loading...

CONDIVIDI

Share

sabato 9 dicembre 2017

Berlusconi paga i boss di Cosa nostra



Mafia, l’appunto dimenticato nello studio di Giovanni Falcone:
 “Berlusconi paga i boss di Cosa nostra”

"Cinà in buoni rapporti con Berlusconi. Berlusconi dà 20 milioni a Grado e anche a Vittorio Mangano". È il contenuto di un foglietto trovato all'interno di quello che è stato l'ufficio del giudice ucciso a Capaci, all'interno del palazzo di giustizia di Palermo, ormai diventato un museo. A fare la scoperta è stato uno dei più stretti collaboratori del magistrato, Giovanni Paparcuri

Un appunto rimasto per trent’anni dimenticato. Un foglio di carta utilizzato come block notes probabilmente durante un interrogatorio e rimasto poi disperso tra i faldoni senza che nessuno ci facesse mai caso. Eppure il suo contenuto è rilevante. C’è scritto: “Cinà in buoni rapporti con Berlusconi. Berlusconi dà 20 milioni a Grado e anche a Vittorio Mangano“. Parole tracciate con la calligrafia di Giovanni Falcone ed emerse all’interno di quello che è stato l’ufficio del giudice, all’interno del palazzo di giustizia di Palermo, ormai diventato un museo. A riportare la notizia dell’esistenza dell’appunto è il giornalista Salvo Palazzolo sul quotidiano la Repubblica. A fare la scoperta, invece, è stato uno dei più stretti collaboratori del magistrato, Giovanni Paparcuri, che dopo essere andato in pensione accoglie nel “bunker” del pool antimafia i visitatori.

Qualche giorno fa, Paparcuri stava sfogliando alcuni scritti di Falcone conservati al museo, quelli che contengono le vecchie dichiarazioni del pentito Francesco Marino Mannoia, utilizzate ormai in centinaia di processi. All’ improvviso, si è imbattuto nell’appunto che parla di Berlusconi: mai nessuno se n’era accorto prima. Paparcuri ha subito informato la procura. Quelle parole annotate da Falcone, infatti, sembrano confermare quanto già emerso durante il processo a Marcello Dell’Utri, condannato in via definitiva – e attualmente detenuto – a sette anni di carcere per concorso esterno a Cosa nostra. Recentemente sia Berlusconi che il suo storico braccio destro sono stati nuovamente iscritti tra gli indagati per le stragi di mafia del 1993 come possibili mandanti occulti degli attentati a Firenze, Roma e Milano dalla procura del capoluogo toscano. 

Gaetano Cinà – che nell’appunto viene indicato come “in buoni rapporti con Berlusconi” – è un mafioso molto amico di Dell’Utri, ed è l’uomo che nel 1987 gli annuncia al telefono l’arrivo a Milano di un’enorme cassata con il simbolo della Fininvest. Mafioso è anche Gaetano Grado, un uomo d’onore spesso di stanza a Milano negli anni ’70. Vittorio Mangano è il noto stalliere di Arcore, capo della famiglia mafiosa di Porta Nuova a Palermo, assunto da Berlusconi nel 1974 a Villa San Martino ufficialmente come fattore. Tutti personaggi e fatti ormai già noti, dunque, quelli appuntati da Falcone. Il problema è che nei verbali del collaboratore di giustizia Mannoia non c’è traccia di riferimenti a Berlusconi. Interpellato da Repubblica su questo appunto Mannoia ha risposto: “Non ricordo. Sono ormai anziano e malato. E poi non posso rilasciare alcuna dichiarazione alla stampa”. Al processo Dell’Utri Mannoia si è avvalso della facoltà di non rispondere. Dallo stesso procedimento è emerso, però, come il capo di Mannoia, Stefano Bontate, nel 1974 incontrò Berlusconi a Milano, grazie alla mediazione di Dell’Utri. La Cassazione ha considerato provato che Berlusconi stipulò un patto di protezione con Cosa nostra, prima per evitare i sequestri di persona negli anni ’70 a Milano, poi per la “messa a posto” dei ripetitori tv in Sicilia. “A noialtri ci dava 250 milioni ogni sei mesi”, ha detto intercettato in carcere il boss Totò Riina. 

La scoperta dell’appunto di Falcone, però, genera un ulteriore domanda: davvero il giudice non ha mai approfondito quei collegamenti tra Berlusconi e Cosa nostra messi nero su bianco in quel foglio di carta? Prima del 1994, a Palermo non è mai risultata alcuna indagine su Dell’Utri e quindi su Berlusconi. Eppure in un’intervista rilasciata il 21 maggio del 1992, cioè due giorni prima della strage di Capaci, Paolo Borsellino parla chiaramente di collegamenti tra Mangano, Dell’Utri e Berlusconi. Lo fa parlando con i giornalisti Jeanne Pierre Moscardo e Fabrizio Calvi in quella che è diventata una delle interviste più misteriose degli ultimi trent’anni. I giornalisti chiedono notizie di Vittorio Mangano, visto che Borsellino aveva indagato su di lui nel 1975. Poi, a una domanda su Dell’ Utri, Borsellino risponde: “So che esistono indagini che lo riguardano e che lo riguardano insieme a Mangano. Credo che ci sia un’ indagine che attualmente è a Palermo con il vecchio rito processuale nelle mani del giudice istruttore, ma non ne conosco i particolari”. Quell’indagine, però, ufficialmente non è mai esistita. Come l’appunto di Falcone.


La procura toscana ha ottenuto dal gip la riapertura del fascicolo sui mandanti occulti dopo aver ricevuto la registrazione dei colloqui in carcere del boss, di cui Sekret, il nuovo format di inchiesta di Marco Lillo disponibile sulla piattaforma Loft, ha diffuso l'audio sul nostro sito. Il legale dell’ex premier Ghedini: “Notizie infamanti prima del voto”
DA  https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/10/31/stragi-di-mafia-berlusconi-e-dellutri-indagati-firenze-dopo-le-intercettazioni-di-graviano-audio-esclusivo/3946945/

.

giovedì 7 dicembre 2017

Trump soffia sul Fuoco a Gerusalemme



Gli Stati Uniti riconosceranno Gerusalemme capitale di Israele, trasferendo nella Città santa la propria ambasciata. Donald Trump rompe gli indugi e lo annuncia in una fitta serie di telefonate, a partire da quelle ai diretti interessati: il premier israeliano Benyamin Netanyahu e il leader dell'Autorità palestinese Abu Mazen. A niente sono valse le fortissime preoccupazioni espresse dagli alleati arabi ed europei che nelle ultime ore hanno sommerso la Casa Bianca di appelli alla prudenza, inviando al presidente americano un chiaro messaggio: non si può scherzare col fuoco, con la regione mediorientale pronta ad esplodere.

Un piccolo gruppo di truppe Usa, intanto, è stato riposizionato per essere più vicino a paesi che presentano timori di disordini in seguito all'atteso annuncio del presidente Donald Trump del riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele e l'indicazione di voler spostare nella città da Tel Aviv l'ambasciata americana. Lo riferisce la Cnn citando fonti ufficiali americane. Si tratterebbe principalmente di Marine solitamente impiegati per la sicurezza di ambasciate Usa.

Sarebbe un errore fatale. In campo anche Papa Francesco, che ha parlato al telefono con Abu Mazen. Ma il dado sembra ormai tratto. Resta solo da capire la tempistica dello strappo fortemente voluto dal tycoon, una delle solenni promesse fatte durante la campagna elettorale. La mossa della Casa Bianca era attesa già lo scorso fine settimana. Proprio le reazioni dei governi amici, messi al corrente del piano di Trump dagli ambasciatori Usa, l'hanno fatta slittare, spingendo l'amministrazione a rivedere per l'ennesima volta ogni minimo dettaglio. La posta in gioco del resto è altissima, e il rischio concreto è quello di un vero e proprio terremoto in Medio Oriente e di un'ondata di violenze contro Israele e contro gli interessi americani.

Senza escludere - avvertono gli 007 Usa - un'escalation del terrorismo internazionale. Nonostante ciò, la svolta dovrebbe essere ufficializzata nelle prossime ore: il New York Times l'annuncia per domani, mercoledì 6 dicembre. L'ipotesi più probabile è quella di una dichiarazione di principio da parte del presidente Trump cui non seguirebbe un immediato trasloco dell'ambasciata Usa. Ambasciata che come tutte le altre rappresentanze diplomatiche si trova da decenni a Tel Aviv, visto che ad oggi Gerusalemme non è riconosciuta come capitale d'Israele da parte della comunità internazionale. Con i palestinesi che rivendicano il settore Est della città come capitale del loro futuro Stato.

Perché si passi dalle parole ai fatti, dunque, potrebbero volerci ancora dei mesi, se non degli anni. Ma l'effetto annuncio di Gerusalemme capitale potrebbe già provocare dei danni incalcolabili, con lo spettro di una nuova sanguinosissima intifada dietro l'angolo. Tutti i principali gruppi palestinesi hanno già dato il via libera alla protesta, annunciando 'tre giornate della collerà fino a venerdì. E il sistema di difesa israeliano si prepara per una «possibile rivolta violenta», con la polizia, lo Shin Bet e il comando centrale dell'esercito in stato di massima allerta. Dai Paesi arabi all'Europa è un coro di no a Trump.

Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha invitato i 57 Paesi membri dell'Organizzazione della cooperazione islamica (Oic) a riunirsi tra una settimana (il 13 dicembre) a Istanbul per un summit straordinario sull'attesa decisione di Donald Trump. Lo ha reso noto il suo portavoce, Ibrahim Kalin, spiegando che Erdogan ha avuto in queste ore contatti telefonici in merito con il suo omologo palestinese Abu Mazen e i leader di Iran, Arabia Saudita, Qatar, Tunisia, Pakistan, Indonesia e Malesia.

Il re di Giordania Abdallah e il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi hanno espresso direttamente al presidente americano tutta la loro contrarietà mettendolo in guardia dalle conseguenze pericolose in tutta la regione. Anche per l'Arabia Saudita cambiare i diritti dei palestinesi sullo status di Gerusalemme porterà ad un'esasperazione dei sentimenti dei musulmani in tutto il mondo. Mentre il premier turco Recep Tayyip Erdogan ha avvertito la Casa Bianca che l'eventuale riconoscimento di Gerusalemme capitale di Israele rappresenta «una linea rossa per i musulmani» e potrebbe portare alla rottura delle relazioni diplomatiche della Turchia con lo Stato ebraico.

Le stesse preoccupazioni arrivano in queste ore dalle cancellerie europee. Da Parigi e Berlino si ribadisce in maniera compatta come l'unica strada da seguire per risolvere la questione mediorientale sia quella dei due Stati: «La questione dello status di Gerusalemme dovrà essere risolto nel quadro dei negoziati di pace fra israeliani e palestinesi», il monito del presidente francese Emmanuel Macron.


La Palestina e lo stato di Israele
Perché la guerra?

Il conflitto arabo-israeliano, che da cinquanta anni ha trasformato la terra di Palestina in un campo di battaglia permanente, è un prodotto tragico del nazionalismo, inserito in un contesto di forte conflittualità religiosa.
Israele, stato indipendente dichiarato il 14 maggio 1948, si costituisce al termine di una contraddittoria politica di decolonizzazione attuata con gravissime responsabilità da Francia e Gran Bretagna.

La Palestina non è mai stata una nazione indipendente. Fino al 1914 era parte dell'impero Ottomano; una regione scarsamente popolata, arretrata e con un sistema semifeudale. Gli abitanti erano in grandissima maggioranza poveri braccianti al servizio di proprietari terrieri. Nel 1880 la zona contava circa 24 mila ebrei e 150 mila arabi. Nel 1945 gli arabi erano saliti a 1 milione e 240 mila, mentre gli ebrei erano 553 mila. Solo Gerusalemme era un centro urbano di una qualche importanza.

Cosa accadde nel frattempo? La prima guerra mondiale segnò la fine dell'impero Ottomano; l'area mediorientale passò sotto il controllo (protettorato) franco-inglese. Le diplomazie dei due stati avviarono un triplice gioco:

A) fu promessa l'indipendenza ai grandi proprietari arabi in cambio del loro appoggio in guerra (1915)

B) Balfour (premier britannico) rispose alla pressione del movimento sionista dichiarando di vedere con favore la creazione di uno stato ebraico indipendente in Palestina (1917).

C) l'accordo Sykes-Picot, siglato nel marzo 1915, e tenuto a lungo segreto, fissò la spartizione dell'intero Medio Oriente in aree di influenza.

La creazione dello stato di Israele

I Trattati di Versailles assegnarono la Palestina al protettorato britannico.
Sia ebrei che arabi si aspettavano una qualche forma di indipendenza; la Gran Bretagna non va oltre a qualche proposta di spartizione territoriale; la conflittualità tra le popolazioni - sempre più numerose - cresce continuamente. Il vento di guerra, e i rischi di una penetrazione tedesca nell'area, indussero il ministro Eden a favorire una strategia di accordo tra i paesi arabi e a proporre (1939) la costituzione di uno stato indipendente, basato sulla coesistenza etnica. Per limitare la supremazia ebraica e per non rompere l'alleanza con i paesi islamici, fu fortemente limitata l'immigrazione ebraica - fissata a quota 75.000.
Con l'inizio in grande scala della persecuzione nazista, è facile immaginare quale ripercussione drammatica abbia comportato questa scelta.
Non mancarono scontri tra terrorismo ebraico e autorità britanniche, considerate ostili al sionismo. Terminata la guerra, forse anche in seguito all'ondata emotiva dell'olocausto, l'immigrazione verso la Palestina non fu più ostacolata dal controllo britannico. Nell'immediato dopoguerra la zona era teatro di scontri tra ebrei e britannici, e tra ebrei e arabi. Nel maggio 1947 La Gran Bretagna annunciò all'ONU che si sarebbe ritirata dalla regione. Nel novembre dello stesso anno dalla stessa assemblea delle Nazioni Unite venne la proposta di dividere la regione in due parti: agli ebrei sarebbe andata la zona del Negev (permetteva una notevole espansione e capacità di accoglienza di nuovi immigrati). Usa, Urss e Francia si dichiararono a favore; la Gran Bretagna si astenne; stati arabi, India, Grecia e Pakistan votarono contro.
Quando le truppe inglesi lasciarono il Medio Oriente, nel maggio 1948, fu immediatamente proclamato lo stato di Israele.
Gli stati arabi considerarono la creazione dello stato ebraico - fondato su basi religiose e razziali - un atto di forza intollerabile: un esercito di palestinesi e truppe dei paesi arabi circostanti attaccò il nuovo stato iniziando la lunga stagione delle sconfitte militari. Aggressioni dei paesi arabi e controffensive violentissime portarono i soldati di Israele ad occupare vaste zone interamente abitate dai palestinesi. I conflitti del 1956, 1967 e 1973 aprirono le porte alla tragedia dei "territori occupati": le alture del Golan, la striscia di Gaza e la Cisgiordania diventarono campi di guerriglia permanente; con una popolazione a grandissima maggioranza palestinese (1,5 milioni gli arabi acquistati nei confini israeliani) discriminati e disprezzati da autorità e coloni. Soltanto nella controffensiva del 1949 e in seguito ai disordini dovuti alla proclamazione del nuovo stato ci furono quasi 1 milione di palestinesi espulsi dalla propria terra, accolti in miserabili campi profughi messi a disposizione dai paesi arabi e dall'UNRRA.





Le guerre e l'intifada

Dal 1949 il conflitto ha assunto connotati sempre più drammatici.
Nel 1956 i palestinesi costituiscono un movimento di liberazione (Al-Fatah) capace di collaborare con le forze armate degli stati arabi e di muovere azioni di guerriglia nel territorio israeliano. Nel 1967 - con fronti caldi come Siria e Egitto - scoppiò una crisi internazionale intorno al controllo del golfo di Aqaba (Sharm el Sheikh), innescato principalmente da Nasser , presidente dell'Egitto. Forte dell'appoggio sovietico - se Usa e Francia erano filo-israeliani, ovviamente i sovietici erano filo-arabi -  Nasser annunciò il blocco delle navi che attraversavano il golfo di Aqaba per rifornire Israele. Lo stato ebraico rispose con la forza: il 5 giugno 1967 l'aviazione bombardò gli aeroporti dei paesi arabi; le truppe di terra occuparono Gaza, Sherm el Sheikh, la Cisgiordania e Gerusalemme, le alture del Golan, l'Alta Galilea e il Sinai.
L'attacco passò alla storia come la guerra dei 6 giorni: il 10 giugno le offensive erano già terminate.
Ma le ferite aperte risultarono gravissime: lo scontro all'interno del territorio palestinese si trasformò in guerriglia permanente, con una militarizzazione molto estesa del movimento di liberazione arabo e un ricorso alla rappresaglia indiscriminata e violentissima.
Nel 1969 nasce l'OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) sotto la guida di Yasser Arafat. Intanto anche il Libano, con il bombardamento di Beirut nel 1968 ad opera dell'aviazione israeliana, entrava nella spirale di guerra del Medio Oriente. La Francia di De Gaulle divenne sostenitrice della pacificazione nell'area, appoggiando di fatto l'azione diplomatica dei paesi arabi.
1972
E' l'anno del massacro di Monaco. Il 5 settembre un commando di guerriglieri palestinesi fece irruzione negli alloggi israeliani del villaggio olimpico, prendendo in ostaggio nove atleti e uccidendone due. Quando le trattative fallirono le truppe speciali assaltarono il commando: nel conflitto rimasero uccisi cinque feddayyin, un poliziotto e tutti gli ostaggi.
1973
Anwar Sadat, successore di Nasser alla presidenza dell'Egitto, tentò nuovamente nell'autunno del 1973 di cambiare i rapporti di forza nell'area. Il 6 ottobre, sfruttando l'effetto sorpresa offerto dalla festività dello Yom Kippur, Egitto e Siria attaccarono. Dopo primi parziali successi, l'armata araba fu costretta alla ritirata, al punto da veder quasi minacciato Il Cairo. Il 22 ottobre la controffensiva ebbe termine.
Sadat si convinse dell'irrimediabilità della presenza di Israele e avviò una serie di contatti che portarono a una normalizzazione completa dei rapporti tra i due paesi e una fuoriuscita dell'Egitto dalla spirale di violenza del conflitto arabo-israeliano (trattato di pace di Washington, 1979). Sadat, tacciato di tradimento della causa araba, fu assassinato nell'autunno 1981.
Teatro principale degli scontri divenne il Libano, dove si erano rifugiati circa 200.000 palestinesi, armati e decisi a sostenere in grande scala azioni terroristiche e militari contro Israele. Il paese era caduto in una tragica guerra civile su cui Siria e Israele stavano pesantemente contribuendo. All'inizio del 1980 Israele invase il Libano meridionale coinvolgendo nella controffensiva anche i territori palestinesi e proclamò Gerusalemme capitale dello stato. I fatti sono terribilmente complicati per gli intrecci tra scontri locali e religiosi con le questioni di politica internazionale e di supremazia nell'area. Il massacro di Sabra e Shatila (settembre 1982) - un campo di profughi palestinesi alla periferia di Beirut - ad esempio è stato compiuto da truppe dell'esercito cristiano-libanese ma con la complicità dell'esercito israeliano, guidato tra gli altri da Sharon, che aveva il controllo dei campi.

Il resto è storia recente, con l'Intifada, la progressiva istituzionalizzazione dell'OLP e i decisivi accordi, con la mediazione USA, della prima metà degli anni '90 (1994, autonomia a Gaza e Gerico). L'assassinio di Rabin e i continui problemi di coesistenza sono sfociati nei primi mesi del 2000 nella ripresa gravissima dello scontro militare, cercato e alimentato dal governo Sharon.

Si tratta della Seconda Intifada, a cui sono seguiti attentati e conferenze di pace, parziale applicazione dell'autonomia amministrativa nei territori palestinesi e continui attacchi terroristici e controffensive militari. L'agenzia Afp aggiorna i dati delle vittime della Seconda Intifada - iniziata il 28 settembre 2000 - settimanalmente. Al 16 dicembre 2008 i numeri ci dicono:

Palestinesi 5302

Isrealiani 1082

Altre vittime 79    TOT  6463

Nel dicembre 2008, a seguito di una serie di lanci missilistici effettuati dalla striscia di Gaza e che hanno provocato in otto anni circa 15 morti e alcune centinaia di feriti, Israele lancia una durissima offensiva militare denominata "piombo fuso" . L'attacco provoca 1203 vittime tra i palestinesi - tra cui 450 bambini - e oltre 5000 feriti; mentre i morti dell'esercito di Tel Aviv sono stati 10 e 3 i civili. L'Onu ha condannato l'aggressione con la risoluzione 1860 del 8 gennaio 2009.

Ariel Sharon è in stato vegetativo permanente dall'aprile 2006. Il suo successore e attualmente premier in carica è  Benjamin Netanyahu. Entrambi appartengono al Likud, partito di destra, fautore di una politica di occupazione armata e una sottomissione dell'autorità politica palestinese.

Yasser Arafat fondatore e guida dell'Olp è morto nel 2004. Suo succesore è Abu Mazen leader del partito Al Fatha (i moderati palestinesi). L'altro partito importante e vincitore delle ultime elezioni è invece Hamas, molto attivo nella vita sociale e sostenitore di una linea di scontro aperto con Israele.

Nota - La presenza ai vertici istituzionali di Israele e dei territori palestinesi dei due partiti fautori dello scontro rende impossibile la risoluzione del conflitto. In caso di un nuovo e definitivo accordo, infatti, sia il Likud che Hamas perderebbo gran parte del consenso elettorale. E' loro interesse pertanto mantenere la situazione incandescente e alimentare lo scontro ogniqualvolta le pressioni internazionali sembrano aprire scenari diversi. Penso sia questa terribile trappola a inchiodare le popolazioni israeliane e palestinesi a un destino terribile e apparentemente immodificabile. La storia ci dice però che la questione è politica e non religiosa; che quindi sono le scelte a determinare i fatti e non viceversa, come troppo spesso politici e media vogliono far credere.

.

venerdì 1 dicembre 2017

Guadagnare col Tuo Blog/Sito con la Pubblicità



E' Possibile Guadagnare con un Blog,
Postando Articoli Interessanti
e Caricando la Pubblicità.



Come Guadagnare con Native Advertising
Fare soldi con le affiliazioni: Adnow Native Advertising
AdNow è una piattaforma nel campo della pubblicità nativa nata da pochissimo che offre ai suoi publishers ed advertisers condizioni particolarmente favorevoli.
Il primo passo verso i guadagni è inevitabilmente l’iscrizione sul form del sito.
AdNow aiuta publishers ed advertisers nella vendita di prodotti o servizi, 
promuovendo il tuo sito e i tuoi contenuti.


Strumenti offerti da AdNow per guadagnare con gli annunci native:
1. Content Discovery;
2. Effective Advertising;
3. Product Recommendations.

Secondo recenti ricerche di mercato, gli annunci native catturano il 60% di attenzione dei clienti in più rispetto ai banner pubblicitari tradizionali, poiché permettono ai visitatori di un sito di interagire con gli annunci native, magari leggendo articoli di approfondimento correlati.
Programma di affiliazione AdNow
Il programma di affiliazione di questa piattaforma funziona come ogni altro su siti simili; ci si iscrive, si recupera facilmente il proprio ref-link che successivamente potrà essere inviato a amici, conoscenti e non solo al fine di farli iscrivere ad AdNow tramite voi, così da portarvi guadagni ad ogni loro acquisto di prodotti o servizi.
Opinioni AdNow
Dalle opinioni in rete riguardanti AdNow si evince che il programma sia solido ed affidabile, 
con guadagni sicuri e generalmente costanti.

La Pubblicità che vedi in Questa Pagina
Se vuoi Iscriverti dal Mio Link ti posso Aiutare
e Darti Qualche Suggerimaneto

LEGGI ANCHE
consigli per guadagnare col tuo blog

leggi qui
come fare soldi con il tuo blog

.

Sono Web Designer, Web Master e Blogger, 
creo siti internet e blog personalizzati
 a prezzi modici e ben indicizzati. 
Studio e realizzo i vostri banner pubblicitari con foto e clip animate. 
Mi diletto alla creazione di loghi per negozi , aziende, studi professionali,
 campagne di marketing e vendite promozionali.

MIO SITO  :  http://www.cipiri.com/




mercoledì 29 novembre 2017

Previsioni per il 2018



Previsioni per il 2018



.

Conosci lo ZODIACO 

per Sapere cosa Piace al/la Tuo/a  PARTNER

lunedì 6 novembre 2017

La 'Ndrangheta è Entrata in Senato



Interrogazioni, emendamenti e proposte: così la 'ndrangheta è entrata in Senato
Tre onorevoli sarebbero stati a disposizione della cupola mafiosa di Reggio Calabria. Antonio Caridi

(Gal) è indagato e rischia il carcere, Scilipoti (Fi) e Bilardi (Ncd) sono solo citati nelle carte della Procura antimafia. "L'Espresso" ha ricostruito la loro attività parlamentare.

Che spesso incrocia gli interessi dei clan

Per incidere su questioni assai care alla “famiglia” cosa c’è di meglio di un'interrogazione o un

emendamento? Un lavoro di fino, seguendo le regole del gioco. Per farlo però servono politici

avvicinabili. Non un’impresa ardua. Ne basta qualcuno. Come i tre senatori della Repubblica che -

stando agli atti dell'inchiesta “Mammasantissima” della Procura antimafia di Reggio Calabria - si

sarebbero messi a disposizione della cupola segreta della 'ndrangheta , l’esclusivo club a metà tra una

loggia e il classico sodalizio mafioso.

VEDI ANCHE:
 antonio caridi
Antonio Caridi, il senatore "dirigente della cupola di 'ndrangheta"

"Mammasantissima" è l'indagine sulla mafia calabrese che fa tremare la politica italiana. Per il

parlamentare ex Ncd è stato chiesto l'arresto. Ma nelle carte spuntano i nomi di Gasparri e Alemanno, che non sono indagati.
Ad averne portato le istanze a Palazzo Madama, sostiene il Ros dei carabinieri, sarebbero stati Antonio Caridi, eletto col Pdl e ora in Gal ( per il quale i pm hanno chiesto il carcere ),
Giovanni Bilardi, passato da Grande sud di Gianfranco Micciché al Nuovo centrodestra di Angelino Alfano e l'ex dipietrista messinese Domenico Scilipoti, ora in Forza Italia. Per Caridi l'addebito è davvero pesante: associazione

mafiosa. Non era mai accaduto prima a un parlamentare. In una sola settimana, altro piccolo record

personale, per ben due volte la Procura ha chiesto il suo arresto nell’ambito di altrettante inchieste,

sempre con l’accusa di essere organico alle ‘ndrine. I magistrati sospettano sia a tutti gli effetti un

membro del comitato d'affari al vertice della criminalità organizzata calabrese, in grado di influenzare le scelte della pubblica amministrazione e
 dirottare fondi pubblici verso associazioni e aziende amiche.

Bilardi e Scilipoti, al contrario, non risultano tra gli indagati ma sono fra i politici cui la cupola si sarebbe rivolta per perorare i suoi interessi.

“L'Espresso” ha ricostruito l’attività in Aula e in commissione dei tre senatori, scoprendo che diversi atti e proposte combaciano con i progetti e gli interessi della cricca criminale.
In un'interrogazione al ministro del Lavoro Poletti , ad esempio, poche settimane fa Caridi ha chiesto al governo di intervenire
per risolvere la grave situazione occupazionale della Multiservizi spa,
 la partecipata reggina in crisi
dopo lo scioglimento del comune per infiltrazione mafiosa.
Perché tanto interesse? Lo hanno spiegato i
pentiti: il parlamentare ha raccomandato persone da assumere.
La Multiservizi è una creatura,

sostengono gli inquirenti, nata per soddisfare gli appetiti della 'ndrangheta di Reggio Calabria. Per i

detective un dato in particolare lo conferma: oltre 50 dipendenti assunti su 130 hanno legami con le

cosche, sia di parentela che di affinità.

Caridi ha anche tentato, lo scorso autunno, di inserire nella legge di stabilità il rifinanziamento del

cosiddetto Decreto Reggio : una legge speciale del 1989 che stanziava per la città 600 miliardi di lire, in gran parte persi tra clientele, favori, cricche e clan.
Il decreto è uno dei pallini dell'avvocato Paolo

Romeo, l’ex deputato Psdi condannato per concorso esterno che insieme al “collega” Giorgio De

Stefano sarebbe al vertice della cupola criminale, tanto da citarlo spesso nelle telefonate e nelle

conversazioni intercettate: «L’interesse verso la gestione dei fondi del Decreto Reggio è una delle

tematiche che ha assorbito l’attenzione del Romeo e dell’imprenditoria mafiosa - scrivono i pm -. Non è un caso, infatti,
che nel propugnare le ragioni per le quali avrebbero dovuto sostenere Giuseppe

Scopelliti, indicava tra le altre il rifinanziamento del Decreto». E c'è un pentito, Filippo Barreca, che

spiega quanto quei miliardi all’epoca facessero gola ai criminali:
 «Detta cupola esiste dal gennaio 1991
(...) Anche i siciliani presero posizione, nel senso che andava imposta la pace fra le cosche del reggino, essendo in gioco grossi interessi economici
 la cui realizzazione veniva compromessa
da quella guerra.

Mi riferisco al ponte sullo Stretto nonché alle opere pubbliche
che dovevano essere appaltate su Reggio Calabria».

VEDI ANCHE:
 Reggio Calabria
Il burattinaio di Calabria, tra massoneria, clan e senatori di fiducia

In carcere per aver favorito la ’ndrangheta l’avvocato Paolo Romeo.
Secondo gli inquirenti è al vertice
del comitato d’affari che gestisce Reggio..
Detteva le interrogazioni da fare ad alcuni parlamentari. E

poteva contare anche sull'amicizia con un importante prete calabrese
C'è poi un altro atto di Caridi, risalente all’estate scorsa, che pare degno di nota: un emendamento

(respinto) al decreto Enti locali. Il provvedimento stanziava 40 milioni per i comuni
commissariati per
mafia oppure per quelli il cui commissariamento
era scaduto da meno di un anno, il senatore ha
proposto di dare “un'anticipazione di liquidità a fondo perduto
per un importo massimo di 5 milioni di
euro” . Insomma, molti meno soldi.
Forse per mettere in difficoltà la giunta del giovane sindaco Pd

Giuseppe Falcomatà, eletto con oltre il 61 per cento dei voti pochi mesi prima e alle prese con un

comune disastrato. Non solo. Il decreto prevedeva
per i comuni commissariati la possibilità di assumere,

anche in deroga alla legge, fino a tre unità di personale a tempo determinato “per fronteggiare le

esigenze di riorganizzazione strutturale, necessaria ad assicurare il processo di risanamento

amministrativo e di recupero della legalità”. Una specifica che Caridi, tramite un emendamento ,

avrebbe voluto eliminare. Come a intendere: risanamento e legalità sono di troppo.

Ma è sulla città metropolitana di Reggio Calabria
 che i tre senatori sembrano aver profuso il massimo

impegno. Nei primi mesi del 2014, con diversi emendamenti,
Bilardi e Scilipoti chiedono di anticiparne di

vari mesi la costituzione, visto che il ddl del governo prevede per il capoluogo un’entrata in vigore

posticipata a causa del commissariamento per infiltrazioni mafiose. Le ragioni di tanto interesse le

spiega il giudice per le indagini preliminari che ha firmato la richiesta di arresto per Caridi: «I due

senatori vengono tirati in ballo quando occorre far sì che si accelerino le procedure per l’attuazione

delle Città Metropolitane. Non un evento occasionale o irrilevante,
ma la fine della Provincia di Reggio

Calabria, l’istituzionalizzazione della sua natura di Città Metropolitana, il potenziale affluire di nuovi

fondi, ergo di nuovi potenziali centri d’interesse della ‘ndrangheta». E pochi mesi dopo, siccome le

proposte sono state bocciate, è Caridi a intervenire,
con un emendamento alla legge di stabilità , anche
se la finanziaria si occupa di tutt’altro.
Col risultato di essere giudicato inammissibile dalla commissione Bilancio.

Sempre in tema di città metropolitana, Scilipoti ha proposto che in caso di comuni commissariati (come Reggio all'epoca)
 nel comitato istitutivo della città metropolitana subentrasse il presidente del Consiglio

regionale , ruolo a inizio 2014 ancora saldamente in mano al centrodestra. Anche l'area vasta dello

Stretto è un argomento che interessa moltissimo a Romeo. Per Scilipoti è un tema da portare

all'attenzione del Parlamento e così presenta un emendamento che chiede di istituire un Comitato

interministeriale coi rappresentanti degli enti locali,
presieduto dal ministro delle Infrastrutture
 «per la realizzazione di un Protocollo d'Intesa per la conurbazione dei trasporti».
Mentre una interrogazione sul polo agroalimentare di Reggio
(finanziato proprio con la legge speciale del 1989) è Romeo stesso a

scriverla materialmente, come hanno svelato le intercettazioni : «Se tu me la prepari, lunedì me la

mandi, mi chiami, dici: "vedi che te l’ho mandata" e io la prendo la stampo e la firmo».

Pure Giovanni Bilardi è stato «in linea con i pareri e i consigli del Romeo»
scrive il gip. Non a caso è a

lui che l'avvocato della cosca chiede di intervenire per sollecitare «alla Corte dei Conti la ratifica della nomina di Pietro Emilio a segretario generale del comune di Reggio Calabria».
Lo stesso dirigente che verrà rimosso a fine 2014 su richiesta della commissione Antimafia,
non senza incontrare resistenze da parte della cricca dello Stretto.

Inoltre sempre il senatore alfaniano, si legge negli atti, «ha sollecitato, tramite l’intervento del collega d'Aula Giuseppe Esposito (vicepresidente del Copasir, ndr)
 l’audizione di Domenico Pietropaolo -

membro di Cittadinanza attiva, una delle associazioni utilizzate da Romeo
 - davanti alla commissione Affari costituzionali». Ancora una volta, per discutere di città metropolitana.
Una vera ossessione, per la cupola.

.
COSA TI PORTA IL 2018 ?



giovedì 2 novembre 2017

Halloween

1) Non è una festa americana ma celtica (europea)
2) Essendo celtica non può essere rivolta a Satana poiché Satana
è un personaggio introdotto con la chiesa cattolica
3) Halloween è la forma contratta della frase: “All allows’eve” ovvero, “vigilia di Ogni Santi”
4) Il vero nome della festa è Samahin
Cosa ha di speciale questa festa?
È il giorno più potente (a livello energetico) dell’anno.
In questo giorno, terza e quarta dimensione si fondono, ovvero il mondo fisico e
quello astrale o degli spiriti, interagiscono..
Come molte feste celtiche, veniva celebrata a più livelli:
dal punto di vista materiale era il tempo della raccolta e dell’immagazzinamento
del cibo per i lunghi mesi invernali.
Essere soli in questa occasione significava esporre sé stessi
ed il proprio spirito ai pericoli dei rigori invernali.
Naturalmente, questo aspetto della festa ha perso in epoca moderna gran parte del suo significato, visto che oggi le carestie fortunatamente non costituiscono più un problema come
presso le antiche società rurali.
Spiritualmente parlando, la festa era un momento di contemplazione.
Per i Celti morire con onore, vivere nella memoria della tribù ed essere ricordati nella grande festa che si sarebbe svolta la vigilia di Samhain era una cosa molto importante
 (in Irlanda questa sarebbe stata Fleadh nan Mairbh, “Festa dei Morti”).
Questo era il periodo più magico dell’anno: il giorno che non esisteva.
Durante la notte il grande scudo di Skathach veniva abbassato, eliminando le barriere fra i mondi: i morti avrebbero potuto ritornare nei luoghi che frequentavano mentre erano in vita, e celebrazioni gioiose erano tenute in loro onore.
Da questo punto di vista le tribù erano un tutt’uno col loro passato ed il loro futuro. Questo aspetto della festa non fu mai eliminato pienamente, nemmeno con l’avvento del Cristianesimo.
Questo giorno non è né buono né cattivo , è solo POTENTE!
In questo giorno gli spiriti, compreso Satana, sono molto molto vicini, per cui chi
conosce questa realtà la sfrutta.
Nel criticare la tradizione di vestirsi da streghe e mostri affermando che è macabra,
viene tralasciato la cosa più importante di tutti:
IN QUESTO GIORNO, CHI ASSERISCE DI ESSERE DI BUONO DI INTENTI, POTREBBE PREGARE PREGARE PREGARE!
PERCHÉ NON SONO VICINO A NOI SOLO GLI SPIRITI CATTIVI.
IN QUESTO GIORNO,
MAESTRI ASCESI, ANGELI, SANTI..
SONO AL NOSTRO FIANCO..
E POTREMO, CON LORO, ILLUMINARE IL MONDO!
Ma spesso ci soffermiamo sempre alle apparenze senza chiederci ad esempio il significato delle zucche intagliate o dei costumi in maschera.
I celti intagliavano gli ortaggi in modo che somigliassero a loro e li ponevano sui davanzali delle finestre cosicché lo spirito dei loro antenati li avrebbero riconosciuti e sarebbero andati a trovarli.
(all’epoca non esistevano i selfie)
Per quanto riguarda il mascherarsi,
dato che si celebravano i morti e si doveva dire addio a ciò che non serviva,
la popolazione celta, si travestiva nelle cose che più gli facevano paura,per esorcizzarla
e mandarla via per sempre.
Quindi una festa di un significato molto profondo, che potremo celebrarla eliminando ciò che ci fa male come le paure, i rimpianti, la rabbia e il rancore.
Il vero senso di Halloween è unirci per sognare un mondo migliore per tutti.
Buon 🎃 Halloween 🎃

.
COSA TI PORTA IL 2018 ?



venerdì 27 ottobre 2017

Se Non hai votato Non ti Aiutiamo




Referendum autonomie, la ritorsione del sindaco: "Non hai votato? Non ti aiutiamo"

Succede a Casorate Sempione, in provincia di Varese. Casi simili anche in altri Comuni

Non sei andato a votare al referendum? Peggio per te: da ora in poi, se avrai bisogno di qualcosa in Comune, il sindaco si guarderà bene dal darti ascolto. O meglio: controllerà le ricevute del "voto" per l'autonomia della Lombardia, e se il tuo nome non compare - prova tangibile che hai disertato i seggi - puoi scordarti l'aiuto delle "istituzioni".

Sembra roba di un altro mondo. Invece succede in Lombardia: a Casorate Sempione, 5.700 abitanti in provincia di Varese. Ma anche in altri Comuni. Una sorta di ritorsione post voto, tipo "lista di proscrizione" , che divide i cittadini "buoni" da quelli "cattivi": i "buoni" sono quelli che sono andati a votare (possibilmente Sì), i "cattivi" sono quelli rimasti a casa. Evidentemente scontento per l'affluenza, il sindaco di Casorate, Dimitri Cassani, lista civica di centrodestra, lui ex Udc, martedì ha scritto un post più che eloquente, con il quale ha "avvisato" i cittadini. "Grazie alle ricevute - spiega a chiosa di un commento sull'esito referendario - si potrà mappare  chi ha effettivamente votato, così tanto per rispondere a chi, già da questa mattina, verrà a chiedere aiuto alle istituzioni!".

I casoratesi che non hanno votato, in buona sostanza, sappiano che il Comune sarà meno bendisposto nei loro confronti. Il sindaco Cassani ce l'ha anche con chi ha messo la "sordina" alla consultazione voluta dai governatori leghisti. "L'informazione. Più che di Stato, direi quasi di regime. L'ordine prioritario era SILENZIO, non parlarne, nessun dibattito, nessuna informazione, derubricato a un mero evento locale - scrive su Fb -. Basti pensare che l'unica diretta ieri sera (domenica scorsa, ndr) era su Sky". Poi una frecciata alla sinistra: "Ha cercato di condizionare l'esito, facendo credere che si chiedeva la secessione, modello Catalogna e che era un'iniziativa elettorale della Lega".

E di chi è stata? verrebbe da chiedere al primocittadino di Casorate. "Le dichiarazioni di Cassani sono il segno di una situazione grave e paradossale - attacca il piddino Tiziano Masson, consigliere di minoranza con la Lista civica democratica - si sta tornando alle liste di proscrizione. Chiedo: ma il referendum l'hanno fatto per contarsi loro e avere il talloncino del riscontro? Se la finalità era questa, il referendum perde di senso". La "ritorsione" di Cassani ha sollevato un polverone.  "Frasi inaccettabili, soprattutto se pronunciate da un uomo delle istituzioni", lo ha attaccato Samuele Astuti, segretario provinciale Pd varesino. "Un'uscita improvvida e imbarazzante", taglia corto il deputato dem Daniele Marantelli. Lui, Cassani, si difende parlando di  "una frase estrapolata". Lo stesso primo cittadino ricorda poi di non essere il solo amministratore a esprimere un simile punto di vista. Sì, insomma, a ricordare ai cittadini che il voto era "mappato"...

Una posizione simile, anche se più sfumata, è stata esplicitata in un post dal suo quasi-omonimo collega di Gallarate, Andrea Cassani: la frase  - accompagnata da critiche agli stranieri neocittadini italiani, che avrebbero disertato le urne - rientra nel campionario di uscite provocatorie alle quali il Cassani di Gallarate ha abituato i suoi cittadini. A ogni modo: la reprimenda con tanto di utimatum sfornata dai due sindaci varesotti fa il paio con le parole di un'altra donna delle istituzioni: la consigliera regionale bergamasca Lara Magoni. Che l'altro giorno ha postato queste parole: "Da oggi prima di chiedermi qualsiasi tipo di supporto mostratemi la RICEVUTA di voto che vi è stata rilasciata sul Referendum". Più chiaro di così.

Le reazioni. E il caso anima il dibattito politico. Il Pd ha annunciato la presentazione di una interrogazione parlamentare. E Nicola Fratoianni, segretario di Sinistra italiana, commenta: "Un sindaco, un rappresentante delle Istituzioni non può comportarsi così. È contro la legge, è contro il buonsenso. Ci auguriamo che il prefetto di Varese nelle prossime ore faccia tutti i passi necessari per ripristinare la legalità. Uno così non può fare certo il sindaco".

.
COSA TI PORTA IL 2017 ?



martedì 24 ottobre 2017

Bufale sul Fascismo : Quando c’era Lui’



A partire dal caso della “spiaggia fascista” di Chioggia, per poi passare alla proposta di legge di
Emanuele Fiano o alle dichiarazioni (fraintese) di Laura Boldrini sui monumenti del regime, questo luglio ci siamo confrontati praticamente ogni giorno sul fascismo e la sua eredità.

Per alcuni commentatori, l’Italia non ha mai fatto veramente i conti con il Ventennio e dunque è destinata a essere perennemente attraversata da pulsioni nostalgiche o antidemocratiche. Dall’altro lato episodi come quello di Playa Punta Canna sono definiti innocue “goliardate,” e insieme a derubricazioni di questo tipo continuano a resistere le argomentazioni più o meno revisioniste del tipo che nel Ventennio, comunque la si pensi, qualcosa di buono è stato fatto; o che comunque non era così malaccio come ci hanno sempre fatto credere.

Quest’ultimi sono dei refrain che si sentono da tempo immemore, ma che con l’avvento dei social
stanno vivendo una sorta di seconda epoca d’oro.

In particolare, proprio in concomitanza con le polemiche delle ultime settimane, sul Fascio Facebook (e non solo) hanno ricominciato a girare una serie di miti e leggende sulle grandi conquiste sociali ed
economiche del fascismo conquiste che sono contrapposte alla contemporaneità, e servono
sostanzialmente a dire: “Vedete? Mentre i politici di adesso non fanno un cazzo,
LVI le cose le faceva sul serio!”

Visto che tali bufale riaffiorano di continuo  e dimostrano un’incredibile persistenza proprio perché
distorcono verità storiche e le mescolano con la disinformazione ho pensato di mettere in fila quelle che hanno avuto più successo e risonanza.

IL DUCE HA CREATO LE PENSIONI

Quella di Mussolini che ha creato da zero il sistema pensionistico di cui godremmo tutt’ora è senza

dubbio la bufala più persistente e di successo, al punto tale che un anno fa Matteo Salvini ha

dichiarato: “Per i pensionati ha fatto sicuramente di più Mussolini che la Fornero.

La previdenza sociale l’ha portata Mussolini.”

In realtà, non è proprio così. Come si può agevolmente verificare sul sito dell’INPS, la previdenza

sociale nasce nel 1898 con la creazione della Cassa Nazionale di previdenza per l’invalidità e la

vecchiaia degli operai. Si trattava di un'”assicurazione volontaria integrata da un contributo di

incoraggiamento dello Stato e dal contributo anch’esso libero degli imprenditori.”

Nel 1919 l’iscrizione alla Cassa diventa obbligatoria e interessa 12 milioni di lavoratori. Vent’anni dopo, il regime promuove varie misure previdenziali, tra cui le assicurazioni contro la disoccupazione, gli assegni familiari e la pensione di reversibilità. La pensione sociale, tuttavia, è istituita solo nel 1969  ossia a 24 anni dalla morte di Mussolini.

IL DUCE CI HA REGALATO LA TREDICESIMA

Un’altra leggenda che circola molto (soprattutto sotto Natale) è la seguente: se abbiamo un mese di

stipendio in più è merito esclusivo della magnanimità di Mussolini. Anche in questo caso, tuttavia, la

storia è diversa.

Nel Contratto Collettivo Nazionale del Lavoro del 1937 venne effettivamente introdotta una “gratifica natalizia.” La mensilità in più era tuttavia destinata ai soli impiegati del settore dell’industria; e non ad esempio agli operai dello stesso settore, che anzi si videro aumentare le ore di lavoro giornaliero fino a 10, e 12 con gli straordinari non rifiutabili.

Come scritto in questo post, insomma, si trattava di una misura “in piena linea con quelle che erano le normali politiche dell’epoca fascista, in una società  bloccata sul corporativismo basato non sul
diritto per tutti, ma sul privilegio di pochi gruppi e settori.”

La vera tredicesima è stata istituita prima con l’accordo interconfederale per l’industria del 27 ottobre 1946, e poi estesa a tutti i lavoratori con il decreto 1070/1960 del presidente della Repubblica.

SOLO CON IL FASCISMO L’ITALIA HA RAGGIUNTO IL PAREGGIO DI BILANCIO

Nell’immagine qui sopra, si ricorda enfaticamente che il “Governo Fascista” raggiunse il pareggio di

bilancio nel 1924, praticamente grazie alla lotta contro gli sprechi e alla riduzione delle tasse. Morale

della favola: con tutte le tasse che ci sono adesso, invece, i conti dello Stato non tornano mai. Ergo: la Casta è inetta, ci soffoca con la pressione fiscale, e dunque si stava meglio prima.

Ora, il pareggio di bilancio fu effettivamente raggiunto (nel 1925, e non nel 1924). Ma come tutte le

disinformazioni che si rispettino, si evita accuratamente di dire cose successe prima e dopo il

raggiungimento di quel traguardo.

L’artefice fu il ministro delle finanze e dell’economia, Alberto De Stefani. Dal 1922 in poi, l’economista spinse per la liberalizzazione dell’economia, cercò di contenere l’inflazione, ridusse la spesa pubblica e la disoccupazione. La sua politica di “neoliberismo autoritario” era però vista di cattivo occhio sia dalla parte più radicale del fascismo, che soprattutto da latifondisti, industriali e grandi capitalisti.

Non a caso, nel luglio del 1925 venne destituito dopo aver presentato ripetutamente le dimissioni; e da lì in poi iniziò ad assumere posizioni sempre più critiche (non in senso democratico o antifascista,
ovviamente) nei confronti del regime e della sua nuova politica economica che  tra la Grande
Depressione, l’autarchia e tutto il resto portò il paese allo sfascio. Per citare un articolo che si è
occupato di smontare il messaggio implicito di questo mito, “un modello che è crollato su se stesso non è il miglior modello.”

IL DUCE HA RICOSTRUITO I PAESI TERREMOTATI IN UN BATTER D’OCCHIO

Anche la storia della prodigiosa ricostruzione del Duce dopo il terremoto del Vulture (in Lucania) del 23 luglio 1930 è piuttosto ricorrente.

La fonte primaria, ripresa dai siti di estrema destra e replicata in vari meme, è un articolo del Secolo

d’Italia pubblicato dopo il terremoto che l’anno scorso ha colpito il centro Italia. In esso si sostiene che in appena tre mesi si costruirono 3.746 case e se ne ripararono 5.190, e si infila pure il commento
agiografico “altri tempi, ma soprattutto altre tempre…”

Il dato è però parziale e decontestualizzato. Come si può verificare dal sito dell’INGV, nell’ottobre del 1930 furono ultimate “casette asismiche in muratura corrispondenti a 1705 alloggi” e “riparate dal genio Civile 2340 case.” Solo nel settembre del 1931 a operazioni ultimate  si raggiunge la cifra indicata nell’articolo, che corrisponde a 3.746 alloggi in 961 casette. Insomma: i numeri sono comunque rilevanti per l’epoca, ma non è semplicemente vero che in appena tre mesi fu ricostruito tutto da zero.

IL FASCISMO HA RESO L’ITALIA UN FARO PER LE SCOPERTE SCIENTIFICHE

In questa immagine, rivolta a tutti quelli che “NON L’AMMETTERANNO MAI,” si sostiene con la forza di una bella scritta in maiuscolo che il fascismo avesse reso l’Italia tra le varie cose
”una nazione faro per scoperte scientifiche.”

Nei primi anni del regime però, come ricostruisce dettagliatamente questo articolo sulla Treccani, il

governo “aveva sostanzialmente ignorato tutte le questioni connesso con l’organizzazione della struttura di ricerca scientifica,” che rimaneva quella dell’Italia liberale ed era carica di problemi. Nel 1923 venne avviato il CNR (Consiglio nazionale delle ricerche), la prima struttura deputata a svolgere ricerca “su temi di interesse generale.” La sua attività fu subito caratterizzata dalla penuria dei finanziamenti, segno della “scarsa fiducia nel nuovo ente che ancora nutriva Mussolini.”

Col passare degli anni, nonostante i proclami e la propaganda, il CNR non divenne mai incisivo e non produsse nulla di significativo, soprattutto perché la sua unica indicazione di ricerca era quella per l’autarchia  un’indicazione troppo generica. Lo scoppio della seconda guerra mondiale, poi, “allontanò in modo generalizzato i più giovani tra ricercatori, assistenti, tecnici di laboratorio e, in breve tempo, il lavoro scientifico rallentò fino alla quasi totale paralisi.”

Nel 1938, a riprova di quanto al fascismo non fregasse nulla della scienza, l’ambiente scientifico italiano era stato travolto dal più infame e antiscientifico degli atti politici del regime: la promulgazione delle leggi razziali. Il che mi porta all’ultima
leggenda che ho scelto per compilare questa lista.

IL DUCE NON ERA RAZZISTA, E NEMMENO IL FASCISMO ERA UN REGIME RAZZISTA

Con ogni probabilità questa è la mistificazione più odiosa, che fa leva sul radicato stereotipo del “bravo italiano” e del “cattivo tedesco.”

Se è vero che in un primo momento i rapporti tra gli ebrei e il fascismo furono “normali,” e lo stesso

Mussolini—nel libro Colloqui con Mussolini  disse che “l’antisemitismo non esiste in Italia,” le cose cambiarono progressivamente
con la torsione totalitaria del regime e sfociarono infine nelle persecuzioni.

La maggior parte della storiografia è ormai concorde sul fatto che l’antisemitismo e le leggi razziali non furono introdotte per imposizione della Germania  il Manifesto della razza, ad esempio, pare che sia stato scritto dallo stesso Mussolini.

Piuttosto, come sostiene lo storico Enzo Collotti, la “spinta a una politica della razza nel fascismo

italiano” da un lato era “iniziativa e prodotto autonomo” del regime  specialmente dopo il 1933 e

l’affermazione del nazismo  e dall’altro era una scelta “connaturata allo stesso retaggio nazionalista,

che esaltava la superiorità della stirpe come fatto biologico e non solo culturale.”

Lo stesso discorso si può fare con la “civilizzazione” delle colonie, che si pone in perfetta continuità con quanto detto sopra. Secondo Collotti, la guerra d’aggressione contro l’Etiopia nel 1935 è stata

“l’occasione per mettere a fuoco una politica razzista dell’Italia fascista”; e dopo la conquista del

paese  mai completata fino in fondo

”fu instaurato un vero e proprio regime di separazione razziale, un vero e proprio  apartheid.”


.
COSA TI PORTA IL 2017 ?



martedì 17 ottobre 2017

Malta la blogger Galizia


Per quale vero motivo è saltata in aria a Malta la blogger Galizia?
Un’autobomba, nel primo pomeriggio di lunedì, ha fatto saltare in aria a Malta uccidendola sul colpo, la blogger Daphne Caruana Galizia. La reporter che fra l’altro aveva collaborato ai MaltaFiles (evasione fiscale europea con base e copertura a Malta) era stata, secondo quanto da lei stessa denunciato giorni fa, minacciata di morte.

Aveva depositato una denuncia dopo aver ricevuto minacce di morte. Galizia aveva lavorato ai MaltaFiles, l'inchiesta internazionale che indicava Malta come "lo Stato nel Mediterraneo che fa da base pirata per l'evasione fiscale nell'Unione europea" , dove risultava uno sterminato
elenco di italiani col conto offshore.

Ne scovava. E ne scriveva. Fra politici e affaristi, battendo un’isola del tesoro popolata da 70 mila società offshore, dalle sedi dei più grandi gruppi mondiali del gioco d’azzardo, dove vivono boss della ’ndrangheta, fra tasse vantaggiose, finte residenze, facili riciclaggi, segreti bancari ben custoditi.

Dalla sua attività investigativa negli ultimi anni emergono tuttavia diversi filoni fra i quali quello “scottante” del c.d. Panama Papers che nel 2016 coinvolse praticamente tutto il mondo “che conta”.

Panama Papers è il nome di un fascicolo riservato digitalizzato composto da 11,5 milioni di documenti confidenziali creato dalla Mossack Fonseca, uno studio legale panamense, che fornisce informazioni dettagliate su oltre 214.000 società offshore, includendo le identità degli azionisti e dei manager. I documenti mostrano come individui ricchi, compresi funzionari pubblici, nascondano i loro soldi dal controllo statale. Nei documenti sono menzionati i leader di cinque paesi — Arabia Saudita, Argentina, Emirati Arabi Uniti, Islanda e Ucraina — ma anche funzionari di governo, parenti e collaboratori stretti di vari capi di governo di più di 40 altri paesi; tra questi, Brasile, Cina, Francia, India, Malesia, Messico, Malta, Pakistan, Regno Unito, Russia, Siria, Spagna e Sud Africa.
La raccolta di oltre 2,6 terabyte, contenente documenti compromettenti risalenti fino agli anni settanta, è stata consegnata al Süddeutsche Zeitung nell'agosto 2015 e conseguentemente al Consorzio Internazionale dei Giornalisti Investigativi (ICIJ nella sua sigla inglese), con sede negli Stati Uniti, affidandosi a chat ed e-mail criptate. I fascicoli sono stati distribuiti ed analizzati da circa 400 giornalisti di 107 organizzazioni informative di oltre 80 paesi. Il primo report basato sul congiunto di documenti è stato pubblicato, assieme a 149 dei documenti stessi, il 3 aprile 2016. Nel suo sito la ICIJ ha inoltre segnalato che agli inizi di maggio pubblicherà la lista completa delle compagnie e delle persone coinvolte.
Per farsi un’idea di quanti e quali personaggi sono potenzialmente rimasti coinvolti dopo la megafuga di notizie riservatissime avvenuta dal famoso studio legale internazionale Mossack Fonseca con sede per l’appunto a Panama.

Mossack Fonseca è uno studio legale e fornitore di servizi finanziari fondato nel 1977 da Jürgen Mossack e Ramón Fonseca. Le attività dello studio comprendono l'incorporazione di compagnie in paradisi fiscali, amministrazione di aziende offshore e servizi di gestione finanziaria. Un articolo dell'Economist del 2012 ritiene che sia un'azienda leader nel suo paese. La compagnia ha più di 500 impiegati ed oltre 40 uffici in tutto il mondo. Dalla sua fondazione ha effettuato operazioni per conto di 300.000 aziende, la maggior parte delle quali sono registrate nel Regno Unito o gestite da cittadini britannici in paradisi fiscali.
Lo studio lavora con le più grandi istituzioni finanziarie mondiali, come Deutsche Bank, HSBC, Société Générale, Credit Suisse, UBS, Commerzbank e Nordea. Prima della pubblicazione dei Panama Papers, Mossack Fonseca era descritta dall'Economist come una società leader nella gestione di offshore particolarmente riservata.

Il fascicolo è composto da 11,5 milioni di documenti redatti tra gli anni settanta ed il 2015 dalla Mossack Fonseca, che il The Guardian ha descritto come una delle più grandi aziende di gestione di società offshore del mondo.  I 2,6 terabytes di dati includono informazioni su 214.488 imprese offshore.  Gerard Ryle, direttore del Consorzio Internazionale dei Giornalisti Investigativi, crede che questo possa essere "probabilmente il più grande colpo mai assestato al mondo dei paradisi fiscali per via dell'entità dei documenti".
La dimensione totale dei dati fuoriusciti da Mossak Fonseca sminuisce l'entità di tutte le precedenti fughe di notizie, coprendo un periodo compreso tra gli anni settanta ed il 2016. Il congiunto è composto di una cartella per ogni società di comodo, che contiene e-mail, contatti, trascrizioni e documenti digitalizzati. Nel fascicolo sono contenute 4.804.618 e-mail, 3.047.306 file in formato database, 2.154.264 pdf, 1.117.026 immagini, 320.166 file di testo e 2.242 file in altri formati. 


Persone coinvolte
Le prime pubblicazioni hanno evidenziato il coinvolgimento finanziario e politico di svariate figure politiche di rilievo e loro parenti. Per esempio il presidente argentino Mauricio Macri è segnato tra i direttori una società finanziaria con sede alle Bahamas che non aveva dichiarato durante il suo mandato di sindaco di Buenos Aires; anche se non è chiaro se la rivelazione di tale direzione fosse richiesta. The Guardian riporta che nella fuga di notizie rivela un esteso conflitto di interessi nelle connessioni tra i membri del Comitato Etico della FIFA
ed il passato presidente della FIFA Eugenio Figueredo.
Numerosi capi di stato sono stati nominati all'interno dei Panama Papers, oltre al già citato Mauricio Macri, Khalifa bin Zayed Al Nahyan degli Emirati Arabi, Petro Poroshenko dell'Ucraina, Re Salman dell'Arabia Saudita ed il Primo Ministro islandese Sigmundur Davíð Gunnlaugsson. Tra gli ex capi di stato invece: Bidzina Ivanishvili, Primo Ministro georgiano; Ayad Allawi, dell'Iraq, Ali Abu al-Ragheb, della Giordania; Hamad bin Jassim bin Jaber Al Thani, del Qatar, Pavlo Lazarenko, dell'Ucraina, Ahmed al-Mirghani, del Sudan e l'Emiro del Qatar Hamad bin Khalifa Al Thani.
Sono inoltre citati funzionari di governo, ma anche parenti stretti e collaboratori di vari capi di governo di più di 40 paesi. Tra questi Algeria, Angola, Arabia Saudita, Argentina, Azerbaijan, Botswana, Brasile, Cambogia, Cile, Cina, Costa d'Avorio, Ecuador, Egitto, Francia, Ghana, Grecia, Guinea, Honduras, India, Islanda, Israele, Italia, Kazakistan, Kenya, Malesia, Marocco, Messico, Malta, Nigeria, Pakistan, Panamà, Perù, Polonia, Regno Unito, Repubblica Democratica del Congo, Russia, Ruanda, Senegal, Siria, Spagna, Sud Africa, Taiwan, Ungheria, Venezuela e Zambia.Anche se è stato inizialmente notato che non fossero coinvolti cittadini statunitensi nelle rivelazioni, questo è un dato limitato al coinvolgimento diretto.

I documenti pubblicati identificano 61 familiari o collaboratori di primi ministri, presidenti o re, tra questi il cognato del presidente cinese Xi Jinping, il padre del Primo Ministro britannico David Cameron,[ il figlio del Primo Ministro malese Najib Razak, i figli del Primo Ministro pakistano Nawaz Sharif, e il "contractor preferito" del Presidente messicano Enrique Peña Nieto.
Il nome di Vladimir Putin non appare in nessuno dei documenti secondo quanto riferisce The Guardian, ma il giornale ha pubblicato un lungo articolo in prima pagina riguardo ai tre amici del presidente russo che compaiono nella lista, affermando che il successo negli affari di questi amici "non avrebbe potuto essere assicurato senza il suo sostegno". Ad esempio viene menzionato Sergei Roldugin, come il "miglior amico" di Putin. Rodulgin è un violoncellista e ha dichiarato di non essere un uomo d'affari, ma che ha un "apparente controllo di una serie di azioni dal valore di almeno $100m, probabilmente di più."
Il presidente ucraino Petro Poroshenko aveva promesso agli elettori che avrebbe venduto la sua fabbrica di dolciumi, la Roshen, quando si è candidato per la carica nel 2014. Nei documenti portati alla luce dall'inchiesta risulta invece che aveva fondato una holding in un paradiso fiscale per spostare la sua attività nelle Isole Vergini britanniche, eludendo così milioni di dollari in tasse ucraine.

I fascicoli mostrano anche come il Primo Ministro Islandese Sigmundur Davíð Gunnlaugsson ha avuto un interesse non dichiarato nel fallimento delle banche del suo paese, nascosto tramite l'utilizzo di società offshore. I documenti pubblicati riportano che lui e sua moglie comprarono la Wintris Inc. - una società offshore - nel 2007. Secondo la ICIJ l'avrebbero comprata "da Mossack Fonseca attraverso la filiale lussembrughese della Landsbanki, una delle tre grandi banche islandesi". Gunnlaugsson non dichiarò la sua connessione con la compagnia quando entrò nel parlamento nel 2009, vendendo il suo 50% della Wintris a sua moglie, otto mesi dopo, per un dollaro. Il Primo Ministro Islandese ha ricevuto richieste di dimissioni, ma il 4 aprile ha dichiarato in diretta che non avrebbe rassegnato le sue dimissioni, riferendosi alle rivelazioni dei Panama Papers come "niente di nuovo". Ha affermato che non ha infranto nessuna regola, e sua moglie non ha beneficiato finanziariamente dalle sue decisioni.
In Spagna, ci sono molti uomini d'affari e personaggi citati. Ad esempio, mettendo in evidenza Pilar de Borbón, sorella del re Juan Carlos I, che abdicò nel 2014, il ministro dell'Industria José Manuel Soria, o pronipoti del dittatore Franco.[senza fonte]
Sono presenti nei Panama Papers anche diversi imprenditori connessi con l'associazione mondiale calcistica, la FIFA, tra cui l'ex presidente della CONMEBOL Eugenio Figueredo, l'ex Presidente della UEFA Michel Platini, l'ex Segretario Generale della FIFA Jérôme Valcke, come anche il giocatore argentino Lionel Messi e il vicepresidente di Futbol Club Barcelona, Carles Villarubí.

Società
Mossack Fonseca ha gestito oltre 300.000 società nel corso di oltre 40 anni di attività,raggiungendo le 80.000 società attive nel 2009. Nei Panama Papers appaiono oltre 210.000 società in 21 giurisdizioni ritenute paradisi fiscali, più della metà delle quali sono state incorporate nelle Isole Vergini britanniche o a Panama, alle Bahamas, alle Seychelles, Niue o Samoa. Durante la sua attività, Mossack Fonseca ha lavorato con clienti da più di 100 paesi; la maggior parte delle aziende con sede a Isole Vergini britanniche, Hong Kong, in Svizzera, nel Regno Unito, in Lussemburgo, a Cipro o nella stessa Panama. Mossack Fonseca ha collaborato anche con più di 14.000 banche, studi legali, società di incorporazione ed altri per fondare aziende, fondazioni e trust per questi clienti. Oltre 500 banche hanno registrato quasi 15.600 società di comodo con Mossack Fonseca. Dexia (Lussemburgo), J. Safra Sarasin (Lussemburgo), Credit Suisse (Isole del Canale) e UBS (Svizzera) hanno tutte richiesto almeno 500 società offshore per i loro clienti, mentre Nordea (Lussemburgo) ne ha richieste circa 400

È vero che la Galizia era a “rischio” da quando Politico.ue l’aveva inserita tra le 28 personalità che “stanno agitando l’Europa” e che non aveva esitato a coinvolgere la moglie dell’attuale premier laburista maltese Muscat accusandola di avere proprietà sotto la copertura off-shore, ma si ritiene a ragione che alla base dell’attentato di oggi, dove la reporter ha perso la vita, ci sia qualcosa di molto più grosso come ad esempio le sue indagini giornalistiche proprio sui filoni dei Panama Papers.

Dalla foto della cartina si può facilmente constatare che quasi tutti i paesi del mondo sono rimasti coinvolti in una delle fughe finanziarie riservate fra le più grandi della storia, se non la più grande in assoluto, tranne… la Germania!

Infatti in molti hanno avanzato il più che fondato sospetto che proprio dietro l’esplosione dello scandalo ci sia stato lo zampino tedesco per poter poi fare azione di “pressione” nei confronti di mezzo mondo visto il coinvolgimento di politici in carica e dinastie di industriali (leggere attentamente su Wikipedia i nomi dei politici e dei paesi coinvolti!).

Fantaspypolitica? Vedremo presto se la morte della Galizia si sarà rivelato essere un vero e proprio avvertimento in pieno stile mafioso (si colpisce un pesce piccolo per “educare” quelli che stanno più in alto) o se si è trattato di un regolamento di conti a livello locale.

Non scordiamo che guarda caso la  raccolta di oltre 2,6 terabyte di file contenenti documenti del Panama Papers compromettenti risalenti fino agli anni settanta, è stata consegnata proprio al Süddeutsche Zeitung nell’agosto 2015…

Come si dice: a pensar male si fa peccato ma ci si azzecca sempre!



.
COSA TI PORTA IL 2017 ?



mercoledì 4 ottobre 2017

Italia Evasione Fiscale



In Italia l?evasione fiscale vale 270 miliardi di euro, maglia nera in Europa
Calabria e Sicilia le regioni in cui il fenomeno è più diffuso

Una cifra compresa fra i 250 e i 270 miliardi di euro, un valore pari al 18% del PIL del nostro Paese. Sono i numeri dell’evasione fiscale in Italia, che si conferma uno dei cancri della nostra economia. Sulla base dell’ultimo rapporto 2016 dell’Eurispes, l’Italia avrebbe un PIL sommerso pari a 540 miliardi – a cui per dirla tutta ne andrebbero aggiunti almeno ulteriori 200 che non sono stati inclusi in quanto derivanti dall’economia criminale, per un totale di 740 miliardi – sui quali, considerando un livello di tassazione del 50%, l’evasione fiscale vale 270 miliardi. Numeri che fanno il paio con l’ultimo Rapporto sull’evasione fiscale, pubblicato dal ministero dell’Economia e basato su dati Istat, secondo cui il dato oscilla tra i 255 e i 275 miliardi di euro.

Evasione a macchia di leopardo

Numeri impressionanti che tuttavia sono la somma delle diverse realtà locali del nostro Paese, più che mai caratterizzato da fenomeni a macchia di leopardo in tema di evasione fiscale. E allora ecco che le anomalie più evidenti emergono al Sud, con Calabria e Sicilia in primis, ma anche all’estremo Nord Italia, nella piccola Valle d’Aosta, dove i contribuenti spendono in media 130 euro per ogni 100 euro dichiarato al fisco. Un dato che non può che spiegarsi con quella zona grigia riconducibile a una sospetta evasione. Altri casi di studio sono quelli di Molise e Campania, dove il divario percentuale tra consumi e redditi dichiarati supera il 32%, contro il top raggiunto in Calabria con il 50%.

Campania e Puglia le più virtuose

Il rovescio della medaglia di una situazione apparentemente grave – e che in ogni caso continua ad esserlo – è che negli ultimi anni la distanza tra spese e redditi si è ‘addolcita’ in quasi tutte le regioni italiane, con una media nazionale del 22% contro il quasi 25% di un decennio fa. In questo quadro, alcune regioni sono state più virtuose di altre, con Campania e Puglia in prima fila, a fronte di altre in cui il fenomeno è invece lievemente cresciuto, come in Lombardia e Piemonte.

Il quadro di riferimento europeo, Italia maglia nera

Dato per scontato, da quanto visto finora e anticipando le conclusioni, che l’Italia ha sul tema un non invidiabile primato, quanto vale l’evasione fiscale a livello europeo? Secondo le stime – d’obbligo quando si parla di evasione, per di più mettendo insieme realtà economicamente e geograficamente distanti – ogni anno in Europa si perdono complessivamente tra evasione ed elusione fiscale oltre 1.000 miliardi di euro, circa 860 di evasione e 150 di elusione. Di questi 1.000 miliardi di euro, secondo il Tax Research di Londra, 180 appartengono all’Italia, Paese in cui l’imponibile nascosto ammonta addirittura a 350 miliardi di euro e il rapporto tra il nero e il PIL è pari a circa il 27%, la percentuale più alta di tutta l’Unione Europea.

Eppur qualcosa si muove…

Nonostante la maglia nera in termini di evasione, una flebile luce sembra essersi finalmente accesa in fondo al tunnel. Nel 2015 il contrasto all’evasione fiscale ha fruttato incassi record, con un recupero di 15 miliardi di euro, secondo quanto annunciato dal Direttore dell’Agenzia delle Entrate, Rossella Orlandi. “E’ la somma più alta mai riportata nelle casse dello Stato”, ha sottolineato la Orlandi. Una goccia nel mare, verrebbe da dire. Gli ultimi dati pubblicati in materia appartengono a Confindustria, che stima un’evasione fiscale e contributiva a 122 miliardi di euro nel solo 2015,
pari al 7,5% del PIL.

I numeri della Guardia di Finanza

Nella lotta all’evasione fiscale, un ruolo di primo piano spetta alle Fiamme Gialle. Nel 2015 la Guardia di Finanza ha sottratto agli evasori fiscali la cifra record di 61 miliardi di euro di imponibile: un risultato mai raggiunto in passato dagli uomini delle Fiamme gialle. E sempre l’anno scorso, tra evasori totali, paratotali, lavoratori in nero e irregolari sono state scoperte oltre 32.000 posizioni irregolari. “Sebbene il risultato ottenuto nel 2015 non abbia precedenti – si legge in una nota – e’ utile ricordare che negli ultimi 15 anni l’attivita’ della Guardia di Finanza contro gli evasori ha consentito di portate a “galla” oltre 506 miliardi di euro e di “scovare” oltre 509.000 evasori”.


.
COSA TI PORTA IL 2018 ?



loading...
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...

FEED

Subscribe

MI PIACE

Share

Post più popolari

Elenco Blog AMICI

Google+ Badge

Informazioni personali

La mia foto

Creo siti internet e blog personalizzati a prezzi modici e ben indicizzati - http://www.cipiri.com/

Google+ Followers

PACE

PACE
PACE

emergency