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domenica 29 novembre 2015

Gelosia e Amore nei Segni Zodiacali



Scopri Quanto Sei Geloso/a In Base Al Tuo Segno Astrologico?
Anche se la gelosia è un sentimento umano, può essere più o meno presente in base al segno zodiacale. Scopri quanto sei geloso in base al tuo segno astrologico.
Cliccando sulle immagini di ogni segno verrai diretto alla pagina delle caratteristiche del segno di appartenenza , buona lettura e buon divertimento, grazie.




l’ariete è molto geloso. Forse non è così tanto geloso da stressare il partner ogni volta, ma è molto impulsivo. Questa impulsività può essere dettata dalla gelosia...





Più che geloso, il toro è possessivo. Questa cosa è evidente sia nella vita amorosa che negli altri settori della vita. Infatti, quando fanno parte di una relazione amorosa, 
mettono tutte le loro speranze in essa...




i gemelli sono indipendenti, celebrali e preferiscono stare lontani dai conflitti. Se loro non sono gelosi, vogliono che i loro partner siano come loro. Però non significa che loro siano indifferenti...




la gelosia del cancro è causata da una mancanza di credenza in sé stessi. Il Cancro non è geloso solo che ha bisogno di sentirsi al sicuro, ha bisogno di attenzioni ed amore per sentirsi bene...




il leone non è geloso, è possessivo. Passionale, al leone piace dominare, ha bisogno di sentirsi fiero nelle braccia della persona amata. Nel caso del leone la gelosia è un gioco simpatico...





la vergine si mostra gelosa solo quando tutto è evidente. La vergine analizza tutte le possibilità e pensa due volte prima di fare qualcosa...




la bilancia è più tollerante che gelosa. La tolleranza è la principale qualità della bilancia, detto ciò non possiamo affermare che la bilancia sia una persona gelosa...




anche se ha la tendenza di essere geloso, non dobbiamo dimenticare che lo scorpione è esclusivo. Ha bisogno di sentirsi al sicuro ma anche di dominare. Quando perde il controllo della situazione può diventare eccessivo...




il sagittario è geloso solo in alcuni momenti. Ama la propria libertà ma crede anche nella persona che ama. La gelosia si manifesta quando non si sente più bene in quella relazione, non ha carattere...



la gelosia è di solito una causa del poco credere i sé stessi ( o anche negli altri). Il capricorno è molto capace nel tenere per sé i propri sentimenti e raramente li mostra...



possiamo considerare una persona libera come un uccello nel cielo gelosa? Saremmo tentati a dire di no ma l’acquario ha la tendenza di perdere la fiducia nell’amore...


LEGGI ANCHE LE PREVISIONI PER IL 2016



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Ucciso l'Avvocato che Difendeva i Curdi e il PKK


Ucciso l'avvocato che difendeva i curdi e il PKK

Sparatoria in strada: uccisi l’avvocato e due poliziotti
La sparatoria è avvenuta intorno alle 11 di sabato 28 novembre nella città del sud-est del Paese a 
maggioranza curda, subito dopo un incontro con la stampa organizzato nel distretto storico di Sur. Le 
riprese televisive hanno mostrato agenti in borghese sparare ripetutamente contro una persona che 
correva verso Elci. Poi, nel filmato si vedono l’avvocato steso a terra e il sangue. I testimoni hanno 
raccontato che è stato colpito da un unico proiettile. Durante il conflitto a fuoco è morto anche un 
poliziotto e altre sei persone sono rimaste ferite. Si tratta di tre giornalisti e tre agenti, uno dei quali è 
morto in serata. La dinamica resta ancora tutta da chiarire, così come la matrice dell’agguato. Tahir Elci il mese scorso era stato arrestato e poi rilasciato in attesa di giudizio per le sue parole sul Partito dei lavoratori curdi pronunciate durante una trasmissione tv.

Scontri a Istanbul e Diyarbakir. Hdp: “Assassinio pianificato”
Il suo omicidio riaccende la tensione in Turchia tra il governo turco e la minoranza curda. A Diyarbakir, dove è stato imposto il coprifuoco, la polizia turca ha respinto con cannoni ad acqua gruppi di manifestanti che protestavano lanciando pietre. Anche a Istanbul sono scoppiati incidenti nel centro della città. Circa duemila persone si sono radunate in piazza Taksim: la polizia ha risposto con gas lacrimogeni e gli idranti per disperderle. “Spalla a spalla contro il fascismo”, hanno urlato i dimostranti, e “Tahir Elci è immortale”. In piazza anche il partito filocurdo Hdp che ha definito l’uccisione un “assassinio pianificato“. L’avvocato, secondo il gruppo politico, era stato preso di mira dal partito Akp al governo e dai suoi media. 

Questa mattina è stato ucciso Tahir Elçi, presidente dell'ordine degli avvocati di Diyarbakir. È stato 
colpito da un colpo d'arma da fuoco alla testa, dopo la fine di una conferenza stampa in cui aveva 
denunciato insieme ad altri avvocati le operazioni dell'esercito turco nei quartieri di Diyarbakir , 
affermando che non è tollerabile che zone abitate da civili vengano attaccate militarmente. Pochi giorni fa, infatti, alcuni quartieri della città a maggioranza curda avevano subito un'offensiva dei reparti speciali con armi pesanti, che avevano danneggiato gravemente diversi edifici storici e luoghi di preghiera.Tahir Elçi era un avvocato molto noto in Turchia per le battaglie per i diritti umani, la pace e la libertà. 

Dal suo profilo twitter, il Partito Democratico dei Popoli (HDP) ricorda le tante cause che aveva seguito a difesa della popolazione curda. È stato l'avvocato di 21 persone scomparse a Cizre, 16 uccise a Lice e 34 bombardate a Roboski. Recentemente aveva vinto la causa di 38 persone bombardate a Sirnak con ordigni della “grandezza di tavoli”. Per queste ragioni Elçi era stato preso di mira dal governo dell'AKP e da Erdogan. Recentemente era stato arrestato con l'accusa di “propaganda terroristica” per aver affermato pubblicamente, durante un programma televisivo, che “il PKK non è un gruppo terroristico ma un'organizzazione politica armata con grande seguito”. Elçi si era deliberatamente fatto arrestare come atto di disobbedienza civile anche per dimostrare che in Turchia la libertà di opinione non viene tutelata e si finisce in carcere per quello che si dice, anche senza infrangere alcuna legge. In quell'occasione aveva rilasciato quest'intervista a Radio Radicale dove viene spiegato nei dettagli quello che era successo e a cosa andava incontro, a pochi minuti dall'arrivo della polizia nella sede dell'organizzazione degli avvocati. Per le dichiarazioni a favore del PKK erano stati chiesti sette anni e mezzo di carcere.

Ma evidentemente per qualcuno questo non era abbastanza.
Erdogan ha accusato dell'omicidio il PKK, utilizzando questo fatto di sangue per rivendicare l'importanza della lotta contro il Partito dei Lavoratori del Kurdistan. Ma da parte curda sono piovute immediatamente reazioni indignate, che rispediscono l'accusa al mittente. Il Consiglio nazionale del Kurdistan ha rilasciato un comunicato in cui afferma che Elçi è stato ucciso dalle stesse forze oscure dello stato responsabili della morte di migliaia di civili e di tantissimi esponenti politici curdi.

In effetti, già da diversi anni gli interventi del PKK non colpiscono mai i civili, ma rientrano nella pratica dell'autodifesa della popolazione. Autodifesa che può essere necessaria contro i terroristi dell'ISIS, come contro l'esercito turco. Davvero non si capisce perché i guerriglieri del partito di Öcalan avrebbero dovuto colpire e uccidere un avvocato anti-governativo, filo-curdo e che aveva preso posizione a loro favore.

Intanto, nel quartiere di Sur (sempre a Diyarbakir) è stato dichiarato il coprifuoco. Nonostante ciò, in 
migliaia sono accorsi davanti all'ospedale dove si trova il corpo dell'avvocato, rispondendo alla chiamata alla mobilitazione del partito filo-curdo dell'HDP e di altre organizzazioni. Pochi minuti fa l'esercito turco ha aperto il fuoco sui civili che protestavano contro l'omicidio di Elçi.

Proprio mentre scriviamo, a Istanbul la polizia ha attaccato una grande manifestazione di solidarietà 
partita dalla centralissima Istiklal.

Il PKK sta al fianco del popolo Curdo nella guerra contro l'avanzata dell'Isis in Kurdistan.
Il brutale omicidio di Tahir Elci, presidente dell'ordine degli avvocati della provincia di Diyarbakir e di un poliziotto preposto alla vigilanza è un classico omicidio di Stato. Ai dirigenti dell'HDP, del movimento dei diritti civili del Kurdistan va piena solidarietà e vicinanza.

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venerdì 27 novembre 2015

Perchè Non Devo Chiedere Scusa alla Fallaci



Travaglio: “Scuse alla Fallaci? 
No, non era una grande giornalista, 
aveva un rapporto soggettivo con la verità”

“Chiedere scusa a Oriana Fallaci? No. Era una grandissima scrittrice, ma non una grande giornalista, 
perché aveva un rapporto con la verità piuttosto soggettivo“. Così il direttore de Il Fatto Quotidiano, 
Marco Travaglio, durante Otto e mezzo (La7),
 replica ad Alessandro Sallusti, direttore de Il Giornale, 
che invoca la richiesta di scuse alla scrittrice fiorentina, scomparsa nel 2006. “Non c’era un intervistato di Oriana Fallaci che si riconoscesse nelle interviste” – spiega Travaglio – “perché lei intervistava sempre se stessa. Scriveva sicuramente da Dio, il che l’autorizzava a dire anche delle cose molte iperboliche, come quando affermò che, se avessero costruito una moschea a Colle Val d’Elsa, l’avrebbe fatta saltare in aria. Se questa è la civiltà occidentale che dobbiamo difendere, ho i miei dubbi. Quelle della Fallaci erano provocazioni, ma l’errore è averla scambiata per una politologa e non averla considerata una scrittrice.
 Lei” – continua – “individuava come via per uscire da questo incubo del terrorismo la guerra di civiltà. Purtroppo è stata presa in parola. Blair ha anche chiesto scusa per la Guerra del Golfo e, scoperchiando il vaso di Pandora in Iraq, con quelle due guerre sciagurate, che erano esattamente nella linea Fallaci, ci sono stati un milione di morti civili e si sono decuplicati gli attentati in tutto il mondo. Deve chiederci scusa chi le ha fatte quelle guerre, come Bush, Berlusconi, quelli del centrosinistra che hanno confermato le missioni, perché oggi siamo 10 volte più insicuri e minacciati di 15 anni fa”. Sallusti ribatte: “Grazie a quelle guerre Al Qaida non è più una minaccia per il mondo come prima. Sulla guerra in Iraq si può discutere all’infinito, è ovvio che non si può esportare la democrazia, soprattutto in una civiltà che è ferma al Medioevo rispetto alla nostra“. Insorge la conduttrice Lilli Gruber: “Non è proprio così in Iraq”. “Una civiltà dove una donna non può guidare perché sei donna è al Medioevo”, controbatte il direttore de Il Giornale. “L’Iraq non c’entra assolutamente niente” – replica Gruber – “tu parli dell’Arabia Saudita, alleato preziosissimo degli Usa da sempre e anche dell’Occidente“. Il battibecco, che coinvolge anche la filosofa Gloria Origgi sul presepio come simbolo dei valori occidentali, dura per qualche minuto. 

Travaglio analizza poi l’ipotesi di un intervento militare dell’Italia in Siria e si sofferma sulla gestione del fenomeno migratorio in Italia: “Qui c’è la classica sottovalutazione della sinistra nei confronti dei problemi della sicurezza e dell’intelligence. 

Dall’altra parte ci sono quelli, come Salvini e tanti altri, che pensano di combattere il terrorismo in tv 
tutte le sere, insultando gli immigrati, soprattutto musulmani. La soluzione? Fare le cose serie. Scremare i clandestini, mandarli via, ma farlo veramente, non come facciamo da 20 anni. Quelli di cui non si sa il nome vanno identificati” – prosegue – “e quelli che hanno diritto di stare qui li trattiamo bene“. “Stai dicendo cose di destra che sottoscrivo completamente”, replica Sallusti. “Non so se sono di destra o sono di sinistra” – spiega Travaglio – “negli Stati seri funziona così. Credo che il califfo al-Baghdadi stia tifando per coloro che, vomitando ogni sera insulti contro gli islamici e gli immigrati, gli regalano gratis decine di migliaia di potenziali adepti i quali, prima o poi, a furia di essere trattati a pesci in faccia e a calci nel sedere, scopriranno che qui per loro non c’è nulla da perdere. E quando uno non ha niente da perdere, può addirittura arrivare al punto di voler farsi esplodere in un ristorante, in una sala concerto o in uno stadio”


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Per il Clima in Tutto il Mondo Mobilitazione Internazionale


In marcia per il clima

Grande mobilitazione nazionale per il clima, marcia e concertone il 29 novembre a Roma. Manifestazioni in contemporanea in tutto il mondo per chiedere un nuovo modello di sviluppo .
Il 2015 è un anno importante per il futuro del Pianeta: a dicembre, nel prossimo vertice delle Nazioni Unite che avrà luogo a Parigi (30 novembre/11 dicembre), si dovrà definire il nuovo accordo internazionale sul clima. Una partita non scontata. I governi dovranno assumere impegni significativi per ridurre le emissioni di gas serra, attivare aiuti per le comunità e i territori maggiormente colpiti dall'effetto devastante dei mutamenti climatici, e, non ultimo, definire strategie e investimenti per uno sviluppo senza fonti fossili. Ci stiamo avventurando verso un surriscaldamento del Pianeta di 4°C con scenari apocalittici se non interverremo rapidamente. Milioni di persone nel mondo stanno pagando le conseguenze di un sistema economico, di produzione, di consumi insotenilbile e ingiusto che va radicalmente cambiato, per salvare il clima del Pianeta, per restituire dignità e speranza alle persone. 

Legambiente con la campagna "In marcia per il clima" vuole contribuire a mettere in moto il cambiamento stimolando cittadini, amministrazioni, piccole e medie imprese verso un modello di sviluppo differente, sostenibile, nel rispetto dei territori e delle comunità.

29 novembre 2015  marcia globale per il clima e per la pace www.coalizioneclima.it  
Il 29 novembre a Roma, in contemporanea con tante altre città del mondo, ci mobiliteremo contro il cambiamento climatico e le politiche economiche e sociali che lo hanno prodotto. Con una grande marcia e un concerto per il clima e per la pace
concentramento per la marcia, ore 14.00 in piazza Campo de' Fiori INFO 
concentramento In bici per il clima ore 14.00 Largo Tacchi Venturi
Ore 17,00 CONCERTO PER IL CLIMA fino alle 21,00

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La Guerra è una Vergogna che va Bandita dalla Storia Umana


Gino Strada: la guerra è una vergogna 
che va bandita dalla storia umana

Gino Strada parteciperà il 30 novembre a Stoccolma alla cerimonia di consegna del Rightlivelihood 
Award, un premio attribuito ogni anno a personalità impegnate nella difesa dei diritti umani, della pace, del disarmo e dell’ambiente. Guerra, nonviolenza e diritto alle cure sono alcuni degli argomenti di chi abbiamo parlato in questa intervista.

Cominciamo dall’attualità: i bombardamenti francesi dopo gli attentati di Parigi e l’aereo russo abbattuto dai turchi alimentano la spirale di violenza che ci ha portati alla drammatica situazione attuale. Cosa si può fare a suo parere per cambiare direzione 
e sostituire il dialogo all’aggressione armata?

La scelta della guerra è stata fatta quasi quindici anni fa, nel 2001, dopo un atto terroristico che ha 
scosso l’opinione pubblica non solo per le migliaia di persone uccise, ma anche per il clamore mediatico che lo ha accompagnato. E’ cominciata allora la “guerra al terrore” annunciata da Bush per una durata di almeno cinquant’anni. In quattordici di questi cinquant’anni abbiamo visto dispiegarsi la guerra in tante forme e luoghi diversi, dai bombardamenti, ai droni, agli attacchi terroristici.

Prendiamo l’esempio dell’Afghanistan: si sono spese cifre incredibili – certi dati parlano di 5 miliardi di dollari al mese da parte dei soli Stati Uniti – i morti, i feriti e i mutilati sono migliaia, i poveri milioni e cosa si è ottenuto? I talebani che controllavano il 60% del territorio ora ne controllano l’80% e il paese è molto più distrutto di prima. Se quei soldi fossero stati spesi in un altro modo l’Afghanistan sarebbe un paese modello per la sanità, l’istruzione e la qualità della vita. La scelta della guerra causa solo distruzione; oltre a essere eticamente aberrante, è anche stupida. E’ illusorio pensare che possa risolvere i problemi. E’ una mostruosità, una vergogna che va bandita dalla storia umana, come la schiavitù. Ce lo ripetono da secoli i più grandi pensatori e scienziati, da Erasmo da Rotterdam a Einstein. Sarà forse un processo lungo, ma è l’unica alternativa per dare un futuro alla specie umana. Questa consapevolezza deve penetrare nella coscienza dei cittadini, perché facciano pressione sui governi, sui ricchi e sui potenti per cui la pace non è un valore.

Le guerre le hanno sempre dichiarate i ricchi e i potenti, che hanno usato scuse e bugie per farle 
accettare dalle popolazioni, ma a morire sono sempre stati i figli dei poveri.
Il 2 ottobre, anniversario della nascita di Ghandi, è stato dichiarato dall’ONU Giornata Internazionale della Nonviolenza. Considera la nonviolenza parte di quella “cultura diversa, basata sull’uguaglianza e il rispetto dei diritti umani”, di cui ha parlato nella dichiarazione diffusa dopo aver ricevuto il 
Rightlivelihood Award 2015?

Io direi che è un elemento, un valore decisivo. Rapporti umani basati sulla nonviolenza, la tolleranza e il rispetto reciproco sono fondamentali per uscire da questa spirale di violenza
 e per sradicare l’idea della guerra.

Lei afferma che “essere curati è un diritto umano fondamentale”, eppure non solo nelle zone di guerra, ma anche in Occidente, una sanità pubblica, gratuita e di buon livello 
per tutti sembra ormai un’utopia. 

Cosa si può fare per invertire questa sciagurata tendenza?

Non lo affermo io, ma la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, firmata da moltissimi stati, che poi però se la dimenticano: anche su questo tema si fanno molte chiacchere, ma poche azioni. Le cure mediche sono un diritto basilare, legato alla possibilità di stare o no al mondo; senza di esse ogni altro diritto perde significato.

Il problema è che la sanità è stata invasa, come tanti altri campi, dalla logica del profitto. I politici che hanno favorito l’ingresso del profitto in questo settore sono dei criminali e hanno prodotto disastri 
incalcolabili, sofferenze e morti.

La medicina non può diventare profitto e speculazione; escludere le persone dalle cure in base ai soldi che hanno (o non hanno) è una follia, ma anche un boomerang dal punto di vista scientifico, perché così la medicina non può avanzare. In Italia si parla di 11 milioni di persone che non hanno accesso a cure mediche adeguate. Nel nostro piccolo, noi forniamo in tutti i contesti cure di buon livello, gratuite e senza alcuna discriminazione. Stiamo aprendo molti ambulatori anche in Italia e spesso lavorare qui è più difficile che in Afghanistan! A volte ci vogliono mesi e anni per avere “la firma sulla pratica” e magari per gli interessi di chi approfitta della situazione questa firma non arriva mai. Le nostre attività in Italia sono in continuo aumento per via dei bisogni non risolti da un sistema in cui, lo ripeto, è entrata la logica del profitto.

Nei vostri ospedali avete curato persone molto diverse tra loro per provenienza, età, cultura, ecc. Al di là delle differenze, qual è per lei l’essenza di ogni essere umano?

Per me l’elemento comune è espresso dall’articolo 1 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo: “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti”. Questa è la base del vivere sociale. E’ una convinzione semplice, quasi banale, purtroppo non condivisa da molti di quelli che prendono le decisioni e hanno potere.

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Così le nostre Mafie Finanziano Daesh


Così le nostre mafie finanziano Daesh
Buona parte degli introiti del califfato vengono 

dal traffico di droga e dal riciclaggio di denaro. 

Un’economia parallela che nessuno vuole stroncare

Il "New York Times" di fronte alle questioni più imperative apre la Room for Debate dove chiede il parere di esperti su argomenti di attualità. La scorsa settimana mi è stato chiesto di rispondere a questa domanda: È possibile minare l’Is attaccando il suo segmento economico? Sembra una domanda lineare, eppure la risposta non lo è affatto. Prima di tutto bisognerebbe individuare il segmento economico da colpire, quello che realmente potrebbe portare a un indebolimento dell’organizzazione. Poi bisognerebbe comprendere l’inutilità degli attacchi aerei contro Daesh in Siria se, come accade, i canali attraverso cui raggiunge il resto del mondo sono pressoché liberi, non presidiati e spesso anche non riconosciuti come tali. Come ogni organizzazione strutturata, Daesh è cresciuta proprio perché è riuscita a differenziare i canali di ingresso dei capitali. Droga, petrolio, finanziamenti da privati, contrabbando di reperti archeologici: bloccare le fonti che irrorano le casse di Daesh significherebbe ripensare la nostra economia. La Francia ha tristemente pagato - come è accaduto agli Stati Uniti - un prezzo altissimo per non aver contrastato la presenza di una economia nazionale parallela, floridissima, che si basa essenzialmente sul traffico di droga e sul riciclaggio di denaro. Combattere e sconfiggere Daesh significa combattere un nemico che è vicinissimo e si annida nelle nostre economie nazionali, non andare a combattere altrove l’ennesima guerra che avrà come conseguenza il rafforzamento di gruppi estremisti.

Come indebolire Daesh economicamente è stato chiesto anche al giornalista siriano Hassan Hassan 
che, da una prospettiva diversa dalla mia, ha aggiunto un dato complementare. In Siria vige una 
economia di guerra e con i bombardamenti nella zona Est del paese, quella sotto il dominio di Daesh, 
non si distruggono solo i convogli di petrolio dello Stato Islamico, ma anche il lavoro di molte famiglie che con il contrabbando di petrolio guadagnano non solo da vivere, ma mantengono la loro libertà di resistere all’Is. Stiamo parlando di regole differenti da quelle che vigono nel nostro Occidente, stiamo parlando di una economia dove il contrabbando può essere vita. Hassan Hassan dice una cosa semplice: gli attacchi aerei non colpiscono solo Daesh ma distruggono anche le attività di tutte quelle persone che provano a resistere a Daesh. Tutti quelle comunità che, piegate dagli attacchi e ridotte senza mezzi, sono spesso costrette a cedere figli all’esercito dello Stato Islamico per poter sopravvivere.

Basta dare uno sguardo ai numeri. Da quando Palmyra è stata sottratta alle forze del regime si sono 
arruolati più di mille uomini, spesso giovanissimi (tra i 15 e i 40 anni) provenienti da famiglie senza 
speranza ai quali l’Is ha dato prospettive di sopravvivenza. Quello che mi colpisce è quanto in comune abbiano le organizzazioni criminali e i gruppi terroristici, somiglianze che vanno oltre il “credere” nei giovani e dare loro speranza di miglioramento e, aggiungerei, certezza di morte.

Non esiste gruppo militare che non si sia finanziato attraverso il traffico di droga (e il Captagon è altro petrolio per Daesh). Non esiste gruppo militare che non sia in contatto con organizzazioni criminali. Non esiste gruppo militare che non condivida con le organizzazioni criminali rotte testate e rese sicure per il narcotraffico e attraverso cui possono passare armi, soldati e denaro.

Lo dicono decine di inchieste in tutto il mondo e lo dice da anni l’ex Presidente di Unocd Antonio Maria Costa: «Guardate i talebani in Afghanistan, i gruppi terroristici in Kosovo, le Farc in Colombia, l’Ira in Irlanda o Sendero Luminoso in Perù... tutti questi gruppi sono stati finanziati da organizzazioni dedite al commercio di droga. Anche le bombe dell’11 marzo 2004 a Madrid sono state finanziate dal narcotraffico in Spagna».Fino a quando non capiremo che le strade che il terrorismo percorre per colpire al cuore le nostre democrazie non sono presidiate e che coincidono con quelle utilizzate dalle organizzazioni criminali, il cui contrasto non è mai considerato una priorità, fino a che non capiremo che le organizzazioni criminali in cambio di droga e soldi offrono armi e logistica ai gruppi terroristici, saremo esposti. Mortalmente esposti. Combattere Daesh significa cambiare le nostre regole interne, semplice a dirsi, impossibile da mettere in pratica.

di Roberto Saviano


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giovedì 26 novembre 2015

Il Mito della Caverna




Mito della caverna

Il mito della caverna di Platone
 è uno dei più conosciuti tra i suoi miti,
 o se si preferisce, allegorie o metafore.

Trama
Si immaginino dei prigionieri che siano stati incatenati, fin dall'infanzia, nelle profondità di una caverna. Non solo le membra, ma anche testa e collo sono bloccati, in maniera che gli occhi dei malcapitati possano solo fissare il muro dinanzi a loro.

Si pensi, inoltre, che alle spalle dei prigionieri sia stato acceso un enorme fuoco e che, tra il fuoco ed i prigionieri, corra una strada rialzata. Lungo questa strada sia stato eretto un muretto lungo il quale alcuni uomini portano forme di vari oggetti, animali, piante e persone. Le forme proietterebbero la propria ombra sul muro e questo attrarrebbe l'attenzione dei prigionieri. Se qualcuno degli uomini che trasportano queste forme parlasse, si formerebbe nella caverna un'eco che spingerebbe i prigionieri a pensare che questa voce provenga dalle ombre che vedono passare sul muro.

Mentre un personaggio esterno avrebbe un'idea completa della situazione, i prigionieri, non conoscendo cosa accada realmente alle proprie spalle e non avendo esperienza del mondo esterno (incatenati fin dall'infanzia), sarebbero portati ad interpretare le ombre "parlanti" come oggetti, animali, piante e persone reali.

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