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mercoledì 27 aprile 2016

Craxi e il debito pubblico



Craxi e il debito pubblico 

‘Quando Craxi si beveva Milano’

Il direttore dell’Avanti ha già risposto al livore rabbioso di Corrado Augias che ha attribuito a Craxi il debito pubblico italiano nelle sue attuali proporzioni.Quando Craxi diventa Presidente del Consiglio il debito è al 70% del Pil (agosto 1983). 
Quando lascia, quattro anni dopo, il debito è arrivato all’84%. 

L’inflazione dal 16% si è ridotta al 4%.

Rapporto debito pil , il debito comincia a salire dall’inizio degli anni settanta e questo accade soprattutto perché,nel nuovo contesto dell’inconvertibilità del dollaro proclamata da Nixon nel ferragosto del 1971, le monete cominciano a fluttuare e la lira comincia a svalutarsi mentre alla fine del 1973 esplode la crisi petrolifera,con effetti conseguenti di stagnazione e inflazione che si presentano insieme.
Nel 1976, quando comincia l’epoca dell’Unità nazionale con il sostegno dei comunisti al governo 
Andreotti, l’inflazione è al 16%, il debito al 56,8% del PIL,con una crescita di 17 punti rispetto a sei anni prima. Nel 1979 il debito raggiunge il 60%. Quando nel 1983 Craxi diventa Presidente del Consiglio il debito è al 70% e l’inflazione al 16%. In quel periodo si registra una fortissima impennata verso l’alto dei tassi di interesse. Cosa sta succedendo?

Sul piano internazionale è iniziata l’epoca di Paul Volcker con un famoso discorso del 6 ottobre 1979 
dell’economista che Carter aveva collocato due mesi prima alla Presidenza della Federal Reserve: era necessario aumentare drasticamente i tassi di interesse, che raggiunsero in poco tempo il 20%. Reagan appoggiò quelle scelte, che puntavano ad un dollaro forte, alla riduzione dell’inflazione e quindi al rafforzamento dei creditori, anche scontando un elevato livello di disoccupazione.Per l’Italia questo significava pagare più interessi sul debito e la circostanza fu aggravata da una scelta interna.

Nel 1981 il ministro del Tesoro Beniamino Andreatta liberò la Banca d’Italia dall’obbligo di sottoscrivere i titoli di Stato e i tassi di interesse sul debito schizzarono verso l’alto. L’obiettivo di Andreatta, fortemente contrastato da Rino Formica, era quello di abbattere i salari. Nel 1984 l’Italia spendeva – al netto degli interessi sul debito – il 42,1% del Pil, che nel 1994 era aumentato appena al 42,9%. Nello stesso periodo la media Ue (esclusa l’Italia) passò dal 45,5% al 46,6% e quella dell’eurozona passò dal 46,7% al 47,7%. Da dove derivava allora la maggiore crescita del debito italiano? Dalla spesa per interessi sul debito pubblico, che fu sempre molto più alta di quella degli altri Paesi. La spesa per interessi crebbe in Italia dall’8% del Pil nel 1984 all’11,4%, livello di gran lunga maggiore del resto d’Europa. Sempre nello stesso periodo la media Ue passò dal 4,1% al 4,4% e quella dell’eurozona dal 3,5% al 4,4%. Così,la misura di Andreatta, che doveva salvaguardare i vincoli di spesa e abbassare i salari, diventò una 
valanga che ingigantiva le rendite finanziarie.

E qui mi sia consentito un ricordo personale,anche per interrompere questa noiosa sequela di cifre.
Accadeva che i titoli di stato erano esenti da imposte, il che attirava il popolo dei BOT che comunque riceveva interessi inferiori all’inflazione e subiva un’imposta patrimoniale occulta. Le imprese invece, e particolarmente quelle finanziarie, potevano contrarre prestiti i cui interessi erano deducibili dall’imponibile per costituire… redditi esenti! In questo modo le Banche e le imprese annullavano gli utili e l’imposta sul reddito delle persone giuridiche era la Cenerentola del sistema tributario. L’11 ottobre 1984 in Commissione finanze mettemmo in minoranza la DC, chiedendo la fine di questo assurdo meccanismo. Il segretario della DC andò a protestare dal Presidente del Consiglio, che lasciò filtrare una critica al nostro comportamento, poi ripresa il giorno successivo in un articolo sull’Avanti del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Giuliano Amato. Sempre sull’Avanti del 16 ottobre uscì la replica, firmata da Formica, Ruffolo e da me, nella quale si scriveva:
“Il carico tributario grava in Italia sul lavoro dipendente, ma la struttura delle imposte non facilita né i profitti di impresa né il capitale di rischio. I vantaggi vanno tutti al capitale inerte. C’è di più: c’è il fatto che uno dei trucchi più usati è appunto quello di utilizzare i titoli del debito pubblico per precostituire erosioni dagli imponibili. Ci sono due mercati del debito pubblico: quello di chi può ridurre gli imponibili e quello del risparmiatore che non può. Anche per questo vi è un intervento urgente da compiere sul primo mercato che si giova del debito e lo alimenta, con un sistema peraltro regressivo perché chi ha più possibilità viene più premiato:esattamente il contrario dell’art.53 della Costituzione”. A Montecitorio incontrai Bruno Visentini che si complimentò per l’articolo e mi chiese di mantenere un segreto: aveva parlato con Craxi e pensava di poterlo convincere. Potevo mantenere il segreto con tutti tranne che con Bettino. E lo chiamai. “Quali altri guai mi combini?” Con questo esordio era difficile proseguire con le 
mie ragioni. E subito aggiunse: “Vieni qui, con il casino che hai fatto sulle barriere architettoniche 
adesso puoi arrivare senza fare un gradino”. Lo trovai,come sempre, con la scrivania stracolma, dalla 
quale spuntava l’Avanti di quel giorno. Ascoltò il mio sfogo e aggiunse: “Il Presidente del Consiglio deve tenere unita la maggioranza. Ma il segretario del Partito ti invita ad andare avanti”. E quindi? “Adesso il governo deve decidere e deciderà”. Un mese e mezzo dopo il decreto era fatto. Due anni dopo anche le rendite finanziarie erano tassate: con la discesa dell’inflazione non si pagava più un’imposta patrimoniale occulta,come quella in vigore con l’alta inflazione che dava rendimenti reali negativi. Non si colpiva l’albero, ma i frutti. Tutti gli studi concordano quindi sul fatto che l’esplosione del debito derivava 
dalla necessità improvvisa di ricorso al mercato determinata dal divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia, 
dagli elevati tassi di interesse, che erano anche conseguenza delle politiche della Thatcher e di 
Reagan, ma anche dal mancato adeguamento delle entrate.

La riduzione dell’inflazione comportò la crescita dei salari reali che all’insediamento del governo Craxi i salari reali erano al di sotto dello zero e 
successivamente crebbero fino al1992,quando raggiunsero circa il 4% in più.La convinzione diffusa che con Craxi i salari crescevano e i ceti popolari stavano meglio ha una base scientifica.

Infine, l’Italia cresceva. Fossimo quinti o sesti nel mondo, si era 
inaugurato il periodo del made in Italy e una nuova considerazione veniva riservata ad un Paese che 
aveva sconfitto il terrorismo, l’inflazione e la crisi. Era cresciuto il debito, ma il deficit annuale era sotto controllo, tant’è che si registravano avanzi primari. Era un problema che si poteva affrontare perché la stragrande maggioranza del debito era detenuta dagli italiani e dunque era possibile redistribuire il reddito. Anche considerando che all’epoca dell’insediamento del governo Craxi la disoccupazione cresceva, ma alla fine di quell’esperienza si vide 
che anche la disoccupazione poteva essere vinta. 

Perché, nel frattempo il PIL cresceva, fino a superare il 4% annuo nel 1989.

Prima o poi le verità torneranno tutte a galla. Meglio prima che poi. E siccome Keynes ironizzava sul 
fatto che nel lungo periodo saremo tutti morti, sarà meglio che, seguendo la replica di Mauro Del Bue ad Augias, ci diamo da fare per ristabilire la verità dei fatti ed almeno una verità tanto poco dichiarata quando molto diffusa:nella storia d’Italia, quando il Partito Socialista 
era forte gli italiani stavano meglio. 

E questo non vale solo per l’età giolittiana, per le elezioni del 1919 e quelle del 1946, ma anche per gli anni sessanta e per gli anni del governo Craxi.

scritto da Franco Piro il cui ruolo di 
parlamentare e di presidente della commissione Finanze della Camera dei deputati.

Iniziò il declino, sotto i colpi degli avvisi di garanzia, ma ci volle un anno prima che Bettino Craxi 
decidesse di gettare la spugna e lasciare la guida del partito. Un processo che si accompagnò al 
disgregarsi del gruppo dirigente, con Claudio Martelli sicuro di poter salvare il partito contrapponendosi a Craxi, e con quest’ultimo determinato a non far finire il bastone di comando nelle mani dell’ex delfino, che infatti fu poi preso da Giorgio Benvenuto. Subito dopo Craxi si preoccupò di sottrarsi alla magistratura, ai suoi occhi impegnata in un’offensiva politica, in una “falsa rivoluzione”. A convincerlo dovette certo contribuire la manifestazione davanti all’Hotel Raphael (Roma), che lo costrinse ad allontanarsi in gran fretta sotto un fitto lancio di monetine. Si era tolto la soddisfazione di ottenere un No del Parlamento, dopo un appassionato discorso alla Camera, ad una richiesta di autorizzazione dei pm di Milano. Ma la via dell’“esilio” gli dovette apparire come l’unica soluzione. E si rifugiò ad Hammamet, 
sempre più malato di quel diabete che già nel ’90 aveva fatto temere per la sua vita. E da lì ha 
proseguito la sua battaglia fino all’ultimo a colpi di fax, chiedendo continuamente che si cercasse la 
verità sul finanziamento illecito dei partiti, rifiutandosi di passare alla storia, lui che aveva dedicato la vita alla causa del socialismo, come il capo di una banda di criminali. 



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