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lunedì 30 maggio 2016

L’India cancella Finmeccanica



L’India cancella Finmeccanica

Il ministro della Difesa di Nuova Delhi ha annunciato che il procedimento nei confronti dell'azienda della difesa ITALIANA , dell'aerospazio e delle sue controllate è già avviato. Motivazione ufficiale: le indagini sulle presunte mazzette per gli elicotteri Agusta Westland. L'ex amministratore delegato Orsi è stato condannato a 4 anni in appello per corruzione internazionale e false fatturazioni

L’India ha deciso di cancellare tutti i bandi di gara vinti da Finmeccanica, oggi Finmeccanica-Leonardo, per equipaggiamenti destinati alla Difesa. Questo perché il gruppo italiano guidato da Mauro Moretti finirà a breve nella black list di New Delhi. Il motivo ufficiale sono le indagini per le presunte tangenti relative a un appalto da 560 milioni di euro per la fornitura di 12 elicotteri Agusta Westland. Nelle ore successive alla decisione della Corte Suprema di rimpatriare il fuciliere di Marina, il ministero della Difesa di Nuova Delhi aveva annullato un mega-contratto da 300 milioni di dollari con l’azienda per la fornitura di siluri per i sottomarini indiani.

“Il processo per la blacklist è già iniziato”, ha detto il ministro indiano della Difesa, Manohar Parrikar, in un’intervista all’agenzia stampa nazionale Pti. Aggiungendo che non vi saranno più nuove transazioni con Finmeccanica e sue sussidiarie fino a quando resterà nella lista nera. “Dovunque c’è una intenzione di acquisizione da parte di Finmeccanica e delle sue sussidiarie – ha chiarito il ministro – le corrispondenti Richieste di presentare una proposta (Rfp) da parte dell’India saranno revocate. Su questo sono molto chiaro”. Per quanto riguarda “contratti già eseguiti, la manutenzione annuale e l’importazione di pezzi di ricambio verrà permessa là dove sarà assolutamente essenziale“, ha affermato Parrikar, sottolineando che in questi casi la sicurezza nazionale “non può essere compromessa”. Quindi, “solo le nuove acquisizioni saranno bloccate”. Alla domanda sul futuro dei progetti dove Finmeccanica giocava un ruolo cruciale, Parrikar ha risposto: “C’è un solo prodotto in tutto il mondo? Ci saranno sempre i prodotti delle aziende russe, americane e altri ancora. Potrebbero essere solo un po’ più costosi e difficili da ottenere”.

In ballo, come spiega il Times of India, c’è una serie di commesse tutt’altro che irrilevanti. Per esempio alcune piattaforme navali della Marina indiana in costruzione, come quattro cacciatorpedinieri e sette fregate, sono progettati per essere armati con il cannone da 127 millimetri Otomelara, società del gruppo Finmeccanica. Il cannone doveva essere introdotto anche nelle scuole di formazione della Marina militare. L’esercito era anche in trattativa per acquistare missili terra-aria a corto raggio dal consorzio europeo Mbda, di cui Finmeccanica ha una partecipazione. Sul tavolo c’era anche una collaborazione tra l’azienda statale Bharat Dynamics e Finmeccanica per la produzione di protezioni anti-siluro. La controllata Selex Es è coinvolta nella fornitura di radar di sorveglianza aerea per una portaerei in costruzione.

Nell’ambito dell’inchiesta sulle tangenti, l’ex amministratore delegato Giuseppe Orsi è stato condannato in appello a 4 anni e mezzo di reclusione per corruzione internazionale e false fatturazioni per avere portato avanti “attività di depistaggio allo scopo di sottrarsi al processo” e “un’intensa ed estesa attività d’inquinamento probatorio“. Bruno Spagnolini, ex ad di Agusta Westland, è stato invece condannato a 4 anni di reclusione per corruzione internazionale
 e false fatturazioni.

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domenica 29 maggio 2016

Manifestazione : 1 Giugno, Palazzo Marino, Milano dalle ore 9,30 alle ore 14.00



"Nulla su di Noi senza di Noi"


Il Movimento per i Diritti dei Disoccupati

Invita a Partecipare alla manifestazione di Mercoledì 1 Giugno davanti a Palazzo Marino a Milano
dalle ore 9,30 alle ore 14.00

Contro la legge Fornero a favore di tutte le Fragilità e criticità del mondo del lavoro.
L'invito è rivolto a tutti gli interessati della Lombardia ed in particolare ai :
  • Disoccupati di tutte le età
  • Lavoratori precoci quota 41
  • Opzione Donna
  • Mobilitati
  • Esodati
E' importante farci sentire proprio adesso che il governo ha incontrato il sindacato e incontrerà la confindustria.
Saranno ben accetti Striscioni e cartelli vari.

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CONDIVIDETE , GRAZIE
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venerdì 27 maggio 2016

Jobs Act in Francia



Ma cosa dice la legge che fa incazzare i sindacati in Francia ma non in Italia?

Francia, cosa cambia con la legge el Khomri, il jobs act di Hollande: libertà di licenziare, in soffitta il 
contratto nazionale, via libera agli accordi aziendali, crollo delle retribuzioni
Presentato il 17 febbraio, il progetto dalla ministra del lavoro Myriam el Khomri vuole introdurre una maggiore flessibilità nel mercato del lavoro come il jobs act italiano. L’articolo 2, quello che più di tutti suscita la collera dei sindacati, smantella il contratto nazionale favorendo gli accordi interni alle imprese rispetto a quelli approvati a livello nazionale o di categoria 
per quanto riguarda i tempi di lavoro. 

Restano sulla carta le 35 ore settimanali ma a prevalere d’ora in poi saranno gli accordi di gestione 
interni a ciascuna impresa. Può crollare, in caso di accordo aziendale, dal 25% al dieci la 
maggiorazione per gli straordinari. In pratica ci sarà “un codice del lavoro per ogni impresa” e dumping sociale a go-go. I licenziamenti saranno possibili in caso di “abbassamento significativo degli ordinativi o del giro d’affari” così la crisi la pagheranno per intero e immediatamente i lavoratori, con buona pace della retorica del rischio d’impresa. Il 10 maggio, proprio come il suo epigono italiano, Renzi, il primo ministro Valls, di fronte alla fronda di una parte dei deputati socialisti, non ha esitato a utilizzare l’articolo 49.3 della costituzione, che consente di far adottare il testo senza il voto dell’assemblea nazionale, per evitare il rischio di una bocciatura o di una modifica profonda del progetto. Il progetto deve adesso essere esaminato dal senato 
a metà giugno, prima di tornare alla camera.

La legge dovrà ora essere discussa al Senato dal prossimo 14 giugno, giorno in cui è già stata fissata una nuova grande protesta.

Oltre che a Parigi, ci sono state manifestazioni a Brest, Rennes, Caen, Bordeaux, Marseille, Le Havre, Lione e in molte altre città. In tutto sono state arrestate 77 persone, 36 nella capitale.

La protesta si è allargata anche alle centrali nucleari, quanto mai strategiche visti i problemi energetici dati dal blocco del carburante. I lavoratori di tutte e diciannove le centrali nucleari presenti in Francia hanno deciso di aderire alla mobilitazione, ma solo dodici reattori su 58 hanno subito tagli di produzione. Due centrali termiche sono rimaste invece completamente ferme. Ci sono stati rallentamenti o blocchi in sei raffinerie di petrolio su otto e si sono fermati anche i principali porti del paese e due depositi di petrolio in Corsica. Coinvolti nelle agitazioni anche aviazione civile,
 ferrovie e trasporti locali.

Nonostante i disagi, i sondaggi dicono che oltre 6 francesi su 10 considerano giustificati gli scioperi, e 7 su 10 vorrebbero che la legge fosse ritirata o modificata.

E proprio in una delle raffinerie bloccate, a Fos-Sur-Mer, l’inviato de La Stampa ha parlato con i lavoratori, che hanno fatto un parallelo proprio col Jobs act italiano: “Non credete a questa menzogna del progresso! Vi siete fatti fregare, voi italiani. Non faremo lo stesso. Questo legge sulla flessibilità del lavoro è un ritorno al passato, vogliono togliere di mezzo il sindacato e disporre dei lavoratori a piacimento. Lo chiamano futuro, ma è una nuova forma di schiavitù. Ci possono licenziare a piacimento. Possono obbligarci a fare quanti straordinari vogliono, pagandoli di meno. Non garantiscono più la stessa assistenza sanitaria ai lavoratori. Ma la cosa più grave è che hanno imposto questa legge in totale disprezzo della democrazia, tagliando fuori il Parlamento”.


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lunedì 23 maggio 2016

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Cos’è il Fiscal Compact



Cos’è il Fiscal Compact

Nelle ultime settimane, in vista delle prossime elezioni europee del 25 maggio, molti critici dell’euro e più in generale delle politiche economiche in Europa hanno sostenuto di nuovo la necessità per l’Italia di uscire dal cosiddetto “Fiscal Compact”, cioè il Trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance dell’Unione Europea firmato da 25 paesi il 2 marzo 2012. Il Fiscal Compact è stato un tema ricorrente del dibattito politico negli ultimi anni e probabilmente lo sarà ancora a lungo: formalmente si tratta di un accordo europeo che prevede una serie di norme comuni e vincoli di natura economica che hanno come obbiettivo il contenimento del debito pubblico nazionale di ciascun paese; sostanzialmente è diventato sinonimo dell’austerità.

A distanza di due anni, alcuni importanti esponenti dei partiti che nel 2012 ne approvarono l’entrata in vigore in Italia hanno detto che aderire al Fiscal Compact fu uno sbaglio, alimentando il dibattito. 

Stefano Fassina, ex viceministro all’Economia e responsabile economico del Partito Democratico nel 
momento in cui il PD votava sì al Fiscal Compact, ha detto che si trattò di «un errore»; l’expresidente del Consiglio Enrico Letta, sempre del PD, ha detto pochi giorni fa che «così com’è sarebbe terribile per l’Italia». Silvio Berlusconi, all’epoca leader del PdL, che voto sì al Fiscal Compact, recentemente ha detto che l’accordo «esprime in sé tutte le idee di una politica imposta
 all’Europa da una Germania egemone».



Da dove arriva, chi l’ha firmato
Bisogna ricordare innanzitutto che i mesi precedenti alla firma del trattato erano stati tra i più complicati nella storia dell’euro e dell’Unione Europea: le economie di molti paesi, soprattutto quelli mediterranei, erano state messe in grande difficoltà dalla crisi. Costretti a indebitarsi per fare fronte alle loro spese nonostante le ridotte entrate fiscali, questi paesi non potevano fare altro che offrire interessi sempre più alti agli investitori per ottenere denaro in prestito. La crescita verticale degli interessi unita alla crisi di produttività e ricchezza aveva portato esperti e analisti persino a dubitare, in alcuni casi, che quei debiti potessero essere mai ripagati. La Grecia effettivamente fu costretta a fare un parziale default, rinegoziando le condizioni del suo debito, e senza due prestiti internazionali da centinaia di miliardi di euro avrebbe dichiarato bancarotta; anche la Spagna, il Portogallo e Cipro ebbero bisogno dei soldi della comunità internazionale per tenersi in piedi.

I problemi di ogni paese dell’euro determinavano una “reazione a catena” sugli altri: una giornata 
particolarmente negativa in Grecia o in Spagna, per esempio, costringeva anche l’Italia a offrire un 
tasso di interesse più alto agli investitori. Proprio in Italia la pericolante situazione economica aveva 
portato il governo Berlusconi a perdere la sua maggioranza in Parlamento e a essere sostituito da un 
governo tecnico guidato da Mario Monti, col compito dichiarato di far uscire quantomeno l’Italia 
dall’emergenza. Economisti anche molto stimati prevedevano che l’euro sarebbe scomparso entro pochi mesi.
Una delle iniziative prese dai paesi dell’Unione Europea in quel periodo – non l’unica, ma certamente la più controversa – fu il Fiscal Compact, un trattato per stabilire norme e vincoli validi per tutti i paesi firmatari e intervenire in particolare sulla politica fiscale dei singoli paesi. Sia simbolicamente sia materialmente, comportò la cessione di una fetta della propria sovranità economica di ogni paese a un ente sovranazionale, l’Unione Europea. Il Fiscal Compact in questo senso non fu una novità assoluta, anzi: i sui predecessori più importanti furono il Trattato di Maastricht, entrato in vigore l’1 novembre 1993, e il Patto di stabilità e crescita, sottoscritto nel 1997. Nel Trattato di Maastricht, fra le altre cose, erano contenuti i cinque criteri che ciascun paese avrebbe dovuto soddisfare per adottare l’euro, fra cui un rapporto fra deficit (cioè il disavanzo annuale di uno stato) e il prodotto interno lordo (PIL) non superiore al 3 per cento e un rapporto fra debito complessivo e PIL non superiore al 60 per cento. Nel Patto del 1997 l’Unione si dotò invece degli strumenti per inviare avvertimenti e applicare sanzioni agli Stati che non avessero rispettato i vincoli imposti nel 1993.
Il Fiscal Compact è stato firmato da tutti i 17 paesi che all’epoca facevano parte dell’eurozona (dall’1 gennaio 2014 si è aggiunta la Lettonia, che lo aveva già firmato), che cioè dispongono dell’euro come moneta corrente, cioè Austria, Belgio, Cipro, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, 
Italia, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi, Portogallo, Slovacchia, Slovenia, Spagna. È stato anche 
firmato da 7 altri membri dell’Unione Europea non appartenenti all’eurozona, cioè Bulgaria, Danimarca, Lituania, Ungheria, Polonia, Romania, Svezia. 
Non è stato firmato da Gran Bretagna e Repubblica Ceca.

Cosa prevede
Fra le molte cose contenute nel trattato, le più importanti sono quattro:
– l’inserimento del pareggio di bilancio (cioè un sostanziale equilibrio tra entrate e uscite) di ciascuno Stato in «disposizioni vincolanti e di natura permanente – preferibilmente costituzionale» (in Italia è stato inserito nella Costituzione con una modifica all’articolo 81 approvata nell’aprile del 2012);
– il vincolo dello 0,5 di deficit “strutturale” – quindi non legato a emergenze – rispetto al PIL;
– l’obbligo di mantenere al massimo al 3 per cento il rapporto tra deficit e PIL,
 già previsto da 
Maastricht;
– per i paesi con un rapporto tra debito e PIL superiore al 60 per cento previsto da Maastricht, l’obbligo di ridurre il rapporto di almeno 1/20esimo all’anno, per raggiungere quel rapporto considerato “sano” del 60 per cento. In Italia il debito pubblico ha sforato i 2000 miliardi di euro, intorno al 134 per cento del PIL. Per i paesi che sono appena rientrati sotto la soglia del 3 per cento nel rapporto tra deficit e PIL, come l’Italia, i controlli su questo vincolo inizieranno nel 2016.

Le critiche
Una delle norme più criticate è stata il vincolo del 3 per cento, ritenuto da alcuni troppo basso per 
permettere allo Stato di indebitarsi per tagliare le tasse o finanziare investimenti e attività in favore della crescita. Fra gli altri l’economista Emiliano Brancaccio, collaboratore del Manifesto e del Sole 24 Ore e noto critico delle misure di cosiddetta “austerità”, ha detto che ridiscutere il vincolo «è il minimo che si possa fare», e lo stesso presidente del Consiglio Matteo Renzi l’ha definito «oggettivamente anacronistico», nonostante abbia garantito che il governo italiano lo rispetterà.
Ma la norma più contestata in assoluto è quella che prevede la riduzione del rapporto fra debito e PIL di 1/20esimo all’anno. Beppe Grillo, in un post del suo blog del 9 marzo 2014, ha scritto che il Movimento 5 Stelle «cancellerà» il Fiscal Compact, che «in mancanza di una fortissima crescita taglierebbe la spesa pubblica dai 40 ai 50 miliardi all’anno per vent’anni». Moltissimi hanno detto la stessa cosa, negli ultimi mesi: costringendo i paesi a ridurre il rapporto tra debito e PIL di almeno 1/20esimo all’anno, l’Italia sarebbe costretta a fare ogni anno dolorosissime manovre di tagli da 40 o 50 miliardi di euro ogni volta. Anche altri partiti di destra, come la Lega Nord e Fratelli d’Italia, si sono detti decisamente contrari al trattato.
In realtà, come spiegato bene da esperti e analisti, il Fiscal Compact non “impone” nessun taglio della spesa pubblica né obbliga l’Italia a fare tagli anche solo vicini ai 50 miliardi all’anno. Per prima cosa, come spiega bene Davide Maria De Luca nel suo libro, «quello che le regole del fiscal compact ci 
impongono di ridurre è il rapporto tra il debito pubblico e il PIL. Se ripaghiamo il debito, agiamo sul 
numeratore, diminuendolo. Per ridurre il rapporto si può però percorrere anche un’altra strada: alzare il denominatore», cioè aumentare il PIL.
Nel conto del rapporto fra debito e PIL, inoltre, il riferimento non è il PIL reale, bensì quello “nominale”: cioè, in sostanza, il PIL reale più l’inflazione. Secondo quanto riportato da Giuseppe Pisauro su La Voce, le cifre di cui si sta parlando «in tempi normali sono valori bassi: con un debito al 120 per cento del PIL e il pareggio di bilancio è sufficiente che il PIL nominale cresca del 2,5 per cento». Tenendo conto del fatto che la BCE si sta spendendo molto per tenere l’inflazione al 2 per cento (e facendo quindi in modo di aumentare il valore del PIL nominale di ciascun paese del 2 per cento). L’ISTAT prevede che nel 2014 il PIL aumenterà di circa lo 0,75 per cento, al netto dell’inflazione: potrebbe quindi non essere necessario agire sul numeratore, cioè tagliare per ripagare il debito pubblico, e risolvere il problema lavorando all’incremento del PIL attraverso misure rivolte alla crescita (cioè sul denominatore).
Il problema, semmai, è che l’inflazione va piuttosto a rilento: potrebbe non aumentare fino al 2 per cento ogni anno, la quota ritenuta “sana”, e c’è addirittura chi teme si entri in una fase di deflazione; e poi c’è il rischio che le stime sulla crescita dell’ISTAT si rivelino troppo ottimistiche. In quel caso l’Italia potrebbe essere sollecitata a rispettare gli accordi previsti dal Fiscal Compact o ricevere degli avvertimenti (il rischio di sanzioni, nonostante siano previste in modo semiautomatico, è improbabile: per approvarle serve il voto favorevole di una larga maggioranza degli Stati, e ce ne sono molti che hanno a loro volta problemi nel rispettare i parametri del Fiscal Compact). Questo grafico interattivo di Reuters mostra bene come in ogni caso il raggiungimento del rapporto fra debito e PIL sotto al 60 per cento dipenderà da molti fattori: cambiando i valori, si modificano le stime.
La stima dei “50 miliardi da tagliare per vent’anni” citata da Grillo, infine, è frutto di un calcolo “a 
spanne” che non ha senso nemmeno se decidessimo di agire soltanto sulla riduzione del debito e non 
sulla crescita del PIL: riducendo il debito pubblico il numeratore del rapporto con il PIL si abbasserebbe, rendendo comunque necessario abbassare la cifra da tagliare 
ogni anno per ridurre il rapporto.


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Le ragioni del NO alla riforma costituzionale



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I Giuristi Democratici vogliono offrire un contributo informativo e formativo rivolto alla società per far meglio comprendere i rischi che l'approvazione della riforma della Costituzione produrrebbe sulla democrazia nel nostro Paese. 
Abbiamo pensato a un opuscolo, snello e sintetico, che evidenzi a tutti le principali conseguenze negative a danno della democrazia che deriverebbero dalla riforma. 

Negli allegati l'opuscolo


L'opuscolo potrà essere utilizzato e diffuso da tutti coloro che ne vorranno approfittare, non solo, dunque, dalle sedi locali dell'Associazione, ma anche da chiunque sia interessato alla diffusione del testo. 

ATTENZIONE: l'allegato contenente la versione opuscolo va stampato in modalità fronte/retro con modalità "blocco"e poi piegato a metà - l'allegato versione lettura web è un normale documento.


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venerdì 20 maggio 2016

Marco Pannella



Addio Marco Pannella, 
grande guerriero della politica Italiana. Grazie per le battaglie di una vita che hanno portato al divorzio, aborto, diritti civili. Rivoluzioni che hanno reso
 l'Italia un paese moderno e più evoluto. 
Un uomo libero.

Marco Pannella è stato tra i più longevi protagonisti della politica italiana, da sempre legato al Partito radicale che ha fondato nel 1956, fresco di laurea in Giurisprudenza all'Università di Urbino, con Ernesto Rossi, Leo Valiani, Mario Pannunzio ed Eugenio Scalfari. Nato a Teramo il 2 maggio 1930 (all'anagrafe Giacinto Pannella), è stato un appassionato sostenitore delle battaglie civili a partire dagli anni Sessanta, che ha portato avanti ispirandosi ai metodi di lotta politica nonviolenta del Mahatma Gandhi e Martin Luther King. Oltre a gesti di disobbedienza civile e scioperi della fame e della sete, che ha praticato più volte durante le storiche battaglie del Partito radicale, ha usato anche la tv (alla fine degli anni Settanta era fisso su TeleRoma 56, una delle prime televisioni private italiane pensata e ideata da Bruno Zevi e Guglielmo Arcieri) dove andava in onda in diretta per ore imbavagliandosi, urlando, incitando, discutendo con i telespettatori al telefono. Al suo fianco c'erano Giovanni Negri e Francesco Rutelli. Nel 1980, per denunciare la censura che proibiva persino il possesso di un poster del film, Teleroma 56 mandò in onda una copia arrivata dalla Francia del film Ultimo tango a Parigi di Bernardo Bertolucci. L'emittente romana si impegnò anche a fianco di Enzo Tortora nella sua tragica vicenda giudiziaria. Negli stessi anni nasce anche Radio Radicale, organo ufficiale di informazione del partito, diffusa in tutto il territorio nazionale. Il nome di Pannella è anche legato al referendum, strumento politico che ha applicato intensamente promuovendo, nel corso di tre decenni, la raccolta di quasi cinquanta milioni di firme necessarie alla promozione delle varie campagne referendarie

Addio Marco, eroe di molte battaglie civili in Italia.

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mercoledì 18 maggio 2016

Travaglio svergogna Verdini



Travaglio svergogna Verdini
 in diretta e davanti a milioni di spettatori



VERDINI col suo Partito "ALA " sostiene il Governo Renzi
pur essendo di IDEE diversissime,
anzi controverse .

Denis Verdini : 
Associazione a delinquere, bancarotta fraudolenta, 
appropriazione indebita, truffa ai danni dello Stato. 

Dal tavolo per le riforme al banco degli imputati. Denis Verdini è stato rinviato a giudizio per la vicenda legata alla gestione del Credito cooperativo fiorentino (Ccf) del quale il coordinatore di Forza Italia è stato presidente fino al 2010. È la decisione del giudice per l’udienza preliminare del tribunale di Firenze Fabio Frangini. Tra gli altri imputati rinviati a giudizio anche il parlamentare di Forza Italia Massimo Parisi.

Verdini sarà chiamato a rispondere dell’accusa di truffa ai danni dello Stato per i fondi per l’editoria, che secondo la Procura di Firenze, avrebbe percepito illegittimamente per la pubblicazione di “Il Giornale della Toscana”. Sempre per il reato di truffa allo Stato per la vicenda dei fondi per l’editoria è stato rinviato a giudizio anche il deputato di Forza Italia Massimo Parisi, coordinatore del partito in Toscana.

Stralciata la posizione di Marcello Dell’Utri, attualmente in carcere a Parma per scontare la condanna definitiva per concorso esterno. Complessivamente sono state rinviate a giudizio 47 persone tra le 69
che erano state iscritte nel registro degli indagati (e tra questi tutti componenti del Cda del Ccf e i
sindaci revisori della banca). Ventuno i proscioglimenti o le assoluzioni con rito abbreviato per posizioni considerate ”minori”. Fra le persone prosciolte anche la moglie di Verdini, Simonetta Fossombroni, e il fratello dell’esponente di Forza Italia Ettore.

 Secondo le indagini preliminari, chiuse nell’ottobre 2011, finanziamenti e crediti milionari sarebbero stati concessi senza “garanzie”, sulla base di contratti preliminari di compravendite ritenute fittizie. Soldi che, per la Procura di Firenze venivano dati a “persone ritenute vicine” a Verdini stesso sulla base di “documentazione carente e in assenza di adeguata istruttoria”. In totale, secondo la magistratura il volume d’affari, ricostruito dai carabinieri dei Ros di Firenze, sarebbe stato pari a “un importo di circa 100 milioni di euro” di finanziamenti deliberati dal Cda del Credito i cui membri, secondo la notifica della chiusura indagini “partecipavano all’associazione svolgendo il loro ruolo di consiglieri quali meri esecutori delle determinazioni del Verdini”. In sintesi secondo l’accusa, Verdini decideva a chi dare, e quanto, mentre gli altri si limitavano a ratificare “senza sollevare alcuna obiezione”.

A dare il via all’indagine, la relazione dei commissari di Bankitalia che in 1.500 pagine, allegati compresi, avevano riassunto lo stato di salute della banca di Verdini. E le anomalie riscontrate. Dell’Utri in particolare sarebbe riuscito a ottenere, nonostante una situazione di “sofferenza” bancaria, un affidamento nella forma dello scoperto bancario di 250mila euro, diventati in appena 7 mesi ben 2.800.000, per poi lievitare a 3.200.000. Questo, per l’accusa, era avvenuto senza garanzie. “Vicinanza a Verdini, Parisi e alle altre persone rinviate a giudizio. Tutti, amici e avversari, ricordino sempre garantismo e presunzione di innocenza” scrive su Twitter Daniele Capezzone, presidente della Commissione Finanze della Camera.
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lunedì 16 maggio 2016

I motivi per dire “no” al TTIP



Dieci motivi per dire “no” al TTIP, 
il trattato commerciale tra UE e USA per il libero scambio senza 
ostacoli tariffari e non solo. 
A rischio salute pubblica, sicurezza alimentare e ambientale.

Dal luglio 2013, sono in corso i negoziati per arrivare a un Trattato commerciale di libero scambio tra Unione europea e Stati Uniti (Transatlantic Trade and Investment Partnership – TTIP) con l’obiettivo di aumentare il commercio e gli investimenti tra Ue e Usa, eliminando gli ostacoli tariffari e non tariffari. La preoccupazione diffusa è che l’eliminazione di questi ultimi possa mettere in pericolo il livello di tutela dell’Ue in materia di salute pubblica, sicurezza alimentare, informazione dei consumatori, salute animale e ambiente. Infatti, esistono differenze, anche profonde, tra i sistemi di regolamentazione dell’Unione europea e degli Stati Uniti 
derivati da culture giuridiche e politiche diverse.

Secondo la commissione per l’ambiente, la sanità pubblica e la sicurezza alimentare del Parlamento 
europeo, per conseguire una maggiore compatibilità normativa senza danneggiare gli standard europei, presenti e futuri, in materia di salute e ambiente, il TTIP dovrebbe contenere una chiara distinzione tra i settori in cui gli obiettivi e i livelli di tutela europei e statunitensi sono simili, e quelli in cui sono divergenti. Nei settori in cui sono simili, sarebbe possibile adottare approcci comuni o un riconoscimento reciproco; nei settori in cui i livelli di tutela sono chiaramente divergenti, la cooperazione tra Usa e Ue dovrebbe focalizzarsi sullo scambio di informazioni o su un’armonizzazione verso l’alto.

 Ma i negoziatori non stanno seguendo questa strada. Il settore agroalimentare è compreso nel capitolo delle materie fitosanitarie, per le quali non si prevede una regolamentazione specifica, mediata tra le due parti. Si intende procedere con il riconoscimento automatico dell’equivalenza, che permetterebbe di accettare le regolamentazioni di entrambe le parti, senza giungere a una sintesi o a una riscrittura congiunta delle regole. Le controversie che ne potrebbero derivare in seguito, sarebbero affidate a collegi arbitrali privati, la cui previsione è oggetto di molte preoccupazioni.

Questi sono dieci punti caldi sul tavolo delle trattative sul TTIP.

1) Principio di precauzione – Per autorizzare un prodotto, in Europa è richiesta un’evidente assenza di rischio, mentre negli Usa è sufficiente l’assenza dell’evidenza di un rischio. Da noi, l’identificazione di incertezze scientifiche serie giustifica l’adozione di misure basate sul principio di precauzione, che consente di scegliere l’opzione più protettiva per il consumatore. Negli Usa, il prodotto viene autorizzato, salvo poi adottare misure restrittive, se si evidenziano rischi.
A rischio i controlli e la sicurezza alimentare. In USA le regole sono diverse e meno stringenti

2) Controlli – L’Unione europea ha adottato la strategia “dai campi alla tavola”, cioè un controllo 
integrato di filiera, che va dalla produzione primaria, compresi i mangimi e i fertilizzanti, fino alla vendita al dettaglio. I controlli statunitensi, invece, sono più concentrati nella parte intermedia, cioè sulla grande produzione alimentare.

3) Pesticidi – Negli Stati Uniti, sono autorizzati 82 pesticidi vietati nell’Unione europea. Senza una 
regolamentazione specifica e adottando il meccanismo di equivalenza automatica, con il TTIP i 
produttori di questi pesticidi potrebbero chiedere di poterli commercializzare anche in Europa.

4) Ogm – A parole, non dovrebbero far parte del TTIP ma le reazioni dei negoziatori statunitensi alla 
nuova proposta di regolamento della Commissione Ue sulla possibilità dei singoli Stati di vietare gli ogm in mangimi e alimenti, autorizzati a livello europeo, così come già avviene per le coltivazioni, dimostra il contrario.
In teoria non dovrebbero esserci variazioni sulla possibilità dei singoli Stati di decidere sugli OGM
Negli Stati Uniti, gli ogm vengono considerati equivalenti agli alimenti e alle sementi convenzionali. La Food and Drug Administration (FDA) li ha riconosciuti come generalmente sicuri e quindi non esiste un quadro giuridico con regole specifiche. Negli Usa, gli ogm non devono essere preventivamente autorizzati, e i produttori sono responsabili della sicurezza. Inoltre, non esiste un piano di monitoraggio sui possibili effetti nel lungo termine e ogni procedura di consultazione risulta volontaria. Gli Usa contestano la normativa europea che, oltre ai possibili divieti nazionali, consente alla Commissione Ue di non autorizzare gli ogm, anche se hanno ottenuto parere favorevole da parte dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa). Secondo gli Usa, una volta che un ogm ha avuto parere scientifico favorevole, la sua autorizzazione alla commercializzazione dev’essere automatica.Anche sul fronte dell’informazione e della trasparenza nei confronti dei consumatori le diversità tra Ue e Usa sono sostanziali. Da noi è obbligatoria l’etichettatura dei prodotti alimentari che li contengono in quantità superiore allo 0,9% rispetto al peso totale, negli Stati Uniti l’etichettatura è volontaria e pochissimi riportano la dicitura sulla confezione.

Secondo uno studio realizzato dalla Direzione generale delle politiche interne del Parlamento europeo, “nei negoziati relativi al TTIP, una facilitazione nell’approvazione e nel commercio degli ogm è un’importante richiesta dei coltivatori e delle imprese statunitensi. Essi sono sostenuti dalle autorità Usa, che lamentano la lentezza e le poche autorizzazioni alla vendita e al commercio di organismi geneticamente modificati nell’Unione europea.  Il governo degli Stati Uniti vorrebbe anche una soglia di tolleranza più alta per le tracce di ingredienti geneticamente modificati nel cibo e nei mangimi. Il governo Usa, inoltre, ritiene che l’etichettatura obbligatoria degli ogm discrimini ingiustamente questi prodotti”.
Ormoni: sono vietati in Europa, ma permessi in USA

5) Ormoni – L’Unione europea vieta l’utilizzo di ormoni per la crescita degli animali, mentre gli Usa lo consentono, anche se non ne è dimostrata la sicurezza. Nel 2012, l’Unione europea aveva risolto un contenzioso durato 24 anni con Usa e Canada, cioè da quando, nel 1988, l’Ue aveva vietato la 
commercializzazione di carni di animali trattati con gli ormoni della crescita. L’accordo prevedeva che Usa e Canada potessero esportare nell’Ue 48.200 tonnellate di carni bovine da animali hormone-free, nel rispetto della legislazione comunitaria.

6 ) Antibiotici – Negli Usa, a differenza che nell’Ue, che l’ha vietato dal 2006, è ancora consentito 
l’utilizzo di antibiotici nei mangimi dei polli , come trattamento di massa preventivo e non come terapia per gli animali malati, oltre che per favorirne la crescita, con gravi ricadute sull’antibiotico resistenza negli esseri umani e negli stessi animali. Si stima che il 70% di tutti gli antibiotici distribuiti negli Stati Uniti sia usato negli allevamenti; solo il 10% è usato per curare animali malati, mentre il restante 20% è impiegato nell’uomo. Il TTIP, chiedendo l’equivalenza e non l’identità dei criteri produttivi e degli standard igienici e di sicurezza, aprirebbe la strada all’esportazione nell’Ue della carne di animali statunitensi trattati con antibiotici, di cui non saranno rilevabili le tracce. 

7) Richiedendo l’equivalenza e non l’identità degli standard igienici, il TTIP consentirebbe anche 
l’esportazione dagli Usa nell’Ue della carne dei polli, le cui carcasse sono state lavate con acqua di 
cloro, cioè con candeggina diluita, pratica che in Europa è vietata. Nell’Ue, infatti, è consentito solo il lavaggio con acqua potabile. In Italia non è praticato neppure questo e, dopo la macellazione, i polli 
vengono subito trasferiti in celle frigorifere, per abbassare rapidamente la temperatura e ridurre al 
minimo qualsiasi tipo di sviluppo microbico. Il sistema è più oneroso ma preserva meglio la qualità del prodotto.

8) Clonazione – Negli Stati Uniti è consentita la commercializzazione di carne e latte di animali 
discendenti da cloni e questa caratteristica non deve essere indicata in etichetta. L’Unione europea non ha ancora regolamentato la materia. Un eventuale divieto da parte europea, una volta approvato il TTIP, potrebbe essere considerato come una barriera non tariffaria al libero commercio e quindi 
contestato. Secondo un’indagine del 2010 di Eurobarometro, il 67% dei consumatori europei esprime 
forti riserve sulla clonazione animale nella catena alimentare, il 57% non ne vede benefici e il 70% 
pensa che non debba essere incoraggiata.

Gli Stati Uniti non riconoscono i marchi che contraddistinguono le eccellenze agroalimentari europee come l’Igp (Indicazione geografica protetta) e la Dop (Denominazione di origine protetta).

9) Igp e Dop – Gli Stati Uniti non riconoscono i marchi che contraddistinguono le eccellenze 
agroalimentari europee come l’Igp (Indicazione geografica protetta) e  la Dop (Denominazione di origine protetta). L’Italia, con 271 Igp e Dop, è il paese europeo con il maggior numero di marchi. 
Parallelamente al mancato riconoscimento delle certificazioni europee, negli Stati Uniti ha preso 
largamente piede il fenomeno industriale dell’Italian sounding, cioè di prodotti che richiamano un 
prodotto italiano, a volte storpiando il nome. Come riassume un documento del Ministero dello sviluppo economico, che pubblica anche diverse foto esemplificative, “l’Italian sounding è quel fenomeno di contraffazione imitativa che negli Stati Uniti colpisce i prodotti italiani del comparto agro-alimentare, anche se protetti da indicazioni geografiche o denominazioni di origine. Tecnicamente è una pratica che non lede alcun diritto di proprietà intellettuale negli Usa ma che induce il consumatore, attraverso l’utilizzo di parole, colori, immagini e riferimenti geografici, ad associare erroneamente il prodotto locale a quello italiano. L’imitazione evocativa dei prodotti italiani è causa di un consistente danno economico 
alle aziende del settore che operano negli Usa (…) laddove tre prodotti alimentari italiani su quattro 
all’estero non sarebbero autentici”.
Dall’altra parte dell’Atlantico, i soli formaggi statunitensi con nomi generici di origine europea – come Asiago, Fontina, Gorgonzola o Feta – rappresentano un giro d’affari annuo di 21 miliardi di dollari. I produttori americani giudicano inaccettabile il tentativo europeo di restringerne la commercializzazione nell’ambito del TTIP, giudicandola una misura protezionista e una barriera non tariffaria. La prospettiva di accordo nel TTIP è quella di un mutuo riconoscimento di alcuni prodotti: da una parte, i prodotti statunitensi dovrebbero indicare in etichetta l’origine del prodotto, senza alludere alle indicazioni geografiche europee corrispondenti, dall’altra l’Europa dovrebbe consentire l’esportazione nell’Ue di questi prodotti, sinora vietati. Questa soluzione aprirebbe un maggior mercato negli Usa per le Igp e le Dop europee, grazie all’abbattimento delle barriere tariffarie. Il contraccolpo negativo si potrebbe avere sul mercato europeo, dove i consumatori troverebbero per la prima volta prosciutti, formaggi e salumi con lo stesso nome di quelli italiani, ad esempio, ma a minor prezzo.

Il sistema di arbitrato sovranazionale è uno dei punti più controversi
10) ISDS – Questo è uno dei punti più controversi della trattativa sul TTIP, perché si prevede la 
creazione di un sistema di arbitrato sovranazionale (ISDS), che, bypassando i sistemi giudiziari 
nazionali, sarebbe incaricato di risolvere le controversie tra aziende straniere e governi accusati di non rispettare le clausole del trattato. Il timore diffuso è che in questo modo si cerchi di far prevalere gli interessi economici e commerciali su quelli di tutela della sicurezza e della salute, in particolare nel settore agroalimentare. Secondo la commissione per l’ambiente, la sanità pubblica e la sicurezza 
alimentare del Parlamento europeo, “tale meccanismo può in sostanza mettere a repentaglio i diritti 
sovrani dell’Ue, dei suoi Stati membri e delle autorità regionali e locali, di adottare regolamenti in 
materia di salute pubblica, sicurezza alimentare e ambiente”. Infatti, “dovrebbe spettare ai giudici dell’Ue e/o degli Stati membri, che offrono un’efficace tutela giuridica fondata sulla legittimità democratica, risolvere tutti i casi attesi di controversie in modo competente, efficiente ed economicamente conveniente”.

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mercoledì 11 maggio 2016

DIRITTI LGBT : APPROVATE LE UNIONI CIVILI



DIRITTI LGBT : APPROVATE LE UNIONI CIVILI 

Ore 15:46 dell’11 maggio 2016, con 369 sì e 193 no è stata votata la fiducia al Governo sulle unioni 
civili. È una data storica, l’Italia non è più fanalino di coda in Europa in materia di diritti LGBT. Da oggi anche noi abbiamo una legge che riconosce le unioni tra persone dello stesso sesso.

Certo è una legge monca. Dopo lo stralcio della stepchild adoption, a febbraio nel passaggio al Senato, e ancor prima con la modifica in “formazioni sociali specifiche” (a settembre dello scorso anno in Commissione giustizia), sono stati cancellati tutti i riferimenti alla famiglia.

Del resto, questa legge è stata approvata grazie al voto dell”NCD di Alfano. Lo stesso che il giorno 
dell’approvazione in Senato del maxemendamento Marcucci disse: «Abbiamo impedito una rivoluzione antropologica contro natura».


Stessi concetti sono stati ribaditi in aula alla Camera dal deputato NCD Calabrò, che si è detto 
soddisfatto per le modifiche che il suo partito ha apportato al disegno di legge: «Il ddl Cirinnà avrebbe introdotto l’adozione per le coppie gay e la stepchild adoption 
che avrebbe portato l’utero in affitto in Italia».
Sappiamo benissimo che sono mistificazioni, costruzioni mediatiche realizzate ad hoc per negare 
l’uguaglianza a tutti i cittadini: la stepchild adoption non ha niente a che fare con l’adozione esterna e ancor meno con la gestazione per altri.

Forse le parole giuste le ha usate Nicola Fratoianni di SEL nell’annunciare il voto contrario alla fiducia di Governo: «La verità è che questa legge, pur dentro un quadro di avanzamento, costruisce in questo paese un’insopportabile discriminazione».
Per questo oggi festeggeremo, ma con l’amaro in bocca. Intanto, il primo passo è stato fatto.


Unioni civili, la legge punto per punto: stralciata la stepchild adoption per le coppie gay

Dal pronunciamento dei giudici sull'adozione all'assenza di obbligo di fedeltà fino alla regolamentazione dei rapporti patrimoniali:
 tutto quello che c'è da sapere sulle norme approvate al Senato

Con l'approvazione dell'aula del senato alla fiducia chiesta dal governo sul maxiemendamento, frutto dell'accordo Pd-Ncd, le unioni civili in italia cominciano a diventare realtà. Rispetto al ddl Cirinnà è stato stralciato l'articolo 5 sulla stepchild adoption, ossia l'adozione del figlio del partner all'interno delle coppie omossessuali. Sono stati eliminati anche alcuni rimandi al codice civile sul matrimonio come l'obbligo di fedeltà. Via anche i riferimenti agli articoli 29-30-31 della Costituzione. Richiamati invece gli articoli 2 e 3 della carta sulle 'formazioni sociali' e sull'uguaglianza tra tutti i cittadini.

La legge reca il titolo 'regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze'. C'è infatti una parte dedicata alle coppie di fatto etero che protranno stipulare i contratti di convivenza, in forma scritta, davanti a un notaio. Ecco le novità, in una scheda dell'agenzia Dire.

Unione civile 'formazione sociale'. E' istituita quale 'specifica formazione sociale' tra due persone maggiorenni dello stesso sesso mediante dichiarazione di fronte all'ufficiale di stato civile e alla presenza di due testimoni. Gli atti dell'unione, indicanti i dati anagrafici, il regime patrimoniale e la residenza vengono registrati nell'archivio dello stato civile. Le parti possono stabilire, per la durata dell'unione, un cognome comune scegliendolo tra i loro cognomi, anche anteponendo o posponendo il proprio cognome se diverso.

Vita familiare, no obbligo di fedeltà. Non è stato inserito l'obbligo di fedeltà per le coppie gay come per i coniugi nel matrimonio. Resta però il riferimento alla vita familiare. Con la costituzione dell'unione civile le parti acquistano gli stessi diritti e assumono i medesimi doveri; hanno l'obbligo reciproco all'assistenza morale e materiale e alla coabitazione. Entrambe le parti sono tenute, ciascuna in relazione alle proprie sostanze e alla propria capacità di lavoro professionale e casalingo, a contribuire ai bisogni comuni. Le parti concordano tra loro l'indirizzo della vita familiare fissando la residenza comune.

Diritti successori e reversibilità. Si applica il codice civile sul regime patrimoniale della famiglia e la comunione dei beni. Si regolano i diritti successori e le norme sulla reversibilità.

No stepchild adoption ma ok a pronunciamento dei giudici. Per tutelare l'effettività della tutela dei diritti e il pieno adempimento degli obblighi derivanti dall'unione civile le disposizioni che si riferiscono al matrimonio e quelle con le parole 'coniuge' - 'coniugi' ovunque ricorrono nelle leggi si applicano anche alle unioni civili tranne che per quelle non espressamente richiamate dalla legge e nemmeno per quanto riguarda l'intera legge 4 maggio 1983, n.184 sulle adozioni escludendo così anche la stepchild adoption. Viene però inserito un comma che precisa che 'resta fermo quanto previsto e consentito in materia di adozione dalle norme vigenti' in modo da non impedire il pronunciamento dei giudici sui casi di adozioni per le coppie gay.

Scioglimento dell'unione civile. Basterà manifestare, anche disgiuntamente, la volontà di separarsi davanti all'ufficiale di stato civile.

Cambio di sesso. La sentenza di rettificazione di attribuzione di sesso determina lo scioglimento dell'unione gay. Viene inoltre stabilito che in caso di cambio di genere all'interno di una coppia sposata, anche se i coniugi manifestano la volontà di non farne cessare gli effetti civili, il matrimonio viene sciolto automaticamente e trasformato in unione civile.

Impedimenti e nullità. Sono cause di impedimento per la costituzione di una unione civile o di nullità: l'esistenza di un vincolo matrimoniale o di un'unione civile già in essere; l'interdizione per infermità di mente; rapporti di affinità o parentela; condanna definitiva di un contraente per omicidio consumato o tentato nei confronti di chi sia coniugato o unito civilmente con l'altra parte; se sia stato disposto soltanto il rinvio a giudizio ovvero sentenza di condanna di primo o secondo grado ovvero una misura cautelare. La procedura per la costituzione dell'unione civile tra persone dello stesso sesso è sospesa sino a quando non è pronunziata sentenza di proscioglimento. La sussistenza di una delle cause impeditive comporta la nullità dell'unione civile.  Tra le cause di nullità anche tutte quelle previste dal codice civile per il matrimonio.

Le coppie di fatto etero. Si intendono 'conviventi di fatto' due persone maggiorenni unite stabilmente da legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale, non vincolate da rapporti di parentela, affinità o adozione, da matrimonio o da un'unione civile.  I conviventi di fatto hanno gli stessi diritti spettanti al coniuge nei casi previsti dall'ordinamento penitenziario, in caso di malattia o ricovero, in caso di morte (per quanto riguarda la donazione di organi, le modalità di trattamento del corpo e le celebrazioni funerarie).

Il diritto alla casa 'a tempo'. In caso di morte del proprietario della casa di comune residenza il convivente di fatto superstite ha diritto di continuare ad abitare nella stessa per due anni o per un periodo pari alla convivenza se superiore a due anni e comunque non oltre i cinque anni. Ove nella stessa casa coabitino figli minori o figli disabili del convivente superstite, il medesimo ha diritto di continuare ad abitare nella casa di comune residenza per un periodo non inferiore a tre anni. Il diritto alla casa viene meno nel caso in cui il convivente superstite cessi di abitarvi stabilmente o in caso di matrimonio, di unione civile o di nuova convivenza di fatto. Nei casi di morte del conduttore o di suo recesso dal contratto di locazione della casa di comune residenza, il convivente di fatto ha facoltà di succedergli nel contratto.

Case popolari. Nel caso in cui l'appartenenza ad un nucleo familiare costituisca titolo o causa di preferenza nelle graduatorie per l'assegnazione di alloggi di edilizia popolare, di tale titolo o causa di preferenza possono godere, a parità di condizioni, i conviventi di fatto.

Diritti del convivente nell'attività di impresa. Al convivente di fatto che presti stabilmente la propria opera all'interno dell'impresa dell'altro convivente spetta una partecipazione agli utili dell'impresa familiare ed ai beni acquistati con essi nonchè agli incrementi dell'azienda, anche in ordine all'avviamento, commisurata al lavoro prestato. Il diritto di partecipazione non spetta qualora tra i conviventi esista un rapporto di società o di lavoro subordinato.

Il 'contratto di convivenza' e i rapporti patrimoniali. I conviventi di fatto possono disciplinare i rapporti patrimoniali relativi alla loro vita in comune con la sottoscrizione di un 'contratto di convivenza', redatto in forma scritta, a pena di nullità, con atto pubblico o scrittura privata con sottoscrizione autenticata da un notaio o da un avvocato. Il contratto può contenere: l'indicazione della residenza; le modalità di contribuzione alle necessità della vita in comune, in relazione alle sostanze di ciascuno e alla capacità di lavoro professionale o casalingo; il regime patrimoniale della comunione dei beni come da codice civile. Il regime patrimoniale scelto nel contratto di convivenza può essere modificato in qualunque momento. Il contratto di convivenza non può essere sottoposto a termine o condizione.

Separazione. Il contratto di convivenza si risolve per: accordo delle parti; recesso unilaterale; matrimonio o unione civile tra i conviventi o tra un convivente ed altra persona; morte di uno dei contraenti. La risoluzione del contratto di convivenza determina lo scioglimento della comunione dei beni. Resta in ogni caso ferma la competenza del notaio per gli atti di trasferimento di diritti reali immobiliari comunque discendenti dal contratto di convivenza.  Nel caso in cui la casa familiare sia nella disponibilità esclusiva del recedente, la dichiarazione di recesso, a pena di nullità, deve contenere il termine, non inferiore a novanta giorni, concesso al convivente per lasciare l'abitazione.

Assegno di mantenimento. In caso di cessazione della convivenza di fatto, il giudice stabilisce il diritto del convivente di ricevere dall'altro convivente gli alimenti qualora versi in stato di bisogno e non sia in grado di provvedere al proprio mantenimento. Gli alimenti sono assegnati per un periodo proporzionale alla durata della convivenza. Ai fini della determinazione dell'ordine degli obbligati, l'obbligo alimentare del convivente è adempiuto con precedenza sui fratelli e sorelle.

Deleghe al governo. Il governo è delegato ad adottare, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della legge, uno o più decreti legislativi in materia di unione civile fra persone dello stesso sesso nel rispetto dei seguenti princìpi e criteri direttivi: adeguamento alle previsioni della legge delle disposizioni dell'ordinamento dello stato civile in materia di iscrizioni, trascrizioni e annotazioni;  modifica e riordino delle norme in materia di diritto internazionale privato, prevedendo l'applicazione della disciplina dell'unione civile tra persone dello stesso sesso regolata dalle leggi italiane alle coppie formate da persone dello stesso sesso che abbiano contratto all'estero matrimonio, unione civile o altro istituto analogo; modificazioni ed integrazioni normative per il necessario coordinamento con la presente legge delle disposizioni contenute nelle leggi, negli atti aventi forza di legge, nei regolamenti e nei decreti. Con decreto del presidente del Consiglio dei ministri, su proposta del ministro dell'interno, da emanare entro trenta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, sono stabilite le disposizioni transitorie necessarie per la tenuta dei registri nell'archivio dello stato civile nelle more dell'entrata in vigore dei decreti legislativi.

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martedì 10 maggio 2016

Cocaina da Roba per Ricchi a Sballo di Massa


La ‘ndrangheta ha trasformato la cocaina da droga per ricchi a sballo di massa

Il fiume di cocaina che segna il perimetro dell’omicidio di Luca Varani, della violenza fredda e paranoide di Marco Prato e Manuel Foffo costituendone il presupposto, alimenta le voglie e le ossessioni quotidiane di tre milioni di italiani e ne scatena l’aggressività nelle strade e nelle case, esondando dai suoi argini da Milano a Roma, da Bologna a Siena, da Napoli a Palermo, per ritrovare la sua fonte rigeneratrice nella Locride e consegnare alle cosche calabresi un tesoro da trenta miliardi l’anno. È quello che il magistrato Nicola Gratteri definisce 
«il più grande affare nella storia della ‘ndrangheta».  

Tutto comincia e finisce in questa striscia di terra incantata tra lo Ionio e il Tirreno, dove la natura vince, l’uomo perde, lo Stato è ridotto a comparsa e le regole non valgono. A meno che non siano quelle delle famiglie mafiose, confuse da tempo con la buona borghesia cittadina e ormai composte da avvocati, notai, imprenditori e commercialisti. È la ‘ndrangheta con le scarpe lucide, quella che, per chiudere il cerchio, si è alleata anche con la massoneria. «Migliaia di uomini e donne che mangiano negli stessi ristoranti, dividono gli stessi affari e gli stessi discorsi, gli stessi teatri e le stesse parrocchie delle famiglie perbene, rendendo sempre più difficile la possibilità di distinguere il bene dal male. Solo una cosa è certa nel reggino: nulla è possibile senza che la ‘ndrangheta abbia dato il suo benestare», dice il procuratore capo della Repubblica Federico Cafiero de Raho.
 E mentre parla sembra appesantito. 

Come se avesse guardato una cosa nera e lontana e all’improvviso fosse stato costretto a ingoiarla.  
 «La scorsa settimana abbiamo arrestato i vertici del sistema Reggio a cominciare dall’avvocato Giorgio De Stefano, dimostrando una volta di più che in questa provincia la ‘ndrangheta non è presente solo nei grandi appalti, ma costringe le persone a piegarsi ai propri voleri anche per le singole ristrutturazioni casalinghe. Devi cambiare gli infissi? In quella via c’è la nostra azienda. Alberghi, ristoranti, negozi, nulla sfugge. E nessuno può crescere in un sistema in cui molti imprenditori vanno a cercare le famiglie prima che le famiglie cerchino loro. Chi può manda i figli a studiare altrove. Chi non può si adegua. La paura ha spinto tanti ad arrendersi. Eppure noi siamo qui. E qualcosa piano piano si muove». Ma come lo Stato si muove la ’ndrangheta reagisce. Come in questi giorni. Colpi d’arma da fuoco, minacce fisiche, auto in fiamme e biglietti intimidatori che contengono un ultimo avviso. «Viri chi porci campanu pocu». 
Vedi che i maiali hanno vita breve  
Per combattere le organizzazioni mafiose il governo investe due miliardi e mezzo l’anno. La sola 
‘ndrangheta ne fattura 44. La capacita economica delle famiglie è enorme. E il 66% di queste entrate è fatto di cocaina. Tre milioni di italiani comprano, le famiglie prosperano e un pezzo del paese va alla deriva, tanto che Anna Rita Leonardi, giovane dirigente del Pd, è costretta a dire nelle interviste: «Se resto viva una cosa è certa, sono candidata sindaco e porterò Platì alle elezioni». Se resto viva. Platì, come San Luca, dove sono i carabinieri, secondo la procura, «ad essere circondati dalla ‘ndrangheta e non loro a circondare i mafiosi».
 Quanto è alto il prezzo della coca? E chi lo paga veramente? 

Anche la camorra ci si è messa d’impegno, ma nessuno è bravo come i calabresi sul mercato 
internazionale della coca, nessuno conta quanto loro, capaci di stringere rapporti blindati con i 
colombiani, considerati duri quanto i messicani e però più affidabili. «Non amo fare l’elogio della 
criminalità, ma la considerazione internazionale della ‘ndrangheta è legata a due motivi: ha meno 
collaboratori di giustizia ed è solvibile. Paga fino all’ultimo centesimo», dice Gratteri. Così la cocaina, distribuita in ogni angolo d’Europa e del pianeta, arriva in Italia senza soluzione di continuità, passando dall’Africa, dalla Spagna, dalla Francia, dalla Germania, dal Belgio e dall’Olanda e inondando i nostri porti. «Nei primi due mesi del 2016 ne abbiamo sequestrati settecento chili solo a Gioia Tauro», dice Cafiero de Raho.  

Nel porto di Gioia Tauro, il più grande terminal per trasbordo del Mediterraneo, passano tre milioni di container ogni dodici mesi. Controllarli tutti è impossibile ma dentro quei giganteschi parallelepipedi di metallo, assieme alla merce che finisce nelle nostre case, si trovano armi, rifiuti radioattivi e tonnellate di cocaina, che in genere vengono caricate all’insaputa di chi compie il trasporto manomettendo i sigilli dei container. Le cooperative addette allo scarico sono spesso infiltrate dalla ‘ndrangheta, o addirittura sono state fondate dalle famiglie..  
Perché non sciogliete le cooperative e ripartite da zero? «Legalmente non si può. Perché ne prendi due o tre e magari ti dicono che tutti gli altri sono sani. Che fai mandi tutti a casa? Porti via lavoro?», 
risponde Cafiero de Raho. Così polizia, carabinieri e guardia di finanza combattono una guerra che non possono vincere e per ogni container che viene scoperto ce ne sono nove - secondo le dichiarazioni dei pochi collaboratori di giustizia - che passano indenni. «Non c’è nessuna merce al mondo con un rapporto così smisurato tra prezzo di acquisto e prezzo di vendita», ha spiegato il professor Isaia Sales, esperto di criminalità economica.  
Il business mondiale della droga supera i 500 miliardi di dollari e a favorire il giro dei narco-euro sono funzionari di banca, avvocati e broker, perciò, secondo Giuseppe Lombardo, magistrato a Reggio Calabria: «dobbiamo essere consapevoli che contrastare le mafie significa impedire, in un certo senso, che l’economia riparta». È il suo modo per segnalare quello che forse è il punto più controverso del problema: siamo sicuri che l’economia legale riesca a sopravvivere senza quella illegale? E chi si porta dentro questo dubbio ha voglia di mettere la criminalità organizzata con le spalle al muro? «La crescita della criminalità economica non è stata ostacolata dall’economia legale. I soldi della cocaina fanno gola a molti, non soltanto in Italia. Io e il professor Nicaso lo sosteniamo da tempo: è necessaria una azione di contrasto a livello internazionale», chiosa Gratteri. 

Esiste lo spaventoso giro d’affari con le conseguenze fuori controllo sull’organizzazione di regioni come la Calabria e la Campania ed esistono gli effetti che la cocaina, considerata una droga socialmente accettabile, produce sui consumatori. «Io temo che i consumatori di cocaina nel nostro paese superino abbondantemente i tre milioni», dice il colonnello Paolo Iannucci, della direzione centrale dei servizi antidroga. Solo a Roma, nel corso del 2015, sono stati sequestrati 310 chili di polvere bianca e secondo Michele Andreano, legale di Manuel Foffo, il suo cliente «non avrebbe ucciso se non fosse stato un cocainomane». Difficile stabilire se abbia ragione, più facile notare la distanza che corre tra la straordinarietà dell’omicidio Varani e la diffusione «epidemica» - secondo Federico Tonioni, responsabile dell’area dipendenze del policlinico Gemelli - della cocaina. «Una sostanza che in fase acuta produce una sospensione della capacità di fare esami di realtà». Il collega Luigi Janiri, direttore dell’unità di psichiatria del policlinico, racconta che la cocaina «è il più potente antidepressivo che ci sia, ma ha un effetto così forte che non può essere usato come farmaco». La cocaina non solo non cura la depressione ma produce dipendenza, può causare ictus, infarti, crisi epilettiche e certamente moltiplica esponenzialmente l’aggressività. «I cocainomani sviluppano idee paranoidi, diffidenza, ostilità. Immaginano di essere seguiti dalla polizia. O magari spiati dai genitori. Noi li trattiamo come se fossero pazienti psicotici, per esempio bipolari o schizofrenici. E sappiamo bene che una bella responsabilità sui comportamenti antisociali che registriamo per strada sono addebitabili alla cocaina», dice Janiri.  
Mattia F. ha 49 anni ed è cresciuto alla Magliana. Era bambino quando la banda prendeva il controllo 
della Capitale, ma è con loro che è cresciuto e a sedici anni ha cominciato a tirare. Ha continuato fino al 2011 e solo adesso sta finendo il suo ciclo di disintossicazione. «Per la prima volta in vita mia riesco a fare i conti con me stesso. Sto imparando a capire chi sono, che cosa voglio, che cosa è importante per me». Come se avesse sempre vissuto in una dimensione parallela.  

Elegante, i capelli chiari, una faccia da duro buono, 
Nicola ripercorre le curve della sua vita complicata. 


Dà l’impressione di essersi tolto la cravatta un minuto prima, anche se forse non l’ha mai portata e di 
venire da un ambiente più elevato. Un paradosso ambulante. Un padre violento, i primi reati, i lavori per il cinema. «Guadagnavo bene. Anche perché poi integravo andando a lavorare nei locali. Mi alzavo e il mio primo pensiero era la cocaina. Lo stesso che avevo prima di andare a letto. Quando ci andavo. In una sera ero in grado di prenderne anche 25 grammi». I rapporti personali che vanno a pezzi, il bisogno di denaro costante, il consumo che si aggiunge allo spaccio. «Ne avevo quanta ne volevo e la prendevo nei posti giusti. Pura all’83%. Un giorno mi hanno arrestato con sette grammi in tasca. Il giudice mi ha chiesto: dove l’hai presa? A Termini. Quello ha riso: vai in galera, va». Cocaina così pura può arrivare solo dal grossista, ‘ndrangheta o camorra. Nelle dosi standard il grado di purezza può toccare il 15% se sono per le periferie, il 45% se sono per i quartieri bene. E i prezzi possono ballare tra i 15 e i 200 euro. 

«La ‘ndrangheta ha trasformato la cocaina da droga per ricchi a sballo di massa», dice Gratteri. Uno 
sballo perfetto per la modernità. Mattia, che oggi fa l’artigiano, in galera ci è rimasto due anni. E’ uscito e ha ricominciato. «Mi sono rovinato fisicamente. Scatenavo risse con chiunque, ogni motivo era buono per fare a pugni, in strada, nelle discoteche, nei bar». Una donna l’ha spinto a cambiare vita. A scoprire finalmente la sua. «Con lei è finita. Ma oggi so chi sono. E mi piace».

LEGGI TUTTO SUI DANNI PROVOCATI DALLA COCAINA

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