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sabato 25 agosto 2018

Che cos’è No Way, il modello australiano per i migranti voluto da Salvini













Che cos’è No Way, il modello australiano per i migranti voluto da Salvini


Il paese intercetta navi cariche di migranti e di rifugiati, e poi li costringe a vivere in condizioni di prigionia nelle due isole del Pacifico, Nauru e di Manus. Ecco come funziona

No Way. No Way. Nell’ultima diretta Facebook di Salvini del 22 agosto 2018, in merito al caso della nave militare Diciotti, il ministro dell’Interno ha ripetuto più volte queste parole.

Per i migranti irregolari, l’obiettivo di Salvini è il “modello australiano”, 
appunto il modello No Way.

“Nessun migrante soccorso in mare mette piede in Australia”, 
ha detto il capo del Viminale in un’intervista a Rtl, ha detto il vicepremier.

“Il mio obiettivo è il No Way australiano. 
Sulla Diciotti sono tutti immigrati illegali. L’Italia non è più il campo profughi d’Europa. 
Con la mia autorizzazione non scende nessuno”, ha aggiunto Salvini.

Nella sua diretta Facebook Salvini aveva sottolineato che con il suo permesso nessuno, tranne i minori non accompagnati, sarebbe sbarcato: “Se vuol intervenire il presidente della Repubblica lo faccia, se vuole intervenire il presidente del Consiglio lo faccia, ma con il mio permesso no”.

Ma cos’è il modello australiano per la gestione dei migranti?

Il ministro si riferisce alla politica adottata da anni sui migranti in Australia. 
Il paese intercetta navi cariche di migranti e di rifugiati, e poi li costringe a vivere in condizioni di prigionia nelle due isole del Pacifico, Nauru e di Manus.

L’isola dove l’Australia spedisce i rifugiati che non vuole
Matteo Salvini non è nuovo ad apprezzamenti al rigido sistema australiano. In un post pubblicato sulla sua pagina Facebook il 4 giugno 2015 si legge: “Il governo Australiano ha fatto un accordo con le isole di Papua Nuova Guinea e Nauru, perché trattengano gli immigrati che chiedono asilo: nessuno mette più piede in Australia! Il deputato PD dice che è una “stronzata”, ma per me fanno bene! Che dite, affittiamo un’isola anche noi?”

Canberra si è impegnata in termini di comunicazione e di scoraggiamento delle partenze avviando una campagna che usa lo slogan No Way”, tradotta in 17 lingue con spot e manifesti diffusi in molti paesi.

Come funziona il modello australiano
L’Australia ha promosso negli ultimi decenni politiche volte a scoraggiare l’immigrazione irregolare, compresi i respingimenti di imbarcazioni, la detenzione obbligatoria e a tempo indeterminato e la creazione di centri di detenzione all’estero per l’esame dei documenti dei migranti.

I centri di detenzione “offshore” australiani si trovano sull’isola di Nauru, che è uno stato a sé, e a Manus, un’isola della Papua Nuova Guinea.

In cambio, l’Australia offre aiuti economici a questi paesi e ne acquista i servizi. Secondo quanto riportato dal Guardian, i centri costano ai contribuenti australiani circa 1,2 miliardi di dollari all’anno.

In questi centri di detenzione sono stati rilevati pesanti abusi commessi nei confronti dei migranti, alcuni dei quali sono stati denunciati dal Guardian Australia nell’inchiesta denominata Nauru Files.

I documenti del quotidiano dimostrano che nel campo oltre la metà dei casi di violenze denunciati riguarda minori, che rappresentano il 18 per cento della popolazione del centro, e che le violenze sessuali contro le donne sono molto diffuse.

I migranti attendono la risposta alla loro richiesta di asilo vivendo in tende che si allagano quando piove e si surriscaldano nelle giornate di sole. Non hanno accesso alle cure mediche e sono frequenti i casi di suicidio e di autolesionismo.

Per questo, le Nazioni Unite, Amnesty international e diverse altre ong per i diritti umani hanno accusato l’Australia di violare i diritti umani.

Nonostante le critiche a livello internazionale rivolte al governo centrale australiano sul trattamento riservato ai richiedenti asilo, i sondaggi mostrano che le politiche messe a punto per contrastare il fenomeno e impedire a molti di raggiungere le coste australiane hanno riscosso un grande successo popolare.

Una prigione a cielo aperto nel Pacifico
Molti di coloro che sono passati da Nauru e Manus, descrivono il campo come una prigione a cielo aperto. I bambini insieme alle loro famiglie vivono dietro le recinzioni, vengono controllati quando entrano ed escono dal campo o si recano a scuola. Spesso si sentono intimiditi da numerose vessazioni da parte delle guardie di sicurezza.

Nonostante le condizioni difficili, alcuni di loro sognano ancora di fuggire via per riuscire a crearsi un futuro oltre i confini di questa piccola isola.

L’Australia ha da anni intrapreso una politica controversa e insolita. Intercetta navi cariche di migranti e di rifugiati, e poi li costringe a vivere in condizioni di prigionia nelle due isole del Pacifico di Nauru e di Manus, e in Papua Nuova Guinea.

I richiedenti asilo trasferiti nel centro di detenzione di Nauru vivono in tende senza aria condizionata, in una delle zone più calde della terra. Alcuni si lamentano dei tetti e delle tende delle proprie abitazioni-container ammuffite o arrugginite e altri si lamentano della presenza costante di ratti e scarafaggi.

La mancanza di opportunità educative ha portato molti adolescenti a soffrire di depressione, spingendo alcuni addirittura al suicidio. 
La sicurezza individuale del campo è stato un problema costante.

Un rapporto del governo australiano nel 2015 ha documentato innumerevoli accuse di violenza sessuale e fisica presso il centro di accoglienza, compresi casi che coinvolgono bambini. Le accuse hanno riguardato sia altri detenuti sia il personale stesso del centro.



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ECCO COME LI AIUTANO A CASA LORO. 
L'ex assessore regionale lombardo Piergianni Prosperini della LEGA è stato condannato a quattro anni di reclusione nel processo milanese in cui era accusato di esportazione illegale di ARMI verso l'Eritrea e di evasione fiscale...



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Esportazione di ARMI in Eritrea, 4 anni a Prosperini della Lega

L'ex assessore regionale lombardo Piergianni Prosperini è stato condannato a quattro anni di reclusione nel processo milanese in cui era accusato di esportazione illegale di materiale d'armamento verso l'Eritrea e di evasione fiscale.


 fu assessore al Pirellone con Formigoni

L'esponente della Lega e di Alleanza nazionale era accusato di esportazione illegale di materiale d'armamento verso l'Eritrea e di evasione fiscale. Nel 2009 era stato arrestato per tangenti

L'ex assessore regionale lombardo Piergianni Prosperini è stato condannato a quattro anni di reclusione nel processo milanese in cui era accusato di esportazione illegale di materiale d'armamento verso l'Eritrea e di evasione fiscale. Lo ha deciso la quarta sezione penale del tribunale di Milano, che ha invece prosciolto l'ex politico lombardo da un'altra accusa: la 'mancata esecuzione dolosa del provvedimento di un giudice'.

Prosperini, che in passato ha già avuto diversi guai giudiziari, è stato condannato in particolare per aver preso parte al trasferimento verso il Paese africano di "dieci cannocchiali notturni di terza generazione" per fucili di precisione. Nel processo sono stati condannati altri due imputati a pene sospese e altre persone accusate, a vario titolo, di corruzione e truffa sono state invece assolte. Secondo l'ipotesi accusatoria (sostanzialmente accolta dal tribunale) Prosperini avrebbe ricevuto in nero le somme di denaro che gli erano stati riconosciute come percentuale per il suo ruolo di mediatore tra alcune aziende italiane e il governo eritreo.

Non è questo il primo guaio giudiziario per il politico cresciuto nella Lega Nord e poi passato ad Alleanza nazionale. Prosperini era già finito in carcere nel 2009, quando era assessore al Turismo del Pirellone, con l'accusa di aver incassato una mazzetta da 230mila euro su un appalto per gli spot televisivi del valore di oltre 7 milioni. Era stato scarcerato soltanto dopo aver raggiunto l'accordo per un patteggiamento a tre anni anni e cinque mesi. 
Finito nuovamente agli arresti domiciliari nella primavera 2010.


COME FUNZIONA LA PROPAGANDA   DI #Selfini


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Salvini Denunciato per Istigazione all'Odio Razziale

''Abbiamo denunciato il ministro dell'Interno Matteo Salvini per istigazione all'odio razziale (art. 604 bis, I comma, già legge Mancino)" con l'aggravante di averlo fatto ''violando i doveri inerenti alla pubblica funzione di Ministro della Repubblica''.


''Abbiamo denunciato il ministro dell'Interno Matteo Salvini per istigazione all'odio razziale (art. 604 bis, I comma, già legge Mancino)" con l'aggravante di averlo fatto ''violando i doveri inerenti alla pubblica funzione di Ministro della Repubblica''. Lo scrive in un post su Facebook, Luigi Calesso, uno dei firmatari della denuncia, presentata ieri alla Procura della Repubblica di Treviso.

I firmatari fanno riferimento a varie affermazioni di Salvini riportate dalla stampa: "Gli immigrati che campeggiano qui a pranzo e cena sono evidentemente troppi"; "Per gli immigrati clandestini è finita la pacchia, preparatevi a fare le valigie, in maniera educata e tranquilla, ma se ne devono andare"; "Gli immigrati hanno mangiato abbondantemente alle spalle degli altri per troppo tempo". Salvini - si legge ancora nel post - ''ha definito in modo palesemente diffamatorio la condizione dei richiedenti asilo che raggiungono l'Italia diffondendo, con le sue affermazioni, dall'alto della sua carica istituzionale, la convinzione che essa costituisca una condizione di privilegio mascherata da motivi umanitari, e promuovendo quindi l'ostilità dei cittadini italiani nei confronti di tali persone''.

Per i firmatari le ''affermazioni del Ministro, singolarmente e complessivamente considerate, hanno travalicato scientemente il limite del legittimo esercizio del diritto di manifestazione del pensiero previsto dall'art. 21 della Costituzione e non sono pertanto tutelate dalla libertà d'espressione''. Una denuncia che - concludono - ''è corredata (oltre che dalle copie degli articoli cui si fa riferimento e da una 'rassegna' di commenti sui siti internet e su Facebook) da una ampia ed articolata giurisprudenza predisposta dall'Avv. Chiara Boschetti che ringraziamo 
per la preziosa collaborazione nella stesura della denuncia''.


La legge Mancino, è nata nel giugno del 1993 e condanna gesti, azioni e slogan legati all'ideologia nazifascista, aventi per scopo l'incitazione alla violenza
 e alla discriminazione per motivi razziali, etnici, religiosi o nazionali.
La legge punisce anche l'utilizzo di simbologie legate a suddetti movimenti politici...

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venerdì 24 agosto 2018

Legami tra Salvini e la 'ndrangheta

I documenti dimostrano che il responsabile del Carroccio a Rosarno,  dove il ministro ha registrato un risultato record alle ultime elezioni,  è stato per anni in società con uomini legati alle cosche: dal clan Pesce ai Bellocco.

I legami pericolosi tra il partito di Matteo Salvini e la 'ndrangheta
"La mafia è un cancro" continua a ripetere il vicepremier. Ma i documenti ottenuti da L'Espresso dimostrano che il responsabile del Carroccio a Rosarno, 
dove il ministro ha registrato un risultato record alle ultime elezioni, 
è stato per anni in società con uomini legati alle cosche: dal clan Pesce ai Bellocco
DI GIOVANNI TIZIAN E STEFANO VERGINE

I documenti dimostrano che il responsabile del Carroccio a Rosarno, dove il ministro ha registrato un risultato record alle ultime elezioni, è stato per anni in società con uomini legati alle cosche: dal clan Pesce ai Bellocco.


Il volto più noto della Lega a Rosarno nasconde un imbarazzante segreto. Vincenzo Gioffrè, 37 anni, è il regista del successo elettorale di Matteo Salvini nel paese della piana di Gioia Tauro, in provincia di Reggio Calabria. Comune simbolo dello sfruttamento dei braccianti africani, sciolto due volte per mafia, dove il potere della ’ndrangheta è capillare. E dove la Lega ha raggiunto uno dei risultati più sorprendenti delle ultime elezioni, ottenendo il 13 per cento dei voti dopo che cinque anni prima il pallottoliere si era fermato a un misero 0,25 per cento. Il segreto di Gioffrè, dicevamo.

Sul profilo Facebook, tra le decine di foto che lo immortalano abbracciato a Salvini, non c’è traccia dei suoi rapporti con un pezzo della ’ndrangheta locale. Ufficialmente Gioffrè si presenta come piccolo imprenditore attivo nel settore del verde pubblico. Un uomo che «ama il suo paese» e non tollera «la politica europea di abbattimento delle frontiere» definita causa principale della «massiccia ondata d’immigrazione clandestina da cui derivano le ampie sacche d’illegalità e di disagio sociale che ben conosciamo». Esiste però una biografia non autorizzata del responsabile della Lega di Rosarno, candidato alla Camera alle ultime elezioni. Un curriculum riservato che L’Espresso ha ricostruito grazie a visure camerali e documenti giudiziari.

Si scopre così che il paladino della legalità Gioffrè, allo scoccare del nuovo millennio ha fondato una società cooperativa con Giuseppe Artuso. Personaggio che la procura antimafia di Reggio Calabria ritiene vicinissimo al clan Pesce, una delle cosche più potenti della ’ndrangheta, che da Rosarno si è spinta fino a Milano e al Sud della Francia. I Pesce, per dire, controllano un’ampia fetta del mercato internazionale della cocaina, tanto che uno dei capi clan, Antonino Pesce, due anni fa riuscì persino ad assoldare un comandante di un mercantile per portare la droga dal Sudamerica al porto di Gioia Tauro, regno incontrastato delle cellule mafiose dei paesi della piana.

La creazione della coop agricola non è l’unico affare che collega il capo dei leghisti rosarnesi alla cosca locale. Gioffrè ha creato infatti anche un altro consorzio di cooperative agricole al cui vertice fino al 2013 c’era Antonio Francesco Rao, uomo ritenuto dagli investigatori molto vicino al clan Bellocco, affiliato a quello dei Pesce.
Il ministro dell’Interno Matteo Salvini è consapevole dei legami d’affari che collegano il suo rappresentante a questi personaggi? Di sicuro il leader della Lega è stato ospite della sezione di Rosarno nei giorni immediatamente successivi al trionfo dello scorso 4 marzo.

D’altra parte lui è stato eletto proprio lì: senatore della Repubblica grazie ai voti raccolti in Calabria. Gioffrè era tra gli organizzatori della festa-comizio nel liceo di Rosarno. Evento al quale, come ha scritto Repubblica e hanno confermato fonti investigative all’Espresso, erano presenti esponenti dei clan. Un bagno di folla per il futuro titolare del Viminale e vicepremier. Un ringraziamento personale a Gioffrè, l’uomo che ha fatto affari con presunti ’ndranghetisti. Eppure non troppo tempo fa lo stesso Salvini dichiarava: «Mi sento molto meglio se chi puzza di mafia sta lontano da me».

A parole, dunque, il leader sovranista dice di non voler avere nulla a che fare con persone che hanno legami con la criminalità organizzata. Senza fare distinzione tra indagati e condannati, tra sospetti e certezze. Discorsi da convinto antimafioso, da prefetto di ferro. Tra la teoria e la pratica, però, c’è una distanza siderale. Perché da quando è a capo del partito Salvini ha già dovuto fare i conti con le grane giudiziarie dei leghisti del Sud. E non ha detto una parola. Indagini sul voto di scambio in Sicilia. Finte minacce denunciate dal suo viceré sull’isola, Angelo Attaguile, che la procura di Catania ha chiesto di condannare a una multa salata per essersi inventato tutto. Senza dimenticare l’appoggio in Campania di ex fedelissimi di Nicola Cosentino, condannato a nove anni per concorso esterno in associazione camorristica.

E il pacchetto di voti offerti alla Lega da Giuseppe Scopelliti, pezzo da novanta della politica calabrese, ex governatore e già sindaco di Reggio, oggi in carcere per il dissesto delle casse del municipio e su cui pesano i sospetti della procura locale: secondo pentiti e magistrati Scopelliti è stato appoggiato nella sua ascesa politica dal clan De Stefano. Che dire poi del deputato di Lamezia Terme Domenico Furgiuele, il primo leghista calabrese doc a finire in Parlamento, sul cui conto si sommano i sospetti di una parentela ingombrante e di vicende poco chiare (vedi box). Furgiuele è stato il primo ad accogliere Gioffrè nelle fila leghiste. Del resto è merito del neo deputato se Salvini ha potuto contare su una rete di consenso diffuso in Calabria. In rete si può leggere ancora il discorso con cui Furgiuele dà il benvenuto al giovane rosarnese, descritto dal responsabile regionale della Lega come un «imprenditore onesto e uomo impegnato nel sociale, già candidato alle ultime amministrative conseguendo l’apprezzabile risultato di oltre 300 preferenze personali».

Correva l’anno 2016, Gioffrè aveva appena lasciato Fratelli d’Italia per unirsi al leghismo non più padano. In cima all’agenda politica, manco a dirlo, la questione immigrazione. Rosarno è nota per la presenza di un alto numero di stranieri, nel 2010 le immagini della rivolta dei braccianti africani fecero il giro del mondo. All’epoca ministro dell’Interno era Roberto Maroni, il collega di partito dell’attuale capo del Viminale. È la terra, Rosarno, dei braccianti che lavorano dall’alba al tramonto nei campi per pochi euro l’ora. Sfruttati come schiavi. E vittime di angherie, colpiti spesso nel tragitto di ritorno verso le baracche da ragazzini in cerca di fama criminale e onore.

La soglia di indignazione di Gioffrè sull’immigrazione è molto bassa. Ben più tollerante si è invece dimostrato con la ’ndrangheta. Un esempio? La giunta dell’ex sindaco di Rosarno, Elisabetta Tripodi, qualche anno fa aveva pensato di realizzare, su un terreno confiscato ai clan, alcuni prefabbricati da destinare ai migranti. Alla fine l’opera è rimasta incompiuta, anche perché la ditta che stava facendo i lavori è stata bloccata dalla prefettura con un’interdittiva antimafia (l’impresa sarebbe stata condizionabile dalle cosche). Nell’ottobre del 2016, al grido di “Prima gli italiani”, la struttura è stata occupata da un gruppo di cittadini rosarnesi. Gioffrè era dalla loro parte, e il “villaggio della solidarietà” è stato presto trasformato nel “villaggio Italia”. L’occupazione non è durata molto, ma la propaganda ha funzionato. Con un nemico così prossimo, per la Lega di Rosarno è stato un gioco da ragazzi crescere e radicarsi. Perché secondo i responsabili del partito, qui il problema principale sono i lavoratori africani. Non certo le ’ndrine, non il potere dei padrini che soffoca l’intera filiera dell’agroindustria sui cui si regge la città della piana di Gioia Tauro. Un settore economico strategico per tutta l’area, fortemente condizionato dall’influenza della criminalità. Il dato emerge dalle decine di indagini dell’antimafia di Reggio Calabria, che negli anni ha spiccato mandati di cattura per numerosi imprenditori e ottenuto sequestri di terreni e aziende agricole.

È proprio nell’ambito dell’agroindustria che Gioffrè muove i primi passi, giovanissimo. Classe ’81, a soli 19 anni costituisce la Agri 2000. Davanti al notaio, oltre a lui si presenta come fondatore della cooperativa sociale anche Giuseppe Artuso. Nel 2011 le cimici degli investigatori lo intercettano mentre parla con un amico. È Biagio Delmiro, affiliato al clan Pesce e condannato a 10 anni per mafia. Delmiro e Artuso discutono di latitanti. Di più: parlano del fuggitivo all’epoca più ricercato d’Italia, Francesco Pesce detto “Testuni”. Una coincidenza? Non sembra proprio.

Artuso - ha raccontato un collaboratore di giustizia, affidabile secondo i detective - è insieme a Delmiro un componente dell’ala del clan che cura la custodia delle armi per i Pesce. Insomma, l’artefice del successo elettorale della Lega nella Piana di Gioia Tauro sarebbe stato per oltre dieci anni in affari con l’armiere di una delle più potenti cosche della ’ndrangheta. Non solo. Secondo gli investigatori, «il nipote di Artuso è tale Berrica, uomo a disposizione della famiglia Pesce». Va detto che Artuso non è mai stato condannato per mafia, né è mai finito in una retata contro la cosca Pesce. C’è però un dettaglio che emerge dai verbali di un processo in cui tra gli imputati c’era proprio Delmiro. Il 24 luglio 2012, al tribunale di Palmi viene chiamato a testimoniare Artuso. Prima che inizi la deposizione, il pubblico ministero gli dice: «La devo avvisare che lei è indagato per favoreggiamento della cosca Pesce». Dunque Artuso, per lo meno fino a cinque anni fa, era sospettato di aver aiutato la ’ndrangheta. La vicenda non ha avuto finora uno sbocco processuale, ma aggiunge un indizio ulteriore sulla vicinanza a certi ambienti dell’uomo con cui Gioffrè ha fondato una cooperativa ortofrutticola, la Agri 2000, chiusa per decisione del ministero dello Sviluppo economico nel 2013, dopo tredici anni di attività svolta senza mai depositare un bilancio. Ambienti, quelli dell’agroindustria calabrese infiltrata dalla ’ndrangheta, di cui fa parte anche un altro personaggio legato nel business al capo della Lega di Rosarno.

In una seconda azienda, infatti, oltre ad Artuso e Gioffrè troviamo anche Antonio Francesco Rao. Si chiama O.p. Citrus Esperidio, una “organizzazione di produttori” agricoli con sede nel paese della Piana. Fino alla data di chiusura, avvenuta meno di un anno fa, il presidente del consiglio di amministrazione era Rao, presente anche all’atto di fondazione dell’impresa al fianco di Gioffrè e Artuso. Il nome di Rao, classe ’53, compare spesso negli atti giudiziari. In particolare nell’operazione Arca, quella sulla spartizione tra le cosche degli appalti per l’autostrada Salerno-Reggio Calabria. Ebbene, in quei documenti Rao è indicato come uno dei presenti all’incontro con un’ex superlatitante, Gregorio Bellocco, al vertice dell’omonima famiglia alleata dei Pesce. Ma c’è di più. Dai bilanci della Citrus Esperidio emergono i nomi di alcuni soci del consorzio. Tra questi c’è la Clemkiwi dello stesso Antonio Rao, che dunque non era solo un manager dell’azienda. E c’è anche La Rosarnese, tra i cui fondatori spicca il nome di Vincenzo Cacciola, membro di una famiglia che, secondo il pentito Vincenzo Albanese, è un vero e proprio clan vicino alla cosca Bellocco.

È dunque questo il contesto in cui Gioffrè, il leghista della Piana, l’artefice dell’exploit elettorale di Salvini a Rosarno, ha mosso i primi passi da imprenditore. Seppure senza mai inciampare in ostacoli giudiziari, restano scolpiti negli atti le frequentazioni e la contiguità dei suoi partner d’affari con il male peggiore della Calabria, la ’ndrangheta. Una puzza di commistioni tra impresa e mafia dalla quale Salvini non ha ancora preso le distanze. O meglio: dal palco di Pontida, il ministro dell’Interno ha lodato l’antimafia che lavora lontana dai riflettori. Ha ricordato il magistrato Rosario Livatino, il giudice ragazzino ucciso dalle cosche nel ’90. E citato Giovanni Falcone e Paolo Borsellino come gli esempi da seguire. Poi ha chiuso con uno slogan, uno dei suoi: per i mafiosi, ha urlato, «la pacchia è finita». Varrà anche per i partner d’affari dei leghisti calabresi?


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Grandi Opere: Parla il Primo Pentito

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Così la corruzione uccide
DI PAOLO BIONDANI E GIOVANNI TIZIAN      

Gallerie che possono crollare. Cemento che non tiene. Buchi nell’amianto. Un ingegnere che per più di vent’anni ha occupato una posizione strategica nella mappa delle infrastrutture nazionali rivela le tangenti che diventano un pericolo per il territorio e le persone.


Perché le grandi opere costano sempre molti miliardi in più del dovuto? Come mai in Italia sono così frequenti crolli di viadotti, cedimenti di gallerie e altri disastri? Perché la Tav e gli altri mega-appalti ferroviari e autostradali sono al centro di continue retate per corruzione? A rispondere a queste domande, per la prima volta, è un super-tecnico interno al sistema: un ingegnere che per più di vent’anni ha occupato una posizione strategica nella mappa delle infrastrutture nazionali. Il primo pentito delle grandi opere.
  
Gallerie che possono crollare. Cemento che non tiene. Buchi nell’amianto. Un ingegnere che per più di vent’anni ha occupato una posizione strategica nella mappa delle infrastrutture nazionali rivela le tangenti che diventano un pericolo per il territorio e le persone.


Giampiero De Michelis, nato in Abruzzo 54 anni fa, ha guidato i lavori dell’Alta velocità, i cantieri infiniti dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria e molti altri appalti, sempre con ruoli cruciali di “direttore dei lavori”: il primo e decisivo controllore pubblico delle imprese private. In ottobre è finito nel carcere di Regina Coeli con la retata (31 arresti) che ha coinvolto anche manager di colossi come Salini-Impregilo e Condotte. In novembre De Michelis ha cominciato a vuotare il sacco con i magistrati di Roma e Genova. Il suo è un racconto nero, che svela intrecci spericolati e dagli anni Novanta arriva ai nostri giorni, coinvolgendo ministri, grandi imprenditori, progettisti eccellenti, figli di politici e burocrati, funzionari di altissimo livello dello Stato.

L’inchiesta di carabinieri e guardia di finanza mostra anche costi e danni della corruzione, con risvolti drammatici: intercettato prima dell’arresto,
 De Michelis parlava di «cemento troppo liquido: sembra colla».

“Deroga”: la parola magica
In carcere il pm genovese Paola Calleri gli contesta altre intercettazioni con parole pesantissime: «Sta venendo giù la galleria di Cravasco. E anche in quella di Campasso si sono arricciate le centine!». I magistrati, preoccupati, hanno chiesto una serie di perizie sui tre tunnel più importanti della nuova ferrovia Milano-Genova. Una prima consulenza è stata consegnata: gli esperti, per ora, escludono l’ipotesi di forniture tanto scadenti da provocare crolli. Le indagini sulla sicurezza però continuano e l’allarme resta altissimo.

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La mappa delle infrastrutture strategiche fotografata da Giampiero De Michelis, il primo pentito delle grandi opere che i magistrati stanno ascoltando nell'ambito di un'indagine sulla corruzione. Nei verbali descrive un sistema fondato sulla corruzione. A spartirsi la torta miliardaria professionisti, burocrati e politici.
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L’indagine è stata chiamata «Amalgama»: è la parola usata dagli stessi indagati, mentre erano intercettati dai carabinieri del nucleo investigativo di Roma, per descrivere l’evoluzione del malaffare. Nella vecchia Tangentopoli la corruzione era diretta: buste di soldi in cambio di appalti d’oro. Oggi c’è una corruzione strutturata su almeno tre livelli, più difficile da scoprire. Il fulcro è ancora il controllore pubblico che favorisce una cupola di imprese privilegiate, che ora lo ripagano indirettamente, dividendo la torta con altre società private, attraverso subappalti, consulenze o compartecipazioni in apparenza regolari. Il trucco è che dietro queste aziende c’è lo stesso pubblico ufficiale, che le controlla segretamente tramite soci occulti. Con questi giochi di sponda, le grandi imprese comprano il controllore-direttore dei lavori, che a quel punto non controlla più niente.

L’11 novembre 2016 De Michelis ammette di aver beneficiato di questo sistema corruttivo e confessa, in particolare, che era suo il 50 per cento della Oikodomos, un’azienda intestata a un socio-prestanome, l’imprenditore calabrese Domenico Gallo, a sua volta arrestato in ottobre, ma conosciuto vent’anni fa nei cantieri della Salerno-Reggio. Confermando l’accusa-base, l’ingegnere delle grandi opere spiega che il sistema esiste da decenni e non l’hanno certo inventato lui e Gallo: «È sempre stato così. Prima c’era la Spm di Stefano Perotti. Dopo gli arresti di Firenze il sistema è continuato con la Crono e la Sintel di Giandomenico Monorchio. E prima ancora c’era Lunardi».

Perotti è il progettista arrestato nel marzo 2015 con il potente direttore ministeriale Ercole Incalza. La Sintel è la società d’ingegneria dove lavorava De Michelis. Il suo titolare Giandomenico è il figlio di Andrea Monorchio, l’ex ragioniere generale dello Stato. L’ingegnere Pietro Lunardi è l’ex ministro del governo Berlusconi che nel 2002 ha varato la contestatissima legge-obiettivo per accelerare le grandi opere in deroga a tutte le regole.
Qui il pm Giuseppe Cascini, titolare del fascicolo romano dell’inchiesta, interrompe l’interrogatorio per avvertire l’indagato che, se accusa altri, diventa testimone e, se dichiara il falso, verrà incriminato. De Michelis se ne assume la responsabilità e giura di voler raccontare tutto dall’inizio.

I disastri del progettista-ministro
«La storia nasce ancora prima che Lunardi diventi ministro ( LEGA NORD ), quando progettava le gallerie per l’alta velocità Bologna-Firenze», esordisce De Michelis. «Lunardi era il progettista che doveva garantire certi ricavi alle imprese private. Da allora il sistema è rimasto sempre lo stesso: il progetto è fatto male in partenza, così poi si devono fare le modifiche, le varianti, che portano soldi in più alle imprese. Anche l’autostrada Salerno-Reggio Calabria è un progetto di Lunardi fatto malissimo. Le perizie di variante le faceva lo stesso Lunardi. C’era un accordo a un livello molto più alto del mio, che coinvolgeva i vertici del consorzio di imprese:
 io l’ho saputo dal manager Longo di Impregilo».

I magistrati gli chiedono riscontri oggettivi. Il tecnico arrestato descrive un caso esemplare di progetto disastroso targato Lunardi. Si riferisce alla galleria Piale, a Villa San Giovanni, sulla Salerno-Reggio. De Michelis premette che per iniziare uno scavo del genere bisogna puntellare la montagna «con paratoie e micropali». Una muraglia fondamentale per impedire le frane, per cui dovrebbe essere studiata al millimetro. Ricorda invece De Michelis: «Il capo-cantiere mi chiama e mi dice: “Ingegnere, qui non c’è niente, che facciamo?”. Sono andato a vedere: il progetto di Lunardi prevedeva più di 30 metri di paratoie e micropali dove in realtà non c’era la montagna, c’era solo il vuoto». De Michelis non crede ai suoi occhi. Bisognerebbe fermare tutto e chiedere una variante: allo stesso Lunardi. Soluzione: «A quel punto ho tirato una riga dritta, siamo scesi con i micropali lì dove arrivava la montagna e siamo andati avanti».

De Michelis fa notare ai pm che il problema dei progetti variabili (e dei costi gonfiabili) è facilmente verificabile sulle carte: «Le varianti tecniche sono ammissibili solo per le gallerie. All’esterno le modifiche non dovrebbero esserci: se il progetto cambia, dovrebbero pagare le imprese private. Invece paga sempre la parte pubblica. Anche nel 2016, dopo le mie dimissioni dalla Sintel, hanno continuato imperterriti a fare varianti: me lo dicono i tecnici che sono ancora lì in cantiere».

Queste accuse colpiscono il cuore del sistema dei “general contractor”, inaugurato con l’avvio della Tav nel 1991 dall’amministratore delle Ferrovie Lorenzo Necci (morto dopo una condanna definitiva per corruzione) e poi perfezionato con la legge obiettivo di Lunardi ( LEGA NORD ). In sintesi, lo Stato delega tutto a un consorzio di imprese private, che gestiscono direttamente i soldi pubblici: in cambio, dovrebbero assumersi tutti i rischi, tecnici e finanziari, e consegnare l’opera finita, “chiavi in mano”, al prezzo prefissato. «In realtà non c’è mai un progetto chiavi in mano», sostiene De Michelis. «La legge prevede un’alta sorveglianza sui general contractor, che spetta all’Anas per le autostrade e all’Italferr-Rfi per la Tav, che dovrebbero controllare e approvare tutte le varianti che aumentano i costi. Ma tutta l’alta sorveglianza è finta. Per le mie opere Italferr non ha mai controllato niente».

Quando è stato arrestato, De Michelis era il direttore dei lavori degli ultimi “macro-lotti” dell’autostrada Salerno-Reggio e della nuova Tav Milano-Genova. I magistrati gli chiedono se conosca altre grandi opere inquinate dal malaffare. La risposta è istantanea: «Il Brennero. Per i tunnel ferroviari di Aica e Mules, Perotti ha vinto la gara per la progettazione, mi pare nel 2008, con una falsa certificazione firmata dal manager Z. ex dirigente Fiat. Questo perché, per l’alta velocità Emilia-Toscana, il general contractor era il gruppo Fiat. Impregilo è nata dalla fusione tra Fiat-Impresit, Girola e Lodigiani». Tre aziende travolte da Tangentopoli.

Il verbale integrale è discorsivo, De Michelis parla al presente storico: «Quindi l’ex manager Fiat gli fa questo certificato e lo manda a Impregilo. Io sapevo che la gara era finta: erano previsti certi requisiti che io come Sintel ero l’unico ad avere. Invece così vince Perotti, che ha dietro Incalza. Quindi Giandomenico Monorchio mi dice: “Adesso vado da Incalza con mio padre e vedo di ottenere qualcosa in cambio”. Infatti gli danno in cambio il progetto della Porto Empedocle in Sicilia, quello fatto dalla Cmc. Tolgono il lavoro a Perotti e lo danno a Sintel, senza gara, con affidamento diretto. E così Sintel non fa ricorso per i tunnel del Brennero».

La superstrada al centro del presunto baratto è un’opera strategica per la Sicilia: il raddoppio della Caltanissetta-Agrigento. Va ricordato che in questo come in altri casi più gravi, De Michelis parla di appalti pubblici gestiti dalle imprese private senza alcun vincolo, grazie a una «norma criminogena», come viene definita nelle ordinanze d’arresto: un articolo della legge-obiettivo ha autorizzato le aziende controllate a scegliersi il controllore-direttore dei lavori (e a pagargli legalmente un ricco compenso). Una norma-scandalo che ha trasformato le grandi opere in un festival dei conflitti d’interesse ed è stata abolita con il nuovo codice degli appalti sollecitato nel 2014 dall’autorità anti-corruzione. Proprio le scelte dei progettisti, controllori e subappaltatori permetterebbero ai privati, ieri come oggi, di agganciare i grandi protettori a livello di governo, che De Michelis definisce «santi in paradiso».

«Il sesto macro-lotto della Salerno-Reggio l’ha vinto la cordata Impregilo-Condotte, che è la stessa del Cociv, il consorzio dell’alta velocità Milano-Genova. Allora l’affare comprendeva tutto: general contractor e direzione lavori. A quella gara globale, gestita dall’Anas, ho partecipato io come persona fisica su richiesta di Impregilo. Però poi il contratto l’hanno fatto alla Sintel, che mi ha confermato, ma come dipendente. Bisognava dare la direzione lavori alla società del figlio di Monorchio perché il padre era al vertice di Infrastrutture spa, cioè era lui che decideva i finanziamenti pubblici, e poi è diventato anche presidente della commissione di collaudo. Quindi in pratica è Monorchio senior che impone il figlio. Lo stesso succedeva con la Spm: era Incalza che sbloccava i finanziamenti e di fatto imponeva Perotti. Monorchio padre e Incalza erano i santi in paradiso di Sintel e Spm». I pm gli chiedono come fa a saperlo. Risposta: «Me l’ha detto personalmente Monorchio figlio, titolare della Sintel». Anche dietro la Spm ci sarebbero storie di famiglia: «Il padre di Perotti aveva fatto lavorare Incalza, il rapporto è nato da lì».

Nelle sue lunghe confessioni, il pentito indica ai magistrati un’altra società che sarebbe stata utilizzata dalle imprese delle grandi opere per arricchire Monorchio junior: «Il consorzio di Impregilo ha affidato alla Crono le prove di laboratorio per i cantieri della Salerno-Reggio. Sono contratti da cinque milioni di euro. Che la Crono fosse di Monorchio lo sapevano tutti».

Giandomenico Monorchio, finito agli arresti domiciliari, nega di aver commesso illeciti e sostiene di non aver mai approfittato dei poteri pubblici del padre. Anche Perotti e Incalza, a Firenze, hanno respinto tutte le accuse. Lunardi non è neppure indagabile: i fatti a lui addebitabili sono ampiamente prescritti. Fino a prova contraria, dunque, bisogna presumere che siano tutti innocenti. Anzi, dopo Tangentopoli, è sparito il reato: la spartizione privata dei lavori pubblici si può fare a norma di legge.


Il metodo dei santi in paradiso
De Michelis conferma ai magistrati di possedere addirittura la copia di un patto segreto per dividersi i progetti in tutta Italia, siglato quando Impregilo era controllata dal gruppo Gavio, prima di essere scalata dalla Salini: «È un accordo scritto per la spartizione delle direzioni dei lavori tra la Sintel, la Spm e la Sina che allora era di Gavio».

Questo sistema spartitorio nato dopo Tangentopoli, secondo l’ex direttore delle grandi opere, rende inutile o quantomeno marginale la corruzione classica. Quando i magistrati gli chiedono se Monorchio junior, per avere quei contratti, abbia pagato tangenti, De Michelis risponde così: «Non sono cose che si dicono. A volte Monorchio mi diceva che doveva fare un regalo, certo, ma solo questo. Di più non so. Ma in questo sistema non c’è più bisogno delle buste di denaro. Dietro Sintel e Spm ci sono i santi in paradiso. Se non davano i lavori a loro, Monorchio padre e Incalza non finanziavano i progetti».

De Michelis, in pratica, ammette di aver dirottato sulle società dell’amico Gallo gli appalti che prima finivano a Monorchio e prima ancora venivano spartiti con Perotti. Di qui le proteste degli imprenditori intercettati: «Abbiamo creato un mostro!». Un’affermazione a doppio taglio: nelle grandi opere c’è un mostro che divora soldi, ma è stato creato dalle stesse aziende che lo pagano.

De Michelis parla anche della massa di subappalti gestiti direttamente dai general contractor. E mette a verbale i nomi di vari dirigenti di Impregilo che avrebbero incassato tangenti dai subappaltatori («Me l’hanno detto loro stessi»), uno dei quali è soprannominato «mister 3 per cento». L’ingegnere arrestato denuncia anche una cordata di manager che si arricchirebbero da anni con «ruberie enormi»: una «Impregilo parallela», la chiama De Michelis, chiarendo che «nel gruppo ufficiale comanda Pietro Salini», mentre «lì comanda il signor C., in passato ha avuto un ruolo di peso nella gestione della tratta toscana dell’alta velocità, ora ufficialmente è solo un consulente esterno, ma in realtà è a capo di un ordine gerarchico: c’è, ma non compare». Le grandi opere, precisa il pentito, producono colossali quantità di detriti e terre di scavo che dovrebbero essere accumulate in «cave di deposito», per essere poi rivendute e ridurre i costi. «Dai cantieri escono i camion con tonnellate di materiale, ma nelle cave ufficiali non arriva niente: quelli dell’Impregilo parallela intascano milioni rubandosi gli inerti e rivendendoli in nero».

Anche questa «Impregilo parallela» nascerebbe da rapporti di famiglia. De Michelis, infatti, spiega che il signor C. era «amico del papà» di un manager arrestato di Impregilo: «È lui che gli ha fatto assumere il figlio nel consorzio per l’alta velocità». Per questo l’erede continua ancora a obbedire a quella «eminenza grigia di Impregilo». De Michelis aggiunge che aveva chiesto «un incontro a Pietro Salini, per fargli sapere della struttura parallela che aveva dentro Impregilo, perché avevamo tutti il dubbio se lui sapesse o no. Salini però non ha voluto vedermi».

Questo presunto contrabbando di materiale da cava, sostiene De Michelis, sarebbe proseguito anche in Liguria, con le gallerie del Terzo valico. Ma qui emergono profili più inquietanti.

Emergenze amianto e cemento
«Il problema più grosso, per il consorzio guidato da Salini-Impregilo, è l’amianto, soprattutto per la parte ligure», denuncia il pentito. Anche i magistrati, nelle domande, parlano di materiale «marcio». E l’arrestato conferma che le terre dove si scava per la nuova Tav sono altamente contaminate dall’amianto: «Ce n’è tanto», sostiene l’ingegnere. La legge impone di analizzare tutto il materiale e smaltirlo in totale sicurezza. Il direttore dei lavori però non sa neppure dove sia finito con esattezza. Salvo poi indirizzare gli inquirenti verso una cava, la Isoverde, tra le più grandi della Liguria. «Poi parliamo anche di questo», lo blocca il pm, che sembra molto interessato alla questione. Ma preferisce trattare in successivi interrogatori questo capitolo che potrebbe riservare brutte sorprese per il territorio. Probabile, dunque, che l’ingegnere venga riascoltato per chiarire i misteri dello smaltimento delle fibre di amianto.

In questo mare di ammissioni, tuttavia, De Michelis nega ostinatamente solo l’accusa di aver diviso con Gallo anche i soldi di società come la Breakout, che forniscono cemento. «È vero che presentavo Gallo alle grandi imprese e portavo i manager a vedere le sue cave, ma lo facevo gratis, per amicizia. Per la Oikodomos facevamo al 50 per cento, ma con la Breakout io non c’entro». Una posizione che ai magistrati sembra assurda: che senso ha ammettere la corruzione con alcune società e negare la stessa accusa con le altre? Proprio qui l’ingegnere minimizza anche le intercettazioni sul cemento scadente: «È un problema di consistenza, non di qualità. Mandavo indietro i camion solo per rifare le bolle formali». Il pm Cascini non gli crede: «Perché quando viene fuori che il cemento è colla o è troppo liquido, lei cerca di evitare che emerga?». La domanda resta senza risposta. Forse perché è un segreto inconfessabile: chiunque ammettesse di aver usato cemento pericoloso, rischierebbe di rispondere non solo di corruzione, ma anche delle eventuali vittime di nuovi crolli di grandi opere.



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giovedì 23 agosto 2018

Concessione ad Autostrade mai Revocata solo Annunci

Concessione ad Autostrade mai Revocata solo Annunci

Gaetano Maria Migliore
21 agosto alle ore 20:44
Dunque, aiutatemi a capire, per favore. Alcuni cialtroni a meno di 24 ore da una tragedia vanno in Tv e con le loro dichiarazioni sprovvedute parlano senza alcun elemento di diritto dichiarano di volere revocare la concessione alla gestione di alcune tratte autostradali alla società Autostrade per l'Italia provocando il tonfo in borsa per svariati miliardi della società controllante Atlantia. Scusate se mi cito: "Si può revocare-far decadere-caducare la Concessione ad autostrade per l’Italia? Certo che si può. Occorrerebbe dimostrare che il concessionario ha colpe gravi. Facile? No e comunque passano mesi e il tempo scorre perché si devono seguire complesse procedure. Si può comunque revocare? Si! Basta staccare un assegno di una ventina di miliardi. E’ corretto dire che Autostrade per l’Italia non investe abbastanza in manutenzione? Partiamo dai dati. La società fattura pedaggi inclusi 4 miliardi annui. Con un utile operativo di 3 miliardi. Ma di quei tre miliardi ne investe uno in manutenzione. Un terzo. E’ poco? E’ tanto? Non saprei! Non sono un addetto ai lavori. So che investe un miliardo. So che Autostrade per l’Italia ha sede a Roma e in Italia pertanto paga le tasse. So che è controllata da Atlantia che ha anch’essa sede a Roma e paga le tasse in Italia. So che l’azionista di riferimento è Edizione Holding della famiglia Benetton che ha sede legale e fiscale a Treviso e che quindi paga le tasse in Italia! Quindi so per certo che è una bufala in fatto che chi controlla Autostrade per l’Italia paghi le tasse in Lussemburgo. 

Del resto, se anche a monte di tutto ci fosse una società controllante con sede fiscale in Lussemburgo questo non sarebbe affatto causa sufficiente a rescindere il contratto di concessione. Anzi il solo avanzare quest’Ipotesi equivarrebbe a dire investitori esteri non venite ad investire in Italia perché proprio perché non Italiani se abbiamo da punirvi lo faremo a prescindere dalla certezza del diritto! Ma un governo di cialtroni che in meno di 24 ore si sostituisce alla magistratura, se ne infischia di quanto sancito dalla convenzione di concessione e ha già stabilito chi siano i colpevoli al di là di ogni indagine e di ogni inchiesta arrivata a sentenza ovviamente questo lo considererà solo un dettaglio a spese degli Italiani ovviamente l’importante è fare propaganda e panna montata per guadagnare consensi immediati! Perché mi pare ovvio che il brillante Tontinelli, e gli ancora più brillanti Gig-inetto Di Maio e Ruspa Salvini che in una sola notte e a meno di 24 dal disastro, hanno preso una specializzazione in tecnologia delle costruzioni ed in Ingegneria e hanno già capito tutto, fatto tutte le indagini possibili, individuato anche i colpevoli al di là di ogni ragionevole dubbio. Poi che dichiarazioni ad mentula canis provochino il crollo (per qualche miliardo di capitalizzazione in borsa) di titolo e obbligazioni di Atlantia in cui hanno investito non solo i Benetton ma grossi investitori istituzionali anche esteri e piccoli risparmiatori italiani è anche questo solo un dettaglio! Ah, sia chiaro! Non mi sono scordato che ci sono dei morti. Ma non è sparando cazzate e danneggiando il paese pur di fare becera propaganda che li si onora o li si riporta in vita! Dimenticavo: solo nella Repubblica delle Banane un Avvocato Prof di Diritto può permettersi di dire che non ha tempo per aspettare le sentenze senza sentirsi dare del Coglione! Nell’Italietta odierna fa il Presidente del Consiglio. Giusto perché amiamo lo Stato di Diritto! Comunque, perché vi sia chiaro ASPI (Autostrade per l’Italia) ha realizzato dal 2002 al 2017 43 miliardi di ricavi di cui: 20 (venti) reinvestiti nella rete (manutenzione e ampliamenti e quindi nuove infrastrutture); oltre 10 tra rendite e oneri pagate allo Stato ( oneri, rendite all’Anas -4 miliardi solo ANAS-, tasse); oltre 7 di costo del lavoro; oltre 7,2 di oneri finanziari sostenuti per acquisire la gestione (non la proprietà che è e rimane comunque pubblica) dalla rete. Restano 2 miliardi di capitale distribuiti a migliaia di azionisti e risparmiatori. Un terzo di due miliardi fa 600 milioni! Ecco quanto hanno intascato i Benetton dalla loro quota. Ma qualche povera capra idiota va in TV a dire che con i pedaggi di Autostrade I Benetton hanno comprato parte delle autostrade spagnole e parte dei porti francesi! Peccato che sia Atlantia ad averlo fatto! E che la stessa Atlantia grazie alle dichiarazioni della capra idiota e dei suoi sodali ha perso 5 miliardi di capitalizzazione in un solo giorno. Questo senza dimenticare che la capra idiota da Ministro dello sviluppo economico invece che gioire per il processo di internazionalizzazione di un’impresa italiana, ne criiminalizza l’azionista di riferimento." Ora dovete cortesemente dirmi cosa in realtà si è fatto! Si è revocata la concessione? No! Si è iniziata la procedura per far si che la convenzione venga caducata! Immediatamente? No Occorre tempo! Molto tempo! E non è detto che si riesca perchè non è detto che dalle indagini ministeriali piuttosto che giudiziarie emergano gravi inadempienze a carico del Concessionario! 

Quindi quell'annuncio in diretta Tv (quello del "non abbiamo tempo di aspettare le sentenze") a che cazzo serviva? Che utilità aveva? Nessuna! ha fatto danni per miliardi ad investitori non necessariamente colpevoli punto! Propaganda pura! In più un tizio che non ha #mailavoratounora in vita sua definisce elemosina 500 milioni stanziati da Autostrade per gli interventi d'urgenza contro i 33 milioni stanziati dai cialtroni stessi al governo. 

Il Cialtrone che non poteva aspettare le sentenze che pur sapendo che rischia di dover pagare i danni agli azionisti per il crollo in borsa e di pagare le penali previste dalla convenzione (20 miliardi) invita autostrade a quadruplicare i fondi perchè tanto in precedenza ha guadagnato tanto! Il concentrato va in vacanza e non si presenta nemmeno in Parlamento dove pure era stata richiesta una sua audizione. Ma in un paese civile non sarebbero da prendere a calci nel culo? Dove cazzo è sta revoca se era così urgente? Che necessità c'era di andare in tv a rete unificate a strillarla se non avevate nemmeno iniziato a contestare i danni? Ma andate a quel paese, cialtroni!




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La propaganda di Salvini la pagano tutti costa mille euro giorno

La propaganda social di Matteo Salvini ora la paghiamo tutti e ci costa mille euro al giorno. Il primo giorno al Viminale il ministro dell'Interno ha assunto come collaboratori tutti i membri dello staff di comunicazione, incluso il figlio di Marcello Foa. Aumentando a tutti lo stipendio (tanto non sono soldi suoi). I post contro i migranti e le ong, le dirette Facebook per attaccare a destra e a manca, gli sfottò nei confronti di chiunque lo critichi, le bufale razziste rilanciate a milioni di follower e fan.

 ci costa mille euro al giorno

Il primo giorno al Viminale il ministro dell'Interno
 ha assunto come collaboratori tutti i membri dello staff di comunicazione,
 incluso il figlio di Marcello Foa. 
Aumentando a tutti lo stipendio (tanto non sono soldi suoi). 

DI MAURO MUNAFÒ

I post contro i migranti e le ong, le dirette Facebook per attaccare a destra e a manca, gli sfottò nei confronti di chiunque lo critichi, le bufale razziste rilanciate a milioni di follower e fan: la comunicazione di Matteo Salvini non è diventata più istituzionale da quando è seduto nella poltrona di ministro dell'Interno. Ma qualcosa in realtà è cambiato: ora la propaganda sulle sue pagine Facebook personali non la paga più lui, ma direttamente il suo dicastero. E quindi tutti gli italiani.

Nulla di illecito o illegale sia chiaro. Si tratta dei contratti di collaborazione che ogni ministro, una volta insediatosi, utilizza per formare la sua squadra. Dai documenti del ministero dell'Interno si scopre così che già il primo di giugno, primo giorno con il governo Conte insediato, Salvini ha firmato il decreto ministeriale per assumere i suoi fedelissimi strateghi social, con stipendi di tutto rispetto.

Primi a passare a libro paga del Viminale sono stati Morisi e Paganella, i fondatori della “Sistema Intranet” che da anni gestisce le pagine social di Matteo Salvini e tra i principali artefici del successo digitale del leghista. Per Luca Morisi, assunto nel ruolo di “consigliere strategico della comunicazione”, lo stipendio è di 65mila euro lordi l'anno. Meglio ancora va al suo socio Andrea Paganella, capo della segreteria di Salvini, che percepirà invece 86mila euro l'anno fino alla durata del governo.

Non finisce qui. Passano due settimane e la squadra di Salvini si allarga: il 13 giugno vengono assunti direttamente dal Viminale anche altri quattro membri del team social già al lavoro per la propaganda social salviniana. Passano a libro paga del governo anche Fabio Visconti, Andrea Zanelli e Daniele Bertana, tutti con lo stesso stipendio: 41mila euro lordi, circa 2mila euro netti al mese. Stessa cifra e carica, “collaborazione con l'ufficio stampa”, anche per Leonardo Foa, il figlio del candidato alla presidenza Rai del governo gialloverde Marcello Foa .

Il conto totale dello staff di Salvini passato a libro paga delle casse statali è presto fatto: 314mila euro l'anno per lo staff social, a cui vanno aggiunti i 90mila euro l'anno garantiti al capo ufficio stampa Matteo Pandini, ex giornalista di Libero e autore di una biografia di Salvini, assunto il primo luglio scorso. Insomma, più o meno mille euro al giorno pagati da tutti per ricevere tweet, dirette Facebook e selfie da campagna elettorale permanente.

Un dettaglio interessante che emerge dagli stipendi del team social è quello della generosità di Matteo Salvini: generosità con i soldi pubblici però. In una dichiarazione del maggio scorso Luca Morisi, rispondendo agli articoli della stampa, aveva affermato che la Lega aveva stipulato con la sua “Sistemi Intranet” un contratto da 170mila euro annuali per i vari servizi di comunicazione che richiedevano il lavoro di 4 persone: fatta la divisione, significa 42mila euro a persona.

A un solo anno di distanza, e una volta conquistata la poltrona di ministro, Salvini ha deciso di dare a tutti un aumento: il team social, come abbiamo scritto, si compone ora di sei persone per un totale di 314mila euro annui. In media sono 52mila euro a testa, 10mila in più rispetto a quando gli assegni li firmava via Bellerio. La pacchia è iniziata.

ANCHE

Politica nel mondo digitale, 
Matteo Salvini un inquietante lavoro 
che sta realizzando online con il Software La Bestia .
Intervista a un ex hacker e spin doctor digitale,
 che ci parla della strategia comunicativa della Lega, dell’affaire Cambridge Analytica, 
del business dei falsi profili twitter, del Gdpr, Facebook...


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lunedì 20 agosto 2018

Salvini nel 2008 votò a favore del salva Benetton


Salvini nel 2008 votò a favore del salva Benetton


E i soldi dei pedaggi non furono più vincolati alla manutenzione.

Il governo Prodi aveva legato gli utili agli investimenti per la messa in sicurezza. A maggio 2008 il IV governo Berlusconi, appena insediato, cancella quella norma. L’allarme della procura di Genova: “Pene ridicole per i responsabili” e lo Stato “ha abdicato alla funzione di controllo”.

E’ un pasticcio che oggi, i 43 morti di Genova, autorizzano a definire criminale quello sulla gestione delle autostrade italiane. Un pasticcio su cui la procura di Genova, il procuratore Cozzi, mette già le mani avanti dicendo che “le leggi sono inadeguate”, che i responsabili, una volta accertati, “andranno incontro a pene ridicole” e su cui lo Stato che doveva vigilare, fino al 2012 tramite Anas e da allora tramite una Direzione specifica del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti (Mit), invece non lo ha fatto perché le concessioni hanno nel tempo reso 
sempre più  marginale il ruolo del controllore pubblico. 

Si scopre che lo stesso Salvini, giovane deputato del Carroccio, entrato in Parlamento nel quarto governo Berlusconi (maggio 2008) votò con un vero e proprio blitz a favore di una leggina salva-Benetton che impedì l’obbligo per i concessionari di investire almeno la metà dei guadagni dei pedaggi nella messa in sicurezza della rete autostradale.  


Salvini nel 2008 votò a favore del salva Benetton

Salvini nel 2008 votò a favore del salva Benetton

Nel 2008 Matteo Salvini votò a favore del cosiddetto 'Salva Benetton', che diede al gruppo le concessioni molto vantaggiose per Autostrade. (Il PD, invece, votó in blocco contro questo decreto). Salvini governava con Berlusconi, ora non se lo ricorda più? Meglio rinfrescargli la memoria". Così su twitter la deputata del Pd Debora Serracchiani, allegando lo screenshot dell'elenco dei voti, tra cui si legge il nome di Matteo Salvini e accanto "favorevole".


Un momento solenne e delicato come i funerali di Stato per le vittime del disastro di Genova è stato macchiato da una indegna claque organizzata, che ha accolto con ululati Salvini e Di Maio e ha contestato gli esponenti del Pd. Claque formata da persone che lo stesso Salvini aveva incontrato il giorno prima a Viareggio e che non avevano nulla a che fare con i familiari delle vittime del Ponte. Lo spazio sui media a questa claque indegna è stato sollecitato niente meno che dal portavoce di Palazzo Chigi Rocco Casalino, pagato con i soldi di tutti gli italiani”. E che a funerale in corso si chiedeva, nella chat dei giornalisti accreditati a palazzo Chigi, come i giornali avrebbero riportato quei fischi il giorno dopo.


Videostoria dei rimborsi scomparsi  Dallo scandalo che nel 2012 travolse il fondatore Umberto Bossi e il tesoriere della allora 'Lega Nord' Francesco Belsito, alla condanna del 2017 dei due per truffa ai danni dello Stato per aver sottratto per fini personali o di partito i rimborsi elettorali ricevuti tra il 2008-2010.

E l'attacco al leader della Lega arriva anche dal presidente del Pd Matteo Orfini. Che, ancora su Twitter, commenta così rivolgendosi all'alleato di governo di Salvini: "Caro Luigi Di Maio, dato che volevi smascherare quelli che hanno favorito i Benetton eccoti un aiuto: guardati a fianco, lo vedi Matteo Salvini? Ecco, parlane con lui. Oppure come sui 49 milioni fai finta di niente?".


LEGGI TUTTO SUI SOLDI 
DEI RIMBORSI ELETTORALI PERDUTI DALLA LEGA

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