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domenica 25 giugno 2017

Stefano Rodotà, grazie professore


Le abbiamo voluto bene come a un padre

Si dice “padri della patria” per indicare chi ha fatto da guida. Salutando Stefano Rodotà, dobbiamo dire addio a un padre, a cui tutti dobbiamo qualcosa. E non è mai una questione semplice perché si sente il vuoto, perché quando manca un riferimento a cui chiedere consiglio, da interpellare nei momenti cruciali, ci si sente spaesati e più soli. Quando Rodotà prendeva una posizione aveva un peso. E’ quel peso, la sua autorevolezza, che mancherà terribilmente. Non sarà facile colmare il vuoto, e non è retorica, non è piaggeria, non è nemmeno il dolore che, pur non essendo familiari, si può provare senza vergogna. Sottovoce torniamo a dire una parola semplice e che può essere condivisa da tanti: grazie, professore.

Volevamo dirle grazie, professore, per tutte le volte che ci ha fatto da bussola, che ci ha messi in guardia, che ci aiutati a capire. Lo facciamo noi solo perché, per mestiere, l’abbiamo tante volte disturbata in questi anni; ma le sue parole sono di tutti. Il valore della collettività, cioè la forza dell’essere una comunità che esiste perché si sta insieme, era uno dei suoi punti fermi. Per questo non ha mai fatto mancare la sua autorevole voce nelle battaglie importanti, quando qualche diritto era in pericolo, quando si profilavano all’orizzonte le prepotenze del potente di turno, quando – ed è accaduto tante volte – si tentava di scardinare la Costituzione. I beni comuni, quasi naturalmente, erano associati a Stefano Rodotà. La lezione più importante, nel discorso pubblico che ha portato avanti con costanza sui diritti, era questa: ricordava a ogni cittadino che poteva davvero pretendere i suoi diritti. Il lavoro, la casa, l’istruzione, la salute, l’amore. Per uno stato di diritto e dei diritti.

Di lei ci fidavamo, a lei ci saremmo affidati; anzi: le avremmo (in tantissimi) affidato volentieri la nostra Repubblica così acciaccata, sapendo che era nelle mani di un galantuomo, innamorato della Costituzione e fedele ai suoi principi. Mai li avrebbe traditi per qualche compromesso al ribasso, per accontentare qualcuno, per un interesse. Ed è questo ad aver creato una formidabile empatia tra una “riserva della Repubblica”, come si diceva una volta, e il popolo: per lei il popolo non era mai declinato nello spregiativo “-ismo”, era sempre – sempre – uno degli elementi costitutivi dello Stato. Non suddito, protagonista. Proveremo a onorare questa eredità.

Non bisognerebbe avere pensieri miseri in questi momenti, ma dobbiamo confessare che la livella della morte disturba: dopo, nel ricordo, tutto si annacqua e tutti diventano “grandi”; si dimenticano i torti. Non ci sono classifiche, per carità!, come direbbe lei, e il segno che Stefano Rodotà lascerà nella storia nel nostro Paese passa non solo dalle sue battaglie politiche, non solo da quella straordinaria possibilità non colta (quando poteva essere presidente della Camera e non è stato eletto nel ‘92, quando poteva diventare presidente della Repubblica e non gli è stato consentito, quattro anni fa). Ma anche dalla sua lungimirante intelligenza di studioso del diritto, che prima di tutti aveva capito quanto le tecnologie avrebbero influito nella vita delle persone, quanto avrebbero potuto essere una possibilità di crescita e insieme un pericolo su cui vigilare. Una volta, il Fatto emetteva i primi vagiti, ci chiamò per dire “Grazie per l’attenzione, però io non sono un costituzionalista”. C’era una didascalia sbagliata. Costituzionalista però lo era diventato, per meriti sul campo, anche se aveva sempre insegnato diritto civile.

Si dice “padri della patria” per indicare chi ha fatto da guida. Salutando Stefano Rodotà, dobbiamo dire addio a un padre, a cui tutti dobbiamo qualcosa. E non è mai una questione semplice perché si sente il vuoto, perché quando manca un riferimento a cui chiedere consiglio, da interpellare nei momenti cruciali, ci si sente spaesati e più soli. Quando Rodotà prendeva una posizione aveva un peso. E’ quel peso, la sua autorevolezza, che mancherà terribilmente. Non sarà facile colmare il vuoto, e non è retorica, non è piaggeria, non è nemmeno il dolore che, pur non essendo familiari, si può provare senza vergogna. Sottovoce torniamo a dire una parola semplice e che può essere condivisa da tanti: grazie, professore. Le abbiamo voluto tanto bene.


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martedì 20 giugno 2017

Pubblicità: Grande Fratello del Consumo


Pubblicità: 
l’omino del Supermercato ci svela
 il Grande Fratello del Consumo

L’omino del Supermercato nel video pubblicitario, si accorge di un bambola sotto uno scaffale in piena notte – tanto per non sfatare la tradizione –
e decide di rivedere il nastro delle telecamere per “identificare” la
bimba che ha perduto il giocattolo.
Un attimo dopo, il solerte commesso suona al campanello della
bimba che si affaccia sognante in braccio alla mamma. Come ha trovato l’indirizzo?
 Andando a spulciare le fidelity card dei clienti?

Questo è il contenuto dello spot, che lascia ampi spazi di criticità sull’utilizzo dei nostri dati sensibili. Poi c’è la mia pratica quotidiana, che mi vede impegnato nella difesa dei lavoratori del settore. Di sale controllo di quegli shopping center ne ho viste molte e spesso ho sbirciato il comportamento degli addetti alla sorveglianza.
Mezzi elettronici degni del miglior film di controspionaggio e decine di schermi LCD,
capaci di riprendere ogni singolo angolo del supermercato. Dai commenti sessisti ai danni delle
clienti – zummate nel fondo schiena o nel Décolletè – all’utilizzo improprio delle immagini: stampate e date in forma fotografica agli addetti per cercare fantomatici sospetti di furto.

Sembra una delle solite pubblicità che vedono protagonista l’ormai famoso omino del Supermercato, ma quel racconto svela quanto clienti e lavoratori subiscono ogni giorno.
La scusa è la tutela del patrimonio, ma
in realtà lo spiegamento di telecamere che si celano sui soffitti e negli spazi interni dei supermercati e dei centri commerciali, servono a ben altro.

Passi che l’omino del Supermercato si alzi in piena notte:
“amore c’è un problema tra la gente”… A rischio
mette il suo matrimonio ed eventualmente si becca un bel paio di corna da una moglie ormai esausta.

Ma se l’omino fruga tra le nostre vite attraverso la videosorveglianza e la tracciabilità della nostra carta fedeltà, il problema è ben diverso e ci riguarda tutti.

Qualcuno, poco abituato a frequentare quei non luoghi se non per fare la spesa settimanale o qualche
acquisto quotidiano, potrebbe obiettare che in fondo si tratta di uno spot pubblicitario. Soltanto di uno spot pubblicitario. Ma qual è il confine tra quella finzione e la realtà quotidiana?
La risposta è: nessuno!

Ma non finisce certo qui. I più controllati impropriamente sono i lavoratori, seguiti finanche nella sala ristoro o all’ingresso dei bagni e videocontrollati in ogni singola mossa.
“Repubbliche” del consumo:
videosorvegliate, transennate, con guardie private armate ad ogni angolo e dove ogni cittadino può
ingannevolmente sentirsi ricco, ma dove in realtà è prigioniero inconsapevole.
E lo spot ha svelato l’inganno del Grande Fratello… buoni acquisti.

Postato da un Sindacalista del Commercio.

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martedì 6 giugno 2017

Totò Riina



La Cassazione: «Vecchio e malato, Riina non può stare in carcere»

Rispetto dei diritti umani. Ogni cittadino italiano deve oggi sentirsi più forte nel sapere di appartenere a uno Stato che non ha paura di difendere la dignità anche del più criminale dei criminali

La prima sezione penale della Corte di Cassazione ha rigettato l’ordinanza del Tribunale di Sorveglianza di Bologna che lo scorso anno aveva negato a Totò Riina il differimento della pena – o in subordine la detenzione domiciliare – per motivi di salute, spingendolo a tornare a esaminare nuovamente la richiesta. Riina, che ha compiuto l’ottantaseiesimo anno di età, è affetto da più di una grave patologia. I giudici di Sorveglianza avevano valutato che il monitoraggio costante da parte dei medici operanti in carcere, unito alla possibilità per l’uomo di venire ricoverato in una struttura esterna al momento del bisogno, fossero sufficienti a garantire una compatibilità tra le condizioni di salute di Riina e la sua detenzione.

Oggi la Cassazione afferma che ciò costituisce solo una parte della storia. Totò Riina, come qualunque essere umano, possiede un corpo, che deve essere salvaguardato nel proprio diritto fondamentale alla salute e alle cure. La valutazione del Tribunale è magari adeguata rispetto alla mera tutela biologica di questo corpo fisico. Ma, ancora come ogni essere umano, Totò Riina – questo sta dicendo la Corte suprema – possiede anche una dignità. E, come a chiunque altro, deve essergli garantito il diritto a morire in una maniera che di tale dignità sia rispettosa.

L’innegabile spessore criminale avuto dal capo di Cosa Nostra, scrive ancora la Cassazione, non è tuttavia provato per quanto concerne l’attualità della sua situazione. Visto lo stato di salute e l’età avanzata di Riina, è quanto meno da dimostrare che egli abbia ancora un’influenza e una possibilità di comando nell’organizzazione di appartenenza. Ma, se pure il Tribunale fosse in grado di fornire una tale dimostrazione, resta comunque quel principio universale che la Cassazione decide oggi di affermare in relazione a una delle figure criminali più pesanti dell’intera storia italiana del dopoguerra e del nostro immaginario collettivo: chiunque ha diritto a vedere rispettata la propria dignità, nella morte quanto nella vita. La pena carceraria scontata da Riina nelle sue attuali condizioni di salute, si legge ancora nella sentenza della Cassazione,
rischia di andare oltre la «legittima esecuzione di una pena».

Ogni cittadino italiano deve oggi sentirsi più forte nel sapere di appartenere a uno Stato che non ha paura di difendere la dignità anche del più criminale dei criminali. Ciò deve valere per Riina, e deve anche valere per tutti quei detenuti ignoti che a volte sono lasciati morire in galera in stato di abbandono terapeutico.


"Secondo la Cassazione Totò Riina, molto malato,
deve uscire dal carcere perché ha diritto ad una "morte dignitosa".
Una morte dignitosa che lui, da mandante, non ha permesso a:
- Emanuele Basile, capitano dell'Arma.
- Giuseppe Russo, tenente colonnello.
- Giovanni Falcone, Magistrato.
- Paolo Borsellino, Magistrato.
- Pier Santi Mattarella.
- Pio La Torre.
- Michele Reina.
- Antonino Scoppelliti, Magistrato.
- Carlo Alberto Dalla Chiesa, generale.
- Boris Giuliano, capo della mobile.
- Paolo Giaccone, professore.
- Francesca Morvillo.
- Antonio Montinaro.
- Vito Schifani.
- Rocco Dicillo.
- Cesare Terranova, Magistrato.
- Giangiacomo Montalto, Magistrato.
- Emanuela Loi.
- Agostino Catalano.
- Vincenzo Li Muli.
- Walter Eddie Cosina.
- Claudio Traina.
- Alberto Giacometti, Magistrato.
- Rocco Chinnici, Magistrato.
- Barbara Rizzo e i suoi due gemelli di 6 anni.
- i morti nelle stragi di viale Lazio e via dei Georgofili, insieme a quelli di Roma e Milano.
- Giovanni Mungiovino.
- Giuseppe Cammarata.
- Salvatore Saitta.
- Alfio Trovato.
Lasciatelo dov'è. ..e se il carcere non è dignitoso per morire perché dovrebbe esserlo per viverci ? quanti detenuti muoiono nella infermeria del carcere
senza che nessuno invochi per loro una morte dignitosa...?.
Nessuna pietà per la mafia."

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domenica 4 giugno 2017

Italia e Legge Elettorale


Chiamiamolo pure Brigantellum
Sembrava impossibile far peggio del Porcellum ed invece eccoci qui.
Questa legge è un "pacco napoletano"

Ci fosse ancora Giovanni Sartori avrebbe già intitolato alla Banda bassotti il "pacco" che ci vorrebbero rifilare chiamandolo "legge elettorale".

Sembrava impossibile far peggio del Porcellum e invece eccoci qui. Almeno la creatura suina di Calderoli aveva il pregio di dichiararsi in trasparenza: cari elettori se volete potete votare per queste liste preconfezionate, altrimenti statevene pure a casa. Orrido, ma chiaro e trasparente. Tanto è vero che fu il suo stesso autore a definirla una porcata, nessun sotterfugio, tutto alla luce del sole.

Qui invece si congegna un imbroglio da banda del buco. Si dice, caro elettore ti ridiamo finalmente la possibilità di scegliere, avrai il tuo candidato di collegio con l'uninominale!! Straordinario; e però poi ci infilano un codicillo che stabilisce che il voto non va affatto a quel candidato ma a una diversa lista bloccata. Siamo all'apoteosi del raggiro persino naif, alla Totò, Peppino e la banda del Torchio. Si giunge all'ipotesi tipica della truffa conclamata, forse con l'unica attenuante che è così spacciata che potrebbe essere solo uno scherzo; ioci causa diremmo, se non fosse che davvero ne vorrebbero fare la legge fondamentale della repubblica.

Con quale ardire lo chiamino "collegio uninominale" resta un mistero, visto che l'elettore crede di votare per quel candidato ma in realtà il voto va pacificamente e per direttissima ad un altro, in una lista bloccata. Siamo al più classico "pacco napoletano", quello che una volta ti vendevano in autostrada con l'immagine dello stereo o del videoregistratore, ma dentro c'erano solo pietre e vecchi giornali. Ti voltavi, ma erano già scappati.

Dalla Germania, se avessero tempo e voglia di seguire le nostre piccole cose, ci avrebbero già querelato per diffamazione, per la nostra sfrontataggine di chiamarlo "sistema tedesco", quando con la loro legge elettorale non c'entra un fico secco.

Che poi i nostrani segretari di partito siano tutti d'accordo, da Renzi, a Grillo, a Berlusconi, non sorprende affatto, atteso che avrebbero di nuovo potere assoluto su un Parlamento di nominati. Come deassoluto tutto i partiti furono d'accordo per il porcellum tenendolo vent'anni e se non fosse intervenuta la Corte costituzionale starebbe ancora lì, con noi oggi costretti amaramente a rilevare che sarebbe persino meglio, piuttosto che il grottesco che ora ci propongono.

Farebbero cosa saggia a dire che si sta scherzando che quel codicillo e' scappato all'ineffabile onorevole Fiano in un eccesso di zelo, mostrandolo a Renzi dandogli di gomito come faceva Franco Franchi con Ciccio Ingrassia; insomma si inventino qualcosa e buttino nel cestino la patacca che vogliamo credere nessun Presidente della Repubblica potrebbe mai promulgare.

Se la Corte costituzionale ha bocciato il porcellum perché non consentiva la scelta all'elettore, cosa volete che faccia di una norma che pretende addirittura di codificarne il tradimento? Il guaio è che la bocciatura della Consulta potrebbe avvenire solo a cose fatte, a voto avvenuto, ritrovandoci nuovamente con un Parlamento incostituzionalmente eletto.

No, non può succedere e non avverrà. Sarebbe troppo tra tragico e farsesco. Dovesse invece avvenire e diventare legge, l'unica risposta plausibile di un corpo elettorale ancora minimamente dignitoso, sarebbe solo, spiace dirlo, la diserzione di massa. Almeno saremmo noi a dire: abbiamo scherzato, ricominciamo da zero.

In realtà c'è un solo modo oggi per fare una legge elettorale decente ed è quello di seguire la strada costituzionalmente e comunitariamente obbligata, indicata a chiare lettere dagli indirizzi comunitari e della sentenza della Consulta sull'Italicum. Si dimentica infatti troppo spesso che il Consiglio di Europa ha diffidato gli Stati membri ad astenersi dal modificare alla vigilia del voto le ultime scelte di fondo in materia elettorale effettuate dai rispettivi parlamenti.

Ebbene la nostra ultima scelta di fondo è stata quella di tenere insieme rappresentanza e governabilità con un primo turno a riparto proporzionale e un ballottaggio per un premio di governabilità. È del tutto falso affermare che la Consulta avrebbe bocciato questa scelta, avendo invece censurato soltanto che anche al secondo turno non ci fosse una soglia di validità per accedere al premio, chiarendo espressamente che il ballottaggio in sé va benissimo. Ed allora la scelta obbligata, tra direttiva europea e sentenza della Corte, e' semplicemente quella di applicare anche al ballottaggio la soglia prevista per il primo turno e se mai sostituire le appiccicose preferenze con un semplice, ma questa volta vero, collegio uninominale.

Tutto qui. La stessa maggioranza che approvò l'Italicum non si vede perché non dovrebbe rivotarlo con la sola correzione voluta dalla Corte. Avremmo così molto agevolmente la sintesi più avanzata tra rappresentanza e possibile governabilità.
Troppo bello, troppo saggio e troppo semplice; quindi non si farà.

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Gianfranco Fini : Riciclaggio , sequestro di 1 milione di euro



Riciclaggio: sequestrato 1 milione di euro a Gianfranco Fini
Misura a carico dell'ex presidente della Camera

IL SANTO DELLA DESTRA, QUELLO CHE ACCUSAVA TUTTI DI ESSERE DEI LADRI, ADESSO SI SCOPRE A SUA VOLTA DI ESSERE UN ALTRO LADRONE.

La Guardia di Finanza sta eseguendo un decreto di sequestro preventivo su richiesta della Dda di Roma per un valore di un milione di euro nei confronti dell'ex presidente della Camera Gianfranco Fini. Il sequestro riguarda due polizze vita ed è relativo all'indagine che ha portato in carcere l'imprenditore Francesco Corallo e nella quale Fini è indagato per concorso in riciclaggio.

Il sequestro delle due polizze vita, con un valore di riscatto di 495 mila euro l'una è giustificato da inquirenti ed investigatori della Guardia di Finanza per il ruolo centrale di Gianfranco Fini in tutta la vicenda che ha portato in carcere Corallo e al sequestro di beni per un valore di sette milioni nei confronti della famiglia Tulliani. Secondo gli investigatori, Corallo assieme a Alessandro La Monica, Arturo Vespignani, Amedeo Laboccetta, Rudolf Theodoor e Anna Baetsen, avrebbero fatto parte di un'associazione a delinquere che avrebbe evaso le tasse e dedita al riciclaggio. I soldi, una volta ripuliti, sarebbero stati utilizzati da Corallo per attività economiche e finanziarie ma anche nell'acquisto di immobili che hanno coinvolto i membri della famiglia Tulliani.

"Il provvedimento di sequestro non è diretto in prima persona nei confronti di Gianfranco Fini. Sono state sequestrate le polizze intestate alle figlie sulla base dell'incapienza del patrimonio che doveva essere oggetto di sequestro nei confronti di Giancarlo Tulliani". Lo affermano gli avvocati Francesco Caroleo Grimaldi e Michele Sarno, difensori dell'ex vicepremier ed ex ministro. Il provvedimento di sequestro, chiesto ed ottenuto dal pm Barbara Sargenti, sarà "impugnato al Tribunale del Riesame, davanti al quale verrà riaffermata l'assoluta estraneità dell'onorevole Fini ai fatti che gli sono contestati", aggiungono gli avvocati.

Gianfranco Fini rischia 12 anni di galera

Il cognato fuggito a Dubai, e dichiarato «irreperibile», ha un mandato di cattura puntato sopra la testa per un affare criminoso di cui Gianfranco Fini sarebbe considerato «l’ideatore». Il «socio» dell’ex presidente della Camera, per questa storia di riciclaggio internazionale, aspetta di essere estradato dall’isola dei Caraibi dov’èstato arrestato il 13 dicembre scorso. Lui (Gianfranco Fini), dunque, trema.

E ha tutto il diritto di avere una fifa blu. Se è vero, come scrive la giudice delle indagini preliminari (firmataria dei suddetti provvedimenti cautelari), che l’ex terza carica dello Stato «è la sola e vera ragione dei rapporti illeciti» con l’imprenditore delle slot machine, Francesco Corallo. E ancora, Gianfranco Fini per il magistrato «è l’uomo che introduce la famiglia Tulliani» e il cognato ricercato «nel disegno criminale». Usandoli addirittura come «prestanome», dopo avere stretto la relazione sentimentale con l’attuale compagna Elisabetta.

La tesi del gip Simonetta D’Alessandro, nell’ordinare il sequestro di 934 mila euro (depositati in due polizze intestate alle figlie di Fini), è in sostanza questa. E attribuisce proprio all’ex capo di Alleanza nazionale, nonché ex presidente della Camera, già vicepremier e ministro degli Esteri nel governo Berlusconi, la «centralità progettuale e decisionale» in tutta la vicenda del riciclaggio dei soldi sottratti all’erario (e al contribuente) mediante il business del gioco d’azzardo legalizzato gestito dall’imprenditore Corallo. E sempre Fini sarebbe l’artefice dell’affaire dell’appartamento di Montecarlo che fu della contessa Colleoni. Insomma, l’ex leader di An, per l’accusa, è il motore (non proprio immobile) intorno al quale avrebbe ruotato tutto il resto.

Con i parenti che, come scrive il gip, «si sono resi protagonisti seriali di numerosi episodi di riciclaggio, consumati in un lungo periodo che va dal 2008 e al 2015». Mentre il «legame» tra Fini e Francesco Corallo è «già cominciato nel 2004» come dichiara (senza essere smentito) l’ex parlamentare Amedeo Laboccetta (finiano passato nelle fila di Silvio Berlusconi quando ci fu la rottura). Gianfranco, a ragione, trema. E teme la galera.

NIENTE FUGA
Egli, a differenza del cognato Giancarlo, non è fuggito all’indomani dell’arresto di Corallo e delle perquisizioni ordinate dalla procura di Roma. Il gip D’Alessandro lo scrive chiaro nell’ordinanza: «Due giorni dopo la perquisizione avvenuta il 13 dicembre 2016 nel suo appartamento romano, GiancarloTulliani vola a Dubai. Contestualmente cerca di trasferire negli Emirati Arabi 520 mila euro depositati su un conto corrente del Monte dei Paschi». Come non bastasse, gli uomini dello lo Scico, nella perquisizione del 14 febbraio scoprono che la sua villa è stata abbandonata in fretta: i letti disfatti, la cassaforte svuotata, un sacco nero con fogli di carta triturati e al centro un fiocco verde a simboleggiare lo scherno per la stessa Finanza. Gianfranco Fini invece non è scappato. E non ha cercato, l’ex presidente della Camera considerato il «dominus», di movimentare il denaro considerato illecito e proveniente dal riciclaggio.

È rimasto a Roma con la compagna (coindagata) Elisabetta. E (proprio da dicembre 2016) si è limitato a interrompere i versamenti (non ha messo un centesimo in più) sulle due polizze assicurative (da 467 mila euro cadauna) intestate alle figliole e ora blindate dalla Guardia di Finanza.

Adesso gli inquirenti romani sono a caccia del gruzzolo («almeno 7 milioni di euro») che la famiglia Tulliani («per il tramite di Fini») avrebbe illecitamente intascato da Corallo e riciclato. E dopo averne sequestrati 5 (in beni mobili e immobili) a Giancarlo, Sergio (il suocero) e Elisabetta, sono passati a Fini e alle polizze assicurative, non avendo egli alcun bene intestato.

L’ACCUSATORE
Amedeo Labocceta resta il suo principale accusatore. Questi, arrestato (e scarcerato) per associazione a delinquere e riciclaggio, viene ritenuto credibile dai pm. Anzi, proprio grazie a questo testimone, gli inquirenti arrivano a ricostruire gli intrecci definiti «inquietanti» e «l’alleanza tra Corallo e Fini». Alleanza da cui l’imprenditore napoletano delle slot machine «ricava agevolazioni legislative e guadagni ultramilionari». Introiti per i quali Fini avrebbe chiesto e ottenuto il tornaconto. Gianfranco querela Amedeo Laboccetta, si fa interrogare dal pm ma non riesce a demolire la versione accusatoria del testimone.

I gravi indizi, a carico di Gianfranco Fini, dunque ci sarebbero. Ed egli ha motivo di preoccuparsi di finire in cella. Certo al momento, forse, mancano le esigenze cautelari. Oltre a non essere fuggito a Dubai, Gianfranco, non avrebbe di recente cercato di nascondere denaro. Così almeno sembra.

Può però inquinare le prove? Di fatto Fini indagato per riciclaggio, convive e parla con i familiari (cioè la moglie e il suocero) finiti sotto accusa insieme con lui per lo stesso reato. E se quindi si mettessero d’accordo sulla versione da dare ai magistrati? Nessuno può escluderlo. Interpellato al telefono dal Corriere della Sera, l’ex terza carica dello Stato, ha detto alla cronista che i soldi sono stati sequestrati alle sue figlie «sulla base dell’incapienza del patrimonio che doveva essere oggetto di sequestro nei confronti di Giancarlo Tulliani». E ha commentato: «Oltre al danno anche la beffa». Chissà, forse gli converrebbe dire una volta per tutte come sono andate le cose. Anche perché per il reato di cui è accusato rischia dai quattro ai dodici anni di carcere (articolo 648 bis del codice penale).

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sabato 3 giugno 2017

Costa Rica : Unico Stato Senza Esercito




Costa Rica, debutto mondiale del ministero della Pace



La Costa Rica è il primo paese al mondo a avere un ministero di questo tipo
Novità in vista nella Costa Rica: il piccolo Paese centro americano, infatti, sarà il primo Stato al mondo ad avere un ministero quasi esclusivamente dedicato alla Pace. Il testo della proposta di legge approvata dalla commissione parlamentare ora dovrà arrivare all'aula che senza ombra di dubbio lo approverà. Dunque, il ministero di Grazia e Giustizia cambierà nome e entro breve si trasformerà nel ministero della Giustizia e della Pace.

Ana Helena Chacon, la deputata che ha avviato le procedure per la proposta di legge, appoggiato dalla quasi totalità della società civile costaricense, ha fatto sapere che il progetto comprenderà anche la nascita di programmi per la diffusione della cultura di pace a tutto campo. "Sono molto felice e orgogliosa che questa mia proposta sia stata accettata. Così facendo diverremo uno dei paesi pionieri in materia. La Costa Rica è il primo paese dell'America Latina a avere questo tipo di ministero che combatterà anche contro la delinquenza giovanile" conclude l'onorevole.
Arrivare alla creazione del Sistema Nazionale della Promozione della Pace, poi, sarà un gioco da ragazzi. Il nuovo dicastero si occuperà della "promozione della Pace e della prevenzione e risoluzione dei conflitti". Saranno invitate a collaborare tutte le organizzazioni non governative che si dedicano alla diffusione della cultura della Pace e contro la violenza.
La Costa Rica da sempre è uno dei paesi del mondo più attenti al tema Pace. Molto nota in tutto il mondo è anche l'Università della Pace che si trova nella capitale San Josè.

Non solo: la Costa Rica non ha un esercito. 

Inoltre, il presidente Oscar Arias è stato insignito del premio Nobel per la Pace nel 1987 grazie al suo impegno contro le guerre che hanno devastato l'area negli anni '80. Anche Oggi Arias è impegnato come mediatore nei colloqui che dovrebbero portare a una soluzione della crisi politica che ha colpito l'Honduras.

Un paese disarmato è possibile? L’esempio della Costa Rica

L’abolizione dell’esercito è sempre sembrata un’utopia auspicabile solo da “fricchettoni” pacifisti. Ma c’è un Paese, la Costa Rica, che lo ha fatto 60 anni fa.

QUANDO LE SPESE MILITARI SPARISCONO – L’abolizione dell’esercito è sempre sembrato un sogno illusorio, un’utopia auspicabile solo da “fricchettoni” pacifisti, ignari dei rapporti internazionale da dover mantenere. Ma c’è un Paese, la Costa Rica, che lo ha fatto sessant’anni fa  per opera di José Figueres Ferrer, coriaceo figlio di catalani emigrati in America. Il 1° dicembre 1948, il paese era uscito da poco da una  guerra civile, che aveva provocato centinaia di morti. In breve, dopo due mesi di combattimenti, il socialdemocratico Ferrer assunse la direzione del governo provvisorio, nazionalizzò le banche e annunciò l’abolizione dell’esercito.

Dopo la firma del decreto legge, il presidente del governo provvisorio si recò alla caserma Bellavista, situata nella capitale San José e davanti alla folla, con una mazza, colpì simbolicamente il muro della caserma. Lo stesso giorno, Ferrer offrì la caserma Bellavista all’università della Costa Rica, che la trasformò in un museo. In questo gesto simbolico è racchiuso il motivo principale dell’abolizione dell’esercito: eliminare le spese militari per aumentare i fondi destinati all’istruzione e per migliorare le condizioni sanitarie di questo Paese. In effetti, attualmente la Costa Rica ha un tasso di alfabetizzazione del 96% e la speranza di vita, di quasi settantasette anni, è quella più alta in tutta l’America Latina.


IL POPOLO E’ D’ACCORDO – Da quando la Costa Rica ha deposto le armi non ci sono state né invasioni né guerre, nonostante l’America Centrale si possa sicuramente considerare una “zona calda” del mondo. Ad oggi, infatti, lo sforzo più grande per la Costa Rica è quello di mantenere questa cultura pacifista in un’area martoriata da continui conflitti. «Smettiamo di comprare armi per pagare più professori e più medici» non si è rivelato solo uno slogan sterile e retorico. Secondo la fondazione Arias per la pace e per il progresso umano, la soppressione delle forze armate permette di finanziare  le università pubbliche e tre interi ospedali.

Esiste però anche un rovescio della medaglia. Rosibel Salas Herrera, vicedirettrice di un istituto tecnico nella regione del Coto Brus, riconosce l’efficienza del sistema d’istruzione, ma ne critica le diseguaglianze. Mentre nella capitale gli studenti dispongono di computer e biblioteche, ritiene che nella regione in cui lei lavora la situazione non sia altrettanto edificante: i bambini sono costretti a seguire le lezioni in aule fatte di lamiere.

Nonostante ciò, nessuno pensa di rimettere in discussione la rinuncia delle spese militari. Per citare un avvenimento emblematico, solo nel 1985 l’America Centrale è stato teatro delle guerre in Guatemala, nel Salvador e in Nicaragua. Così, di fronte alla minaccia che il pericolo potesse raggiungere anche la Costa Rica, il governo aveva un’inchiesta tra la popolazione per sapere se fosse favorevole o no al ripristino delle forze armate. Ebbene, ben il 90% degli intervistati si è rivelato contrario.


L’ECONOMIA DELLA CULTURA – La Costarica è così diventato l’esempio di un Paese che ha costruito sull’assenza dell’istituzione militare la base per il suo sviluppo: è al 48° posto al mondo negli indici di sviluppo, mentre gli altri stati dell’America Centrale sono dietro ai primi cento. Qui le piazze, i monumenti e le vie non ricordano guerre o battaglie, ma i solidi principi su cui si basa questo  Paese:  piazza della Cultura, parco della Pace, la rotonda delle Garanzie Sociali si possono citare come esempi.

Probabilmente anche l’Italia potrebbe considerare questa come alternativa adatta per la riduzione del debito pubblico e il risanamento del pareggio di bilancio prendendo esempio dall’unico Paese al mondo che il giorno di festa nazionale fa sfilare gli studenti anziché i soldati. Le cifre riguardanti i soldi spesi dall’Italia nelle cosiddette “missioni di pace” rivelano un impegno di non poco conto in relazione ai sacrifici a cui sono chiamati gli italiani. E non solo in relazione all’aumento della pressione fiscale, ma anche ai tagli in settori sociali di primaria importanza quali istruzione, sanità ed altri.

Ma se il modello inaugurato più di cinquant’anni fa da Pepe Figueres  Ferrer ha portato la Costa Rica ad essere tra i primi posti  negli indici di sviluppo mondiale, cosa aspettano Stati europei come Grecia, Spagna, Portogallo e Italia a seguire l’esempio di questo piccolo ma democratico Stato?

L'ITALIA SPENDE 50 MILIONI DI EURO AL GIORNO
IN ARMAMENTI


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giovedì 1 giugno 2017

Il Popolo vuole Decidere chi ci Governa



Sono stufo di sentirmi dire da molti di questi politici che la “gente”,
quando va a votare, vuole sapere chi governerà il giorno dopo il voto.
A parte il fastidio che provo nell’ascoltare questo termine “gente ”pronunciato con un tono vagamente dispregiativo o comunque paternalistico,
 attribuito a delle persone, ciascuna delle quali rappresenta innanzitutto un se stesso,
Ma chi l’ha detto che le cose stanno così?
A me interessa, visto che siamo in una democrazia, che viene definita costituzionalmente rappresentativa, mandare in Parlamento persone che ritengo degne di rappresentarmi per quello che sono, per come hanno operato, per le idee che difendono
e per i programmi conseguenti che si impegnano a sostenere.
Tutto questo in un rapporto dialettico con gli altri rappresentanti eletti
e in un solido e continuativo incontro con i propri elettori.
Questo mi interessa, ESSERE RAPPRESENTATO, naturalmente sono consapevole che la stessa democrazia rappresentativa prevede la formazione di organismi istituzionali e di un governo. Ma questo attiene alla capacità e alla responsabilità delle forze politiche e degli eletti.
Non si può chiedere a me cittadino-elettore di scegliere il governo che preferirei, intanto perché è implicito che vorrei vi fossero le idee. le persone e il partito che ho votato, ma soprattutto perché il mio voto chiede semplicemente delle risposte e una capacità di risolvere i vari problemi del Paese ( e non sto a farne il solito elenco trito e ritrito e che tutti abbiamo presente).
Se non c’è questa capacità, vorrà dire che si andrà ancora al voto e noi cittadini dovremo avere la capacità di fare le nostre valutazioni. (anche se questo è un discorso complesso che richiederebbe più spazio per una riflessione proprio sul tema della democrazia e del suo futuro).
E non mi pare che in altri dove questo è successo sia scoppiata una tragedia, anzi in alcuni casi le cose non sono poi andate così male in attesa di un ritorno a governi rappresentativi.
 Il Popolo vuole Decidere chi ci Governa.

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giovedì 18 maggio 2017

Aumento dell’IVA deciso su pressione EUropea


 La cosa certa sono le decisioni del Governo Italiano pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale.

Ovvero, si, l’IVA italiana verrà aumentata. E non di poco. Capisco che siete increduli ma è così; so anche che i giornali parlano di tutto ma non di cose importanti come questa.
Di seguito l’aumento DECISO e NON Previsto.

L’aliquota Iva ad oggi del 10% passerà al:

• 11,5% dal 01.01.2018 (+1.5% rispetto al 2017)

• 12,0% dal 01.01.2019 (+2% rispetto al 2017)

• 13,0% dal 01.01.2020 (+3% rispetto al 2017)

Mentre l’aliquota ad oggi Iva del 22% passerà al:

• 25,0% dal 01.01.2018 (+3% rispetto al 2017)

• 25,4% dal 01.01.2019 (+3.4% rispetto al 2017)

• 24,9% dal 01.01.2020 (+2.9% rispetto al 2017)

• 25,0% dal 01.01.2021 (+3% rispetto al 2017)

Con buona pace di quelli che pensavano che le tasse non aumentassero. Preparatevi: purtroppo la
matematica dei conti statali – per altro messi nero su bianco nel documento programmatico ufficiale
dello Stato, il DEF – che dice che il prossimo anno sarà una strage. E la Troika – sigh – temo arriverà.

ANCHE PERCHE’ AUMENTARE L’IVA NEL 2018 SIGNIFICA FRENARE I CONSUMI OSSIA LA CRESCITA DEL PIL, DI FATTO DETERMINANDO A TERMINE (6-9 MESI) UN ULTERIORE BUCO NEI CONTI [MAGGIORE RAPPORTO DEFICIT/PIL] DA COPRIRE CON ULTERIORI TASSE. UN CANE CHE SI MORDE LA CODA.

L’EU VUOLE FARE IN MODO DI FAR ARRIVARE LA TROIKA IN ITALIA; STANNO CERCANDO DI

FARLO DAL 2011 .

Si noti bene: se la situazione dei conti statali dovesse peggiorare, cosa praticamente certa, sono pronto a scommettere che le aliquote IVA già approvate – quelle sopra – saliranno ulteriormente rispetto a quanto indicato. Chiaro, prima delle mazzate ci saranno le elezioni, poi bastonerannno: vorrete mica che vi diano la giusta ragione per incazzarvi votando contro l’EUropa austera…

In tutto questo purtroppo l’atteggiamento dei media di tacere le notizie cattive

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venerdì 12 maggio 2017

Jobs Act: assunzioni false per intascare soldi pubblici


 Jobs Act: assunzioni fasulle per intascare soldi pubblici

La denuncia dell’ufficio Entrate dell’Inps, che stima un totale di 600 milioni di euro di sgravi contributivi indebitamente percepiti nel triennio 2015-2017, segna l’ennesima debolezza della riforma del lavoro detta Jobs Act, che proprio sugli sgravi contributivi basa gran parte della sua auspicata efficienza. O quanto meno sui numeri che periodicamente si rimpallano governo e opposizioni a proposito dei nuovi posti di lavoro.


Se al diminuire degli sgravi fiscali sono diminuite anche le assunzioni, ora si scopre che una 
sbandierata assunzione ogni quindici è addirittura falsa. Circa 100mila lavoratori su un milione e mezzo assunti nel 2015 con l’esonero totale di contributi previdenziali non avevano diritto allo sgravio: le aziende coinvolte sono circa 60mila.

Il danno per le casse dello Stato non è di poco conto, perché per stessa ammissione dei funzionari 
dell’Inps così si sono persi 600 milioni di euro, cioè soldi dei pensionati e dei contribuenti. Tra le 
centinaia di migliaia di persone che hanno beneficiato della cosiddetta decontribuzione, ossia dello 
scontro triennale da 8.500 euro l’ anno sui versamenti all’ Inps, ce ne sono circa 100 mila che non ne 
avevano diritto. Le aziende hanno dichiarato di averli assunti, ma in realtà o non lo hanno fatto oppure erano già dipendenti dell’impresa che, 
fingendo di metterli in regola, ha ottenuto un ingiusto vantaggio.

Ma non è tutto, perchè nel mirino dell’Inps sono entrate anche le false aziende con relativi falsi 
lavoratori. Posizioni create al solo scopo di usufruire delle indennità di disoccupazione, una truffa 
escogitata per poter raggirare l’ istituto previdenziale, con un danno stimato in 160 milioni. Anche questa volta a danno dei pensionati e dei contribuenti.

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giovedì 4 maggio 2017

Il Gioco d’Azzardo strega gli italiani.


 Business record da 95 miliardi
Gratta&Vinci, slot machine e videopoker: nel 2016 giro d’affari cresciuto del 7 per cento Un milione i ludopatici, non c’è intesa per la regolamentazione più severa del settore
Videopoker e casinò on line hanno visto un’impennata nel 2016 rispetto allo scorso anno quanto a numero di giocate e soldi spesi
Nemmeno il Pil della Cina cresce così. Il 7 per cento in un anno è un incremento record e la cifra di 95 miliardi rappresenta il 4,4 del nostro prodotto interno lordo, più di quanto lo Stato investa sull’istruzione (poco più del 4%) e poco meno di quanto gli italiani, tutti, spendano per mangiare. Il cardinale Angelo Bagnasco ha appena tuonato contro il gioco d’azzardo «legale» («una nuova droga, un cancro che lo Stato non solo non contiene, ma favorisce e ci lucra»), che i bilanci di fine anno superano le cifre record che ha appena enunciato.

Dice Bagnasco: «L’affare azzardo rende più di 88 miliardi di euro all’anno: è stato studiato per far perdere, produce povertà e malattia». Quel dato si riferisce al 2015. Poche ore dopo arrivano i risultati del 2016 appena concluso e i miliardi sono diventati 95: ovvero, il 7% in più.

Giocano tutti. Le stime dicono che il 54,4 per cento degli italiani, quasi 30 milioni, si concede ogni anno almeno una volta il gusto dell’azzardo legale; se si fa il calcolo solo sulla popolazione adulta, si sfiora il 70 per cento. Quasi un milione di loro appartiene alla schiera dei patologici: da curare. In mezzo c’è un’area grigia di chi trascorre ore nei bar, nelle tabaccherie, tra slot, gratta e vinci e lotto istantaneo. Due milioni e mezzo di giocatori che, pur non compulsivi, investono cifre consistenti di denaro nella speranza del colpo di fortuna che possa cambiare la loro vita.

La fotografia di un’Italia ancora in crisi vede un comparto in continua crescita. Quello del 2016 è un nuovo record (persino sorprendente, se si considera la lotta all’azzardo intrapresa ormai da decine di amministrazioni locali) e l’altro dato monstre è rappresentato dal paragone con il non lontano 2008: in questi otto anni, la spesa per i giochi è raddoppiata. Le slot machine e le nipotine videolottery di nuova generazione fanno ancora la parte del leone, anche se l’incremento è modesto e il maggior gettito per lo Stato è stato determinato solo dall’aumento delle imposte. Ma crescono vorticosamente, analizza l’agenzia specializzata Agipro, tutti i giochi di scommesse e quelli online. Risfodera appeal persino il SuperEnalotto, che viaggia al 52% in più sul 2015 grazie alla lunga caccia al 6, finita il 27 ottobre scorso con la maxi vincita di Vibo Valentia (163 milioni), e il restyling che ha garantito un jackpot ancora più ricco e la possibilità di vincere anche con il 2. S’impennano Poker e casinò online di quasi il 20 per cento rispetto all’anno precedente.

«Di fronte a questi dati - commenta il parlamentare Lorenzo Basso - davvero non si capisce la ritrosia degli operatori ad accettare le nostre proposte: divieto assoluto di pubblicità e riduzione drastica, se non l’abolizione, degli apparecchi da gioco dai bar, dalle tabaccherie, da tutti i luoghi non dedicati».

Basso, deputato Pd, area cattolica, da anni combatte una battaglia per la regolamentazione severa del settore, insieme a una pattuglia di colleghi bipartisan. Un riordino del settore atteso da anni, da mesi in attesa di un accordo nella conferenza Stato-Regioni, mai giunto all’approdo definitivo. Dopo decine di rinvii, è di nuovo in calendario alla fine di gennaio. Contiene anche, quel provvedimento, la riduzione di un terzo delle slot machine presenti sul territorio che era stata annunciata dall’ex premier Renzi. Risultato: per ora non pervenuto, mentre Comuni e Regioni vanno avanti in ordine sparso. Le accuse di non voler arrivare a un accordo sono respinte al mittente dal vice presidente di Confindustria Sistema Gioco, che rappresenta gli operatori del settore. Attacca il vicepresidente Massimiliano Pucci: «Non siamo noi a non voler chiudere, ogni volta che siamo a un passo, gli enti locali aggiungono un tassello in più. Allora diciamo pure che l’azzardo legale in Italia è del tutto vietato, che noi dobbiamo essere esposti alla pubblica gogna e che tutto deve tornare a com’era prima di queste leggi, quando il comparto era tutto nelle mani della criminalità.
Proviamo, sperimentiamo quel che succede».
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martedì 2 maggio 2017

La Tua Azienda ed il Tuo Sito


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mercoledì 26 aprile 2017

dal Biglietto da Visita alla Insegna luminosa



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sabato 8 aprile 2017

Numeri Identificativi per la Polizia Italiana


Codici Identificativi sulle Divise della Polizia

Guadagnare tempo. Appellarsi a qualsiasi iter e cavillo legislativo pur di non far giungere il provvedimento in Aula. La tecnica del governo è palese: il disegno di legge per introdurre i numeri identificativi per le forze dell’ordine non deve passare. E già 30 giorni sono stati ottenuti.

L’ordine giunge dall’alto. Va congelato in Commissione Affari Costituzionali, dove si trova già da settimane. Nessuna calendarizzazione in Senato. Si sollevano gli scudi. Eppure si tratta di una battaglia di civiltà che ci uniformerebbe al resto d’Europa. Non per l’esecutivo, il tema è “divisivo” e capace di rompere le nostrane larghe intese. Il ministro Angelino Alfano è pronto a battagliare per respingere quel che considera un attacco alla polizia, il premier Matteo Renzi fa lo gnorri pur di evitare nuove rogne.

Ma andiamo per ordine. Negli ultimi mesi sono stati ben 3 i ddl presentati in Commissione Affari Costituzionali sulla questione: uno a firma di Peppe De Cristofaro (Sel), uno di Marco Scibona (M5S) e l’ultimo di Luigi Manconi (Pd). I testi erano pressoché identici, alla fine si è deciso di convergere su quello del senatore sellino De Cristofaro. Dopo un complesso iter, la Commissione ha concluso l’esame degli emendamenti per poter giungere in Aula. Qui il primo stop del governo che non ha calendarizzato il dibattito, tanto da far gridare allo scandalo l’opposizione: “Non vuole il provvedimento e sta facendo di tutto per perdere tempo”.

Chi si oppone fortemente è Angelino Alfano, il quale – messo alle strette – giovedì scorso è stato costretto a recarsi in Commissione Affari Costituzionali per negoziare con M5S, Sel e parte del Pd. Il ministro dell’Interno ha prima attaccato il ddl parlando di “mancata uniformità e di proposta incompiuta” e poi ha chiesto di ritirarlo, dicendo di voler presentare un nuovo provvedimento governativo – da votare tutti insieme – sulla “sicurezza urbana” che avesse una norma sull’identificazione degli agenti in piazza. Proposta rispedita al mittente da Vito Crimi, relatore del ddl a firma De Cristofaro.

“Una proposta inaccettabile sia nel metodo che nel merito – spiega lo stesso senatore di Sel – Nel metodo perché trovo imbarazzante chiedere alle opposizioni di votare un testo dell’esecutivo, salvandolo dall’impasse, ritirando il proprio ddl. E ovviamente nel merito: nel ddl sulla sicurezza urbana, di cui ancora non conosciamo il contenuto, temo ci saranno norme repressive e sul controllo dei manifestanti che non condividiamo”. In soldoni, per votare una norma sull’identificazione degli agenti, magari annacquata, il ministro chiedeva il sì su un intero pacchetto ancora sconosciuto ai più.

Un accordo a scatola chiusa che ha visto anche i senatori Pd contrariati. Da qui la mediazione di aspettare in Commissione Affari Costituzionali il testo del governo, per votare successivamente in Aula i due disegni di legge, contestualmente, uno dopo l’altro. Il provvedimento del governo dovrebbe, condizionale è d’obbligo, giungere entro fine aprile.

“Era l’unico modo purtroppo per far arrivare il nostro ddl in discussione a Palazzo Madama – spiega ancora De Cristoforo – Una volta che il provvedimento sarà giunto a votazione si stanerà il governo: o il ddl passa coi voti nostri, del M5S e del Pd ponendo fine al vulnus italiano in materia o l’esecutivo e il Pd si prenderanno la seria responsabilità di aver bocciato un provvedimento di civiltà”.

Un provvedimento, tra l’altro, che ci intima l’Europa con una recente risoluzione e che ha il semplice scopo di introdurre delle modalità di individuazione che, ove richiesto dalle circostanze, tutelino quanti tengono comportamenti conformi alle norme. Nessun nome e cognome sui caschi, ma un identificativo alfanumerico che – si legge nel testo – “ha un duplice effetto trasparenza: verso l’opinione pubblica, che sa chi ha di fronte, e a garanzia di tutti i poliziotti che svolgono correttamente il loro servizio”.

Due i punti cardine della norma: “Il casco di protezione indossato dal personale delle Forze di polizia [...] deve riportare sui due lati e sulla parte posteriore una sigla univoca che consenta l'identificazione dell'operatore che lo indossa”, vietando “di indossare caschi o altri mezzi di protezione del volto che non consentono l'identificazione dell'operatore, o di indossare caschi assegnati ad altri”. Inoltre verrebbe introdotto il “divieto al personale delle Forze di polizia, anche se autorizzato a operare non in uniforme per ragioni di servizio, di portare indumenti o segni distintivi che lo possono qualificare come appartenente alla stampa o ai servizi di pubblico soccorso, quali medici, paramedici e vigili del fuoco”.

Il governo – grazie all’astuzia di Alfano – ha guadagnato almeno altri 30 giorni con tale mossa, ma il problema resta intatto. In Europa siamo un’anomalia, da tempo si chiede di legiferare in materia. La speranza è che prima o poi i nodi vengano al pettine. Il ddl è congelato, al momento. Fino a quando?

Identificativi per gli agenti: Italia maglia nera in Europa

di Gabriele Mastroleo e Giuseppe Montalbano

I recenti fatti di Blockupy, con un ragazzo italiano arrestato e detenuto in Germania da oltre una settimana, e un ddl presentato il sei giugno di due anni fa, ma ancora arenato in Commissione al Senato, in attesa di approdare nell'Aula di Palazzo Madama, hanno riportato l'attenzione sul tema della democratizzazione delle forze dell'ordine a livello europeo e – nello specifico dell'Italia – dell'introduzione di numeri identificativi per le forze di polizia. Una misura sostenuta dalle istituzioni europee come complemento necessario ad un effettivo controllo democratico sulle forze dell’ordine e già adottata in gran parte dei Paesi del vecchio continente, che ha visto finora l’Italia in una posizione di grave arretratezza e chiusura, come denunciato anche dal recente rapporto di Amnesty sulla situazione dei diritti umani in Italia.

Risale al settembre 2001, all’indomani del G8 di Genova, il primo European Code of Police Ethics sottoscritto dal comitato dei ministri del Consiglio d’Europa, che agli articoli 14 e 45 raccomanda l’adozione di strumenti identificativi per tutti gli agenti in servizio, come condizione essenziale ad assicurarne la responsabilità e prevenirne gli abusi nei confronti dei cittadini. Prendendo le mosse dai principi sanciti da quel testo, nel dicembre 2012, fu il Parlamento Europeo ad approvare una risoluzione nella quale si esprimeva profonda preoccupazione per tutta una serie di violazioni compiute dagli Stati membri in materia di diritti umani.

Il lungo documento dedicava un passaggio agli abusi di polizia, esprimendo “preoccupazione per il ricorso a una forza sproporzionata da parte della polizia durante eventi pubblici e manifestazioni nell'UE”, invitando gli Stati membri “a provvedere affinché il controllo giuridico e democratico delle autorità incaricate dell'applicazione della legge e del loro personale sia rafforzato, l'assunzione di responsabilità sia garantita e l'immunità non venga concessa in Europa, in particolare per i casi di uso sproporzionato della forza e di torture o trattamenti inumani o degradanti” e infine esortando i Paesi dell'Ue “a garantire che il personale di polizia porti un numero identificativo”.

Nel gennaio 2014, un documento simile passa in Commissione per le libertà civili e la situazione si delinea in maniera ancora più grave: si esprime infatti “preoccupazione per i numerosi casi di maltrattamenti operati dalle forze di polizia e dalle forze dell'ordine, soprattutto attraverso l'uso sproporzionato della forza contro partecipanti pacifici e giornalisti in occasione di manifestazioni e l'impiego eccessivo di armi non letali, come i manganelli, i proiettili di gomma e i taser”, ribadendo poi la richiesta agli Stati membri “di garantire la presenza di elementi di identificazione sulle uniformi delle forze dell'ordine e di assicurare che queste ultime rispondano sempre delle loro azioni”, oltre che “sia posta fine ai controlli di polizia basati sulla caratterizzazione etnica e razziale”.

La proposta di risoluzione, approvata un mese dopo dal Parlamento europeo, “esprime preoccupazione per l'imposizione di un numero crescente di limitazioni al diritto di riunione e di manifestazione pacifica e fa presente che i diritti di riunione, associazione ed espressione costituiscono la base del diritto a manifestare”, invitando in maniera esplicita gli Stati membri “a non adottare misure che possano compromettere o penalizzare l'esercizio delle libertà e dei diritti fondamentali”, attraverso provvedimenti atti a garantire che “l'uso della forza avvenga solo in casi eccezionali e debitamente giustificati da una minaccia reale e grave per l'ordine pubblico”. La risoluzione è chiara: “Le forze di polizia sono innanzitutto al servizio della sicurezza e della protezione delle persone”.

La situazione in Italia

Come accennato, in Italia aspetta di sbarcare al Senato un ddl, primo firmatario Peppe De Cristofaro, titolato “Disposizioni in materia di identificazione degli appartenenti alle Forze dell'ordine”, che prevede di “introdurre delle modalità di individuazione che, ove fosse richiesto dalle circostanze, tutelino quanti tengono, e sono naturalmente la maggioranza, comportamenti conformi alle norme e alle circostanze”. Intorno al testo si era raccolta, almeno a parole, una larga maggioranza, dal Pd al Movimento 5 Stelle: fatto sta, però, che il provvedimento è fermo già da due anni.

Due i punti cardine della norma: “Il casco di protezione indossato dal personale delle Forze di polizia [...] deve riportare sui due lati e sulla parte posteriore una sigla univoca che consenta l'identificazione dell'operatore che lo indossa”, vietando “di indossare caschi o altri mezzi di protezione del volto che non consentono l'identificazione dell'operatore, o di indossare caschi assegnati ad altri”. Inoltre verrebbe introdotto il “divieto al personale delle Forze di polizia, anche se autorizzato a operare non in uniforme per ragioni di servizio, di portare indumenti o segni distintivi che lo possono qualificare come appartenente alla stampa o ai servizi di pubblico soccorso, quali medici, paramedici e vigili del fuoco”.

Nel frattempo, però, è già partita la sperimentazione delle telecamerine in dotazione alle forze dell'ordine per riprendere quanto avviene nei cortei, avallata dal prefetto Alessandro Pansa con queste parole: “Il regolamento serve a bilanciare esattamente il ricorso all’esercizio legittimo della forza attraverso le modalità che devono essere confrontabili correttamente con la violenza che i tutori dell’ordine subiscono nel corso delle manifestazioni, nel corso dei loro interventi”. La legittimità delle telecamerine viene sancita a fine settembre dal Garante per la privacy, a condizione che sussistano situazioni di pericolo e che qualora quel pericolo non si concretizzi le immagini vengano cancellate.

Nelle stesse ore, con un emendamento nel decreto stadi presentato dal parlamentare di Forza Italia, Gregorio Fontana, viene infatti introdotto in via sperimentale l'utilizzo della pistola elettrica, la cosiddetta Taser, già in dotazione ad esempio, negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Francia e in Svizzera. Il deputato azzurro ha spiegato: “La pistola elettrica Taser, come è noto, è un'arma di dissuasione non letale: essa produce una scarica elettrica che rende la persona colpita inoffensiva per alcuni secondi, sufficienti alle forze dell'ordine per arrestarla”. Sui rischi del Taser si è invece espresso Francesco Romeo, direttore del reparto di Cardiologia del Policlinico Tor Vergata di Roma, interpellato dall'Adnkronos: “La pistola elettrica Taser provoca un danno muscolare e potrebbe quindi, teoricamente, causare un danno anche al muscolo cardiaco. Inoltre potrebbe interferire con alcuni dispositivi medici, tipo il pacemaker”. Se non bastasse il parere medico, un'inchiesta del 2012 parla di 500 persone morte per l'abuso della pistola elettrica solo negli Usa, mentre una commissione Onu considera la Taser “una forma di tortura, che in certi casi può condurre alla morte com'è dimostrato da numerosi studi e da episodi accaduti in seguito all'uso pratico di questi strumenti”.

Gli altri Paesi europei

In diversi Paesi europei esistono già provvedimenti per l’identificazione individuale degli agenti di polizia in servizio. Per quanto variegata, legata a misure in gran parte locali e non priva di contraddizioni, si può in generale constatare una rinnovata attenzione e iniziativa regolamentatrice a livello europeo su un tema tornato sull’agenda politica parallelamente alle contestazioni di piazza e agli abusi di potere da parte degli agenti nella gestione dell’ordine pubblico. Uno sguardo ai nostri vicini europei può darci un’idea delle buone pratiche da prendere ad esempio, così come dei rischi legati all’adozione di regole identificative “di facciata”, senza reali strumenti per assicurarne il pieno rispetto.

Regno Unito

Nel Regno Unito non esiste una regolamentazione unica per l’identificazione degli agenti, ma varia da regione a regione. La “Dress Code Policy” per la polizia metropolitana di Londra stabilisce l’obbligo per tutti gli agenti in servizio di esporre il codice identificativo nella spallina dell’uniforme, in modo che sia “visibile in ogni momento”. Non sono previste esplicite sanzioni per garantire il rispetto del regolamento, ma la sua violazione da parte degli agenti può determinare specifiche misure disciplinari, che restano però a discrezione dei commissariati. Dopo gli scontri tra manifestati e forze dell’ordine per il summit del G20 a Londra nel 2009, nel corso dei quali diversi agenti sono stati accusati dalla stampa e da partiti di entrambi gli schieramenti di non aver esposto il codice identificativo, il rispetto del ‘dress code’ da parte della Metropolitan Police Authority è diventato più stretto.

Francia

Fra le promesse di Hollande in campagna elettorale, il decreto del Ministero degli Interni firmato da Manuel Valls nel dicembre del 2013 ha introdotto in Francia l’obbligo per gli agenti in servizio, sia in uniforme che in borghese, di esporre un codice identificativo individuale di sette cifre, il “référentiel des identités et de l'organisation”. La normativa prevede eccezioni per gli agenti incaricati di presidiare la direzione generale della sicurezza interna, per quelli di servizio presso le sedi diplomatiche francesi all’estero, e quando sia richiesta la divisa ufficiale in occasione di cerimonie o commemorazioni. Sono inoltre esclusi dall’obbligo di identificazione alcune unità della polizia e della gendarmeria di Stato, come quelle di contrasto al terrorismo, i corpi incaricati della sicurezza del presidente della Repubblica e le unità di “ricerca, assistenza, intervento e dissuasione. L’identificazione del poliziotto attraverso un numero portato in maniera trasparente, spiega il ministero degli Interni transalpino, si fonda sull'esigenza di principi di trasparenza e responsabilità individuali. Nonostante il mancato richiamo nel decreto a misure sanzionatorie per gli agenti inadempienti, i sindacati di polizia hanno denunciato il ricorso a sanzioni disciplinari da parte del Ministero degli Interni per assicurare il rispetto dell’obbligo, come dichiarato pubblicamente dallo stesso Valls all’entrata in vigore della nuova normativa nel gennaio 2014.

Germania

In Germania non esiste l’obbligo di identificazione per la polizia federale, ma è invece adottato in diversi Länder per i corpi di polizia regionali, dove nella gran parte dei casi la polizia è libera di scegliere se riportare un’etichetta identificativa o meno. A Berlino, però, dal luglio 2011 la polizia ha l’obbligo di esporre un codice di riconoscimento di quattro cifre. Un provvedimento accolto tra le proteste dei sindacati di polizia, che hanno a lungo dato battaglia per ripristinare la normativa precedente, che obbligava gli agenti a dichiarare il proprio codice identificativo solo se richiesto, lasciando poi ai singoli la possibilità di riportarlo sulla propria uniforme. Sulla scia dell’iniziativa berlinese, anche lo Stato di Brandeburgo ha introdotto nel 2013 l’obbligo di identificazione per le unità di polizia sotto la sua giurisdizione. Nello Schleswing-Holstein resta in sospeso un progetto di legge dal 2010 sull’introduzione di numeri identificativi, fortemente osteggiato dai cristiano-democratici. In Sassonia dal primo aprile 2012 è stato introdotto l’obbligo di matricole di riconoscimento per gli agenti, ma non per quelli che operano “in situazioni pericolose” (tra cui le manifestazioni): un’eccezione questa contro cui continuano a battersi le sinistre e numerosi comitati cittadini.

Spagna

Ad eccezione delle unità incaricate di mantenere l’ordine pubblico, anche in Spagna esiste sulla carta un obbligo di identificazione pubblica per gli agenti, anche se non sono previste misure per garantirne l’effettivo rispetto. Nel Paese è stata approvata proprio in questi giorni una legge definita di “stampo franchista”, con i soli voti del Partito Popolare al governo, ma osteggiata, secondo un sondaggio, da otto spagnoli su dieci. Le nuove norme prevedono sanzioni fino a 30mila euro per una serie di infrazioni, come l’esposizione di cartelli e simboli o il rifiuto ad abbandonare una manifestazione.

Grecia

Nel gennaio del 2010 il governo greco ha emendato il precedente regolamento sull’identificazione pubblica della polizia, introducendo l’obbligo per tutti gli agenti di rendere visibile nelle proprie spalline un codice di riconoscimento individuale. Per gli agenti in tenuta anti-sommossa, un codice relativo alla proprio unità di riferimento e all’identificazione del singolo è riportato in evidenza sul casco protettivo. In un rapporto del 2012 sugli abusi e le violenze perpetrate dalla polizia ellenica nelle proteste contro le politiche di austerità, Amnesty ha però denunciato la pratica adottata dalle unità preposte all’ordine pubblico di riportare il codice identificativo nella parte posteriore del casco, aggirando così di fatto l’obbligo di essere chiaramente identificabili dai manifestanti.

Belgio

Vi è una norma che obbliga gli agenti a portare una targhetta con nome, grado e forza di polizia. Tuttavia, nell’aprile 2013, la Commissione Interni del Senato ha fatto propria una proposta di Gérard Deprez del Mouvement réformateur tesa a mantenere l’identificabilità delle forze di polizia, ma al contempo a garantirne l’anonimato, per il rischio di ritorsioni. In pratica, si pensa a una norma che sostituisca i nomi sulle divise appunto con codici identificativi.

Olanda

Due sono le principali caratteristiche delle divise nel Paese: per gli agenti c’è l'obbligo di portare sull'uniforme una targhetta con il nome, ma contestualmente le forze di polizia che agiscono in situazioni di ordine pubblico portano un numero sul casco. La targhetta fa parte dell'uniforme, anche se vi sono casi in cui viene nascosta. Non vengono comunque previste disposizioni particolari per chi occulta la targhetta.

Turchia

Nel giugno 2013, attraverso il suo blog, il giornalista e attivista per i diritti civili, Lorenzo Guadagnucci, pubblicò una foto di un agente in divisa che in Turchia si stava scagliando contro una manifestante. Nel Paese di Erdogan, che aspira da anni a entrare nell’Ue, esiste l’obbligo di avere dei codici identificativi sui caschi, ma l’agente aveva pensato bene di occultare il proprio con una striscia di scotch colorato. Il caso ha voluto che una folata di vento scollasse per un istante quel nastro dal casco e che un fotografo freelance fosse lì a immortalarlo. Quell’immagine ha fatto il giro del mondo e il poliziotto - in un Paese che non brilla certo in materia di diritti civili - ha rischiato sanzioni. Si tratta di un fatto indubbiamente simbolico, ma che ne evidenzia - scrive Guadagnucci - uno molto più importante: “Il gesto dell'agente ritratto nella nostra fotografia, il suo goffo tentativo di occultamento del codice, dimostra che il timore d'essere identificati è un deterrente per gli agenti mal intenzionati e in generale un freno per gli eccessi preordinati nell'uso della forza”.

In Europa non mancano quindi esempi di cui fare tesoro per una maggiore tutela dei cittadini da eventuali abusi nella gestione dell’ordine pubblico. L’identificabilità degli agenti non basta da sola a risolvere il problema, ma è un passo necessario per rendere più trasparente l’operato della polizia, combattendo l’impunità e prevenendo la formazione di nuclei ideologizzati al suo interno. Anche in Italia si apre adesso la concreta possibilità di recuperare anni di ritardo e chiusura su un tema che tocca direttamente la qualità della democrazia e la libertà di espressione.
Un’occasione che non deve andare sprecata.

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Per otto italiani su 10, Amnesty dovrebbe continuare a presidiare i casi di violazioni internazionali, senza dimenticare i fatti italiani: Bolzaneto al G8 di Genova, le torture inflitte a Stefano Cucchi e l'assassinio di Giulio Regeni sono i casi di grave violazione dei diritti umani
più presenti nella mente degli italiani

Solo il 33 per cento degli italiani ritiene che in Italia avvengano casi di tortura, a fronte di un 50 per cento secondo cui questa non avviene nel nostro Paese (il 17 per cento dice di non saperlo). I risultati dell’indagine, realizzata da Doxa per Amnesty International su un campione rappresentativo della popolazione italiana over 30, vengono resi noti proprio nella giornata in cui l’Italia ha riconosciuto i propri torti nei confronti di sei cittadini per quanto subito nella caserma di Bolzaneto
 durante il G8 di Genova del 2001.


Nonostante una percentuale così alta di italiani non creda ci siano casi di tortura nel Paese, l’indagine evidenzia che comunque la mancanza di rispetto per i più elementari diritti umani viene considerata una materia importante su cui intervenire, al punto che sei italiani su 10 sono favorevoli all’introduzione di uno specifico reato di tortura. Per otto italiani su 10, Amnesty dovrebbe continuare a presidiare i casi di violazioni internazionali, senza dimenticare i fatti italiani: Bolzaneto al G8 di Genova, le torture inflitte a Stefano Cucchi e l’assassinio di Giulio Regeni sono i casi di grave violazione dei diritti umani più presenti nella mente degli italiani.


Amnesty lancia la campagna di raccolta fondi con il 5×1000. “Sebbene un italiano su due ritenga che la tortura nel nostro paese non esista, la sensibilità verso la difesa e le violazioni dei diritti umani che hanno ottenuto maggiore spazio sui mezzi d’informazione destano interesse e partecipazione“, dichiara Riccardo Noury, portavoce Amnesty International Italia. E prosegue: “Da questa indagine emerge con chiarezza che dobbiamo continuare a lavorare con tutte le nostre forze per portare all’attenzione delle istituzioni, dell’opinione pubblica e dei media il tema della tortura, far crescere la consapevolezza su quello che avviene nel nostro paese e fuori dai nostri confini,
dare voce a chi non ce l’ha”.


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G8 2001 Bolzaneto: Governo Ammette Abusi e Violenze della Polizia


G8 di Genova, violenze a Bolzaneto: il governo ammette le sue colpe
La Corte Europea dei Diritti Umani prende atto della risoluzione amichevole tra le parti. Roma verserà 45 mila euro ciascuno ai cittadini vittime di abusi.
Il governo italiano ha riconosciuto i propri torti nei confronti di sei cittadini per quanto subito nella caserma di Bolzaneto il 21 e 22 luglio 2001, ai margini del G8 di Genova, e gli verserà 45 mila euro ciascuno per danni morali e materiali e spese processuali. Lo rende noto la Corte europea dei diritti umani in due decisioni in cui «prende atto della risoluzione amichevole tra le parti» e stabilisce di chiudere questi casi.

Il governo italiano, secondo quanto reso noto a Strasburgo, ha raggiunto una 'risoluzione amichevolè con sei dei 65 cittadini - tra italiani e stranieri - che hanno fatto ricorso alla Corte europea dei diritti umani. Ricorsi in cui si sostiene che lo Stato italiano ha violato il loro diritto a non essere sottoposti a maltrattamenti e tortura e si denuncia l'inefficacia dell'inchiesta penale sui fatti di Bolzaneto.


Con l'accordo, si legge nelle decisioni della Corte, il governo afferma di aver «riconosciuto i casi di maltrattamenti simili a quelli subiti dagli interessati a Bolzaneto come anche l'assenza di leggi adeguate. E si impegna a adottare tutte le misure necessarie a garantire in futuro il rispetto di quanto stabilito dalla Convenzione europea dei diritti umani, compreso l'obbligo di condurre un'indagine efficace e l'esistenza di sanzioni penali per punire i maltrattamenti e gli atti di tortura». Inoltre, nell'accordo il governo si impegna anche «a predisporre corsi di formazione specifici sul rispetto dei diritti umani per gli appartenenti alle forze dell'ordine». E propone di versare ai ricorrenti 45 mila euro ciascuno per danni morali e materiali e per le spese di difesa. In cambio i ricorrenti «rinunciano a ogni altra rivendicazione nei confronti dell'Italia per i fatti all'origine del loro ricorso.

Ma l'accordo non chiude certamente la questione. E, se possibile, alimenta nuove polemiche "Quella che offre lo Stato è una cifretta _ spiega  l’avvocato Laura Tartarini, che difende una ventina di persone tra le vittime della scuola Diaz e della caserma di Bolzaneto , che ha  accettato chi, tra cui due dei miei assistiti,  ha necessità economiche e personali. Per gli altri il ricorso continua». L'avvocata rileva che "sono passati 16 anni e non mi stupisco che alcuni di loro decidano di accettare l’offerta. Ma lo Stato si sta comportando in modo davvero poco consono, tanto che gli accordi in sede civile davanti ai giudici di Genova ancora non si trovano.
Questo accordo certo non rappresenta una soddisfazione morale».

Il processo di appello per le violenze di Bolzaneto si era concluso, nel giugno 2013, con  sette condanne e quattro assoluzioni. La quinta sezione penale della corte aveva  assolto Oronzo Doria, all’epoca colonnello  del corpo degli agenti di custodia,  e gli agenti Franco, Trascio e Talu. Erano invece state confermate  le 7 condanne che erano state inflitte dalla Corte d’Appello di Genova il 5 marzo 2010 nei confronti dell’assistente capo di Pubblica sicurezza Luigi Pigozzi (3 anni e 2 mesi) – che divaricò le dita della mano di un detenuto fino a strappargli la carne – degli agenti di polizia penitenziaria Marcello Mulas e Michele Colucci Sabia (1 anno) e del medico Sonia Sciandra. Per quest’ultima la Cassazione aveva ridotto la pena, assolvendola solo dal reato di minaccia. Pene confermate a un anno per gli ispettori della polizia Matilde Arecco, Mario Turco e Paolo Ubaldi che avevano rinunciato alla prescrizione. La pene erano però quasi integralmente coperte da indulto.

Nei giorni del G8 del 2001, ricostruì il processo, basato anche sulle testimonianze  di decine di vittime, oltre 300 persone vennero private della possibilità di incontrare i loro legali, umiliate, picchiate, minacciate. Tra le mura della caserma risuonarono a più ripresa inni fascisti, molti dei ragazzi vennero costretti a rimanere immobili per ore, le donne subirono violenze fisiche e morali.

La Cassazione aveva anche bocciato il ricorso della procura di Genova che chiedeva di contestare il reato di tortura, cosa che appunto avrebbe evitato l’estinzione del reato. Reato che come già era stato evidenziato nella sentenza Diaz non è contemplato dal nostro ordinamento.
da Repubblica



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