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lunedì 29 giugno 2015

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98 Miliardi dello Stato ai Concessionari di Slot Machine


Ricordate il regalo da 98 miliardi dello stato ai concessionari di slot machine?
Guardate cosa è stato scoperto.
Ecco la notizia censurata da tutti i media.

IL CLAMOROSO REGALO DELLO STATO AI PADRONI DEL GRATTA & VINCI – LOTTOMATICA DIVENTA GTECH, VA A LONDRA PER NON PAGARE LE TASSE ITALIANE, MA LA CONCESSIONE VIENE PROROGATA ALLA NUOVA SOCIETÀ. SENZA FIATARE

QUINDI LA SOCIETÀ DI SCOMMESSE E GIOCHI PAGHERÀ LE TASSE ALLA REGINA ELISABETTA, E MOLLERÀ PIAZZA AFFARI PER QUOTARSI IN AMERICA – EPPURE L’ESCAMOTAGE FISCALE NON HA IMPOSTO UNA NUOVA GARA PER LA CONCESSIONE, CHE È STATA PROROGATA FINO AL 2016…


 GTECH VA A LONDRA MA LA CONCESSIONE IN ITALIA RESTA. 
LA POLITICA TACE E LA LOBBY NE APPROFITTA

Carmine Gazzanni per la Notizia

GTECH

Partiamo da un dato. Il giro d’affari del gioco, secondo gli ultimi dati, supera di gran lunga i 70 miliardi. Una cifra incredibile. E ciò spiegherebbe perchè l’attenzione dello Stato deve essere massima. La domanda allora sorge spontanea: perchè mai si permette che una concessione, senza che venga indetta nuova gara pubblica, passi di mano, motu proprio, da una società ad un’altra? Il riferimento è al colosso del gioco GTech (meglio nota come ex Lottomatica) che sta concludendo il passaggio di fusione con Igt (leader mondiale nel settore dei casinò) per poi lasciare l’Italia ed emigrare in Inghilterra. Non solo: la società abbandonerà anche Piazza Affari per poi quotarsi solo e soltanto negli States.

CORNUTI E MAZZIATI

Nulla di sbagliato, certo. Scelte imprenditoriali importanti, dato che la fusione proietterà il gruppo De Agostini (attuale proprietario di GTech) a regnare sul mondo del gioco con un fatturato previsto superiore ai 6 miliardi di dollari. Quello che però puzza è il fatto che, nonostante la società abbia deciso di emigrare all’estero, fondersi con Igt e dar vita ad una nuova holding, la Georgia Wordlwide, la concessione non è stata ritirata.

Anzi: in barba a qualsiasi legge e spirito di buon senso, si andrà fino al 2016 in prorogatio. In poche parole: un regalo di Stato. Bello e buono. Non potrebbe essere altrimenti se pensiamo che centinaia di milioni non entreranno più nelle casse italiane dato che la società non avrà più residenza in Italia e dunque non sarà più soggetta alla nostra imposizione fiscale. E, nonostante questo, lo Stato comunque le assicura la concessione. Senza indire una nuova gara pubblica, ma andando avanti di proroga. Insomma, cornuti e mazziati.

 L’ALLARME

Il motivo per cui, allora, lo Stato abbia deciso di muoversi in questo modo (o, meglio, di non muoversi affatto) resta oscuro. Anche perchè la stessa Agenzia delle Entrate aveva presentato al governo forti dubbi sulla proroga della concessione. In risposta ad un’interpellanza parlamentare, è stato lo stesso ex sottosegretario dell’Economia Giovanni Legnini a ricordare che secondo l’Agenzia “una valutazione circa eventuali perdite di gettito derivanti dal trasferimento all’estero della residenza fiscale della società in questione potrà essere effettuata solo in base alla analisi della situazione patrimoniale nonché dei dati contabili e fiscali della società”.Insomma, i Monopoli diretti da Giuseppe Peleggi hanno preferito garantire la concessione. Così: a scatola chiusa.

L’ESCAMOTAGE

Una giustificazione in realtà è stata cercata. Come confermatoci dagli stessi Monopoli, la GTech ha comunicato lo scorso 5 settembre “la richiesta di autorizzazione preventiva” delle concessioni ad una nuova società, “Italian Holding”, che assumerebbe in questo modo il ruolo di capogruppo in sostituzione della GTech. Se così è, si penserà allora, il problema è evitato. Ma attenzione. Se “la nuova concessionaria dei servizi del lotto sarà controllata direttamente da Italian Holding”, è anche vero che questa sarà “controllata a sua volta al 100% dalla holding di nuova costituzione di diritto inglese con sede nel Regno Unito”. Insomma, altro non è che un escamotage per mantenere la concessione in proroga, dato che la nuova società detentrice si sposta. Fuori dall’Italia. Nel silenzio di tutti. Connivenza o negligenza che sia.

GTECH AZZARDA E VA A LONDRA. MA LO STATO SALVA CHI LO BEFFA

Antonio Acerbis per la Notizia

Era Lottomatica. È GTech. Sarà Georgia Worldwide. E, soprattutto, lo sarà lontano dall’Italia, dato che la nuova holding del gioco avrà sede legale in Regno Unito e sarà quotata solo e soltanto al New York Stock Exchange, negli Usa. Dopo l’annuncio fatto a luglio della fusione tra GTech e il leader mondiale nel settore dei casinò Internatioal Game Technology (Igt) e della loro incorporazione nella NewCo Georgia Wordlwide, infatti, due giorni fa è arrivato l’ok anche da parte dell’assemblea degli azionisti del colosso della ex Lottomatica.

VIA LIBERA

Ok, dunque, all’operazione da 6,4 miliardi di euro. A tanto ammonta la portata della fusione. Una cifra gigantesca, di molto superiore – per capire la portata – anche a quella compiuta dalla Fiat che per 4,35 miliardi di dollari ha acquisito il 41,5% di Chrysler. Eppure se quella fusione ha fatto tanto discutere, quella del duo Marco Sala (Ad di GTech) e Lorenzo Pelliccioli (presidente) sta ricevendo solo plausi e paginoni dai giornali che esaltano la nascita del “colosso dei giochi”.

Nessuno che si accorga (o che si voglia accorgere) che agli evidenti vantaggi economici per la società si contrappone una enorme fuoriuscita di imposte, dato che GTech non sarà più soggetta all’imposizione fiscale italiana. Pur conservando – ecco l’assurdo – la concessione da parte dei Monopoli. Una concessione che lo Stato dovrebbe rimettere in gara, incassando molti soldi a cui oggi rinuncia a vantaggio della stessa GTech.

VANTAGGI E SILENZI

Lo stesso Pelliccioli lunedì scorso ha ribadito che il trasloco della sede legale dall’Italia all’Inghilterra “non è assolutamente motivata da ragioni di tipo fiscale. Potrebbero esserci dei vantaggi fiscali che non sono stati però valutati nel momento della scelta della sede”. Dichiarazione quanto meno poco credibile. A meno di voler immaginare che un gruppo di tali dimensioni cambi niente di meno che la sede senza valutarne gli effetti. Che si voglia o meno credere a Pelliccioli, i vantaggi sono sotto gli occhi di tutti.

Come osserva Il Sole 24 Ore, infatti, per attrarre gli investimenti esteri, Londra ha ridotto dal 2010 le tasse al 21%, in attesa di una ulteriore riduzione prevista dall’aprile 2015 (guarda caso proprio quando si concretizzerà il passaggio) al 20%. Molto meno della media dei Paesi del G20 che è intorno al 30. Insomma, l’El Dorado per Sala e compari. E l’Italia? Pace: con un escamotage ad hoc (si veda l’articolo nella pagina accanto) GTech non perderà le sue entrate, dato che la concessione non verrà ritirata e andrà avanti in prorogatio fino al 2016. Un illecito palese. Su cui tutti tacciono. Monopoli, politica, magistratura. Tanto c’è chi brinda. In volo tra gli Usa e Londra. Comunque lontano dall’Italia.



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Slot machine, la grande truffa.
In questo gioco non si vince mai. 

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Slot Machine: La Grande Truffa.


Slot Machine: La grande truffa.

La grande truffa delle Slot Machine, 
tutti i danni che provocano alla psicologia e alla”tasca”umana.

Ecco cosa c’è dietro e le testimonianze che aiutano.

Solo in Italia non sappiamo chi c’è dietro le società concessionarie del gioco d’azzardo, gli azionisti sono quasi tutti schermati in paradisi fiscali, solo in Italiachi gestisce il mercato delle slot machine può evadere 2,5 mld di tasse senza che accada nulla, solo in Italia un deputato (Labboccetta, pdl) può essere legato mani a piedi a discusse (e indagate) società caraibiche in mano alla famiglia Corallo (mafia), solo in Italia chi ha scoperto la grande truffa delle slot machine, il colonello della Finanza Umberto Rapetto è stato costretto a dare le dimissioni. Oggi mi vergogno molto di essere italiano. 
Ecco il Servizio de l’ultima parola, rai 2, di vittorio romano .

Slot machine, la grande truffa.
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Ed ora eccovi un pò di storie di chi ha raccontato di se riguardo la dipendenza dalle slot machine,con la speranza di essere di aiuto agli altri…

C’è Marcello che in dieci anni ha sperperato 100 mila euro. 

Alberto in 13 anni ha ne ha bruciati 150mila, ma se avesse avuto più soldi – dice – ne avrebbe giocati di più. Da Bolzano a Pescara, da Mantova a Udine,
 i giocatori d’azzardo patologici si raccontano.
 Di una cosa Marcello è sicuro:


 «In questo gioco non si vince mai». 

Lui, 49enne, sposato e padre di una bimba, è diventato dipendente dalle slot machine. «Avevo letteralmente perso il controllo – racconta – una volta sono arrivato a spendere 3mila euro in un’ora nella stessa macchinetta, con puntate da dieci euro. Mi dicevo “Può darsi che adesso vinco qualcosa e poi smetto” ma alla fine perdevo sempre. Quando hai accumulato anni di gioco e stai quasi per toccare il fondo, scatta il bisogno di recuperare il denaro perduto. 
E allora continui a buttare soldi senza fermarti. La voglia diventa esigenza e si va a caccia costante di questi apparecchi».

Poi c’è una lettrice della Gazzetta di Mantova che noi chiameremo Ada. Ada ha 50 anni, e ha scritto al suo giornale per mettere a nudo la propria dipendenza, con la speranza di essere di aiuto a chi – scrive – «è preso dal vortice del gioco, e non riesce a chiedere aiuto». Ada con le sue righe ci trascina dentro al bar dove entra abitualmente. Parla di sè in seconda persona: «Hai le mani che non vedono l’ora di scambiare i 20 euro nel cambiamonete, che poi diventano 40-60-80-100 perché non riesci più a fermarti, anche se sai che sono gli ultimi soldi e hai fatto fatica a guadagnarli e che dopo devi umiliarti con mille bugie per chiedere in prestito un po’ di denaro per arrivare a fine mese». Fa autocritica. Ma lancia anche accuse: «Su una cosa sono molto arrabbiata e indignata che lo stato sovvenziona dei progetti per aiutare le persone a uscire dal tunnel, ma permette che ogni 10 metri, trovi delle slot. Negozi, con insegne “Compro oro” di fianco a sale slot, bar o tabaccherie che senso hanno?».


Con Antonio ci spostiamo dalle parti di Udine. Pensionato, separato da poco, inizia ad andare nei casinò in Slovenia. «Gettavo in quelle maledette macchinette migliaia e migliaia di euro. Pensavo tutto il giorno a quando sarei potuto tornare al casinò e ho cominciato a rovinarmi. Non pagavo più l’affitto, il mio frigo era costantemente vuoto e non avevo più rapporti con nessuno. Nemmeno con mio figlio di appena 17 anni». Antonio a un certo punto trova la forza di chiedere aiuto. La terapia dura dieci anni, e ora si dice guarito dalla sua dipendenza. 


Alberto, 35 anni di Bolzano, è arrivato all’ultimo giorno di terapia. Ha vissuto 3 mesi e mezzo in una clinica per disintossicarsi dal gioco. E’ contento di tornare a casa da sua moglie e da suo figlio piccolo, ma ha molta paura di ricaderci. Per 13 anni le slot sono state la sua ossessione, traducendosi in 150 mila euro di soldi svaniti. Tredici anni di isolamento: «Volevo un rapporto esclusivo con la macchina. Quando inizi a isolarti vuol dire che sta iniziando la dipendenza».Tredici anni di bugie: 

«Siamo i più abili bugiardi. Ci creiamo un castello di carta, menzogna su menzogna, 
ma a un certo punto questo castello cade». 

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http://cipiri.blogspot.it/2013/05/no-slot-ludopatia-una-trappola-per-tutti.htmlLe macchinette vlt, le cosiddette “video lottery”, evoluzione delle slot-machine presenti nelle sale giochi e sempre più numerose nelle nostre città, pagano al fisco circa il 3 per cento in termini di tassazione fiscale. Sul pane si paga una tassazione del 4 per cento pieno...

leggi anche

 BIMBI E SLOT...



http://cipiri17.blogspot.it/2015/10/carnaval-fantasias-bimbi-e-slot.html



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domenica 28 giugno 2015

GAY: in America Sposi, in Italia ?



Il sì ai matrimoni omosessuali negli Stati Uniti 

Vediamo da lontano l'evoluzione della società ma in Italia restiamo ancorati a vecchi e tristi schemi. Basta guardare la crociata del sindaco di Venezia contro i testi che parlano di coppie gay. Qui da noi la tolleranza (che parte dalle scuole e dalle famiglie) è un processo ancora tutto da realizzare.

Mi scuserete: non mi sono fatto il profilo arcobaleno come suggerisce Facebook, il social network che plaude al matrimonio omosessuale negli Usa e al gay pride e poi se pubblichi l'immagine de L'origine du monde di Gustave Courbet ti banna per dieci giorni. Non ho nemmeno preso troppo per i fondelli Mario Adinolfi e il popolo del Family Day, sperando in una loro pacata riflessione (niente da fare, non lo accettano, non ci arrivano, niente…). Insomma, sono contento, dei matrimoni gay negli Stati Uniti ma contento come lo puoi essere guardando dalla finestra una cosa che ti piace.

Già, perché in Italia sul tema delle unioni civili non è cambiato nulla. In America sono sposi, qui sono ancora ricchioni. Froci, culattoni, rottinculo, lesbiche di merda. O come dicono certi amici del Family Day "gaissimo/a", pensando di ridicolizzare come si fa nei regimi a pensiero unico con chi non è come te.

In Italia gli omosessuali hanno e avranno ancora vita dura e non è solo colpa dell'assurda guerra al ddl Cirinnà (voglio ribadire quel che è stato già ben scritto: ma di cosa avete paura?).

 È anche e soprattutto una questione di educazione, di civiltà, di tolleranza. Che è un seme da piantare in giovane età. Più cresci, più è difficile diventare tollerante se non l'hai imparato da giovane. Ecco cosa sono le Sentinelle in piedi: persone cui non è stato spiegato in giovane età il valore della tolleranza e del rispetto verso le idee altrui; verso la vita altrui. E invece in Italia nessuno batte ciglio.


Family Day, in piazza l’Italia che non accetta la realtà
con la solita Passerella di Politici PLURIDIVORZIATI

Ma l'avete capito bene che siete scesi a fare in piazza? Perfino il Papa (se non fosse il Papa) probabilmente lo direbbe con ancor più forza: datevi una calmata, belli.

Nelle centomila fobie, nelle centomila preoccupazioni, nelle centomila mine disseminate qui e lì nel mondo non riesco a vedere nulla, dico nulla di pericoloso nelle unioni civili tra persone dello stesso sesso. Rispetto profondamente le idee altrui, ma chi oggi ha sfilato in piazza a Roma per il Family Day è vittima di ostinate convinzioni, di dogmi che la storia ha già provveduto a far crollare.
Perfino il Papa (se non fosse il Papa) probabilmente lo direbbe con ancor più forza: datevi una calmata, belli, i problemi sono altrove.

E invece no, il sabato qualunque italiano di coloro che non accettano la realtà, il progresso, la storia «che siamo noi e nessuno la puà fermare» è passato sotto un sole cocente di giugno a manifestare per chi, per cosa, in virtù di quale diritto naturale così forte da poter imporre la cancellazione dei diritti di altre persone, uguali – uguali, maledettamente uguali, dannazione – a noi?

Ripeto, rispetto e considerazione, non ironizzo né mi indigno davanti alle pubbliche rappresentazioni delle idee (a meno che non siano totalitarie e settarie, questa devo dire si avvicina molto).

Ma l'avete capito bene che siete scesi a fare in piazza?
Siete sicuri? Avete parlato coi vostri figli, coi vostri nipoti? Vi siete guardati bene in giro? Lo capite o no che siete fuori dal mondo? E che il mondo andrà avanti con o senza il vostro benestare, fortunatamente?
Ci vorrà sì un po' più di tempo. Ma andrà avanti.
E prima o poi, Family Day o no,  avremo anche noi pari diritti per tutti.

Tornando al tema, caro partecipante al Family day, tu forse non sai che la tua paura che i gay si sposino e abbiano figli non è un pericolo, ma è realtà: i gay già si sposano e già hanno figli.
 Nel 2005, in Italia, erano centomila i figli di genitori omosessuali. Sono bambini non diversi dai tuoi, quelli che magari hai pure portato in piazza, non lontano dalle bandiere di Forza Nuova, che si ispira a modelli storici che, quelli sì, hanno offeso e offendono l'umanità, bambini compresi.

 L'unica differenza tra i tuoi figli e quelli di una coppia gay sta nei diritti: specie in momenti di difficoltà, come in caso di problemi di salute o di lutti, i figli di omosessuali avrebbero meno tutele dei tuoi. Eppure, la Costituzione è piuttosto chiara, sul punto: “La legge assicura ai figli nati fuori del matrimonio ogni tutela giuridica e sociale.” E mentre tu, spesso, ti riempi la bocca dell'articolo sulla famiglia, probabilmente nemmeno sai che la differenza di sesso tra i coniugi non è specificata nel testo della nostra Carta; secondo la Costituzione, la famiglia è una “società naturale fondata sul matrimonio”, cioè su una costruzione normativa, modificabile con la semplice volontà politica di riconoscere diritti a tutti.



Tutto ha un prezzo, anche i diritti. Per far approvare le nozze gay negli Usa le associazioni Lgbt spendono miliardi di dollari.

«Non possiamo permettere l’esistenza di due distinte Americhe-gay»: così l’imprenditore e “filantropo” Tim Gill ha lanciato sul New York Times la campagna per estendere i “diritti Lgbt” ai 29 Stati americani, in gran parte del sud, fermamente contrari a matrimoni e adozioni gay, ormai legalizzati in molti altri Stati del paese. L’articolo è un ottimo esempio di come lavorano negli Usa le associazioni che si battono per il riconoscimento dei diritti degli omosessuali.



MILIONI E MILIONI DI DOLLARI. Gill ha speso 300 milioni di dollari in 20 anni per propagandare il credo Lgbt. Ora ha deciso di sborsare ancora 25 milioni (per cominciare) e racimolarne altri per convincere gli americani del profondo sud ad allinearsi con i compatrioti liberal della East coast. Insieme ad altri magnati colmerà la lacuna fra gli Stati della cosiddetta Bible Belt e l’America progressista.
Come? Non con pensati e riflessivi ragionamenti su discriminazione ed uguaglianza ma riunendo gli sforzi delle varie associazioni già attive sul territorio, schierandosi per l’elezione di politici omosessuali, conducendo un’intensa attività di lobbying e soprattutto tirando fuori il portafogli e intessendo relazioni con leader politici, culturali e religiosi locali.

ELEGGERE GAY E LESBICHE.  In alcuni Stati del sud, spiega il New York Times, «diverse organizzazioni, come Human Rights Campaign e American Civil Liberties Union, sostengono un unico gruppo di pressione che interviene sulle ordinanze di non discriminazione in materia di alloggi e di lavoro, nonché sulla legislazione che consente ai genitori omosessuali di adottare bambini». In altri Stati, i gruppi di pressione Lgbt «stanno costruendo nuove organizzazioni di base e fanno campagna elettorale per i funzionari apertamente gay e lesbiche».

«Altre organizzazioni per i diritti dei gay – si legge ancora – si stanno muovendo per espandere la loro presenza nel sud: l’associazione Gay and Lesbian Victory, un comitato di azione politica che sostiene i candidati gay e lesbiche, si sta concentrando su Stati come Idaho e Mississippi, che hanno membri eletti non apertamente gay a qualsiasi livello politico, e Michigan, che non ne ha a livello statale». Questi gruppi non si limitano a sostenere i candidati in base all’orientamento sessuale ma fanno pressione in quegli Stati «dove i legislatori conservatori stanno varando norme sulla  “libertà religiosa” che esentano le imprese da alcune norme anti-discriminazione».

STRATEGIA VINCENTE. «Per quanto riguarda la cultura politica conservatrice dominante nel Sud e nell’Ovest», continua il New York Times, «lo sforzo lobbistico si concentrerà sulle relazioni con repubblicani, clero e organizzazioni afro-americane per i diritti civili». Inoltre, «i leader dei diritti gay stanno intessendo partnership con le grandi aziende con sede in città del sud e dell’ovest, nella speranza di sfruttare i loro legami con i funzionari repubblicani». «Una strategia – osserva il New York Times – che ha avuto successo il mese scorso e che ha convinto il governatore dell’Arizona, Jan Brewer, a porre il veto alla legge che avrebbe permesso ad alcune imprese di non fornire servizi per lesbiche e gay per motivi religiosi».

NON SOLO IMPRESE. Le relazioni intessute dalle associazioni Lgbt riguardano non solo le imprese. Human Rights Campaign, per esempio, attraverso il programma Project One finanziato con 8,5 milioni dollari «sta aprendo uffici in Mississippi, Alabama e Arkansas con l’obiettivo di costruire legami più forti con le scuole, le istituzioni religiose e i leader culturali politici». Gill Action Fund, l’associazione del filantropo Tim Gill, invece, «si impegnerà per la causa Lgbt in primo luogo in Stati come Missouri e Texas, finanziando i costi di sondaggi, ricerca, lobbying e reclutamento di donatori».

IL CASO COLORADO. Tim Gill, spiega il New York Times, il mese prossimo sarà impegnato «in una conferenza annuale chiamata OutGiving, che attira centinaia di maggiori donatori gay del paese, dove inviterà altri donatori a partecipare allo sforzo comune. Il piano d’azione è stato scritto in Colorado». Questo Stato era dominato dai repubblicani e da importanti gruppi evangelici e conservatori. Poi è arrivato Gill, insieme ad altri sostenitori della causa Lgbt.
«Hanno versato milioni di dollari in iniziative educative e a favore di gruppi no-profit liberali, riuscendo a dividere i conservatori e facendo eleggere i legislatori favorevoli ai diritti gay». Risultato: «Oggi in Colorado i democratici controllano entrambe le camere del parlamento e l’ufficio del governatore. La discriminazione basata sull’orientamento sessuale è stata bandita nel 2008 e il legislatore ha approvato le unioni civili nel 2013».



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sabato 27 giugno 2015

IL TERRORISMO ISLAMICO NON ESISTE



Spegnete la TV e la radio, chiudete i siti web della stampa detta “main stream” e prendetevi qualche minuto per svuotare la testa dalle immagini viste in questi ultimi anni e soprattutto dalle parole sentite.

“Terrorismo islamico”, “Attentato di matrice musulmana”, “Guerra religiosa”,
 “Caccia ai cristiani”…fermiamoci un po’ a riflettere su queste frasi senza preconcetti.
Ieri un lettore di questa pagina, che ringrazio, mi ha fatto riflettere su una cosa importante, ovvero che il dato di fatto incontrovertibile degli attentati di ieri è che non possono essere di matrice islamica anzi, ancora di più, che non esiste un Islam terrorista.

Ecco il suo messaggio che riporto integralmente:
"Atei o no non lo sa nessuno. Islam è uno solo, e questi attentati non ci riguardano.
 Sono mercenari e sul fatto che si divertano facendo attentati giustificandosi con l'Islam penso proprio che sia da copione. Questi  attentati sono stati ovviamente pianificati. Nel venerdì giorno di preghiera musulmana e nel mese sacro di Ramadan. È una prova che si tratta di un gruppo criminale che non rispetta la sacralità della vita e nemmeno quella delle circostanze. Ripeto non esiste terrorismo di matrice religiosa. Le prime vittime sono gli Islamici, hanno voluto colpire apposta durante il mese sacro.”

Parole semplici che mi hanno fatto riflettere, il venerdì musulmano, 
specie di Ramadan, è come il sabato per gli ebrei (Shabbat). 

Una giornata dedicata esclusivamente alla preghiera in cui addirittura, durante il Ramadan, non si mangia e beve fino al tramonto.
 In passato si sono interrotte guerre tra paesi musulmani per rispettare il Ramadan.

Con questo voglio dire che non esista una guerra di religioni in corso? No! Non sto dicendo questo e penso che esista da 2000 anni. Sto dicendo però che dietro il nome di Stato Islamico c’è un’accozzaglia di mercenari che usano la religione per fare proselitismo.
Esattamente come i generali degli eserciti occidentali che si battono il petto in chiesa ogni domenica e poi massacrano milioni di civili inermi come in Iraq o Afghanistan. 
Eppure nessuno, ringraziando il cielo, davanti a migliaia di morti civili, si permette di dire “Terrorismo Cristiano”, “Strage di matrice cristiana”, "Attentato ebraico".
 Perché in effetti sarebbe una forzatura mistificatrice.

Chi uccide non rispetta nessuna religione,
 non segue nessun libro sacro 
che sia esso Corano, Bibbia o Torah. 
Chi uccide è solo un criminale.

Non prestiamo il fianco a chi vuole questa guerra tra poveri, non alimentiamo l’islamofobia vedendo nei musulmani i nostri nemici, anche loro, si dividono in persone per bene e criminali e questi ultimi vanno perseguiti con durezza. 

Ora non riaccendete la TV, prendetevi ancora qualche minuto per digerire queste frasi, 
capite queste, avremo capito tanto.






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FREE - WEB: Fabrizio Corona: delinquente o perseguitato ?



Fabrizio Corona: delinquente o perseguitato ?


Tralasciamo il fatto che il "supermolleggiato" ( Adriano Celentano ) dimostra di meritare pienamente la sua "corona " ma far circolare su Internet una sua lettera aperta in cui chiede di concedere la grazia a Fabrizio Corona , mi sembra troppo, dice in sostanza che ci si sta accanendo troppo sul paparazzo, per dei reati da poco. Come per esempio la condanna per estorsione. In fondo che ha fatto di male Corona? dice Celentano.

Diventato famoso come sposo di Nina Moric, da cui ha divorziato, e poi come fidanzato di Belen, Fabrizio Corona si è ritagliato uno spazio tutto suo nel mondo della cronaca a causa dei suoi affari poco legali e i relativi processi. Alcuni di essi si sono conclusi con la condanna definitiva, come quella che lo ha condotto in carcere nei primi mesi del 2013, dopo un rocambolesco periodo di latitanza. Fino ad ora Corona ha accumulato 13 anni e 10 mesi ...


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giovedì 25 giugno 2015

Ignazio Marino sta Cambiando ROMA #iostoconmarino



Marino sta Cambiando ROMA

Per esempio, quella Roma che un minuto dopo l’elezione con una schiacciante maggioranza di Ignazio Marino ha congiurato per farlo fuori. Quella Roma degli intrecci politico-imprenditoriali o anche solo delle cosche di partito, Pd incluso. Quella Roma che si è mangiata Roma, squali senza dignità e morale, fascisti e microemuli nazisti, cioè la destra più deteriore e allo stesso tempo ridicola, se non fosse che fa ricordare il momento più buio del nostro Paese.

Estratto dal blog Roma fa schifo.

Insomma ci risiamo. Marino è incontrollabile. Marino sta cambiando determinate cose.

 Ergo Marino deve saltare. “Dimostri di saper governare”, dice Renzi facendo capire di volerne le dimissioni al più presto. Chissà cosa significa per il Premier “governare”. Magari per lui governare è adeguarsi alle richieste delle lobby che per 40 anni si sono divorate questa città? In quel caso Marino, che non si è adeguato (e non perché sia chissà quale grande statista, semplicemente perché è estraneo a certe dinamiche raccapriccianti non avendole vissute, non essendoci cresciuto), deve togliersi dalle scatole.

Ma cosa ha fatto Marino di così strano per meritarsi una campagna stampa strabiliante per alcune multe (dovute solo ad un errore di database della targa) e per farsi recapitare una lettera di sfratto e di ultimatum da parte del Primo Ministro? Una lista delle grandi discontinuità di questo sindaco . Rimoduliamo l’elenco nella maniera più schematica possibile.

1. MALAGROTTA

Discarica mostruosa presente da decenni. Erano trent’anni che si parlava di chiuderla. C’erano le multe dell’Europa. Con Marino è stata chiusa e una parte dello sporco che si vede in città (il resto, la maggioranza, è la cialtronaggine di Ama o l’inciviltà dei cittadini) è lì per rappresaglia da parte dei ras che sovraintendevano il settore fino ad oggi. Un tempo a comandare erano dei pessimi imprenditori privati, oggi è il Comune.

2. AMA

Cresce la raccolta differenziata. Un nuovo management finalmente civile. E in questi giorni la prima gara vera (una gara vera a Roma!) per il servizio, con procedure vere, con aziende partecipanti vere e con il migliore e il più economico che vincerà. Risparmio, solo qui, di 10 milioni di euro. 10 milioni di meno nelle tasche dei soliti. E sono briciole se si pensa che i ras dei rifiuti che sono stati lasciati fare, indisturbati, da tutti i sindaci avevano chiesto 900 milioni: un lodo che Ama ha vinto, 900 milioni non li otterranno. Cosa bisognerebbe fare qui per far star tranquillo il Primo Ministro? Andare con Cerroni a mangiare “a coda aaa vaccinara” come facevano i collaboratori dei precedenti sindaci e dei precedenti governatori del Lazio?

(Poi – non dimentichiamolo – la città fa vomitare da quanto è zozza, questo è evidente a tutti)

3. ATAC

Un nuovo management credibile (ma con l’ombra del licenziamento del direttore Carlo Scoppola) e il licenziamento di tanti dirigenti. Non basta, sono discontinuità piccole piccole ma si è smesso di andare nella direzione sbagliata sterzando (sebbene poi restando piuttosto fermi).
Il servizio è non solo da quarto mondo, ma in costante peggioramento, su questo siamo in continuità purtroppo.

4. VENDITA DEL PATRIMONIO IMMOBILIARE DEL COMUNE

Importante rivoluzione: basta negozi in centro affittati a 80 euro al mese, no?

5. TEATRO DELL’OPERA

Azienda rivoltata come un pedalino.

6. AUDITORIUM – MUSICA PER ROMA

Amministratore Delegato scelto previo bando internazionale. Sono arrivate 141 richieste, sono state vagliate, è stato scelto uno spagnolo. Semplicemente una rivoluzione.

7. RESIDENCE

Uno scandalo. Tu hai una struttura. Che non vale un ciufolo. La proponi al Comune perché hai amicizie dove conta e il comune te la affitta a prezzo maggiorato per metterci extracomunitari o persone a disagio. Risultato: il comune spende per tenere la gente in catapecchie 4000 euro al mese a famiglia. Si fa prima a affittargli casa a Piazza Navona. Uno scandalo che ora sta finendo.

8. SILVIA SCOZZESE

Una anomalia di per se l’assessore al bilancio per come sta operando sui costi della città. Tagliare i costi significa tagliare le clientele e togliere ossigeno a chi sull’inefficienza della città ci campava.

9. AMBULANTI

Saltata la Festa di Piazza Navona gestita per decine di anni dai soliti noti del racket ambulante romano. Erano decine e decine di anni che gli altri sindaci lasciavano fare. Il 22 giugno si sposteranno i camion bar e gli urtisti dall’area del Colosseo. Se ne parlava da non si sa quanto, ora a quanto pare si farà: sarebbe una svolta epocale.

10. PEDONALIZZAZIONI

Tridente, Fori. Se ne parlava dagli anni Ottanta. Sono state fatte o comunque decisamente instradate smettendo di far solo chiacchiere. Facciamo saltare il sindaco, e magari riapriamo anche i Fori al traffico privato: questo è “governare” per il Capo del Governo?

11. SPIAGGE

Del Lungomuro di Ostia si parlava da decine di anni. Ora sono arrivate le prime ruspe, per l’estate 2016 Alfonso Sabella, delegato al Municipio lidense, promette grosse rivoluzioni. Che saranno tutte fermate in caso di dimissioni.

12. APPALTI

E’ stato nominato un magistrato come assessore alla Legalità. Un magistrato del calibro di Alfonso Sabella che sta facendo capire a tutti che sul Comune di Roma sarà più difficile rubare. Un codice degli appalti è stato già approvato, tutto viene controllato. Cose che il sistema non ti perdona.

13. CARTELLONI

Marta Leonori, assessore al Commercio, sta portando avanti la grande riforma dei cartelloni. Una partita enorme riguardante un grumo di criminalità e banditismo imprenditoriale di caratura dieci volte più grande di quanto emerso fino ad oggi in Mafia Capitale. Erano venti anni che la città doveva dotarsi per legge di un Piano Regolatore dei cartelloni, Alemanno è riuscito a rimandare con scuse risibili per 5 anni, Marino ha portato a casa il provvedimento dopo un anno di amministrazione. Ora le 400 dittuncole che hanno distrutto anche questo settore economico a Roma tremano perché stanno per arrivare i bandi di gara internazionali e finalmente il settore potrà finire in mano di società serie e strutturate, come avviene in tutte le grandi città del mondo. Fai saltare il Comune e avrai centinaia di cartellonari ad esultare per le strade: salvi anche questa volta all’ultimo tuffo.

14. MANOVRA D’AULA

Vergognosa manfrina che permetteva ai consiglieri comunali di disporre di denari da distribuire nei loro “collegi” elettorali nel nome del più squallido clientelismo. E’ stata soppressa grazie al consigliere Riccardo Magi.

15. URBANISTICA

Caudo è assessore in gamba e onesto, ma non basta: è pure assessore capace che sta infilando risultati e facendo partire cantieri nella maniera in cui si fanno partire in tutta Europa. L’operazione Stadio della Roma è esemplare. Come è esemplare il concorso per l’area di fronte al Maxxi (Città della Scienza).

16. POLIZIA MUNICIPALE (E PERSONALE IN GENERALE)

Il servizio continua ad essere riprovevole, tuttavia si sta provando a cambiare la rotta. La nomina di Raffaele Clemente è una rivoluzione; i vigili assenteisti di Capodanno saranno puniti. Con qualsiasi altro sindaco si sarebbe lasciato correre. Le multe via Twitter hanno cambiato la mentalità di molti romani e ora il servizio “io segnalo” può fare il resto. Intanto si è proceduto a far ruotare i funzionari nei municipi: un’altra rivoluzione. Certo non sono cose che ti fanno amare. Bisogna farsi amare? Allora l’unico modo è lasciare la città nello schifo in cui è…

E che dire del personale? Da decenni i dipendenti comunali percepivano un salario accessorio illegale. Il Governo insisteva per toglierlo ma per non essere impopolare, per non perdere consenso come vorrebbe Renzi, nessun Sindaco rispondeva alle sollecitazioni: Marino questa cosa l’ha affrontata e sistemata e la città si è tolta anche questo pezzettino di illegalità. A Roma, tuttavia, sistemare le illegalità non porta voti, ma li fa perdere. Ciò non toglie che quello è il percorso corretto da intraprendere.

17. REGISTRO UNIONI CIVILI

Altra svolta non da poco. Un salto in avanti di 20 anni da città arretrata a città normale.

18. PIANO ANTI CORRUZIONE

Approvato: rotazione del personale partita. Gli stanno facendo la guerra senza quartiere anche su questo, ma lo ha detto Raffaele Cantone in persone che far ruotare i dirigenti e gli impiegati pubblici è un antidoto alla corruzione. A Roma si è iniziato a farlo ed è una svolta notevolissima.

19. PGTU

A noi il Piano Generale del Traffico e dei Trasporti Urbani non ci affascina. Lo consideriamo timido e dunque inutile. Un fatto è però che è stato approvato, lo si aspettava dal 1999: 16 anni. A livello di contenuti ha aumento delle strisce blu e congestion charge per entrare in centro. Tutte cosette che non ti rendono di certo simpatico, ma che sono giuste e corrette da fare. Cosa bisogna fare, secondo Renzi, fare le cose per il bene della città o fare le cose che rendano felici dei cittadini che si sono assuefatti a vivere in un posto fuori dal mondo e dalla logica? Bisogna fare come fece lui quando divenne sindaco di Firenze e decise di diminuire le multe che, giustamente, il suo predecessore comminava agli incivili?

20. BILANCIO

La città non approvava il suo bilancio di previsione in maniera regolamentare da 24 anni. Quest’anno per la prima volta Roma ha approvato il bilancio 2015 alla fine del 2014, come si deve fare. Approvare un bilancio regolarmente non lascia spazi ad operazioni fuori bilancio ed erano tutte operazioni fuori bilancio quelle che ingrassavano la mucca di Mafia Capitale. Da oltre vent’anni nessun sindaco si era mai preoccupato di approvare un bilancio nei tempi prestabiliti. Alemanno approvava il bilancio di previsione (di previsione!) alla fine dell’anno. Così tutto l’anno era scoperto e ci si poteva aggiustare mese per mese coi risultati che abbiamo visto…

Ecco, a questa roma , è dedicato un memorandum riconoscendo le 20 principali cose che Marino ha fatto 
e che si fa finta di non sapere. 
Ci vediamo venerdì 26 giugno alle 18 in piazza del Campidoglio, per sostenere il sindaco onesto.

#iostoconmarino



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ROM, SINTI, NOMADI, chi Sono ?





Quello che pensiamo di sapere sui rom

Da «sono troppi» ai presunti privilegi nell’accesso ai servizi sociali, viaggio tra i pregiudizi e la realtà delle popolazioni romanì in Italia

Un paio di anni fa, l’associazione di volontariato Naga ha presentato un’indagine sulla rappresentazione dei cittadini rom e sinti nella stampa italiana. Per lanciarla è stato realizzato un video, girato in un comunissimo mercato rionale milanese, con un campione di intervistati fisiologicamente ristretto ma del tutto casuale: gente comune, signore anziane, ragazze giovani, stranieri. A tutti veniva chiesto di completare una frase: «Se dico rom...».

. .

Pochissimi rispondono in maniera neutra o positiva; pochi fiutano la trappola che li spingerebbe a esprimersi con toni sgradevoli davanti a una telecamera; quasi tutti cedono alla tentazione di lamentarsi, di dire la propria. E quasi tutti hanno qualcosa da dire. Tra gli accostamenti più popolari alla parola rom, troviamo naturalmente il furto, la sporcizia, la mancata integrazione: quando si parla di rom la percezione diffusa è quella di una minaccia, di un corpo drasticamente estraneo all’interno del nostro tessuto sociale.

Quando si parla di rom la percezione diffusa è quella di una minaccia, di un corpo estraneo all’interno del nostro tessuto sociale.

A distanza di due anni è ragionevole pensare che poco o nulla sia cambiato, nonostante sentenze come quella del 30 maggio, che ha sancito il «carattere discriminatorio» del campo nomadi “La Barbuta” di Roma; nonostante personalità politiche e non solo, come Luigi Manconi, che hanno deciso di spendersi per la questione, e nonostante svariati articoli che mirano a sfatare alcuni degli stereotipi più radicati, come il bel pezzo di Claudia Torrisi su Vice.

Secondo i dati diffusi nel 2014 dal Pew Research Center (autorevole istituto di ricerca statunitense) che ha indagato l’entità dei sentimenti antizigani in 7 Paesi europei (Italia, Regno Unito, Germania, Spagna, Francia, Grecia e Polonia), l’Italia, infatti, conquista il primato, con ben l’85% degli interpellati che ha espresso un’opinione indistintamente negativa riguardo ai rom. Dalla stessa indagine emerge anche che i rom sono la minoranza più discriminata in Europa e in Italia.

Un ristretto corpus di individui, intervistati mentre fanno la spesa, rappresenta dunque davvero la pancia del Paese. Vale quindi la pena soffermarsi una volta di più sulle dichiarazioni emerse, su ciò che pensiamo di sapere sui rom e che invece non sappiamo affatto. A cominciare dalla lapidaria dichiarazione che chiude il video:

«Troppi in giro»

Stando a una ricerca del Ministero dell'Interno, il 35% degli italiani pensa che i rom nel nostro paese siano molti più di quanti sono in realtà. L'8% è convinto che il numero si aggiri intorno ai 2 milioni, ma la verità è che sono 10 volte di meno.

Le popolazioni romanì (rom, sinti, kale, manouches, romanichals e camminanti siciliani) sono la più grande minoranza europea con 12 milioni di persone in tutto il continente. Per lo più risiedono in Romania (un milione e 800mila). In Spagna sono circa 800mila, in Francia 400mila. In Italia la stima va da circa 150mila a 180mila (tra lo 0,23% e lo 0,3% della popolazione). Di questi circa 70mila hanno la cittadinanza italiana (gli altri si dividono tra apolidi, ex jugoslavi e romeni). Oltre il 60% vive in abitazioni stabili e più del 90% ha abbandonato la vita nomade.

I rom rappresentano dunque una fetta di popolazione talmente esigua che il famoso decreto governativo che ha istituito l’“emergenza nomadi” tra il 2008 e il 2011 (applicando quindi a una minoranza etnica pari allo 0,23% della popolazione leggi speciali che si usano in caso di calamità naturali) ha veramente del paradossale.



«Proprio ieri hanno rubato a casa mia. Ed erano dei rom»

«Vengono in questo Paese soltanto per rubare»

Esiste, secondo l'Unar, una «generalizzata tendenza a legare all'immagine dei rom e dei sinti ogni forma di devianza e criminalità».

Non esistono, invece, dati che certifichino una maggiore incidenza di furti e crimini nella popolazione rom, se non l’ovvia constatazione che nella marginalità e nell’indigenza si delinque più facilmente. Sappiamo piuttosto che l'”emergenza nomadi” a cui si accennava è stata dichiarata illegittima per assenza di un effettivo «pericolo per l'ordine e la sicurezza pubblica». Nessun dato dimostrava ad esempio l'incremento di determinate tipologie di reati a causa della presenza di rom.

Contro il pregiudizio che li vorrebbe tendenzialmente impuniti, interviene poi Luca Cefisi con il suo libro Bambini ladri, da cui si apprende che «i ragazzi rom rimangono di più in carcere», e questo perché senza casa e denaro le misure alternative al carcere sono pressoché impossibili e va da sé che la difesa legale potrebbe non essere delle migliori. Particolarmente odiosa è poi la vulgata che li vorrebbe «ladri e mendicanti per cultura». Sono le forme di razzismo attuale, meno improntate sulla razza ma basate su una sorta di forma estrema di relativismo culturale. Il razzismo culturalista, detto anche differenzialista, consiste nell’attribuire all’alterità un carattere assoluto, irriducibile e immodificabile, negando qualsiasi possibilità dialogica e di sintesi, relegando i singoli membri di una comunità a caratteristiche comuni e destini analoghi. In nome di un principio di differenza si giustifica pertanto l’esclusione e il rifiuto. Un principio di immutabilità culturale che peraltro il solo esempio del nomadismo, ormai abbandonato quasi del tutto, smentisce completamente.

«A casa loro»

Intramontabile mantra della destra italiana e delle chiacchiere da bar, nella maggior parte dei casi risulta semplicistico e superficiale, ma nel caso dei rom è semplicemente sbagliato.



Le popolazioni romanì sono presenti in Italia dal Quattrocento. Circa il 60% è cittadino italiano, mentre la restante buona parte è costituita da comunità giunte in Italia negli anni ‘90, dopo lo smembramento dell'ex Jugoslavia. Sono dunque profughi delle guerre balcaniche, per lo più considerati apolidi, mentre i loro figli sono in genere nati in Italia. Ciò che resta è composto da rom romeni e bulgari, e quindi cittadini comunitari.

«Hanno i benefici che noi non abbiamo»

«Hanno le case, ci danno 40 euro al giorno, e noi?»

È uno dei pregiudizi più radicati, su cui insiste molto una certa parte politica per montare un’indignazione facile. Da una relazione dell'Agenzia dei diritti fondamentali dell'Ue sulla situazione dei rom in undici Stati membri, risulta che «un rom su tre è disoccupato e il 90% vive al di sotto della soglia di povertà». Si tratta di un popolo di giovani, con alta natalità ma basse aspettative di vita (la percentuale degli ultrasessantenni è dello 0,3%, circa un decimo della media italiana) e questo per via delle condizioni di vita precarie. Siamo davvero sicuri di volerli invidiare? Vivere in un campo nomadi non è un privilegio. Qualche allaccio abusivo alla corrente non risarcisce del sovraffollamento, delle condizioni igieniche precarie, e della continua paura di non ritrovarsi più un tetto sulla testa. Cosa più importante: non esistono leggi che garantiscano un sostegno economico ai rom. Non esistono criteri che li privilegino nell’accesso alle case popolari.

Piuttosto, come emerge dal rapporto Campi Nomadi S.p.a. (luglio 2014) e dall'inchiesta Mafia Capitale, sappiamo che sono stati in molti a lucrare sulla pelle dei rom. «Non sanno integrarsi»

«Ladruncoli, sporchi e senza terra»

La parola nomade è molto pericolosa, perché giustifica la segregazione in campi speciali isolati dalla città

Quando si parla di rom l’Italia è per l’Europa «il Paese dei campi». I campi sono attualmente delle “riserve indiane” nelle quali i cittadini vengono stipati su base etnica. Sono il primo grande confine tra la comunità rom e il resto della cittadinanza. E il loro stigma accompagna anche chi vive nelle abitazioni, perché la parola rom, l’identità rom, nella mentalità comune si lega indissolubilmente all’idea del campo nomadi.

Il sito del progetto “Parlare civile” riporta l’opinione di Carlo Stasolla, presidente dell’Associazione 21 luglio, secondo cui (ed è opinione diffusa tra gli addetti al settore) la parola nomade è molto pericolosa, perché giustifica la segregazione in campi speciali isolati dalla città. Nel suo rapporto annuale, l’Associazione 21 luglio afferma che «nel 2014 la costruzione e la gestione dei campi rom continua a essere un’eccezione italiana nel quadro europeo».

Naturalmente il termine nomade si lega a uno stereotipo che, se era ancora vero qualche decennio fa (ma già allora non per tutti), ormai deve essere definitivamente abbandonato. La popolazione nomade e seminomade si attesta a oggi intorno al 3% circa. È un’abitudine che sopravvive in parte (ma sempre più in declino) tra i Camminanti siciliani (che si suppone discendano dai rom giunti in Sicilia attorno al Trecento, anche se i Camminanti rifiutano con essi ogni sorta di identificazione). Sono per lo più semi-stanziali: passano l’inverno in Sicilia nelle loro abitazioni (soprattutto roulotte) e l’estate in viaggio – a volte fino al Nord Italia – per offrire le loro prestazioni di venditori ambulanti, arrotini, stagnini.

La leggenda della “zingara rapitrice”

Resta fuori da questa rassegna (e fa piacere) uno degli stereotipi più sgradevoli, infamanti e infondati che però – ce lo dimostrano cronache recenti – è duro a morire. Una volta per tutte: i rom non rubano i bambini più di quanto i comunisti non li mangino. Questa leggenda, che dovrebbe avere credito quanto l’uomo nero sotto il letto ma cui la stampa dà periodicamente credito, è stata definitivamente smentita da una ricerca dell'università di Verona curata da Sabrina Tosi Cambini: su tutti i casi riportati dall’Ansa fra il 1985 e il 2007 non c’è alcun caso di rapimento di minori ad opera di rom o sinti. Nemmeno uno. Tutte le denunce sembrano invece riproporre una leggenda metropolitana, così come è accaduto con i casi recenti, per i quali non sono mancate le smentite.


Su tutti i casi riportati dall’Ansa fra il 1985 e il 2007 non c’è alcun caso di rapimento di minori ad opera di rom o sinti.

L’unico caso in cui una giovane rom è stata condannata per tentato rapimento è la vicenda controversa di Ponticelli (2008). Non c'erano prove se non la testimonianza della madre della bimba e dei suoi parenti, ma ciò è bastato per innescare l’assalto e l'incendio del campo rom da parte dei residenti e di uomini legati alla camorra.

Sono piuttosto i minori rom che rischiano di essere allontanati dalle proprie famiglie. Stando al rapporto Mia madre era rom, curato dall’Associazione 21 luglio, secondo le statistiche «un bambino rom ha il 60% di possibilità in più di altri bambini che sia aperta nei suoi confronti una procedura di adottabilità». Le parole sono importanti

Il potere dello stereotipo è quello di trasformare l’ignoto nel noto. Un po’ come si suppone debbano fare i quotidiani. All’inizio ho citato l’indagine condotta dal Naga tra il 2012 e il 2013. Si tratta del monitoraggio di 9 tra i maggiori giornali italiani, spulciati per 10 mesi di seguito. Ne è emerso che, non solo, e com’era prevedibile, sulla stampa c’è una particolare insistenza nel dare visibilità a episodi negativi di cui qualche rom si è reso protagonista, ma che i rom vengono sistematicamente associati a fatti o eventi dannosi che non li vedono direttamente coinvolti. Per esempio citando en passant la vicinanza di un campo rom a un luogo in cui si è svolto un evento di cronaca, senza che il dato sia minimamente rilevante, o riportando «comportamenti che possono essere considerati negativi, ma che non sono reati» (lavarsi a una fontanella), o addirittura il semplice fatto di passare in un luogo. Il tutto, con toni allarmistici.

Certo, i media non sono gli unici responsabili (il linguaggio della politica, ad esempio, meriterebbe uno studio a parte), ma l’invito che rivolge Federico Faloppa (dell’università di Reading, nel Regno Unito, che si occupa di rappresentazione dell’alterità nella lingua italiana) è di valutare bene il peso delle parole: «A livello lessicale, si prenda la nota – ed errata – equivalenza di zingaro, rom e nomade. Che se talvolta trova (pessima) giustificazione in esigenze di varatio stilistica, spesso crea pseudo-sinonimie (zingaro = nomade) e dittologie fuorvianti (zingaro/rom e nomade), trasmettendo e reiterando quindi informazioni sbagliate».

Il problema, secondo Carlo Stasolla «è che queste persone, sin dal loro arrivo in Italia nel Quattrocento, hanno assunto il ruolo di capri espiatori. La funzione sociale dei rom è la stessa di un cestino della spazzatura in una casa: raccogliere il marcio. E oramai anche per amministratori e media è più comodo che sia così». E la politica dei campi, con il suo approccio emergenziale e assistenzialista, non aiuta di certo. Più i rom sono lontani dalla nostra conoscenza e più è facile pensare a loro in base a stereotipi. E quello che pensi di sapere sui rom potrebbe non essere così affidabile.

di : Laura Antonella Carli


I Sinti sono una delle etnie che compongono la popolazione romaní, altrimenti chiamati zingari, termine che oggi però ha assunto una sfumatura dispregiativa. L'origine del nome sinti è molto complessa. Probabilmente si tratta della parola persiana sindh, che indicava l'attuale Pakistan e per estensione tutta l'India, che, attraverso l'arabo è giunta in Europa con queste popolazioni.

Così come i Rom e i Kalé, si presume che la loro origine sia da collocarsi nelle regioni del nord-ovest dell'India. E così come per le altre etnie romaní si ritiene che i Sinti abbiano lasciato l'India all'inizio dell'undicesimo secolo per giungere in Asia Minore alla fine dello stesso secolo e quindi nei secoli successivi migrare attraverso l'Impero Bizantino in Europa.

In Europa e anche in Italia arrivarono tra la fine del XIV secolo e il XV secolo. Oggi sono stanziati soprattutto nei paesi dell'Europa occidentale (Germania, Francia, Spagna, Italia).

La storia recente dei Sinti è analoga a quella della popolazione Rom: furono perseguitati in tutti i paesi europei subendo di volta in volta pratiche di inclusione (schiavizzazione nei paesi dell'Est Europa) e in particolare in Romania (schiavitù abolita solo dopo il 1850), esclusione (cacciata dai territori) e discriminazione.

Il nazismo riservò ai Rom e Sinti lo stesso trattamento riservato agli ebrei, ai testimoni di Geova e agli omosessuali. Essi furono deportati in campi di concentramento. Si stima che circa 500.000 Rom-Sinti trovarono la morte nei campi di sterminio durante il Porajmos.

Tradizionalmente i Sinti hanno esercitato l'attività del giostraio e del circense, tra i più famosi circensi italiani di origine sinti c'è Moira Orfei e la sua famiglia. Anche la seconda famiglia circense più famosa d'Italia, i Togni, è di origine sinti.

I sinti parlano la lingua romaní e utilizzano nei diversi gruppi alcuni dialetti.


I rom (plurale: Roma, in lingua romaní: rrom]) sono uno dei principali gruppi etnici della popolazione di lingua romaní (anche detta genericamente degli "zingari" o dei "gitani") originaria dell'India del nord.

La caratteristica comune di tutte le comunità che si attribuiscono la denominazione rom è che parlano - o è attestato che parlassero nei secoli scorsi - dialetti variamente intercomprensibili, costituenti appunto il romaní, che studi filologici e linguistici affermano derivare da varianti popolari del sanscrito e che trovano nelle attuali lingue dell'India del nord ovest la parentela più prossima.

I rom propriamente detti sono un gruppo etnico che vive principalmente in Europa, distribuiti in una galassia di minoranze presenti principalmente nei Balcani, in Europa centrale e in Europa orientale, benché la loro diaspora li abbia portati anche nelle Americhe e in altri continenti. Un dato costante della storia del popolo rom va rintracciato nella persecuzione che hanno sempre subito, la riduzione in schiavitù, la deportazione e lo sterminio.

Lungo la storia che li accompagna fino ad oggi si è protratta nel tempo la diffidenza nata al loro primo apparire nel Medioevo europeo: il nomadismo come maledizione di Dio; la pratica di mestieri quali forgiatori di metalli, considerati nella superstizione popolare riconducibili alla magia; le arti divinatorie identificabili come aspetto stregonesco, ecc.

Di qui la tendenza delle società moderne a liberarsi di tale presenza anche a costo dell'eliminazione fisica. Tutti i paesi europei adottarono bandi di espulsione nei loro confronti, fino alla programmazione del genocidio dei rom, insieme a quello degli ebrei, durante il nazismo in Germania.

Si stima che nel mondo ci siano tra i 12 e i 15 milioni di rom. Tuttavia il numero ufficiale di rom è incerto in molti paesi. Questo anche perché molti di loro rifiutano di farsi registrare come etnia rom per timore di subire discriminazioni.


Zingari, zigani, zingani o gitani sono termini generici usati per indicare un insieme di diverse etnie, in principio ritenute tradizionalmente dedite al nomadismo, originarie dell'India settentrionale ed accomunate, almeno in passato, dall'uso di un idioma comune, il romaní.

Stabilitesi in Europa nel corso dell'epoca medievale e diffusesi, in tempi più recenti, anche in altri continenti, le popolazioni gitane sono in massima parte stanziali e hanno generalmente la cittadinanza del paese in cui risiedono.

A causa della connotazione negativa che la parola zingari ha col tempo assunto, si ritene politicamente scorretto definirli con questo termine e sono, perciò, erroneamente definiti nomadi (anche se molti di loro sono da diversi secoli sedentari) o più propriamente, usando il nome delle principali etnie, rom o sinti oppure, in modo totalmente erroneo, anche rumeni a causa della cittadinanza di molti di loro. In realtà non c'è alcuna connessione - neppure etimologica - tra il termine "rom" ed il nome dello Stato di Romania, il popolo o la lingua rumeni, né con le popolazioni slave, in quanto le etnie gitane si riconducono a una origine indiana.

Secondo diversi studiosi, il termine corretto da utilizzare sarebbe quello proprio dell'etnia o, più in generale, il termine di popolazione romaní, sostituendo quindi i termini zingaro e zingari, laddove usati come aggettivi, con i corrispondenti aggettivi romanó e romaní.

In Italia, tuttavia, in documenti di emanazione ministeriale come ad esempio gli studi del Ministero dell'Interno, si continua a utilizzare il termine "zingari" per indicare l'insieme delle etnie e l'aggettivo "romaní" viene utilizzato solo in relazione alla lingua propria dei rom e sinti (i due gruppi etnici che rappresentano le popolazioni romaní in Italia).





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