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domenica 24 febbraio 2019

Progetto segreto? Abbandonare il Mezzogiorno

Così nel segreto si creerebbero un’Italia primaria,   quella del Nord, e un’Italia secondaria, quella del Sud.   Una ricca e una pezzente. Una svolta storica fra quattro amici al bar

«Così nel segreto si creerebbero un’Italia primaria, 
quella del Nord, e un’Italia secondaria, quella del Sud. 
Una ricca e una pezzente. Una svolta storica fra quattro amici al bar»

di LINO PATRUNO

Alla chetichella. Così vorrebbero riformare la Costituzione con l’«autonomia regionale differenziata» per Veneto, Lombardia ed Emilia. Nuove competenze e più soldi per gestirle da privilegiati e senza ficcanasi. L’Italia nata 158 anni fa sarebbe cancellata con un accordo fra pochi intimi, una commissione a porte chiuse fra il Veneto e la ministra leghista (e veneta) Erika Stefani. E con un passaggio in un Parlamento ridotto solo ad approvare senza poter discutere di nulla né poi controllare nulla. Così nel segreto si creerebbero un’Italia primaria, quella del Nord, e un’Italia secondaria, quella del Sud. Una ricca e una pezzente. Una svolta storica fra quattro amici al bar. Qualcuno parla di colpo di Stato, eccessivo ma efficace per capire.

Sarebbe l’Italia nella quale al Nord si vivrebbe sempre meglio e al Sud sempre peggio. Sarebbe l’Italia nella quale il Nord avrebbe servizi eccellenti e il Sud servizi indecenti. Sarebbe l’Italia nella quale si sancirebbe una volta per tutte che esistono due Italie. Non solo. Ma nella quale l’Italia del Sud non potrebbe obiettare nulla, visto che l’accordo si potrebbe ridiscutere solo dieci anni dopo. Un’Italia che non si proverebbe più a rendere più giusta come almeno a parole ogni governo dichiara oggi di volere. Come l’ipocrisia e gli impegni elettorali hanno finora continuato a ripetere, il Sud? In testa ai nostri pensieri. Ma una situazione che diventerebbe definitiva. E addirittura per legge.

La verità è che di riequilibrare il Paese oggi non interessa più a nessuno, se non al solo Sud. Per il quale non soltanto non si deve fare nulla visto che non c’è più nulla da fare (conseguenza di quanto poco si è fatto). Situazione irreversibile. Ma non fare nulla perché non si vuole più fare nulla. Un riequilibrio non più necessario né desiderato. Questa la svolta che rivela l’arroganza di Veneto e compagni. Chi lo dice che debba esserci questa giustizia fra territori? Lo dice la Costituzione. Ma è quella stessa Costituzione dalla quale la parola è già stata cancellata con la riforma federale che nel 2001 il centrosinistra s’inventò all’ultimo minuto per togliere voti alla Lega Nord. Una genialata. Parola mai più reinserita. Cosicché per la legge fondamentale del Paese il Mezzogiorno non esiste se non perché si continua a parlare di solidarietà nazionale.
Il risultato sarà non solo un‘Italia divisa in prima Italia e seconda Italia. Ma un’Italia in cui tre regioni (per ora) diventano autonome per diritti di ricchezza trattenendo per sé le tasse da versare allo Stato e sottraendole agli altri. Una secessione furba senza andarsene visto i cotanti privilegi nel restare. Tre nuovi Stati nello Stato. Nel quale ci sono già cinque regioni a statuto speciale. 
Alla faccia della già presunta unità.

Anche se il Sud non dicesse andiamocene pure noi, separiamoci visto che ci hanno separato loro, è come se ne fosse già stato escluso. Un Sud in cui mandare a svernare i pensionati se vogliono uno sconto sulle tasse. Un Sud in cui andare una settimana in vacanza e nient’altro. Un Sud cui continuare a vendere i propri prodotti. Un Sud i cui depositi in banca siano spesi soprattutto al Nord. Un Sud i cui ragazzi emigrerebbero sempre più. Un Sud cui riservare il contentino del reddito di cittadinanza e li teniamo buoni. Ma soprattutto un Sud verso il quale non avere più la rottura di scatole di dover fare qualcosa. Tipo vergognarsi di una spesa pubblica che, contrariamente a quanto si dice, è ancòra oggi di 14.988 euro l’anno per ogni cittadino del Centro Nord e di 12.033 per ogni meridionale. Un Sud che, contrariamente a quanto si dice, paga in media il 34,1 per cento di tasse rispetto al 31,2 per cento del Veneto. E un Sud in cui nei primi quindici anni del 2000 le Ferrovie dello Stato hanno speso 14 miliardi contro i 44 al Nord e i 24 al Centro.

Ma se, alla Machiavelli, si trasformasse una situazione di difficoltà in opportunità? Sorprende la reazione del Sud dopo il primo momento di inerzia. Il referendum in Campania per creare la macroregione meridionale. La bocciatura dell’autonomia alla veneta da parte (finalmente) degli industriali, e non solo meridionali. La bocciatura dei vescovi. La bocciatura dei sindacati. La resistenza dei Cinque Stelle. La contromossa aleggiante di un vertice di tutte le regioni, aspiranti secessioniste comprese. Non per piangere o chiedere clemenza, ma per pretendere la perequazione delle infrastrutture prevista dal federalismo. 
E la fissazione del minimo al di sotto del quale nessun servizio potrà permanere al Sud.
Dopo di che, non è detto che una maggiore autonomia non la possano chiedere anche le Regioni del Sud. Ricordando, a chi ironizzasse sul livello dei dirigenti meridionali, che a essere condannati e rimossi dalla giustizia sono stati i signori Formigoni e Galan. 
Governatori, ma guarda, di Lombardia e Veneto.


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