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lunedì 27 luglio 2015

Luigi Tenco : Suicidio o Omicidio?


La morte di Luigi Tenco è stato un suicidio o un omicidio? 

Di certo rimarrà l’emblema di una delle inchieste investigative più pasticciate e demenziali che si siano mai svolte in Italia.

L’inchiesta ufficiale, comunque, ha detto: suicidio. Concludendosi con un decreto di archiviazione che non lascia dubbi: nella notte tra il 26 e il 27 gennaio 1967, il cantautore Luigi Tenco si tolse la vita con un colpo di pistola alla tempia destra nella stanza 219 dell’Hotel Savoy di Sanremo. Durante le giornate del Festival.

Tenco aveva cantato in coppia con Dalida una canzone francamente brutta, “Ciao, amore ciao”. Poi, visibilmente depresso, era andato a cena con la stessa Dalida, il suo produttore Paolo Dossena e altri amici, ma giunto al ristorante aveva deciso di tornare in albergo. Da questo momento cominciano i pasticci investigativi.

 “All’1.40 - ha scritto Aldo Fegatelli Colonna in una recente biografia - Tenco è ancora vivo. Dalida riferirà al commissario Molinari di essere entrata nella stanza di Tenco tra le 2.00 e le 2.10. Il dottor Borelli, che ne constata il decesso, è arrivato sul posto alle 2.45 e presume che la morte risalga a quindici-venti minuti prima al massimo, cioè non prima delle 2.25. Ci sono due “buchi”, uno di dieci minuti, l’altro di mezz’ora”.

La porta della stanza 219 è accostata e con la chiave nella toppa esterna.

Ai primi soccorritori Dalida appare mentre alza da terra il busto di Luigi e lo abbraccia. E’ un flash d’agenzia a diffondere la notizia della morte del cantautore, dando per certa la tesi del suicidio. Il primo inquirente a giungere sul posto è il vicedirigente del commissariato di Sanremo, Arrigo Molinari, il cui nome (detto per inciso), anni dopo, finirà nelle liste della P2.

Il cadavere, stranamente, viene subito trasferito all’obitorio e poi riportato in albergo, dal momento che gli investigatori si sono dimenticati (sembra incredibile!) di “fare effettuare i rilievi fotografici essenziali per la completezza del fascicolo da trasmettere alla Procura”.

Tenco è stato ucciso da un colpo di calibro 22, la stessa pistola che stringe in pugno, ma nella sua stanza viene trovata anche un’altra arma: una Walter Ppk. Salta fuori che la sera prima di morire Tenco aveva vinto al casino circa 6 milioni delle vecchie lire. Nella stanza del Savoy c’era solo un assegno da 100 mila lire di un collaboratore. Suicidio dunque o omicidio?

L’archiviazione, come detto, non ha esitazioni: suicidio.

Prima di morire Luigi Tenco scrive un biglietto che verrà riconosciuto come scrtto da lui da una perizia grafoscopica fatta, però, solo nel 1990, cioè ben 23 anni dopo la sua morte. Nel biglietto è scritto: “Io ho voluto bene al pubblico italiano e gli ho dedicato inutilmente cinque anni della mia vita. Faccio questo non perché sono stanco della vita (tutt’altro) ma come atto di protesta contro un pubblico che manda “Io, tu e le rose” in finale e una commissione che seleziona “La Rivoluzione”. Spero che serva a chiarire le idee a qualcuno. Ciao. Luigi”.

Altre stranezze: non si è mai capito quale fosse la posizione esatta del cadavere di Tenco. Ecco ben sette diverse descrizioni: in tre persone videro il corpo senza vita del cantautore “perfettamente parallelo al letto, tra questo e il cassettone, con la testa rivolta verso il fondo”. Per un quarto testimone era “nella stessa posizione, ma con il braccio destro piegato sotto la schiena”. Per un quinto: era “in posizione supina, ai piedi del letto e a questo perpendicolare”. Per un sesto era “seduto in terra e poggiato con il busto alla sponda del letto”. E infine per il dirigente del commissariato, Molinari: “il corpo è in posizione genericamente supina e il report specifica trovarsi in posizione trasversale rispetto all’angolo sinistro inferiore del letto con i piedi rivolti verso la porta d’ingresso”.

E la posizione della pistola? Altro balletto di versioni: per il commissario era “nella mano” (destra o sinistra?). Per un secondo testimone “l’arma era lontana dal corpo, addirittura in fondo alla stanza”. Per un terzo era “in mezzo alle gambe”. Per altri due “sotto il comò”. Per chi ha effettuato i rilievi invece era “tra le gambe”, mentre una foto la evidenzia “sotto le natiche”.

Misteriosa rimane a tutt’oggi l’ora della morte: il medico legale la fa risalire intorno all’1.30. Dalida alle 2.10. Il commissario Molinari, nel fascicolo inviato alla Procura, afferma che il cantautore si era sparato alle 2.30. Ergo, Tenco sarebbe morto in tre orari differenti: 1.30, 2.10 e 2.30.

E poi ancora troppe incertezza investigative: la polizia effettua sul corpo e nella stanza una ricognizione approssimativa. Non viene effettuata alcuna autopsia. Non viene fatto il “guanto di paraffina” sulle mani del cantautore. Sono stati avanzati dubbi sul foro di entrata del proiettile che ha ucciso Tenco. Qualcuno ha anche avanzato l’ipotesi che in realtà il foro di entrata sarebbe a sinistra. In questo caso, dal momento che Tenco non era mancino, per spararsi alla tempia sinistra, avrebbe dovuto fare una manovra un po’ ardita per un suicida che impugna la pistola con la destra.

Insomma, qualsiasi ragionamento torna al punto di partenza: suicidio o omicidio? Ad essere certo resta solo il mito di un grande artista, dall’esitenza troppo breve.
Luigi Tenco forse non morì nella sua camera. Chi fu a ucciderlo e a portare lì il corpo?



Verità nascoste e oscuri intrighi nel libro di Ferdinando Molteni: probabilmente la morte raggiunse il cantautore lontano dall'hotel Savoy e poi volenterosi “maldestri necrofori” si misero all’opera traslando il suo corpo nella stanza 219. Implausibile, poi, quella pistola automatica senza più caricatore (terminato grottescamente sotto le sue gambe).





Il 27 gennaio del 1967, nella camera 19 dell’Hotel Savoy di Sanremo, viene ritrovato il cadavere di Luigi Tenco. Vicino al corpo senza più vita si staglia il controverso bigliettino: “Io ho voluto bene al pubblico italiano e gli ho dedicato inutilmente cinque anni della mia vita. Faccio tutto questo non perché sono stanco della vita, tutt’altro, ma come atto di protesta contro un pubblico che manda “Io tu e le rose” (di Orietta Berti ndc) in finale e a una commissione che seleziona “La rivoluzione”. Spero che serva a chiarire le idee a qualcuno. Ciao. Luigi”.

Poco prima Tenco si era esibito nella diciassettesima edizione del Festival della canzone italiana. “L’anno della resa dei conti tra matusa e giovani” strillavano, guerrafondai, i giornali per le masse. In verità, la sua esibizione non l’aveva vista nessuno: quando Tenco salì sul palco, ultimo in scaletta, trentesimo in gara, il secondo canale Rai aveva staccato da più di un’ora la diretta tv. Sugli apparecchi televisivi degli italiani c’era il monoscopio quando Tenco cominciò a cantare “Ciao amore ciao”. La salmodiò lentamente; la sua compagna di canzone e amante nella vita, la diva francese Dalida, l’aveva intonata poco prima a mo’ di marcetta.


“Ciao amore ciao” venne bocciata dalla giuria, e in modo schiacciante, imprevisto, assurdo. Al suo posto entro in finale un inno “reazionario” come “La rivoluzione” di Gianni Pettenati. Esattamente quel tipo di canzone contro cui il nostro primo cantautore si batteva allo spasimo.
“Chi ha ucciso quel piccolo principe che non credeva nella morte?”. Torna a chiederselo oggi un bel libro, costruito come un processo indiziario, scritto da Ferdinando Molteni ed edito da Giunti. “L’ultimo giorno di Luigi Tenco” il titolo. Troppe cose non tornano in questa pagina squallida della nostra recente storia nazionale. Troppe reticenze, troppe verità negate, troppe acque intorbidate. In tanti mentirono sulle ultime ore dell’autore di “Vedrai vedrai”. Oppure tacquero, come ne “Il porto delle nebbie” di Simenon.

Tenco era un ragazzo profondo e dall’avvenire sicuro. Prima di partire per Sanremo aveva confidato al suo amico Fabrizio De André (uno dei pochissimi colleghi del mondo della canzone che avrebbe preso parte al suo funerale): “Mi parlò della sua angoscia di affrontare la bolgia del festival. Mi disse: non vedo l’ora che tutto finisca per tornare da te e mettere su uno spettacolo insieme”. Ad altri aveva confidato il suo nuovo progetto: un disco di canzoni etniche, popolari, che tracciasse i confini di una sorta di nuovo folk italiano. “Sì, Tenco diceva che a Sanremo non ci voleva andare. Ma in realtà ci voleva andare”.

Troppe ombre in questa vicenda, ed è sempre più arduo credere a un suicidio. Molteni mette in fila domande abrasive, suffragate da fatti veri e notizie certe e verificate. Perché nessuno udì il colpo di pistola al Savoy? Eppure c’era il sold-out di cantanti, impresari, giornalisti. Dove morì veramente Luigi Tenco? E chi premette il grilletto? Fu un incidente, un colpo partito per sbaglio? Trenta giorni dopo, Dalida cercò a sua volta di togliersi la vita, e lasciò scritto: “Tenco è andato avanti, in staffetta, senza volerlo veramente. E io l’ho seguito, volendolo veramente”. Cosa voleva dire questo messaggio tra le righe? Forse che la morte lo raggiunse altrove, e poi volenterosi “maldestri necrofori” si misero all’opera traslando il suo corpo nella stanza 219? Implausibile, poi, quella pistola automatica senza più caricatore (terminato grottescamente sotto le sue gambe).

Altri misteri insondabili, in un interminabile carosello macabro di morti precoci e spesso violente. Lucian Morisse, l’ex potentissimo marito di Dalida, forse legato alla mala marsigliese, finì i suoi giorni sicuramente suicida: si sparò nel 1970, a quarantuno anni. Non riusciva più a sopportare l’abbandono di Dalida, e anche lui (come il rivale d’amore Tenco) usò una Walther Ppk 7,65. E che dire dell’ineffabile commissario di polizia Arrigo Molinari? Fu sempre legato ai francesi, Molinari, che millantò pure una militanza in Gladio e nella congrega anticomunista “Stay Behind”. “Coprendo la messa in scena del cadavere dentro la camera 19 dell’Hotel Savoy, aveva salvato la carriera di Dalida e aveva fatto un piacere, ancora una volta, ai francesi – scrive Ferdinando Molteni -. A Lucien Morisse, prima di tutto”. Lo stesso Molinari non è morto di vecchiaia, ma ucciso a coltellate nel 2005, ufficialmente per una rapina.

Nessuno pensò nemmeno minimamente di interromperlo quel Sanremo del ’67. “The show must go on”, e tutti fecero finta di niente, i moralisti e i sepolcri imbiancati attaccarono i loro predicozzi da strapazzo, la politica e quasi tutta la “classe musicale” esecrarono l’“insano gesto”, che fu nascosto oscenamente sotto il tappeto rosso del salone del Casinò. Ma in verità nulla fu più come prima. La canzone italiana perse ogni sua possibile innocenza, e le ragioni dell’industria si divaricarono per un bel pezzo dalle istanze del cuore e della poesia. Sarà un caso, ma le parole più belle su quella maledetta sera le ha tessute il grande poeta Luigi Gatto: “Luigi Tenco, con la sua morte, non s’è visto nemmeno riconoscere la ragione che l’ha portato a dichiarare il suo amore alla vita nel momento stesso in cui aveva deciso di togliersela. È questo il suo testamento che tutti hanno cercato di dimenticare, nell’addurre a stanchezza, a delusione, a fragilità il suo atto consapevole di amare la vita e di rifiutare una qualunque esistenza, che sia solo l’affronto del lasciarsi vivere, del ridursi a oggetto del potere altrui”.



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