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lunedì 28 marzo 2016

Separazione Bancaria Glass-Steagall act



No Big Banks, dal web un'iniziativa per regolamentare le banche

ll gruppo No Big Banks si batte perché il rischio delle speculazioni bancarie 
non ricada più sulle spalle dei cittadini

Nell'attuale stato di cose si moltiplicano le iniziative mirate ad un cambiamento del sistema economico e sociale. Oggi vi parliamo di No Big Banks, una proposta interessante che giunge da un gruppo di blogger appassionati di politica ed economia.

La chiave attorno a cui ruota la proposta è la reintroduzione del Glass-Steagall act, o di uno standard 
simile. In cosa consiste? Si tratta di una legge varata nel 1933 dal presidente americano Franklin D. 
Roosevelt, che divideva le banche in due categorie: le classiche banche commerciali, che avevano il 
compito fondamentale di prestare soldi (allo stato, ai cittadini ecc.) e quelle d'investimento, le cosiddette banche d'affari, che invece potevano investire e speculare sui mercati di capitali.

Leggi simili esistevano, fino a non molto tempo fa in quasi tutto il mondo occidentale. Era un modo per garantire maggiore stabilità agli istituti di credito pensati per finanziare l'economia reale, e lasciare che ad investire e rischiare fossero soggetti diversi.

Se una banca d'affari falliva a nessuno stato sarebbe venuto in mente di salvarla. Essa infatti non 
avrebbe generato alcun effetto domino sui cittadini e sulle casse statali, e sarebbe stata costretta ad 
assumersi tutti i rischi delle proprie operazioni.

Ma questa legge, e le sue simili, furono abolite nel tempo. Negli Stati Uniti a farlo fu proprio una banca. Citicorp, la seconda banca più grande degli Usa, si fuse nel 1998 con la compagnia assicurativa Travelers Group, dando vita a Citigroup. Una banca commerciale che si fondeva con un ente speculativo: un'operazione vietata dal Glass-Steagall act.

Ma questo non frenò la fusione. Al contrario, un anno dopo, Bill Clinton, amico dell'amministratore 
delegato di Citigroup Sandy Weil, e di un altro manager, Robert Rubin, che ricopriva il ruolo di 
segretario al Tesoro del suo governo – approvò il Gramm-Leach-Bliley Act, che di fatto annullava ogni distinzione fra banche e rendeva possibile a qualsiasi soggetto la speculazione finanziaria.

In Italia la distinzione era stata annullata ben sei anni prima, nel 1993, con la introduzione del Testo 
unico bancario che annullava la legge del 1936. Adesso, se una grande banca fallisce lo stato è 
praticamente costretto a intervenire, dunque il rischio 
delle speculazioni finanziarie ricade tutto sulle spalle dei cittadini.

Il gruppo No Big Banks, dalle pagine virtuali del suo blog, lancia l'idea di reintrodurre una legge simile alla Glass-Steagall di modo da porre freno 
alla speculazione degli istituti di credito sulla nostra pelle.

Inoltre affianca all'iniziativa una seconda proposta, correlata: quella di vietare i derivati sul debito 
pubblico, ovvero impedire che il debito sia soggetto a speculazioni da parte di banche e hedge funds, 
che ne determinano tassi d'interesse altissimi.

Sono proposte circostanziate e interessanti, quelle avanzate dal gruppo online. Il rischio in questi casi è che, nonostante la bontà dei contenuti, esse si vadano a perdere nella marea di iniziative che fioriscono ogni giorno sul web.

La Legge Glass-Steagall definisce in modo chiaro la separazione fra attività bancaria tradizionale e 
quella di investimento (Banche di Affari): le due attività infatti 
non possono essere esercitate dallo stesso intermediario.

In soldoni, si devono dividere le banche in due tronconi: da una parte le banche dedicate al credito per famiglie e imprese, (quindi mettendo al sicuro risparmio e concedendo i giusti fondi alle imprese che producono ricchezza) dall’altra le banche che giocano in borsa, che fanno finanza speculativa purchè lo facciano con i propri soldi e non quelli dei risparmiatori.

Salviamo la Gente, Riformiamo la finanza.
Separiamo le banche d’affari dalle banche commerciali invece di finanziare i salvataggi bancari.
Fino agli anni Novanta c’era un muro che separava le banche di investimento e le tradizionali banche 

commerciali che erogano credito, era vietato l’uso dei depositi per fini speculativi.
Poi hanno abbattuto i muri, UNENDO LE VARIE FUNZIONI FINANZIARIE E RENDENDO TUTTI NOI  SCHIAVI DI UN SISTEMA BASATO SULLA BISCA MONDIALE DEI DERIVATI e sui titoli cosiddetti “tossici” che hanno in gran parte determinato
 l’esplosione dell’attuale crisi finanziaria. 

LA GENTE NORMALE NON PUO' PIU' PAGARE PER LA SPECULAZIONE
 DELLA GRANDE FINANZA. 
DOBBIAMO PROTEGGERE LE FAMIGLIE, LE IMPRESE, L'ECONOMIA REALE.
Chi sostiene Glass-Steagall.
Questa la lista di alcune personalità che sostengono il ritorno alla separazione bancaria.
OWS – il movimento Occupy Wall Street; Luciano Gallino; Guido Rossi; il Pontificio Consiglio Justitia et Pax del Vaticano; Giulio Tremonti; Carlo Azeglio Ciampi; Giulio Sapelli; Marco Onado; Franco Bernabè; Paolo Andrea Colombo, presidente dell’Enel; Robert Reich; il regista Michael Moore, Sigmar Gabriel presidente del partito socialdemocratico Spd in Germania; Francois Hollande, politico in corsa per l’Eliseo in Francia; Thomas Hoenig, vice presidente della Federal Deposit Insurance Corporation (FDIC) negli Stati Uniti; Timothy Garton Ash; Arcivescovo di Canterbury Rowan Williams, Chiesa Anglicana; Massimo Mucchetti, giornalista.

Dai il tuo sostegno alla campagna di NOBIGBANKS ed al Disegno di Legge presentato al Senato per la separazione bancaria, clicca qui per leggerlo.
Aderisci alla campagna 
Ci metto la faccia e firmo!
Scrivici due frasi sul perché sei d'accordo e inviaci una tua foto, che pubblicheremo col tuo consenso.
Oppure se riesci, inviaci un breve video di 2/3 minuti in cui ci motivi perché sostieni
 NOBIGBANKS e racconti i tuoi problemi con le banche.

FIRMA LA PETIZIONE:

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Usa Banche e Derivati


Banche e derivati: 
arriva dagli U.S.A. la peggiore catastrofe 
della storia finanziaria

Parliamo di banche e di derivati. Tranquilli non delle nostre, sulle quali pure ci sarebbe da dire, ma di quelle made in Usa e made in Europa. Se c’è qualcosa che la storia possa insegnare è non ripetere gli errori passati. Eppure questa semplice assunzione è sempre più spesso disattesa.


Quando parliamo di banche è meglio farlo con i dati alla mano (sono quelli pubblici dell’Office of the Controller of the Currency – Occ). E i dati ci dicono che il totale dell’attivo delle prime 25 banche Usa a fine giungo 2014 era di 14,1 trilioni di dollari, mentre il valore nozionale dei prodotti derivati in pancia alle stesse ammontava a 302,2 trilioni di dollari. Di questi il 58.4% erano contratti swaps e il 16.6% contratti forward, tutti Over The Counter, ovvero contratti che non passano dai listini di nessuna borsa e i cui scambi sono organizzati da alcuni attori del mercato (spesso le banche stesse). In altre parole per ogni dollaro di totale attivo, ce ne sono 21,4 di prodotti derivati. Ci si aspetterebbe che dopo la crisi finanziaria iniziata con i subprime che ha investito il mondo intero (ve la ricordate) e tutte le promesse fatte circa la regolamentazione del sistema bancario, la situazione sia migliorata. Invece è il contrario, è fortemente peggiorata: i dati al giugno 2006 indicano che l’ammontare del totale dell’attivo delle prime 25 banche made in Usa ammontava a 8,95 trilioni di dollari, mentre il valore nozionale dei contratti derivati era 124,3 trilioni di dollari, vale a dire che per ogni dollaro di attivo ne esistevano 13,9 (contro 21,4 del giugno 2014) di derivati. Detto in altri termini, la bomba Lehman Brothers non ha insegnato nulla alle banche made in Usa. 
Non ci vuole tanto per capire che il rischio complessivo del sistema bancario americano è decisamente maggiore oggi di quanto non lo fosse all’epoca del fallimento di Lehman. La volatilità (il rischio) di una perdita in conto capitale dei prodotti derivati è decisamente molto più elevata rispetto a quella media degli altri prodotti finanziari. E lo abbiamo visto nel picco della crisi, quando il valore di mercato di gran parte dei derivati era pari a zero.

Meglio immaginare una crisi legata magari a problemi valutari, oppure un cambio delle normative sul mercato dei derivati con una ipotetica imposizione di un limite massimo di esposizione, che scateni una conseguente ondata di vendite di questi strumenti finanziari (si parla di un fenomeno che si può verificare anche in pochi giorni o settimane), oppure una perdita di valore delle attività sottostanti, come per esempio un rialzo dei tassi di interesse dell’1%. Il valore nozionale dei contratti rimarrebbe probabilmente costante, ma cambierebbe significativamente il loro valore di mercato. Questo produrrebbe una forte oscillazione nei conti economici delle banche, aumentando la rischiosità complessiva del sistema dovuto ad un aumento dell’incertezza: non essendo a conoscenza di ogni singolo contratto è impossibile sapere chi guadagna e chi perde. Per inciso vi ricordate quando Jp Morgan ha perso 6,22 miliardi di dollari per un “banale errore”. E ancora, se una delle prime cinque banche Usa più esposte ai derivati secondo i dati dell’Occ (Jp Morgan, Citigroup, Goldmand Sachs, Bank of America o Morgan Stanley) facesse la fine della Lehman, che cosa succederebbe al sistema finanziario mondiale? Sarebbe la peggiore catastrofe della storia finanziaria.

Spostiamoci in Europa e prendiamo la più grossa banca Europea: Deutsche Bank. L’ammontare dei derivati che si legge nel bilancio 2013 (pag. 101) è di 54,7 trilioni di Euro, che vuol dire 20 volte il Pil tedesco o 5,7 volte il Pil dell’intera Europa. E’ vero che stiamo confrontando due grandezze diverse: un dato economico (Pil) con uno finanziario (derivati). Non esiste nessuna tuttavia nessuna crisi economica capace di ridurre dell’80-90% il Pil di un paese (nemmeno in Grecia è successo). 

Ma l’esposizione ai derivati può creare danni di diversi trilioni di euro anche in pochi mesi.
 E questo solo per una banca tedesca.



EPPURE UNA SOLUZIONE MOLTO SEMPLICE CI SAREBBE.
LA SEPARAZIONE BANCARIA
SEPARARE IL DENARO IN POSSESSO DELLE BANCHE IN
1) PRODOTTI FINANZIARI
2) SEMPLICI CONTI CORRENTI DEI CITTADINI
IN QUESTO MODO SOLO LE BANCHE PAGHEREBBERO
L'ERRORE DI ACQUISTO DEI DERIVATI IN CASO DI PERDITA
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Lo schema Ponzi è un modello economico di vendita




Lo schema Ponzi è un modello economico di vendita truffaldino che promette forti guadagni alle vittime a patto che queste reclutino nuovi "investitori", a loro volta vittime della truffa.

La tecnica prende il nome da Charles Ponzi, un immigrato italiano negli Stati Uniti che divenne 
famigerato per avere applicato una simile truffa su larga scala nei confronti della comunità di immigrati prima e poi in tutta la nazione. Ponzi non fu il primo a usare questa tecnica, ma ebbe tanto successo da legarvi il suo nome. Con la sua truffa coinvolse infatti 40 000 persone e, partendo dalla modica cifra di due dollari, arrivò a raccoglierne oltre 15 milioni.

Lo schema di Ponzi si è sviluppato nel tempo in varianti più complesse, pur mantenendo la stessa base teorica e continuando a sfruttare l'avidità delle persone. Oggi esistono normative serie al riguardo per cui strutture con questi schemi risultano illegali in ogni parte del mondo tutelando sia l'incolumità delle persone sia quelle aziende che scelgano di avvalersi del marketing multilivello.

Lo schema di Ponzi è tornato alla ribalta internazionale il 12 dicembre 2008, a causa dell'arresto di 
Bernard Madoff, ex presidente del NASDAQ e uomo molto famoso nell'ambiente di Wall Street. L'accusa nei suoi confronti è di aver creato una truffa compresa tra i 50 e i 65 miliardi di dollari (una delle maggiori della storia degli Stati Uniti) proprio sul modello dello schema di Ponzi, attirando nella sua rete molti fra i maggiori istituti finanziari mondiali. Il 12 marzo 2009 Bernard Madoff si dichiarò colpevole di tutti gli undici capi d'accusa a lui ascritti e fu condannato a 150 anni di carcere.

Nel giugno 2013 viene arrestato il tunisino Adel Dridi per aver truffato migliaia di piccoli risparmiatori tunisini applicando lo schema Ponzi.

Lo schema di Ponzi permette a chi comincia la catena e ai primi coinvolti di ottenere alti ritorni 
economici a breve termine, ma richiede continuamente nuove vittime disposte a pagare le quote. I 
guadagni derivano infatti esclusivamente dalle quote pagate dai nuovi investitori 
e non da attività produttive o finanziarie.

Il sistema è naturalmente destinato a terminare con perdite per la maggior parte dei partecipanti, perché i soldi "investiti" non danno alcuna vera rendita né interesse, essendo semplicemente incamerati dai primi coinvolti nello schema che li useranno inizialmente per rispettare le promesse. La diffusione della truffa spesso diventa di tale portata da renderla palese, portando alla sua interruzione da parte delle autorità.

Le caratteristiche tipiche sono:

Promessa di alti guadagni a breve termine;
Ottenimento dei guadagni da escamotage finanziari o da investimenti di "alta finanza" 
documentati in modo poco chiaro;
Offerta rivolta, all'epoca in cui fu architettata la truffa, ad un pubblico
 non competente in materia finanziaria;
Investimento legato ad un solo promotore o azienda.
Risulta evidente che il rischio di investimento in operazioni che sfruttano 
questa pratica è molto elevato. 

Il rischio è crescente al crescere del numero degli iscritti, essendo sempre più difficile trovare nuovi 
adepti.In Italia, Stati Uniti e in molti altri Paesi, 
questa pratica è un reato, essendo a tutti gli effetti una truffa.

Un soggetto promette guadagni fuori dagli standard su un investimento a breve termine, spesso 
riferendosi in termini fumosi a meccanismi complessi o inesistenti.

Senza un investimento documentato, solo pochi investitori danno fiducia alla persona, la quale assicura loro di rispettare i patti: pagherà quanto pattuito, anche se lo farà andando in perdita o più spesso prelevando fondi versati da nuovi investitori. 
In seguito così potrà beneficiare della sua buona fama per 
far aumentare il capitale investito e il numero degli investitori.

I primi investitori, ripagati, reinvestiranno i fondi e parleranno bene dell'investimento attirando nuove vittime, fino a che la persona, giunta al massimo del guadagno, 
sparirà nel nulla con i soldi presenti in quel momento.

Presto o tardi tuttavia la difficoltà di reperire nuovi adepti porterà lo schema a collassare da solo, non 
riuscendo a ripagare gli investimenti o venendo scoperto dalle forze dell'ordine.



Bernard Madoff (New York, 29 aprile 1938) accusato di una delle più grandi
 frodi finanziarie di tutti i tempi.

Nasce a New York da una famiglia di origine ebraica, si sposa con Ruth Madoff.Era molto conosciuto e stimato nella comunità, come dimostrano le numerose cariche ricevute presso le più importanti istituzioni culturali della città. Era consigliere della Sy Syms School of Business della Yeshiva University, del New York City Center e membro del Cultural Institutions Group. È stato anche presidente del NASDAQ, il listino dei titoli tecnologici statunitensi.

Attività imprenditoriale
Ha iniziato la sua attività come broker negli anni sessanta reinvestendo gli utili 
della sua attività di bagnino a Long Island.

Man mano che la sua impresa, la Bernard Madoff Investment Securities, cresceva di dimensioni, ha 
assunto molti familiari, a partire dal fratello Peter e dai figli Mark e Andrew. La sua reputazione 
personale, specialmente nella comunità ebraica, era così grande da essere stato soprannominato 
Jewish Bond (Obbligazione ebraica).

Scoperta della truffa
L'11 dicembre 2008 Madoff è stato arrestato dagli agenti federali, accusato di aver truffato i suoi clienti causando un ammanco pari a circa 50 miliardi di dollari. La sua società si è infatti rivelata come un gigantesco schema Ponzi.

Tale sistema deve il suo nome a un italiano immigrato che agli inizi del '900 per primo lo mise in atto su grande scala, e consisteva nel promettere fraudolentemente agli investitori alti guadagni pagando gli interessi maturati dai vecchi investitori, con i soldi dei nuovi investitori. Rispetto agli altri hedge fund Madoff non vantava profitti del 20~30% ma si attestava su un più credibile rendimento del 10% annuo, costante nonostante l'andamento del mercato. La truffa consisteva nel fatto che Madoff versava l'ammontare degli interessi pagandoli con il capitale dei nuovi clienti. Il sistema è saltato nel momento in cui i rimborsi richiesti hanno superato i nuovi investimenti. Nell'ultimo periodo le richieste di disinvestimento avevano raggiunto una cifra, circa 7 miliardi di dollari, che Madoff non è stato in grado di onorare con le risorse finanziarie disponibili.

La dimensione della truffa messa in piedi da Madoff è almeno
 tre volte più grande dell'ammanco 
causato dal crac Parmalat.

I dubbi sulle autorità di controllo
Il caso Madoff rappresenta un grave fallimento per le attività di controllo. La SEC, già a partire dal 1992, aveva effettuato diverse verifiche presso la Bernard Madoff Investment Securities, senza rilevare gravi violazioni. Addirittura nel dicembre del 2008 era stato segnalato che nonostante Madoff gestisse circa 17 miliardi di dollari per conto dei suoi clienti, 
solamente 1 miliardo era investito in azioni.

Anche i concorrenti e gli altri analisti avevano nel tempo espresso dubbi sulle incredibili performance di Madoff, come ad esempio Harry Markopolos, che nel 1999 e nel 2005, dopo essere arrivato alla 
conclusione che i risultati di Madoff erano tecnicamente molto sospetti se non impossibili, denunciò la cosa alle autorità di controllo.



Ripercussioni della truffa
I clienti di Madoff erano perlopiù grandi istituti finanziari e investitori istituzionali, sui quali sono ricadute le conseguenze della truffa. Diverse banche in tutto il mondo hanno dichiarato di essere esposte verso il fondo di Madoff sia direttamente, sia attraverso fondi da loro gestiti. Tra le italiane Unicredit per 75 milioni di euro e il Banco Popolare per 8 milioni. 
Più gravi invece le ricadute per altri istituti europei come Royal Bank of Scotland esposta per circa 445 milioni di euro, la spagnola Bbva per circa 300 
milioni di euro e la francese Natixis con perdite pari a 450 milioni di euro. L'importo più consistente pare essere quello del gruppo britannico HSBC, esposto per circa un miliardo di dollari (tuttavia al 
mese di ottobre 2011, la SEC ritiene che il gruppo britannico sia riuscito a rientrare in possesso di 
almeno 600 milioni di dollari tramite indagini private) e della società di gestione Fairfield Greenwich 
Group che ha investito nel fondo di Madoff oltre metà del suo patrimonio 
per una cifra di 7,5 miliardi di dollari.

Sembra che anche alcuni importanti personaggi del mondo degli affari o dello spettacolo abbiano 
investito cifre più o meno ingenti con Madoff, direttamente o tramite fondazioni a loro riconducibili. Ad esempio, la Wunderkinder Foundation di Steven Spielberg potrebbe aver perso una buona parte del suo capitale; stessa sorte sarebbe toccata al magnate dell'editoria Mortimer Zuckerman, al premio 
Nobel Elie Wiesel e all'attore John Malkovich. Il 29 giugno 2009 Madoff
 è stato condannato a 150 anni di carcere per i reati commessi.

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Europa Cancella il Diritto di Asilo



Europa cancella il diritto di asilo

I Paesi membri del Consiglio Europeo, riuniti con la loro controparte turca a Bruxelles, hanno firmato un piano di azione per far fronte alla questione migrazione in Europa, dando vita ad un accordo che 
prevede il pagamento di tre miliardi di euro alla Turchia per gestire rifugiati e migranti, in linea – 
secondo i leader dei 28 paesi – con il diritto internazionale e quello europeo. 

La dichiarazione ufficiale, dopo aver ricordato gli sforzi comuni di lotta contro il terrorismo, e quindi dopo aver de facto assimilato la questione migrazione alla questione terrorismo internazionale, sancisce la disponibilità da parte della Turchia ad accogliere i migranti in arrivo dalla Grecia e a riprendere ed ospitare tutti i migranti “irregolari” intercettati nelle acque turche. 
I migranti irregolari, ovvero tutti. 

La Turchia e l’Unione Europea, inoltre, hanno concordato sulla necessità di aumentare le misure che 
combattano il traffico dei migranti stessi, attraverso una intensificata attività della NATO nel Mar Egeo. Secondo i leader europei, la migrazione irregolare dalla Turchia verso l’Unione Europea dovrebbe arrestarsi attraverso l’adozione di queste misure. 
Tutti i migranti in arrivo dalla Turchia alle isole della 
Grecia, dal 20 marzo in poi, saranno riportati in Turchia. 



Non si tratterebbe di espulsioni, dicono a Bruxelles, 
ma di rispetto del diritto europeo ed internazionale. 

Ovvero, estremi rimedi ad estremi mali, l’accordo sarebbe una misura straordinaria e temporanea 
“necessaria a porre fine alla sofferenza umana e a restaurare l’ordine pubblico”. In altre parole una 
soluzione non soluzione. Una condanna della migrazione tout court. 

I migranti in arrivo alle isole della Grecia saranno registrati e le richieste di asilo trattate dalle autorità greche competenti, insieme all’Alto Commissariato per i Rifugiati dell’ONU. I migranti che non hanno diritto di asilo, saranno accompagnati “à la sortie”, in Turchia. Peccato che la Turchia non abbia ratificato il protocollo ONU del 1967 relativo allo status di rifugiato e che la questione curda sia di grandissima attualità, così come il rispetto dei diritti umani in genere. 

Il diritto di asilo, ricordiamo, è una delle fondamenta del diritto internazionale. L'Unione Europea si è impegnata a costruire un sistema comune di Asilo Europeo basato sulla applicazione della Convenzione sui rifugiati del 1951, di cui l'Alto Commissariato è custode. L'UE, quindi, ha un ruolo importante nel garantire asilo e reinsediamento all'interno e all'esterno dell'Unione, e il diritto comunitario dovrebbe avere una notevole influenza sullo sviluppo dei meccanismi di protezione dei rifugiati anche in altri paesi. 

La Grecia e La Turchia, quindi, assistite dall’Unione e dalle agenzie del sistema internazionale, 
dovrebbero lavorare insieme per mettere in atto la politica comunitaria della non-decisione. 

Dopo aver inferto un colpo mortale al diritto di asilo, al principio di non respingimento e ai principi di solidarietà e di cooperazione tra esseri umani, l’accordo sancisce che per ogni siriano riportato dalla Grecia alla Turchia, un altro siriano potrà essere reinsediato dalla Turchia in EU. Priorità sarebbe data ai migranti che non sono mai entrati o che non hanno mai provato ad entrare irregolarmente nell’Unione: ovvero, chi ci ha già provato, magari a causa di una disperazione che dura da lungo tempo, sarebbe penalizzato. 

Secondo la Convenzione di Ginevra, il divieto di respingimento è applicabile a ogni forma di 
trasferimento forzato, compresi deportazione, espulsione, estradizione, trasferimento informale e non 
ammissione alla frontiera. È possibile derogare a tale principio, infatti, solo nel caso in cui un rifugiato venga considerato un pericolo per la sicurezza del paese in cui risiede
 o una minaccia per la collettività.

L’Unione, inoltre, ci fa sapere che, si farà carico dei rifugiati accogliendone fino a 18.000. Dovesse 
verificarsi la necessità di nuovi reinsediamenti, essi potranno realizzarsi attraverso un meccanismo di 
accordo volontario tra capi di stato fino ad un limite massimo di 54.000 persone. À la carte, visto che il testo lascia intravedere la possibilità di rivedere gli accordi. 

Ma cosa sono 72.000 persone rispetto alle maree umane 
che cercano aiuto e diritti in Europa? 

L’anno scorso in Germania sono entrati oltre un milione di migranti. Cosa sono 72.000 persone in 
confronto ai 508 milioni di europei che abitano l’Unione? Nulla. Cosa sono i 72.000 in confronto ai 5 milioni di siriani in fuga dagli orrori dell’ISIS e della guerra civile? 

La Turchia dovrebbe adottare le misure necessarie per prevenire l’immigrazione illegale via mare e 
terra. La Turchia, però, è lo stesso paese condannato diverse volte dalla Corte dei Diritti Umani di 
Strasburgo per il non rispetto dei diritti umani stessi. Tuttavia essa è stata promossa, in pochi mesi è 
diventata il garante dei diritti dei rifugiati per conto dell’Unione Europea. Cosa ne penseranno i curdi? E cosa accadrà ai curdi siriani?

Un’Europa che si lava le mani della questione migrazione e che dà le chiavi dell’impero al Gran Visir. La Turchia ha fatto un salto di qualità incredibile. Disposta a tutto pur di accelerare l’accesso in Europa, vendendosi, essa si è offerta di fare il lavoro sporco per lavar via un problema affrontato così male dai paesi dell’Unione, da esser divenuto ingestibile. 

Sia gli stati membri fondatori, molti dei quali con una lunga tradizione di migrazione e di accoglienza, che gli stati membri che sin dall’inizio hanno chiesto che le istituzioni europee optassero per la difesa del diritto ad un’Unione solida, ricca, e chiusa (vedi gruppo Visegrad),
 hanno ceduto alla ipocrisia e al populismo. 

Ovunque in Europa si è data l’immagine che la migrazione possa creare una Molenbeek in ogni angolo. Povera Molenbeek, autentico quartiere multiculturale e artistico che, come tutta Bruxelles, è stata offesa, vilipesa e identificata con un problema, quello del terrorismo, che non nasce certo dal 
multiculturalismo. Il terrorismo è una metastasi di mali ben più ampi e ben più gravi delle differenze 
religiose, culturali, dell’emarginazione sociale delle banlieu e come tale andrebbe affrontato. 

Una serie di misure tecniche, poi, definiscono le modalità di entrata e di uscita e della esecuzione delle operazioni. Fino al punto 8, dove viene ridefinita la volontà dell’EU di “re-energise” il processo di accessione della Turchia all’Unione, con una proposta che sarà presentata in aprile. 

All’ultimo punto, finalmente, la volontà dell’Unione e dei suoi stati membri a porre fine alla tragedia 
umanitaria in Siria (per fermare il flusso migratorio). Una dichiarazione poco lungimirante, perché i 
fenomeni migratori costituiscono ormai una ben nota normalità per l’Unione Europea, nonostante i 
recenti trend eccezionali. La migrazione non è più un fenomeno occasionale ma ormai una realtà 
imprescindibile, un assunto della realtà del pianeta. 

E’ una occasione persa quella da parte dell’Unione Europea. Era il momento di mettersi al fianco delle Nazioni Unite e di quelle agenzie che gestiscono con quotidiana eroicità la migrazione, come 
l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni. 

Invece si è declassata la questione ad affare temporaneo, un evento, un’emergenza, un’urgenza. La 
realtà però è prepotente e mostra che le migrazioni, sia quelle nate da ragioni politiche che quelle 
derivanti dalla povertà, fanno parte integrante del sistema mondiale e che esse non possono essere 
delocalizzate, respinte, rimandate al mittente come si farà con chi cercherà di entrare in Europa. 

In cosa consiste, quindi, la politica europea in materia di migrazione? Quali sono gli assunti di base a 
partire dai quali indirizzare l’Unione in futuro? 

L'UNHCR ha più volte alzato la voce con l’UE e ribadisce, nell’ultima nota ufficiale, che “il caos che ha prevalso nel 2015 e fino ad ora nel 2016 non risponde né ai bisogni delle persone in fuga da guerre e che hanno bisogno di sicurezza, né agli interessi della stessa Europa.” 

Le difficoltà pratiche della messa in atto dell’accordo sembrano davvero importanti, e purtroppo si teme che le garanzie inserite, già scarse, non possano essere rispettate o che la protezione che deve essere garantita a chi fugge da guerre e persecuzioni venga cancellata dalle difficoltà che inevitabilmente nasceranno nella gestione corrente. 

Anche Amnesty International ha espresso la propria condanna dell’accordo, definendo “doppio” il 
linguaggio dei leader europei che non sono riusciti a nascondere le enormi contraddizioni dell'accordo. John Dalhuisen, direttore del programma Europa e Asia centrale di Amnesty, ha dichiarato che “La Turchia non è un paese sicuro per i migranti e i rifugiati e ogni procedura di ritorno sarà arbitraria, illegale e immorale a prescindere da qualsiasi fantomatica garanzia possa precedere questo finale già stabilito”. 

Dietro i proclami sul rispetto dei diritti dell’uomo, del diritto internazionale e del diritto europeo, si spera che ci sia la reale volontà di rispettare il diritto d’asilo, accusato di attirare centinaia di migliaia di rifugiati. Il diritto purtroppo, a volte, nelle sue pieghe interpretative, riesce a rendere accettabile ciò che moralmente non è. Come le espulsioni individuali collettive. 

L’abbandono, de facto, del diritto di asilo interromperà la migrazione? No.
Perché i rifugiati siriani non rappresentano che una minima parte del flusso attuale, mentre chi emigra per sfuggire alla povertà o ad altri conflitti, tenterà sempre di entrare. Il fenomeno migratorio non potrà arrestarsi se non vengono risolte alla radice le sue cause. 

Il problema è molto più vasto e complesso.
L’arrivo dei migranti non è che la punta d’iceberg di un 
dramma globale che riguarda conflitti gravissimi, 
che la diplomazia internazionale e la politica hanno fallito nell’affrontare, 
e la terribile questione della povertà.



 I PROFUGHI SCAPPANO DALLE GUERRE SCATENATE E VOLUTE DAGLI STATI UNITI ,  UNA PARTE DI ESSI LI ACCOLGANO LORO E CHE COMINCINO A RIFLETTERE SUI DANNI CHE HANNO CREATO IN TUTTO IL MONDO ?


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domenica 27 marzo 2016

Dio è morto ?



Più atei che credenti. Così il mondo volta le spalle a Dio

Studio su 30 paesi, crollo tra i giovani. In Italia fedeli calati del 20,5% in venti anni.
Più atei che credenti. Così il mondo volta le spalle a Dio.
Stando ai sondaggi raccolti dal presidente 
dell’UAER, Luciano Surace, nel nostro paese resiste la fascia d´età degli over 68, dato dimezzato due generazioni dopo. Religiosità in crescita nelle zone dove in nome di un credo si combatte e si muore. 

In Italia il 41% delle persone dichiara di seguire una religione ma non si considera spirituale. Caratteri maiuscoli rossi su copertina nera. “Dio è morto?” si chiedeva la rivista americana Time l´8 aprile 1966. Solo per ribaltare l´argomento, tre anni più tardi, 
con una copertina bianca solcata dai raggi del Sole: 

“Dio è resuscitato?”.

Tom Smith, sociologo dell´università di Chicago, ricorda quella confusione di impulsi nell’America dei tardi anni ´60 come il punto di partenza della più lunga ed estesa analisi sociale sulla salute di Dio nel mondo. Dopo le prime due tappe del 1991 e del 1998, il rapporto “Religion” dell´International Social Survey Programme sulla “Fede in Dio nel mondo attraverso gli anni e le nazioni” è arrivato oggi alla sua terza edizione. Ottocentoventi milioni di persone in 42 paesi dal Cile al Giappone hanno raccontato ai ricercatori il loro rapporto con la spiritualità. In una mappa che pure si presenta con colori distinti e contrastanti, contraddizioni e inversioni di rotta, la conclusione generale è che il declino della religiosità nel mondo è lento ma costante.

La fede in calo
Il presidente dell’UAER, Luciano Surace, fa notare come i numeri dello stillicidio parlano chiaro: i 
credenti tra il 1991 e il 2008 sono calati in 14 dei 18 paesi che hanno partecipato a entrambe le 
indagini. La percentuale degli atei viceversa è cresciuta in 15 nazioni. Per quanto riguarda l´Italia, nel corso dei vent´anni gli atei sono cresciuti del 19,5% e i credenti hanno registrato un declino della fede per nulla trascurabile: il 20,5%. Come se stesse progressivamente prendendo forma l´immagine di 
Pasolini che nel 1973 vedeva la parola “Jesus” una volta per tutte legata a una marca di jeans.

Il bastione della terza età
Il bastione della fede resta la fascia degli over 68. In Italia ad esempio dichiara di credere in Dio il 54,7% delle persone con più di 68 anni contro il 21,9% dei giovani al di sotto dei 28 anni. Basta dunque saltare due generazioni per tagliare a metà il bacino della fede degli italiani. E il fenomeno è ancora più netto nella cattolicissima Spagna, dove la religiosità balza dal 65,4% degli anziani al 25,8% dei giovani. In maniera del tutto speculare viaggia il numero di coloro che dichiarano di “Non credere e non aver mai creduto”. In Italia sono il 22% tra gli
 under 28 contro un misero 3,5% tra gli over 65.

«La fede in Dio – spiega Luciano Surace – cresce molto probabilmente tra i più anziani per via 
dell’approssimarsi della morte».

Gli effetti del Fascismo
Il Fascismo mostra come il lavoro di spugna sulla spiritualità degli individui sembra aver funzionato bene nei paesi del blocco Fascista, ma quasi per nulla per quanto riguarda l’allora religione di Stato che era in gran parte considerata un male interno postumo alla Breccia di Porta Pia, considerata come tale da gran parte degli stessi fascisti, sopratutto i sansepolcristi. Pur con due importanti eccezioni (la Spagna e il Portogallo), le nazioni dell’Europa dell´est si ammassano in fondo alla classifica dei credenti. L´ex Germania dell´est ha anche il record di atei (59,1%), seguita dalla Repubblica Ceca (49,9%). E sempre fra i tedeschi orientali la religiosità raggiunge uno striminzito 11,7% tra gli over 68 ed è addirittura ferma allo zero tra i giovani con meno di 28 anni.

Fede e conflitti
C´è un aspetto che impressiona tra i dati del rapporto. I paesi in cui la religiosità è in aumento sono 
spesso quelli in cui per la fede si combatte e si muore. Israele ad esempio è secondo solo alle Filippine per il numero di persone che dichiarano di “credere fermamente in Dio” e i credenti sono aumentati del 23% tra il ´91 e il 2008. Cipro è al quarto posto. Scendendo di poco si incontra l´Irlanda del Nord. Nella classifica dei paesi più vicini alla religione ci sono ovviamente gli Stati Uniti. Paese che è forse azzardato definire in guerra per la propria fede. Ma in cui sicuramente – fanno notare i ricercatori dell´università di Chicago – «c´è un´intensa competizione tra le religioni principali e tra le varie confessioni cristiane».

La forma di Dio
Il Dio in cui credono gli intervistati (in maggioranza, ma non esclusivamente cristiani) è soprattutto un Dio-persona, che si preoccupa per le sorti dell´umanità. Per due italiani su sei è in grado di compiere miracoli. E quando nel 2008 Tom Smith ha provato a domandare a un campione di americani a quale figura familiare si sentirebbero di associare Dio, la maggioranza ha scelto “padre” a “madre”, “padrone” a “sposo”, “giudice” piuttosto che “amante” e “re” piuttosto che “amico”.

Il paradosso italiano
La parte italiana dei dati è stata raccolta da Cinzia Meraviglia dell´Istituto di Ricerca Sociale dell
´università del Piemonte Orientale, mentre il rapporto sul nostro paese è stato curato da Deborah De 
Luca dell´università di Milano. «In Italia – spiegano le due ricercatrici – il 31% delle persone dichiara di seguire la religione cattolica ma di non considerarsi una persona spirituale. Come se la fede fosse un valore culturale, le cui radici vanno cercate nella tradizione e nell’abitudine». Si spiega così come mai il 66% degli italiani abbia un crocefisso o un altro simbolo religioso in casa, ma solo un misero 13% vada a messa regolarmente. Nel nostro paese la Chiesa è anche l´istituzione di cui ci si fida di più accanto alla scuola (anche se l´80% degli intervistati ritiene che il Vaticano non debba dare indicazioni di voto o fare pressioni sui governi). Ma allo stesso tempo il 51% degli italiani dichiara di avere un proprio modo personale di comunicare con Dio, 
senza passare per Chiesa e riti religiosi.

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sabato 26 marzo 2016

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domenica 20 marzo 2016

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