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martedì 30 gennaio 2018

Nazisti, Maestri di Fake News


L'invasione della Polonia fu giustificata all'opinione pubblica con una fake news: il 31 agosto 1939, uomini delle SS vestiti con l'uniforme dei soldati polacchi "attaccarono" una stazione radio tedesca a Gliwice (foto). La notizia venne ripresa da tutti gli organi di informazione. Il giorno seguente, Hitler, in risposta a questo, annunciò la sua decisione di invadere la Polonia.

Ripetere una bugia cento, mille, 
un milione di volte e diventerà una verità. 
Chi ha pronunciato secondo voi questa frase? Si adatta perfettamente a coloro che diffondo false notizie nel web, vero?

Certo, peccato che a pronunciarla sia stato il tristemente famoso, per roghi di libri e propaganda razzista, Joseph Goebbels. Esattamene lui il Ministro per la propaganda del Fuhrer. Del resto come potrebbe un regime dittatoriale convincere i propri sudditi di avere ragione, che è giusto quello che propone e chiede loro, se non mentendo?
Ma Goebbels fece di più: la prima fake news la pronunciò su se stesso. Egli nacque con una deformità congenita, il piede equino, e poi si ammalò, fino a divenire zoppo.
Come mai avrebbe potuto sostenere la superiorità della razza, la morte di coloro che erano malati, l’esclusione dalla società di invalidi senza danneggiare se stesso? Semplicemente mentendo: fece in modo che si pensasse che la sua zoppia derivasse da una ferita di guerra, millantando di aver servito lo stato nel primo conflitto mondiale.
La macchina della propaganda del Reich si nutriva di bufale e notizie false.
 La più incredibile portò all'invasione della Polonia.

Questa tecnica fu usata dal Famoso politico Italiano


Le cosiddette fake news non sono nate con Facebook:
 uno dei più grandi maestri di propaganda - dispensatore di false notizie - è stato Adolf Hitler. Per tutto il periodo in cui è stato al potere ha messo in circolazione bufale a non finire, sfruttando ogni canale di comunicazione allora disponibile, partendo dai giornali, 
passando per radio, cinema e cartoni animati.

BUFALE (COSTOSE). 
A gestire il giro di false notizie era il ministero della propaganda, presieduto dal suo braccio destro, Joseph Goebbels. Il tutto non era a costo zero: il Reich spendeva tra un quarto di miliardo e mezzo miliardo di dollari all'anno per finanziarlo
 (mentre gli Americani investivano 26 milioni all'anno).

Il risultato fu una macchina del consenso impeccabile che partoriva notizie false a ripetizione

Come i famigerati articoli che alimentarono la campagna contro “la scienza ebraica, massonica e bolscevica” o quelli contro le “orde asiatiche” (i comunisti) e contro gli Ebrei.

La fake news più celebre sul loro conto raccontava che rapivano i neonati prima della celebrazione della Pasqua ebraica perché avevano bisogno del sangue di un bambino cristiano da mescolare con il loro matzah (il pane non lievitato). 

LA FAKE NEWS DELLA POLONIA. 
Anche la guerra è cominciata con una bufala costruita a tavolino. Prima di attaccare la Polonia (1939) il regime lanciò una campagna mediatica per preparare l'opinione pubblica alla guerra, gonfiando le notizie di "atrocità polacche" che secondo gli organi di regime sarebbero culminate con l'attacco alla stazione radio tedesca a Gliwice.


La notizia venne ripresa da tutti i mezzi di informazione, peccato che fosse falsa: l'attacco era stato fatto da SS tedesche che indossavano le divise polacche. Nessuno se ne accorse e il giorno seguente Hitler annunciò la sua decisione di invadere la Polonia.


GUERRA VIA RADIO. 
Tutte queste (false) notizie oltre che sui giornali, circolavano sulle radio: nella città tedesca di Zeesen c'erano otto trasmettitori radio in grado di raggiungere il mondo intero con canali  personalizzati per ogni paese.

Le trasmissioni naziste godevano di un discreto consenso, anche fuori dalla madrepatria: il loro modo di raccontare la guerra, irriverente e sarcastico, era ritenuto poco istituzionale e spesso piacevole. Un sondaggio all'epoca rilevava che il 58% degli ascoltatori in Inghilterra ne rimaneva attratto "perché trovava la sua versione delle notizie così fantasiosa da essere divertente". 

SIGNAL. Una delle riviste che pilotava di più l'opinione pubblica (oltre ovviamente ai cinegiornali, i notiziari di regime) era Signal, pensata sulla falsariga del settimanale americano LIFE. Anche Signal era a colori e fu distribuita dal 1940 al 1945 in 23 paesi tra quelli neutrali alleati e quelli occupati (era tradotta in oltre 20 lingue). Per realizzarla e promuoverla il regime aveva stanziato un budget equivalente a 2 milioni di dollari (aveva una tiratura di 2,5 milioni di copie).

La redazione era composta da militanti dell'esercito tedesco specializzati in giornalismo, cinema e fotografia incarcati di perlustrare il fronte, recuperando immagini brillanti da mettere in circolazione con stile e brio hollywoodiano. 
L'editore rispondeva direttamente all'Alto Comando della Wehrmacht. 

MACCHINA DEL CONSENSO. La gente lo comprava e la leggeva con piacere. A conferma che la macchina della propaganda era in grado di far credere alla gente qualsiasi cosa il regime volesse. 

Come dirà il Presidente del Reichstag, Hermann Goering al Tribunale di Norimberga al momento del processo che lo incriminò: "Le persone possono sempre essere portate agli ordini dei leader. Tutto quello che devi fare è dire loro che sono stati attaccati, denunciando i pacifisti per la mancanza di patriottismo e perché espongono il paese al pericolo. Funziona allo stesso modo in tutti i Paesi".

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Fact-Checking di Facebook contro le Notizie Bufala



Dall'attività in collaborazione con Pagella Politica, 
che segnalerà se una storia viene giudicata falsa
 o parzialmente falsa, al decalogo contro la disinformazione in collaborazione 
con Fondazione Mondo Digitale

Facebook ci riprova, o almeno così sostiene, e annuncia in Italia una serie di iniziative volte a aiutare le persone a prendere decisioni più consapevoli su cosa leggere e condividere sulla sua piattaforma. Malgrado altrove non pare abbiano poi funzionato così bene. “La tutela della sicurezza dell’informazione e la lotta contro le notizie false sono prioritarie per Facebook”, 
sostiene il social network.

In dettaglio partirà l’Attività di Fact-Checking in collaborazione con Pagella Politica, firmataria dei Poynter International Fact Checking Principles. A partire dalla prossima settimana, Pagella Politica rivedrà e valuterà l’accuratezza delle storie presenti su Facebook. Se una storia verrà giudicata falsa o parzialmente falsa, Facebook mostrerà, per dare più contesto, nella sezione sottostante, l’analisi scritta dal fact-checker, e la storia potrà comparire più in basso nel News Feed. Inoltre, le persone riceveranno una notifica se una storia che hanno condiviso è stata giudicata falsa.

Ci sarà anche uno "Strumento educativo" contro la disinformazione in collaborazione con Fondazione Mondo Digitale, anche questo già provato altrove. Attraverso 10 suggerimenti, le persone verranno aiutate ad individuare le notizie false e a prendere decisioni dentro e fuori Facebook. Questo decalogo sarà disponibile da oggi su Facebook nella parte alta del News Feed e verrà anche pubblicato, dal 5 all’11 febbraio, su alcuni dei principali quotidiani italiani.

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lunedì 29 gennaio 2018

SILVIO BERLUSCONI Abolisce la Tassa che NON c'è


ABOLIRE LA TASSA CHE NON C’E’: 
SILVIO BERLUSCONI E LA PSICO-POLITICA

Quando due giorni fa Berlusconi ha detto “aboliremo le tasse sulla prima casa e quella di successione” io mi sono preoccupata. Hanno rimesso l’Imu e non me ne sono accorta, ho pensato. Non l’ho pagata. Ora mi arriverà un’altra cartella Equitalia, e ancora devo saldare quelle vecchie.

La certezza di essere in difetto era peraltro confermata dai titoli dei giornali, che il pezzo mica l’avevano titolato: “Gaffe di Silvio, promette di cancellare un’imposta che non c’è”. Nossignori, presentavano la frase così, come la leggete qui. Nuda e cruda e senza commenti. Ho avuto bisogno di Google per tranquillizzarmi. Nessuno ha rimesso l’Imu, la tassa sulla casa non c’è e quindi non può essere abolita. E’ rimasto qualcosa da pagare solo ai proprietari di castelli, grandi ville e attici a Piazza Navona, ma forse dire in un comizio “aboliremo la tassa sui castelli” non faceva lo stesso effetto, non andava bene.

L' EX Cavaliere comunque stupisce sempre per la sua capacità di portare avanti la comunicazione politica, che a questo punto sarebbe il caso di rinominare “psico-politica”. Le promesse impossibili (pensioni per tutti a sessant’anni, milione di posti di lavoro, dentiere gratis, più forti in Europa, Pil al 3 per cento, spending review pugnal fra i denti, case ai terremotati in due mesi) ormai le sanno fare tutti e le fanno tutti. Il programma distopico – cioè fondato sulla costruzione letteraria di una realtà d’invenzione massimamente angosciante – non lo aveva mai fatto nessuno. Liberare gli schiavi, ad esempio, potrebbe essere un significativo upgrade: è una battaglia molto popolare, Lincoln ci ha costruito le sue fortune, perché no? O anche diritto di voto alle donne, assistenza sanitaria per tutti, scuola gratis, perché non riproporle? Sono messaggi di provata efficacia, che per secoli hanno scaldato i cuori e costruito successi politici: basta immaginare un mondo feroce dove esistono ancora i servi della gleba oltreché l’Imu e giurare di ribaltarlo. I giornali titoleranno: “Berlusconi: aboliremo il vassallaggio”. Gli italiani annuiranno. Qualcuno si chiederà «Ma c’è ancora?», poi però dovrà limitarsi a scriverlo qui su  Fb, e amen.

L’altra ipotesi, se non si accetta la suggestiva opzione psico-politica, è che Silvio abbia detto quella frase semplicemente perché dei programmi e di tutto il relativo ambaradan se ne frega. Tira fuori quelli di cinque anni fa, tanto è uguale. Il programma è lui, è la sua faccia, tutto il resto è solo perdita di tempo. Forse ha pure ragione. Nella società della turbo-informazione i dettagli sfuggono, la memoria del pesce rosso prevale, e la politica – non solo quella berlusconiana – appare destinata a spingersi oltre le fake news: non più la costruzione e l’uso di notizie false per demolire avversari o alimentare paure politicamente fruttuose, ma l’invenzione tout-court di suggestioni ad alto contenuto emozionale e inesistente contenuto reale. La vecchia modalità avrebbe attribuito agli avversari l’intenzione di reintrodurre l’Imu, e ci avrebbe poi costruito sopra la sua propaganda. Adesso si salta un passaggio, non c’è più bisogno nemmeno di costruire la bufala.

Dice: ma perché il Corriere, Repubblica, La Stampa, a quella frase non sono sobbalzati? Perché in Italia i grandi media non sobbalzano più da un pezzo, se sobbalzassero – almeno ogni tanto – a nessuno verrebbe in mente di fare queste cose per paura delle conseguenze. I grandi media ormai registrano la politica alla stessa stregua della moda, del cinema, delle novità letterarie, come un circo da raccontare senza eccessivo impegno e comunque lasciando la parola ai diretti interessati: Tizio propone il ritorno della minigonna; Caio rilancia il no alla tassa di successione. Dice: ma non va bene, così si impoverisce la democrazia. Ma certo, e però cerchiamo di non essere ingenui: il processo è di vecchia data, ha già portato circa metà del corpo elettorale a disertare ogni forma di appuntamento elettorale, dai sindaci all’Europarlamento. I sondaggi dicono che alle prossime politiche 18 milioni di italiani non voteranno. Forse è un po’ tardi per gridare “al lupo”. Qui lo facciamo perchè siamo scrupolosi e il lupo lo vediamo bene da molto tempo.

Ps. Anche la tassa di successione tra parenti di primo grado è stata abolita per cifre fino al milione di euro. Insomma, le persone con un patrimonio “normale” non la pagano dal 2006. Sotto i 100mila euro non si deve nemmeno fare dichiarazione di successione.



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Silvio assediato dagli Esclusi nelle Liste Politiche



Silvio affaticato e assediato dagli esclusi. 
Salta l’intervista in tv con Annunziata

Quarantotto ore nel fortino in Brianza. Lo stress e la pressione degli aspiranti parlamentari (soprattutto quella degli esclusi) fanno rifugiare Silvio Berlusconi a Villa Giambelli a Rogoredo, la residenza della compagna Francesca Pascale ad appena dieci chilometri da Arcore. Una villa blindata, più difficilmente raggiungibile e soprattutto senza i centralini infuocati come mai dalle telefonate di chi non si rassegna a restare fuori dal Parlamento o supplica una candidatura sicura. È qui che il leader del centrodestra passa il fine settimana, saltando anche l’appuntamento in tv già fissato con Lucia Annunziata e la sua trasmissione domenicale su Rai 3

Troppe pressioni, con la fatica che rischia di prendere il sopravvento. Di qui la decisione di Berlusconi di non presentarsi a Roma, neppure negli studi tv dell’Annunziata, anche se la partecipazione alla trasmissione era stata da lui stesso sollecitata nelle scorse settimane (la sua presenza era già in predicato per domenica scorsa). Niente, né nell’uno né nell’altro caso, anche se i rapporti con la giornalista sono oggi assolutamente cordiali (nel 2006 Berlusconi in studio l’aveva contestata: «Lei ha dei pregiudizi nei miei confronti, per questo vado via. Dovrebbe provare un po’ di vergogna...», disse prima di abbandonare la trasmissione). Sabato sera verso le 20.30, invece, la telefonata amichevole per rinviare l’appuntamento. La motivazione: «Gli impegni per la stesura delle liste elettorali». Una scelta su cui probabilmente ha influito anche il desiderio di sfuggire all’assedio romano, dove gli aspiranti parlamentari non avrebbero perso l’occasione per nuove, sfiancanti richieste. Annunziata in trasmissione dice: «Berlusconi ci ha dato buca, ma lo perdoniamo perché ci sono le liste da chiudere e quindi lo aspettiamo nelle prossime settimane. D’altronde, se non ricevi buca da Berlusconi non sei nessuno».

Un ruolo nella decisione di dare forfait l’ha giocato, però, certamente anche la stanchezza. Dopo un’estate in cui Berlusconi si è rimesso in piena forma fisica (con ore di camminate, piscina, esercizi mirati in palestra e un’alimentazione equilibrata), non può permettersi di iniziare la campagna elettorale affaticato. Così venerdì sera è il suo medico di fiducia, Alberto Zangrillo, a consigliargli 48 ore di (relativo) riposo. Ed è subito dopo la visita medica che, secondo i ben informati, l’auto di Berlusconi avrebbe lasciato Arcore diretta verso la residenza della compagna Francesca Pascale, dove gli ammessi sono davvero pochi. Nel fine settimana i rapporti telefonici con Roma sono lasciati a Licia Ronzulli, in collegamento perenne con piazza di San Lorenzo in Lucina, la sede di Forza Italia, e i fedelissimi Niccolò Ghedini, Sestino Giacomoni, Paolo Romani e Renato Brunetta.

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Salvini Ricandida Bossi



Salvini Ricandida Bossi
 (ANCHE CON L' APPROPRIAZIONE INDEBITA
 DEI SOLDI DEL PARTITO) :


 promette dazi e sforamento 3%

Umberto Bossi ce l'ha fatta: il fondatore della Lega è stato candidato a Varese. A renderlo noto, oggi, è stato Matteo Salvini, che ha deciso di dare ancora spazio all'anziano leader. La candidatura di Bossi non era scontata dopo le dure critiche che da mesi il senatur riserva alla linea politica nazionale impressa da Salvini. Ma il segretario, alla fine, ha deciso di non allargare la frattura. «Bossi c'è, Maroni ha fatto un grande lavoro e continuerà a darci una mano. Altri hanno scelto la poltrona rispetto alla comunità, liberi di farlo. Bossi è candidato a Varese», ha annunciato oggi il leader del Carroccio nel faccia a faccia di Giovanni Minoli su La 7.

Sciolto il nodo del posto in lista per Bossi, Salvini è tornato a concentrarsi sulla campagna elettorale con la sua dose giornaliera di fendenti. Il leader leghista è tornato a dire come sia necessario abolire il vincolo del 3% imposto dall'Ue perché «ha portato in Italia fame e povertà». «Se vado al governo - ha aggiunto - ho il dovere di tutelare la mia gente superando questo vincolo. Per 20 anni ci hanno detto che bisognava tagliare, tagliare e sacrificare e il debito è cresciuto a dismisura. Bisogna fare il contrario, lasciare che la gente lavori, che spenda e che paghi». Salvini ha anche affermato di essere pronto a «mettere i dazi come Trump» pur di difendere i lavoratori e gli imprenditori italiani. «Vuoi licenziare in Italia, produrre sottocosto all'estero e rivendere in Italia? - ha chiesto retoricamente - Allora paghi il 50% di tasse in più». Immediate le reazioni. Al leader della Lega va «il premio per la proposta più fessa e irrealizzabile», ha replicato il ministro dello Sviluppo Carlo Calenda. «Tre anni a Bruxelles a 20mila euro al mese in Commissione Commercio e non sa che i dazi li può mettere solo la Ue e che l'Italia ha un surplus superiore a 50 miliardi mentre gli Usa un deficit di 500».

Quindi, secondo Calenda, l'«obiettivo è distruggere il Made in Italy». Sulla linea del ministro Calenda, anche il segretario del Pd Matteo Renzi: «Se metti i dazi quelli che perdono i posti di lavoro, quelli che vanno a casa, sono quelli che fanno export. Possiamo creare posti di lavori aprendoci, non chiudendoci». Salvini, dal canto suo, ha aggiunto che «se devo scegliere all'interno del partito Popolare Europeo, scelgo il modello austriaco o il modello ungherese che difende il lavoro. Il premier Orban difende i confini, difende le banche, difende la moneta e blocca l'immigrazioni. Se devo scegliere un paese ben governato scelgo quello». Poi ha confermato la sua ammirazione nei confronti del presidente degli Usa, Donald Trump: «Sta mantenendo tutto quello che aveva promesso in campagna elettorale. Ha vinto le elezioni dicendo prima l'America e difende le aziende e gli operai americani. Anzi, averne di Trump». Infine, alla domanda se sia meglio Trump o Putin, ha risposto: «Entrambi, perché difendono la loro gente. Le sanzioni alla Russia hanno danneggiato l'Italia per 6 miliardi».

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sabato 27 gennaio 2018

Perchè Volere Bene a Laura Boldrini



Quattro buone ragioni per volere bene a Laura Boldrini
La presidentessa della Camera è oggetto di attacchi quotidiani feroci, denigratorii, perseveranti. 

La Boldrini ha passato 20 anni nelle organizzazioni umanitarie internazionali, prima alla Fao e poi 
all’Unhcr, l’Alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite. Cosa sipuò rinfacciare a una donna che, quando si insediò a Montecitorio e pronunciò la frase sulla lotta alla mafia, ci mise così tanta enfasi da rianimare le speranze di tutte le persone di buona fede? Si può pensare male di una donna, la terza dopo Irene Pivetti e Nilde Iotti a ricoprire la terza carica dello Stato, che parla in modo semplice, mai in politichese, apparentemente sempre col cuore in mano? Si può provare antipatia o reticenza verso una signora che restituisce un po’ di dignità a tutte quelle donne, per anni messe in imbarazzo da quella che è stata definita la “mignottocrazia” di Silvio ? 
Impossibile! Eppure è così per la miriade di senza neuroni contenti anche di rispondere alle sollecitazioni dei Grillo che chiede “cosa farebbero se si trovassero 
con lei in macchina”. E il Leghista Matteo che la Paragona ad una Bambola Gonfiabile. Contenti anche di appoggiare l’iniziativa dei leghisti volta a
 bruciare in piazza una figura della Presidente della Camera! 
POVERA ITALIA

Quattro buone ragioni per volere bene a Laura Boldrini: Perché è donna. E’ preparata. Non è una 
“politica”. Non ha un partito. Non tace.
La presidentessa della Camera è oggetto di attacchi quotidiani feroci, denigratorii, perseveranti. 

Quattro spunti di riflessione sul caso Boldrini

Laura Boldrini ha praticato solidarietà e l’ha fatto guadagnandosi la stima di molti (tra le persone, non tra gli infami - ndr). In un Parlamento zeppo di giovanotti di buone intenzioni passati dal baretto sotto casa al Parlamento lei ha una storia lavorativa, familiare e personale che non ha bisogno di accreditarsi con la politica. La Boldrini, per intendersi, è una che in politica ha solo da perderci: fosse rimasta dov’era sarebbe probabilmente una voce importante per leggere questo nostro triste tempo. Alla presidenza della Camera si prende tutti i giorni una vagonata di “si faccia i cazzi suoi”. Funziona così da noi in una Italia piena zeppa di idioti.

Personalmente me ne sono accorto per caso, scorrendo la rassegna stampa quotidiana e provando a 
buttare l’occhio su quei giornali (sono principalmente due o tre, quelli riconoscibili per il cattivo alito giornalistico nei titoli urlati e nel razzismo servile strisciante) che l’attaccano nei titoli, nei catenacci e tra le righe degli editoriali: Laura Boldrini è diventata senza che ce ne accorgessimo il bidone dell’umido del bullismo internettiano-giornalistico di un manipolo di vigliacchi che la usano come palestra della propria malcelata vigliaccheria che digrigna e io, me ne scuso, me ne sono accorto troppo tardi e troppo poco.
Ma andiamo con ordine, perché nel fango quotidiano riservato a Laura Boldrini ci sono dentro tutti gli ingredienti di un’epoca: a nessun rappresentante politico (io mi ci sveglio tutte le mattine, sulle rassegne stampa) subisce un trattamento così offensivo, feroce, denigratorio e perseverante come lei. Né i politici più in vista (parlo degli ex presidenti del consiglio come Matteo Renzi o dei potenziali leader nazionali come Beppe Grillo) e nemmeno i politici più incendiari 
(metti un Salvini, un Berlusconi dei tempi d’oro o uno a caso dei nostri politici 
che hanno bisogno di appiccare fuochi per accreditarsi come pompieri) 
sembrano meritarsi la stessa potenza di fuoco che viene caricata per la Presidentessa della Camera. 

Ma perché? Me lo sono chiesto per giorni, prima ancora che la Boldrini lanciasse l’iniziativa con cui 
annuncia di avere esaurito la pazienza e di volere prendere provvedimenti contro il profluvio di becere offese che le vengono rovesciate addosso. Già, mi sono chiesto, perché?
Perché è donna. E preparata. E il deserto culturale di questo tempo che partorisce bulli non sopporta 
l’idea che una donna decida di non “accompagnare” un’idea ma abbia lo spessore di intestarsela: Laura Boldrini (che si sia d’accordo o meno con ciò che dice e ciò che pensa) ha un’identità personale, prima ancora che politica, che la rende riconoscibile durante tutta la sua carriera parlamentare indipendentemente dai governi, dalle disperazioni, dagli allarmi che fanno moda e dai calcoli elettorali. È sempre lei. Coerente. In un momento (e in un Parlamento) in cui la coerenza è vissuta come un gravissimo pericolo: il coerente non svende le proprie idee e qui, dove l’essere corruttibile è il prerequisito fondamentale per essere ben accetto come classe dirigente, il coerente è un fastidiosissimo ostacolo al pensiero dominante. Ma soprattutto è donna: esiste un muscolo più forte della coerenza? No. Siamo un Paese che può accettare la “sconfitta” (anche solo nella lealtà morale) da parte di una donna? No. E infatti, se avete lo stomaco di leggerle, le offese alla Boldrini puntano tutte sulla sua femminilità e spesso sui suoi organi genitali: il maschilismo più bieco (quello che sfiora il machismo più patetico, per intendersi) si scandalizza anche solo per un suffisso che finisca per -a perché ha bisogno di essere rassicurato dai propri pregiudizi (e dalla sintassi). In pratica siamo di fronte a poppanti che hanno il proprio pene in sostituzione del dito come rifugio delle proprie fragilità. E rispondono con quello.

Poi non è una “politica”. Intendiamoci: da queste parti la professionalità politica non è certo un disonore (benché qualcuno giochi all’antipolitica per un pugno di voti intrisi di bile): il professionismo politico (nel senso costituzionale del “professare i propri valori” nella politica) è qualcosa di cui avremo un gran bisogno. Il fatto è che Laura Boldrini ha già dimostrato di essere capace e meritevole senza bisogno di stare seduta sullo scranno alto della Camera dei Deputati: Laura Boldrini ha praticato solidarietà e l’ha fatto guadagnandosi la stima di molti. In un Parlamento zeppo di giovanotti di buone intenzioni passati dal baretto sotto casa al Parlamento lei ha una storia lavorativa, familiare e personale che non ha bisogno di accreditarsi con la politica. La Boldrini, per intendersi, è una che in politica ha solo da perderci: fosse rimasta dov’era sarebbe probabilmente una voce importante per leggere questo nostro triste tempo. Alla presidenza della Camera si prende tutti i giorni una vagonata di “si faccia i cazzi suoi”. 

Funziona così da noi: c’è gente che legge Trilussa ma smette appena scopre che è stato un Senatore a vita, del resto.Non ha un partito. E in tempi di servitù esibita e conclamata essere “liberi” significa essere soli. A destra la attaccano perché così non disturbano comunque la “sinistra” al governo, convinti di mettersi (vigliaccamente) contro una persona senza innervosire un’intera comunità mentre dalle parti di una certa sinistra la difendono poco sperando che il giochetto la usuri e la possa mettere fuori gioco. La Boldrini è una ONG a forma di parlamentare: mette d’accordo una grosse koalition che tiene insieme leghisti, grillini, rossobruni e piddini tendenti a destra. La Boldrini si può usare nei tanti discorsi del “non sono razzista ma la Boldrini…” La bava, di fondo, è sempre quella.

Non tace. No, non tace. Non perde le staffe, non fa finta di niente e nemmeno si ammorbidisce. Forse è vero che un milione di querele non sarà LA soluzione ma decidere di prendersi la briga di affidarsi alla legge per richiamare i vigliacchetti commentatori alle proprie responsabilità è il gesto estremo di una situazione diventata estrema da un bel pezzo. La stragrande maggioranza degli odiatori seriali (mica solo sui social, anche su qualche giornalaccio della destra) è pronta a smutandarsi di fronte a una querela. Sono così: forti con i deboli e deboli con i forti. Codardi per definizione. Di fronte alla lettera di un avvocato si umiliano alla ricerca del perdono senza rendersi conto che l’umiliazione vera sta nel loro odio. Ed è una buona lezione. Una lezione giusta. Sì, giusta.
Io, da cittadino e lavoratore che con le parole ci ha a che fare tutti i giorni, alla Boldrini voglio bene. Nel senso che voglio il suo bene: credo che sia urgente che lei possa avere il diritto di esercitare le proprie idee e il proprio ruolo senza l'augurio di stupri, morte, lutti personali e senza che venga ricoperta di puttana, troia, baldracca. Perché? Davvero, c’è bisogno di scriverlo il perché?

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Con la Flat Tax Conti Pubblici a Rischio



Le proposte di flat tax di Forza Italia e Lega darebbero un gettito nettamente inferiore a quello attuale dell’Irpef, anche con un ottimistico recupero totale dell’evasione. A beneficiare del risparmio di imposta sarebbero soprattutto i redditi più alti.

Due ipotesi di flat tax

In questi primi scampoli di campagna elettorale sono emerse nelle piattaforme del centrodestra due proposte di riforma dell’imposta personale sul reddito di tipo flat tax, cioè con aliquota unica.

La Lega Nord propone uno schema con aliquota unica al 15 per cento da applicarsi alla base imponibile familiare, con deduzione di 3 mila euro per componente. La formula è quindi Irpef = 0.15*(reddito familiare – 3000* numero componenti). È prevista una clausola di salvaguardia che evita che qualcuno debba pagare più di quanto versa oggi, a parità di reddito. Nel 2015 la Lega Nord ha presentato un disegno di legge che contiene una proposta leggermente diversa con deduzione decrescente per redditi medio-alti.

Forza Italia non ha ancora ufficializzato una proposta organica, tuttavia il suo leader ha dichiarato l’intenzione di istituire una flat tax con aliquota del 23 per cento e deduzione concessa a tutti di 12 mila euro. Sembra di capire che la base imponibile sia individuale e non familiare come la proposta della Lega Nord esplicitamente prevede. 
La formula è quindi Irpef = 0.23*(reddito individuale – 12000).

Ora, utilizzando il dataset Silc 2015, un campione rappresentativo delle famiglie italiane su cui si sono applicate le regole di calcolo dell’imposta sul reddito, stimiamo costi ed effetti distributivi delle due proposte di Lega e Forza Italia.

I calcoli sul gettito

La proposta della Lega Nord produrrebbe un gettito di 94 miliardi all’anno 
(escludendo le addizionali regionali e comunali), 
con un calo di 58 miliardi rispetto a quello Irpef attuale.

Uno degli argomenti a favore dell’introduzione della flat tax con un’aliquota molto più bassa di quelle oggi in vigore sugli scaglioni più alti è che farebbe emergere base imponibile finora nascosta da evasione o elusione. La relazione annuale sull’evasione del ministero dell’Economia e Finanze  stima una perdita di gettito Irpef da evasione di circa 35 miliardi. Nell’ipotesi più rosea in cui si potessero recuperare tutti, mancherebbero ancora 23 miliardi. Anche ammettendo un eventuale effetto sulla crescita economica, con conseguente aumento di gettito, è molto improbabile che si arrivi a recuperarli. Questo equivale a un aumento della base imponibile Irpef del 25 per cento. A parità di base imponibile, per ottenere lo stesso gettito di oggi, l’aliquota unica dovrebbe salire al 35 per cento, sempre tenuto conto della clausola. Se invece non applicassimo la clausola, basterebbe il 24 per cento, ma molte famiglie povere pagherebbero più di ora. Con aliquota e deduzione proposte dalla Lega Nord, la crescita di base imponibile complessiva che garantirebbe un gettito pari a quello odierno dovrebbe essere del 45 per cento, una variazione impossibile nel giro di pochi anni.

La perdita di gettito è simile per la flat tax proposta da Forza Italia. Silvio Berlusconi parla spesso di imposta negativa alla Friedman, che oltre all’aliquota unica prevede un significativo trasferimento ai redditi bassi. Se poi consideriamo che la sua proposta di sussidio contro la povertà sembra costare attorno ai 30 miliardi all’anno, allora in totale il costo delle proposte di Forza Italia su Irpef e trasferimenti alle famiglie è di circa 90 miliardi all’anno.

Rispetto allo schema della Lega, in quello di Forza Italia la maggiore aliquota compensa la più alta deduzione. L’aliquota unica che manterrebbe costante il gettito sarebbe del 37 per cento. Invece, con aliquota e deduzione proposte da Forza Italia, servirebbe un incremento della base imponibile del 35 per cento per ottenere il gettito di oggi.

Gli effetti distributivi

Passando agli effetti distributivi, il grafico 1 mostra l’incidenza dell’Irpef sul reddito complessivo familiare, in migliaia di euro. È un confronto non del tutto corretto perché non è fatto a parità di gettito, quindi tutti sembrano guadagnare rispetto all’Irpef attuale, ma non si considera la perdita di servizi e trasferimenti derivante dal minor gettito. È comunque utile per mostrare il forte calo della progressività: l’aliquota media (asse verticale) crescerebbe molto più lentamente rispetto a oggi, soprattutto nel caso della Lega. La perdita di gettito si riflette quindi in una forte riduzione dell’incidenza. La flat tax di Forza Italia incide di meno sui redditi bassi a causa della maggiore deduzione e leggermente di più sugli alti grazie all’aliquota superiore.



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venerdì 26 gennaio 2018

La Flat Tax di Silvio



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Flat Tax: ecco come funzionerebbe l’aliquota unica per tutti
Come funzionerebbe esattamente e quali sarebbero le conseguenze per i contribuenti

La flat tax è un tipo di tassazione proporzionale, in base alla quale tutti i contribuenti tassano la base imponibile con la medesima percentuale e non con un'aliquota marginale crescente all'aumentare del reddito. Di fatto, se venisse introdotta la flat tax proposta prima dal leader della Lega Matteo Salvini, ora anche da quello di Forza Italia Silvio Berlusconi, alla base imponibile di ciascun contribuente verrebbe applicata un'aliquota fissa (es. 20%); sarebbe quindi sufficiente compilare un modello unico dal quale emerge quanto il contribuente è chiamato a versare, senza la necessità di dettagliare le spese deducibili e detraibili. Di conseguenza, gli operatori del settore fiscale e l'Amministrazione Finanziaria sarebbero sollevati dall'obbligo di verificare la correttezza di quanto dichiarato dal contribuente in termini 
di richieste di deduzioni e detrazioni.

OTTIMA SOLO PER I RICCHI


Un Pregiudicato in Doppiopetto Vola in Europa
 Incurante di Essere un EVASORE FISCALE CONCLAMATO
"L'INFERNO DI SILVIO"


“Inferno e paradiso sono qui, su questa terra, e i conti si pagano prima di congedarsi. L’inferno di Silvio Berlusconi sta divampando in tutta la sua ferocia in queste settimane di campagna elettorale. Visibilmente segnato dall’età sia nel corpo che nelle sue capacità intellettive, Berlusconi – cacciato dalle istituzioni per l’infamante condanna da evasore – è costretto alla sua età ad umiliarsi pubblicamente candidandosi lo stesso.

È talmente disperato che a 81 anni è costretto a fare campagna elettorale anche se ineleggibile, anche se interdetto dai pubblici uffici. Come un vecchio barbone rigettato dallo Stato che fuori dalla porta, in ginocchio, supplica di lasciarlo rientrare. Quale mortificazione peggiore per un uomo che lo Stato lo ha sempre disprezzato per raccattare voti ed ingannato evadendo milioni di Euro di tasse e scendendo a patti con la mafia, quale mortificazione peggiore per un ricco ultraottantenne che essere costretto a prostituirsi pubblicamente di nuovo per strappare un misero scranno che legalmente non gli spetta. Strategie per far pressioni su Strasburgo, ma la sostanza non cambia.

Questa patetica ricandidatura di Berlusconi è la tragica ammissione del devastante fallimento della sua vita. Berlusconi è entrato in politica nel 1994 per sfuggire ai processi e salvare le sue aziende, nel 2017 si trova nella stessa identica situazione. Un quarto di secolo buttato nel cesso. Decenni spesi a usare la politica a fini personali, milioni di Euro spesi in avvocati, decine di processi, miliardi di parole spese a vanvera e alla fine Berlusconi è punto e a capo, è costretto ad esporsi di nuovo alla sua età agli sputi e agli insulti di milioni di persone pur di riuscire a scappare dalla galera e proteggere Mediaset. Milioni di persone che da qui al 4 marzo gli ricorderanno fino alla noia i danni devastanti alla democrazia che ha compiuto e il disastro morale ed economico in cui ha ridotto l’Italia da Presidente. Milioni di persone che gli sbatteranno sotto il naso la verità.

Questa è la vera condanna infernale di Berlusconi. A 81 anni potrebbe rimanere a dormicchiare sul divano con le pantofole e lasciare che la demenza senile galoppante lo aiuti ad autoconvincersi di essere stato un grande statista ospitando di tanto in tanto qualche leccapiedi con cui sorseggiare una tisana e magari nipoti bramosi di una fetta di regno. Berlusconi potrebbe godersi gli ultimi anni lasciando che il marasma cerebrale coccoli il suo ego perverso. E invece no. Deve rispondere di aver corrotto delle mignotte dell’età dei suoi nipoti per mentire ai processi. Deve difendersi dalle accuse dei pentiti di mafia che lo indicano come mandante delle stragi del 1993.

Deve continuare a usare la politica per proteggere gli interessi della sua azienda ma soprattutto, Berlusconi deve reagire ad un Movimento di milioni di italiani, quello a 5 Stelle, che non ha nessuna intenzione di scendere a patti con lui come ha fatto il Pd, lo tratta apertamente per quello che è ed ha intenzione di risolvere finalmente l’abnorme conflitto di interessi con cui Berlusconi inquina da decenni l’Italia. Difficile immaginare inferno peggiore e più meritato.”

Berlusconi è costretto a far credere che aspetti la riabilitazione dalla Corte Europea che non può concederla neanche volendo. Sarebbe un precedente gravissimo di ingerenza tra Stati sovrani. Ma la pantomima serve a tutti. E serve a sorreggere sondaggi farlocchi che danno il partito sopra il 10%. 

Speriamo che sia l' Ultima volta che ti Vediamo Impallare tutti i Programmi Televisivi ed i Cartelli Pubblicitari nel Metrò con Scritto "ONESTO". Bisogna dire le falsità a ripetizione finché la gente ci crede. Maestro di cosa, pardon, di casa nostra è Berlusconi.




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Raffaele Bonanni da Sindacalista CISL alla Politica


Bonanni adesso fa il broker e FI lo candida
L’ex capo della Cisl – dal baffo e dallo stipendio d’oro – si fa vedere alle kermesse di Forza Italia in 
Abruzzo ed è pronto a tornare a Roma in Parlamento.

E torna, torna anche Raffaele Bonanni. Quasi fatta, quasi certo, quasi sicuro che l’ex segretario della 
Cisl oggi affermato broker assicurativo riesca a trovare una candidatura con Forza Italia nel suo 
Abruzzo. La foto dell’investitura lo immortala, il 20 dicembre scorso, al tavolo della presidenza della 
cena di gala di Forza Italia, accanto al coordinatore regionale del partito, Nazario Pagano.

È la cena di Natale, è il momento buono per fare gli auguri e riceverli. E infatti se l’anno precedente solo in 120 avevano ritenuto di aderire, questa volta, scrutata l’aria, in tanti hanno fatto festa e reso 
omaggio. Ben più di 450 bombastiche personalità abruzzesi, secondo il report del sempre bene 
informato blog Maperò, hanno riempito il salone dell’albergo che ospitava la kermesse.

CRAVATTA e giacca i signori, vestito da matrimonio per le signore. Piccole imprese, Confindustria, 
sindacato, notai, carrozzieri d’alto bordo, avvocati, commercialisti: tutti convenuti. E lui, Bonanni, al 
centro. A vedere e farsi vedere. Da allora la candidatura è splendidamente avanzata, e il galoppo è 
stato così impetuoso che oggi appare in dirittura d’arrivo. 
Il timbro finale lo siglerà l'ex Cavaliere di Arcore. 
La voglia è tanta, la riconoscenza pure.
Tutto torna in Italia e il passato più di ogni altra cosa. Lui, stazza fieramente e apparentemente 
marsicana, in realtà nativo di Bomba, tra le montagne chietine, classe di ferro 1949, è stato il baffo d’oro Cisl, il sindacalista manager, l’amministratore delegato delle trattative e del negoziato. E infatti nel 2014 aveva salutato l’alto impiego, ricoperto tra un agio retributivo all’altezza del compito, con la più strabiliante delle buste paga: 336mila euro l’anno.

“Ma è meglio di Barack Obama!”, avevano scritto i giornali riepilogando sia la carriera sia gli scatti 
d’anzianità. Anzi, soprattutto gli scatti: nel 2006 partiva da un lordo di 118,186 euro mensili che anno dopo anno, e grazie a fantastiche rivalutazioni, giunse e infine sopravanzò la soglia Obama. Bonanni, 
assai sorpreso per lo stupore che aveva colto l’opinione pubblica e dispiaciuto per il dispiacere arrecato ai suoi predecessori (un memorabile Savino Pezzotta: “Quasi mi vergogno, il mio ultimo stipendio da segretario è stato di 3.183 euro”) scelse il ritorno in patria, dove è rinato. Non prima di aver puntualizzato che dopo 47 anni di contributi la sua pensione (lorda di 8.583 euro mensili, netta di 5.122 euro) fosse addirittura inferiore di un qualunque giornalista caporedattore.

Di fatto, un caso tra i pochi che si contano e quindi da re- gistrare, Bonanni, grazie all’anagrafe e anche a un po’ al suo ottimo fiuto, è riuscito a dribblare quasi del tutto la riforma Dini che instaurava il regime contributivo che la legge Fornero. Questo effettivamente si chiama talento.

Ma oggi a Pescara e a L’Aquila è conosciuto come il mister della più grande società di brokeraggio 
assicurativo italiano, la Mediass Spa con un portafoglio di 70 milioni di euro e il cuore che batte forte tra l’Adriatico e la Marsica.

Il presidente Bonanni guida una società capace, giovane (35 anni l’età media), aggressiva, piena di ri- sorse e di idee. Una squadra che partecipa alle gare private e a quelle pubbliche e parecchie le vince 
nell’amato Abruzzo, con una ultima significativa e supponiamo meritata espansione al nord (Lombardia) e al Sud (Sicilia). Raffaele Bonanni gli ha dato quello scatto in più, quella forza in più che forse serviva a una compagine vogliosa di farsi valere. Luciano D’Alfonso, il presidente della Regione, lo ricomprende tra le “intelligenze straordinarie” che l’Italia può vantare e non capisce perché Roma finora l’abbia così snobbato.

SUL VERSANTE OPPOSTO l’allora segretario regionale di Rifondazione comunista Maurizio Acerbo non capiva – in una telefonata intercettata dalla Digos per indagini che riguardavano altre persone e altri fatti – come Mediass monopolizzasse il settore pubblico: “43 dei 46 comuni della provincia di Pescara hanno stipulato contratti con Mediass. Com’è possibile che non ci sia nessun concorrente?”. Anni passati, perché la realtà dimostra il contrario. Un concorrente negli ultimi tempi è sbucato, ed è Assiteca, broker rappresentato da Fabio Cataldi, marito di Federica Chiavaroli, sottosegretaria alla Giustizia, eletta con Forza Italia poi passata a dar manforte ad Angelino Alfano e oggi vattelappesca con chi.

Comunque la notizia è il possibile ritorno di Bonanni in Parlamento. Se accadrà, vestirà i panni di Forza Italia, e pure questa è una no- vità. Resterà come sempre al centro del centro della politica, come ci ha abituato negli anni e se potrà, Berlusconi permettendo, porterà al centrodestra quel refolo di aria nuova, quel pizzico di sapienza in più e – sarà consentito? – anche di competenza che non guasta.INFATTI Bonanni, che aderisce – e lo riferiamo en passant – al cammino neocatecumenale della Chiesa, infatti e sempre grazie alla nuova vita d’Abruzzo, 
è anche docente di Diritto del lavoro all’Università Mercatorum.


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Razzi contro Di Maio



Razzi contro Di Maio: «Parlassi l’italiano come lui mi vergognerei»

Antonio Razzi contro Luigi Di Maio sull’uso corretto della grammatica. Alla domanda durante 

un’intervista a Radio Padova se la mancata ricandidatura dell’esponente di Forza Italia sia dovuta 

anche alla fatica a coniugare correttamente i verbi, Razzi controbatte: «Non sono l’ultimo della 

classe  spiega - sa quante ne sento io di fregnacce, da certi professori, 

ed anche dai Cinque stelle che ce ne 

sono parecchi qui al Senato, che poi si mettono a ridere tutti. Almeno io sono andato a lavorare da 

bambino perché avevo altre sorelle a cui dare da mangiare, anche se a me mi piaceva studiare. Ma in 

compenso conosco tre o quattro lingue». «Mi vergognerei - rincara riferendosi a Di Maio del 

Movimento 5 stelle - a voler fare il leader del Paese, 

quando sa l’italiano peggio di me. Almeno io ho fatto 41 anni di 

lavoro in Svizzera, quello quando cazzo ha lavorato?». Sulla sua esclusione dalle liste il senatore non 

nasconde la delusione. «Nella vita io ho imparato l’educazione, 

anzi i miei genitori che non ci sono più 

mi hanno imparato sempre il rispetto. Io quando non voglio dire una cosa a uno, gli vado

 personalmente e gli dico: guarda mi dispiace questo non si può fare - sottolinea -. 

Mi piacerebbe sapere il motivo, come 

mi hanno chiesto il voto nel 2010 potevano dire guarda che adesso non ti possiamo ricandidare per 

tanti motivi». Alla domanda se abbia parlato con Silvio Berlusconi o con Niccolò Ghedini, Razzi 

aggiunge: «ho il telefono, lo chiamo, ma non te lo passano e quindi è inutile che lo chiamo. 

Ho lavorato così bene che mi sentivo orgoglioso di fare ancora una legislatura». 

QUESTO è UN RUBASTIPENDIO IGNORANTONE


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mercoledì 24 gennaio 2018

Elezioni 2018 : Di Maio M5s sceglie la Lega



«Dobbiamo essere pronti a tutto e so che per noi sarebbe più facile allearci con Liberi e Uguali ma li avete visti i sondaggi? Li danno al 6%». Luigi Di Maio è sommerso di percentuali. Le studia assieme al suo staff ristretto, nella sede del comitato elettorale e mentre dà gli ultimi ritocchi alle liste per gli uninominali, ragiona di scenari post-elettorali. Previsioni e speranze si mescolano nei suoi ragionamenti: se il M5S andrà bene, prenderà il 30%-32%, «la convergenza di Leu non basterebbe, perché serve il 40% per avere una maggioranza».

Non resta che la prospettiva più praticabile, agli occhi del M5S: l’intesa con la Lega Nord, sul modello di Alexis Tsipras che per formare un governo in Grecia si è alleato alla destra di Anel. «Sono i numeri che ci costringono». E certo è diverso che sentire quasi contemporaneamente Beppe Grillo, mentre annuncia la separazione del suo blog dal M5S, dire che «anche quando sai che non ci sono i numeri, sai che è un’impresa impossibile, riuscire ad andare avanti è essere coraggiosi». Ma in fondo Grillo è uno che dice di voler andare «in cerca di visioni e di folli, di quell’utopia che ti porta ad andare avanti». È quello che era il M5S prima che Di Maio lo portasse nell’età adulta della politica, dove invece per andare avanti i numeri servono eccome. L’asse con la Lega non è proprio la proposta che i parlamentari del M5S si attendono, più propensi a guardare a sinistra che ai sovranisti di Matteo Salvini. Ma Di Maio garantisce che sarebbe un patto di breve durata, «un governo di scopo per realizzare pochi punti importanti per l’Italia». A un mese e mezzo dalle elezioni, i sondaggi hanno convinto i 5 Stelle che al Nord è difficile scalfire il dominio leghista. A Sud la situazione è il contrario: «Sarà un boom, soprattutto in Sardegna e in Sicilia. Lo capisco anche da quanto ci cercano gli imprenditori».

Ma perché la Lega dovrebbe accettare di votare la fiducia al M5S? E perché, soprattutto, dovrebbe farlo se il centrodestra unito avrà una maggioranza autonoma? Di Maio ha un paio di argomenti con cui persuadere Salvini, e ruotano attorno al complicato rapporto con Silvio Berlusconi. Com’è noto l’accordo tra il presidente di Forza Italia e Salvini prevede che il partito della coalizione che prenderà più voti esprimerà il premier. Prima ipotesi: «Se Berlusconi arriva primo non darà molto spazio a Salvini» sostiene Di Maio con i suoi. Altra ipotesi, la Lega arriva prima: «Berlusconi metterà il veto su Salvini premier, magari usando il suo amico Roberto Maroni, per spaccare la Lega». Risultato: sarebbe negli interessi del leader leghista cercare un ’intesa con il M5S, «piuttosto che con un Berlusconi che va in Europa a dare rassicurazioni sulla subalternità dell’alleato nel futuro governo». L’ultima prova è la lite sullo sforamento del 3% del rapporto Debito/Pil. Di Maio sa che nella sfida all’Europa potrebbe più facilmente trovare un spalla in lui che in Berlusconi, anche se il leader 5 Stelle sta accentuando il proprio profilo europeista proprio per rassicurare Bruxelles in vista di un eventuale accordo con Salvini.

Ma basta guardare i venti punti del programma grillino per intuire quanto sia stato costruito in modo da attirare le convergenze di partiti tra loro agli antipodi. Sull’economia, però, al netto del reddito di cittadinanza, la genericità delle misure delineate aiuta a renderle appetibili per la Lega: la riduzione delle aliquote Irpef (non si dice come e quanto) potrebbe benissimo amalgamarsi con la flat tax che propongono i leghisti. «La manovra choc per le piccole e medie imprese» e «la riduzione drastica dell’Irap» non vogliono dire nulla senza cifre, ma fanno gola allo stesso elettorato della Lega. Poi la no-tax area, le 10 mila assunzioni nelle forze dell’ordine, una politica più muscolare su sicurezza e migranti («stop al business dell’immigrazione»), la cancellazione della Fornero sulle pensioni, e in politica estera i rapporti da ricostruire con Vladimir Putin: c’è tanto da offrire ai leghisti in cambio di un sostegno in Parlamento. Ma a una condizione, sulla quale Di Maio non arretrerà: 
«Il presidente Mattarella dovrà dare a noi l’incarico».


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