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venerdì 4 aprile 2014

Stefano Rodotà : Sì al monocameralismo ma non c’era l’Italicum



«Il mio disegno di legge del 1985 sul monocameralismo? Me lo ricordo perfettamente. Quel testo voleva rafforzare la rappresentanza dei cittadini e la centralità del Parlamento contro i tentativi che c’erano anche allora di spostare l’equilibrio a favore dell’esecutivo. Nel 1985 c’erano il proporzionale, le preferenze, i grandi partiti di massa, regolamenti parlamentari che davano enormi poteri ai gruppi di opposizione. Il nostro obiettivo era dare la massima forza alla rappresentanza parlamentare, mentre oggi la si vuole mortificare».

Stefano Rodotà è un fiume in piena. Il conflitto tra il premier Renzi e il fronte dei «professoroni» che lo vede in prima fila insieme a Gustavo Zagrebelsky ha ulteriormente rafforzato la sua volontà di lanciare un allarme sui rischi di una «deriva autoritaria».

E tuttavia anche lei il Senato lo voleva eliminare...

«Certo, ma utilizzare questo argomento come obiezione alle mie critiche alle riforme di Renzi è culturalmente imbarazzante. Le critiche che ci arrivarono nel 1985 era che eravamo troppo parlamentaristi. Il nostro riferimento era rafforzare la reppresentanza del Parlamento, lo steso tema al centro della sentenza della Consulta contro il Porcellum. E l’Italicum è chiaramente in violazione di quella sentenza, basti pensare allo sbarramento dell’8% per i partiti non coalizzati. È qui l’abisso che divide le nostre proposte del 1985 da quelle di oggi». Il vostro appello ha avuto anche l’endorsment di Grillo e Casaleggio... «Ma che argomento è? Grillo firma quello che vuole, sono affari suoi. Quando c’è una proposta sul mercato chiunque ha il diritto di valutarla nel merito. Grillo vuole il vincolo di mandato per i parlamentari, noi no, mica c’è la proprietà transitiva verso Rodotà e Zagrebeslky».

Rispetto al Senato di Renzi lei che obiezioni muove?

«Ho letto pochi testi così sgrammaticati. Non mi pare neppure emendabile. Vedo poi che cambia continuamente. Ma questa disponibilità a cambiare mi pare soprattutto un segno di debolezza culturale e di approssimazione istituzionale. Gli argomenti portati sono imbarazzanti. Risparmiamo un miliardo? Ma questo è l’argomento più antipolitico che abbia sentito. È questo il metro per misurare la riforma costituzionale? Se aboliamo la presidenza della Repubblica e vendiamo il Quirinale si risparmia ancora di più...».

Non rischia di sottovalutare l’indignazione popolare contro gli sprechi?

«Assolutamente no. E infatti considero sacrosanta la proposta di eliminare i rimborsi nelle regioni che hanno generato fenomeni di corruzione. Ma di qui a tagliare il Senato per risparmiare c’è un salto pericoloso»: il Senato non è il Cnel».

Voi che tipo di riforma vorreste?

«Ci sono state tante proposte da parte dei firmatari del nostro appello. All’inizio del governo Letta alcuni di noi proposero di evitare la modifica del 138 e di fare subito le riforme possibili: la riduzione dei parlamentari e la fine del bicameralismo perfetto. Se si fosse fatto, oggi avremmo già queste due riforme approvate. Altro che conservatorismo».

In quali aspetti le vostre proposte differiscono da quelle del governo?

«Se una sola delle Camera ha la competenza sulla fiducia e sui bilanci, per evitare di modificare gli equilibri costituzionali occorre dare al Senato poteri sulle leggi costituzionali, le grandi leggi di principio, l’attività di controllo e inchiesta parlamentare. E poi un Senato eletto direttamente dai cittadini con il proporzionale. C’è una proposta in Senato firmata da Walter Tocci e altri che riprende alcuni di questi obiettivi. Sarebbe una strada per avere un Senato di garanzia, ancor più necessario se si sceglie per la Camera una legge ipermaggioritaria come l’Italicum. Altrimenti un partito con poco più del 20% rischia di diventare dominus dell’intero sistema. Di un governo con troppi poteri. Ecco perché parliamo di sistema autoritario. E poi c’è il tema della legittimità di questo Parlamento...».

Sarebbe illegittimo?

«Questo Parlamento eletto con un Porcellum incostituzionale non è rappresentativo del Paese. E bisognerebbe interrogarsi sulla sua legittimazione a modificare la Costituzione in modo così radicale. Servirebbe un minimo di cautela, non certo la tracotanza di chi dice “prendere o lasciare”».

Il ragionamento può essere ribaltato. Istituzioni così delegittimate hanno la necessità di profonde riforme per arginare i populismi.

«Dipende da quale risposta si intende dare. Accentrare i poteri nelle mani di poche persone è una vecchia ricetta già utilizzata più volte. È la ricetta di chi dice basta coi sindacati, con i partitini, con i professoroni. Ma ce n’è un’altra. Visto che c’è un deficit di rappresentanza delle istituzioni, si può fare una buona manutenzione della macchina dello Stato riaprendo dei canali di comunicazione con i cittadini di tipo non populista».

Come si traduce in concreto?

«Si può rafforzare la capacità di decisione senza stravolgere gli equilibri e le garanzie. I cittadini devono poter intervenire valorizzando gli strumenti dell’iniziativa popolare e del referendum, rendendo vincolante la discussione delle proposte dei cittadini. Si potrebbe così canalizzare la rabbia che alimenta i populismi».

È una risposta alla sfida di Grillo?

«È un modo per aprire canali nuovi dopo che i vecchi, a partire dai partiti di massa, si sono rinsecchiti. Ci sono tante forme di partecipazione civica che vanno oltre le forme povere del M5S. Anche Obama ha saputo dare una risposta partecipativa capillare alla crisi della politica».


Senato: ecco cosa cambia

Cambia il Senato e sparisce il Cnel (Consiglio nazionale per l’economia e il lavoro), si modifica in modo sensibile il procedimento di formazione delle leggi, ponendo fine al bicameralismo paritario che prevedeva una doppia approvazione di Camera e Senato per ogni legge dello Stato.

Il disegno di legge varato ieri dal Consiglio dei ministri contiene alcune modifiche rispetto alla bozza presentata il 12 marzo, ma lascia immutati i 4 «paletti» indicati dal premier Renzi: il nuovo «Senato delle autonomie» non darà la fiducia ai governi, non voterà i bilanci dello Stato, non sarà eletto dai cittadini e i 148 senatori (21 dei quali nominati dal Capo dello Stato per alti meriti) non percepiranno alcuna indennità aggiuntiva rispetto a quelle di sindaco, governatore o consigliere regionale.

Su un altro punto l’ex sindaco di Firenze non ha ceduto: i 127 eletti saranno ripartiti a metà tra sindaci e rappresentanti delle Regioni. Tra i primi cittadini, siederanno di diritto in Senato quelli dei capoluoghi di Regione e delle Province di Trento e Bolzano, mentre gli altri (due per regione) saranno scelti da un collegio composto dai sindaci della regione stessa. Quanto ai rappresentanti delle Regioni, siederanno in Senato tutti i governatori, i due presidenti delle Province autonome (sopravvissute) di Trento e Bolzano (le altre Province spariranno dalla Costituzione) e 2 consiglieri eletti dal Consiglio regionale tra i propri membri.

I POTERI DEL NUOVO SENATO

Il Senato delle autonomie continuerà a partecipare all’elezione (in seduta comune con la Camera) del Capo dello Stato, di un terzo dei componenti del Csm e nominerà due giudici costituzionali (la Camera 3). Rappresenterà le istituzioni territoriali e parteciperà in modo più limitato rispetto alla Camera al processo di formazione delle leggi. Il Senato mantiene le attuali competenze sulle leggi costituzionali, e avrà compiti specifici per le norme sul funzionamento dei Comuni, sul territorio e l’urbanistica, la Protezione civile e le modalità di partecipazione delle Regioni alle decisioni in materia comunitaria e internazionale. Avrà competenza anche sul coordinamento Stato-Regioni su immigrazione, ordine pubblico e tutela dei beni culturali e sulla finanza locale.

Il Senato potrà esprimere un parere su ogni legge all’esame della Camera. Montecitorio, a sia volta, dovrà votare ogni volta che il Senato si pronuncia con l'obbligo di approvare le modifiche proposte o confermare il testo precedente nei 20 giorni successivi. Nel dettaglio, il nuovo Senato potrà chiedere di esaminare una legge approvata dalla Camera entro 10 giorni dal sì, su richiesta di un terzo dei suoi componenti e avrà 30 giorni per l’esame (solo 10 per i decreti). La Camera a sua volta avrà altri 20 giorni per pronunciarsi in via definitiva.

Una delle novità rispetto alla bozza del 12 marzo, prevede che la Camera voti una legge «a maggioranza assoluta» se il Senato ha dato parere negativo, in particolare se si tratta di norme che incidono sulle autonomie o sulla ratifica di trattati internazionali. I provvedimenti di bilancio vengono esaminati «in automatico» da parte del Senato ma per discostarsi dal testo uscito dalla Camera il Senato deve votare a maggioranza assoluta». La Camera può però superare questa pronuncia con un voto definitivo a maggioranza assoluta. Nel disegno di legge ci sono novità anche per quanto riguarda la riforma del Titolo V, e cioè la ripartizione di competenze tra Stato e regioni.

Su salute, tutele paesaggistica e sicurezza alimentare, la competenza è regionale, ma lo Stato individua le «linee generali». Rientrano nella competenza dello Stato anche l’ambiente e il territorio, mentre l’urbanistica resta a livello locale, come avevano chiesto i governatori. Vengono eliminate le competenze concorrenti tra centro e periferia, e viene introdotta una «clausola di supremazia» della legge statale su quelle regionali. Il governo ha anche aperto a un’altra proposta dei governatori, e cioè un numero di rappresentanti regionali proporzionale agli abitanti. «Ma il numero dei complessivo dei senatori non deve cambiare», ha spiegato il ministro Boschi.

Infine, il disegno di legge introduce il «voto a data certa»: il governo potrà chiedere che un disegno di legge sia iscritto con priorità all'ordine del giorno e votato entro 60 giorni dalla richiesta. Nuovi limiti alla decretazione d’urgenza: saranno inseriti in Costituzione i limiti contenuti nella legge 400 del 1988, che escludono le materia costituzionali ed elettorali, i ddl di delegazione legislativa, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali, di approvazione di bilanci e consuntivi». E non potrà con decreto «reiterare disposizioni adottate con decreti non convertiti in legge». Da ultimo, ma particolarmente rilevante, i decreti dovranno contenere «misure di contenuto specifico omogeneo e corrispondente al titolo».

da   http://www.unita.it/politica/stefano-rodota-riforme-monocameralismo-italicum-grillo-renzi-senato-riforma--1.561213?localLinksEnabled=true&utm_source=dlvr.it&utm_medium=facebook

LEGGI ANCHE  :  http://cipiri.blogspot.it/2014/04/zagrebelsky-e-travaglio-renzi-riforma.html

Zagrebelsky e Travaglio:

 Renzi Riforma il Senato


Servizio Pubblico, Travaglio: “Renzi che corre senza motivo“

Editoriale di Marco Travaglio che analizza minuziosamente le riforme di Renzi. E osserva ironicamente: “Lo slogan di Renzi è nuovissimo: “lasciatemi lavorare”.
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