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martedì 17 ottobre 2017

Malta la blogger Galizia


Per quale vero motivo è saltata in aria a Malta la blogger Galizia?
Un’autobomba, nel primo pomeriggio di lunedì, ha fatto saltare in aria a Malta uccidendola sul colpo, la blogger Daphne Caruana Galizia. La reporter che fra l’altro aveva collaborato ai MaltaFiles (evasione fiscale europea con base e copertura a Malta) era stata, secondo quanto da lei stessa denunciato giorni fa, minacciata di morte.

Aveva depositato una denuncia dopo aver ricevuto minacce di morte. Galizia aveva lavorato ai MaltaFiles, l'inchiesta internazionale che indicava Malta come "lo Stato nel Mediterraneo che fa da base pirata per l'evasione fiscale nell'Unione europea" , dove risultava uno sterminato
elenco di italiani col conto offshore.

Ne scovava. E ne scriveva. Fra politici e affaristi, battendo un’isola del tesoro popolata da 70 mila società offshore, dalle sedi dei più grandi gruppi mondiali del gioco d’azzardo, dove vivono boss della ’ndrangheta, fra tasse vantaggiose, finte residenze, facili riciclaggi, segreti bancari ben custoditi.

Dalla sua attività investigativa negli ultimi anni emergono tuttavia diversi filoni fra i quali quello “scottante” del c.d. Panama Papers che nel 2016 coinvolse praticamente tutto il mondo “che conta”.

Panama Papers è il nome di un fascicolo riservato digitalizzato composto da 11,5 milioni di documenti confidenziali creato dalla Mossack Fonseca, uno studio legale panamense, che fornisce informazioni dettagliate su oltre 214.000 società offshore, includendo le identità degli azionisti e dei manager. I documenti mostrano come individui ricchi, compresi funzionari pubblici, nascondano i loro soldi dal controllo statale. Nei documenti sono menzionati i leader di cinque paesi — Arabia Saudita, Argentina, Emirati Arabi Uniti, Islanda e Ucraina — ma anche funzionari di governo, parenti e collaboratori stretti di vari capi di governo di più di 40 altri paesi; tra questi, Brasile, Cina, Francia, India, Malesia, Messico, Malta, Pakistan, Regno Unito, Russia, Siria, Spagna e Sud Africa.
La raccolta di oltre 2,6 terabyte, contenente documenti compromettenti risalenti fino agli anni settanta, è stata consegnata al Süddeutsche Zeitung nell'agosto 2015 e conseguentemente al Consorzio Internazionale dei Giornalisti Investigativi (ICIJ nella sua sigla inglese), con sede negli Stati Uniti, affidandosi a chat ed e-mail criptate. I fascicoli sono stati distribuiti ed analizzati da circa 400 giornalisti di 107 organizzazioni informative di oltre 80 paesi. Il primo report basato sul congiunto di documenti è stato pubblicato, assieme a 149 dei documenti stessi, il 3 aprile 2016. Nel suo sito la ICIJ ha inoltre segnalato che agli inizi di maggio pubblicherà la lista completa delle compagnie e delle persone coinvolte.
Per farsi un’idea di quanti e quali personaggi sono potenzialmente rimasti coinvolti dopo la megafuga di notizie riservatissime avvenuta dal famoso studio legale internazionale Mossack Fonseca con sede per l’appunto a Panama.

Mossack Fonseca è uno studio legale e fornitore di servizi finanziari fondato nel 1977 da Jürgen Mossack e Ramón Fonseca. Le attività dello studio comprendono l'incorporazione di compagnie in paradisi fiscali, amministrazione di aziende offshore e servizi di gestione finanziaria. Un articolo dell'Economist del 2012 ritiene che sia un'azienda leader nel suo paese. La compagnia ha più di 500 impiegati ed oltre 40 uffici in tutto il mondo. Dalla sua fondazione ha effettuato operazioni per conto di 300.000 aziende, la maggior parte delle quali sono registrate nel Regno Unito o gestite da cittadini britannici in paradisi fiscali.
Lo studio lavora con le più grandi istituzioni finanziarie mondiali, come Deutsche Bank, HSBC, Société Générale, Credit Suisse, UBS, Commerzbank e Nordea. Prima della pubblicazione dei Panama Papers, Mossack Fonseca era descritta dall'Economist come una società leader nella gestione di offshore particolarmente riservata.

Il fascicolo è composto da 11,5 milioni di documenti redatti tra gli anni settanta ed il 2015 dalla Mossack Fonseca, che il The Guardian ha descritto come una delle più grandi aziende di gestione di società offshore del mondo.  I 2,6 terabytes di dati includono informazioni su 214.488 imprese offshore.  Gerard Ryle, direttore del Consorzio Internazionale dei Giornalisti Investigativi, crede che questo possa essere "probabilmente il più grande colpo mai assestato al mondo dei paradisi fiscali per via dell'entità dei documenti".
La dimensione totale dei dati fuoriusciti da Mossak Fonseca sminuisce l'entità di tutte le precedenti fughe di notizie, coprendo un periodo compreso tra gli anni settanta ed il 2016. Il congiunto è composto di una cartella per ogni società di comodo, che contiene e-mail, contatti, trascrizioni e documenti digitalizzati. Nel fascicolo sono contenute 4.804.618 e-mail, 3.047.306 file in formato database, 2.154.264 pdf, 1.117.026 immagini, 320.166 file di testo e 2.242 file in altri formati. 


Persone coinvolte
Le prime pubblicazioni hanno evidenziato il coinvolgimento finanziario e politico di svariate figure politiche di rilievo e loro parenti. Per esempio il presidente argentino Mauricio Macri è segnato tra i direttori una società finanziaria con sede alle Bahamas che non aveva dichiarato durante il suo mandato di sindaco di Buenos Aires; anche se non è chiaro se la rivelazione di tale direzione fosse richiesta. The Guardian riporta che nella fuga di notizie rivela un esteso conflitto di interessi nelle connessioni tra i membri del Comitato Etico della FIFA
ed il passato presidente della FIFA Eugenio Figueredo.
Numerosi capi di stato sono stati nominati all'interno dei Panama Papers, oltre al già citato Mauricio Macri, Khalifa bin Zayed Al Nahyan degli Emirati Arabi, Petro Poroshenko dell'Ucraina, Re Salman dell'Arabia Saudita ed il Primo Ministro islandese Sigmundur Davíð Gunnlaugsson. Tra gli ex capi di stato invece: Bidzina Ivanishvili, Primo Ministro georgiano; Ayad Allawi, dell'Iraq, Ali Abu al-Ragheb, della Giordania; Hamad bin Jassim bin Jaber Al Thani, del Qatar, Pavlo Lazarenko, dell'Ucraina, Ahmed al-Mirghani, del Sudan e l'Emiro del Qatar Hamad bin Khalifa Al Thani.
Sono inoltre citati funzionari di governo, ma anche parenti stretti e collaboratori di vari capi di governo di più di 40 paesi. Tra questi Algeria, Angola, Arabia Saudita, Argentina, Azerbaijan, Botswana, Brasile, Cambogia, Cile, Cina, Costa d'Avorio, Ecuador, Egitto, Francia, Ghana, Grecia, Guinea, Honduras, India, Islanda, Israele, Italia, Kazakistan, Kenya, Malesia, Marocco, Messico, Malta, Nigeria, Pakistan, Panamà, Perù, Polonia, Regno Unito, Repubblica Democratica del Congo, Russia, Ruanda, Senegal, Siria, Spagna, Sud Africa, Taiwan, Ungheria, Venezuela e Zambia.Anche se è stato inizialmente notato che non fossero coinvolti cittadini statunitensi nelle rivelazioni, questo è un dato limitato al coinvolgimento diretto.

I documenti pubblicati identificano 61 familiari o collaboratori di primi ministri, presidenti o re, tra questi il cognato del presidente cinese Xi Jinping, il padre del Primo Ministro britannico David Cameron,[ il figlio del Primo Ministro malese Najib Razak, i figli del Primo Ministro pakistano Nawaz Sharif, e il "contractor preferito" del Presidente messicano Enrique Peña Nieto.
Il nome di Vladimir Putin non appare in nessuno dei documenti secondo quanto riferisce The Guardian, ma il giornale ha pubblicato un lungo articolo in prima pagina riguardo ai tre amici del presidente russo che compaiono nella lista, affermando che il successo negli affari di questi amici "non avrebbe potuto essere assicurato senza il suo sostegno". Ad esempio viene menzionato Sergei Roldugin, come il "miglior amico" di Putin. Rodulgin è un violoncellista e ha dichiarato di non essere un uomo d'affari, ma che ha un "apparente controllo di una serie di azioni dal valore di almeno $100m, probabilmente di più."
Il presidente ucraino Petro Poroshenko aveva promesso agli elettori che avrebbe venduto la sua fabbrica di dolciumi, la Roshen, quando si è candidato per la carica nel 2014. Nei documenti portati alla luce dall'inchiesta risulta invece che aveva fondato una holding in un paradiso fiscale per spostare la sua attività nelle Isole Vergini britanniche, eludendo così milioni di dollari in tasse ucraine.

I fascicoli mostrano anche come il Primo Ministro Islandese Sigmundur Davíð Gunnlaugsson ha avuto un interesse non dichiarato nel fallimento delle banche del suo paese, nascosto tramite l'utilizzo di società offshore. I documenti pubblicati riportano che lui e sua moglie comprarono la Wintris Inc. - una società offshore - nel 2007. Secondo la ICIJ l'avrebbero comprata "da Mossack Fonseca attraverso la filiale lussembrughese della Landsbanki, una delle tre grandi banche islandesi". Gunnlaugsson non dichiarò la sua connessione con la compagnia quando entrò nel parlamento nel 2009, vendendo il suo 50% della Wintris a sua moglie, otto mesi dopo, per un dollaro. Il Primo Ministro Islandese ha ricevuto richieste di dimissioni, ma il 4 aprile ha dichiarato in diretta che non avrebbe rassegnato le sue dimissioni, riferendosi alle rivelazioni dei Panama Papers come "niente di nuovo". Ha affermato che non ha infranto nessuna regola, e sua moglie non ha beneficiato finanziariamente dalle sue decisioni.
In Spagna, ci sono molti uomini d'affari e personaggi citati. Ad esempio, mettendo in evidenza Pilar de Borbón, sorella del re Juan Carlos I, che abdicò nel 2014, il ministro dell'Industria José Manuel Soria, o pronipoti del dittatore Franco.[senza fonte]
Sono presenti nei Panama Papers anche diversi imprenditori connessi con l'associazione mondiale calcistica, la FIFA, tra cui l'ex presidente della CONMEBOL Eugenio Figueredo, l'ex Presidente della UEFA Michel Platini, l'ex Segretario Generale della FIFA Jérôme Valcke, come anche il giocatore argentino Lionel Messi e il vicepresidente di Futbol Club Barcelona, Carles Villarubí.

Società
Mossack Fonseca ha gestito oltre 300.000 società nel corso di oltre 40 anni di attività,raggiungendo le 80.000 società attive nel 2009. Nei Panama Papers appaiono oltre 210.000 società in 21 giurisdizioni ritenute paradisi fiscali, più della metà delle quali sono state incorporate nelle Isole Vergini britanniche o a Panama, alle Bahamas, alle Seychelles, Niue o Samoa. Durante la sua attività, Mossack Fonseca ha lavorato con clienti da più di 100 paesi; la maggior parte delle aziende con sede a Isole Vergini britanniche, Hong Kong, in Svizzera, nel Regno Unito, in Lussemburgo, a Cipro o nella stessa Panama. Mossack Fonseca ha collaborato anche con più di 14.000 banche, studi legali, società di incorporazione ed altri per fondare aziende, fondazioni e trust per questi clienti. Oltre 500 banche hanno registrato quasi 15.600 società di comodo con Mossack Fonseca. Dexia (Lussemburgo), J. Safra Sarasin (Lussemburgo), Credit Suisse (Isole del Canale) e UBS (Svizzera) hanno tutte richiesto almeno 500 società offshore per i loro clienti, mentre Nordea (Lussemburgo) ne ha richieste circa 400

È vero che la Galizia era a “rischio” da quando Politico.ue l’aveva inserita tra le 28 personalità che “stanno agitando l’Europa” e che non aveva esitato a coinvolgere la moglie dell’attuale premier laburista maltese Muscat accusandola di avere proprietà sotto la copertura off-shore, ma si ritiene a ragione che alla base dell’attentato di oggi, dove la reporter ha perso la vita, ci sia qualcosa di molto più grosso come ad esempio le sue indagini giornalistiche proprio sui filoni dei Panama Papers.

Dalla foto della cartina si può facilmente constatare che quasi tutti i paesi del mondo sono rimasti coinvolti in una delle fughe finanziarie riservate fra le più grandi della storia, se non la più grande in assoluto, tranne… la Germania!

Infatti in molti hanno avanzato il più che fondato sospetto che proprio dietro l’esplosione dello scandalo ci sia stato lo zampino tedesco per poter poi fare azione di “pressione” nei confronti di mezzo mondo visto il coinvolgimento di politici in carica e dinastie di industriali (leggere attentamente su Wikipedia i nomi dei politici e dei paesi coinvolti!).

Fantaspypolitica? Vedremo presto se la morte della Galizia si sarà rivelato essere un vero e proprio avvertimento in pieno stile mafioso (si colpisce un pesce piccolo per “educare” quelli che stanno più in alto) o se si è trattato di un regolamento di conti a livello locale.

Non scordiamo che guarda caso la  raccolta di oltre 2,6 terabyte di file contenenti documenti del Panama Papers compromettenti risalenti fino agli anni settanta, è stata consegnata proprio al Süddeutsche Zeitung nell’agosto 2015…

Come si dice: a pensar male si fa peccato ma ci si azzecca sempre!



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mercoledì 4 ottobre 2017

Italia Evasione Fiscale



In Italia l?evasione fiscale vale 270 miliardi di euro, maglia nera in Europa
Calabria e Sicilia le regioni in cui il fenomeno è più diffuso

Una cifra compresa fra i 250 e i 270 miliardi di euro, un valore pari al 18% del PIL del nostro Paese. Sono i numeri dell’evasione fiscale in Italia, che si conferma uno dei cancri della nostra economia. Sulla base dell’ultimo rapporto 2016 dell’Eurispes, l’Italia avrebbe un PIL sommerso pari a 540 miliardi – a cui per dirla tutta ne andrebbero aggiunti almeno ulteriori 200 che non sono stati inclusi in quanto derivanti dall’economia criminale, per un totale di 740 miliardi – sui quali, considerando un livello di tassazione del 50%, l’evasione fiscale vale 270 miliardi. Numeri che fanno il paio con l’ultimo Rapporto sull’evasione fiscale, pubblicato dal ministero dell’Economia e basato su dati Istat, secondo cui il dato oscilla tra i 255 e i 275 miliardi di euro.

Evasione a macchia di leopardo

Numeri impressionanti che tuttavia sono la somma delle diverse realtà locali del nostro Paese, più che mai caratterizzato da fenomeni a macchia di leopardo in tema di evasione fiscale. E allora ecco che le anomalie più evidenti emergono al Sud, con Calabria e Sicilia in primis, ma anche all’estremo Nord Italia, nella piccola Valle d’Aosta, dove i contribuenti spendono in media 130 euro per ogni 100 euro dichiarato al fisco. Un dato che non può che spiegarsi con quella zona grigia riconducibile a una sospetta evasione. Altri casi di studio sono quelli di Molise e Campania, dove il divario percentuale tra consumi e redditi dichiarati supera il 32%, contro il top raggiunto in Calabria con il 50%.

Campania e Puglia le più virtuose

Il rovescio della medaglia di una situazione apparentemente grave – e che in ogni caso continua ad esserlo – è che negli ultimi anni la distanza tra spese e redditi si è ‘addolcita’ in quasi tutte le regioni italiane, con una media nazionale del 22% contro il quasi 25% di un decennio fa. In questo quadro, alcune regioni sono state più virtuose di altre, con Campania e Puglia in prima fila, a fronte di altre in cui il fenomeno è invece lievemente cresciuto, come in Lombardia e Piemonte.

Il quadro di riferimento europeo, Italia maglia nera

Dato per scontato, da quanto visto finora e anticipando le conclusioni, che l’Italia ha sul tema un non invidiabile primato, quanto vale l’evasione fiscale a livello europeo? Secondo le stime – d’obbligo quando si parla di evasione, per di più mettendo insieme realtà economicamente e geograficamente distanti – ogni anno in Europa si perdono complessivamente tra evasione ed elusione fiscale oltre 1.000 miliardi di euro, circa 860 di evasione e 150 di elusione. Di questi 1.000 miliardi di euro, secondo il Tax Research di Londra, 180 appartengono all’Italia, Paese in cui l’imponibile nascosto ammonta addirittura a 350 miliardi di euro e il rapporto tra il nero e il PIL è pari a circa il 27%, la percentuale più alta di tutta l’Unione Europea.

Eppur qualcosa si muove…

Nonostante la maglia nera in termini di evasione, una flebile luce sembra essersi finalmente accesa in fondo al tunnel. Nel 2015 il contrasto all’evasione fiscale ha fruttato incassi record, con un recupero di 15 miliardi di euro, secondo quanto annunciato dal Direttore dell’Agenzia delle Entrate, Rossella Orlandi. “E’ la somma più alta mai riportata nelle casse dello Stato”, ha sottolineato la Orlandi. Una goccia nel mare, verrebbe da dire. Gli ultimi dati pubblicati in materia appartengono a Confindustria, che stima un’evasione fiscale e contributiva a 122 miliardi di euro nel solo 2015,
pari al 7,5% del PIL.

I numeri della Guardia di Finanza

Nella lotta all’evasione fiscale, un ruolo di primo piano spetta alle Fiamme Gialle. Nel 2015 la Guardia di Finanza ha sottratto agli evasori fiscali la cifra record di 61 miliardi di euro di imponibile: un risultato mai raggiunto in passato dagli uomini delle Fiamme gialle. E sempre l’anno scorso, tra evasori totali, paratotali, lavoratori in nero e irregolari sono state scoperte oltre 32.000 posizioni irregolari. “Sebbene il risultato ottenuto nel 2015 non abbia precedenti – si legge in una nota – e’ utile ricordare che negli ultimi 15 anni l’attivita’ della Guardia di Finanza contro gli evasori ha consentito di portate a “galla” oltre 506 miliardi di euro e di “scovare” oltre 509.000 evasori”.


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giovedì 28 settembre 2017

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venerdì 22 settembre 2017

LA VITA DI SAN MAURIZIO



San Maurizio nasce a Tebe, in Egitto, nel III secolo dopo Cristo. Il giovane viene spinto dalla sua famiglia ad intraprendere la carriera militare diventando un generale dell'Impero romano. Il suo compito era quello di comandare la Legione tebana egizio-romana e con il suo esercito vince delle importanti battaglie nella zona della Mesopotamia. Successivamente il generale, con la sua Legione, si trasferisce prima a Colonia e poi a Nord delle Alpi. La Legione è composta da soldati di religione cristiana, che in precedenza avevano avuto il compito di difendere i confini orientali dell'impero. L'imperatore Diocleziano ordina a san Maurizio di condurre i suoi uomini in Galli e Compito del generale è quello di aiutare Massimiano a combattere contro i Marcomanni e i Quadi, che dal fiume Reno si sono spostati in territorio francese, e di sottomettere le popolazioni locali, che si sono ribellate, perchè si sentono trascurate dell'Impero romano.

Il futuro Santo riesce a portare a termine la sua missione, però Massimiano ordina al comandante e ai suoi uomini di uccidere alcuni Vallesi che si sono convertiti al Cristianesimo, ma il generale e i suoi soldati tebani si rifiutano di massacrare quella gente. A causa di ciò, costoro vengono condotti nell'attuale zona di Agaunum, che si trova in Svizzera e vengono sottoposti a flagellazione e successivamente decapitati. San Maurizio muore con i componenti della sua Legione nel 287 d.C., dopo la sua scomparsa quindi costui è stato nominato Santo dalla Chiesa Cattolica e la sua festa ricade il 22 Settembre di ogni anno.

FESTE E SAGRE IN ONORE DEL SANTO
San Maurizio è il patrono di Riva Ligure, che si trova in provincia di Imperia. In questo comune, per l'evento della festa patronale del 22 Settembre, si celebra una messa nella Chiesa di San Maurizio, a cui partecipano parecchi fedeli. Nel corso di questa celebrazione, si ricorda la figura di questo generale, che con i suoi compagni affrontò un terribile martirio,
pur di non uccidere dei cristiani innocenti.
Successivamente il simulacro del Santo viene portato in processione e al termine dei festeggiamenti c'è un meraviglioso spettacolo pirotecnico. Per la festa di san Maurizio, a Riva Ligure, ci sono anche delle sagre. In degli stand, i visitatori possono mangiare alcuni prodotti locali, come la farinata di ceci e le acciughe sotto sale.

IL PATRONO DI RIVA LIGURE
Riva Ligure è un comune, che si trova in provincia di Imperia. Questo paese ha quasi 3 mila abitanti. Tra i luoghi d'interesse religiosi più iimportanti di questo posto, ci sono innanzitutto: il Santuario di Nostra Signora del Buon Consiglio e la Chiesa di San Maurizio. La prima struttura conserva al suo interno la tomba del poeta Francesco Pastonchi e presenta all'esterno alcuni elementi architettonici appartenenti allo stile gotico.
Il secondo edificio invece è stato costruito in stile barocco e ospita dei magnifici dipinti di San Vincenzo e dell'Immacolata Concezione. In questa cittadina c'è poi la Torre Barbaresca, che è una fortezza militare. A Riva ligure ci sono poi diverse zone archeologiche e, con alcuni scavi effettuati nei pressi di questa località, sono stati ritrovati dei mosaici di grande valore risalenti
al periodo dei Romani.

GLI ALTRI SANTI DEL GIORNO E BEATI DI OGGI
Oltre a san Maurizio, il 22 Settembre si commemorano: San Felice IV, San Settimio di Jesi, San Laudo di Coutances, Sant'Emmerano di Ratisbona e Santa Salberga di Laon. I Beati del giorno 22 Settembre invece sono: Ottone di Frisinga, Alfonso da Cusco e
 Maria della Purificazione Vidal Pastor.

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venerdì 1 settembre 2017

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lunedì 28 agosto 2017

Venezuela : sono CHAVISTA



 IL VENEZUELA E NOI
di Giorgio Cremaschi

"Il ritorno dei colonnelli, ma ora sono di sinistra". Così qualche giorno fa titolava sulla edizione on line Il Fatto, riferendosi al Venezuela, ma anche alla Bolivia, al Nicaragua, all'Ecuador, insomma a tutti paesi latino americani i cui governi non si sono piegati ai diktat degli Stati Uniti e della UE. Credo che questo titolo ben sintetizzi la deriva di una buona parte di ciò che in Italia, ed in Europa, viene considerato o si consideri di sinistra. Di quella sinistra che è stata complice della più vasta e sconvolgente campagna di disinformazione di massa dalla fine della seconda guerra mondiale.

La "feroce dittatura" di Maduro è stato il motivo guida di ogni servizio televisivo, di ogni commento giornalistico, nulla e nessuno sui quotidiani e sulle tv italiane sì è distinto dalle veline del dipartimento di stato degli USA, che amplificavano quelle della opposizione venezuelana. Persino sulla Corea del Nord i mass media occidentali hanno mostrato qualche cautela in più, neppure contro Saddam e Gheddafi c'è stata la stessa unanime violenza informativa che si è scatenata contro il governo venezuelano. La dittatura peggiore del mondo e della storia, dovrebbe pensare un comune cittadino che costruisca i suoi punti di vista solo sulla informazione ufficiale. La falsificazione dei fatti e delle opinioni è stata così completa e radicale che, dopo che Maradona si era schierato con Maduro, la stampa ha persino sentito la necessità esaltare l'attacco che il campione ha ricevuto da Kempes, tralasciando di ricordare che quest'altro calciatore argentino non aveva avuto problemi a ricevere la coppa del Mondo dalle mani insanguinate del dittatore Videla. Essere contro il Venezuela di Chavez è diventata una patente di democrazia distribuita a cani e porci.

Tutte questo lo abbiamo già visto nel passato, da trent'anni così si afferma il pensiero unico delle politiche liberiste e delle guerre per esportare la democrazia. La vera novità del Venezuela è il totale accodarsi a questo pensiero unico di gran parte delle sinistre e anche di altre forze che si erano poste su posizione critica verso di esso , come il movimento cinque stelle.

Nel passato abbiamo già avuto le sinistre di governo complici di guerre infami, la più grave di tutte quella contro la Jugoslavia del governo D'Alema. Ma c'era sempre stato un vasto mondo di opinione pubblica di sinistra, di movimenti civili, sociali, pacifisti che si schierava contro le bugie del potere. Ora invece non è cosi. Nel passato Federica Mogherini si incontrava nei social forum, nati proprio nell'America latina per opera di quelle forze che a partire dal 2000 portarono ai governi progressisti in quasi tutto il continente. Ora la rappresentante della UE fa il pappagallo alle minacce di Donald Trump. Il Manifesto nel passato ha orgogliosamente rivendicato di stare dalla parte del torto, ma sul Venezuela ha scelto quella della ragione dominante e ha censurato la sua giornalista Geraldina Colotti, l'unica in Italia che raccontasse un realtà diversa da quella ufficiale. E altri settori della cosiddetta sinistra radicale e dell'antagonismo hanno inanellato ponderose analisi, il succo delle quali era la scelta di non stare né col Venezuela chavista, nè con quello filoamericano e fascista. Una fuga sulla Luna in attesa della rivoluzione globale.

Intanto nell'America Latina le peggiori vecchie classi dirigenti, con il sostegno caloroso di USA e UE, stanno tentando di portare indietro l'orologio della storia, di affondare un quindicennio di esperienze progressiste, molto diverse tra loro, ma tra loro solidali. Il golpe in Brasile, avvenuto senza alcuna indignazione, anzi tra gli applausi, delle democrazie occidentali, ha segnato la svolta. Poi i vecchi regimi corrotti e assassini sono dilagati, ovviamente ripristinando tutte le peggiori infamie liberiste a danno dei poveri, anche là dove erano solo state pallidamente attenuate. Per la riconquista imperiale del continente però è decisivo il Venezuela, se quello resiste, tutte le vittorie multinazionali rischiano di non durare, i popoli sono già in rivolta contro i Temer, i Macrì e gli altri mascalzoni. Per questo l'assalto al governo di Maduro.

Non solo per un rivoluzionario, ma anche per un riformista onesto che davvero sperasse di contenere la ferocia della globalizzazione dovrebbe essere ovvio impedire che le multinazionali del petrolio si riprendano il Venezuela. E invece no, la sinistra nella sua maggioranza sta coi golpisti. Perché?

Certo, tante sono le ragioni, causate dalle sconfitte e dalla regressione della sinistra, che portano alle posizioni assunte oggi da chi si è schierato contro il chavismo, ma accanto a quelle ce ne è probabilmente un'altra.

Mezzo secolo dopo la rivoluzione cubana, Chavez e Morales si sono dati come obiettivo esplicito la ripresa della marcia verso il socialismo. L'hanno realizzato? Certo che no. Hanno dovuto fare compromessi e anche errori? Sicuramente e anche hanno commesso ingiustizie che hanno deluso una parte di chi li sosteneva. Ma ovviamente non è per questo che sono sotto attacco, al contrario lo sono proprio perché nonostante tutto questo non hanno rinunciato all'obiettivo del socialismo. Ed è proprio questa parola, socialismo, che dà fastidio e che crea persino rancore in una certa sinistra. Ma come osano dai loro lontani arretrati paesi di parlare di socialismo? E come fanno a mescolare questo puro obiettivo di un lontano futuro con movimenti populisti e patriottici, con politiche di stato? E come si permettono di ribellarsi alle minacce dei governi USA e della UE rispolverando l'accusa di imperialismo? Che roba vecchia, la sinistra europea tutto questo l'ha superato, qui si parla di globalizzazione dei diritti, non di lotta di classe. Se si sceglie di combattere il capitalismo americano nel nome del socialismo, si finisce con i colonnelli, questa la conclusione reazionaria de Il Fatto, de La Repubblica, del PD con Renzi e di quello senza Renzi.

La sinistra in Europa è oramai in gran parte una espressione geografica, un luogo della politica formale al quale non corrisponde nulla di diverso da quanto si fa negli altri luoghi. Sul lavoro, sulle banche, sui migranti, sulla guerra, destra, sinistra e chi non è né di destra né di sinistra alla fine fanno le stesse cose, naturalmente in polemica tra loro su chi le realizzi meglio. Così il Venezuela è diventato una cartina di tornasole e ha rivelato che nello spettro delle posizioni della politica ufficiale il colore è sempre lo stesso.

Una sinistra vera in Italia ed in Europa rinascerà assieme alla solidarietà e al sostegno al Venezuela chavista, se quel paese lontano reggerà e andrà avanti, anche qui la parola socialismo tornerà nella politica. Per questo oggi prima di tutto c'è un'affermazione da condividere e diffondere: "sì sono chavista". Sono le parole fiere con cui il giovane venditore ambulante Orlando Figueroa, in un quartiere bene di Caracas aveva risposto ai giovanotti fascisti che lo minacciavano. E che per questo lo hanno bruciato vivo, aggiungendolo alle decine di vittime degli squadroni della morte golpisti che qui i mass media presentano come vittime della repressione governativa. Sono parole con le quali qui non si rischia la vita, ma si difende la verità e si dice basta alla sinistra inutile o venduta.


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giovedì 10 agosto 2017

F-35 : Costi Raddoppiati, ma non possiamo ritirarci



I magistrati contabili sul programma del super-caccia: già 5 anni di ritardo,
ma la quantità di fondi impegnati ci obbliga a proseguire nel progetto

Il programma per gli F-35 ha accumulato un ritardo "di almeno cinque anni sulla tabella di marcia originaria" con costi "quasi raddoppiati rispetto alle previsioni iniziali". Lo evidenzia la Corte dei Conti, nella relazione speciale sulla partecipazione italiana al programma Joint Strike Fighter F-35 Lightning II, osservando tuttavia che "la valutazione complessiva del progetto deve tener conto, proprio in termini squisitamente economici, della circostanza che l'esposizione fin qui realizzata in termini di risorse finanziarie (3,5 miliardi di euro fino a fine 2016 e più di 600 milioni ulteriori previsti nel 2017), strumentali ed umane è fondamentalmente legata alla continuazione del progetto".

Il volume economico stimato per i prossimi vent'anni, pur nella sua visione più ottimistica, assume dimensioni ragguardevoli (circa 14 miliardi di dollari) e non va sottovalutato l'effetto moltiplicatore sull'indotto. Gli Stati Uniti, spiega la magistratura contabile, "hanno ridotto di quasi il 50% il numero di velivoli ordinati nelle fasi iniziali. L'avvio della fase di full rate production, inizialmente previsto per il 2016, è stato progressivamente posticipato, ed è attualmente previsto a partire dal lotto di produzione 15 (2021-2022), con un ritardo di almeno 5 anni".

"I costi unitari - osserva ancora la Corte dei conti - sono praticamente raddoppiati, e solo negli ultimi anni si sono manifestati segnali di miglioramento, in termini di maggiore efficienza produttiva e della catena di approvvigionamento da parte dei sub-fornitori". "Nel 2001 il costo medio di acquisizione era stimato a 69 milioni di dollari; oggi è di 130,6 milioni - si legge nella relazione -. Si segnala tuttavia una tendenza alla riduzione (-4,67%) in raffronto alle analoghe stime del 2012, che riportavano un costo medio di acquisizione di 137 milioni di dollari. Tale riduzione viene collegata al maggiore grado di maturità, e quindi di efficienza, dei processi produttivi.

Stando alle indicazioni fornite dall'Ufficio indipendente americano 'Gao' nella conferenza internazionale di Oslo e nella relazione Gao-16-390, "alcuni rischi tecnici, pur essendosi significativamente ridotti nel corso del 2016, rimangono aperti".

La Corte dei Conti avverte anche che "l'opzione di ridimensionare la partecipazione nazionale al programma, pur non soggetta di per sé a penali contrattuali, determina potenzialmente una serie di effetti negativi" in termini economici ed occupazionali.

Nel frattempo, gli stessi Stati Uniti e alcuni dei Paesi partner sono stati indotti a ripensare la propria partecipazione al programma nel senso di una riduzione o di un rallentamento del profilo di acquisizione. Per l'italia, sono intervenute due decisioni: la prima nel 2012 che ha ridotto da 131 a 90 il numero di velivoli da acquisire; la seconda nel 2016 ha impegnato il governo, per aderire alle indicazioni parlamentari, a dimezzare il budget dell'F-35, originariamente previsto in 18,3 miliardi di dollari (a condizioni economiche 2008).

La prima decisione ha avuto un costo per la base industriale: la perdita, in quota percentuale, delle opportunità di costruire i cassoni alari a Cameri, che presupponeva il mantenimento del volume di acquisti oltre il numero di 100 velivoli. La seconda ha per ora prodotto solo un rallentamento del profilo di acquisizione fino al 2021, con un risparmio temporaneo pari a 1,2 miliardi di euro nel quinquennio 2015-2019, ma senza effetti di risparmio nel lungo periodo. Il rallentamento generale subito dal programma - si legge nella relazione della Corte dei Conti - ha evitato che questa decisione, presa sul piano nazionale, assumesse un carattere traumatico".

I posti di lavoro creati da questo programma sono pochissimi ed i costi (per noi cittadini) sono raddoppiati. Chi ci ha fatto entrare in questo programma dovrebbe essere preso a calci . È sempre la stessa storia. Ci fanno entrare in progetti fallimentari (TAV,  guerra in Afghanistan, programma F35), poi ci dicono che si sono sbagliati ma è tardi per uscire perché i costi sarebbero esagerati.

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martedì 8 agosto 2017

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martedì 1 agosto 2017

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