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venerdì 29 aprile 2016

INTERNET nei Paesini Italiani GRATIS


Il social web di Verrua Savoia: 
Internet a costo (quasi) zero per tutti.
Primo caso in Italia: un gruppo di cittadini fonda un’associazione no profit con lo scopo di gestire la rete senza bisogno dei tradizionali provider. Il ministero approva: costerà 4 euro al mese.
Cinque anni fa era una sfida: portare Internet là dove i provider non arrivano perché non conviene, c’è troppo poco da guadagnare. Oggi è ben più di un esperimento. È una breccia, una strada aperta che migliaia di comuni potranno replicare. 

Tra due giorni Verrua Savoia, paese di 1.477 abitanti a 60 chilometri da Torino, sarà il primo comune italiano a essere considerato un provider, ovvero un fornitore di servizi Internet, sul modello delle compagnie telefoniche cui tutti noi siamo abbonati. Meglio, il provider non sarà il Comune (la legge lo vieta) ma un’associazione di cittadini creata ad hoc. L’hanno chiamata «Senza Fili, Senza confini», progetto culturale senza fini di lucro con un unico scopo: «sostenere la crescita e il rafforzamento della cultura locale e il sostegno di Internet come strumento di promozione e tutela delle identità culturali». Fornirà una connessione Internet a 20 Mb/s a qualunque abitante di Verrua Savoia lo richieda. Non più gratuitamente, come avveniva finora, ma in cambio della quota d’iscrizione annuale all’associazione: 50 euro, ovvero 4 al mese, prezzo imbattibile per una connessione che nessuna compagnia telefonica riuscirebbe a garantire in un comune di montagna. 

A capo di questo esperimento dirompente c’è Daniele Trinchero, professore del Politecnico di Torino e fondatore del laboratorio i-Xem. L’hanno soprannominato «mister Wireless» perché da qualche anno si è fissato con un’idea che persegue tenacemente: portare i collegamenti Internet nei luoghi più remoti che, proprio perché isolati, sono poco convenienti. Lui ci riesce. Spendendo pochissimo. Ha portato Internet a Capanna Margherita, sul Monte Rosa, il rifugio più alto d’Europa. L’ha portato nella foresta amazzonica, 
in Ecuador; e l’ha portato alle isole Comore. Poi ha deciso di portarlo a casa sua, a Verrua Savoia. «Un giorno, nel 2009, incontro il sindaco, mi racconta di aver ricevuto un preventivo di 30 mila euro per portare l’adsl. Uno sproposito». Trinchero riunisce i ragazzi di i-Xem e cerca un’alternativa. Quale? Recuperare vecchi pc, schede radio come quelle montate nei router e alcune antenne recuperate da un vecchio provider che faceva comunicazioni radio fm. Tanto basta per creare due ponti radio da quaranta chilometri ciascuno portando la banda larga nel 97% del territorio comunale. Il tutto spendendo quasi nulla. 



Il progetto funziona, il Politecnico lo sostiene, il Comune ovviamente anche: in pochi mesi 260 famiglie di Verrua si garantiscono una connessione veloce alla rete che altrimenti non avrebbero avuto. Ora, però, l’esperimento si è esaurito. «Ma noi non potevamo chiudere questa storia con un bollo ministeriale apposto su una relazione tecnico-accademica. Volevamo trovare il modo di dargli continuità mantenendo inalterate, anzi rafforzando, tutte le caratteristiche sociali e comunitarie che hanno animato la sua esistenza», racconta Trinchero.  

Nei mesi scorsi raduna un team: i suoi collaboratori, un esperto di Internet e di tutte le sue implicazioni come Juan Carlos De Martin, co-direttore del Centro Nexa su Internet & Società del Politecnico di Torino, l’avvocato Marco Ciurcina e Tiziana Sorriento, vicepresidente del Codacons: Cercano una soluzione. La trovano: trasformare l’esperimento in un’associazione di cittadini e registrarla come provider. Nessuno l’ha mai fatto in Italia. Ma il ministero dello Sviluppo economico accoglie la richiesta e concede tutte le autorizzazioni. Venerdì si parte. Con tecnologie commerciali, non più quelle fai da te di cinque anni fa, ma con la stessa vocazione sociale: un gruppo di cittadini (l’associazione ha 29 soci) si unisce facendosi carico degli investimenti per accedere alla banda larga, acquistandola in gruppo con costi più accessibili ed evitando agli operatori tradizionali investimenti dedicati. «Può diventare un modello dirompente, soprattutto nelle zone rurali», ragiona Trinchero. Per portare il web - e, con esso, informazioni, cultura, opportunità - a chi vive isolato dai grandi centri. Se si pensa che 3.521 degli 8.092 comuni italiani hanno meno di 2 mila abitanti, la portata di quanto sta per accadere a Verrua Savoia diventa subito lampante. 

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mercoledì 27 aprile 2016

I Prodotti della Apple Quanto Durano ?


Quanto durano davvero i prodotti della Apple
Obsolescenza programmata? Sistemi operativi da cambiare apposta? Dopo una denuncia che rivela il 
malcontento dei consumatori, l’azienda fondata da Steve Jobs risponde
Scenari futuri: dove ritorna - inquietante - il termine "obsolescenza programmata". 
Volete un esempio? 

La stessa Apple dichiara che, per i dispositivi che hanno un sistema come IOS e watchOS” come 
l’iPhone, calcola una durata di vita approssimativa di circa tre anni. Le modalità di un eventuale riciclo non sono meglio specificate, ma la spirale consumistica nella quale siamo sempre più invischiati non promette nulla di buono. Ma è veramente quello che vogliamo?
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Craxi e il debito pubblico



Craxi e il debito pubblico 

‘Quando Craxi si beveva Milano’

Il direttore dell’Avanti ha già risposto al livore rabbioso di Corrado Augias che ha attribuito a Craxi il debito pubblico italiano nelle sue attuali proporzioni.Quando Craxi diventa Presidente del Consiglio il debito è al 70% del Pil (agosto 1983). 
Quando lascia, quattro anni dopo, il debito è arrivato all’84%. 

L’inflazione dal 16% si è ridotta al 4%.

Rapporto debito pil , il debito comincia a salire dall’inizio degli anni settanta e questo accade soprattutto perché,nel nuovo contesto dell’inconvertibilità del dollaro proclamata da Nixon nel ferragosto del 1971, le monete cominciano a fluttuare e la lira comincia a svalutarsi mentre alla fine del 1973 esplode la crisi petrolifera,con effetti conseguenti di stagnazione e inflazione che si presentano insieme.
Nel 1976, quando comincia l’epoca dell’Unità nazionale con il sostegno dei comunisti al governo 
Andreotti, l’inflazione è al 16%, il debito al 56,8% del PIL,con una crescita di 17 punti rispetto a sei anni prima. Nel 1979 il debito raggiunge il 60%. Quando nel 1983 Craxi diventa Presidente del Consiglio il debito è al 70% e l’inflazione al 16%. In quel periodo si registra una fortissima impennata verso l’alto dei tassi di interesse. Cosa sta succedendo?

Sul piano internazionale è iniziata l’epoca di Paul Volcker con un famoso discorso del 6 ottobre 1979 
dell’economista che Carter aveva collocato due mesi prima alla Presidenza della Federal Reserve: era necessario aumentare drasticamente i tassi di interesse, che raggiunsero in poco tempo il 20%. Reagan appoggiò quelle scelte, che puntavano ad un dollaro forte, alla riduzione dell’inflazione e quindi al rafforzamento dei creditori, anche scontando un elevato livello di disoccupazione.Per l’Italia questo significava pagare più interessi sul debito e la circostanza fu aggravata da una scelta interna.

Nel 1981 il ministro del Tesoro Beniamino Andreatta liberò la Banca d’Italia dall’obbligo di sottoscrivere i titoli di Stato e i tassi di interesse sul debito schizzarono verso l’alto. L’obiettivo di Andreatta, fortemente contrastato da Rino Formica, era quello di abbattere i salari. Nel 1984 l’Italia spendeva – al netto degli interessi sul debito – il 42,1% del Pil, che nel 1994 era aumentato appena al 42,9%. Nello stesso periodo la media Ue (esclusa l’Italia) passò dal 45,5% al 46,6% e quella dell’eurozona passò dal 46,7% al 47,7%. Da dove derivava allora la maggiore crescita del debito italiano? Dalla spesa per interessi sul debito pubblico, che fu sempre molto più alta di quella degli altri Paesi. La spesa per interessi crebbe in Italia dall’8% del Pil nel 1984 all’11,4%, livello di gran lunga maggiore del resto d’Europa. Sempre nello stesso periodo la media Ue passò dal 4,1% al 4,4% e quella dell’eurozona dal 3,5% al 4,4%. Così,la misura di Andreatta, che doveva salvaguardare i vincoli di spesa e abbassare i salari, diventò una 
valanga che ingigantiva le rendite finanziarie.

E qui mi sia consentito un ricordo personale,anche per interrompere questa noiosa sequela di cifre.
Accadeva che i titoli di stato erano esenti da imposte, il che attirava il popolo dei BOT che comunque riceveva interessi inferiori all’inflazione e subiva un’imposta patrimoniale occulta. Le imprese invece, e particolarmente quelle finanziarie, potevano contrarre prestiti i cui interessi erano deducibili dall’imponibile per costituire… redditi esenti! In questo modo le Banche e le imprese annullavano gli utili e l’imposta sul reddito delle persone giuridiche era la Cenerentola del sistema tributario. L’11 ottobre 1984 in Commissione finanze mettemmo in minoranza la DC, chiedendo la fine di questo assurdo meccanismo. Il segretario della DC andò a protestare dal Presidente del Consiglio, che lasciò filtrare una critica al nostro comportamento, poi ripresa il giorno successivo in un articolo sull’Avanti del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Giuliano Amato. Sempre sull’Avanti del 16 ottobre uscì la replica, firmata da Formica, Ruffolo e da me, nella quale si scriveva:
“Il carico tributario grava in Italia sul lavoro dipendente, ma la struttura delle imposte non facilita né i profitti di impresa né il capitale di rischio. I vantaggi vanno tutti al capitale inerte. C’è di più: c’è il fatto che uno dei trucchi più usati è appunto quello di utilizzare i titoli del debito pubblico per precostituire erosioni dagli imponibili. Ci sono due mercati del debito pubblico: quello di chi può ridurre gli imponibili e quello del risparmiatore che non può. Anche per questo vi è un intervento urgente da compiere sul primo mercato che si giova del debito e lo alimenta, con un sistema peraltro regressivo perché chi ha più possibilità viene più premiato:esattamente il contrario dell’art.53 della Costituzione”. A Montecitorio incontrai Bruno Visentini che si complimentò per l’articolo e mi chiese di mantenere un segreto: aveva parlato con Craxi e pensava di poterlo convincere. Potevo mantenere il segreto con tutti tranne che con Bettino. E lo chiamai. “Quali altri guai mi combini?” Con questo esordio era difficile proseguire con le 
mie ragioni. E subito aggiunse: “Vieni qui, con il casino che hai fatto sulle barriere architettoniche 
adesso puoi arrivare senza fare un gradino”. Lo trovai,come sempre, con la scrivania stracolma, dalla 
quale spuntava l’Avanti di quel giorno. Ascoltò il mio sfogo e aggiunse: “Il Presidente del Consiglio deve tenere unita la maggioranza. Ma il segretario del Partito ti invita ad andare avanti”. E quindi? “Adesso il governo deve decidere e deciderà”. Un mese e mezzo dopo il decreto era fatto. Due anni dopo anche le rendite finanziarie erano tassate: con la discesa dell’inflazione non si pagava più un’imposta patrimoniale occulta,come quella in vigore con l’alta inflazione che dava rendimenti reali negativi. Non si colpiva l’albero, ma i frutti. Tutti gli studi concordano quindi sul fatto che l’esplosione del debito derivava 
dalla necessità improvvisa di ricorso al mercato determinata dal divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia, 
dagli elevati tassi di interesse, che erano anche conseguenza delle politiche della Thatcher e di 
Reagan, ma anche dal mancato adeguamento delle entrate.

La riduzione dell’inflazione comportò la crescita dei salari reali che all’insediamento del governo Craxi i salari reali erano al di sotto dello zero e 
successivamente crebbero fino al1992,quando raggiunsero circa il 4% in più.La convinzione diffusa che con Craxi i salari crescevano e i ceti popolari stavano meglio ha una base scientifica.

Infine, l’Italia cresceva. Fossimo quinti o sesti nel mondo, si era 
inaugurato il periodo del made in Italy e una nuova considerazione veniva riservata ad un Paese che 
aveva sconfitto il terrorismo, l’inflazione e la crisi. Era cresciuto il debito, ma il deficit annuale era sotto controllo, tant’è che si registravano avanzi primari. Era un problema che si poteva affrontare perché la stragrande maggioranza del debito era detenuta dagli italiani e dunque era possibile redistribuire il reddito. Anche considerando che all’epoca dell’insediamento del governo Craxi la disoccupazione cresceva, ma alla fine di quell’esperienza si vide 
che anche la disoccupazione poteva essere vinta. 

Perché, nel frattempo il PIL cresceva, fino a superare il 4% annuo nel 1989.

Prima o poi le verità torneranno tutte a galla. Meglio prima che poi. E siccome Keynes ironizzava sul 
fatto che nel lungo periodo saremo tutti morti, sarà meglio che, seguendo la replica di Mauro Del Bue ad Augias, ci diamo da fare per ristabilire la verità dei fatti ed almeno una verità tanto poco dichiarata quando molto diffusa:nella storia d’Italia, quando il Partito Socialista 
era forte gli italiani stavano meglio. 

E questo non vale solo per l’età giolittiana, per le elezioni del 1919 e quelle del 1946, ma anche per gli anni sessanta e per gli anni del governo Craxi.

scritto da Franco Piro il cui ruolo di 
parlamentare e di presidente della commissione Finanze della Camera dei deputati.

Iniziò il declino, sotto i colpi degli avvisi di garanzia, ma ci volle un anno prima che Bettino Craxi 
decidesse di gettare la spugna e lasciare la guida del partito. Un processo che si accompagnò al 
disgregarsi del gruppo dirigente, con Claudio Martelli sicuro di poter salvare il partito contrapponendosi a Craxi, e con quest’ultimo determinato a non far finire il bastone di comando nelle mani dell’ex delfino, che infatti fu poi preso da Giorgio Benvenuto. Subito dopo Craxi si preoccupò di sottrarsi alla magistratura, ai suoi occhi impegnata in un’offensiva politica, in una “falsa rivoluzione”. A convincerlo dovette certo contribuire la manifestazione davanti all’Hotel Raphael (Roma), che lo costrinse ad allontanarsi in gran fretta sotto un fitto lancio di monetine. Si era tolto la soddisfazione di ottenere un No del Parlamento, dopo un appassionato discorso alla Camera, ad una richiesta di autorizzazione dei pm di Milano. Ma la via dell’“esilio” gli dovette apparire come l’unica soluzione. E si rifugiò ad Hammamet, 
sempre più malato di quel diabete che già nel ’90 aveva fatto temere per la sua vita. E da lì ha 
proseguito la sua battaglia fino all’ultimo a colpi di fax, chiedendo continuamente che si cercasse la 
verità sul finanziamento illecito dei partiti, rifiutandosi di passare alla storia, lui che aveva dedicato la vita alla causa del socialismo, come il capo di una banda di criminali. 



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Bettino Craxi



Bettino (Benedetto) Craxi

Milano, 24 febbraio 1934 – Hammamet (Tunisia), 19 gennaio 2000. Politico. Primo socialista a ricoprire, nella storia repubblicana, la carica di Presidente del Consiglio dal 4 agosto 1983 al 17 aprile 1987, in due governi consecutivi. 
Pluricondannato per reati concernenti la corruzione e il finanziamento illecito al Psi. 

Craxi si butta in politica a 19 anni
• Primogenito dell’avvocato Vittorio Craxi e della casalinga Maria Ferrari, a 19 anni entrò nella 
Federazione milanese del Partito socialista, diventandone funzionario. Quattro anni dopo, a 23 anni, 
venne eletto nel comitato centrale del Psi. Nel ’68, fu eletto per la prima volta deputato, ed entrò nella segreteria nazionale del Psi, come uno dei vice segretari prima di Giacomo Mancini e poi di Francesco De Martino. In quegli anni, per conto del partito, iniziò un’intensa attività di politica estera, soprattutto nei confronti dei partiti fratelli aderenti all’Internazionale socialista. 

Lo slogan di Craxi: «Primum vivere»
Nel 1976, eletto segretario del partito in seguito ad una sorta di congiura di palazzo ai danni di De 
Martino, la sua sembrò la classica soluzione di transizione. Non era forte nel partito, e i leader socialisti più importanti pensarono a torto di poterlo levare di mezzo alla prima occasione. Il Pci sembrava in un’ascesa inarrestabile. Molti pensavano che il Psi non avesse più ragione d’esistere. “Primum vivere” fu il suo orgoglioso slogan. E cominciò la battaglia per svecchiare il partito e per l’egemonia a sinistra. Il comunista Enrico Berlinguer aveva lanciato il “compromesso storico”? E lui al congresso di Torino, alleato con il lombardiano Claudio Signorile, replicò con la strategia dell’alternativa. Durante i tremendi 55 giorni di Moro, la Dc e il Pci si attestavano sulla linea della “fermezza”? Il Psi divenne l’alfiere della 
linea trattativista. E fu sempre nel ’78 che il Psi riuscì a mandare per la prima volta un suo uomo al 
Quirinale: Sandro Pertini. E anche il partito fu rivoltato come un calzino, seguendo una stella polare: 
svecchiare il socialismo italiano, e riscattare il Psi da una sudditanza culturale e ideologica nei confronti del “grande partito comunista italiano”, come si diceva in quegli anni. E fu infatti nel ’78 che Craxi avviò una feroce polemica ideologica con il Pci. Berlinguer operava il suo “strappo” dall’Urss e dalla tradizone comunista ortodossa proponendo una terza via, e Craxi gli rispose duro buttando a mare non solo Lenin, ma anche Marx, ed esaltando il pensiero di Pierre Joseph Proudon. Riuscì a far cambiare anche il vecchio simbolo del suo partito (falce e martello su libro e sole nascente) con un garofano rosso. 


Bettino Craxi presidente del Consiglio
 Al congresso di Verona (1984), che si ricorda anche per la salve di fischi che accolse Berlinguer un 
paio di settimane prima della sua morte (anni dopo, Craxi, non facile alle autocritiche, disse di essersi pentito per quell’episodio), era già presidente del Consiglio da un anno. Ciò era stato possibile per la 
sconfitta subita dalla Dc nelle elezioni dell’83. La Borsa perse l’8,6 per cento per un risultato dello 
Scudo Crociato che sembrò tragico: il 32,9% dei voti, 225 deputati e 120 senatori. Il 4 agosto Craxi 
formò il suo primo governo, e a fargli da braccio destro prese con sé il futuro premier Giuliano Amato. I problemi non si fecero attendere. La grana maggiore fu da subito la decisione di accogliere in Italia i  Cruise statunitensi. Ma la prova di forza decisiva per gli equilibri interni fu senza dubbio il referendum dell’85 sui punti di scala mobile promosso dal Pci. Craxi, infatti, non cercò di evitare lo scontro, e vinse quella partita che all’inizio era sembrata senza speranza. A Settembre dovette affrontare la più grave crisi diplomatica della sua carriera, quando ordinò di impedire ai marines americani di ripartire da Sigonella, in Sicilia, con i terroristi palestinesi, tra i quali Abu Abbas, responsabili del sequestro dell’Achille Lauro. Craxi rimase a Palazzo Chigi fino al 17 aprile ’87, conquistando un record: la permanenza alla guida del governo
 più lunga della storia dell’Italia repubblicana. 

Craxi e l’«Unità socialista»
 Tornato al partito, Craxi riprese di lena la sua politica: contendere alla Dc il suo primato, e rilanciare l’offensiva contro il Pci per creare un solo grande partito socialdemocratico. Nel biennio ’89-’90 gli 
sembrò essere venuto il momento della definitiva rivincita socialista in Italia. Craxi andò a vedere con i suoi occhi a Berlino sgretolarsi quel muro che aveva diviso in due l’Europa, e si tolse la soddisfazione di dargli anche lui due bei colpi con martello e scalpello. E volle poi seguire di persona il XX congresso del Pci di Rimini, e si vedeva con quanto interesse assistesse alla nascita del nuovo partito voluto da Occhetto, il Pds. È in questa cornice che Craxi lanciò la parola d’ordine dell’”Unità socialista”. Nel febbraio ’89 aveva già assorbito nel Psi una componente dello Psdi, e mai come nei tumultuosi mesi che seguirono a Craxi dovette sembrare più vicino
 l’obiettivo di una grande sinistra europea. 

Già nel 1990 Craxi non era «il solito Bokassa»
 Dovendo ora indicare una data del primo scricchiolio, forse è bene partire da prima dell’inizio di 
Tangentopoli. Fu alla conferenza stampa del 7 novembre 1990, convocata da Craxi per ribadire che lui dell’esistenza di Gladio non aveva in effetti mai saputo nulla, che i giornalisti ebbero l’impressione di non trovarsi più di fronte il solito “Bokassa” (questo il nomignolo con cui lo chiamavano dentro e fuori il partito). Apparve già come un leader sulla difensiva. Tutto ciò avveniva ben prima di quel 17 febbraio 1992, quando venne arrestato Mario Chiesa, il socialista presidente del Pio Albergo Trivulzio, che diede il via a Mani Pulite. Tra le due date, ci fu quello che lui stesso poi riconobbe come un errore politico: l’aver invitato gli italiani ad andare al mare e a non votare per il referendum di Mario Segni sulla preferenza unica. Arrestato Chiesa, Craxi pensò di poter archiviare tutto con un epiteto: “Mariuolo”. Ma 
l’indagine di Tangentopoli non si sarebbe arrestata al primo nome. 

Craxi, gli avvisi di garanzia e l’esilio
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vita alla causa del socialismo, come il capo di una banda di criminali. 

Craxi è morto nel suo letto di Hammamet
 L’articolo di Paolo Conti e Luigi Offeddu pubblicato sul Corriere della Sera del 20 luglio del 2000 alla morte di Craxi: «Ore 16.30 di mercoledì, su Hammamet quasi deserta piove come raramente piove da quelle parti. C’è anche freddo, e vento. Nella grande villa bianca in fondo all’avenue de Tunis, a parte le guardie che stanno sempre al cancello, ci sono sette persone: Bettino Craxi assopito nel suo letto, la figlia Stefania, uno dei nipotini, l’aiuto-segretario Marcello, le tre domestiche tunisine. Stefania Craxi è stata fino a poco prima nella stanza del padre, e ora vi torna. Ma appena si affaccia alla porta, capisce: l’uomo sul letto è immobile, la fine è arrivata in silenzio, nel sonno. Stefania corre al telefono, chiama un medico: “Ma il pronto soccorso più vicino – racconterà più tardi fra le lacrime – qui sta a 40 chilometri...”. 

Un leader di razza tradito da se stesso
 L’articolo di Miriam Mafai pubblicato su Repubblica alla morte di Craxi: «Succedono cose strane 
quando muore qualcuno con il quale hai avuto, da giornalista, rapporti frequenti e spesso polemici, 
qualcuno che hai conosciuto e frequentato, con cui hai discusso, polemizzato, del quale hai raccolto 
interviste dichiarazioni, talvolta confidenze. E succedono cose ancora più strane quando quel qualcuno è Bettino Craxi, morto improvvisamente ieri sera ad Hammamet, da latitante, condannato da un Tribunale italiano per corruzione e ricettazione. Nella testa di chi lo ha conosciuto si affollano le immagini e, non esito a dirlo, i sentimenti più diversi. L’ho conosciuto che aveva poco più di trent’anni, consigliere comunale (o forse assessore, non ricordo bene) a Milano, un ragazzone alto massiccio che aveva stampata sulla faccia la voglia e la “felicità” del far politica » per finire con
«Il tesoro di Craxi e quei fondi del Psi» e ‘Quando Craxi si beveva Milano’. 



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Tutti devono rispettare la legge persino quelli che le fanno



«Tutti devono rispettare la legge persino quelli che le fanno»
Il presidente dell’Anm Davigo parla di lotta alla corruzione:
 «Dobbiamo avere regole che aiutano a comportarsi bene».

Se abbiamo regole che prevedono misure 
premiali per gli imputati che collaborano i collaboratori aumentano»:Piercamillo Davigo, presidente 
dell’Anm, lo ha affermato a proposito della lotta alla corruzione incontrando gli studenti del Master in analisi, prevenzione e contrasto della criminalità organizzata
 e della corruzione dell’Università di Pisa.

La caratteristica dello stato di diritto è che la legge vincola tutti», ha spiegato il magistrato.
 «E la separazione dei poteri serve a garantire la libertà. 

Per un paio di decenni invece l’attività di questo Paese non è stata quella di contrastare la corruzione 
ma le indagini processuali su di essa. E questo è stato un messaggio fortissimo. La corruzione è un 
reato particolarmente segreto, occulto, non si fa davanti a testimoni,
 è noto solo a corrotti e corruttori, 
non viene quasi mai denunciato». Infine, comparando la situazione italiana alle recenti indagini in 
Brasile, ha affermato:
 «Là la prescrizione è di 10 anni: mi viene da dire beati loro. Da noi è molto più corta».

Sentenze, magistrati, pescatori e lucci enormi
In compenso, il magistrato è stato molto meno loquace con i giornalisti che l’attendevano a Pisa: «Non rilascio dichiarazioni», ha chiarito sulle polemiche suscitate dalla sua intervista pubblicata il 22 aprile dal Corriere della Sera. Quanto al fatto che di magistrati debbano parlare solo con le sentenze, ha commentato: «equivale a dire che devono stare zitti». Per poi aggiungere a proposito del presunto 
protagonismo dei magistrati: «Le avete mai lette le sentenze? come quando sui giornali di provincia 
qualche volta c’è il pescatore che ha pescato un luccio enorme. Io dico: è il pescatore affetto da 
protagonismo o è il luccio che è enorme?».
#Davigo: l’hashtag in primo piano sui social
Intanto l’intervista di Piercamillo Davigo al Corriere della Sera, ha conquistato un posto in primo piano sui social media: l’hashtag #Davigo è nella top ten di Twitter da mezzogiorno. I tweet si dividono tra favorevoli e contrari e sono soprattutto di giornalisti e cittadini: pochissimi quelli dei politici. In generale, in appoggio di Davigo da parte degli esponenti di M5s, mentre più critici quelli degli esponenti della maggioranza.
Interviene il Csm
Interviene anche il Csm. «Il Consiglio Superiore della Magistratura, nell’esercizio delle proprie funzioni costituzionali, lavora per il prestigio e l’autorevolezza di tutta la magistratura», ha scritto in una nota il vicepresidente del Csm Giovanni Legnini. «Le dichiarazioni del presidente Davigo rischiano di alimentare un conflitto di cui la magistratura e il Paese non hanno alcun bisogno tanto più nella difficile fase che viviamo nella quale si sta tentando di ottenere, con il dialogo ed il confronto a volte anche critico riforme, personale e mezzi per vincere la battaglia di una giustizia efficiente e rigorosa, a partire dalla lotta alla corruzione e al malaffare».


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lunedì 25 aprile 2016

25 aprile 2016 e la Resistenza



È il 25 aprile. Che bello, evviva, la resistenza, evviva, il 25 aprile.
 E tutti a festeggiare il 25 aprile facendo finta che davvero la liberazione sia rimasta liberata, come se non fosse che il Paese si sia ritrovato infognato in un fascismo peggiore, indicibile, sotterraneo, mimetizzato e ormai potabile.

Il fascismo del rendere chiunque non sia d’accordo con la maggioranza un complicato detrattore: è fascista l’incapacità di ricevere critiche e osservazioni, bollarle come delazione, e trasformare i disaccordi in gufi. Rientra nel gioco facile della demonizzazione di chiunque sia d’altra opinione: se bollo gli altri come nemici mi libero dal fardello di doverli contrastare nel merito. Un gioco semplice, banale, superficiale: fascista, appunto.

Il fascismo di considerare i fragili un peso: l’abitudine di credere che chi ha avuto meno sia un’anomalia da eliminare è caratteristica fondante di un regime che chiede fede piuttosto che fiducia. «Se non ce l’hai fatta significa che non hai abbastanza nerbo» è la frase con cui il potere fabbrica il condono dei propri fallimenti. «Se non funzioni è colpa tua» e così, di colpo, vale solo quello che decidono loro.

Il fascismo di ritenere il cattivismo una nozione fondamentale: se il buonismo diventa una debolezza significa che il sistema è troppo poco sociale per mantenersi sulle regole e quindi ha bisogno di una presunzione minima per garantire la sussistenza. È come se d’improvviso ci si accorgesse che l’architettura sociale si mantiene in ordine solo lasciando spazio alle piccole presunzioni personali. Socialità sconfitta nelle regole che galleggia nei piccoli privilegi elemosinati. Una cosa così.

Il fascismo di non opporsi alla riscrittura della storia: come se la moderazione debba per forza passare dall’accettazione dei deliri della controparte perché altrimenti risulta troppo faticoso ristabilire la verità. Così succede che il 25 aprile sopportiamo tutti un po’ di neofascismo in cambio del nostro diritto (dovere) di festeggiare. E così prende piede una normalizzazione che è lo sbiancamento della Resistenza. Ma molti credono che sia il giusto dazio da pagare.

La Resistenza di avere la schiena diritta: chiamare ladri i ladri, prepotenti i prepotenti e smetterla di servire i potenti per avere in cambio un briciolo di legittimità. La Resistenza ci insegna che ci sono diritti e doveri inviolabili indipendentemente dall’etichetta di chi prova a corromperli. Non è questione di destra o di sinistra, no: si tratta di capaci contro gli incapaci, di inetti, venduti, servi che riescono comunque a raggiungere i posti di potere. Avere la schiena diritta, oggi, in questo 25 aprile, significa provare ad osare avendo un’opinione differente. 
Ed è così poca cosa, rispetto ai nostri partigiani.


L'attacco alla Costituzione partì già quasi all'indomani del suo varo. Il 2 agosto 1952 Guido Gonella, all'epoca segretario politico della Democrazia cristiana, chiedeva - in un pubblico comizio - di riformare la Costituzione italiana, entrata in vigore appena tre anni e mezzo prima, il 1 gennaio 1948. Si trattava di un discorso tenuto a Canazei, in Trentino, e la richiesta di riforma mirava - come egli si espresse - a «rafforzare l'autorità dello Stato», ad eliminare cioè quelle «disfunzioni della vita dello Stato che possono avere la loro radice nella stessa Costituzione». E concludeva, sprezzante: «la Costituzione non è il Corano!» (Il nuovo Corriere, Firenze, 3 agosto 1952).
Nello stesso intervento, il segretario della Dc, richiamandosi più volte a De Gasperi, chiedeva di modificare la legge elettorale, che - essendo proporzionale - dava all'opposizione (Pci e Psi) una notevole rappresentanza parlamentare. L'idea lanciata allora, in piena estate, era di costituire dei «collegi plurinominali», onde favorire i partiti che si presentassero alle elezioni politiche «apparentati» (Dc e alleati).
Come si vede, sin da allora l'attacco alla Costituzione e alla legge elettorale proporzionale (la sola che rispetti l'articolo 48 della Costituzione, che sancisce il «voto uguale») andavano di pari passo.
Pochi mesi dopo, alla ripresa dell'attività parlamentare fu posto in essere il progetto di legge elettorale (scritta da Scelba e dall'ex-fascista Tesauro, rettore a Napoli e ormai parlamentare democristiano) che è passata alla storia come «legge truffa». Imposta, contro l'ostruzionismo parlamentare, da un colpo di mano del presidente del senato Meuccio Ruini, quella legge fu bocciata dagli elettori, il cui voto (il 7 giugno 1953) non fece scattare il cospicuo «premio di maggioranza» previsto per i partiti «apparentati».
L'istanza di cambiare la Costituzione al fine di dare più potere all'esecutivo divenne poi, per molto tempo, la parola d'ordine della destra, interna ed esterna alla Dc, spalleggiata dal movimento per la «Nuova Repubblica» guidato da Randolfo Pacciardi (repubblicano poi espulso da Pri), postosi in pericolosa vicinanza - nonostante il suo passato antifascista - con i vari movimenti neofascisti, che una «nuova Repubblica» appunto domandavano.
La sconfitta della «legge truffa» alle elezioni del 1953 mise per molto tempo fuori gioco le spinte governative in direzione delle due riforme care alla destra: cambiare la Costituzione e cambiare in senso maggioritario la legge elettorale proporzionale. Che infatti resse per altri 40 anni. Quando, all'inizio degli anni Novanta, la sinistra, ansiosa di cancellare il proprio passato, capeggiò il movimento - ormai agevolmente vittorioso - volto ad instaurare una legge elettorale maggioritaria, il colpo principale alla Costituzione era ormai sferrato. Ammoniva allora, inascoltato, Raniero La Valle che cambiare legge elettorale abrogando il principio proporzionale significava già di per sé cambiare la Costituzione. (Basti pensare, del resto, che, con una rappresentanza parlamentare truccata grazie alle leggi maggioritarie, gli articoli della Costituzione che prevedono una maggioranza qualificata per decisioni cruciali perdono significato). Ma la speranza della nuova leadership di sinistra (affossatasi più tardi nella scelta suicida di assumere la generica veste di partito democratico) era di vincere le elezioni al tavolo da gioco. Oggi è il peggior governo che l'ex-sinistra sia stata capace di esprimere a varare, a tappe forzate e a colpi di voti di fiducia, entrambe le riforme: quella della legge elettorale, finalmente resa conforme ad un tavolo da poker, e quella della Costituzione.
Ma perché, e in che cosa, la Costituzione varata alla fine del 1947 dà fastidio? Si sa che la destra non l'ha mai deglutita, non solo per principi fondamentali (e in particolare per l'articolo 3) ma anche, e non meno, per quanto essa sancisce sulla prevalenza dell'«utilità sociale» rispetto al diritto di proprietà (agli articoli 41 e 42). Più spiccio di altri, Berlusconi ( il pregiudicato ed EVASORE FISCALE ) parlava - al tempo suo - della nostra Costituzione come di tipo «sovietico»; il 19 agosto 2010 il Corriere della sera pubblicò un inedito dello scomparso Cossiga in cui il presidente-gladiatore definiva la nostra costituzione come «la nostra Yalta». E sullo stesso giornale il 12 agosto 2003 il solerte Ostellino aveva richiesto la riforma dell'articolo 1 a causa dell'intollerabile - a suo avviso - definizione della Repubblica come «fondata sul lavoro». E dieci anni dopo (23 ottobre 2013) tornava alla carica (ma rimbeccato) chiedendo ancora una volta la modifica del nostro ordinamento: questa volta argomentando «che nella stesura della prima parte della Costituzione - quella sui diritti - ebbe un grande ruolo Palmiro Togliatti, l'uomo che avrebbe voluto fare dell'Italia una democrazia popolare sul modello dell'Urss». Di tali parole non è tanto rimarchevole l'incultura storico-giuridica quanto commovente è il pathos, sia pure mal riposto.
Dà fastidio il nesso che la Costituzione, in ogni sua parte, stabilisce tra libertà e giustizia. Dà fastidio - e lo lamentano a voce spiegata i cosiddetti «liberali puri» convinti che finalmente sia giunta la volta buona per il taglio col passato - che la nostra Costituzione sancisca oltre ai diritti politici i diritti sociali. Vorrebbero che questi ultimi venissero confinati nella legislazione ordinaria, onde potersene all'occorrenza sbarazzare a proprio piacimento, 
come è accaduto dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.
La coniugazione di libertà e giustizia era già nei principi generali della Costituzione della prima Repubblica francese (1793): «La libertà ha la sua regola nella giustizia». Ed è stata poi presente nelle costituzioni - italiana, francese della IV Repubblica, tedesca - sorte dopo la fine del predominio fascista sull'Europa: fine sanguinosa, cui i movimenti di resistenza diedero un contributo che non solo giovò all'azione degli eserciti (alleati e sovietico) ma che connotò politicamente quella vittoria. Nel caso del nostro paese, è ben noto che l'azione politico-militare della Resistenza fu decisiva per impedire che - secondo l'auspicio ad esempio di Churchill - il dopofascismo si risolvesse nel mero ripristino dell'Italia prefascista magari serbando l'istituto monarchico.
La grande sfida fu, allora, di attuare un ordinamento, e preparare una prassi, che andassero oltre il fascismo: che cioè tenessero nel debito conto le istanze sociali che il fascismo, pur recependole, aveva però ingabbiato, d'intesa coi ceti proprietari, nel controllo autoritario dello Stato di polizia, e sterilizzato con l'addomesticamento dei sindacati. La sfida che ebbe il fulcro politico-militare nell'insurrezione dell'aprile '45 e trovò forma sapiente e durevole nella Costituzione consisteva dunque - andando oltre il fascismo - nel coniugare rivoluzione sociale e democrazia politica. Perciò Calamandrei parlò, plaudendo, di «Costituzione eversiva» (1955), e perciò la vita contrastata di essa fu regolata dai variabili rapporti di forza della lunga «guerra fredda» oltre che dalle capacità soggettive dei protagonisti. C'è un abisso tra Palmiro Togliatti e il clan di Banca Etruria. Va da sé che l'estinguersi dei «socialismi» con la conseguente deriva in senso irrazionalistico-religioso delle periferie interne ed esterne all'Occidente illusoriamente vittorioso hanno travolto il quadro che s'è qui voluto sommariamente delineare. La carenza di statisti capaci e la autoflagellazione della fu sinistra non costituiscono certo il terreno più favorevole alla pur doverosa prosecuzione della lotta.


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venerdì 22 aprile 2016

GIORNATA DELLA TERRA e CAMBIAMENTO CLIMATICO




CAMBIAMENTO CLIMATICO 
OGGI LA FIRMA DELL'ACCORDO DI PARIGI IN OCCASIONE DELLA
 "GIORNATA DELLA TERRA"

Oggi, alla sede delle Nazioni Unite a New York, i rappresentanti di circa 170 paesi firmeranno l’accordo sul cambiamento climatico raggiunto a Parigi lo scorso dicembre. La data del 22 aprile non è casuale: è stata scelta perché è la Giornata della Terra. C’è un anno di tempo per aderire, ma Cina, Stati Uniti, Giappone, India, Brasile e molti paesi dell’Unione europea hanno voluto essere tra i primi. Ogni paese, ciascuno secondo le proprie leggi, dovrà successivamente ratificare il patto. Una decina di piccoli stati molto vulnerabili agli effetti del riscaldamento globale, come le Maldive e Samoa, dovrebbe consegnare la ratifica oggi stesso. L’accordo entrerà in vigore dopo che sarà ratificato da 55 paesi che rappresentano il 55% delle emissioni globali di gas serra.


 La Giornata della Terra è la più grande manifestazione ambientale del pianeta, momento in cui tutti i cittadini del mondo si uniscono per celebrare la Terra e promuoverne la salvaguardia. Nata il 22 aprile 1970 per sottolineare la necessità della conservazione delle risorse naturali del pianeta, è divenuta un avvenimento educativo e informativo per parlare dell'inquinamento di aria, acqua e suolo, della distruzione degli ecosistemi, delle migliaia di piante e specie animali che scompaiono, dell'esaurimento delle risorse non rinnovabili. 
La giornata della Terra prese forma nel 1969 dopo il disastro ambientale causato dalla fuoriuscita di petrolio dal pozzo della Union Oil al largo di Santa Barbara, in California. Da allora il 22 aprile prese il nome di Earth Day, la Giornata della Terra 

In Italia la Giornata della Terra si celebra solo dal 2007. Ogni anno si tengono concerti, eventi culturali e incontri per condividere il problema della tutela ambientale. Le manifestazioni in tutta Italia sono numerose e, in molti casi, durano più giorni, come nel caso dell’Earth Day di Roma dal 22 al 25 aprile.

 L'accordo di Parigi prevede:

- Il taglio, entro il 2020, delle emissioni di anidride carbonica per limitare l'aumento della temperatura globale a 2 gradi centigradi, rispetto all'epoca pre-industriale, ma con un impegno aggiuntivo a contenere questo aumento entro 1,5 gradi.
- Un fondo di almeno 100 miliardi di dollari l'anno ai paesi in via di sviluppo, entro il 2020, per le azioni di mitigazione degli effetti del cambiamento climatico.
- Una verifica ogni 5 anni delle azioni intraprese da ogni paese per applicare il proprio piano sul clima. La prima verifica verrà compiuta nel 2023.

 I punti critici 

Definito storico, perché per la prima volta ben 195 Paesi hanno sottoscritto un piano comune per limitare l'aumento delle emissioni di anidride carbonica in modo che la temperatura media globale non salga ancora, l’accordo di Parigi presenta ancora molti problemi aperti:

- Assenza di un piano dettagliato: i piani che i maggiori paesi hanno sottoposto alle Nazioni Unite dal 2014 sono insufficienti a evitare un riscaldamento globale serio e si basano su impegni, di natura volontaria, al taglio delle emissioni il prima possibile, senza un piano dettagliato di come raggiungere questi obiettivi.
- Obiettivi che rischiano di essere non realistici: per centrare l’obiettivo, le emissioni complessive – che pure dell’ultimo biennio sono diminuite – devono proseguire nella loro discesa, che anzi deve accelerare a partire 2020. Nel 2018 si chiederà agli Stati di aumentare i tagli delle emissioni. Il primo controllo quinquennale sarà nel 2023. Senza risorse e investimenti l’Accordo farebbe poca strada. Potranno contribuire anche fondi e investitori privati. Rimane questo un punto abbastanza controverso e certamente nelle prossime riunioni si dovrà lavorare per rendere operativo l’intero l’Accordo di Parigi. 
Il prossimo summit sul clima (Cop 22), che si terrà a Marrakech dal 7 al 18 novembre 2016, si occuperà essenzialmente di meglio definire la road map stabilita a Parigi. 


 Intanto i primi tre mesi del 2016 sono stati i più caldi in assoluto mai registrati . Gli scienziati della Nasa, che monitorano le temperature, hanno parlato di “emergenza climatica” 

VIDEO NASA : cambiamento climatico negli ultimi 100 anni.


Il fatto che in certe aree del pianeta si possano sperimentare temperature inferiori alle medie non è incompatibile con l’esistenza del riscaldamento globale, dal momento che ciò che definisce questo fenomeno è l’aumento della temperatura media su tutto il pianeta, dove esiste una variabilità di climi e condizioni ambientali. Anche eventuali rallentamenti nell’aumento della temperatura o variazioni nel breve periodo non smentiscono l’esistenza del riscaldamento globale perché quello che lo dimostra è la tendenza nel lungo periodo, che evidenzia un costante aumento della temperatura media annuale da più di un secolo. Questa tendenza va distinta anche da fenomeni ciclici come El Niño, il riscaldamento delle acque dell’Oceano Pacifico centro-orientale che si verifica a intervalli irregolari, ogni 3-7 anni.



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ITALIA : i Politici Continuano a Rubare Senza Vergogna


«I politici continuano a rubare, ma non si vergognano più»
Il presidente Anm: le riforme della sinistra hanno reso i giudici genuflessi.

 Piercamillo Davigo — consigliere presso la Cassazione, nuovo presidente dell’Associazione nazionale magistrati — 24 anni fa era nel pool di Mani Pulite.
Dottor Davigo, com’è cambiata l’Italia da allora?
«Con i colleghi stracciammo il velo dell’ipocrisia. E questo ha peggiorato le cose».
Vale a dire?
«La Rochefoucauld diceva che l’ipocrisia è l’omaggio che il vizio rende alla virtù. Nella Prima Repubblica se non altro si riconosceva la superiorità della virtù. Quando Tanassi fu arrestato e parlò di “delitto politico”, io non capivo cosa dicesse. Poi ho realizzato che forse intendeva dire: “È un delitto politico perché vado in galera solo io”. Noi magistrati siamo come i cornuti: siamo gli ultimi a sapere le cose; perché quando le sappiamo partono i processi».
E partì Mani Pulite.
«Dopo l’arresto di Mario Chiesa, Craxi disse che a Milano non un solo dirigente del Psi era stato condannato con sentenza definitiva, fino al “mariuolo”. Nessuno esplose in una fragorosa risata. Il velo dell’ipocrisia teneva ancora».
E ora?
«Non hanno smesso di rubare; hanno smesso di vergognarsi. Rivendicano con sfrontatezza quel che prima facevano di nascosto. Dicono cose tipo: “Con i nostri soldi facciamo quello che ci pare”. Ma non sono soldi loro; sono dei contribuenti».
«Non esistono innocenti; esistono solo colpevoli non ancora scoperti». Lo disse davvero?
«Certo. In un contesto preciso. Ma mi citano fuori contesto per farmi passare per matto».
Qual era il contesto?
«Appalti contrattati tra partiti e imprese: chiunque avesse avuto un ruolo in quel sistema criminale, non poteva essere innocente; uno onesto nel sistema non ce lo tenevano. Prenda la Metropolitana Milanese. Costruita da imprese associate, con una capogruppo che raccoglieva il denaro da tutte le aziende e lo versava a un politico che lo divideva tra tutti i partiti, di maggioranza e di opposizione. Di giorno fingevano di litigare; la notte rubavano insieme».
Voi però l’opposizione non l’avete colpita.
Davigo si inalbera: «Non è vero! Questa è una leggenda diffusa ad arte per screditarci! Io stesso condussi una perquisizione a Botteghe Oscure!».Piercamillo Davigo — consigliere presso la Cassazione, nuovo presidente dell’Associazione nazionale magistrati — 24 anni fa era nel pool di Mani Pulite.
Dottor Davigo, com’è cambiata l’Italia da allora?
«Con i colleghi stracciammo il velo dell’ipocrisia. E questo ha peggiorato le cose».
Vale a dire?
«La Rochefoucauld diceva che l’ipocrisia è l’omaggio che il vizio rende alla virtù. Nella Prima Repubblica se non altro si riconosceva la superiorità della virtù. Quando Tanassi fu arrestato e parlò di “delitto politico”, io non capivo cosa dicesse. Poi ho realizzato che forse intendeva dire: “È un delitto politico perché vado in galera solo io”. Noi magistrati siamo come i cornuti: siamo gli ultimi a sapere le cose; perché quando le sappiamo partono i processi».
E partì Mani Pulite.
«Dopo l’arresto di Mario Chiesa, Craxi disse che a Milano non un solo dirigente del Psi era stato condannato con sentenza definitiva, fino al “mariuolo”. Nessuno esplose in una fragorosa risata. Il velo dell’ipocrisia teneva ancora».
E ora?
«Non hanno smesso di rubare; hanno smesso di vergognarsi. Rivendicano con sfrontatezza quel che prima facevano di nascosto. Dicono cose tipo: “Con i nostri soldi facciamo quello che ci pare”. Ma non sono soldi loro; sono dei contribuenti».
«Non esistono innocenti; esistono solo colpevoli non ancora scoperti». Lo disse davvero?
«Certo. In un contesto preciso. Ma mi citano fuori contesto per farmi passare per matto».
Qual era il contesto?
«Appalti contrattati tra partiti e imprese: chiunque avesse avuto un ruolo in quel sistema criminale, non poteva essere innocente; uno onesto nel sistema non ce lo tenevano. Prenda la Metropolitana Milanese. Costruita da imprese associate, con una capogruppo che raccoglieva il denaro da tutte le aziende e lo versava a un politico che lo divideva tra tutti i partiti, di maggioranza e di opposizione. Di giorno fingevano di litigare; la notte rubavano insieme».
Voi però l’opposizione non l’avete colpita.
Davigo si inalbera: «Non è vero! Questa è una leggenda diffusa ad arte per screditarci! Io stesso condussi una perquisizione a Botteghe Oscure!».

Ma Forlani si dimise, Craxi morì ad Hammamet. Occhetto e D’Alema restarono al loro posto.
«Forlani fece una figuraccia al processo Enimont. Su Craxi si trovarono le prove, infatti fu condannato. Su altri non trovammo le prove. Il Pci era finanziato dalle coop in modo dichiarato e quindi legittimo. Ma a Milano, dove partecipavano alla spartizione delle tangenti, abbiamo mandato sotto processo diversi dirigenti comunisti».
Il Paese era con voi.
«Gli italiani non hanno mai avuto una grande considerazione di sé: siamo gli unici a dire di noi stessi cose terribili nell’inno nazionale, “calpesti”, “derisi”, “divisi”. All’epoca sembrò che tutto potesse cambiare. Ricordo un’intervista ai volontari che friggevano le salamelle alla festa dell’Unità; erano i primi a volere in galera i dirigenti che li avevano traditi. Ma cominciò presto il coro opposto: “E gli altri, perché non li avete presi?”».
Oggi la situazione è come allora?
«È peggio di allora. È come in quella barzelletta inventata sotto il fascismo. Il prefetto arriva in un paese e lo trova infestato di mosche e zanzare, e si lamenta con il podestà: “Qui non si fa la battaglia contro le mosche?”. “L’abbiamo fatta — risponde il podestà —. Solo che hanno vinto le mosche”. Ecco, in Italia hanno vinto le mosche. I corrotti».
Davvero pensa questo del nostro Paese?
«È il rimprovero che mi fece Vladimiro Zagrebelski. Al Csm erano ospiti 35 magistrati francesi, che mi chiesero di Tangentopoli. Risposi che nel 1994 erano crollati cinque partiti, tra cui quello di maggioranza relativa e tre che avevano più di cent’anni. Però noi eravamo stati come i predatori che migliorano la specie predata: avevamo preso le zebre lente, ma le altre zebre erano diventate più veloci. Avevamo creato ceppi resistenti all’antibiotico. Perché dovemmo interrompere la cura a metà».
Fu Berlusconi a fermarvi?
«Cominciò Berlusconi, con il decreto Biondi; ma nell’alternanza tra i due schieramenti, l’unica differenza fu che la destra le fece così grosse e così male che non hanno funzionato; la sinistra le fece in modo mirato. Non dico che ci abbiano messi in ginocchio; ma un po’ genuflessi sì».
Ad esempio?
«La destra abolì il falso in bilancio, attirandosi la condanna della comunità internazionale. La sinistra, stabilendo che i reati tributari erano tali solo se si riverberavano sulla dichiarazione dei redditi, introdusse la modica quantità di fondi neri per uso personale. E nessuno obiettò nulla».
Con Renzi come va?
«Questo governo fa le stesse cose. Aumenta le soglie di rilevanza penale. Aumenta la circolazione dei contanti, con la scusa risibile che i pensionati non hanno dimestichezza con le carte di credito; ma lei ha mai visto un pensionato che gira con tremila euro in tasca?».
Renzi ricorda spesso di aver aumentato le pene e di conseguenza la prescrizione per i corrotti.
«Ma prendere i corrotti è difficilissimo. Nessuno li denuncia, perché tutti hanno interesse al silenzio: per questo sarei favorevole alla non punibilità del primo che parla. Il punto non è aumentare le pene; è scoprire i reati. Anche con operazioni sotto copertura, come si fa con i trafficanti di droga o di materiale pedopornografico: mandando i poliziotti a offrire denaro ai politici, e arrestando chi accetta. Lo diceva anche Cantone; anche se ora ha smesso di dirlo».
Perché Cantone ha smesso di dirlo?
«Lo capisco. E non aggiungo altro».
Quindi si ruba più di prima?
«Si ruba in modo meno organizzato. Tutto è lasciato all’iniziativa individuale o a gruppi temporanei. La corruzione è un reato seriale e diffusivo: chi lo commette, tende a ripeterlo, e a coinvolgere altri. Questo dà vita a un mercato illegale, che tende ad autoregolamentarsi: se il corruttore non paga, nessuno si fiderà più di lui. Ma se l’autoregolamentazione non funziona più, allora interviene un soggetto esterno a regolare il mercato: la criminalità organizzata».

Com’è la nuova legge sulla responsabilità civile dei magistrati?
«L’unica conseguenza è che ora pago 30 euro l’anno in più per la mia polizza: questo la dice lunga sulla ridicolaggine delle norme. Tutti abbiamo un’assicurazione. Non siamo preoccupati per la responsabilità civile, ma per la mancanza di un filtro. Se contro un magistrato viene intentata una causa, anche manifestamente infondata, gli verrà la tentazione di difendersi; ma così non farà più il processo, e potrà essere ricusato. È il modo sbagliato per affrontare un problema serio: perché anche i magistrati sbagliano».
Renzi viene paragonato ora a Craxi, ora a Berlusconi. Lei che ne pensa?
«Non mi piacciono i paragoni».
E del caso Guidi cosa pensa?
Davigo sorride: «Non ne parlo perché se capita a me in Cassazione poi mi ricusano».
«Non ci sono troppi prigionieri; ci sono troppe poche prigioni». Autentica anche questa?
«Sì. Ma non è una mia opinione; è un dato oggettivo. L’Italia è il Paese d’Europa che ha meno detenuti in rapporto alla popolazione. Ed è il Paese della mafia, della ndrangheta, della camorra, della sacra corona; e della corruzione diffusa. Certo che servono nuove carceri. Con le frontiere ormai evanescenti, i Paesi con una repressione penale più forte esportano crimine; quelli con una repressione penale più debole lo importano».
L’Italia lo importa.
«Una volta a San Vittore trovai un borseggiatore cileno. Era stato arrestato quattro volte in un mese. Mi accolse con un sorriso: “Che bel Paese, l’Italia!”. Prima era stato arrestato a Ottawa ed era stato in galera due anni».
In Italia ci sono troppi avvocati?
«In una riunione europea degli Ordini professionali il presidente di turno ha detto che nell’Ue ci sono quasi 900 mila avvocati; e un terzo sono italiani. I più interessati al numero chiuso a giurisprudenza dovrebbero essere gli avvocati; se non altro per tutelare i loro redditi».
E ci sono troppi pochi magistrati?
«Ne mancano un migliaio. Ma non è un mestiere facile: ogni anno facciamo un concorso con 20 mila domande per 350 posti, e non riusciamo ad assegnarli tutti. Non è che ci sono pochi magistrati; è che ci sono troppi processi».
Come ridurli?
«In Italia tutte le condanne a pene da eseguire vengono appellate; in Francia solo il 40%. Sa perché? Perché in Francia si può emettere in appello una condanna più severa rispetto al primo grado. Facciamo così anche in Italia, e vedrà come si decongestionano le corti d’appello».
Ci sono troppi magistrati in politica?
«Secondo me i magistrati non dovrebbero mai fare politica. Perché sono scelti secondo il criterio di competenza; e avendo guarentigie non sono abituati a seguire il criterio di rappresentanza.
 Per questo i magistrati sovente sono pessimi politici».

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