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domenica 21 gennaio 2018

J.B. Taylor è Famoso per la sua Equazione ... EURO



TAYLOR E LA REGOLA INASCOLTATA 
CHE DOVREBBE GUIDARE LA POLITICA MONETARIA EUROPEA, 
SPIEGANO IL FALLIMENTO DELL’EURO.


Uno degli  economisti più influenti degli ultimi 40 anni è stato John Brian Taylor,
 membro della lista dei cinquanta più influenti economisti secondo Bloomberg, possibile prossimo vincitore del premio Nobel, collega di Fisher, professore a Stanford 
e candidato ad un posto nel consiglio direttivo dell FED.

J.B. Taylor è famoso per la sua equazione, che viene ad indicare il tasso di interesse a breve che dovrebbe essere imposto dalla Banca Centrale in funzione dell’obiettivo inflazionistico e del PIL di piena occupazione:



Secondo l’equazione di Taylor il tasso di interesse a breve deve essere tanto minore quanto più elevato è il target inflazionistico e tanto più elevata è la discrepanza fra il PIL attuale ed il PIL potenziale calcolato come NAIRU, cioè come livello del PIL con un’occupazione al livello strutturale cioè tale da non condurre ad un aumento dell’inflazione. Definita in questo modo l’equazione di Taylor  viene a fornire una regola piuttosto precise che collega tassi di interesse agli obiettivi inflazionistici ed all’occupazione.

Inizialmente Taylor ipotizzò dei valori delle costanti pari a 0,5, ma successivamente la costante legata all’obiettivo inflazionistico è stata duplicata rispetto a quella dell’obiettivo di PIL, rendendo questo leggermente meno rilevante.

L’equazione di Taylor non è uno strumento secondario per le banche centrali: Volcker e Greenspan l’hanno tenuta in considerazione nei loro mandati come Governatori della FED, ed è ufficialmente la guida delle politiche monetarie del Canada e della Nuova Zelanda.

Oggi il Sole , in un raro buon articolo, mette in luce un risultato importante derivante dal calcolo dell’interesse che dovrebbe esser imposto da parte delle banche centrali  per diversi paesi, applicando la Taylor rule :

USA 4%
ITALIA – 1,2%
GERMANIA 7%
Il problema salta agli occhi: vi è una differenza enorme fra i tassi che dovrebbero essere imposti dalla banca centrale italiana e da quella tedesca in caso di valute diverse che potessero permettere politiche monetarie diverse. Il problema è che mentre l’output gap tedesco non c’è, e praticamente siamo a piena occupazione con risvegli inflazionistici, questo non accade per l’Italia che, data la sua disoccupazione, ha un output gap enorme e risulta fredda dal punto di vista della dinamica dei prezzi.

L’equazione di Taylor ci indica anche la via semplice con cui la Banca Centrale italiana potrebbe guidare la svalutazione, cioè con tassi estremamente bassi se non negativi. SI tratterebbe di una soluzione che, tra l’altro , aiuterebbe il contenimento del peso del  debito pubblico, ma che , nella gabbia dell’euro , non può essere utilizzata.

Per finire non facciamoci illusioni se l’attuale politica monetaria della BCE sembra più vicina alle necessità italiane (e francesi) di quanto non lo sia a quelle tedesche: le cose cambiano, così come i governatori centrali. Si tratta di una fase transitoria che si esaurirà nel momento in cui la BCE e la Germania avranno compreso bene come incatenarci al loro carro, magari tramite i nuovi titoli che la mente  di Draghi ha partorito e di cui parleremo in seguito.





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martedì 16 gennaio 2018

Europa Capofila nella Lotta alla Plastica



La Commissione europea ha deciso di fare dell'Europa la capofila nella lotta alla plastica. L’esecutivo comunitario, riunito oggi a Strasburgo in occasione di una sessione plenaria del Parlamento europeo, ha presentato nuovi obiettivi anti-inquinamento. Secondo la strategia illustrata dalla Commissione, entro il 2030 tutti gli imballaggi di plastica dovranno poter essere riciclati o riutilizzati. L'uso di microplastiche dovrà essere ridotto.


«La nostra non è una strategia anti-plastica», ha detto il vice presidente della Commissione Frans Timmermans, parlando a un gruppo di giornalisti bruxellesi. «La plastica rimane indispensabile per l’economia. L’industria di questo settore dà lavoro a 1,5 milioni di persone nell’Unione. Ma come accettare che ogni secondo chili di plastica vengono gettati in mare nel mondo? Sono convinto che la nostra strategia
 sia in realtà una opportunità per la nostra industria».

Tra le altre cose, la Commissione vuole mettere a disposizione dell’industria 100 milioni di euro da investire nella ricerca tecnologica. Sempre concretamente, l’esecutivo comunitario con una direttiva ad hoc vuole imporre di attrezzare i porti euroei perché siano capaci di raccogliere e gestire i rifiuti accumulati dalle navi in navigazione. Ogni anno l’Unione produce 25 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica, ma solo il 30% è raccolto e riciclato.

Timmermans è convinto che il riciclo della plastica possa essere una attività redditizia per il mondo imprenditoriale. «Il problema naturalmente è il periodo di transizione». La recente decisione della Cina di vietare dal resto del mondo l’importazione di rifiuti sta costringendo i Ventotto ha rivedere le loro priorità. Finora, l’Unione esportava verso la Cina il 60% dei rifiuti di plastica e il 13% dei rifiuti di carta, chiedendo al paese asiatico di riciclarli o di bruciarli.

«L’Unione può diventare capofila a livello mondiale se riusciamo ad applicare la nostra strategia», ha aggiunto il vice presidente della Commissione europea. «Se fosse necessario rendere la data del 2030 vincolante anche da un punto di vista legislativo, non esiteremo a proporre leggi in tal senso». Nella sua conversazione con un gruppo di giornali europei, l’uomo politico olandese ha messo l'accento sull’urgenza di «cambiare la mentalità degli europei».

Sempre secondo l’esecutivo comunitario, sarà possibile creare 200mila nuovi posti di lavoro da qui al 2030, nel settore del riciclo. L’uso una sola volta di molti imballaggi di plastica fa sì che il valore di questi sacchetti venga perso al 95% in brevissimo tempo. Nel 2015, la Commissione ha imposto che il 55% dei rifiuti di plastica venga riciclato. La proposta è stata fatta propria almeno preliminarmente dal Parlamento e dal Consiglio nel dicembre scorso.

La nuova strategia comunitaria giunge mentre la stessa Commissione europea sta valutando una tassa sulla plastica per finanziare il bilancio europeo. «Sarà necessario fare uno studio d’impatto – nota ancora Frans Timmermans -, tenendo presente che se il nostro obiettivo è di ridurre l'uso della plastica il gettito potrebbe diminuire. Dobbiamo chiederci se questa soluzione possa essere un reddito sostenibile nel tempo».


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La Cina Blocca l’Import di Rifiuti


 caos riciclo in Europa

Allarme riciclo. L’Europa si sta intasando di imballaggi usati che la Cina non vuole più ricevere. Plastica, carta, metalli raccolti con diligenza da milioni di europei, italiani compresi, fino a pochi mesi fa riempivano le navi per andare in Cina a riciclare. Ora la Cina sta chiudendo le frontiere dei residui riciclabili. Il mercato europeo dei prodotti rigenerati è troppo piccolo rispetto all’offerta smisurata di materiali da riciclare. Così in tutta Europa e anche in Italia la rigenerazione rallenta e i magazzini si intasano di materiali da riciclare che non trovano sbocchi di mercato. La soluzione è ridurre la produzione di rifiuti riciclabili e lo strumento individuato dalla Ue e dal Governo inglese è puntare su tasse che frenino i consumi di imballaggi, come l’Italia per ridurre la quantità di residui ha preferito puntare non sul riciclo bensì sull’usa-e-getta delle plastiche biodegradabili per i bastoncini cotonati che sporcano le nostre spiagge o per i sacchetti di plastica.

Secondo dati dell’Onu, nel 2016 i produttori cinesi e di Hong Kong avevano importato dai Paesi industrializzati — compresi Europa, Usa e Giappone — 7,3 milioni di tonnellate di rifiuti plastici, pari al 70% dei rifiuti plastici raccolti e selezionati.

In estate il Governo di Pechino aveva notificato all’Organizzazione Mondiale del Commercio (Omc-Wto) che dal gennaio 2018 avrebbe imposto divieti all’importazione di 24 tipologie di materiali da riciclare: plastica riciclabile, residui tessili, carta straccia di qualità inferiore, materiali spesso appesantiti da pietre, calcinacci se non peggio. È la campagna contro la yang laji, la spazzatura straniera, un mercato stimato nel 2016 in 17 miliardi di dollari (altri 4,6 miliardi la sola Hong Kong) soprattutto da Europa e Usa.


In termini di quantità, gli Stati Uniti nel 2016 hanno esportato verso la Cina 13,2 milioni di tonnellate di carta da macero e 1,42 milioni di tonnellate di residui di plastica da riciclare, materiali che dopo la rigenerazione tornano in Europa e negli Usa sotto forma di imballaggi dei prodotti cinesi.

La raccolta interna di materiali di risulta da rigenerare — afferma il Governo — è sufficiente a soddisfare la domanda cinese. In marzo comincerà un controllo sulla qualità dei rifiuti ricuperabili. L’obiettivo del divieto è proteggere l’ambiente «dai rifiuti sporchi o contenenti sostanze pericolose» che spesso arrivano ai porti cinesi. 
Non sarà accettato nei materiali un contenuto di scarto superiore allo 0,03%.

Senza mercato, in Europa i carichi di materiali diventati inutilizzabili vengono deviati verso gli inceneritori affinché almeno vengano ricuperati sotto forma di combustibile di qualità.

L’Italia è tra i ricuperatori e riciclatori più forti d’Europa: per esempio il 71% del vetro e l’83% della plastica immessi al consumo tornano al riciclo (fonte: «L’Italia del riciclo» 2017).

Per esempio nel 2016 l’industria cartaria italiana ha impiegato 4,9 milioni di tonnellate di carta da macero (fonte Assocarta) contro una raccolta nazionale di carta straccia assai più alta, circa 6,5 milioni di tonnellate: la Cina affamata di materie prime era fino a pochi mesi fa la destinazione ideale per il surplus di carta straccia raccolta in Italia.

I tedeschi sono raccoglitori formidabili di materie usate ma non sono riciclatori bravi come gli italiani, e così la Germania spedisce in mezz’Europa ma soprattutto verso l’Italia tutto ciò che non riescono a piazzare negli inceneritori tedeschi.


Accompagnano con incentivi economici importanti ogni tonnellata 
di plastica usata e di carta straccia.

In Italia, frenate le esportazioni di residui riciclabili e cominciato il flusso di importazione incentivata dalla Germania, si sono riempiti presto i pochi inceneritori, affamati di combustibile con cui sostenere la produzione di elettricità ma soprattutto per riscaldare le città come Milano, Venezia, Torino, Parma, Brescia e tante altre.

I pochi impianti italiani di ricupero energetico marciano a tutta forza e non bastano; in una situazione di forte domanda di incenerimento e di poca offerta di impianti di ricupero energetico le tariffe praticate dagli inceneritori salgono a prezzi sempre più alti, oltre i 140 euro la tonnellata.

Già in ottobre Andrea Fluttero, presidente di un’associazione di imprese del riciclo (Fise Unire), aveva avvertito che «purtroppo sta diventando sempre più difficile la gestione degli scarti da processi di riciclo dei rifiuti provenienti da attività produttive e da alcuni flussi della raccolta differenziata degli urbani, in particolare quelli degli imballaggi in plastica post-consumo».


I mari Se l’Europa ricupera gli imballaggi, il resto del mondo no.

Si stima che nel mondo di producano 8,3 miliardi di tonnellate l’anno di materie pladtiche. Ciabatte, cassette di plastica, polistirolo espanso, telefonini, paraurti, suole, tute sportive, imbottiture di poltrone e così via. In Europa 49 milioni di tonnellate nel 2015, e 7 in Italia. Gli 8,3 miliardi di tonnellate nel mondo generano 6,3 miliardi di tonnellate di rifiuti plastici.

Lattine d’acciaio stagnato o di alluminio e bottiglie di vetro rimangono nel terreno o, nel mare, vanno a fondo; invece i rifiuti plastici galleggiano sui fiumi e arrivano ai mari, vengono trascinati dalle correnti, si concentrano nei colossali Ocean Plastic Vortex, le “isole di plastica”.

E quando ci sono mareggiate importanti, 
si rovescia sulle spiagge la schifezza del mondo che non ricicla.

Il 9% dei rifiuti plastici nel mondo viene raccolto e riciclato, soprattutto da Europa, Cina e pochi altri. Il 12% diventa combustibile pregiato. Il 79% soprattutto nei Paesi che non hanno servizi di raccolta viene disperso nell’ambiente. (Fonte: Science Magazine).

Le materie plastiche sono per tanti versi un toccasana ambientale.

Per esempio hanno permesso di ridurre l’impatto ambientale generato da altre risorse, come per esempio l’uso del ferro o del vetro. Inoltre gli imballaggi permettono di evitare nei consumatori pericolose tossinfezioni alimentari, contaminazioni ma soprattutto dove non si usano alimenti confezionati va in deperimento e non arriva a sfamare le persone il 50% delle derrate alimentari, mentre nei Paesi che hanno un sistema di imballaggi alimentari la quantità di cibo che si deteriora tra il raccolto agricolo e il momento del pasto è il 3%.

A titolo di esempio, nei supermercati medi il deterioramento di frutta e verdura non imballata è il 26% maggiore di quella imballata.

Ma se hanno diversi benefici ambientali rispetto ai materiali che sostituiscono, le materie plastiche quando diventano rifiuti devono essere raccolte e riciclate.

I rifiuti di plastica sono brutti e sporchi (non contaminano con veleni però sono rifiuti dall’impatto visivo molto rilevante) e, prendendo come motivo le spinte emotive del vasto pubblico europeo, la Commissione di Bruxelles ha annunciato il progetto di un’imposizione di tipo fiscale sugli imballaggi di plastica simile per certi versi a quella che esiste già in Italia da vent’anni

In Italia i consumatori pagano su tutte le merci imballate il contributo Conai che finanzia la raccolta differenziata e il riciclo.

Il peso del contributo è correlato con la riciclabilità del materiale.

La carta, più facile da rigenerare, ha un prelievo Conai più modesto; la plastica ha introdotto contributi differenziati secondo l’impatto ambientale. L’efficacia del sistema italiano Conai è tale che l’Italia è uno dei Paesi che hanno i costi più efficienti di raccolta e riciclo

Simile il progetto della Ue per una tassa sulla plastica, che però servirà a reperire risorse da destinare al bilancio europeo, stando a quanto ha annunciato il commissario al Bilancio Günter Öttinger.

«Dal 1° gennaio la Cina ha chiuso il mercato, non prende più plastica da riciclare», mentre in Ue ne «utilizziamo e produciamo troppa», ha detto.

La «tassa sulla plastica servirà per disincentivarne l’utilizzo come leva per ridurre la massa di rifiuti». Da valutare se il balzello andrà a colpire le materie prime o i prodotti finiti e se ci saranno esenzioni per prodotti di uso comun

Anche il Governo inglese, che si è visto fermare un flusso di 400mila tonnellate di rifiuti plastici verso la Cina, è pronto a imporre il pagamento di 5 pence (poco più di 5 centesimi di euro) per i sacchetti della spesa anche ai piccoli negozi.

Il ministro dell’Ambiente, Michael Gove, vuole presentare la misura all’interno del nuovo piano antinquinamento di lungo termine per porre fine alla «cultura dell’usa e getta».

Finora l’imposta inglese riguardava i punti vendita delle società con oltre 250 impiegati e quindi esclusivamente le grandi catene britanniche e aveva contribuito a ridurre del 90% 
l’uso dei sacchetti di plastica.


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domenica 14 gennaio 2018

4 Errori di Trump a 1 anno dall’Elezione


 Se pensiamo all’intero corso della storia 
sono appena una manciata di secondi, 
ma a Trump sono bastati pochi mesi per peggiorare
 nettamente lo stato del mondo.

Il primo dei suoi misfatti è quello di essersi preso gioco della libertà e dello stato di diritto. Gli Stati Uniti hanno ancora contropoteri efficaci, ma ora che hanno scelto come presidente un lunatico rispetto al quale Silvio Berlusconi sembra una persona saggia, non sono certo nella posizione di dare lezioni al resto del mondo. Dopo esserne stata il baluardo, l’America sta umiliando la democrazia. Ma non è tutto.

Il secondo errore di quest’uomo deprecabile è quello di aver messo in dubbio l’alleanza tra le grandi democrazie. Fino all’elezione di Trump, l’alleanza formata dall’Europa e dagli Stati Uniti sembrava indistruttibile, ma facendo presente che ai suoi occhi l’indipendenza dell’Estonia non è necessariamente un casus belli per Washington, Trump ha indebolito lo strumento di difesa comune delle democrazie che è l’Alleanza atlantica, la Nato.

Trump ha rafforzato il nazionalismo a scapito del multilateralismo e del negoziato

Potremmo dire (senza sbagliare) che in questo modo gli Stati Uniti hanno convinto gli europei a dotarsi di un esercito comune, ma resta il fatto che, dopo aver umiliato la democrazia, 
Trump l’ha anche disarmata.

La sua terza malefatta è quella di aver rafforzato il nazionalismo a scapito del multilateralismo e del negoziato. Facendo di America first, l’America prima di tutto, il nuovo credo degli Stati Uniti, Trump ha riabilitato l’egoismo nazionalista, l’attenzione prioritaria all’interesse immediato dello stato, l’ognuno per sé e il tutti contri tutti. In questo modo il presidente americano ha reso il mondo ancora più instabile di quanto non fosse prima del suo avvento.

Il suo quarto sbaglio, il più inquietante di tutti, è quello di aver messo la stupidità alla guida degli Stati Uniti. Ogni giorno i suoi tweet rappresentano un insulto all’intelligenza, tanto che i suoi collaboratori passano il tempo a cercare di impedirgli di fare passi falsi irreparabili.

Ma i passi falsi arrivano comunque. Gli aiutanti di Trump, per esempio, non sono riusciti a convincerlo a evitare di denunciare il trattato sul nucleare con l’Iran, di mettere in dubbio la parola degli Stati Uniti e di compromettere la possibilità di approvare un accordo simile con la Corea del Nord. Il 7 novembre Trump dovrebbe chiarire, in Corea del Sud, come intende gestire la crisi e come intende evitare, senza mandare l’esercito, che Pyongyang costruisca la bomba atomica destabilizzando profondamente l’Asia e scatenando un’inarrestabile corsa all’arma nucleare.


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Donald Trump : Immigrati da Paesi di Merda


La settimana in cui Donald Trump ha dichiarato guerra agli immigrati
Alessio Marchionna, giornalista di Internazionale

“Perché permettiamo a tutte queste persone che vengono da paesi di merda di arrivare qui?”, avrebbe detto il presidente statunitense Donald Trump durante un incontro con alcuni parlamentari. La frase è stata riportata dal Washington Post e poi confermata da NbcNews. Secondo la Cnn Trump avrebbe anche detto “perché abbiamo bisogno di altri haitiani? Cacciateli via” e che gli Stati Uniti dovrebbero accogliere persone che arrivano dalla Norvegia, o al limite dall’Asia, perché possono dare una mano all’economia americana. Dopo la pubblicazione del retroscena la Casa Bianca ha rilasciato una dichiarazione in cui si dice che “il presidente combatterà sempre per il popolo americano”, ma non ha smentito le frasi riportate dai mezzi d’informazione.

All’incontro erano presenti molti deputati e senatori che stanno lavorando per presentare un progetto di legge che regolarizzi i cosiddetti dreamers, gli immigrati irregolari arrivati negli Stati Uniti da bambini e che oggi studiano, lavorano, hanno messo su famiglia, insomma sono perfettamente integrati nella società. Finora i dreamers sono stati protetti dall’espulsione grazie al programma Daca, introdotto tramite decreto da Barack Obama. Qualche mese fa Trump ha cancellato il provvedimento e ha dato tempo sei mesi di tempo al congresso per regolarizzare la posizione dei dreamers. Se l’accordo non dovesse essere trovato, circa 800mila persone potrebbero essere espulse in paesi dove praticamente non hanno mai vissuto e che non conoscono.

Non è cambiato nulla dal maggio del 2015, quando Trump lanciò la sua candidatura sostenendo che i messicani sono stupratori

Finora Trump ha sempre detto accetterà la regolarizzazione dei dreamers in cambio di provvedimenti che per i democratici sono irricevibili: stanziamento di 18 miliardi di dollari per costruire un nuovo muro al confine con il Messico, più fondi per la polizia di frontiera e alcune misure per rendere più facili le espulsioni.

È probabile che le pressioni da varie parti della società e il fatto che la grande maggioranza degli americani sia favorevole alla regolarizzazione dei dreamers convinceranno Trump e i repubblicani a cercare una soluzione ragionevole, ma questa vicenda, come anche le frasi sulla provenienza dei migranti e la decisione di cancellare i visti temporanei per 200mila salvadoregni arrivati dopo il 2001, fanno capire quale sia l’approccio di questa amministrazione alle politiche migratorie. Il principale criterio usato da Trump per decidere chi può entrare e chi deve restare fuori è, semplicemente, il colore della pelle.

Non è cambiato nulla dal maggio del 2015, quando Trump lanciò la sua candidatura sostenendo che i messicani sono “stupratori”, o da quando, circa sei mesi fa, disse che “tutti gli haitiani hanno l’aids” e che i nigeriani, una volta visti gli Stati Uniti, “non torneranno mai nelle loro baracche”. Non è un caso che Trump abbia fatto riferimento proprio alla Norvegia, un paese a grande maggioranza bianco che l’estrema destra statunitense ha sempre visto, insieme agli altri stati scandinavi, come un modello di conservazione della purezza razziale.

Ogni volta che il presidente fa una dichiarazione di quel tipo negli Stati Uniti e nel resto del mondo si scatena un’indignazione sacrosanta ma anche rischiosa, perché finisce sempre per spostare il dibattito sui tratti psicologici di Trump e per confinare il problema alla sua inadeguatezza personale, ignorando invece gli effetti delle politiche messe in atto finora. Anche se i suoi sforzi sono stati disordinati, goffi e spesso controproducenti (come nel caso dei decreti per impedire l’ingresso nel paese alle persone provenienti da alcuni paesi a maggioranza musulmana, firmati appena entrato in carica ma subito bloccati dai tribunali), nel giro di un anno Trump è riuscito a sabotare politiche migratorie consolidate, a mettere in discussione un sistema per molti versi difettoso ma che in fin dei conti è sempre stato basato sull’idea che gli Stati Uniti avessero bisogno di migliaia di nuovi immigrati ogni anno (anche e soprattutto di quelli poco qualificati e generalmente provenienti da paesi poveri) per compensare l’invecchiamento della popolazione statunitense e restare competitivi a livello economico.

Meno ingressi
Quest’amministrazione ha introdotto dei cambiamenti che stanno avendo conseguenze enormi, non solo per gli immigrati che arrivano negli Stati Uniti e per quelli che già ci vivono da irregolari, ma anche per il modo in cui il resto del mondo vede gli Stati Uniti.

Per prima cosa, il semplice messaggio di chiusura e intransigenza ha fatto diminuire di molto gli ingressi e in generale la volontà di molte persone di cercare una nuova vita negli Stati Uniti, come dimostra il fatto che gli attraversamenti al confine con il Messico sono diminuiti del 70 per cento sotto la presidenza di Trump.

Poi c’è stata la decisione di ridurre drasticamente il numero di rifugiati che gli Stati Uniti accolgono ogni anno, una decisione motivata, per stessa ammissione di Trump e dei suoi collaboratori, di impedire l’ingresso di musulmani, che il presidente considera tutti potenziali cavalli di troia per portare il jihadismo negli Stati Uniti. Ancora più importante è stata la scelta di sguinzagliare in tutto il paese gli agenti della polizia per il controllo delle frontiere, un cambiamento radicale rispetto a quello che succedeva durante l’amministrazione Obama, che chiedeva alle forze di polizia di non prendere di mira gli irregolari che studiano e lavorano e ai tribunali di dare la priorità per le espulsioni agli immigrati irregolari condannati per reati violenti. Oggi invece chiunque non abbia i documenti in regola rischia di essere arrestato o espulso, con il risultato che in tutto il paese si moltiplicano le storie di genitori arrestati a casa davanti ai loro figli e di famiglie distrutte, di lavoratori prelevati durante il turno, e di imprenditori accusati di favorire l’immigrazione irregolare.

Proprio qualche giorno fa c’è stata la maggiore retata da quando Trump si è insediato: gli agenti hanno fatto irruzioni in 98 negozi della catena 7-Eleven in 17 stati, arrestando 21 persone. Queste azioni stanno seminando il panico tra i circa undici milioni di immigrati irregolari che vivono negli Stati Uniti, che sempre più spesso decidono di lasciare il paese e sconsigliano ai familiari e ai conoscenti di emigrare negli Stati Uniti.

A tutto questo si aggiunge la decisione di non rinnovare i permessi di soggiorno temporanei concessi a 200mila salvadoregni dopo che il loro paesi era stati colpito da un grave disastro naturale. Nella maggior parte dei casi si tratta di persone che lavorano regolarmente negli Stati Uniti e che non hanno più legami con il Salvador, un paese dilaniato dalla violenza e che basa buona parte della sua economia sulle rimesse che arrivano dagli Stati Uniti.

C’è una linea politica e culturale molto evidente che collega questi provvedimenti alle frasi inaccettabili di Trump sugli immigrati. Entrambi servono da chiamata alle armi per i suoi elettori (Fox News ha difeso le frasi di Trump dicendo che quello è semplicemente il modo in cui parlano le persone comuni) al fine di raggiungere quello che è sempre stato il principale obiettivo di quest’amministrazione: contrastare i cambiamenti demografici e ritardare il momento in cui i bianchi saranno la minoranza. Su questo Trump finora ha avuto successo, e facendolo sta trasformando la società, e anche il modo in cui gli statunitensi vedono se stessi.

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l’America di Donald Trump è diventata lo Zimbello del Mondo Intero


In un anno Donald Trump ha accelerato il declino degli Stati Uniti

È l’ex primo ministro australiano Kevin Rudd ad aver trovato l’espressione più tagliente, oltre che la più azzeccata: “In meno di un anno, l’America di Donald Trump è diventata lo zimbello (the laughingstock in inglese) del mondo intero”, scrive Rudd in un articolo della rete Project Syndicate.

La cosa più grave in questa crudele definizione è che a essere evocata è “l’America di Donald Trump”, non la figura del presidente. Perché se il miliardario divenuto comandante in capo della prima potenza mondiale suscita regolarmente risate e sorrisi, talvolta a denti stretti, quel che sta succedendo per gli Stati Uniti è di natura diversa.

Un anno dopo l’elezione di Trump, l’8 novembre 2016, che ha colto di sorpresa il mondo poiché tutti avevano pronosticato la vittoria di Hillary Clinton, il suo è ancora il regno dell’imprevedibilità.

Il paese chiuso in se stesso
Questa imprevedibilità, verso la quale la diplomazia prova solitamente orrore, riguarda sia il destino personale di Donald Trump, sempre più incerto a mano a mano che procede l’inchiesta sulla Russia connection durante la campagna elettorale, sia la posizione e la strategia degli Stati Uniti nel mondo, oggi difficilmente interpretabili.

La “guerra culturale” in corso negli Stati Uniti, e l’energia impiegata dalla Casa Bianca per difendersi ed evitare al presidente le insidie di un procedimento di messa in stato d’accusa (impeachment), ovvero di destituzione parlamentare, rischiano di far chiudere il paese sempre più in sé stesso, rendendolo meno ricettivo a quanto accade nel mondo e ai mutamenti geopolitici.

Sarebbe un fatto positivo se la cosa permettesse di evitare avventure potenzialmente catastrofiche come l’invasione dell’Iraq decisa dall’amministrazione Bush nel 2003, di cui il mondo paga ancora a caro prezzo le conseguenze. Ma le difficoltà interne e le incoerenze dell’amministrazione Trump non le impediscono comunque d’imperversare, perlopiù negativamente.

Dal suo arrivo alla Casa Bianca, Donald Trump ha esercitato il suo potere in chiave negativa, smontando una parte dei risultati ottenuti dal suo predecessore Barack Obama, al quale tributa un odio ammantato di gelosia.

Ha fatto marcia indietro in maniera alquanto irrazionale a proposito del Trattato transPacifico (Tpp), che era stato negoziato in Asia per “contenere” la Cina, un obiettivo che pure era uno dei temi portanti della campagna presidenziale di Trump.
Ha ritirato la partecipazione degli Stati Uniti al trattato di Parigi sul riscaldamento del clima, dando così una forte spinta agli scettici dei cambiamenti climatici, in barba ai dati scientifici e all’opinione del resto del mondo.
Ha rifiutato di confermare l’accordo nucleare con l’Iran, indebolendo senza tuttavia vanificare uno dei rari successi delle trattative multilaterali degli ultimi anni, rischiando così di destabilizzare ulteriormente il Medio Oriente ma anche di distruggere ogni possibilità di negoziato con una Corea del Nord già nuclearizzata e che ha tutte le ragioni, ormai, di diffidare della parola di un presidente degli Stati Uniti.
A questa lista già sufficientemente pesante, si aggiungono le gravi minacce che fa pesare sul Nafta, l’accordo di libero scambio tra gli Stati Uniti, il Messico e il Canada, e la cui scomparsa, qualunque cosa si pensi di questo tipo di accordi, avrebbe serie conseguenze sugli equilibri tra il suo paese e il suo vicino meridionale.

Questa capacità del capo dell’esecutivo di fare danni non è accompagnata da una strategia chiara. Questo isolazionista primordiale ha comunque deciso di rilanciare l’impegno militare statunitense in Afghanistan, ha bombardato la Siria perché sua figlia aveva visto delle immagini impressionanti su Fox News, e ha rischiato di provocare uno scontro tra il Qatar e i suoi vicini del Golfo autorizzando un’offensiva congiunta di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti contro il loro rivale di Doha.


Alla vigilia di un lungo viaggio in Asia Donald Trump continua a non avere una linea politica chiara

È vero che ha contribuito in maniera decisiva alla sconfitta del gruppo Stato islamico (Is) nelle sue due roccaforti di Mosul e Raqqa. Ma è altrettanto chiaro che non possiede alcun piano per il dopo Is, né in Siria né in Iraq. La questione curda in Iraq lo dimostra in maniera evidente.

Per restare in Medio Oriente, viene da chiedersi se riuscirà mai un giorno a comprenderne la complessità: Donald Trump si mostra così compiacente nei confronti del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu da spingere quest’ultimo ad accelerare la colonizzazione di Gerusalemme Est e della Cisgiordania, senza timore di proteste da parte della Casa Bianca, con il rischio di creare così le guerre di domani.

Nel momento in cui è in corso la sua prima lunga visita in Asia, un viaggio la cui posta in gioco è gigantesca, tra nucleare nordcoreano e relazioni con la superpotenza di domani, la Cina di Xi Jinping, Donald Trump continua a non avere una linea politica chiara, sballottato com’è tra due entourage in conflitto tra loro, sull’orlo della rottura con il suo segretario di stato Rex Tillerson, che lo ha esplicitamente definito un “cretino” (moron), e preoccupato prima di tutto di proteggere la sua base elettorale conservatrice.

Il principale beneficiario
Questo cocktail di dilettantismo, accecamento ideologico e interessi contraddittori mette sempre più fuori gioco il paese. Non perché gli Stati Uniti abbiano deciso così o perché siano privi dei mezzi per rimanere “in gioco”, ma perché la loro incoerenza li rende un alleato sempre meno affidabile, degli strateghi senza strategia e neppure una visione.

Il principale beneficiario di questa situazione è evidentemente Xi Jinping, appena incoronato “re” di Cina, secondo la formula ironica ma carica d’ammirazione usata dallo stesso Donald Trump in un’intervista televisiva.

I dirigenti cinesi analizzano da anni il “declino” della potenza americana. Pensavano che il momento fosse già arrivato nel 2008, durante la crisi dei subprime, quando hanno creduto troppo presto che il loro momento fosse arrivato. Questo accadeva prima di Xi Jinping, arrivato al potere nel 2012, e prima di Donald Trump, eletto solamente un anno fa.

Esaminando il discorso fiume di Xi Jinping durante il diciannovesimo congresso del Partito comunista cinese, la settimana scorsa, è possibile leggere tra le righe come Pechino sia oggi convinta che ci siano tutte le condizioni perché la Cina ridiventi quella potenza mondiale che era un tempo l’“impero di mezzo”.

Lo deve ai suoi notevoli sforzi, che le hanno permesso di diventare la seconda economia mondiale in tre decenni, ma anche a Donald Trump, che sta facendo sprofondare il suo paese in una condizione di disagio strategico che può essere interpretato come un segno di declino.

L’assenza europea
Così facendo, Donald Trump ottiene un risultato opposto a quanto difende e professa: invece di rendere l’America great again, trasmette ai suoi rivali l’immagine di un uomo che sta indebolendo il suo paese e la sua statura su scala mondiale. Chi crede ancora che gli Stati Uniti stiano diventando più “grandi” con Trump? Di sicuro non Xi Jinping.

Gli europei assistono a questi sconvolgimenti con la loro abituale indifferenza verso le evoluzioni del mondo. Lo psicodramma catalano concentra tutte le attenzioni, ma si tratta solo di uno spettacolo secondario, come dicono gli statunitensi, un granello di sabbia rispetto alla posta in gioco del tempo presente.

Dopo essere stati rinvigoriti dalle minacce di Donald Trump di togliere il proprio “scudo” agli europei che non erano disposti a pagarlo, i paesi del “vecchio continente” sono stati rassicurati dalle parole concilianti pronunciate in seguito, e tutto si svolge come se l’allarme fosse rientrato.

Sarebbe un errore grave, che per di più minaccerebbe gli europei di essere solo delle pedine, e non i protagonisti, dei cambiamenti strategici profondi in corso oggi.

Questa presa di coscienza è cominciata, in particolare dopo l’elezione di Emmanuel Macron in Francia, ma resta ancora troppo incerta per cambiare le cose. Un anno dopo l’elezione di Donald Trump, l’Europa deve ancora decidere se vuole essere l’appendice di un’America in crisi o padrona del proprio destino.

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sabato 13 gennaio 2018

Soldi Riciclati per la Vendita del Milan


Cessione a prezzo gonfiato e flussi finanziari da Hong Kong, i sospetti dei magistrati

Il sospetto di una vendita gonfiata: una cifra fuori mercato pagata attraverso canali internazionali. È questa l’ipotesi di lavoro da cui sono partite una serie di verifiche per accertare la reale provenienza del denaro con cui la società rossonera, per 31 anni nelle mani di Silvio Berlusconi, è passata nell’aprile scorso per 740 milioni all’imprenditore cinese Yonghong Li. In realtà un modo, secondo le ipotesi investigative, per schermare il rientro in Italia di una sostanziosa cifra.  

Cessione a prezzo gonfiato e flussi finanziari da Hong Kong, i sospetti dei magistrati

Il sospetto di una vendita gonfiata: una cifra fuori mercato pagata attraverso canali internazionali. È questa l’ipotesi di lavoro da cui sono partite una serie di verifiche per accertare la reale provenienza del denaro con cui la società rossonera, per 31 anni nelle mani di Silvio Berlusconi, è passata nell’aprile scorso per 740 milioni all’imprenditore cinese Yonghong Li. In realtà un modo, secondo le ipotesi investigative, per schermare il rientro in Italia di una sostanziosa cifra.  

Dopo mesi di dubbi, inchieste giornalistiche, ombre sulla vendita della squadra milanista, è la procura di Milano a cercare di capire esattamente la regolarità dell’intera operazione. In gran segreto, nei giorni scorsi, i pm hanno avviato un’inchiesta che tra le varie ipotesi comporta anche verifiche sul reato di riciclaggio, certamente un problema per Silvio Berlusconi in questo periodo di campagna elettorale. Il faro acceso dalla procura vede in prima linea il procuratore aggiunto Fabio de Pasquale.  

Un iter discusso, come si diceva: un passaggio di consegne del Milan, dopo anni di successi sotto la presidenza berlusconiana, travagliato e infinito. Per sgombrare il campo da equivoci e voci che si rincorrevano, l’estate scorsa era stato l’avvocato storico dell’ex Cavaliere, Niccolò Ghedini, a consegnare in procura i documenti per attestare la regolare provenienza del denaro cinese («lecita provenienza di fondi», l’esatta dizione del documento ufficiale passato al vaglio di esperti di finanza). Alla base dell’apertura dell’inchiesta avvenuta poche settimane fa, ci sarebbero nuovi documenti che dimostrerebbero esattamente il contrario. Da dove sia partita la svolta, al momento non è ancora chiaro. Una traccia, si deduce, che risalirebbe ai reali flussi di denaro partiti da Hong Kong. Di certo, ci sono elementi nuovi che smentirebbero la regolarità di una bella fetta dell’operazione. 

Una cifra monstre quella ufficializzata nell’aprile scorso: 740 milioni di euro, pagati in due tranche e con la copertura dei debiti. Monstre perchè fino al passaggio di proprietà, il Milan era reduce da diversi campionati deludenti, campagne acquisti sotto tono rispetto ai suoi standard, continui cambi di allenatori in panchina. Campioni venduti e sostituiti con seconde linee o giovani promesse. Da anni, l’ex Cavaliere aveva dichiarato pubblicamente di voler abdicare, «a malincuore», lasciare quell’amore che gli aveva regalato molti successi sportivi, in Italia e all’estero. Il primo a farsi sotto era stato lo sconosciuto broker thailandese, Bee Taechaubol. Addirittura 960 i milioni che l’uomo sarebbe stato disposto a versare nelle casse Fininvest. Poi, di mese in mese, la trattativa si era misteriosamente arenata dopo due anni di annunci roboanti, presentazioni in alberghi di lusso di Milano. L’advisor che seguiva il broker nella trattativa, la società finanziaria ticinese, Tax &Finance, era finita nel mirino di un’inchiesta milanese per una frode fiscale a molti zeri. Un socio fondatore era finito in carcere con l’accusa di aver creato strutture finanziarie per permettere ai propri clienti di eludere il fisco. Nelle carte della Finanza, c’era anche il nome di «Mr Bee» per alcune telefonate che parlavano dell’imminente passaggio della maggioranza del Milan.


Bee, dopo un paio di comunicati ufficiali, si era eclissato senza spiegazioni credibili («l’acquisizione si è arenata per le cattive condizioni di salute di Berlusconi», la laconica giustificazione di Bee).  

Trascorrono pochi mesi e si materializza l’attuale azionista: Yonghong Li. Presentazione sontuosa, campagna acquisti che i tifosi rossoneri non ricordavano da anni, e tante promesse sui futuri successi calcistici. Eppure, nel novembre scorso, un’inchiesta del New York Times, faceva a pezzi la nuova proprietà della squadra milanese. Yonghong Li, risultava «sconosciuto sia in Italia che in Cina». Non solo, secondo l’inchiesta finanziaria dell’autorevole quotidiano della Grande Mela, nemmeno le presunte attività estrattive della Guizhou Fuquan Group - società di riferimento del finanziere cinese-, avrebbero avuto questo lustro che veniva invece trionfalmente annunciato.
  Li «non risulta nemmeno tra gli uomini cinesi più importanti e ricchi», 
la sospettosa chiosa. 

da : http://www.lastampa.it/2018/01/13/italia/politica/la-procura-soldi-riciclati-per-la-vendita-del-milan-KvUQd7lEbcugXGjKwNepCL/pagina.html


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Milan: Interrogazione Parlamentare sulla Cessione a Yonghong Li


È stata presentata dal deputato del M5S Paolo Nicolò Romano:
l'obiettivo è quello di fare chiarezza sulla trasparenza dell'operazione

L ’obiettivo è quello di fare chiarezza sulla cessione del Milan e sul patrimonio del presidente Yonghong Li, prendendo spunto dalla recente inchiesta del New York Times. Il Movimento 5 Stelle, nella giornata di mercoledì, ha presentato una interrogazione parlamentare il cui primo firmatario è il deputato Paolo Nicolò Romano. Il quotidiano statunitense, alcune settimane fa, ha scavato sulla situazione del nuovo patron rossonero e sono emersi molti dubbi: le miniere di fosforo non sarebbero intestate a lui e in più il papà e il fratello sarebbero stati in carcere per truffa ad alcuni risparmiatori per una cifra vicina ai 60 milioni di euro.

IL NY TIMES: «LI YONGHONG? NON HA NESSUNA MINIERA»




«Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dell'economia 
e delle finanze. — Per sapere – premesso che:

nel mese di aprile 2017 Fininvest spa, la holding finanziaria di Silvio Berlusconi, ha venduto la sua intera quota della società calcistica AC Milan s.p.a. (pari al 99,93 per cento del capitale per un importo di 520 milioni di euro più 220 milioni di accollo debiti al netto degli ulteriori impegni ad investire nel club), ad una società di diritto lussemburghese, appositamente costituita, denominata «Rossoneri Sport Investment Luxembourg», a sua volta di proprietà di un'altra società di diritto lussemburghese, la «Rossoneri Champion Investment Luxembourg», costituita qualche giorno prima la finalizzazione della compravendita, a sua volta controllata da una holding con sede ad Hong Kong, di nome «Rossoneri Sport Investment Co. Ltd» che è a sua volta controllata da un'altra holding denominata «Rossoneri Advanced Company Limited» con sede nelle British Virgin Islands. Insomma una catena di controllo della squadra rossonera composta da società tutte residenti in noti «paradisi fiscali» del mondo;

fin dal principio sono emersi forti dubbi sull'intera operazione, caratterizzata dalle classiche scatole cinesi, e in particolare sul nome del capo di queste, un sedicente uomo d'affari cinese di nome Yonghong Li, attuale presidente del Milan. Infatti il New York Times con una lunga inchiesta condotta tra Italia e Cina, pubblicata la scorsa settimana, ha evidenziato le numerose anomalie di un personaggio che risulterebbe non solo aver millantato la proprietà di miniere di fosforo in Cina, appartenenti al contrario ad altra società, ma essere stato multato nel suo Paese per non aver dichiarato il possesso di un pacchetto azionario di 50 milioni di dollari. Inoltre, la società della sua famiglia, la «Guangdong Green River Company», risulta coinvolta in una mega truffa finanziaria ai danni di 5.000 piccoli investitori per un valore di 68,3 milioni di euro;

in base al regolamento della Federazione italiana gioco calcio (Figc) di attuazione dei principi in materia di acquisizione di partecipazioni societarie a livello professionistico di cui al C. U. n. 189/A del 26 marzo 2015, i soggetti acquirenti una quota azionaria maggiore del 10 per cento di una società di calcio operante nei campionati italiani, devono soddisfare specifici requisiti di onorabilità e di solidità finanziaria. Nello specifico: non devono aver riportato condanne per reati di truffa ed appropriazione indebita e devono disporre di solide basi finanziarie, dimostrando che le risorse impiegate nell'acquisto provengano da proprie attività economiche o di altre fonti lecite sempre espressamente indicate. Tutte condizioni e requisiti che invece risulterebbero mancare a Mr Yonghong Li le cui risorse finanziarie risultano, tranne qualche prestito, di non chiara provenienza;

sempre il sopramenzionato regolamento della Figc dispone al punto 4 che: «La documentazione attestante i requisiti sopra indicati dovrà essere presentata alla Lega entro 30 (trenta) giorni dall'Acquisizione della partecipazione» e non risulta all'interrogante che sia mai stata depositata;

negli ambienti calcistici, come riportato dal settimanale l'Espresso nell'articolo «Lo strano caso della vendita del Milan» del dicembre 2017, sono forti le voci che la vendita del Milan altro non trattasi che di «voluntary disclosure di Berlusconi», un noto evasore fiscale già condannato per reati tributari che di fatto starebbe facendo rientrare capitali non dichiarati detenuti ad Hong Kong –:

se il Governo sia a conoscenza di quanto riportato in premessa e se siano state assunte o si intendano assumere, per quanto di competenza, iniziative volte a verificare la piena conformità alla normativa fiscale della cospicua operazione finanziaria concernente 
la cessione della proprietà della società AC Milan spa».

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L’inchiesta sulla proprietà del Milan


Nella quale emergono altri dubbi sulle attività e sul patrimonio di Yonghong Li, 
l'investitore cinese presidente del club dallo scorso aprile.

Nonostante abbia concluso più di sei mesi fa un lungo e intricato passaggio di proprietà, il Milan non può ancora dirsi in una situazione tranquilla, perché sta passando un periodo piuttosto complicato sotto diversi punti di vista. Intanto da quello sportivo: la squadra sembra avere bisogno di più tempo per ingranare e ottenere risultati in campionato e in Europa League dopo i grossi investimenti portati a termine in estate. E poi da quello economico, dato che la solidità finanziaria del gruppo cinese viene costantemente messa in discussione da osservatori e inchieste giornalistiche.

Ieri il New York Times ha pubblicato un articolo dei giornalisti Sui-Lee Wee, Ryan McMorrow e Tariq Panja che solleva nuovi dubbi sulle attività e sul patrimonio di Yonghong Li, l’investitore cinese che dallo scorso aprile è proprietario e presidente del Milan, e sul quale non si sa moltissimo.

L’articolo inizia facendo un breve riassunto della situazione economica del club, e fa riferimento all’aumento di capitale da 60 milioni di euro deliberato lo scorso maggio, la cui conclusione è prevista entro fine mese. Come riportato recentemente anche da Repubblica, l’aumento di capitale in questione è necessario per mantenere l’attuale assetto della proprietà, dato che al Milan non è concesso mantenere a lungo una situazione di patrimonio netto negativo, secondo gli accordi stretti con il fondo speculativo Elliott, con il quale il Milan ha un debito di 354 milioni di euro. Nella raccolta dei 60 milioni per l’aumento di capitale, quindi, Yonghong Li è tenuto a dimostrare di poter far fronte alle spese richieste, anche cercando nuovi investitori.

Ma i giornalisti del New York Times, indagando sulle attività in Cina del proprietario del Milan, hanno potuto visionare i registri ufficiali delle attività cinesi, dove hanno notato che le miniere di fosforo di Fuquan, nella provincia di Guizhou, indicate come una delle principali fonti redditizie di Yonghong Li, non sarebbero intestate a lui. Li ha sempre sostenuto di esserne il proprietario, ma stando ai registri ufficiali la proprietà è riconducibile alla compagnia d’investimenti Guangdong Lion Asset Management, con la quale Li avrebbe sì avuto dei legami, ma non è chiaro di che natura, dice il New York Times. Negli ultimi anni, poi, il Guangdong Lion Asset Management avrebbe cambiato proprietario di maggioranza per quattro volte: in due di queste, il passaggio sarebbe avvenuto senza transazioni, cioè a costo zero.

Le miniere di fosfati di Fuquan avrebbero un giro d’affari di 108 milioni di euro annuali, e la quota di competenza di Li sarebbe attorno ai 65 milioni. Questa attività è anche quella di cui si hanno più notizie, dato che Li risulta poco conosciuto anche in Cina, dove non appare nelle liste dei maggiori imprenditori del paese. Le poche notizie che si trovano su di lui riguardano una truffa avvenuta alla fine degli anni Novanta ai danni di alcune migliaia di risparmiatori per la quale fu però assolto, a differenza del padre e del fratello, entrambi condannati alla reclusione.

Wee, McMorrow e Panja, i tre autori dell’articolo del New York Times, sono stati nel palazzo di Guangzhou che viene indicato come sede del Guangdong Lion Asset Management. Ma i locali sono sbarrati e agli ingressi l’amministrazione dell’edificio ha affisso dei cartelli per indicare che la chiusura è dovuta al mancato pagamento dell’affitto. Un portavoce del Milan contattato dal New York Times ha però sostenuto che Li detiene il controllo delle attività minerarie, come confermato anche dai controlli effettuati dagli avvocati e dalle banche al momento della vendita della società.

La solidità finanziaria di Li non è importante solo per gli investimenti a breve termine: nei giorni scorsi la dirigenza del Milan ha sottoposto alla UEFA un piano per arrivare al pareggio di bilancio entro 4 anni, condizione richiesta dal cosiddetto “fair play finanziario” per le società che cambiano proprietà. La UEFA dovrà stabilire se il piano di investimenti del Milan e del suo nuovo proprietario sia credibile. In caso negativo, il Milan potrebbe ricevere una sanzione economica – come già successo a Inter e Roma nel 2015 – ma soprattutto subìre un nuovo grave danno d’immagine.


Milan, i 12 punti oscuri della vendita ai cinesi

La vendita del Milan è fissata per il 3 marzo 2017: prima della fatidica data la società dovrà convocare l’assemblea degli azionisti che si riunirà quando Sino-Europe farà arrivare i 320 milioni di euro che ancora mancano per chiudere l’operazione. Allora gli amministratori in carica si dimetteranno per lasciare spazio ai nuovi vertici cinesi. Sulla carta sembra solo un passaggio formale, ma la vicenda è molto più complicata di così. E le domande senza risposta sono tante, nella forma e nella sostanza.

1)    Perché i cinesi stanno pagando il Milan a rate?

E’ un caso più unico che raro. Fininvest e Sino-Europe, guidata dall’uomo d’affari cinese Yonghong Li, hanno pattuito un prezzo di 740 milioni di euro: 520 milioni alla holding della famiglia Berlusconi, più l’accollo di 220 milioni di debiti. Le trattative di questo tipo vengono solitamente chiuse in un colpo solo: una firma e una transazione bancaria. Certo, i pagamenti possono anche essere dilazionati nel tempo, ma spesso a fronte di una fidejussione bancaria che faccia da garanzia cosicché il controllo delle società passi di mano subito. E’ successo così per l’Inter quando Massimo Moratti vendette a Erick Thohir e poi quando lo stesso Thohir passò la mano ai cinesi di Suning, la scorsa estate. Stessa modalità per la cessione della Sampdoria a Massimo Ferrero da parte della famiglia Garrone (che però alla data dell’ultimo bilancio disponibile continua a garantire per l’attuale proprietario). Percorso identico anche per James Pallotta che ha rilevato la Roma nel 2011. In tutti questi casi di caparra neppure l’ombra. Sono arrivati, invece, i contanti o le garanzie bancarie.

2)    Perché i cinesi non si avvalgono di advisor finanziari?

Di solito operazioni di questo genere vengono finanziate da diversi istituti, proprio per la complessità di mettere insieme, rapidamente, le cifre necessarie a chiudere l’affare. I cinesi, invece, non hanno voluto l’aiuto di nessuno dichiarando di avere a disposizione tutto il budget. Eppure non riescono a transare. Evitando di chiedere l’intervento di una banca hanno evitato un controllo dei conti (due diligence) approfondito, come quelli che sono necessari quando nelle trattative sono coinvolti i Pep: persone politicamente esposte, come nel caso di Silvio Berlusconi. Nessuna banca, quindi, e nessuna indagine approfondita sulle parti in causa.

3)    Chi è Yonghong Li?

Nessuno lo sa. Prima della sua complicata scalata al Milan non era mai entrato nei radar dei media, ma neppure degli imprenditori e dei diplomatici. Non era noto agli uffici del commercio con l’estero e neppure alle ambasciate. Anche per gli addetti ai lavori del calcio orientale è un mistero. Per Marcello Lippi che in Cina è una divinità si tratta di uno sconosciuto, Fabio Cannavaro ammette di saperne poco. Alberto Forchielli, partner di Mandarin Capital, ha più volte detto che la cordata non esiste. Poche informazioni anche in rete, ma probabilmente dipende anche dal diverso alfabeto. Il Sole 24 Ore, invece, è riuscito a scoprire di una multa comminatagli da parte della Borsa di Shanghai per attività irregolari. Di certo, però, c’è un Yonghong Li tra i Panama Papers: è uno dei tre intestatari di una società offshore a Panama. Potrebbe essere un caso di omonimia, ma il diretto interessato non ha mai smentito. La società, Alkimiaconst Sa, è stata aperta da Mossack Fonseca, lo stesso intermediario che ha creato, Struie una cassaforte di cui si sono serviti sia Silvio Berlusconi sia Flavio Briatore (benché i loro nomi non compaiano direttamente nelle carte panamensi): a riempirla, invece, era stato l’avvocato britannico David Mills, creatore di un sistema offshore da 775 milioni di euro. L’ipotesi è che Yonghong Li sia l’apripista di altri investitori che non vogliono esporsi.

4)    Di chi sono i 200 milioni versati a Fininvest?

La prima tranche è stata pagata da Yongyong Li, probabilmente attraverso Crédit Suisse, la banca svizzera coinvolta nei Panama Papers che a maggio dello scorso anno ha annunciato la chiusura dei suoi uffici nel paradiso fiscale centroamericano. La banca – che rifiuta ogni commento – è stata più volte accusata di aver aiutato contribuenti di tutto il mondo a eludere il fisco: negli Stati Uniti hanno pagato una multa da 2,5 miliardi di dollari, in Italia hanno transato 109,5 milioni di euro nell’ambito dell’accusa di aver aiutato 13mila contribuenti a evadere 14 miliardi di euro. La seconda tranche è un mistero. I 100 milioni sono effettivamente arrivati in casa Fininvest, ma prima hanno fatto il giro del mondo: sono partiti da un veicolo (Willy Shine, con una chiara allusione sessuale, come nota l’Oxford Dictionary) con sede alle Isole Vergini Britanniche – lo stesso paradiso fiscale noto a tanti imprenditori italiani, da Berlusconi a Galliani – per arrivare alla sede di Hong Kong di Huarong, l’asset manager controllato dal governo, che li ha poi girati a Fininvest.

5)    Perché è stata necessaria questa triangolazione?

Nessuno sa spiegarlo. Huarong, al momento, non fa parte della cordata Sino-Europe, ma avrebbe anticipato l’ultima caparra da 100 milioni (la società non conferma l’operazione, ma il documento pubblicato da Calcio e Finanza riporta la firma di un suo dipendente). La prima versione ufficiale è che Huarong non avesse tutte le autorizzazioni necessarie per superare il controllo dei capitali imposti dal governo cinese. Eppure, il bonifico per Fininvest non è partito dalla Cina, ma dalla sede di Hong Kong di Huarong dove la valuta è il dollaro locale e non il renminbi cinese oggetto di controllo. E, infatti, mentre in Cina è effettivamente in atto una stretta sull’uscita dei capitali, l’ex colonia britannica rimane una zona franca. La seconda spiegazione, invece, è che Huarong non avesse 100 milioni disponibili a Hong Kong, ma è una giustificazione che regge solo fino a un certo punto: il gruppo, infatti, ha un fatturato da oltre 11 miliardi di dollari e asset gestiti per oltre 110 miliardi e negli ultimi due anni ha collocato obbligazioni in dollari americani per quasi cinque miliardi.

6)    Dal momento che dicono di avere molti capitali all’estero, perché i cinesi non hanno direttamente creato un veicolo offshore per comprare il Milan?

E’ un’altra domanda senza risposta. Dal momento che l’arrivo di una stretta sui movimenti di capitali era attesa e in parte dovuta alla promozione del Renminbi tra le valute di riserva del Fmi, Sino Europe avrebbe potuto far partire l’operazione direttamente dalle Isole Vergini, invece ha preferito complicarsi la vita.

7)    E’ davvero credibile che la stretta sui capitali impedisca di chiudere l’operazione?

Per tutti gli esperti contattati da Business Insider no. Sono strane le lungaggini burocratiche – i tempi per avere le autorizzazioni a completare gli investimenti all’estero sono di circa 50 giorni – ed è strano l’approccio delle parti alla trattativa. Secondo i dati dell’Ice, l’Istituto per il commercio estero, l’interscambio tra Cina e Italia resta costante. Di più: tra il 2006 e il 2015 lo stock di denaro investito dalla Cina all’estero è arrivato a 1.097 miliardi di dollari (145 miliardi solo nel 2015) e il governo ha annunciato di voler aumentare la quota di altri mille miliardi tra il 2016 e il 2020. Se Pechino ha davvero intenzione di investire 200 miliardi di dollari l’anno all’estero, perché fatica ad autorizzare una spesa da 520 milioni, pari allo 0,25% dell’importo annuo? Se il governo – come sbandierato da Sino Europe – ha davvero autorizzato l’acquisizione del Milan perché adesso la ferma? E, in fondo, Huarong è davvero controllata dal governo di Pechino.

8)    Perché Sino Europe non comunica la lista dei nomi?

La compagine azionaria di Sino Europe è un mistero. Vuole essere un fondo di private equity, ma si comporta come una piccola società di amici. I nomi messi in circolazione cambiano di continuo: nel calderone è finita anche China Construction Bank – poi uscita dalla lista -, ma la sostanza non cambia, a parole sarebbero tutti soci con fatturati da decine di miliardi. Di più, avrebbero già messo tutto il capitale necessario, ma allora perché non riescono a comprare il Milan nei tempi prestabiliti? Di certo esiste una lista di soggetti interessati all’operazione, ma nessuno è vincolato a investire. Un’altra spiegazione è che se i grandi nomi venissero resi pubblici, i venditori potrebbero provare a chiedere ancora più soldi.

9)    Perché non viene rispettato il protocollo degli affari asiatici?

In Cina l’etichetta è tutto. Prima di parlare di affari è fondamentale conoscersi e i cinesi non amano gli emissari. Vogliono incontrare l’azionista, vogliono conoscere il venditore. Di più: vogliono il loro biglietto da visita per poterlo conservare. E non lo accettano per interposta persona: il biglietto da visita va consegnato con le due mani e un leggero inchino del capo. Tutto questo, invece, non è mai accaduto. Sono stati i cinesi a venire in Italia, mentre pare che Silvio Berlusconi non sia mai stato in Cina a condurre la trattativa. Neppure risulta ci sia stata sua figlia Barbara.

10)    Perché la data del closing cambia continuamente?

Se davvero Sino Europe ha già raccolto tutti i soldi necessari da tempo, perché non ha chiuso l’affare a settembre, prima che scattasse l’ampiamente atteso controllo dei capitali.

11)    Perché il Milan non può spendere per la campagna acquisti di gennaio?

Gli accordi prevedono che tutte le spese sostenute da Fininvest per il Milan a partire dal primo luglio 2016 fino alla data del closing siano rimborsate da Sino-Europe alla famiglia Berlusconi. Compreso, quindi, il calcio mercato. Tanto è vero che in società è entrato Marco Fassone, ad in pectore e uomo forte dei soci cinesi, ma perché allora non vengono aperti i cordoni della borsa in un momento in cui il Milan può ambire a posizioni di vertice? Quali altri garanzie servono per operare sul mercato? Ci sono dei dubbi sul successo dell’operazione? A spazzarli via sarebbe bastata una fidejussione bancaria.

12)    E’ possibile che siano soldi di Fininvest?

E’ impossibile dare un risposta. Di certo c’è che alle Isole Vergini Britanniche esiste una delle casseforti riferibili a Silvio Berlusconi, ma è troppo poco anche per avanzare un sospetto. Inoltre, far rientrare dei soldi attraverso la Cina sarebbe un’operazione alquanto azzardata e infatti la holding della famiglia Berlusconi respinge ogni illazione. I fatti accaduti finora, però, indicano che il tira e molla con i cinesi ha già portato a Milano 200 milioni di euro di caparra che resteranno nelle casse della società anche se la vendita del Milan non dovesse concludersi.

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