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venerdì 15 aprile 2016

Sindrome di Stoccolma


 La Sindrome di Stoccolma promuove inverosimili rapporti affettivi tra le vittime di sequestro di persona ed i loro rapitori; sembra essere una risposta emotiva automatica, spesso inconscia, al trauma del diventare ostaggio e coinvolge sia i sequestrati che i sequestratori. Infatti consiste, generalmente, di tre fasi: sentimenti positivi degli ostaggi verso i loro sequestratori, sentimenti negativi degli ostaggi contro la polizia o altre autorità governative, 
e reciprocità di sentimenti positivi da parte dei sequestratori. 


Il termine “Sindrome di Stoccolma” è stato utilizzato per la prima volta da Conrad Hassel, agente 
speciale dell’FBI, in seguito ad un famoso episodio accaduto in Svezia tra il 25 ed il 28 agosto del 1973: due rapinatori tennero in ostaggio per 131 ore quattro impiegati (tre donne ed un uomo) nella “camera di sicurezza” della Sveriges Kreditbank di Stoccolma. 
Nonostante la loro vita fosse continuamente messa in pericolo, durante il periodo di prigionia, che fu seguito con particolare attenzione dai mezzi di comunicazione, risultò che le vittime temevano più la polizia di quanto non temessero i rapitori, che una delle vittime 
sviluppò un forte legame sentimentale con uno dei rapitori (che durò anche dopo l’episodio) e che, dopo il rilascio, venne chiesta dai sequestrati la clemenza per i sequestratori e durante il processo alcuni degli ostaggi testimoniarono in loro favore. 

Situazioni affettive simili a quelle descritte nel “caso originario” hanno trovato riscontro in numerosi altri episodi di rapimento, suscitando il medesimo clamore. 
Questa Sindrome può interessare ostaggi e rapitori di ogni età, di ambo i sessi, di ogni nazionalità e 
senza distinzione di “background” socio-culturale. 
Alcuni fattori ne faciliterebbero l’insorgere: la durata e l’intensità dell’esperienza, la dipendenza 
dell’ostaggio dal delinquente per la sua sopravvivenza e la distanza psicologica dell’ostaggio dalle 
autorità. Sembrerebbe che i legami positivi tra rapitore e rapito non si formino subito, ma si rivelino già abbastanza solidi entro il terzo giorno di prigionia. Questo potrebbe essere giustificato dal fatto che nei primi momenti dopo il sequestro il rapito sperimenti un totale stato di confusione, riscontrabile anche in alcune risposte tipiche al trauma: diniego, illusione di ottenere la liberazione, attività frenetica ed esame di coscienza. 
Una volta superato il trauma iniziale, la vittima torna consapevole della situazione che sta vivendo e 
deve trovare un modo per sopportarla; tutto ciò, unitamente all’aumentare del tempo trascorso insieme tra vittima e rapitore ed all’isolamento dal resto del mondo, 
agevola l’alleanza col sequestratore. 
La mancanza di forti esperienze negative, quali percosse, violenza carnale o abuso fisico, facilita la 
genesi della sindrome; abusi meno intensi, deprivazioni ed umiliazioni tendono, invece, ad essere 
razionalizzati e le vittime si convincono che la dimostrazione di forza del sequestratore sia necessaria 
per controllare la situazione o giustificata da un loro comportamento scorretto. 
Spesso il legame fra sequestratore e rapito comincia sulla base di un comune risentimento nei confronti della polizia, che il più delle volte è percepita dall’ostaggio come minacciosa: l’insistenza per la resa del criminale e 
l’eventualità di un’incursione pongono la vittima in un continuo stato d’ansia e di paura per la propria incolumità. Inoltre, le forze dell’ordine vengono considerate meno potenti del delinquente stesso, perché hanno fallito il loro ruolo protettivo e di garanti dell’ordine pubblico dal momento che il sequestro è avvenuto. 
Una volta sviluppatasi non si conosce ancora con precisione la possibile durata di questa Sindrome, ma pare possa sussistere anche per parecchi anni. 
E’ comunque opportuno sottolineare che anche in chi ha sviluppato la Sindrome di Stoccolma si sono riscontrati a distanza di tempo: disturbi del sonno,incubi, fobie,
 trasalimenti improvvisi, flashback e depressione.


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