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martedì 20 novembre 2018

Enzo Tortora, Vittima della Camorra e della Malagiustizia

Enzo Tortora, di cui oggi ricorrono i 30 anni dalla morte dopo una malattia devastante, era senza dubbio il nome più popolare, tanto che il suo calvario giudiziario divise   l'Italia della politica, dello spettacolo e del giornalismo.

Il presentatore televisivo fu protagonista
 del più clamoroso errore giudiziario della storia della Repubblica.

Al principio fu un’agenda, un librettino con la copertina nera sequestrato a casa di un camorrista napoletano, Giuseppe Puca, noto come 'o giappone. Una serie di fogli vergati a penna con grafia confusa, nella quale compariva un nome e un numero di telefono. Non l'unico nome di spicco di quel maxi blitz che alle prime luci dell'alba del 17 giugno 1983 segnò una svolta nella storia della Giustizia italiana, con 856 arresti in 33 province da Bolzano a Palermo. Ma quello di Enzo Tortora, di cui oggi ricorrono i 30 anni dalla morte dopo una malattia devastante, era senza dubbio il nome più popolare, tanto che il suo calvario giudiziario divise 
l'Italia della politica, dello spettacolo e del giornalismo.
Trovata l’agenda, l’Italia si divide
Innocentisti e colpevolisti, con nomi illustri schierati dall'una e dall'altra parte, da quello di Camilla Cederna, sicura che si trattasse di un arresto eccellente, a quelli più prudenti di Enzo Biagi e Indro Montanelli, che, dopo un'iniziale tentennamento, presero posizione nettamente a favore del giornalista, autore e conduttore televisivo. In aiuto del quale intervenne con una campagna mediatica con pochi precedenti il partito radicale di Marco Pannella.

Tortora, sembrava essere scritto su quella agenda, accanto a un recapito telefonico che però ad un controllo risulta subito essere quello della di una sartoria e non quello di una abitazione o luogo di lavoro del presentatore di Portobello.
La gogna delle manette in tv
È proprio la trasmissione più seguita d'Italia è stata in qualche modo il fulcro di un caso clamoroso di errore giudiziario cominciato quando il giudice istruttore Giorgio Fontana firma gli arresti, contestando a Enzo Tortora i reati di associazione a delinquere di stampo camorristico e traffico di droga. Sono le 4 del mattino quando i carabinieri portano in carcere il presentatore, esibendo a favore di telecamere l'uomo ammanettato.

Le false accuse della Nuova Camorra Organizzata
Tortora già il pomeriggio precedente era stato raggiunto da una serie di telefonate di colleghi che avevano approfittato di una fuga di notizie e che gli facevano strane domande. Contro di lui parla innanzitutto Pasquale Barra, già detenuto nel carcere di Pianosa, sicario di camorra che morirà nel 2015 e rimarrà negli annali della criminalità italiana come colui che ha ucciso il boss Francis Turatello in carcere con 40 coltellate. Ma anche Giovanni Pandico, il 'segretario' del boss della Nco Raffaele Cutolo, e poi Giovanni Melluso detto Gianni il bello, quest'ultimo pronto a verbalizzare solo qualche mese dopo l'arresto di Tortora.

Sette mesi di carcere
Complessivamente, in quei movimentati sette mesi passati da Tortora in carcere e poi durante gli anni dei tre gradi di giudizio del processo, saranno 19 le persone che diranno di averlo visto spacciare droga, tra le quali il pittore Giuseppe Margutti, già con precedenti per truffa e calunnia, e la moglie Rosalba Castellini, che raccontano agli inquirenti di averlo visto cedere sostanze stupefacenti già negli studi di Antenna Tre.

Condannato in primo grado, poi l’assoluzione
L'assoluzione, dopo una condanna in primo grado a 10 anni di carcere, in Corte d'Appello, arriverà con formula piena il 15 settembre 1986 e poi il sigillo della Cassazione il 1987. Il 15 maggio di un anno dopo Tortora muore. Muore senza sentire le scuse di Gianni Melluso, che le porgerà alle figlie in una intervista rilasciata all'Espresso nel 2010. Ma scuse non arriveranno da nessuno dei magistrati che contribuirono a quella incriminazione e carcerazione ingiusta.
Non tutti chiedono scusa
"Con gli elementi a nostra disposizione, non potevamo fare altrimenti. L’arresto era obbligatorio, non esistevano i domiciliari. La famosa telefonata al numero dell’agendina di Puca, come è scritto negli atti, fu fatta subito e rispose una sartoria. C’erano, in quel momento, altri elementi d’accusa. Vanno sempre rispettati sentenze e processi. Da pm, ho solo fatto il mio lavoro in onestà e buona fede", disse a Repubblica nel 2015 Felice Di Persia, insieme a Lucio Di Pietro pm nell'inchiesta Tortora. Che del processo mai aveva parlato prima perché "assistevo a strumentalizzazioni, spesso in cattiva fede, e disinformazione giudiziaria. Ho atteso l’assoluzione piena del Csm, che riconobbe l’onestà e la limpidezza professionale del nostro lavoro". Quell'istruttoria comunque "fu importante nella lotta alla camorra, in anni di tremenda emergenza criminale".
Solo ora un altro dei magistrati che accusarono il presentatore, Diego Marmo, ha ammesso di aver avuto torto e ha chiesto scusa.  

Il centrino del camorrista detenuto
Eppure una perizia grafica aveva mostrato che quel nome sull' agendina di Puca era Tortona e non Tortora, un indizio che insieme al fatto che il numero telefonico corrispondeva a quello di una sartoria avrebbe dovuto mettere sull'avviso gli inquirenti. E poi c'era la faccenda dei centrini, quei centrini inviati da Pandico e altri detenuti a Pianosa alla redazione di Portobello perché fossero messi all'asta, per raggranellare denaro.
Nel caos della redazione, i centrini si persero e Tortora, venuto a conoscenza del problema, invio a Pandico una lettera di scuse e ottocentomila lire al risarcimento. 
Sempre secondo la ricostruzione corrente di quel caso, Pandico sviluppò una forma di odio persecutorio nei confronti del presentatore e 
diede il via alla stura di dichiarazioni di pentiti che lo incastravano.
“Lui però era antipatico”
Proprio quelle dichiarazioni che Michele Morello, il giudice che ha riabilitato Tortora e permesso la sua assoluzione, ha passato ai raggi-x. Il suo racconto dell'inchiesta viene da una intervista a 'La storia siamo noi' trasmissione Rai. "Per capire bene come era andata la faccenda, ricostruimmo il processo in ordine cronologico - spiega - partimmo dalla prima dichiarazione fino all'ultima e ci rendemmo conto che queste dichiarazioni arrivavano in maniera un po' sospetta. In base a ciò che aveva detto quello di prima, si accodava poi la dichiarazione dell'altro, che stava insieme alla caserma di Napoli. Andammo a caccia di altri riscontri in Appello, facemmo circa un centinaio di accertamenti. Di alcuni non trovammo riscontri, di altri trovammo addirittura riscontri a favore dell'imputato. Anche i giudici, del resto, soffrono di simpatie e antipatie... E Tortora, in aula, fece di tutto per dimostrarsi antipatico, ricusando i giudici napoletani perché non si fidava di loro e concludendo la sua difesa con una frase pungente: 'Io grido: “Sono innocente”. Lo grido da tre anni, lo gridano le carte, lo gridano i fatti che sono emersi da questo dibattimento! Io sono innocente, spero dal profondo del cuore che lo siate anche voi'". 




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lunedì 19 novembre 2018

Gilet Gialli: Francia nel caos per Accise Carburanti

6 centesimi in più sulla benzina e gli 11 centesimi in più sul gasolio


Il bilancio della giornata dei gilet gialli si aggrava, secondo cifre diffuse questa mattina dal ministero dell'Interno francese: un morto, 409 i feriti, di cui 14 gravi, 282 gli arresti. Per il ministro Christophe Castaner «siamo di fronte a una disorganizzazione totale, hanno tentato di entrare nelle prefetture, ci sono state azioni di grande violenza». Intanto, 3.500 gilet gialli sono rimasti in azione tutta la notte. Stamattina i blocchi sono già 40 sulle autostrade. 

Ieri un'onda di quasi 300.000 donne e uomini in gilet giallo, quelli catarifrangenti obbligatori in auto, ha investito la Francia. Una protesta senza capi né portavoce, partita dalle campagne più povere colpite dal caro-carburante e finita sotto le finestre dell'Eliseo, circondato dai manifestanti che cantavano la Marsigliese e gridavano «Macron, dimettiti».

Tanta la tensione ai 2.400 blocchi stradali, su autostrade, rotatorie, statali, cavalcavia. Sporadiche le violenze, soprattutto contro Prefetture e Comuni, come accaduto a Troyes e Quimper L'ordine impartito ai 4.000 gendarmi e poliziotti di rinforzo alle forze dell'ordine regolari in oltre 2.000 punti di tensione era di evitare qualsiasi incidente,
 anche soltanto immagini di violenze che potessero finire sul web. 

A manifestare non erano né sindacati né partiti, ma gente esasperata dalle tasse, abituata a vivere e lavorare duramente nelle campagne, persone che spendono una parte sempre più importante del loro stipendio per fare il pieno. Molte le donne, anche non giovani, le famiglie con i figli. Chiara l'intenzione di tutti di manifestare pacificamente la loro rabbia profonda. Se ne è avuta la dimostrazione alla Concorde, quando la tensione ha raggiunto il suo punto più alto per qualche centinaio di gilet gialli determinatissimi a raggiungere l'Eliseo.

Di fronte ai segnali di aggressività di gruppi di giovani, ai quali si erano mescolati black bloc di estrazione «metropolitana», i gilet gialli si sono dati la mano e hanno formato un cordone per «proteggere» la polizia. La cartina della Francia dei blocchi ha visto due zone di forte densità, nel nord e nel sud, in Savoia, proprio dove si è registrata l'unica vittima. Era una donna di 63 anni, finita sotto le ruote di una automobilista di una cinquantina d'anni, presa dal panico insieme alla figlia che stava accompagnando dal medico. L'auto era stata circondata dai manifestanti che avevano preso a battere sul tetto e sul cofano.

Un incidente che il ministro dell'Interno, Christophe Castaner, ha addebitato al fatto che il blocco stradale - come la maggior parte di quelli di oggi - non fosse stato annunciato nè autorizzato. La prefettura non aveva autorizzato neppure la manifestazione di Parigi, che ha preso forma verso il primo pomeriggio, quando dal peripherique, la tangenziale, i manifestanti si sono spostati verso gli Champs-Elysees, con le loro auto, molti in moto e scooter. Appena sbarcati sulla grande avenue, la polizia ha chiuso gli Champs-Elysees alla circolazione e il centro della capitale si è tinto di giallo.

Alla Concorde sono affluite diverse centinaia di manifestanti, l'avanguardia determinata a raggiungere il vicino Eliseo. Sulla rue du Faubourg Saint-Honoré, la residenza presidenziale è stata accerchiata da destra e sinistra, i manifestanti sono arrivati fino a un centinaio di metri dal portone principale. Avvicinarsi di più era impossibile, la strada era completamente blindata dai furgoni con le griglie di ferro estraibili, alte 20 metri e in grado di incollarsi ai muri. I gilet gialli hanno cantato a squarciagola la Marsigliese, fra i cori che chiedevano con insistenza le dimissioni di Macron. Molto lentamente, e fra qualche tafferuglio di troppo, i manifestanti hanno lasciato Parigi in serata, dandosi appuntamento per i prossimi giorni, alcuni irriducibili addirittura a domani, per non dare tregua.

È stato l'annuncio del governo di voler aumentare ancora le tasse sui carburanti dal primo gennaio a dar fuoco alle polveri. Quello che non aveva provocato la riforma fiscale e del lavoro, né la flat tax sui depositi finanziari o l'aumento dell'aliquota per i pensionati o il problema dei migranti, l'hanno provocato gli ulteriori 6 centesimi in più sulla benzina e gli 11 centesimi in più sul gasolio.
La rivolta è corsa sui social, nei gruppi facebook, è stata organizzata da infermieri, impiegati, panettieri, artisti, commercianti, senza capi né organizzatori.
MOBILITAZIONE
La Francia delle campagne, che vive nei paesotti lontano dalle grandi città, quella che non si vede e non si sente mai, quella stessa che aveva sorpreso per la sua intensità ai funerali di Johnny Hallyday. Si è mossa su una sola parola d'ordine: basta. Basta l'aumento della benzina che pesa di più su chi è scappato dalle metropoli perché troppo care, che è lontana dal potere, dai cinema, dai teatri e anche dalle stazioni dei treni o dalla fermata dell'autobus e solo con la macchina può andare al lavoro.



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domenica 18 novembre 2018

Botta e risposta tra Salvini e Michela Murgia

Poiché considero il fascismo un metodo, la sua modalità d'azione è sicuramente fascista. Ho paura di Salvini", aveva dichiarato Murgia nell'intervista.


Botta e risposta tra Matteo Salvini e Michela Murgia: 
lo scontro si consuma a colpi di post e ad accendere la miccia è un'intervista della scrittrice che parla del test inserito nel suo ultimo libro: il fascistometro. "Poiché considero il fascismo un metodo, la sua modalità d'azione è sicuramente fascista. Ho paura di Salvini", aveva dichiarato Murgia nell'intervista. La reazione del vicepremier arriva in mattinata via Facebook. "Vi presento la geniale ideatrice del 'fascistometro'! Certi 'intellettuali' se non ci fossero bisognerebbe inventarli!", scrive il leader della Lega linkando un articolo che richiama le affermazioni dell'autrice.

Lei non ci sta e risponde per le rime. "Io lo ammiro, il ministro degli interni Matteo Salvini. Nel giorno in cui l’Italia è devastata dai disastri idrogeologici e migliaia di persone hanno perso tutto, lui tra un selfie e l’altro trova eroicamente il tempo di twittare 
contro gli intellettuali che lo irritano", scrive nel post.

"E come non restare colpiti dal fatto che, al termine di un fine settimana in cui 6 donne - fa notare Murgia - sono state sequestrate, torturate o uccise in meno di 48 ore dai loro compagni o ex, lui abbia ancora abbastanza senso dell’umorismo da indicare ai suoi seguaci una donna da manganellare sui social media perché critica i suoi metodi? Purtroppo per lui io non sono un facile bersaglio da manganello, ma una persona che scrive quello che pensa e che con le sue parole può raggiungere altre persone. Stavolta forse davvero molte, 
se il ministro in persona sente il bisogno di intervenire irritato da quello che penso".

"Sono lieta - aggiunge la scrittrice - di vivere ancora in un tempo in cui un intellettuale può dar fastidio a un manovratore, ma resta il fatto che sono proprio comportamenti come questo a confermarmi che il fascismo è un metodo. Peccato, perché era uno dei pochi casi in cui avrei preferito essermi sbagliata. Buon lunedì al signor ministro, in qualunque set di selfie si trovi".





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sabato 17 novembre 2018

In tv Salvini invita i bimbi a Mentire e Copiare

In tv Salvini invita i bimbi a Mentire e Copiare


Grazie a Maria Morelli, insegnante

“Su Rai 3 è andata in onda la prima puntata di ‘Alla lavagna!’, con ospite il ministro Salvini, il quale è entrato in una classe elementare per rispondere a domande poste dai bambini. Tra le tante questioni che mi piacerebbe sollevare riguardo questa puntata e sull'intera retorica adottata dal ministro con il suo pubblico di piccoli innocenti (ha detto frasi come ‘non rompo le scatole’, ‘magari chi urla ha solo voglia di essere ascoltato’, ‘se avessi paura farei un altro mestiere’, ‘non sempre la forma è sostanza’, ‘studiate il giusto ma non troppo’….) c’è una risposta che mi ha lasciato veramente allibita: 
quella riguardo alle fake news".

"A questo proposito, il ministro risponde, parafrasando, che per sfuggire al pericolo delle fake news non bisogna sentire una sola campana, ma tanti pareri così da farsi un’idea personale riguardo qualsiasi fatto. Da laureata in Filologia romanza avrei già su questa affermazione molto da ridire, perché l’autorevolezza di una fonte deve essere provata e riconosciuta attraverso specifici strumenti di analisi, e per dare una interpretazione è necessario che l’intuito sia affiancato da un rigoroso procedimento della ragione".

"Il ministro argomenta la sua risposta affermando che ogni tanto ‘qualche bugia scappa’, come lui stesso ripete al figlio: ‘Fede, ogni tanto se scappa una bugia ci sta, una copiatina ci sta’.
Ma come? A dei bambini, in una scuola, su tv pubblica? Il tema della bugia durante la crescita è un tema studiato e affrontato dai pedagogisti di ogni ordine di età e pochi sono gli insegnamenti che valgono davvero per tutta la vita come l’esercizio della verità. Ogni individuo chiamato a fare da educatore in questa società conosce il problema. Mentire è un esercizio esattamente come dire la verità. Il bambino, il ragazzo, si deve esercitare ed educare all’onestà, lo deve fare innanzitutto nei confronti di se stesso. Mentire a se stessi e agli altri vuol dire costruirsi verità fittizie, vuol dire soprattutto rimanere soli con la propria verità, soli con il proprio senso di colpa. E, sentirsi soli, soprattutto da giovani, rappresenta veramente un pericolo preoccupante e gravoso. Non conoscere fin da piccoli l’umiliazione della smentita, dopo aver affermato una falsità, è cosa gravissima per il futuro di quel giovane".

"Un ministro non può, o meglio non dovrebbe, poter giustificare le bugie. E non perché esse vadano condannate con punizioni o castighi da parte degli adulti, ma perché il giovane ha bisogno di linee guida, ha bisogno di esempi concreti che possano rappresentare un ideale che tenda verso l’alto e non verso il basso, dove si trovano quegli istinti che tanto senso di impotenza e solitudine provocano dentro ognuno di noi. Qualcuno dirà che il ministro giustificava solo qualche sporadica bugia per trasmettere un sentimento di serenità ai suoi ascoltatori. Ma tra i tanti valori che possono oggi riscaldare veramente il cuore dei nostri giovani, come il dialogo, la solidarietà, la fiducia nel prossimo, perché il ministro ha scelto la malizia e la furbizia della bugia e della ‘copiatina’ invitando per di più i nostri studenti a non studiare ‘troppo’?".




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venerdì 16 novembre 2018

Il senatore plurindagato che aiuta il M5S sul condono

Condono Ischia: Giggino ‘a Purpett corre in soccorso del M5S


Condono Ischia: Giggino ‘a Purpett corre in soccorso del M5S
Divisi dalla politica, uniti dal condono. Luigi Cesaro, il senatore di Forza Italia più noto come Giggin’ a purpett’ (Giggino la polpetta), è stato un volto simbolo della malapolitica in Campania (e non solo) denunciata dal Movimento 5 Stelle. Adesso però Cesaro, insieme a un manipolo di senatori forzisti, corre in soccorso di Di Maio & soci per salvare il condono per Ischia. Ma chi è Luigi Cesaro? Perché il suo appoggio al M5S dovrebbe far gridare allo scandalo? Cinque legislature, amico e sodale di Nicola Cosentino, l’ex sottosegretario del governo Berlusconi finito in carcere per i suoi rapporti con il clan dei casalesi. Cesaro conosce bene le aule di Tribunale. Processato più volte, è tuttora plurindagato per voto di scambio e minaccia aggravata dalla modalità mafiosa. Il senatore Cesaro nella sua lunga carriera è stato anche autista e avvocato di don Raffaele Cutolo, il fondatore della Nuova camorra organizzata.


I rapporti tra Luigi Cesaro e i vertici della Nuova Camorra Organizzata (N.C.O.) sono racchiusi in una frase pronunciata da Raffaele Cutolo: “Cesaro? Faceva il mio autista!”. Claudio Pappaianni e Walter Molino raccontano per Servizio Pubblico nuove e inedite rivelazioni sulle amicizie pericolose del parlamentare Pdl ed ex presidente della Provincia di Napoli.

La storia di Luigi Cesaro

Cutolo apprende dalla ragazza delle difficoltà a trovare un lavoro di Raffaele Cutolo junior, fratello di lei. Il boss le manda a dire di mettersi in contatto con Luigi Cesaro: “Questo, ora, è importantissimo. Io non ci ho mandato mai nessuno, ma è stato il mio avvocato e mi deve tanto. Faceva il mio autista, figurati”. Cesaro era già finito nei guai per i suoi rapporti con i vertici della N.C.O.. Arrestato nel 1984 e condannato un anno dopo a 5 anni di reclusione, veniva assolto in Appello per insufficienza di prove e “per non aver commesso il fatto” in Cassazione, dal Giudice Corrado Carnevale. Tuttavia, venivano stigmatizzati i suoi rapporti con i vertici della N.C.O. Nei procedimenti, inoltre, si parla di “una lettera chiusa da trasmettere a Pasquale Scotti”. Cesaro, per sua stessa ammissione, ricevette la missiva scritta da donna Rosetta Cutolo “da sue emissarie” per consegnarla a Scotti, il capo del gruppo di fuoco della N.C.O. in quei giorni latitante e reggente del clan.



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Il CSM Boccia il Decreto Sicurezza


Nel documento si sottolinea l'incostituzionalità del voler negare o revocare la protezione internazionale sulla base di reati per cui è stata scontata una pena o che non costituiscono reato in Italia, così come non può certo essere un questore a decidere i rimpatri senza aver definito i parametri che permetterebbero di stabilire se possa trattenere o meno lo straniero.

 è incostituzionale

Per quanto Matteo Salvini abbia cercato di impedire l'espressione di qualunque forma dissenso ponendo la fiducia su quel suo cosiddetto "decreto sicurezza" che avrebbe distribuito armi come se fossero giocatoli e che avrebbe discriminato gli stranieri al punto da costringerli a delinquere (un fatto che gli avrebbe assicurato la possibilità di poter dire che faceva bene ad essere razzista), i suoi sogni discriminatori si sono scontrati con la realtà del Csm.
La VI commissione ha approvato all'unanimità un parere da inviare al ministero della Giustizia in cui si sottolinea l'incostituzionalità della parte che si occupa di migranti e richiedenti asilo. 
Nel documento si sottolinea l'incostituzionalità del voler negare o revocare la protezione internazionale sulla base di reati per cui è stata scontata una pena o che non costituiscono reato in Italia, così come non può certo essere un questore a decidere i rimpatri senza aver definito i parametri che permetterebbero di stabilire se possa trattenere o meno lo straniero. Affidare la decisione alla discrezionalità personale è in contravvenzione con un sistema giuridico che prevede che i reati debbano essere definiti in modo che il cittadino o lo straniero siano messi nella condizione di conoscere quali comportamenti costituiscono reato. Tale atto risulterebbe comunque una violazione delle garanzie richieste dall'articolo 13 della Costituzione.

La volontà di Salvini di offrire una discrezionalità che permetta di detenere sino a 180 giorni gli stranieri senza che vi sia un pronunciamento della Magistratura è ritenuto un tempo non proporzionato. Inoltre la soppressione della protezione umanitaria e l'ipotesi di introdurre specifiche ipotesi di tutela non può essere ritenuta esaustive delle «varie situazioni di vulnerabilità, potenzialmente idonee a fondare la richiesta di protezione dello straniero per motivi umanitari», causando una situazione di «incertezza», «un possibile incremento del contenzioso» davanti ai giudici e «un ritardo nella tutela dei diritti fondamentali degli stranieri vulnerabili».



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giovedì 15 novembre 2018

Gaza City: sette i palazzi distrutti dai caccia israeliani


Gaza City: sette i palazzi distrutti dai caccia israeliani

Notte di fuoco sulla Striscia, la peggiore dal 2014. Nel pomeriggio Hamas annuncia il cessate il fuoco. Tel Aviv conferma ma non ufficialmente: Netanyahu sotto pressione delle opposizioni per un’offensiva definitiva. A Sderot in centinaia bruciano copertoni e bloccano le strade contro la tregua.

di Chiara Cruciati     il Manifesto

La tregua è arrivata nel pomeriggio, dopo una notte di terrore e veglia a Gaza. I peggiori bombardamenti dal 2014, dicono i palestinesi, dall’offensiva Margine Protettivo che insanguinò la Striscia per due mesi. All’alba di ieri altri uccisi, dopo i 10 morti tra domenica e lunedì: sei le vittime, tutte di età compresa tra 20 e 27 anni, Muhammad Zacharia al-Tatri, Muhammad Zahdi Awda, Mousa Iyad Ali Abed al-Aal, Hamed Muhammad al-Nahal, Khaled Riad Ahmad Sultan e Musaab Hawas.

Nella notte sono stati almeno sette i palazzi distrutti dai caccia israeliani, le abitazioni delle famiglie Aidi e al-Yazji a Gaza City (sede anche di un asilo nido, uffici e una scuola di lingue) e delle famiglie Breim e Dheir tra Khan Younis e Rafah, la sede della tv al-Aqsa, voce di Hamas, l’hotel Al Amal (sede dei servizi interni) e il Rahma Building. Oltre 200 le famiglie sfollate, tanti i negozi vicini ai palazzi colpiti seriamente danneggiati. E ai pescatori è stato vietato di prendere il mare dalla marina israeliana, denuncia il sindacato.

Insieme alle bombe sono proseguiti i lanci di razzi da parte del movimento islamico. Con una vittima, un palestinese del villaggio di Halhul ad Hebron, in Cisgiordania: Mahmoud Abu Asbah, 48 anni, è morto mentre si trovava in un edificio pubblico ad Ashkelon. Lavorava lì come muratore.

Poi, ieri pomeriggio, il cessate il fuoco. Anticipato dalla stampa palestinese, è stato poi confermato da Hamas: stop al lancio di missili se anche Israele farà altrettanto. Da quel momento è scesa la calma sulla Striscia, seppure le sette ore di riunione del gabinetto israeliano si fossero chiuse con minacce di ulteriori operazioni. Funzionari anonimi israeliani hanno dato per accettata la tregua.

«Gli sforzi egiziani hanno ottenuto la tregua tra la resistenza e il nemico sionista – hanno dichiarato i gruppi palestinesi – La resistenza la rispetterà fino a quando il nemico sionista la rispetterà». Poco prima il leader di Hamas, Ismail Haniya, aveva parlato della possibilità di tornare al dialogo già in corso per un cessate il fuoco di lungo periodo.

La tregua è arrivata dopo ore di dichiarazioni infuocate. Mentre l’esercito israeliano inviava rinforzi lungo le linee di demarcazione con Gaza (fanteria, riservisti, carri armati e batterie di Iron Dome, il sistema di intercettamento dei missili), l’aviazione ha parlato di «ampia offensiva contro Hamas e le altre organizzazioni della Striscia»: «Stavolta la nostra offensiva sarà drasticamente diversa da quelle del passato, sia in termini numerici che di qualità degli obiettivi. Parliamo di target che hanno un significato importante per il nemico».

Come la tv al-Aqsa che dopo la distruzione della sede, la quarta nella sua storia, ha subito ripreso a lavorare dall’edificio di Kufiyya Tv, legata a Fatah. E poi i numeri: in una sola notte l’aviazione israeliana ha colpito oltre 150 obiettivi considerati connessi ad Hamas e alla Jihad Islamica.

Da parte palestinese a parlare prima della tregua era stato Hamas: «Al-Majdal occupata (il nome palestinese della città divenuta dopo il 1948 l’israeliana Ashkelon, ndr) è da ora nel nostro mirino in risposta ai bombardamenti contro i civili a Gaza. Isdud (Ashod) e Beer el-Sabe (Beersheba) saranno i prossimi target se il nemico continuerà a colpire edifici civili», ha detto Abu Ubaidah, portavoce del movimento.

La diplomazia di Onu ed Egitto si è messa subito in moto per impedire un’escalation senza ritorno che decreterebbe il collasso definituvo della Striscia, già duramente provata da 12 anni di assedio totale e dalla mancata ricostruzione. A Gaza la paura è enorme: ieri scuole e uffici pubblici sono rimasti chiusi, la gente ha trascorso la mattina a camminare sopra vetri rotti e macerie e ad ispezionare gli edifici distrutti, cercando di recuperare documenti e oggetti personali.

Resteranno qui, non hanno un posto dove andare soprattutto quando le bombe cadono in mezzo alle zone residenziali. Restano e sperano che il cessate il fuoco regga. A fare da ostacolo sono le mire del governo israeliano che ha avviato l’escalation in pieni negoziati per la tregua mandando domenica soldati camuffati da palestinesi a rapire un comandante di Hamas.

Il tutto a pochi giorni dal via libera alle donazioni del Qatar, volte ad alleviare le sofferenze della popolazione sotto forma di stipendi – da mesi quelli dei dipendenti pubblici non vengono versati – e di carburante, talmente scarso da anni da garantire solo 2-3 ore di elettricità ogni giorno.

Il bastone e la carota: Netanyahu è stato criticato dall’opinione pubblica per le “concessioni” fatte alla Striscia e per quella che è stata definita una reazione blanda alla Marcia del Ritorno, sebbene si contino 220 palestinesi uccisi dai tiratori scelti israeliani. E ieri è iniziata la sfilata delle opposizioni, con il partito Meretz che visitava le città israeliane al confine con Gaza e il “moderato” Lapid, futuro candidato premier, che prometteva il ritorno agli omicidi mirati a partire da Haniya.

E in serata in piazza a Sderot sono scesi centinaia di israeliani: hanno dato fuoco a copertoni e bloccato le strade al grido di “Bibi, go home”, Bibi vattene. Non vogliono nessuna tregua, ma che i bombardamenti continuino.





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Egitto: 19 i difensori dei diritti umani arrestati

Egitto: 19 i difensori dei diritti umani arrestati


In manette anche la nota avvocata Hoda Abdelmoniem. Decimata dalle detenzioni, l’ong Ecrf sospende le attività. Intanto all’ambasciatore Cantini il Cairo parlava di tutela delle libertà.

Le hanno devastato la casa: oltre due ore di raid della polizia e poi l’arresto. È stata portata via all’alba di giovedì Hoda Abdelmoniem, tra le più note avvocate egiziane per i diritti umani ed ex membro del Consiglio nazionale per i diritti umani. Di lei non si sa ancora nulla: è stata condotta in una località sconosciuta. E non è stata l’unica: la notte tra il 31 ottobre e il primo novembre è stata notte di retate in Egitto.

Almeno 19 i difensori dei diritti umani arrestati nelle loro case, otto donne e undici uomini, nell’ennesima escalation della repressione di cui si macchia dal luglio 2013 il regime golpista del presidente al-Sisi. Come non c’è pace per oppositori e giornalisti indipendenti, non c’è pace per chi prova a tutelare i diritti umani in un paese in cui non esistono più, falcidiati dalla repressione di Stato.

Tanto dura è stata l’ultima campagna di arresti da spingere l’Egyptian Coordination for Rights and Freedoms, organizzazione che monitora le violazioni dei diritti umani e offre sostegno legale alle vittime, a sospendere le attività: tra gli arrestati c’è anche Mohamed Abu Horira, avvocato dell’Ecrf e suo ex portavoce. Sono spariti dal 14 settembre, invece, il fondatore dell’ong Ezzat Ghonim e l’avvocato Azzouz Mahboub: avrebbero dovuto essere rilasciati il 4 settembre dopo cinque mesi di detenzione, ma di loro non si hanno più notizie.

Ieri il sito dell’Ecrf era irraggiungibile. «Il clima in Egitto non permette il lavoro di nessuna ong», ha commentato Ahmed Attar, ricercatore di Ecrf basato a Londra, spiegando la sospensione delle attività. Dura la condanna di Amnesty che tramite la direttrice per il Nord Africa, Najia Bounaim, parla di «agghiacciante ondata di arresti»: «Le autorità egiziane hanno mostrato ancora una volta la loro spietata determinazione a stroncare ogni forma di attivismo. Chiunque osi parlare di violazioni dei diritti umani oggi in Egitto è in pericolo».

A dare la misura del pericolo è anche l’ultima legge promossa dal governo per garantirsi il controllo della rete: ai siti web sarà richiesto di registrarsi presso l’esecutivo, pena la chiusura. Un destino già sperimentato da oltre 500 siti, tra cui agenzie indipendenti, offline in Egitto da oltre un anno.

Come sottolinea Attar, «il continuo attacco ai difensori dei diritti umani costituisce un crimine premeditato che richiede l’intervento del Consiglio dell’Onu per i diritti umani». Ma è il silenzio a rimbombare sulla devastazione della società egiziana, della sua politica, delle sue organizzazioni di base. Dal 2014 il numero dei prigionieri politici in Egitto è sestuplicato rispetto all’era Mubarak: 60mila i detenuti per motivi politici.

E mentre la sua polizia portava via 19 persone, al-Sisi era in Germania per incontri con i ministri tedeschi e la cancelleria Merkel volti a rafforzare rapporti commerciali, lotta congiunta al terrorismo e formazione delle forze di sicurezza. Le stesse che decapitano la società civile egiziana. Ci siamo anche noi: a poche ore dalla retata, l’ambasciatore italiano Cantini incontrava la Commissione dei diritti umani del parlamento egiziano. A Cantini (che ha ribadito la richiesta di verità per Giulio Regeni) il presidente della Commissione Alaa Abed ha enumerato i presunti sforzi per garantire il rispetto dei diritti nel paese. Chissà di cosa stava parlando.

di Chiara Cruciati – Il Manifesto





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sabato 10 novembre 2018

Sondaggi elettorali: scendono Lega e Movimento 5 Stelle

Sondaggi elettorali:   scendono ancora i consensi per Lega e Movimento 5 Stelle
SIAMO IN MANO A DEI CREDULONI
DI IMMAGINI ED ICONE FINTE

Sondaggi elettorali: 
scendono ancora i consensi per Lega e Movimento 5 Stelle

Il calo di Lega e Movimento 5 Stelle è iniziato da qualche settimana e lo conferma il sondaggio 
realizzato per La7. Nonostante ciò, la coalizione giallo-verde mantiene abbondantemente la 
maggioranza, ma non arriva più a toccare il 60% dei consensi: si ferma infatti al 58,6, l’1% in meno 
rispetto al dato della scorsa settimana.



La coalizione giallo-verde ha perso un altro punto percentuale. Secondo il sondaggio politico realizzato da Swg per La7 infatti, il governo Lega-Movimento 5 Stelle mantiene una solida percentuale al di sopra del 50%, come nelle ultime settimane, ma rimane sotto il 60%. Se nei primi mesi di governo i due alleati erano riusciti a toccare picchi molto alti, fino a superare il 62%, ora il totale delle intenzioni di voto per i due partiti si ferma al 58,6, mentre secondo il sondaggio della scorsa settimana Lega e Movimento 5 Stelle toccavano il 59,6. Un leggero calo dovuto probabilmente alla presentazione delle misure 
contenute nella legge di bilancio, alle conflittualità con l'Unione europea.

Il partito che mantiene il primato 
all'interno del governo Conte è la Lega di Matteo Salvini. Dopo una scalata che lo ha portato dal 17,4% delle elezioni del 4 marzo fino a toccare anche il 33,8% dei consensi nella prima metà di ottobre, adesso il Carroccio sembra essere in leggera flessione. Secondo quanto riportato dal sondaggio, nella prima settimana di novembre sarebbe il 30,4% degli italiani a votare il partito di Salvini se si tornasse subito alle urne. Lo 0,2% in meno della scorsa settimana. Ma non è l'unico partito a soffrire: il Movimento 5 Stelle ha perso lo 0,8% e si allontana sempre di più dalla soglia del 30%, superata quando gli italiani erano stati chiamati a votare. Ora, il partito di Luigi Di Maio avrebbe il consenso del 28,2% dei cittadini.

Insieme ai due partiti, l'analisi condotta da Swg sottolinea che a inclinarsi è anche il consenso su tutto l'operato del governo Conte: esaminando il gradimento a partire dalla seconda settimana di giugno fino alla prima di novembre, i cittadini che si potevano ritenere molto o comunque abbastanza soddisfatti del frutto del lavoro realizzato fino a quel momento erano il 53%. Una percentuale che però ha subito una flessione verso il basso con lo scorrere dei mesi fino ad arrivare al 45% a settembre, riguadagnando qualche punto e toccando il 48% a inizio ottobre, per poi rincominciare la discesa fino alla percentuale più bassa degli ultimi cinque mesi: il 42% dei primi giorni di novembre.

Gli altri partiti
Il maggior incremento dei consensi lo ottiene il Partito Democratico, che a quanto registrato dal sondaggio raccoglie il 17,5% delle intenzioni di voto. Dopo aver toccato percentuali ben più basse, il PD torna ad avvicinarsi alla percentuale raggiunta alle elezioni del 4 marzo (18,7%), che per ora rimane quella più alta toccata dal partito negli ultimi sette mesi. Possono accennare un sorriso anche gli altri partiti del centro-destra: Forza Italia di Silvio Berlusconi guadagna lo 0,4% e si arresta all'8,3% degli ipotetici voti, un leggero aumento che però non è sufficiente a portarlo al risultato raggiunto alle elezioni, ovvero il 14%. 
Anche Fratelli d'Italia di Giorgia Meloni cresce dello 0,4% questa settimana e si ferma al 3,9%.





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LA PRESCRIZIONE

Nel penale il concetto di prescrizione è stato snaturato. La condanna definitiva dev'essere comminata entro un certo lasso di tempo dalla commissione del reato, altrimenti scatta la prescrizione. Non importa se il Tribunale o la Corte d'Appello lo hanno dichiarato colpevole, se i bravi (e soprattutto influenti) avvocati riescono a tirala per le lunghe, il reo se ne esce pulito pulito. Ed ecco che il colluso con la mafia Andreotti, benché riconosciuto colpevole, se ne è uscito pulito pulito.

Cos'è la prescrizione nel civile? 
Ogni diritto (fatta eccezione per quelli imprescrittibili) 
dev'essere esercitato entro un certo termine. 
Normalmente 10 anni, ma può essere 5, o tre, o uno o addirittura sei mesi. 
Altrimenti si prescrive. 
Chi ha adempiuto a un debito, non deve conservare all'infinito la prova del suo adempimento. Ma la tolleranza o la benevolenza del creditore non può ritorcersi contro di lui, e quindi sono previsti gli atti interruttivi della prescrizione: basta un atto di messa in mora, una semplice raccomandata, e la prescrizione si interrompe e riparte da zero.
Nel penale il concetto di prescrizione è stato snaturato. La condanna definitiva dev'essere comminata entro un certo lasso di tempo dalla commissione del reato, altrimenti scatta la prescrizione. Non importa se il Tribunale o la Corte d'Appello lo hanno dichiarato colpevole, se i bravi (e soprattutto influenti) avvocati riescono a tirala per le lunghe, il reo se ne esce pulito pulito. Ed ecco che il colluso con la mafia Andreotti, benché riconosciuto colpevole, se ne è uscito pulito pulito. Ed ecco che la stessa sorte benigna è toccata a un corruttore di giudici e stupratore di minorenni come berlusconi.
Non esistono atti interruttivi, nel penale.
Ora, questa riforma fortemente osteggiata da salvini vuole introdurre un principio; anche nel penale deve pur esistere un atto interruttivo, 
e questo viene individuato nella sentenza di condanna di primo grado. Mi pare il minimo!
Non amo i 5 stelle, poche cose condivido di loro, ma sul tema della prescrizione sto con loro e non certo con salvini. Non condivido i miei colleghi penalisti che protestano contro la riforma. Non posso che gioire se dovesse finire la pacchia che, guarda caso, 
va a beneficiare prevalentemente i ricchi e potenti!

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Giancarlo Caselli, che come procuratore di Palermo portò in tribunale per associazione mafiosa Giulio Andreotti - scomparso il 6 maggio all'età di 94 anni , in un'intervista a Repubblica è tornato sui rapporti tra il leader Dc e senatore a vita e Cosa Nostra... 


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La Lega restituirà i 49 milioni in ‘rate’ da 600mila euro l’anno

La Lega restituirà i 49 milioni in ‘rate’ da 600mila euro l’anno


Fondi Lega, sì a sequestro dei 49 milioni. 

Il tribunale ha accolto il ricorso della Procura di Genova in relazione alla truffa ai danni dello Stato per rimborsi elettorali non dovuti dal 2008 al 2010.


 Il tribunale del Riesame ha accolto il ricorso della procura di Genova e quindi confermato il sequestro dei fondi della Lega in relazione alla truffa ai danni dello stato, stimata in 49 milioni, per rimborsi elettorali non dovuti dal 2008 al 2010, per cui sono stati condannati in primo grado Umberto Bossi, l'ex tesoriere Francesco Belsito e tre ex revisori dei conti. Al momento i fondi sequestrati ammontano a circa 3 milioni e nelle casse del partito ci sono poco più di 5 milioni. "È una vicenda del passato, sono tranquillo", la replica del ministro dell’Interno e leader della Lega Matteo Salvini. "Ora l'attività del partito sarà difficile", il commento del premier Giuseppe Conte, che sostiene non ci saranno ripercussioni sul governo. D'accordo anche il vicepremier Luigi Di Maio: "I fatti riguardano il periodo antecedente alla gestione Salvini".

Le motivazioni del Riesame
Per il tribunale del Riesame, il partito ha tratto vantaggio dalle somme contestate. Nelle loro motivazioni i giudici scrivono che "siccome la Lega Nord ha direttamente percepito le somme qualificate in sentenza come profitto del reato […] in quanto oggettivamente confluite sui conti correnti non può ora invocarsi l'estraneità del soggetto politico rispetto alla percezione delle somme confluite sui suoi conti e delle quali ha direttamente tratto un concreto e consistente vantaggio patrimoniale".

La Lega può ancora ricorrere in Cassazione
I difensori della Lega potrebbero ora impugnare la decisione e ricorrere ancora in Cassazione. Era stata proprio la Cassazione ad aprile a rinviare al Riesame il caso dopo aver accolto la richiesta della procura di poter sequestrare fondi del Carroccio, oltre a quelli già trovati. I difensori del Carroccio avevano presentato una consulenza "per dimostrare che i soldi che la Lega ha in cassa ora sono contributi di eletti, donazioni di elettori e del 2 per mille della dichiarazione dei redditi. Sono somme non solo lecite ma che hanno anche un fine costituzionale: consentono al partito di perseguire le finalità democratiche del Paese. Dire che sono profitto del reato è un non senso giuridico". Il procuratore Francesco Cozzi aveva annunciato che nel caso in cui il Riesame accogliesse la decisione della Cassazione avrebbe chiesto l'immediato sequestro dei fondi.

Salvini: "Gli italiani sono con noi"
"Gli avvocati faranno le loro scelte: se vogliono toglierci tutto facciano pure, gli italiani sono con noi", ha dichiarato Salvini nel corso di una conferenza stampa. "Spero che la Procura di Genova si impegni sulla tragedia" di Ponte Morandi, ha sottolineato il leader della Lega, per poi concludere: "Io sono tranquillo, continuo a lavorare, i processi e le storie del passato che riguardano fatti di otto o dieci anni fa non mi appassionano". No comment del premier Giuseppe Conte: "Ne prendo atto ma non commento, da avvocato lo avrei fatto", ha risposto a chi gli chiedeva un parere sulla vicenda. "Prendo atto che ora per un partito politico sarà difficile svolgere attività politica", ha poi aggiunto.

Di Maio: "I fatti riguardano la Lega precedente a Salvini"
Anche l'alleato di governo di Salvini si dice tranquillo. "La sentenza fornisce ai magistrati tutti gli strumenti per reperire i fondi, come ho sempre detto, i fatti di cui viene accusata la Lega risalgono ai tempi di Bossi", ha detto Luigi Di Maio. E a chi gli ha chiesto se la questione imbarazzi il M5S, ha risposto: "No, i fatti riguardano il periodo antecedente alla gestione Salvini della Lega". Ha aggiunto che non ci sarà nessuna ricaduta sul governo: "Da parte nostra no. Sappiamo benissimo che c'è una sentenza, le sentenze si rispettano e si va avanti".

La Lega restituirà i 49 milioni in ‘rate’ da 600mila euro l’anno


L’inchiesta
L’inchiesta sui fondi della Lega affonda le sue radici nel 2012, quando un militante si presenta in procura e denuncia fondi pubblici investiti illecitamente dal suo partito in Tanzania e conti offshore a Cipro. Nel corso delle indagini, gli inquirenti scopriranno anche il vasto uso personale dei rimborsi elettorali fatto dall’allora leader del Carroccio Umberto Bossi e dal suo tesoriere Francesco Belsito, a partire dal 2008. Tra le altre cose, Bossi li avrebbe utilizzati per pagare la laurea in Albania al figlio Renzo e mantenere il resto della famiglia. Nel luglio 2017 vengono emesse le condanne in primo grado per il fondatore della Lega Bossi a 2 anni e 5 mesi, per Belsito a 4 anni e 10 mesi e per altre 5 persone (tre dipendenti del partito e due imprenditori). Il processo di secondo grado è attualmente in corso, nelle sue fasi conclusive, davanti alla Corte di Appello di Genova.

La Lega restituirà i 49 milioni in ‘rate’ da 600mila euro l’anno


Come farà la Lega a rimborsare i 49 milioni di euro della truffa dei rimborsi elettorali? In queste ore è arrivata una risposta a questa domanda. I legali del Carroccio, che trattano con i magistrati, hanno presentato un’istanza sulle modalità di esecuzione dei sequestri. «Non si tratta di un accordo, ma di un’istanza da parte della difesa che attiene alle modalità di sequestro preventivo ed eseguibile» e che è stata accolta dalla Procura, ha precisato il procuratore capo di Genova Francesco Cozzi.

La Lega e la restituzione dei 49 milioni: sequestro a ‘rate’ da 600mila euro l’anno
Nella proposta della Lega si parla, nel dettaglio di un sequestro di 100euro a bimestre, per un totale di 600mila euro l’anno. I 600mila euro rappresentano una soglia minima, ma se il partito dovesse incamerare di più, al netto delle spese della gestione ordinaria, la cifra prelevata dalla Procura aumenterebbe. I soldi della Lega dovrebbero essere messi a disposizione su un conto corrente dedicato, a disposizione della Guardia di Finanza. Al momento nelle casse del Carroccio, secondo quanto sostenuto dai legali del partito, ci sono 130mila euro che verranno subito acquisiti dalle Fiamme Gialle. «Abbiamo fatto – ha detto Cozzi – quello che viene fatto in altre procedure analoghe, laddove agiamo in esecuzione. È un meccanismo che la Procura ha già seguito per i crediti erariali, per cui una società può subire sequestro preventivo». «Credo – ha aggiunto il procuratore – che abbiamo raggiunto un punto di equilibrio e perseguito gli interessi dello Stato».

Lo stipendio ai dipendenti garantito
La via d’uscita arriva circa due settimane dopo la decisione del Tribunale del Riesame di Genova (dello scorso 6 settembre) sul sequestro di 49 milioni di euro per la truffa sui rimborsi elettorali dell’era Bossi-Belsito. Del possibile accordo tra Procura e Carroccio (per garantire al partito guidato da Matteo Salvini di proseguire la sua attività senza la necessità di cambiare nome e simbolo) aveva già parlato il Corriere della Sera (articolo di Fiorenza Sarzanini). Il quotidiano riferiva in mattinata di trattativa Lega e pm riguardante un recupero dei fondi che sarebbero proventi della truffa, il rimborso dell’intera somma, garantendo nello stesso tempo il pagamento dello stipendio dei dipendenti.

Il conto dove far confluire tutte le entrate
Il partito, aveva anticipato il Corriere della Sera, metterebbe a disposizione dei magistrati un conto corrente dedicato dove far confluire tutte le entrate, compresi i rimborsi elettorali di marzo scorso. Da quel conto verrebbero poi prelevati i soldi da restituire fino a raggiungere quota 49 milioni, la cifra della truffa dei rimborsi elettorali non dovuti, avvenuta tra il 2008 e il 2010. Stando a quanto rivelato dal quotidiano, ieri era stata preparata una bozza di accordo con un dettaglio delle somme minime che la Lega dovrà versare ogni anno, in modo da stabilire un tempo massimo per raggiungere il risultato. Nel patto anche la comunicazione del numero di conto corrente dove far confluire il denaro.

Il ricorso in Cassazione
Intanto oggi gli avvocati della Lega Giovanni Ponti e Roberto Zingari hanno annunciato di aver depositato in Cassazione il ricorso contro la decisione del tribunale del Riesame per il sequestro dei 49 milioni.

Il Pd: «Il bottino sarà restituito in 80 anni»
Le reazioni politiche all’intesa tra Lega e Procura non si sono fatte attendere. «La #LegaLadrona – ha scritto su Twitter l’esponente Pd ed ex ministro per le Riforma Maria Elena Boschi – ha deciso di restituire i soldi spariti in comode rate. Ci metteranno più o meno lo stesso tempo di quello che impiegheranno per rimpatriare i clandestini: 80 anni». Il deputato Dem Andrea Romano, intanto, sempre su Twitter: «Quasi un secolo per restituire il bottino di una truffa ai danni degli italiani? Una furbata mai vista, una colossale presa in giro».


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