calvi e Sindona dei quali aveva saputo qualcosa facendo discrete indagini.

In coincidenza con l’elezione di Luciani venne pubblicato un elenco di 131 ecclesiastici iscritti alla P2, la massoneria deviata di Licio Gelli, buona parte dei quali erano del Vaticano. La lista era stata diffusa da un piccolo periodico «O.P. Osservatore Politico» di quel Mino Pecorelli destinato a scomparire un anno dopo l’elezione di Albino Luciani in circostanze mai chiarite.

Secondo molti, O.P. era una sorta di «strumento di comunicazione» adoperato dai servizi segreti italiani per far arrivare messaggi all’ambiente politico. Pecorelli, tra l’altro, era legato a filo doppio con Gelli come lo erano Sindona e Calvi  .

Ma, tornando alla lista ecclesiastico-massonica, questa comprendeva, fra gli altri, i nomi di: Jean Villot (Segretario di Stato, matr. 041/3, iniziato a Zurigo il 6/8/66, nome in codice Jeanni), Agostino Casaroli (capo del ministero degli Affari Esteri del Vaticano, matr. 41/076, 28/9/57, Casa), Paul Marcinkus (43/649, 21/8/67, Marpa), il vicedirettore de «L’osservatore Romano» don Virgilio Levi (241/3, 4/7/58, Vile), Roberto Tucci (direttore di Radio Vaticana, 42/58, 21/6/57, Turo).

Di Albino Luciani cominciò a circolare per la curia l’immagine di uomo poco adatto all’incarico, troppo «puro di cuore», troppo semplice per la complessità dell’apparato che doveva governare.

La morte subitanea, dopo trentatre giorni di pontificato, suscitò incredulità e stupore, sentimenti accresciuti dalle titubanze del Vaticano nello spiegare il come, il quando ed il perché dell’evento. In questo modo, l’incredulità diventò prima dubbio e poi sospetto. Era morto o l’avevano ucciso?

Fu detto all’inizio che Luciani era stato trovato morto con in mano il libro «l’imitazione di Cristo», successivamente il libro si trasformò in fogli di appunti, quindi in un discorso da tenere ai gesuiti ed infine, qualche versione ufficiosa volle che tra le sue mani ci fosse l’elenco delle nomine che il Papa intendeva rendere pubbliche il giorno dopo.

Dapprima, l’ora della morte fu fissata verso le 23 e, quindi, posticipata alle 4 del mattino. Secondo le prime informazioni, il corpo senza vita era stato trovato da uno dei segretari personali del Papa, dopo circolò la voce che a scoprirlo fosse stata una delle suore che lo assistevano. C’erano veramente motivi per credere che qualcosa non andasse per il verso giusto.

Qualcuno insinuò che forse sarebbe stato il caso di eseguire un’autopsia e questa voce, dapprima sussurrata, arrivò ad essere gridata dalla stampa italiana e da una parte del clero.

Naturalmente l’autopsia non venne mai eseguita ed i dubbi permangono ancora oggi. Di questo argomento si occuperà approfonditamente l’inglese David Yallop, convinto della morte violenta di Giovanni Paolo I. Il libro dello scrittore inglese passa in rassegna tutti gli elementi di quel fatidico 1978 fino a sospettare sei persone dell’omicidio di Albino Luciani: il Segretario di Stato Jean Villot , il cardinale di Chicago John Cody, il presidente dello I.O.R. Marcinkus, il banchiere Michele Sindona, il banchiere Roberto Calvi e Licio Gelli maestro venerabile della Loggia P2.

Secondo Yallop, Gelli decise l’assassinio, Sindona e Calvi avevano buone ragioni per desiderare la morte del Papa ed avevano le capacità ed i mezzi per organizzarlo, Marcinkus sarebbe stato il catalizzatore dell’operazione mentre Cody (strettamente legato a Marcinkus) era assenziente in quanto Luciani era intenzionato ad esonerarlo dalla sede di Chicago perché per motivi finanziari si era attirato le attenzioni non solo della sua chiesa ma addirittura della giustizia cittadina e della corte federale. Villot, infine, avrebbe facilitato materialmente l’operazione.

La ricostruzione fatta da Yallop degli affari di Sindona, di Calvi, di Gelli e dello I.O.R., conduce inevitabilmente all’eliminazione del Papa. Il lavoro investigativo di Yallop è buono e non si può non tener conto di tale lavoro soprattutto considerando il fatto che troppi sono i dubbi inerenti le ultime ore di vita del Papa.

Perché e soprattutto chi ha fatto sparire dalla camera del Papa i suoi oggetti personali? Dalla stanza di Luciani scompariranno gli occhiali, le pantofole, degli appunti ed il flacone del medicinale Efortil.

La prima autorità di rango ad entrare nella stanza del defunto fu proprio Villot, accompagnato da suor Vincenza (la stessa che ogni mattina portava una tazzina di caffè al Papa) che verosimilmente fu l’autrice materiale di quella sottrazione.

Perché la donna si sarebbe adoperata con tanta solerzia per far sparire gli oggetti personali di Luciani? Perché quegli oggetti dovevano sparire? Domande destinate a restare senza risposta anche in considerazione del fatto che la diretta interessata è passata a miglior vita.

Una curiosità per chiudere l’argomento: sulla scrivania di Luciani fu trovata una copia del settimanale «Il mondo» aperta su di un’inchiesta che il periodico stava conducendo dal titolo: «Santità...è giusto?» che trattava, sotto forma di lettera aperta al pontefice, il tema delle esportazioni e delle operazioni finanziarie della banca Vaticana. «E’ giusto...» recita l’articolo «...che il Vaticano operi sui mercati di tutto il mondo come un normale speculatore? E’ giusto che abbia una banca con la quale favorisce di fatto l’esportazione di capitali e l’evasione fiscale di italiani?»

da
http://cristianesimo.it/luciani.htm


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i banchieri di dio . del loro dio

I banchieri di Dio, il film di quei drammatici avvenimenti che hanno dominato la scena politica degli ultimi vent'anni e ancora oggi non hanno risposto alla domanda: chi ha ammazzato Calvi?

Il regista Giuseppe Ferrara (sue le pellicole su Moro, Falcone e il generale Dalla Chiesa) ha lavorato a questo soggetto per più di 15 anni, leggendosi montagne di carte giudiziarie. Nel 1987 è già pronta la sceneggiatura, scritta dallo stesso Ferrara e Armenia Balducci, moglie dell'attore Gianmaria Volonté, entusiasta del progetto. Ma la prima doccia fredda viene dalla Penta Cinematografica di Vittorio Cecchi Gori e Silvio Berlusconi. Bocciata quell'idea: un film sulla P2, sull'organizzazione di cui il Cavaliere ha fatto parte? Mai!

Poi, nel 2001, la svolta, con i soldi che il produttore Enzo Gallo raccoglie da ministero dei Beni culturali, Rai Cinema e Tele+. Così, ciak, si gira. Sette miliardi di costo, due ore di suspense, tra giallo e spy story. Omero Antonutti è Roberto Calvi, perfetto nella parte e nella somiglianza: sempre in balia di Ortolani e Gelli (il Gatto e la Volpe). Pamela Villoresi è la moglie Clara. Un massiccio Rutger Hauer è il vescovo Marcinkus, mentre Flavio Carboni, che accompagnerà Calvi nel suo ultimo viaggio londinese, è Giancarlo Giannini, spietato e mellifluo. Francesco Pazienza, vicino ai servizi, è Alessandro Gassman.

Ecco la trama:

Il vescovo Marcinkus, presidente della banca vaticana IOR, lascia Calvi con 1.300 miliardi da restituire a banche sparse in America. Un MILIARDO di DOLLARI inviato in Polonia per aiutare i sindacati, su richiesta del papa, non rientrerà nella disponibilità di Calvi, sarà l'erede di Sindona a fare la fine del suicidato in un balletto perfetto di attori e sosia, Andreotti, Craxi, il papa, la mafia, la massoneria, la Banca d'Italia, la finanza laica e quella del VATICANO.

Un film SCONVOLGENTE. La ricostruzione dei fatti e la successione degli avvenimenti è chiarissima. Si vede la fitta trama di complicità della MASSONERIA DEVIATA, della P2 appena scoperta, delle complicità dei GENERALI dell'Esercito Italiano (Santovito) e della Guardia di Finanza che invano cercano di ostacolare i giudici che indagano in tutte le direzioni.

Un film da seguire battuta per battuta, una successione di fatti e avvenimenti da vedere al rallentatore. Raramente il cinema italiano ha prodotto un film su argomenti di tale gravità, in tempi relativamente vicini ai fatti, e anche per questo con valenza di DENUNCIA CIVILE.

Il BANCO AMBROSIANO VENETO capolinea di traffici internazionali di capitali che finanziavano dittature, commerci illeciti e sindacati polacchi contro il "comunismo" dilagante.

Il papa polacco voluto dal Cardinale Benelli di Firenze, in una chiesa che votava il papa con 10 cardinali non italiani su 100 italiani, dopo il disastro di papa Luciani, proiettò la chiesa di Roma, e quindi l'Italietta repubblicana del Craxismo in un panorama politico internazionale che dalla fine della guerra mondiale gli era stato precluso.

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ENZO BIAGI: C'ERA UNA VOLTA.. ROBERTO CALVI

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C'era una volta un uomo tranquillo che fece un irresistibile ascesa all'interno della prudente e cattolica banca in cui lavorava fino a portarla ai vertici della finanza internazionale per poi distruggerla dissipando migliaia di miliardi di lire con la complicità di politici ed alti prelati e finì impiccato sotto un ponte a Londa in circostanze mai chiarite.
Roberto Calvi, il banchiere di Dio raccontato a Enzo Biagi dalla moglie Clara.
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