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venerdì 14 novembre 2014

Milano case Aler : mafie, racket , droga e Politica


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Milano case Aler : mafie, racket , droga e Politica

La secessione si è finalmente realizzata: Milano contro il resto della Lombardia. Nel senso che le case popolari del Comune guidato da Giuliano Pisapia escono dall’Aler, l’azienda regionale sotto la gestione di Roberto Maroni e del presidente Gian Valerio Lombardi (l’ex prefetto di Milano che diceva che la mafia qui non esiste e che accoglieva in prefettura l’olgettina Marysthell Polanco, facendole parcheggiare l’auto nel cortile interno). Nel marzo scorso, in questa rubrica scrivevamo: l’Aler non va riformata; va azzerata, rasa al suolo.

Malgestita per decenni, è diventata “il banco del lotto nelle mani di una cricca di politicanti e di mafiosi che rubacchiano e coltivano il loro potere”. Intanto, il patrimonio di abitazioni popolari “è abbandonato a se stesso, lasciato senza manutenzione, sbriciolato dal degrado, in balia di cosche che occupano le case, di bande che trasformano le palazzine in fortini della droga, con schiere di inquilini che non pagano più l’affitto, senza che nessuno riesca più a riscuoterlo”. Risultato: Aler è sull’orlo del fallimento. Anzi, “di fatto è già fallita, con un buco di bilancio di 350 milioni di euro e più di 240 milioni di crediti nei confronti degli inquilini”. Ha 1.300 dipendenti e un bel numero di dirigenti lautamente remunerati che, visti i risultati ottenuti, dovrebbero essere mandati a casa domani. Ha molti appartamenti sfitti, chiusi e murati per tentare d’impedire nuove occupazioni abusive, perché sono degradati e non ci sono le risorse per renderli di nuovo abitabili.


Il Comune di Milano dà all’Aler una decina di milioni di euro l’anno, senza poi avere la possibilità d’intervenire nella gestione: soldi buttati in un buco nero. E Maroni aveva promesso un rinnovamento che però non è arrivato. Concludevamo: “Pisapia batta i pugni sul tavolo e pretenda di far tornare le case popolari cuore di quel riformismo ambrosiano di cui il rito ambrosiano delle stecche ha fatto perdere le tracce gloriose”.

Ebbene, è successo. A novembre scadrà la convenzione e Aler ha comunicato al Comune la disdetta. Pisapia ha deciso che le case popolari del Comune saranno dal primo dicembre gestite dal Comune, attraverso la partecipata Mm. Non solo: con la nascita dell’Area metropolitana, altri Comuni dell’hinterland milanese che possiedono un patrimonio edilizio proprio potranno decidere di toglierlo ad Aler e affidarlo alla gestione milanese. È una secessione, ragazzi, è l’avvio di una buona secessione. Milano ha un patrimonio di 28.791 appartamenti, 1.226 negozi e 8.732 box e posti auto. Dovranno essere risanati, strappati al degrado, al racket e alla criminalità. Non sarà facile. Ci saranno costi da sostenere, finanziari, sociali e politici. Si dovrà rimettere in sesto un patrimonio lasciato per anni nell’incuria. Si dovranno riaprire le portinerie, presidi naturali contro il degrado e l’abusivismo. Si dovrà sostenere una giusta battaglia contro chi occupa senza averne diritto, contro l’illegalità di un sistema di potere alternativo e parallelo a quello dello Stato e dell’amministrazione, che si è impiantato in molti quartieri della città.

No, non sarà facile. Eppure questa è una grossa occasione per Milano e per l’amministrazione Pisapia. Per affermare, nell’anno dell’Expo, che non c’è soltanto il grande evento, l’operazione immobiliare da 300 milioni, la festa mobile, il fuori-salone che dura sei mesi; ma c’è un impegno diretto e concreto per dare risposte al più grande dei bisogni di chi abita nella città più cara d’Italia, quello di avere una casa. A Milano è nato il riformismo, quello vero, che non pretendeva di stravolgere il Senato e le istituzioni, ma offriva risposte solide ai bisogni dei più deboli. Potrà rinascere a Milano?

Il Fatto Quotidiano, 11 Settembre 2014
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Latitanti e pusher, boss che "comandano" alle elezioni, auto bruciate in serie e guerra fra poveri. Un ex funzionario, che aveva denunciato rapporti tra i colleghi dell'azienda casa (Aler) e i pregiudicati, racconta di calabresi, camorristi e nomadi. E visite elettorali: "Venne un futuro assessore di Formigoni". Ecco cosa accade nella periferia della città dell'Expo
di Davide Milosa | 9 ottobre 2014

Maglietta nera, jeans, capelli rasati sui lati. Guarda. È insistente. Un pit bull gli pascola attorno. Dice: “Cerchi qualcuno?”. Risposta abbozzata: “Sì, anzi no, facevo un giro”. Oltre a lui adesso sono in sei, cinque ragazzi e una ragazza. Tutti italiani. Altri passeggiano sul grande spiazzo di cemento chiuso tra quattro palazzi di sette piani. Questo è territorio off limits. “Tra noi qualcuno è di troppo”, dice lei. Ride ma mica tanto. Meglio andare. Camminata rapida verso il cancello bianco che ti sputa sullo stradone di traffico. Il passo accompagnato dai bassi di un stereo che manda ritmi tecno dalla finestra.

Benvenuti a Milano nel fortino tra viale Sarca e viale Fulvio Testi, periferia nord della città. Case popolari. Gestione Aler in capo alla Regione che fu di Roberto Formigoni e che ora è di Bobo Maroni. Impronta leghista, ma identico risultato. E mentre la politica apparecchia il banchetto dell’Expo, Milano assiste alla frantumazione del suo tessuto sociale. Perché quello degli appartamenti gestiti dall’Azienda lombarda per l’edilizia residenziale è un fronte che monta ogni giorno. Con la cronaca che accatasta violenze, occupazioni abusive, voti comprati.


Dal Giambellino al Gallaratese, Aler si mostra impotente. L’azienda regionale, travolta dagli scandali, da sempre poltronificio per i partiti, in perenne rosso, controlla 72 mila alloggi. A Milano ha edificato 170 quartieri dove vivono 350 mila persone. Dal 1° dicembre, però, 28 mila alloggi torneranno sotto la gestione del Comune. “Ce ne assumiamo la responsabilità”, promette il sindaco Giuliano Pisapia. “Siamo pronti a vincere la sfida”.

Viale Sarca, comandano i clan e il voto costa 50 euro
“Il quartiere Sarca-Testi è il centro di tutto”, racconta un ex funzionario dell’Aler cacciato dall’amministrazione dopo che per qualche anno ha vigilato sui palazzoni, denunciando gli opachi rapporti tra i dirigenti pubblici e alcuni pregiudicati. Anche per questo si è fatto ben volere soprattutto dagli anziani. Non la pensa così l’azienda che gli ha fatto il vuoto attorno. “Qui rom e calabresi controllano tutto, dal racket allo spaccio”. Famiglie ben conosciute e con un pedigree criminale di tutto rispetto. Alcune di loro sono finite sotto la lente dell’antimafia.

“Qui anche i motorini dei postini vengono fatti a pezzi”, dice l’ex funzionario, “non succede la stessa cosa invece per certe fuoriserie”. In Sarca-Testi ci passa di tutto. “Anche gente di camorra legata al clan Gionta”. In questi palazzoni, poi, la politica viene spesso. “Nel 2010”, ricorda l’ex funzionario che chiede l’anonimato per timore di ritorsioni, “qui fece campagna elettorale un noto politico lombardo che entrò nella giunta Formigoni”. Non fa il nome, ma spiega: “Un voto vale 50 euro. Nel periodo pre-elettorale arrivano macchinoni e gente in giacca e cravatta. Gli accordi si prendono con i boss del clan Porcino e del clan Hudorovich. La mazzetta viene lasciata a una sola persona che ha poi l’incarico di distribuire il denaro ai vari inquilini”.

E se da un lato in questa enclave della mala politica incassa preferenze, dall’altro, funzionari Aler vengono ricattati. “Qui si spaccia di giorno e di notte, e in certi casi i pusher hanno ripreso con i telefonini funzionari e impiegati dell’azienda mentre acquistano la droga, video che poi hanno utilizzato per ricattarli”. Come? “Per esempio per ottenere un cambio alloggio in tempi rapidissimi”. Il controllo del territorio è totale. “A tal punto”, spiega l’ex funzionario, “che nel 2010 qui trovò riparo un latitante, i carabinieri lo hanno cercato per settimane”. Quartieri sull’orlo di una crisi di nervi, e palazzi abbandonati. Anche questa è Aler.

E così da viale Sarca ci si sposta al civico 60 di via Adriano verso Crescenzago. Qui, qualche giorno fa, un marocchino di 30 anni, con precedenti per droga, è stato ammazzato. Lo hanno trovato su una montagnetta di rifiuti con la testa rotta. Precipitato dopo una rissa.

Guerra al Giambellino rom contro italiani
Abitava al terzo piano di uno stabile abbandonato. E come lui tanti altri disperati, gente che viene dal Nordafrica e dall’est Europa. Stabile Aler che, nei piani, doveva diventare una scuola. A testimoniarlo un cartello affisso al cancello. Si legge che “l’insegnante della prima ora deve fare l’appello e controllare le giustificazioni”. La data: 2008. Poi solo il degrado. Che si calpesta oggi metro dopo metro facendosi largo tra le erbacce e le montagne di immondizia. Ci sono finestre rotte, porte divelte e su per le scale si intravedono ombre. Dopo la morte del ragazzo nessuno parla. Si chiamava Moustafa.

Ma Aler oggi è anche corpo a corpo e lotta per la sopravvivenza. Una guerra tra poveri che infiamma il Giambellino. Succede tutto la notte del 1 ottobre scorso, quando al civico 58 arriva un camioncino. Quattro uomini entrano nel palazzo. Martellano, sfondano, occupano. Ci piazzano una ragazza con tre bimbi. I carabinieri arrivano ma non la cacciano. Il giorno dopo, in pieno pomeriggio, un gruppo di rom si presenta con sedie, tavoli, materassi. È la miccia che scatena la rivolta. “Arrivano gli zingari”, si sente urlare. La gente scende in cortile. Gli italiani fanno muro. Partono gli insulti. Si sfiora la rissa. Arrivano i carabinieri e i rom se ne vanno. “Qui non li vogliamo”.

Che fanno gli zingari? Si spostano di un chilometro verso via Odazio e piazza Tirana. Con donne, bambini e auto di lusso parcheggiate davanti al civico 4 di via Segneri. Sfilano davanti a una signora italiana con cagnolino al guinzaglio. Lei si sposta, loro tirano dritto, entrano nel cancello e scompaiono. “Ormai”, inizia la signora Rosa, “la piazza è roba loro”. Si avvicina un’altra donna. “Mi chiamo Carla e abito qua da 15 anni. Ogni giorno c’è un’aggressione, i furti sono aumentati, e poi ci sono le baby gang: ragazzi tra gli 11 e i 18 anni che fanno rapine ai passanti”.

Al Gallaratese le auto vanno a fuoco
In via Segneri la gente ha paura di protestare. Un dato comune anche in via Bolla 42, quartiere Gallaratese. Qui in una sola settimana la mafia del racket ha dato fuoco a tre macchine. Incendi dolosi, non hanno dubbi gli investigatori. Ne sono certi gli inquilini che da anni protestano. Il ragionamento è questo: ora ti brucio la macchina e ti va bene così, la prossima volta, però, tocca alla tua famiglia. Da queste parti governano clan calabresi che non sfondano le porte ma i muri. “È più semplice”, dicono.

Dopodiché chi protesta, prima di essere minacciato, viene pagato. Dai 50 ai 100 euro. Tutto denaro che poi sarà recuperato con gli affitti abusivi. Succede in via Bolla come in via Asturie, non lontano da viale Sarca, dove il listino prezzi arriva fino a 3 mila euro per un appartamento di tre locali. Si occupa ovunque e Aler non pare in grado di bloccare quest’emergenza. Tanto che rispetto a cinque anni fa, gli sgomberi in flagranza sono calati del 60 per cento. In tutto questo succede anche che sulla giostra delle case popolari salgano abusivi e sbirri. Capita nei due palazzoni Aler di via San Dionigi 42 al confine con il quartiere Corvetto. Le occupazioni sono aumentate dopo la chiusura del campo nomadi dietro via San Dionigi. La presenza di poliziotti, però, non è un deterrente. Gli abusivi non si fermano e occupano non solo gli appartamenti sfitti, ma anche quelli lasciati vuoti magari da un anziano che per qualche giorno si è ricoverato in ospedale. Il Comune di Milano, però, promette: “Sarà guerra agli abusivi e al racket”.

Da Il Fatto Quotidiano dell’8 ottobre 2014


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