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mercoledì 28 marzo 2018

Radio Padania Libera Fallita


Radio Padania Libera è l'emittente radiofonica della Lega Nord. 
Nata nel 1976 come Radio Varese, nel 1990 venne acquistata dal partito guidato da Umberto Bossi, 
la Lega Lombarda, per poi assumere l'attuale denominazione nel 1997.

Radio Padania Libera è stata al centro di polemiche a seguito di alcuni interventi legislativi. La Legge 28 dicembre 2001, n. 448, articolo 74 ha previsto agevolazioni e contributi per le emittenti con concessione comunitaria in ambito nazionale: le uniche a rispondere ai requisiti sono Radio Maria e Radio Padania Libera. L'articolo 74 ha previsto l'autorizzazione definitiva all'utilizzo gratuito di frequenze libere dello spettro elettromagnetico con un meccanismo di silenzio assenso, perfezionatosi allo scadere dei 90 giorni dall'utilizzazione della frequenza.
Inoltre, la stessa legge finanziaria ha stanziato un milione di euro per il potenziamento e l'aggiornamento tecnologico delle emittenti radiofoniche nazionali a carattere comunitario: anche di questa norma hanno beneficiato le sole due emittenti in possesso dei requisiti.

Il 14 giugno 2010, in occasione del debutto della Nazionale di calcio dell'Italia ai campionati mondiali di Sudafrica 2010, Radio Padania Libera trasmette la radiocronaca della partita esultando al goal di Alcaraz, avversario paraguayano di turno, generando l'indignazione stizzita del CT italiano Marcello Lippi e dei calciatori azzurri partecipanti alla competizione in terra sudafricana.

Fallita.
Dopo la vendita delle frequenze (nel maggio del 2017) la radio ha licenziato molti giornalisti che lavoravano all'emittente , che prontamente, sono stati tutti assunti dalla regione Lombardia presieduta da Roberto Maroni (Lega Nord).
Analoga sorte era toccata anche ai giornalisti del quotidiano
 "La Padania" e di Tele Padania.




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Padania il Giornale



la Padania è stato un quotidiano politico, organo ufficiale della Lega Nord, 
fondato nel 1997 e chiuso nel 2014.

Periodicità quotidiano
Genere quotidiano politico
Formato tabloid
Fondatore Lega Nord
Fondazione 8 gennaio 1997
Chiusura 30 novembre 2014
Sede Via Bellerio, 41 - 20161 Milano
Editore Editoriale Nord S.c.a.r.l.

Direttore Aurora Lussana

Fondazione
Fu il segretario federale della Lega Nord, Umberto Bossi, a voler fondare, nel 1996, un quotidiano politico per diffondere le idee del partito; fino ad allora l'unica pubblicazione ufficiale leghista era il periodico Lombardia Autonomista, organo della Lega Lombarda nato nel 1990 a Varese.


Testata della Padania dal 2001 al 2012.
Fondata in un periodo in cui il movimento leghista faceva la scelta secessionista, la testata prese il nome dal nuovo stato che il partito voleva e vuole fondare. I primi "numeri zero" del giornale uscirono durante le manifestazioni del settembre 1996. L'uscita effettiva e regolare nelle edicole si ebbe a partire dall'8 gennaio 1997 sotto la direzione di Gianluca Marchi

Crisi del 2010
Pur venendo stampato ufficialmente in circa 60.000 copie, il quotidiano ebbe un calo di vendite e rimase in gran parte invenduto.[4] Nonostante i 4 milioni di euro annui incassati come contributo pubblico previsto dalla legge sull'editoria per i quotidiani ufficiali dei partiti, si calcola che le perdite ammontassero a circa un milione di euro l'anno.

Chiusura del 2014
La direzione di Aurora Lussana (iniziata nell'ottobre 2012) riportava il quotidiano in sintonia con gli elettori leghisti, ma ormai la gestione era diventata deficitaria. Il 2 dicembre 2013 il comitato di redazione proclamava una giornata di sciopero, il primo nella storia del quotidiano. I giornalisti decisero anche il ritiro delle firme per alcuni giorni.

L'8 novembre 2014 il comitato di redazione del giornale annunciava l'avvio della cassa integrazione per tutti i dipendenti dell'Editoriale Nord e conseguentemente, a partire dal 1º dicembre successivo, la fine della distribuzione del quotidiano in edicola e la chiusura del relativo sito web.

Anno Finanziamento
1997 3 398 684,00 €
1998 4 028 363,00 €
1999 4 028 363,00 €
2000 4 028 363,00 €
2001 4 028 363,00 €
2002 4 028 363,00 €
2003 4 028 363,80 €
2004 4 028 363,81 €
2005 4 028 363,81 €
2006 4 028 363,82 €
2007 4 028 363,82 €
2008 3 947 796,54 €
2009 3 896 339,15 €
2010 3 657 696,64 €
2011 2 682 304,80 €
2012 2 001 468,43 €
2013 1 358 494,01 €
Totale 61 226 422,00 €
ECCO QUANTO CI E' COSTATO
DI FINANZIAMENTO PUBBLICO


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Credieuronord: quando la Lega aveva una Banca


Vi ricordate quando la Lega voleva un suo istituto di credito? 
Vi ricordate che finì nei guai per problemi molto simili a quelli di Banca Etruria? 
E vi ricordate chi salvò la banca e perché? No? Ecco perché date ancora retta a Salvini!

Matteo Salvini è stato chiaro e netto: quello di Luigino D’Angelo è stato un «suicidio di Stato». E ancora:  “Che cacchio fanno tutto il giorno quelli della Banca d’Italia? Il governatore Visco dovrebbe pagare di tasca sua”. Giusto, giustissimo. Solo che c’è un problema: nella storia della Lega Nord ci sono una banca e una storia che andrebbero ricordate. La banca risponde al nome di Credieuronord. E la storia del suo salvataggio fa ancora più ridere.

Tutto comincia nel novembre del 2000, quando Umberto Bossi annucncia che la vecchia filiale dismessa della Cariplo di via Galilei, a Milano, sarà la sede di una nuova banca uguale a tutte le altre, se non per il fatto che l’ha progettata e fermamente voluta il Carroccio. L’ok della Banca d’Italia è arrivato dopo un anno di attesa, e via fax. Ad annunciarlo è lo stesso Bossi all’assemblea dei soci, riuniti al teatro San Babila di Milano. Un successo, per i militanti, subito accorsi ai banchetti per ritirare e firmare i moduli di sottoscrizione.

“Pazienza se ci è toccato mettere di mezzo l’euro – ha commentato Bossi davanti ai suoi – l’importante è che sarà una grande banca”. Che non avrà vita facile, ha aggiunto il leader della Lega Nord: “La Banca dei soci della Lega raccoglierà molti quattrini che saranno tolti ad altre banche e darà fastidio al sistema bancario tradizionale”.

Venti miliardi di lire il capitale sociale, che la Lega conta di far salire in breve tempo a 35. Umberto Bossi conta sui militanti, che presto saranno chiamati a sottoscrivere azioni e obbligazioni dell’istituto di credito la cui missione “sarà quella di sostenere lo sviluppo della Padania, 
non solo di guadagnare”.

Presidente sarà Francesco Arcucci, suo vice Gian Maria Galimberti, che hanno già sottoscritto un accordo con le Poste italiane che offriranno ai soci della banca la possibilità di versare sul conto corrente attraverso gli sportelli postali. Tra le facilitazioni una carta di credito padana e la possibilità di conoscere il saldo sul display del telefonino. Target: artigiani e piccole e medie imprese del Nord. (La Repubblica, 25 novembre 2000)

La banca raccoglie 3400 soci tra cui 400 veneti, si poteva entrare con 25 euro. La banca avrebbe dovuto servire tutto il nord ma alla fine soltanto tre sono gli sportelli a Milano, Brescia e Bergamo. Ma nel 2001 la banca è già in rosso e l’anno dopo necessita di una ricapitalizzazione. Dove sono finiti i soldi? Non ci crederete, ma la Credieuronord aveva lo stesso problema che ha oggi Banca Etruria: dava soldi allegramente a clienti che poi non rimborsavano i prestiti:

In sostanza, chi aveva una poltrona da difendere usò toni morbidi. Chi non ce l’aveva più, come Franca Equizi, puntò il dito accusatore sulla malagestione: «Come si fa a dare tutti quei soldi alla moglie di Franco Baresi?». Equizi parla della linea di credito accordata a Maura Lari, consorte dell’ex libero del Milan. «Eccedenze per oltre 1,5 milioni di euro», sottolinearono gli ispettori della Banca d’Italia (Corriere del Veneto,16 aprile 2010).

Racconta Francesco Arcucci, che della banca fu presidente: «In principio fu Gian Maria Galimberti. A lui Umberto Bossi e gli alti papaveri della Lega Nord diedero l’incarico di fondare la banca della Lega. E Galimberti, che forse aveva combinato qualche pasticcetto in passato nel mondo bancario con la Barclays, si mise all’opera. […] Un padre padrone, quasi un proprietario della banca. E, quando riceveva delle telefonate dall’alto, il suo comportamento era quello per cui la struttura dell’ufficio fidi veniva da lui scavalcata. « Non accetto dei pareri negativi » diceva, quasi anticipando quanto si è letto nel tormentone estivo delle intercettazioni ben note. Il parere che contava era solo quello del padre padrone, il quale, poi, in Consiglio di Amministrazione si presentava con garanzie, fideiussioni, assegni di clienti ( a cui voleva dare dei prestiti) poi rivelatisi carta straccia».

Il salvataggio di Fiorani
Nel 2003 Credieuronord è in grande sofferenza.

Il bilancio si chiude con 8 milioni di perdite e 12 di sofferenze su 47 di impieghi. Anche frutto di una tecnica creditizia discutibile: la metà delle sofferenze fanno capo a soli cinque soggetti. Tra cui la società Bingo.net che ha tra gli amministratori il sottosegretario Balocchi e un paio di parlamentari. Per correre ai ripari viene abbattuto il capitale sociale da 13,7 a 5 milioni di euro. Ma non basta, perché le regole di Bankitalia parlano di un capitale minimo per le banche di 6,5 milioni. è necessario un aumento di capitale da 1,2 milioni, ma l’ appello va deserto e devono intervenire di tasca loro i parlamentari leghisti. A guidare il salvataggio, arriva il segretario della Lega Nord, Giancarlo Giorgetti, che prima chiede aiuto alla Popolare Milano e poi va in cerca 
di sponde politico-finanziarie più alte

L’anno successivo vengono chiuse le tre filiali. Perché a causa dei fidi concessi e mai più restituiti c’è un problema di liquidità. L’ispezione di Bankitalia rivela le magagne, proprio mentre Umberto Bossi portava avanti le sue crociate (giuste) contro l’ex governatore Antonio Fazio. A quel punto un cavaliere bianco si presenta alla porta per salvare la banca. Il suo nome è Gianpiero Fiorani ed è proprio il dominus della Banca Popolare di Lodi molto amico di Fazio. Bossi, che aveva organizzato manifestazioni contro i bond argentini e Parmalat puntando il dito contro Fazio, che aveva chiesto a Tremonti e Berlusconi di togliere la vigilanza sulla concorrenza bancaria a via Nazionale e che voleva il mandato a tempo per il Governatore di Palazzo Koch, improvvisamente dimentica tutto. Solo per una coincidenza Bossi cambia idea quando Fiorani decide di acquistare il ramo bancario coprendo le perdite con 2,3 milioni di euro, che servono agli amministratori per salvare a rotta di collo il resto dell’impalcatura. Lasciando però molti dei leghisti che avevano creduto nel progetto dell’istituto di credito senza un soldo. Cose che capitano.

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Quanti pasticci in casa della LEGA dalla banca padana alle truffe sul latte


Truffe in casa della LEGA

Oltre all'inchiesta che sta facendo tremare i vertici del movimento, 
la Lega paga ancora i conti della sua sfortunata avventura bancaria alla fine degli anni '90. Sponsorizzata dall'allora capo di Bankitalia Antonio Fazio, alla ricerca di una sponda in Parlamento, e salvata dal 'furbetto del quartierino' Gianpiero Fiorani, Credieuronord, l'istituto di credito sognato dal Senatur, è naufragato poi tra i debiti. Colpa, anche, delle operazioni spericolate per nascondere il maxi raggiro da 100 milioni di euro
 da parte di allevatori vicini al partito.


 Prima di mettere gli occhi sul complicato mondo delle Fondazioni bancarie, i leghisti hanno cercato di farsi la banca in casa. Si chiamava Credieuronord ed è risultata poco più che una meteora nel firmamento degli istituti di credito. Nata nel 1998, finanziata da piccoli risparmiatori padani, l'istituto è andato pochi anni dopo in liquidazione. Da lì sono passate alcune torbide storie della finanza del Nord. Un tentativo di salvataggio dell'istituto era arrivato da Gianpiero Fiorani con la sua Popolare di Lodi, un gesto interpretato dalla procura di Milano, che indagava sulla scalata di Fiorani alla Banca Antonveneta, come "un favore" alla Lega per mitigare la posizione del partito contraria al mantenimento della carica di governatore della Banca d'Italia a vita, allora in discussione in Parlamento e ricoperta da Antonio Fazio, alleato di Fiorani. 

E' lo stesso banchiere lodigiano, nell'interrogatorio del 5 gennaio 2006 di fronte ai pm milanesi Greco, Perrotti e Fusco a spiegare cos'era per lui Credieuronord: "A Fazio serviva l'appoggio della Lega in Parlamento. Giorgetti si era impegnato a sostenere il governatore in cambio del salvataggio della banca". Ai leghisti, invece, come Giancarlo Giorgetti sarebbe servito salvare Credieuronord dal fallimento per coprire le operazioni spericolate dei vertici del movimento e le intermediazioni fittizie con le cooperative di allevatori create per nascondere la truffa delle quote latte non pagate. Qui nella banca padana vi erano i conti dei produttori del latte, vicini alla Lega, finiti al centro di più inchieste per una truffa da 100 milioni di euro attuata aggirando le normative europee, somme che dovevano essere versate all'erario, ma di cui si sarebbero appropriati gli stessi allevatori.

Nel filone dell'inchiesta milanese, in primo grado è stato condannato a 5 anni e mezzo di reclusione Alessio Crippa, rappresentante di una cooperativa del latte e definito il 'Robin Hood'dei produttori. Con lui altri 15 allevatori e produttori a pene comprese tra uno e due anni e sei mesi. Il giudice ha imposto un risarcimento all'Agea (Agenzia per le erogazioni in agricoltura) per 300 milioni di euro e ha confiscato beni per 18 milioni.
La ricostruzione della vicenda, invece, si ritrova nelle motivazioni con cui il tribunale di Saluzzo ha condannato per truffa una sessantina di allevatori cuneesi, tutti soci delle cooperative Savoia fondate da Giovanni Robusti, leader dei Cobas del latte piemontesi e successivamente europarlamentare del Carroccio. I giudici Fabrizio Pasi, Fabio Cavallo e Fabio Franconiero raccontano così il raggiro: "Dal momento in cui gli allevatori fatturavano il latte che eccedeva le quote loro assegnate, venivano effettuate (dalla cooperativa n. d. r.) tre registrazioni. La prima estingueva il debito nei confronti del fornitore del latte facendo sorgere contemporaneamente un debito nei confronti degli organi competenti per il superprelievo (la multa n. d. r.). La seconda registrazione registrava lo spostamento del denaro dal conto della banca utilizzata dalle cooperative per incassi e pagamenti a un conto acceso presso la banca Credieuronord. La terza registrazione, che seguiva di pochi giorni le altre due, veniva effettuata in corrispondenza dell'uscita del denaro dal conto della banca Credieuronord". Il denaro tornava così agli allevatori che non pagavano la multa.

Oltre ai soldi delle quote latte, da Credieuronord erano passati anche quelli dello "scandalo dei fallimenti" che hanno invischiato la commercialista Carmen Gocini e i fratelli Borra. Dalla banca sarebbero stati prelevati contanti la cui destinazione non è mai stata chiarita.


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mundimago


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martedì 27 marzo 2018

Lega e M5s: Prove Tecniche di Fallimento



Nell’immediatezza del loro indubbio successo nell’elezione dei presidenti delle Camere, Matteo Salvini e Luigi Di Maio hanno iniziato a scambiarsi segnali di fumo programmatici, con l’intento evidente di sondare il terreno per un’eventuale intesa di Governo.

Tant’è che a un capo della Lega che ha parlato dell’esigenza di abbassare le tasse, investire in 

sicurezza e abolire del tutto la Legge Fornero, ha risposto quasi all’unisono quello grillino, 

ribadendo il taglio delle tasse e il superamento della stessa Fornero, 

per poi aggiungere l’aria fritta della lotta alla 

disoccupazione giovanile e un non ben precisato welfare per le famiglie.

 Il tutto poi, onde confermare il 

forte avvicinamento tra onesti a 5 Stelle e populisti padani, sostenuto dalle parole di apprezzamento 

espresse tanto da Di Maio che dal suo garante Beppe Grillo, 

i quali hanno tenuto a sottolineare quanto 

Salvini sia un personaggio che abbia dimostrato di mantenere la propria parola.

Ora sul piano delle convergenze programmatiche, 

quasi tutti i giornali italiani hanno messo in evidenza 

la repentina scomparsa della flat tax e del reddito di cittadinanza, ossia i due principali cavalli di 

battaglia di Lega e Movimento 5 Stelle, 

valutando ciò come una chiara quanto reciproca intenzione di 

raggiungere un accordo di Governo. Ma è proprio qui che casca l’asino, come si suol dire, dato che 

anche ciò che sembra rimasto sul tappeto, considerando le sempre precarie condizioni del Paese, è 

ampiamente sufficiente per ottenere in brevissimo tempo un clamoroso fallimento. 

Un fallimento che, in 

estrema sintesi, può essere di due tipi: politico o economico-finanziario.

Il primo, quello politico, deriverebbe dalla successiva presa d’atto, 

una volta che l’unione dei populisti 

italioti avesse raggiunto la stanza dei bottoni, che neppure quel che resta delle grandi promesse 

elettorali potrà mai essere messo in pratica, dato che abbattere la pressione fiscale aumentando 

ulteriormente, con l’abolizione delle Legge Fornero, la già colossale spesa previdenziale non è cosa 

praticabile all’interno di un sistema che voglia restare agganciato

 ai criteri di una minimale stabilità sul piano del bilancio pubblico.

Al contrario, e veniamo al fallimento di secondo tipo, nel caso il futuro

 Esecutivo giallo-verde decidesse 

di realizzare in deficit i citati punti di convergenza, 

magari aggiungendo qualche altra spesa pazza così 

da non farsi mancare nulla, prima che sia l’Europa della moneta unica a 

reagire ci penserebbero i tanto 

bistrattati mercati finanziari, neutri per definizione e sostanza, 

i quali comincerebbero a surriscaldare 

pericolosamente i nostri attuali tassi d’interesse che gravano sul nostro gigantesco debito pubblico, 

trascinando il Paese di Pulcinella e di Meneghini sulla soglia di un catastrofico default.

In questo modo, i milioni di ingenui e sprovveduti che continuano a credere agli asini che volano 

dovranno prendere atto che la somma di due populismi che promettono facili scorciatoie per 

problemi assai complessi non può che peggiorare le cose.



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lunedì 26 marzo 2018

Presidente della Camera Roberto Fico



Oggi il neopresidente della Camera, Roberto Fico, è andato al lavoro in bus. 
Pubblicano quasi tutti su Facebook oggi lunedì 26 - 03 - 2018
A parte i rischi per la sicurezza non c'è nulla di male, anche se dai dati (se corretti) presi su maquantospendi.it, risulta che l'onorevole Fico, nel 2017, il bus non l'abbia preso quasi mai (preferendo il taxi). Più che una vecchia abitudine è stata una bella trovata pubblicitaria.
Anche perchè oggi non Lavorano alla Camera dei deputati , cominciano domani.


Nato a Napoli nel 1974, si laurea in Scienze della comunicazione all'Università degli Studi di Trieste con indirizzo alle comunicazioni di massa, discutendo la tesi Identità sociale e linguistica della musica neomelodica napoletana. Ha studiato per un anno presso l'Università di Helsinki, grazie ad una borsa di studio Erasmus.

Prima della sua ascesa politica ha lavorato prevalentemente nel settore della comunicazione, uffici stampa compresi, ma anche come manager in un hotel, dirigente per un tour operator internazionale, importatore di tessuti (dal Marocco) e come impiegato (per circa un anno) in un call-center.

Carriera politica
Il 18 luglio 2005 fonda a Napoli uno dei 40 meetup "Amici di Beppe Grillo", sulla scia dei quali nascerà il Movimento 5 Stelle. Nel 2010 si è candidato Presidente della Regione Campania e alle elezioni ottiene l'1,35 % dei voti. Nel 2011 si è candidato sindaco di Napoli e ottiene l'1,38% non superando il primo turno.

Nel dicembre 2012 è primo alle Parlamentarie del M5S nella Circoscrizione Campania 1 e, grazie alle 228 preferenze ottenute sul web, viene candidato in prima posizione nella lista bloccata del M5S della circoscrizione, ed è eletto nella XVII legislatura della Repubblica Italiana alla Camera dei Deputati alle elezioni politiche del 2013.

Viene candidato dal suo gruppo parlamentare alla presidenza della Camera dei deputati senza però essere eletto. Il 6 giugno 2013 è stato eletto presidente della Commissione di Vigilanza Rai. Fico ha rinunciato all'indennità di funzione a cui avrebbe avuto diritto come Presidente della Commissione di Vigilanza Rai (26.712,00 euro l'anno) e all'auto blu.
Come presidente della Commissione di Vigilanza Rai, durante la sua presidenza, introduce la trasmissione in diretta streaming sulla web tv della Camera dei Deputati di tutte le audizioni; la pubblicazione sul sito del Parlamento dei quesiti indirizzati dai commissari alla Rai e le relative risposte; la determinazione del termine massimo di 15 giorni per le risposte ai quesiti da parte dell’azienda radiotelevisiva pubblica. Tra gli atti approvati in Commissione, si annovera la risoluzione volta a risolvere ed evitare i possibili conflitti di interesse 
da parte degli agenti di spettacolo.

Come deputato, ha presentato come primo firmatario una proposta di legge sulla governance della Rai, di cui uno dei punti – il Piano per la trasparenza aziendale – è confluito nella riforma della Rai approvata nel 2015 dal Parlamento. A seguito dell’attuazione di questo Piano, l’azienda ha dovuto rendere pubbliche le retribuzioni delle figure apicali del management, delle direzioni editoriali e delle testate giornalistiche.

Il sito opentg.it è stato voluto da Fico, con l'obiettivo di rendere più facilmente accessibili e fruibili i dati sul monitoraggio televisivo sul pluralismo politico raccolti mensilmente dall’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni.

Da aprile e fino al 4 luglio 2017 è vicepresidente vicario e portavoce del gruppo parlamentare, poi sostituito da Simone Valente.

Alle politiche del 2018 è il candidato M5S nel collegio uninominale di Napoli Fuorigrotta. Ottiene 61.819 voti (57,6%), venendo così eletto per la seconda volta alla Camera. Il 24 marzo 2018 viene eletto presidente della Camera dei Deputati con 422 voti,divenendo così la terza carica dello Stato.

Si è dichiarato favorevole all'estensione del diritto al matrimonio e all'adozione da parte di coppie dello stesso sesso, all'eutanasia per i malati terminalie allo ius soli. Viene considerato esponente dell'ala ortodossa del Movimento, cosiddetta di sinistra.
Si oppone alla privatizzazione dell'acqua pubblica.

Nel proprio profilo sul sito personale, nel descrivere il percorso formativo, ha sostenuto di aver conseguito un master in Knowledge management organizzato dai Politecnico di Milano, Napoli e Palermo. Questa affermazione è stata sottoposta a verifica, anche per l'imprecisione sugli atenei citati (non esiste alcun Politecnico a Palermo o a Napoli). Il Politecnico di Milano, su richiesta di alcune testate giornalistiche, ha smentito di aver mai organizzato un master su quell'argomento. È stato ipotizzato che Fico facesse riferimento a un progetto promosso e bandito dal Ministero del lavoro, destinato a 150 giovani laureati meridionali privi di occupazione, organizzato da Poliedra (dello stesso PoliMi) in collaborazione con l’Università degli Studi di Napoli Federico II e l'Università degli studi di Palermo (e da una società privata di formazione, Academy 365, di Mondado Informatica e BisMedio), tra i cui percorsi formativi ve n'era anche uno incentrato sullo "Knowledge management".



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Un patto con la Mafia durato venti anni


 E' una storia di mafia, soldi in nero, ricatti, bombe e bugie 
raccontata nel processo che è costato una 
condanna definitiva a Marcello Dell’Utri. 
Dichiarato colpevole di aver fatto da mediatore, tesoriere e 
garante di un patto inconfessabile
 tra Silvio Berlusconi e Cosa nostra. 
Un patto con la mafia durato quasi vent’anni.

Il caso Dell'Utri è una vicenda cruciale nella biografia del miliardario imprenditore milanese. Dell’Utri è amico da una vita di Berlusconi ed è stato il suo braccio destro negli affari fin dagli anni Settanta, prima nell’edilizia, poi nella pubblicità televisiva. Tra il 1993 e il 1994 è lui che ha creato e organizzato in pochi mesi Forza Italia, il partito-azienda con cui Berlusconi ha conquistato anche il potere politico. Qui pubblichiamo un'ampia sintesi del caso Dell'Utri, estratta dalla nuova edizione del libro “Il Cavaliere Nero, la  vera storia di Silvio Berlusconi”, scritto da un giornalista de L'Espresso, Paolo Biondani, con il collega Carlo Porcedda, per l'editore Chiarelettere. Un libro che si caratterizza, tra i tanti saggi sul leader di Forza Italia, perché racconta solo i fatti che risultano verificati, comprovati e accertati in tutti i gradi di giudizio, nei processi che hanno portato alle condanne definitive di Dell'Utri per mafia, a Palermo, e di Berlusconi per frode fiscale, a Milano, con la sentenza del primo agosto 2013 che lo ha reso incandidabile.

IL PROCESSO E LA CONDANNA DEFINITIVA DI DELL'UTRI
Marcello Dell’Utri è stato condannato per «concorso esterno» in associazione mafiosa. Non gli si imputa di essere entrato in Cosa nostra con il rituale giuramento di affiliazione, né di essere diventato un «uomo d’onore» di una specifica «famiglia» mafiosa. L’accusa è di aver fornito dall’esterno un sostegno consapevole, determinato, stabile, rilevante, ma nel suo caso strettamente economico, in grado di favorire quell’organizzazione criminale che per decenni ha dominato con il sangue la Sicilia e condizionato l’Italia. È una forma di complicità indiretta, teorizzata per la prima volta dai giudici dello storico pool antimafia di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino (…).
Dell’Utri viene rinviato a giudizio a Palermo il 19 maggio 1997, quando è parlamentare di Forza Italia già da tre anni. Con lui finisce a processo un presunto complice, Gaetano Cinà, morto prima del verdetto definitivo della Cassazione. Il processo, lentissimo, è segnato da udienze rinviate per scioperi degli avvocati, assenze o malattie di testimoni o per non interferire con gli impegni politici di Dell’Utri. La sentenza di primo grado viene emessa l’11 dicembre 2004, dopo circa 300 udienze: il Tribunale di Palermo condanna Dell’Utri a nove anni di reclusione, giudicandolo complice esterno di Cosa nostra «da epoca imprecisata, e sicuramente dai primi anni Settanta, fino al 1998».
Nel primo processo d’appello la condanna per mafia viene confermata, ma solo per il periodo 1974-
1992. Per gli anni successivi i giudici di secondo grado decretano un’assoluzione per insufficienza di 
prove: i rapporti tra Dell’Utri, Berlusconi e Cosa nostra si possono considerare certi, «al di là di ogni 
ragionevole dubbio», solo fino all’anno delle stragi di Capaci e via d’Amelio. 
La pena è ridotta a sette anni di reclusione.
La successiva Cassazione riconferma la piena colpevolezza di Dell’Utri per il periodo 1974-1978, 
considera provati i suoi rapporti con gli esattori della mafia anche nel successivo decennio 1982-1992, ma impone di riesaminare e approfondire, in un nuovo giudizio d’appello, cosa era successo tra il 1978 e il 1982, quando il manager aveva lasciato le aziende di Berlusconi per andare a lavorare con l’immobiliarista siciliano Filippo Alberto Rapisarda. Nell’appello-bis la nuova corte riapre la questione Rapisarda e rivaluta tutti gli altri dubbi sollevati dalla difesa. Anche questo terzo verdetto di merito ribadisce la colpevolezza di Dell’Utri, che risulta pienamente provata per l’intero periodo 1974-1992, e lo ricondanna a sette anni di reclusione.
La Cassazione approva e rende definitiva la condanna il 9 maggio 2014, ma intanto Dell’Utri è scappato all’estero. La Procura di Palermo accerta che nel frattempo ha venduto una villa a Berlusconi incassando 21 milioni di euro, per metà trasferiti a Santo Domingo. Dell’Utri, dopo una breve latitanza, viene arrestato in Libano ed estradato in Italia, dove il 13 giugno 2014 entra in carcere per scontare la sua seconda condanna definitiva. La prima gli era stata inflitta negli anni di Tangentopoli come tesoriere dei fondi neri di Publitalia, la cassaforte pubblicitaria dell’impero Fininvest, da lui utilizzati anche per 
pagare consulenti politici (nome in codice: «operazione Botticelli») e fondare Forza Italia.

VITTORIO MANGANO, UN MAFIOSO AD ARCORE
Il primo pilastro della condanna di Dell’Utri è l’assunzione ad Arcore di Vittorio Mangano: un mafioso di Palermo che nel 1974 va a vivere a casa di Berlusconi. Il suo vero ruolo nella villa di Arcore viene svelato proprio da questo processo.??Vittorio Mangano al processo Andreotti
Mangano è legato a Cosa nostra già dall’inizio degli anni Settanta. (…) Arrestato per la prima volta a 
Milano il 15 febbraio 1972, per una serie continuata di tentate estorsioni, il 27 dicembre 1974 Mangano torna in carcere per scontare una precedente condanna per truffa, e questa volta viene riammanettato proprio ad Arcore. Il 22 gennaio 1975 viene scarcerato per un cavillo legale e torna a vivere nella villa di Berlusconi, ma non è chiaro per quanto tempo. Di certo il primo dicembre 1975 viene riarrestato nelle strade dello stesso comune brianzolo per possesso di un coltello di genere proibito. Tornato in libertà il 6 dicembre 1975, sceglie ancora una volta la villa di Berlusconi come domicilio legale: è qui che le forze 
di polizia lo vanno a cercare per le notifiche, almeno fino all’autunno 1976.
Nella seconda metà degli anni Settanta Mangano viene bersagliato da numerosi altri provvedimenti 
giudiziari. Il più grave è l’arresto, eseguito sempre nel territorio di Arcore, nel maggio 1980: Vittorio 
Mangano viene incriminato nella prima maxi-inchiesta del giudice Giovanni Falcone contro il clan 
Spatola-Inzerillo. Un’istruttoria fondamentale che, come evidenziano i giudici del caso Dell’Utri, per la prima volta ha svelato «un vastissimo traffico internazionale di eroina e morfina base, trasformata nei laboratori clandestini che il gruppo mafioso capeggiato da Salvatore Inzerillo controllava nel 
Palermitano. Droga che veniva poi smerciata grazie a una fitta rete di trafficanti anche all’estero», in 
particolare dal clan Gambino negli Stati Uniti.
Le sentenze definitive di quel processo, acquisite nel giudizio contro Dell’Utri, documentano «il ruolo di primo piano rivestito da Mangano quale insostituibile tramite di collegamento nel traffico di partite di droga tra Palermo e Milano». (…)
In questo inquietante spaccato di vita criminale, per i giudici di Palermo «costituisce un dato di fatto 
inconfutabile» che proprio a metà degli anni Settanta, cioè nel periodo in cui si rafforza il suo legame 
con Cosa nostra, «Vittorio Mangano è stato assunto da Silvio Berlusconi e si è insediato nella villa di 
Arcore con tutta la sua famiglia anagrafica» – la moglie, la suocera e le tre figlie – e che questo è 
successo «poco dopo l’arrivo di Dell’Utri a Milano e per effetto della sua mediazione».
Berlusconi e le bombe 'affettuose' della mafia
Ecco la ricostruzione degli attentati di Cosa Nostra, tenuti segreti, di cui parla lo stesso Berlusconi in 
una telefonata intercettata dai magistrati che indagano su Dell'Utri

IL PATTO SEGRETO TRA BERLUSCONI E COSA NOSTRA
Nel 1974, quando sposta ufficialmente il proprio domicilio ad Arcore, Mangano è già schedato dalle 
forze di polizia come un criminale legato alla mafia. Perché affidare proprio a lui, senza nemmeno 
informarsi sui precedenti penali, il ruolo di garante della sicurezza e gestore della proprietà di 
Berlusconi? La domanda resta senza risposte credibili fino al giugno 1996, quando viene estradato in 
Italia e inizia a collaborare con la giustizia un boss mafioso di altissimo livello, Francesco Di Carlo. (…) 

Di Carlo occupa una posizione unica all’interno di Cosa nostra, negli anni che vedono l’organizzazione criminale accumulare fortune immense con il traffico di eroina, gli stessi in cui inizia a essere attraversata da divisioni destinate a esplodere nella guerra di mafia che, tra il 1979 e il 1982, decreterà il trionfo dei corleonesi con lo sterminio dei vecchi padrini palermitani.
Di Carlo infatti è tra i pochissimi a godere della fiducia, e a conoscere i segreti, di entrambi gli 
schieramenti mafiosi. Amico fin dall’infanzia di Stefano Bontate (chiamato talvolta, per errore, Bontade), per anni il boss più ricco e potente di Palermo, ha anche un fortissimo legame con i corleonesi, alleati del suo capomandamento Bernardo Brusca. Tanto che nel 1976 viene promosso al rango di capofamiglia per diretta volontà di Salvatore Riina e Bernardo Provenzano. Intelligente, accattivante, rispettato da tutti, Di Carlo è in grande confidenza con Bontate, che lo chiama «il barone» per la sua eleganza e lo porta spesso con sé agli incontri eccellenti. Ma è anche nel cuore di Riina, che si fa accompagnare da lui in varie trasferte di mafia. (…). Per la sua posizione unica, Di Carlo ha potuto fornire rivelazioni decisive su molti delitti eccellenti, come gli omicidi dei carabinieri Emanuele Basile e Giuseppe Russo, dei giudici Cesare Terranova, Gaetano Costa e Pietro Scaglione, dei giornalisti Mario Francese e Peppino Impastato, nonché del presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella, fratello dell’attuale presidente della Repubblica.
Di Carlo parla di Dell’Utri fin dal suo primo interrogatorio come collaboratore di giustizia (…): «Ero a Milano con Bontate, Teresi e Cinà. Siamo andati nell’ufficio di Martello in via Larga, vicino al Duomo, che era una specie di ufficio di Cosa nostra. Guidava Nino Grado perché conosceva Milano bene. Dopo la riunione con Martello, Stefano Bontate mi disse che dovevano incontrare un industriale, un certo Berlusconi: a quel tempo il nome non mi diceva niente…» E qui precisa: «Bontate ha sempre trattato con politici, Teresi era un grosso costruttore, per cui non mi impressionavo che andassero a trattare con vari industriali. (…) A quei tempi era una cosa normale: ognuno, industriale o qualcuno, si rivolgeva a 
Cosa nostra o per mettere a posto un’azienda o per garantirsi».
Prosegue Di Carlo: «Era il 1974, poteva essere primavera o autunno, ricordo che non avevamo 
cappotti: io avevo giacca e cravatta... Siamo andati in un palazzo di inizio Novecento, non una villa. (…) 

Qui ci viene incontro Dell’Utri, che io avevo già visto con Tanino Cinà. Con gli altri, compreso Bontate, Dell’Utri si è salutato con il bacio, a me con una stretta di mano. Con Grado già si conoscevano, perché avevano battute di scherzo e si davano del tu. Quindi siamo entrati in una grande stanza, con scrivania, sedie e mi sembra qualche divano, e dopo mezz’ora è spuntato questo signore sui trenta e rotti anni, che ci è stato presentato come il dottore Berlusconi. (…) Dell’Utri era in giacca e cravatta, Berlusconi con un maglioncino a girocollo e la camicia sotto. Dopo il caffè cominciarono i discorsi seri».
«Teresi disse che stava facendo due palazzi a Palermo, Berlusconi rispose che lui stava costruendo 
una città intera e che amministrativamente non c’è molta differenza: ci ha fatto una specie di lezione 
economica. Poi sono andati nel discorso di garanzia, che “Milano oggi è preoccupante perché 
succedono un sacco di rapimenti”... Io sapevo che Luciano Leggio, quando era ancora libero, diceva 
che voleva portarsi tutti i soldi del Nord a Corleone... Stefano Bontate aveva la parola, perché era il 
capomandamento, io c’ero solo per l’intimità con lui. Berlusconi ha spiegato che aveva dei bambini e non stava tranquillo, per cui avrebbe voluto una garanzia, e qua gli dice: “Marcello mi ha detto che lei è una persona che mi può garantire questo e altro”. Allora Stefano Bontate fa il modesto, ma poi lo rassicura: “Può stare tranquillo, deve dormire tranquillo, perché lei avrà vicino delle persone che 
qualsiasi cosa chiede avrà fatto. Poi lei ha Marcello qua vicino, per qualsiasi cosa si rivolge a 
Marcello...”. E poi aggiunge: “Le mando qualcuno”.»
Di Carlo chiarisce la frase del boss spiegando che per garantire una piena protezione mafiosa a 
Berlusconi «ci voleva qualcuno di Cosa nostra», perché Dell’Utri non era affiliato come uomo d’onore. E aggiunge che, appena Bontate ha pronunciato quelle parole, «Cinà e Dell’Utri si sono guardati». Una volta usciti dagli uffici di Berlusconi, prosegue il pentito, «Cinà ha detto a Bontate e Teresi: “Ma qui c’è già Vittorio Mangano, che è amico anche di Dell’Utri”». Di Carlo ricorda che «Stefano non ci teneva particolarmente, però Mangano era della famiglia di Porta nuova con a capo Pippo Calò, quindi era nel mandamento di Bontate. Per cui Bontate ha detto: “Ah, lasciateci Vittorio”». Di Carlo è un testimone oculare di quell’incontro ed è l’unico sopravvissuto tra i boss che nel 1974 siglarono quel patto tra Berlusconi e il vertice mafioso dell’epoca: Cosa nostra proteggerà l’imprenditore milanese, come previsto, affiancandogli l’uomo d’onore indicato da Cinà, d’accordo con Dell’Utri. «Ci hanno messo vicino Vittorio Mangano certamente non come stalliere, perché, non offendiamo il signor Mangano, Cosa nostra non pulisce stalle a nessuno» rimarca Di Carlo, sottolineando l’utilità della protezione mafiosa: «Ci hanno messo uno ad abitare là, a Milano: Mangano trafficava e nello stesso tempo Berlusconi faceva la figura che aveva vicino qualcuno di Cosa nostra... Basta questo in Cosa nostra, perché qualunque delinquente voglia fare qualche azione, si prendono subito provvedimenti».
Cosa nostra non è un ente di assistenza. La sua protezione si paga. E il ricatto comincia subito, tanto 
da imbarazzare lo stesso incaricato della prima estorsione mafiosa. È sempre Di Carlo a descrivere 
questo passaggio, di poco successivo all’incontro con Berlusconi: «Tanino Cinà mi dice: “Sono 
imbarazzato, perché subito mi hanno detto di chiedergli 100 milioni di lire... Mi pare malo”. (…) E io gli dissi: “Ma tu chi ti ’na fari? Tanto sono ricchi... E poi ci hanno voluto”».
L’incontro del 1974 tra l’allora trentottenne Silvio Berlusconi e il superboss Stefano Bontate, così come il contenuto del contratto mafioso mediato da Dell’Utri, è considerato una certezza da tutti i giudici che si sono occupati di questo caso, in tutti i gradi di giudizio. Le sentenze di merito elencano migliaia di pagine di riscontri oggettivi e testimoniali (…).

Berlusconi e la mafia: la vera storia della villa in Sardegna
Nel processo che si è chiuso con la condanna definitiva di Marcello Dell’Utri viene ricostruita anche la storia di un maxi-investimento mafioso in Sardegna, che nasconde un impressionante incrocio di storie criminali. Ne parlano decine di pentiti di comprovata attendibilità, 
a cominciare da Tommaso Buscetta

SOLDI IN NERO DA MILANO A PALERMO
Da allora, dal 1974, Berlusconi comincia a pagare Cosa nostra. Le banconote passano dalle mani di 
Dell’Utri e Cinà, nella più assoluta segretezza, e arrivano a Palermo per quasi vent’anni, almeno fino al 1992, spiegano le sentenze definitive.
Con le guerre e gli omicidi di mafia cambiano i capi delle famiglie criminali che si dividono il tesoretto di Arcore. Ma gli effetti del patto restano quelli consacrati nel 1974: soldi in nero in cambio di protezione mafiosa per i famigliari e per le attività economiche di Berlusconi. Sono versamenti periodici, sempre in contanti, che vanno tenuti nascosti. A Milano l’unico depositario del segreto è Dell’Utri, che gestisce un apposito tesoretto: impacchetta le banconote e le consegna nel proprio ufficio al tesoriere mafioso che viene a ritirarle, in genere ogni sei mesi, per portarle a Palermo. Qui i soldi di Berlusconi vengono spartiti tra i clan secondo rigide logiche mafiose.
Il primo a riceverli, in ordine di tempo, è ovviamente Vittorio Mangano, uomo d’onore della famiglia di Porta nuova, che negli anni Settanta rientrava nel mandamento di Santa Maria di Gesù comandato da Bontate. Mangano può incassare i soldi di Berlusconi proprio perché è un mafioso del clan di Bontate, l’artefice del patto. Ma deve darne una parte al padrino a cui deve rispondere al Nord: Nicola Milano, che è affiliato alla famiglia di Porta Nuova.
Tra il 1979 e il 1980 i corleonesi fanno esplodere la seconda guerra di mafia. Stefano Bontate viene 
assassinato il 23 aprile 1981. Negli stessi mesi i killer corleonesi uccidono il suo vice, Mimmo Teresi, fatto sparire con il metodo della «lupara bianca». Terminata la «mattanza», il mandamento di Bontate viene smembrato. E la famiglia di Porta nuova guidata da Pippo Calò, che ha tradito i boss «perdenti» passando con i corleonesi, viene elevata a mandamento. Negli anni successivi i soldi versati da 
Berlusconi attraverso Dell’Utri passano da diverse mani mafiose, ma seguono sempre il tracciato 
originario: finiscono ancora agli stessi clan, anche se, dopo la guerra corleonese, hanno cambiato capi Antonino Galliano, affiliato alla Noce dal 1986, è nipote del capomandamento Raffaele Ganci e amico fidato di suo figlio Domenico detto Mimmo. È sicuramente in ottimi rapporti con Cinà, con cui è stato intercettato. Quando decide di collaborare con la giustizia, Galliano rivela che lo stesso Cinà gli ha descritto l’incontro tra Bontate e Berlusconi, dopo il quale il boss «ci manda Mangano» come «garanzia contro i sequestri». «Cinà mi disse che Berlusconi rimase affascinato dalla figura di Bontate: non immaginava di avere a che fare con una persona così intelligente» ricorda Galliano, che grazie alle confidenze di Cinà può rivelare anche come è stato spartito il denaro di Berlusconi prima e dopo la morte di Bontate. «Cinà si recava due volte all’anno per ritirare i soldi nello studio di Dell’Utri... Questi soldi, Cinà li consegnava prima a Bontate e poi, dopo la guerra di mafia, a Pippo Di Napoli, che a sua 
volta li faceva avere a Pippo Contorno, uomo d’onore di Santa Maria di Gesù, il quale li portava al suo capofamiglia Pullarà» Pullarà è un altro boss palermitano passato con i corleonesi e per questo 
premiato con la promozione a capofamiglia. Così, con il trono di Bontate, Pullarà eredita anche i soldi di Berlusconi.


IL TESORO DI SILVIO FINISCE A RIINA
Conclusa la guerra di mafia, dal 1983 la cosiddetta «dittatura» dei corleonesi, come spiegano i giudici, «ha avuto effetti rilevanti anche nei rapporti con soggetti esterni a Cosa nostra», ben visibili anche nel processo a Dell’Utri. Numerosi pentiti parlano del «pizzo sulle antenne televisive» imposto alle emittenti siciliane del circuito Fininvest negli anni Ottanta. Ma dopo una lunga istruttoria, i giudici si convincono che si tratta di livelli diversi. Il pizzo sui ripetitori viene effettivamente pagato alla singola famiglia mafiosa che controlla il loro territorio da alcuni proprietari delle tv locali consorziate e spesso riacquistate dalla Fininvest. Mentre i soldi di Berlusconi, quelli che continuano a passare attraverso Dell’Utri e Cinà, viaggiano su un piano più alto, quello dei boss, e servono ancora allo scopo originario: garantire una protezione generale a Berlusconi e alle sue aziende. A rivelare come vengano spartiti i soldi di Arcore nell’era dei corleonesi sono soprattutto tre pentiti, molto attendibili, della famiglia mafiosa 
della Noce, che è «nel cuore» di Riina e dal 1983 viene promossa a mandamento.
(…) In quel periodo Dell’Utri si lamenta di essere «tartassato dai fratelli Pullarà»: Ignazio, arrestato il 2 ottobre 1984, e Giovanbattista, latitante e «reggente». Il problema è semplice: gli eredi di Bontate 
chiedono troppi soldi a Berlusconi. All’epoca, probabilmente, la tariffa è già raddoppiata: da 25 a 50 
milioni di lire ogni sei mesi. Cinà, rispettando le gerarchie mafiose, informa il proprio capofamiglia, Pippo Di Napoli, che avvisa il suo capomandamento, Raffaele Ganci, che a quel punto riferisce a Riina. Il capo dei capi scopre solo allora che i Pullarà avevano tenuto «riservato» il loro rapporto con i signori della Fininvest, senza dirlo né a lui, né al loro capomandamento Bernardo Brusca. Riina si infuria. E decide di impadronirsi di quel rapporto economico, ma con un movente politico: progetta di «avvicinare Bettino Craxi attraverso Dell’Utri e Berlusconi» (…).
Quanto ai soldi del Cavaliere, «Riina ordina che il rapporto deve continuare a gestirlo Cinà, ma nessuno deve intromettersi». E così «da quel momento Cinà va a Milano un paio di volte all’anno a ritirare il denaro da Dell’Utri, lo consegna al suo capofamiglia Di Napoli, che lo gira al boss Ganci, che lo porta a Riina». Sempre seguendo la rigida gerarchia mafiosa. (…) Un’ulteriore conferma che Riina, nell’impadronirsi del rapporto con Dell’Utri e Berlusconi, non persegue solo interessi economici è il suo diktat sulla spartizione finale del denaro in Sicilia. Riina tiene per sé pochi milioni di lire, probabilmente solo cinque. Il resto viene redistribuito dal boss della Noce, Raffaele Ganci (scarcerato nel 1988), secondo la volontà di Riina, che premia ancora una volta i nuovi capi delle famiglie mafiose di sempre: metà spetta a Santa Maria di Gesù (quindi prima ai Pullarà e poi a Pietro Aglieri), un quarto a San Lorenzo (cioè a Salvatore Biondino, l’autista di Riina) e l’ultima parte alla Noce, ossia a Ganci. I pentiti precisano che Riina ordina di lasciare la loro quota ai Pullarà, dopo averli estromessi dal rapporto con Dell’Utri, per far capire che «non è una questione di soldi». (…)
Tra i riscontri oggettivi c'è anche un documento: in un libro mastro della cosca, che è alla base di una 
raffica di condanne per estorsioni mafiose, sono annotati – in due rubriche distinte, ma collegate con 
numeri in codice – la sigla dell’azienda, la cifra pagata e l’anno del versamento. Alla sigla «Can 5» 
corrisponde questa scritta: «regalo 990, 5000». I pentiti di quella specifica famiglia mafiosa spiegano 
che si tratta di «cinque milioni versati da Canale 5 nel 1990 a titolo di regalo, cioè senza estorsione». 


La conclusione dei giudici è lapidaria: «Deve ritenersi raggiunta la prova che, anche successivamente alla morte di Stefano Bontate, durante l’egemonia totalitaria di Salvatore Riina, sia Marcello Dell’Utri che Gaetano Cinà hanno continuato ad avere rapporti con Cosa nostra, almeno fino agli inizi degli anni Novanta, rapporti strutturati in maniera molto schematica: entrambi gli imputati, consapevolmente, hanno fatto sì che il gruppo imprenditoriale milanese facente capo a Silvio Berlusconi pagasse somme di denaro alla mafia».
Di fronte a queste deposizioni, rafforzate da molti altri riscontri e testimonianze, Dell’Utri decide di 
attaccare in blocco i pentiti, ipotizzando un complotto: tutti i collaboratori di giustizia, forse manovrati da qualcuno, si sarebbero messi d’accordo per calunniarlo e colpire politicamente Berlusconi. I giudici però ribattono che nessun pentito, quando ha cominciato a parlare, conosceva le versioni degli altri. E soprattutto che ogni collaboratore di giustizia sa e racconta solo un piccolo pezzo di verità, quello custodito dalla propria famiglia mafiosa.??
Soldi che cadono dal cielo: come è nata la Fininvest Neppure il processo a Dell’Utri ha chiarito i dubbi sull’origine delle fortune di Berlusconi
Ogni pentito parla di anni specifici, mentre ignora cosa succede prima o dopo, e quantifica solo la cifra incassata dal proprio clan, che varia nel corso del tempo. In particolare, Di Carlo rivela l’accordo del 1974 e il ruolo di Mangano; gli altri pentiti legati a Bontate confermano i pagamenti fino alla sua morte, nel 1981; Ganci, Anzelmo e Galliano descrivono i pagamenti degli anni Ottanta, nell’era dei corleonesi; Ferrante parla di un periodo ancora successivo, dal 1988 al 1992. Soltanto i giudici possono unire i singoli tasselli di verità e ricostruire un quadro d’insieme, che si rivela rigorosamente in linea con le regole e le logiche di Cosa nostra. Un mosaico completato da riscontri oggettivi, in alcuni casiletteralmente esplosivi. Come gli attentati mai denunciati da Berlusconi.


LE ULTIME PAROLE DI BORSELLINO
Vittorio Mangano viene riarrestato nell’aprile 1995. La Procura di Palermo ha infatti scoperto il suo ruolo di «co-reggente» del mandamento di Porta Nuova e lo accusa tra l’altro di essere il mandante di due omicidi. Durante la sua detenzione, Dell’Utri e altri parlamentari di Forza Italia si mobilitano chiedendo più volte che venga scarcerato per motivi di salute. Il 23 aprile 2000 la corte d’assise di Palermo chiude il primo grado di giudizio condannando Mangano all’ergastolo come boss di Porta Nuova e come mandante e organizzatore di un omicidio di mafia, commesso a Palermo il 25 ottobre 1994. Il boss muore nel luglio 2000, a casa sua, dopo aver ottenuto gli arresti domiciliari per malattia.
Dell’Utri, nei vari gradi del suo processo, non ha mai attaccato Mangano, anzi è arrivato a definirlo «un eroe», perché «è stato messo in galera e continuamente sollecitato a fare dichiarazioni contro me e Berlusconi. Se lo avesse fatto, lo avrebbero scarcerato con lauti premi. Ma lui ha sempre risposto che non aveva nulla da dire». Dell’Utri ripete più volte queste parole, che destano scandalo anche nel 
centrodestra. Nel novembre 2013, però, è Berlusconi in persona a dargli ragione: «Credo che Marcello abbia detto bene quando ha definito Mangano un eroe», perché «quando fu arrestato si rifiutò di testimoniare il falso sui rapporti tra Dell’Utri e la mafia, tra Berlusconi e la mafia». Nella polemica che ne segue, sono in molti a obiettare che per gli italiani onesti gli eroi non sono i mafiosi, ma le persone che hanno combattuto la mafia sacrificando la vita. E a ricordare il duro giudizio su Mangano espresso da Paolo Borsellino poco prima di morire.
Intervistato da due giornalisti francesi nel 1992, pochi giorni prima di essere ucciso con tutta la sua 
scorta da un’autobomba di Cosa nostra, Borsellino spiega che Mangano, quando fu assunto ad Arcore, era già «una delle teste di ponte dell’organizzazione mafiosa nel Nord Italia». I giudici del processo Dell’Utri acquisiscono la videoregistrazione integrale dell’intervista, in cui il magistrato rivela di essere stato tra i primi a scoprire il ruolo di Mangano in Cosa nostra.
«L’ho conosciuto in epoca addirittura antecedente al maxiprocesso – dichiara testualmente Paolo 
Borsellino – perché tra il 1974 e il 1975 restò coinvolto in un’altra indagine, che riguardava talune 
estorsioni fatte in danno di cliniche private palermitane, che presentavano una caratteristica particolare: ai titolari di queste cliniche venivano inviati dei cartoni con all’interno una testa di cane mozzata... Mangano restò coinvolto perché si accertò la sua presenza nella salumeria nel cui giardino erano sepolti i cani con la testa mozzata... Poi ho ritrovato Mangano al maxiprocesso, perché fu indicato sia da Buscetta che da Contorno come uomo d’onore appartenente alla famiglia di Porta nuova capeggiata da Pippo Calò, la stessa di Buscetta. E già dal precedente processo Spatola, istruito da Falcone, risultava che Mangano risiedeva abitualmente a Milano, città da dove, come risultò da numerose intercettazioni telefoniche, costituiva un terminale dei traffici di droga delle famiglie palermitane. Arrestato nel 1980, fu condannato per questo traffico di droga a tredici anni e quattro mesi, pena poi ridotta in Appello.»
L’intervista, che i due giornalisti riescono a pubblicare solo alla vigilia delle elezioni del 1994, crea un putiferio soprattutto per una frase, che il magistrato lascia volutamente incompleta: Borsellino accenna a una nuova indagine sui rapporti tra Cosa nostra e le grandi imprese del Nord, citando espressamente Berlusconi. Il magistrato però precisa che non è lui a indagare e rifiuta di fornire particolari, spiegando che se ne potrà parlare solo quando l’inchiesta verrà chiusa, non prima dell’autunno 1992. La morte di Borsellino, con tutti i suoi misteri ancora irrisolti, a cominciare dal vergognoso depistaggio, con un falso pentito, dei primi tre processi sulla strage di via D’Amelio, ha impedito di chiarire, tra l’altro, anche a quale inchiesta si riferisse nella sua ultima intervista.

DA
http://espresso.repubblica.it/



LEGGI ANCHE
la storia della villa di Arcore


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Previsioni per il 2018






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domenica 25 marzo 2018

Usa, centinaia di migliaia in corteo Contro le Armi


 Mai così tanti dai tempi del Vietnam

L'iniziativa promossa da un gruppo di studenti del liceo della Florida dove 17 persone sono state uccise con armi automatiche da un ex studente il 14 febbraio scorso. Più di ottocento manifestazioni in tutto il Paese e oltre un centinaio nel mondo .

Oltre 800mila persone hanno sfilato a Washington, secondo gli organizzatori, ed altre centinaia di migliaia in altre 836 città degli Stati Uniti, per la marcia contro le armi organizzata dopo il massacro della scuola di Parkland in Florida, dove a febbraio hanno perso la vita 17 persone. Per trovare una mobilitazione giovanile altrettanto imponente, secondo l'Associated Press, bisogna tornare indietro di quasi cinquant'anni ai tempi del no alla guerra in Vietnam.

Studenti, insegnanti, genitori e ragazzi sopravvissuti alle stragi nelle scuole che hanno scosso l'America negli ultimi anni hanno percorso Pennsylvania Avenue a Washington, per la manifestazione-clou della giornata di protesta, conclusa dinanzi alla Casa Bianca.

L'evento è stato preparato per settimane da quanti ritengono che la Casa Bianca e il Congresso non abbiano fatto abbastanza per limitare il proliferare delle armi e fermare le stragi; e hanno deciso di scendere in piazza contro la potente National Rifle Association, la lobby delle armi.




E' un fiume in piena quello che ha percorre il centro della città con la "Marcia per le nostre vite": "Noi siamo la generazione del cambiamento", dice Ann, che viene dalla Pennsylvania, ha 18 anni e sottolinea con orgoglio: "sono già registrata per votare. 
E sono qui perché da qui parte il cambiamento".




Obiettivo primario della manifestazione è quello di ottenere dal Congresso leggi più severe per le vendite di armi, specie quelle a ripetizione, in modo da frenare le stragi che, con macabra puntualità, si ripetono negli istituti scolastici di tutto il paese. "Mio nonno aveva un sogno - ha detto dal palco di Washington la nipotina di Martin Luther King, 9 anni - e anch'io ho un sogno:
 un mondo senza le armi".

Marcia contro le armi, Emma Gonzalez tiene 
Washington in silenzio per 6 minuti e 20 secondi

Ma il momento più toccante della manifestazione è stato quando Emma Gonzales, sopravvissuta al massacro di Parkland, ha chiesto e ottenuto alla folla enorme che l'ascoltava di restare in silenzio per 6 minuti e 20 secondi, il tempo intercorso tra il primo e l'ultimo sparo nella Marjori Stoneman Douglas High School in Florida.

Eventi si sono svolti in tutto il Paese: oltre 700 le marce collegate negli Stati Uniti: da Washington a New York, da San Francisco a Los Angeles, passando per Seattle. Più di un centinaio quelle 'gemellate' nel resto del mondo

L'iniziativa ha raccolto il sostegno di molte celebrità di Hollywood. In prima fila Oprah Winfrey, Justin Bieber, Steven Spielberg e la coppia George e Amal Clooney che hanno anche robustamente finanziato l'organizzazione, donando 500mila dollari.
"Mi avete reso nuovamente orgoglioso del mio Paese": ha scritto l'attore in una lettera agli studenti del liceo di Parkland pubblicata nell'edizione Usa del Guardian.

Alle iniziative è arrivato anche il sostegno dell'ex presidente Barack Obama: che in un tweet ha voluto esprimere la gratitudine e il supporto suo e della moglie Michelle.

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EMMA GONZALES CONTRO LE ARMI



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Previsioni per il 2018






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