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mercoledì 27 aprile 2016

Bettino Craxi



Bettino (Benedetto) Craxi

Milano, 24 febbraio 1934 – Hammamet (Tunisia), 19 gennaio 2000. Politico. Primo socialista a ricoprire, nella storia repubblicana, la carica di Presidente del Consiglio dal 4 agosto 1983 al 17 aprile 1987, in due governi consecutivi. 
Pluricondannato per reati concernenti la corruzione e il finanziamento illecito al Psi. 

Craxi si butta in politica a 19 anni
• Primogenito dell’avvocato Vittorio Craxi e della casalinga Maria Ferrari, a 19 anni entrò nella 
Federazione milanese del Partito socialista, diventandone funzionario. Quattro anni dopo, a 23 anni, 
venne eletto nel comitato centrale del Psi. Nel ’68, fu eletto per la prima volta deputato, ed entrò nella segreteria nazionale del Psi, come uno dei vice segretari prima di Giacomo Mancini e poi di Francesco De Martino. In quegli anni, per conto del partito, iniziò un’intensa attività di politica estera, soprattutto nei confronti dei partiti fratelli aderenti all’Internazionale socialista. 

Lo slogan di Craxi: «Primum vivere»
Nel 1976, eletto segretario del partito in seguito ad una sorta di congiura di palazzo ai danni di De 
Martino, la sua sembrò la classica soluzione di transizione. Non era forte nel partito, e i leader socialisti più importanti pensarono a torto di poterlo levare di mezzo alla prima occasione. Il Pci sembrava in un’ascesa inarrestabile. Molti pensavano che il Psi non avesse più ragione d’esistere. “Primum vivere” fu il suo orgoglioso slogan. E cominciò la battaglia per svecchiare il partito e per l’egemonia a sinistra. Il comunista Enrico Berlinguer aveva lanciato il “compromesso storico”? E lui al congresso di Torino, alleato con il lombardiano Claudio Signorile, replicò con la strategia dell’alternativa. Durante i tremendi 55 giorni di Moro, la Dc e il Pci si attestavano sulla linea della “fermezza”? Il Psi divenne l’alfiere della 
linea trattativista. E fu sempre nel ’78 che il Psi riuscì a mandare per la prima volta un suo uomo al 
Quirinale: Sandro Pertini. E anche il partito fu rivoltato come un calzino, seguendo una stella polare: 
svecchiare il socialismo italiano, e riscattare il Psi da una sudditanza culturale e ideologica nei confronti del “grande partito comunista italiano”, come si diceva in quegli anni. E fu infatti nel ’78 che Craxi avviò una feroce polemica ideologica con il Pci. Berlinguer operava il suo “strappo” dall’Urss e dalla tradizone comunista ortodossa proponendo una terza via, e Craxi gli rispose duro buttando a mare non solo Lenin, ma anche Marx, ed esaltando il pensiero di Pierre Joseph Proudon. Riuscì a far cambiare anche il vecchio simbolo del suo partito (falce e martello su libro e sole nascente) con un garofano rosso. 


Bettino Craxi presidente del Consiglio
 Al congresso di Verona (1984), che si ricorda anche per la salve di fischi che accolse Berlinguer un 
paio di settimane prima della sua morte (anni dopo, Craxi, non facile alle autocritiche, disse di essersi pentito per quell’episodio), era già presidente del Consiglio da un anno. Ciò era stato possibile per la 
sconfitta subita dalla Dc nelle elezioni dell’83. La Borsa perse l’8,6 per cento per un risultato dello 
Scudo Crociato che sembrò tragico: il 32,9% dei voti, 225 deputati e 120 senatori. Il 4 agosto Craxi 
formò il suo primo governo, e a fargli da braccio destro prese con sé il futuro premier Giuliano Amato. I problemi non si fecero attendere. La grana maggiore fu da subito la decisione di accogliere in Italia i  Cruise statunitensi. Ma la prova di forza decisiva per gli equilibri interni fu senza dubbio il referendum dell’85 sui punti di scala mobile promosso dal Pci. Craxi, infatti, non cercò di evitare lo scontro, e vinse quella partita che all’inizio era sembrata senza speranza. A Settembre dovette affrontare la più grave crisi diplomatica della sua carriera, quando ordinò di impedire ai marines americani di ripartire da Sigonella, in Sicilia, con i terroristi palestinesi, tra i quali Abu Abbas, responsabili del sequestro dell’Achille Lauro. Craxi rimase a Palazzo Chigi fino al 17 aprile ’87, conquistando un record: la permanenza alla guida del governo
 più lunga della storia dell’Italia repubblicana. 

Craxi e l’«Unità socialista»
 Tornato al partito, Craxi riprese di lena la sua politica: contendere alla Dc il suo primato, e rilanciare l’offensiva contro il Pci per creare un solo grande partito socialdemocratico. Nel biennio ’89-’90 gli 
sembrò essere venuto il momento della definitiva rivincita socialista in Italia. Craxi andò a vedere con i suoi occhi a Berlino sgretolarsi quel muro che aveva diviso in due l’Europa, e si tolse la soddisfazione di dargli anche lui due bei colpi con martello e scalpello. E volle poi seguire di persona il XX congresso del Pci di Rimini, e si vedeva con quanto interesse assistesse alla nascita del nuovo partito voluto da Occhetto, il Pds. È in questa cornice che Craxi lanciò la parola d’ordine dell’”Unità socialista”. Nel febbraio ’89 aveva già assorbito nel Psi una componente dello Psdi, e mai come nei tumultuosi mesi che seguirono a Craxi dovette sembrare più vicino
 l’obiettivo di una grande sinistra europea. 

Già nel 1990 Craxi non era «il solito Bokassa»
 Dovendo ora indicare una data del primo scricchiolio, forse è bene partire da prima dell’inizio di 
Tangentopoli. Fu alla conferenza stampa del 7 novembre 1990, convocata da Craxi per ribadire che lui dell’esistenza di Gladio non aveva in effetti mai saputo nulla, che i giornalisti ebbero l’impressione di non trovarsi più di fronte il solito “Bokassa” (questo il nomignolo con cui lo chiamavano dentro e fuori il partito). Apparve già come un leader sulla difensiva. Tutto ciò avveniva ben prima di quel 17 febbraio 1992, quando venne arrestato Mario Chiesa, il socialista presidente del Pio Albergo Trivulzio, che diede il via a Mani Pulite. Tra le due date, ci fu quello che lui stesso poi riconobbe come un errore politico: l’aver invitato gli italiani ad andare al mare e a non votare per il referendum di Mario Segni sulla preferenza unica. Arrestato Chiesa, Craxi pensò di poter archiviare tutto con un epiteto: “Mariuolo”. Ma 
l’indagine di Tangentopoli non si sarebbe arrestata al primo nome. 

Craxi, gli avvisi di garanzia e l’esilio
Iniziò il declino, sotto i colpi degli avvisi di garanzia, ma ci volle un anno prima che il vecchio leone 
decidesse di gettare la spugna e lasciare la guida del partito. Un processo che si accompagnò al 
disgregarsi del gruppo dirigente, con Claudio Martelli sicuro di poter salvare il partito contrapponendosi a Craxi, e con quest’ultimo determinato a non far finire il bastone di comando nelle mani dell’ex delfino, che infatti fu poi preso da Giorgio Benvenuto. Subito dopo Craxi si preoccupò di sottrarsi alla magistratura, ai suoi occhi impegnata in un’offensiva politica, in una “falsa rivoluzione”. A convincerlo dovette certo contribuire la manifestazione davanti all’Hotel Raphael (Roma), che lo costrinse ad allontanarsi in gran fretta sotto un fitto lancio di monetine. Si era tolto la soddisfazione di ottenere un No del Parlamento, dopo un appassionato discorso alla Camera, ad una richiesta di autorizzazione dei pm di Milano. Ma la via dell’“esilio” gli dovette apparire come l’unica soluzione. E si rifugiò ad Hammamet, sempre più malato di quel diabete che già nel ’90 aveva fatto temere per la sua vita. E da lì ha proseguito la sua battaglia fino all’ultimo a colpi di fax, chiedendo continuamente che si cercasse la verità sul finanziamento illecito dei partiti, rifiutandosi di passare alla storia, lui che aveva dedicato la 
vita alla causa del socialismo, come il capo di una banda di criminali. 

Craxi è morto nel suo letto di Hammamet
 L’articolo di Paolo Conti e Luigi Offeddu pubblicato sul Corriere della Sera del 20 luglio del 2000 alla morte di Craxi: «Ore 16.30 di mercoledì, su Hammamet quasi deserta piove come raramente piove da quelle parti. C’è anche freddo, e vento. Nella grande villa bianca in fondo all’avenue de Tunis, a parte le guardie che stanno sempre al cancello, ci sono sette persone: Bettino Craxi assopito nel suo letto, la figlia Stefania, uno dei nipotini, l’aiuto-segretario Marcello, le tre domestiche tunisine. Stefania Craxi è stata fino a poco prima nella stanza del padre, e ora vi torna. Ma appena si affaccia alla porta, capisce: l’uomo sul letto è immobile, la fine è arrivata in silenzio, nel sonno. Stefania corre al telefono, chiama un medico: “Ma il pronto soccorso più vicino – racconterà più tardi fra le lacrime – qui sta a 40 chilometri...”. 

Un leader di razza tradito da se stesso
 L’articolo di Miriam Mafai pubblicato su Repubblica alla morte di Craxi: «Succedono cose strane 
quando muore qualcuno con il quale hai avuto, da giornalista, rapporti frequenti e spesso polemici, 
qualcuno che hai conosciuto e frequentato, con cui hai discusso, polemizzato, del quale hai raccolto 
interviste dichiarazioni, talvolta confidenze. E succedono cose ancora più strane quando quel qualcuno è Bettino Craxi, morto improvvisamente ieri sera ad Hammamet, da latitante, condannato da un Tribunale italiano per corruzione e ricettazione. Nella testa di chi lo ha conosciuto si affollano le immagini e, non esito a dirlo, i sentimenti più diversi. L’ho conosciuto che aveva poco più di trent’anni, consigliere comunale (o forse assessore, non ricordo bene) a Milano, un ragazzone alto massiccio che aveva stampata sulla faccia la voglia e la “felicità” del far politica » per finire con
«Il tesoro di Craxi e quei fondi del Psi» e ‘Quando Craxi si beveva Milano’. 



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