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sabato 30 marzo 2019

No al Congresso-Vergogna sulla Famiglia

No al Congresso-vergogna sulla famiglia


“Noi, femministe di tutto il mondo, 
invaderemo Verona per dire no al Congresso-vergogna sulla famiglia”
Le attiviste di Non Una Di Meno : "Risponderemo all'ondata reazionaria e sovranista con una tre giorni di incontri e dibattiti sui diritti. Ci saranno attiviste da tutto il mondo"

No al Congresso-vergogna sulla famiglia

Carlotta prende un treno da Milano. Paola si muove da Roma. Giulia a Verona ci vive. Tutte sono parte della rete femminista Non Una Di Meno e tutte parteciperanno alla protesta contro il Congresso mondiale delle famiglie (Wcf), l’appuntamento che riunisce movimenti anti-abortisti, anti-femministi e anti-Lgbtqi di tutto il mondo. Una tre giorni, dal 29 al 31 marzo, di convegni, incontri, dibattiti e presentazioni in piazza organizzata per parlare di diritti delle donne e rispondere politicamente, e personalmente, alle tematiche affrontate dal World Congress of Families.

Il Wcf arriva quest’anno alla sua tredicesima edizione. La prima volta si era tenuto a Praga nel 1997, l’ultima era stata organizzata a Madrid nel 2012. È il più importante meeting internazionale di gruppi no-choice e contro le soggettività lesbiche, gay e trans. I gruppi che si identificano con la sua ideologia promuovono la famiglia eteropatriarcale come la sola unione possibile e si esprimono contro l’aborto e la libertà di scelta delle donne, contro i diritti riproduttivi e lgbtqi, contro i matrimoni gay e contro il divorzio, gli studi di genere e l’immigrazione.

“Quando è stato annunciato il Congresso, il nodo territoriale di Non Una Di Meno si è sentito subito chiamato in causa. Lavoriamo sul territorio da molto tempo: era ottobre e avevamo appena organizzato la reazione contro la mozione per rendere Verona una ‘città a favore della vita’, poi approvata dal consiglio comunale”, spiega  Giulia.

Nell’aula in cui si discuteva, le attiviste di Nudm avevano indossato i vestiti delle ancelle di The Handmaid’s Tale ed erano state allontanate. A “Verona Città Transfemminista”, questo il nome assegnato alla mobilitazione, si è arrivati con un percorso costruito attraverso assemblee pubbliche alle quali hanno partecipato “attiviste e altri movimenti della società civile, 
ognuno con le sue specificità”.

“Abbiamo avuto un grande riscontro anche da parte di persone che non si dicevano esplicitamente attiviste e femministe, come se avessimo creato un percorso. Ma Verona rimane una città difficile. Non è un caso che il Congresso sia organizzato qui, con l’amministrazione comunale che ha alle spalle un percorso politico chiaro”. L’amministrazione è una delle co-organizzatrici del Congresso e il sindaco Federico Sboarina ha messo a disposizione gratuitamente la sede dell’incontro.

Non Una Di Meno ha organizzato un corteo, con partenza sabato dalla stazione di Porta Nuova. E poi convegni e laboratori con ricercatrici europee, performance teatrali, spazi per bambini e bambine, e laboratori in piazza per insegnanti contro sessismo e razzismo.

Sarà proiettato il documentario Aborto le nuove crociate, prodotto dalla tv franco-tedesca Arte, sugli attacchi a livello internazionale alle leggi che regolano l’aborto. “Vogliamo ribattere ai punti che saranno discussi dal Wcf. Abbiamo pensato che se loro rimangono chiusi in un palazzo, noi invece invadiamo la città. E  con noi ci sono attiviste che vengono da tutto il mondo, come Marta Dillon di Ni Una Menos Argentina”.

E dalla Polonia, Croazia, Regno Unito, Paesi Bassi. Dalla Francia e dall’Olanda. Dall’Irlanda, Germania e Bielorussia. “Per rispondere a livello internazionale a un’ondata sovranista, è necessario che i movimenti femministi rafforzino i legami tra loro 
e che discutano insieme le pratiche da adottare”, aggiunge Giulia.

A Verona Paola ci arriva da Roma. Il gruppo territoriale di Nudm parte in pullman e per il viaggio si può fare un’offerta libera. Chi può acquistare uno o più biglietti, li mette a disposizione di chi ne ha bisogno. Come un caffè sospeso. Nella riunione territoriale che si è tenuta la scorsa settimana, sono stati decisi gli slogan e i simboli da usare durante il corteo.

“Domenica a Verona ci sarà un’assemblea internazionale e aperta nella quale interverranno i movimenti femministi di tutto il mondo”, spiega  Paola. “Un’ondata reazionaria e sovranista porta ovunque alla repressione dei diritti delle donne, attaccando i movimenti femministi. Ma c’è una spinta opposta che resiste. Una riorganizzazione transnazionale, una condivisione di percorsi e battaglie, che rende ancora più significativa la dimensione 
che sta assumendo la protesta di Verona”, aggiunge.

Il Congresso di Verona ha ottenuto il patrocinio del ministero per la Famiglia e le Disabilità, della Regione Veneto e del Friuli Venezia Giulia, e della provincia. Saranno presenti il ministro dell’Interno Matteo Salvini, il ministro della Famiglia e della Disabilità Lorenzo Fontana e il ministro dell’Istruzione Marco Bussetti. Ma anche il senatore della Lega Simone Pillon e Giorgia Meloni.

“Il Wcf in Italia è in totale continuità con le manovre attuate in diverse città per promuovere la vita, che annullano la possibilità per le donne di abortire”. Per Carlotta, di Nudm-Milano, la posizione del governo è sempre stata chiara: “L’atteggiamento nei confronti delle donne non è una novità. Lo dimostrano prese di posizione come il ddl Pillon sulla riforma del divorzio o  la forma in cui è stato concepito il reddito di cittadinanza. O il sostegno per la famiglia naturale che non riconosce altre forme di unione”, racconta .

“Il Wcf prende di mira anche le soggettività non normate 
e noi opponiamo la forza di un movimento transnazionale di liberazione”. 




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venerdì 22 marzo 2019

MARINES USA FRA GLI AGENTI PROVOCATORI IN VENEZUELA

MARINES USA FRA GLI AGENTI PROVOCATORI IN VENEZUELA
chi potrebbe permettersi una maschera antigas ed un casco 
o un giornalista straniero o ...


Come più volte denunciato dal governo del Venezuela,
 agenti provocatori addestrati dalle forze USA sono stati infiltrati fra i manifestanti anti Maduro in Venezuela per creare incidenti, attaccare le forze di polizia e compiere atti di guerriglia e sabotaggio. Questo avviene secondo la ben nota tecnica descritta nel manuale USA di cambio di regime (desecretato da Wikileaks) attuato da Washington in vari paesi 
fra i quali l’Ucraina, la Libia, la Siria, ecc…
Questi elementi, che in Venezuela vengono denominati “garimberos” , sono stati ultimamente notati nei disordini scoppiati alla frontiera tra Venezuela e Colombia e sono gli stessi ripresi mentre incendiavano i camion degli aiuti umanitari inviati dalla USAID e bloccati alla frontiera.
Quello che non si poteva sospettare è che fra questi elementi vi sono alcuni militari USA del corpo dei marines che operano in borghese e sono particolarmente addestrati dai servizi di intelligence per compiere attacchi mirati e azioni di commandos contro le forze di sicurezza venezolane.
Un video che mostra uno di questi marine USA mentre opera tra i manifestanti è stato diffuso e circola tra i social media e rende perfettamente prova di quanto sospetato dalle autorità del Venezuela. Secondo il portale Lechuguinos, il marine Luis Medina, che si vede nelle riprese, ha partecipato ai tentativi di seminare violenza nelle immediate vicinanze della frontiera con Cucuta.


Questo, come altri video, dimostra che sia gli statunitensi, sia le autorità colombiane, hanno un piano per diffondere violenza e sobillare guerra civile nel paese confinante.
Nelle immediate vicinanze della frontiera tra venezuela e Cucuta non soltanto si sono utilizzati giovani colombiani e venzolani come carne da cannone ma anche direttamente marines statunitensi infiltrati tra loro”, come ha commentato la politologa spagnola Arantxa Tirado nella sua pagina Twitter. Nella stessa pagina compaiono varie foto dei marines USA in uniforme che hanno partecipato ai disordini.

https://mundo.sputniknews.com/america-latina/201903011085822973-video-marine-eeuu-en-frontera-venezuela-colombia-cucuta/

Non si poteva dubitare che dietro le manifestazioni e disordini scoppiati in Venezuela ci fosse la lunga mano dei servizi di intelligence USA attivi per favorire il “regime change” a Caracas ed intallare un governo fiduciario di Washington che “si prenda cura” delle risorse petrolifere e minerarie del paese che tanto interessano le grandi corporations di Wall Street. Naturalmente tutta l’operazione ci verrà ammantata dai media del sistema come 
un “ritorno della democrazia” in quel paese.

Nota: Se qualcuno aveva dei dubbi su chi siano gli agenti provocatori infiltrati tra i manifestanti e che li sponsorizza e li sostiene, questa è una delle tante prove a carico dell’Amministrazione USA.

di Luciano Lago



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Si faceva chiamare Rod Richardson, ma era un poliziotto che per anni ha vissuto da infiltrato nel movimento No Global. Le autorità inglesi rubarono l’identità a un bambino morto nel 1973 per effettuare l’operazione di spionaggio...



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giovedì 21 marzo 2019

G8 di Genova: infiltrati della polizia tra i Black Bloc


G8 di Genova: infiltrati della polizia tra i black bloc.     Arriva l’ammissione delle autorità inglesi


G8 di Genova: infiltrati della polizia tra i black bloc. 

Arriva l’ammissione delle autorità inglesi

Si faceva chiamare Rod Richardson, ma era un poliziotto che per anni ha vissuto da infiltrato nel movimento No Global. Le autorità inglesi rubarono l’identità a un bambino morto nel 1973 per effettuare l’operazione di spionaggio.

Un elmetto da rocciatore, un paio di occhiali simili a quelli utilizzati per le immersioni subacquee, una maschera antigas e un fazzoletto rosso intorno al collo. Se esistesse un "manuale del perfetto black bloc" probabilmente indicherebbe di conciarsi in questo modo per resistere alle manganellate della polizia e ai gas lacrimogeni. Di black bloc si cominciò a parlare nel luglio del 2001, da quelle 
contestazioni al G8 di Genova che fecero il giro del mondo. Per anni nelle fila del movimento 
antagonista si è detto che in quelle giornate erano certamente presenti infiltrati della polizia nelle fila dei contestatori, tesi che però sono state spesso smentite oppure bollate come "complottiste". Ebbene, che nelle fila dei manifestanti ci fossero anche agenti di polizia è oggi ufficiale. Il "black bloc" descritto in apertura di questo pezzo si chiamava Rod Richardson, era un poliziotto infiltrato che assunse l’identità di un bambino morto e visse sotto copertura tra i movimenti anarchici inglesi per almeno quattro anni. Ad ammetterlo, per la prima volta dopo 16 anni, è stata la stessa polizia inglese messa alle strette da una commissione parlamentare d'inchiesta.

Chi era l'agente infiltrato nei black bloc Rod Richardson
. Come spiega, tra i manifestanti del "blocco nero" erano certamente presenti anche dei provocatori delle forze dell'ordine e la storia di Rod Richardson è emblematica. Il sospetto è un agente – di cui non è noto il vero nome – abbia rubato l'identità a un bambino nato il 5 gennaio del 1973 e morto lo stesso giorno. Il Guardian ha rintracciato i genitori del piccolo: "Riteniamo che un ufficiale di polizia abbia rubato l’identità del bimbo – ha testimoniato l’avvocato della famiglia Jules Carey davanti alla commissione – e che sia stato impiegato 
sotto copertura almeno dal 2000 al 2003?. Che l'infiltrato sia passato anche da Genova nel 2001 lo 
dicono alcune fotografie e le testimonianze dei "compagni" dell'epoca. Una delle immagini che ne 
rivelano la presenza ritrae Richardson di fronte a un’auto in fiamme in corso Italia. Da quell'incendio 
scaturì una delle molte cariche della polizia, che spesso prendevano di mira le aree pacifiche del corteo ignorando del tutto i membri dei black bloc. Attivisti politici dell'epoca hanno raccontato come “Rodders”, questo il soprannome del finto insurrezionalista, era noto nella galassia del "movimento anticapitalista" come un ragazzo particolarmente "sprezzante nel violare la legge e affrontare i poliziotti negli scontri di piazza". Per gli ambienti della sinistra che parteciparono alle contestazioni di Genova era impossibile sospettare che fosse un agente sotto copertura.

Per la prima volta da 16 anni, dunque, vi è la certezza che agenti stranieri si infiltrarono nel movimento italiano. Resta ora da capire – almeno nel caso di Rod Richardson – quale fosse la sua vera identità e cosa fece effettivamente al G8 di Genova, in particolare se si spinse a commettere reati e chi coordinasse il suo lavoro investigativo. Domande alle quali potrebbe tentare di dare una risposta la Procura di Genova se deciderà di approfondire il caso.

G8 di Genova: infiltrati della polizia tra i black bloc.     Arriva l’ammissione delle autorità inglesi

CODICI IDENTIFICATIVI PER LE FORZE DI POLIZIA

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Come la Lega ha fatto sparire 49 milioni di euro

Come la Lega ha fatto sparire 49 milioni di euro  Un network di associazioni per nascondere i soldi.  Un altro giro di sigle per ottenere finanziamenti al riparo dalla giustizia.


Come la Lega ha fatto sparire 49 milioni di euro
Un network di associazioni per nascondere i soldi.
Un altro giro di sigle per ottenere finanziamenti al riparo dalla giustizia. 
Anche con Salvini segretario.  
Ecco su cosa indaga la magistratura 

DI GIOVANNI TIZIAN E STEFANO VERGINE

Una rete di associazioni usata per svuotare i conti della Lega. Una rete di associazioni usata per 
finanziare la Lega senza passare dai conti ufficiali. Sembra un gioco di prestigio, ma è proprio questa 
l’ipotesi sui cui lavorano i magistrati della procura di Genova, da mesi impegnati a rintracciare i 49 
milioni di euro frutto della truffa ai danni dello Stato architettata da Umberto Bossi e Francesco Belsito. Soldi che escono, soldi che rientrano. Tutto finalizzato a far sparire il tesoro padano e a farlo riapparire sotto altre spoglie, ripulito e pronto per essere utilizzato. Riciclaggio, insomma: questo è il reato su cui indagano i magistrati genovesi. Ma anche finanziamento illecito, un’ipotesi su cui si sono messi a lavorare contemporaneamente le procure di Roma e Bergamo. E poi Milano, che ha ricevuto gli “atti relativi” senza tuttavia aprire un vero fascicolo d’indagine.

Per non perdere l’orientamento in questo vorticoso giro di denaro, società straniere, associazioni e 
schermi fiduciari vale la pena di partire da via Angelo Maj 24, a Bergamo. È da questa palazzina 
residenziale color verde acqua che L’Espresso aveva iniziato, sei mesi fa, la caccia ai soldi pubblici del Carroccio. «Fate inchieste su cose vere, non perdete il vostro tempo», ci aveva risposto Matteo Salvini, intanto diventato vice premier e ministro dell’Interno. Il palazzone a sei piani di Bergamo Bassa è però diventato nel frattempo interessante anche per diversi magistrati italiani. Qui ha sede infatti lo studio Dea Consulting, fino a pochi mesi fa di proprietà di due commercialisti bergamaschi poco noti: Andrea Manzoni e Alberto Di Rubba. Dopo la pubblicazione del primo articolo del nostro settimanale su di loro, Manzoni ha ceduto tutte le sue quote a Di Rubba. Ma questo è un dettaglio.

Ciò che conta è che sono stati Manzoni e Di Rubba, insieme al collega e tesoriere leghista Giulio 
Centemero, a creare l’associazione Più Voci, domiciliata proprio in via Angelo Maj 24 e scoperta il primo aprile scorso nell’inchiesta di copertina dal titolo “I conti segreti di Salvini”. La Più Voci, avevamo scritto, tra il 2015 e il 2016 ha ricevuto parecchie donazioni. Oltre 300 mila euro in tutto, di cui 250 mila dal costruttore romano Luca Parnasi e 40 mila da Esselunga. Che c’è di strano? Di strano c’è che subito dopo l’associazione Più Voci ha girato quei soldi a due società: Radio Padania e Mc Srl, controllata direttamente dal partito e editrice del quotidiano online Il Populista. Perché Parnasi e Esselunga hanno deciso di sponsorizzare la sconosciuta associazione leghista? E come mai quest’ultima ha girato i denari ricevuti a delle società collegate al Carroccio?

Come la Lega ha fatto sparire 49 milioni di euro  Un network di associazioni per nascondere i soldi.  Un altro giro di sigle per ottenere finanziamenti al riparo dalla giustizia.


Il sospetto era che si trattasse di un finanziamento occulto. Un escamotage utile teoricamente a 
entrambe le parti: agli imprenditori, per non dover dichiarare ufficialmente il loro sostegno alla Lega; alla Lega, per non vedersi sequestrare quei soldi vista l’inchiesta in corso per truffa. L’unica a rispondere in qualche modo alle nostre domande era stata Esselunga. “Contributo volontario 2016”, recitava la causale del bonifico. Davanti alla richiesta di commento, Esselunga non ha spiegato perché ha scelto di dare soldi all’associazione leghista invece che donarli direttamente al partito. Si è limitata a farci sapere che quella cifra «è stata destinata a Radio Padania nell’ambito della pianificazione legata agli investimenti pubblicitari su oltre 70 radio».
Ma allora perché non versare il loro contributo direttamente a Radio Padania?

La risposta di Esselunga non è quindi stata esaustiva, ma per lo meno la catena di supermercati ha 
fatto seguito alle nostre richieste di commento. L’altro donatore, Parnasi, aveva invece deciso di non 
rispondere proprio. Il motivo lo abbiamo scoperto qualche mese dopo, quando il costruttore è finito in carcere con l’accusa di corruzione al termine di un’inchiesta giudiziaria sul nuovo stadio della Roma, 
quello che le sue aziende avrebbero dovuto realizzare. È la stessa indagine che ha portato all’arresto 
del presidente dell’Acea Luca Lanzalone, indagato insieme ad altri esponenti del Movimento 5 Stelle, del Partito Democratico e di Forza Italia. Le carte dell’inchiesta - condotta dalla procura di Roma - 
raccontano bene perché Parnasi avesse scelto il silenzio di fronte alle nostre domande. Aveva preferito non parlare perché quel finanziamento doveva rimanere segreto. Intercettato a parlare con i suoi collaboratori, l’immobiliarista mostra infatti 
una certa agitazione dopo aver ricevuto la nostra chiamata. 

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Tramite il suo commercialista contatta Andrea Manzoni.

«Ragionando sulle possibili conseguenze dell’articolo», scrivono i magistrati nell’ordinanza, «Parnasi e il suo commercialista ipotizzano di creare una falsa documentazione contabile, retrodatata, per 
giustificare l’erogazione». Il motivo lo ha spiegato lo stesso Parnasi in un’altra intercettazione. Lui ha finanziato Più voci per la campagna elettorale delle comunali di Milano, quando la Lega sosteneva 
Stefano Parisi a sindaco di Milano. Altro che contributo alla libertà di informazione, come ha sempre 
sostenuto Centemero. E non era l’unica donazione in programma. Alle domande dei pm di Roma uno dei più stretti collaboratori dell’imprenditore ha raccontato che, dopo la Più voci erano previste altre due elargizioni a Radio Padania, «cento più cento». Ufficialmente per la pubblicità. Tuttavia, quando il collaboratore è andato da Parnasi a chiedere in quale fasce orarie preferiva collocare la pubblicità, la risposta è stata chiara: era solo un modo per finanziare la Lega, nessuna pubblicità effettiva.


Tre mesi dopo le intercettazioni Parnasi verrà arrestato su ordine della procura di Roma. E tra i 
magistrati capitolini e quelli di Genova, che già da tempo stavano indagando sul possibile riciclaggio del tesoro leghista, inizierà una collaborazione, un filone investigativo che unisce i 49 milioni scomparsi agli oltre 300 mila incassati tramite l’associazione Più Voci, i soldi vecchi e quelli nuovi. Nel frattempo la procura di Roma ha messo sotto inchiesta Centemero per finanziamento illecito proprio per la vicenda della Più voci. Questa opacità nella gestione dei finanziamenti privati avrebbe dovuto far scattare la denuncia dell’opposizione, ma il Pd sul tema può dir poco: anche la fondazione Eyu del tesoriere renziano Francesco Bonifazi era stata foraggiata dal costruttore. E infatti Bonifazi è indagato con Centemero. Avversari in Parlamento, uniti dalla necessità di fare cassa. Il finanziamento illecito della Più voci e quindi della Lega è lo stesso reato ipotizzato dalla procura di Bergamo, che ha un fascicolo ancora contro ignoti. Da quanto risulta all’Espresso, in questo filone bergamasco sono stati sentiti dai magistrati come persone informate dei fatti i rappresentanti di Esselunga. La risposta ha chiamato in causa il fondatore, Bernardo Caprotti, nel frattempo deceduto. Fu sua la decisione di donare 40 mila euro alla Più Voci, 
hanno spiegato ai magistrati i dirigenti della catena di supermercati.

Ma la Più voci non sarebbe stato l’unico strumento usato dalla Lega per incamerare finanziamenti privati al riparo da occhi indiscreti. Gli investigatori stanno analizzando diverse altre associazioni. Tra queste ce n’è una di recente costituzione, la Now con sede a Genova. La sigla non ha nemmeno un sito internet. Le uniche notizie pubbliche che la riguardano arrivano dalla pagina Facebook di Giovanni Toti, il governatore della Liguria sostenuto dall’alleanza Forza Italia-Lega. 
Nell’ottobre del 2017 Toti scriveva: 

«Alla presentazione dell’associazione Now con Matteo Salvini, Edoardo Rixi e Marco Bucci». Insomma, dai nomi presenti sembrerebbe una scatola utilizzata per sostenere l’alleanza della giunta nella regione. Di certo Now nel maggio scorso ha versato 67mila euro alla Lega Nord Liguria. Non si conoscono, tuttavia, i nomi dei benefattori dell’associazione, che non è tenuta a dichiararli pubblicamente. Una segretezza che, come nel caso della Più voci, non può non far sorgere sospetti.

I sospetti di via Angelo Maj

Per capire, invece, dove nasce l’attuale ipotesi del riciclaggio è necessario tornare in via Angelo Maj. 
Qui infatti non ha sede solo la Più voci ma una lunga lista di società i cui proprietari sono schermati da una complessa architettura di scatole cinesi, che porta in Lussemburgo. Al centro dell’indagine della procura di Genova c’è proprio questa ragnatela. Stessi personaggi, stesse holding e società che 
avevamo svelato nel servizio di copertina “L’Europa (offshore) che piace a Salvini”, anche in quel caso suscitando l’ilarità del vicepremier. I fatti degli ultimi giorni dimostrano, però, che la nostra pista è stata seguita anche dai magistrati. La conferma arriva dal decreto di perquisizione con cui il nucleo di polizia tributaria di Genova ha bussato alla porta dello studio di via Angelo Maj. L’ipotesi dei pm: una parte dei 49 milioni frutto della truffa avrebbero fatto rotta verso il Granducato per poi rientrare in Italia sparpagliati in mille rivoli. Per questo i finanzieri hanno setacciato anche le abitazioni di Manzoni e di Di Rubba oltreché il casale a Bergamo Alta di Angelo Lazzari. Proprio Lazzari è l’uomo su cui la procura di Genova ha puntato il suo faro ultimamente. Bergamasco di Sarnico, 50 anni, si presenta sul web come ingegnere ed ex promotore finanziario, prima in Mediolanum e poi in Unicredit, oggi manager con base in Lussemburgo e attività in Italia e Regno Unito. Di Lazzari avevamo scritto per la prima volta sei mesi 
fa, raccontando gli affari di alcune società domiciliate presso lo studio dei commercialisti leghisti. 
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Piccole imprese, con capitale sociale di 10 mila euro l’una, tutte fondate tra il 2014 e il 2016. Dopo la presa del potere di Salvini e la nomina di Centemero a tesoriere del partito. I nomi dicono poco: Growth and Challenge, B Design, Biotetto, Areapergolesi, Alchimia, Sasso, Ma.Se.

Alcune di queste sono dirette proprio dai commercialisti della Lega. Amministratore della Growth and Challenge è ad esempio Centemero, mentre Manzoni lo è di Areapergolesi. Ma il dato rilevante, 
cristallizzato nel decreto di perquisizione, è che entrambe sono nell’elenco delle Srl sospettate dai 
detective della finanza del riciclaggio. Ruoli, quelli di Centemero e di Manzoni che rischiano di mettere in serio imbarazzo il governo, soprattutto per quanto riguarda i rapporti con gli alleati a 5 stelle, che iniziano a perdere la pazienza di fronte
 alle continue grane giudiziarie del partito del ministro dell’Interno.

Tornando agli incastri societari, sappiamo per certo che la proprietà delle sette aziende di via Angelo 
Maj è della Seven Fiduciaria di Bergamo. E qui inizia il giro d’Europa. La Seven Fiduciaria è infatti a sua volta controllata da un’altra impresa bergamasca, la Sevenbit. Il cui presidente del consiglio 
d’amministrazione è Lazzari. La Sevenbit, anch’essa fondata nel 2015, conta una trentina di piccoli 
azionisti, tra cui lo stesso Lazzari e la nipote di Berlusconi, Alessia. La maggioranza delle quote, il 90 per cento, è però in mano alla Ivad Sarl, sede in Rue Antoine Jans 10, Lussemburgo, fondata nel 2008 dallo stesso Lazzari. Impossibile conoscere l’origine dei capitali attraverso cui l’azienda è cresciuta a 
dismisura, arrivando già un anno dopo la fondazione a un attivo di 1,6 milioni di euro, in gran parte 
investimenti finanziari. E impossibile è anche conoscere l’identità dei proprietari attuali di Ivad. Dal 
dicembre del 2015 la holding lussemburghese ha infatti un nuovo titolare ufficiale, e anche questa volta è italiano. Si chiama Prima Fiduciaria ed è specializzata nella creazione di trust, cioè fondazioni anonime. Tra gli azionisti della Prima Fiduciaria troviamo un’altra lussemburghese, la Arc advisory 
company, anch’essa al centro delle perquisizioni della Guardia di finanza della settimana scorsa. La Arc ci riporta dritti al punto di partenza, visto che è stata fondata nel 2006 proprio dal bergamasco Lazzari. Anche in questo caso è però impossibile tracciare l’origine dei capitali: il socio di controllo della Arc advisory company è infatti la Ligustrum, una società immobiliare svizzera, con base a Lugano, le cui azioni sono intestate al portatore. Perché tutta questa riservatezza dietro a sette piccole imprese della bergamasca registrate nell’ufficio dei due commercialisti di fiducia della Lega? Ci sono legami tra queste società e il partito? Sei mesi fa, alle domande de L’Espresso, sia Centemero che i colleghi Di Rubba e Manzoni avevano risposto allo stesso modo. Non fornendo informazioni sui beneficiari ultimi della Seven Fiduciaria, ma assicurando che le sette aziende in questione non hanno legami né diretti né indiretti con la Lega. La stessa versione ci è stata fornita da Diego Occari, commercialista veronese che presiede la Prima Fiduciaria, lo schermo usato dal proprietario della società lussemburghese: «Il nostro cliente che detiene le quote di Ivad Sarl è un soggetto istituzionale di primo piano e totalmente estraneo alla politica».

La Lega delle associazioni

Come hanno fatto a uscire i soldi dai conti del Carroccio? Dove sono finiti i 49 milioni? Di certo tra la fine del 2011 e il 2017 la Lega ha speso quasi 40 milioni di euro, dilapidando in soli sei anni 32 milioni di euro tra liquidità e investimenti finanziari. Non è colpa del costo del lavoro visto che i dipendenti nello stesso periodo sono passati da 80 a 7 e di conseguenza la spesa complessiva. I rendiconti ufficiali si limitano a dire che buona parte di questi soldi sono spesi per “contributi ad associazioni” e “oneri diversi di gestione”. Solo tra il 2012 e il 2015 sono evaporati così oltre 31 milioni, di cui un quarto ad associazioni non meglio specificate. Né Maroni né Salvini hanno mai spiegato i dettagli di quelle operazioni. E soprattutto non hanno mai reso pubblici i nomi di queste organizzazioni che hanno beneficiato dei denari padani. Ora gli investigatori del capoluogo ligure coordinati dal procuratore aggiunto Francesco Pinto stanno cercando di risolvere l’enigma. Credono che attorno alla Lega orbiti una galassia di associazioni e società ufficialmente slegate dal partito ma in realtà contigue. La loro funzione: fare da sponda con il Carroccio per svuotare le casse del partito ed evitare così il sequestro dei soldi. Un’ipotesi investigativa che non sarà facile dimostrare. Si tratta di centinaia di migliaia di operazioni bancarie sotto osservazione della finanza. Il periodo va dal 2012 a oggi. Una selva di transazioni, versamenti, bonifici, nella quale è difficile districarsi. Ogni movimentazione può nascondere un dettaglio utile. Per esempio i pagamenti ai fornitori amici. Un altro modo, al pari delle associazioni, per far fuoriuscire denaro con una formale fattura. Ipotesi di chi indaga, e non più solo inchieste giornalistiche, che hanno già avuto un effetto concreto: creare la prima frattura visibile nel governo gialloverde.




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Tra fiduciarie svizzere e holding offshore

DI GIOVANNI TIZIAN E STEFANO VERGINE 

E'  questa la sede dell’associazione “Più voci”? La portiera di via Angelo Maj 24, a Bergamo, sgrana gli occhi. «Mai sentita nominare», risponde. Eppure, secondo i documenti ufficiali ottenuti da L’Espresso, è in questo condominio a sei piani color verde acqua che è stata registrata l’associazione fondata da tre commercialisti fedelissimi di Matteo Salvini. Un’associazione importante per capire come il leader della Lega ha riorganizzato le finanze del partito dopo gli scandali della gestione Umberto Bossi e del tesoriere Francesco Belsito, le condanne per truffa, i sequestri milionari. In meno di un anno, dall’ottobre del 2015 all’agosto del 2016, sul conto corrente della “Più Voci” sono arrivati bonifici per un totale di 313.900 euro. Denaro versato principalmente da Esselunga e dall’immobiliarista romano Luca Parnasi. Soldi che “l’organizzazione culturale” ha girato subito dopo a due società molto vicine alla Lega: Radio Padania e Mc srl, l’impresa che edita il quotidiano online Il Populista. Possibile che nemmeno la portiera dello stabile abbia mai sentito parlare della “Più Voci”, la porta girevole creata dai cassieri di Salvini per incamerare finanziamenti privati? Davanti all’insistenza dei cronisti, l’anziana signora ha un sussulto. Estrae da un cassetto un foglio bianco: vi sono riportati i nomi di una ventina di società. La portiera scorre attentamente l’elenco. «Eccola», esclama, «l’associazione “Più Voci” in effetti 
è qui, in quella porta», e la indica con il dito al piano terra.

La porta è quella dello studio Dea Consulting, di proprietà di due commercialisti bergamaschi poco noti: Andrea Manzoni e Alberto Di Rubba. Sono stati loro, insieme al collega e tesoriere leghista Giulio Centemero, a creare l’associazione. Sempre loro a depositare all’ufficio brevetti il marchio “Salvini premier”, sfondo blu e scritta bianca in stile Trump. E ancora loro a spostare il baricentro finanziario del partito da Milano, in via Bellerio, sede storica del Carroccio, alla più modesta via Angelo Maj, nella Bergamo dell’ex ministro Roberto Calderoli, bossiano del cerchio magico fino alla tempesta dell’indagine sulla truffa dei rimborsi elettorali, poi unico della vecchia guardia a sedersi con Salvini al tavolo delle trattative con i Cinquestelle. Passato e futuro che si incrociano in questa palazzina residenziale di Bergamo bassa. Con al centro i tre giovani contabili scelti da Matteo per gestire la cassa. Tutti nati nel 1979, tutti laureati in economia e commercio all’università di Bergamo, dove si sono conosciuti nei primi anni 2000. È indagando sugli affari dei tre commercialisti che si scopre una lista infinita di società. Una ragnatela che nasconde parecchie sorprese. Ci sono ad esempio sette imprese registrate presso lo studio Dea Consulting, di cui è però impossibile conoscere il reale proprietario: a controllarle è una 
fiduciaria che porta lontano dai confini nazionali cari a Salvini. Seguendo il flusso di denaro si arriva in Lussemburgo passando per la Svizzera. E ci si imbatte pure nella nipote di Silvio Berlusconi, azionista di minoranza della pattuglia di aziendine che fanno base presso lo studio dei commercialisti leghisti. Ma non è tutto. Approfondendo gli affari dei cassieri del Carroccio si arriva a un’impresa di Di Rubba e Manzoni che noleggia auto, il cui fatturato si è impennato da quando la Lega è diventata sua cliente. E c’è pure una grande tipografia della bergamasca, anche questa diventata fornitrice di punta del partito gestione-Salvini, 
il cui proprietario ha fatto guadagnare oltre un milione di euro a Di Rubba.

I soldi della Lega nascosti in Lussemburgo  Gli affari dei tre commercialisti scelti da Salvini   per gestire i fondi del partito.   Tra fiduciarie svizzere e holding offshore



Operazione Lussemburgo

Centemero, Di Rubba e Manzoni. Gli amministratori della cassa del partito, traslocata in gran fretta dalla milanese via Bellerio alla bergamasca via Angelo Maj. Tutti e tre con ruoli di peso all’interno della Lega. Centemero è il tesoriere del partito. Gli altri due ad aprile sono stati nominati rispettivamente direttore amministrativo e revisore contabile dei gruppi parlamentari, Manzoni alla Camera e Di Rubba al Senato. 

Un ruolo delicato, perché chi lo ricopre ha a che fare con soldi della collettività. I gruppi parlamentari sono infatti sovvenzionati dallo Stato. E con la fine del finanziamento pubblico ai partiti, sono rimasti l’unico canale attraverso cui le forze politiche possono incamerare denaro dei contribuenti. Per questo sarebbe auspicabile evitare commistioni tra il ruolo pubblico e quello privato dei professionisti impegnati ad amministrare o a vigilare sui conti dei gruppi parlamentari.

Al vertice del trio di cassieri Salvini ha posto Centemero, militante di lungo corso e tesoriere ufficiale del partito dal 2014. Compito particolarmente delicato viste le grane finanziarie in cui si è impelagata la Lega dopo la truffa sui 48 milioni di euro di rimborsi elettorali (sentenza di primo grado). Già assistente a Bruxelles di Salvini, che dice di conoscere da quando aveva 17 anni, il giovane commercialista è l’unico dei tre contabili ad essersi guadagnato un posto in Parlamento alle ultime elezioni. L’uomo a cui è stato affidato il compito di mettere in sesto le casse leghiste ha in effetti un curriculum di tutto rispetto. Niente a che vedere con Francesco Belsito, che prima di assumere la carica di tesoriere faceva l’autista. Nato in Brianza e residente a Milano, Giulio vanta un master in Bocconi e uno alla Boston University di Bruxelles, esperienze lavorative in multinazionali come Ibm e Pricewaterhouse Coopers, una passione non comune per le lingue (dice di cavarsela persino con l’armeno, l’arabo e il cinese). Nel curriculum 
non lo scrive, ma a facilitare la sua scalata nel mondo della politica potrebbe essere stata anche una 
parentela prestigiosa: sua sorella si chiama infatti Elena, più volte deputata di Forza Italia.

È stato Centemero a spostare gli affari più riservati della Lega da Milano a Bergamo, nello studio 
commercialistico di via Angelo Maj 24, quello degli ex compagni di università Di Rubba e Manzoni.

Questo civico alle porte del centro storico è diventato oggi il crocevia di decine di società sconosciute ai più. Sette di queste, però, sono più speciali delle altre. La proprietà è infatti impossibile da decifrare. Un lavoro da professionisti, quali sono in effetti i cassieri di Matteo. Risalendo la catena di controllo delle sette imprese registrate presso lo studio Dea Consulting ci si imbatte infatti in una fiduciaria italiana, a sua volta controllate da una holding lussemburghese dietro la quale si trova un’altra fiduciaria. 

Un’architettura perfetta per celare l’identità dei proprietari e ottimizzare il carico fiscale. Tutto legale, meglio dirlo subito. Ma andiamo con ordine. Tutte le azioni delle sette società italiane - che in comune hanno il fatto di essere state fondate tra il 2014 e il 2016, dopo la presa del potere di Salvini e la nomina di Centemero a tesoriere del partito - sono detenute dalla Seven Fiduciaria di Bergamo, a sua volta controllata da un’altra impresa bergamasca, la Sevenbit. Il presidente del consiglio d’amministrazione di quest’ultima si chiama Angelo Lazzari, che si presenta sul web come ingegnere ed ex promotore finanziario, prima in Mediolanum e poi in Unicredit, 
oggi manager con base in Lussemburgo.

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Fondata nel 2015, la Sevenbit conta una trentina di azionisti - tra questi anche la nipote di Berlusconi, Alessia, attraverso la Blue Srl - ma la maggioranza delle quote, il 90 per cento, è in mano alla Ivad Sarl, sede in Rue Antoine Jans 10, Lussemburgo, fondata nel 2008 dallo stesso Lazzari. Impossibile 
conoscere l’origine dei capitali attraverso cui l’azienda è cresciuta a dismisura.

PRECISO CHE La replica: "Nessun politico dietro la lussemburghese Ivad" 

Di sicuro, dal dicembre del 2015 la holding lussemburghese ha un nuovo proprietario ufficiale, e anche questa volta è italiano. Si chiama Prima Fiduciaria ed è specializzata nella creazione di trust, cioè fondazioni anonime. Tra gli azionisti della Prima Fiduciaria troviamo un’altra lussemburghese, la Arc advisory company. Che ci riporta dritti al punto di partenza, visto che è stata fondata nel 2006 proprio da Lazzari. Anche in questo caso, però, è impossibile tracciare l’origine dei capitali: il socio di controllo della Arc advisory company è infatti la Ligustrum, una società immobiliare svizzera, con base a Lugano, le cui azioni sono intestate al portatore. Perché tutta questa riservatezza dietro a sette piccole imprese della bergamasca? Ci sono legami tra queste società e la Lega? Alle domande de L’Espresso, sia Centemero che i colleghi Di Rubba e Manzoni hanno risposto allo stesso modo. Non hanno fornito informazioni sui beneficiari ultimi della Seven Fiduciaria, ma hanno assicurato che le sette aziende in questione non hanno legami né diretti né indiretti con la Lega.

Tuttavia un fatto è indiscutibile: in una di queste l’amministratore è il tesoriere del partito, cioè 
Centemero, e in una seconda lo stesso ruolo è ricoperto dal professionista, Manzoni, scelto per 
amministrare il gruppo parlamentare alla Camera. Oltretutto quest’ultimo è stato scelto per guidare 
l’ammiraglia delle finanze del Carroccio, la Fin Group, di proprietà del partito.

Di certo colpisce notare come il nuovo fortino degli affari leghisti porti nel paradiso fiscale europeo per eccellenza, quello in cui hanno trovato rifugio i grandi capitali della finanza speculativa. Il Granducato per anni governato da Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione europea, volto del cosiddetto establishment e guardiano dei vincoli di bilancio europei che Salvini vorrebbe demolire in nome del sovranismo. Eppure, se da un lato Matteo promette una lunga guerra di trincea alle istituzioni comunitarie e si dice pronto a scommettere che la flat tax rimetterà in sesto i conti pubblici italiani, dall’altro non sembra preoccupato dagli affari offshore legati ai suoi fedelissimi cassieri. Affari in cui ricorrono spesso gli stessi nomi. Come quello di Giorgio Balduzzi, presente come procuratore speciale della Seven Fiduciaria all’atto di costituzione di alcune delle imprese registrate presso lo studio di Manzoni e Di Rubba. Balduzzi si mostra come numero uno della Wic Private Equitiy, una holding che gestisce investimenti. Nello stesso gruppo lavora Laura Balduzzi, che fino a settembre 2013 era la 
titolare dello studio poi venduto al duo Manzoni-Di Rubba.
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Un altro nome ricorrente è quello di Alberto Maria Ciambella. È il notaio, anche lui bergamasco, che ha registrato tutte e sette le società domiciliate al 24 di via Angelo Maj, quelle riconducibili all’anonima holding lussemburghese Ivad. Ma è anche l’ufficiale che ha firmato tutti i rogiti attraverso cui la Lega ha sparpagliato il suo ricco patrimonio tra le varie sezioni regionali del partito, prontamente dotate di codice fiscale e quindi di autonomia patrimoniale. Una mossa inedita, realizzata dopo l’arrivo di Salvini al potere e l’avvio dell’inchiesta per truffa che poco dopo avrebbe portato al sequestro dei conti del Carroccio, sui quali finora i magistrati di Genova hanno trovato poco più di 3 milioni di euro rispetto ai 49 milioni che cercavano. Una coincidenza, forse, quella del notaio Ciambella. O più probabilmente la conferma che Bergamo è diventata il nuovo centro finanziario della Lega di Salvini, il posto più sicuro 
per ridare fiato agli affari. Quelli dichiarati e quelli più segreti.

Un amico d’oro

La funzione pubblica e quella privata si mischiano spesso anche quando si prova a ricostruire l’ascesa del commercialista Di Rubba, nominato ad aprile scorso direttore amministrativo del gruppo 
parlamentare della Lega al Senato. Una fortuna pazzesca, quella del 39enne commercialista di 
Gazzaniga. Ex dipendente di Ubi Banca, appassionato di montagna e motocross, da quando Salvini è 
diventato segretario del partito lui ha accumulato incarichi prestigiosi: presidente di Lombardia Film 
Commission, la fondazione controllata dalla Regione che ha come scopo quello di promuovere sul 
territorio lombardo le produzioni video; consigliere d’amministrazione di Radio Padania, la storica 
emittente del Carroccio in cui il segretario federale ha mosso i primi passi; amministratore unico di 
Pontida Fin, la cassaforte immobiliare del Carroccio, oggi rimasta l’unica azienda del partito con un 
patrimonio rilevante.

Ripartiamo allora da lui, da Di Rubba e dalla sua fortuna. Non quella politica, però, ma quella 
finanziaria. Il gioiellino di famiglia si chiama Dea Spa, società immobiliare in cui Centemero e Manzoni hanno avuto incarichi di vigilanza, che conta oltre 20 proprietà tra case e terreni. Il vero colpaccio, però, Alberto l’ha messo a segno di recente. E ha fatto tutto da solo, senza l’aiuto dei familiari. Una compravendita azionaria da far impallidire i più smaliziati venture capitalist. Al centro dell’affare c’è la Arti Group Holding, società fondata a Bergamo nel dicembre dell’anno scorso e attualmente inattiva, dicono le visure camerali. Quando viene costituita, Arti Group Holding ha tre azionisti: Alessandro Bulfon con il 49 per cento, Marzio Carrara con il 45 per cento e Alberto Di Rubba con il 6 per cento. Cinque mesi dopo, il 10 maggio 2018, Di Rubba vende la sua quota a Carrara, che così ottiene il controllo dell’azienda (51 per cento).

Una normale operazione finanziaria, verrebbe da dire. Non fosse per le cifre in ballo. Al momento della fondazione della Arti Group Holding, il 6 per cento in mano a Di Rubba valeva 10 mila euro. Cinque mesi dopo, per acquistarla Carrara ha versato sul conto del commercialista bergamasco la bellezza di 1,1 milioni di euro. Che cosa è successo nel frattempo per giustificare una maggiorazione di prezzo del genere? Le cronache locali raccontano che poco dopo la costituzione, a gennaio di quest’anno, Arti Group Holding ha acquisito dal fondo tedesco Bavaria due aziende della bergamasca: la Eurogravure e il Nuovo Istituto Italiano d’Arti Grafiche. Un’operazione importante, che non spiega però il motivo di quella straordinaria rivalutazione delle quote in mano a Di Rubba. Di certo c’è che nel frattempo Carrara ha migliorato il suo rapporto con la Lega. Secondo due fonti interne al partito consultate da L’Espresso, proprio negli ultimi mesi il movimento guidato da Salvini ha scelto di affidare buona parte delle forniture di stampa, volantini e manifesti elettorali, a un’azienda di Costa di Mezzate, sempre in provincia di Bergamo. Si chiama Cpz. E il proprietario è lo stesso Carrara. Interpellati da L’Espresso sul prezzo della compravendita, il proprietario della Cpz e Di Rubba hanno risposto nello stesso modo: l’operazione – si sono limitati a spiegare - «rientra nel più vasto piano di acquisizioni mobiliari che il gruppo Carrara sta compiendo».

Quanto ha incassato l’imprenditore bergamasco dalla Lega nel 2017? A questa domanda sia Carrara 
che il tesoriere leghista Centemero hanno preferito non ribattere, giustificando la scelta con il rispetto della normativa sulla privacy e gli obblighi di riservatezza sui dati economici sensibili. Carrara ha voluto precisare che «da oltre vent’anni» il suo gruppo stampa per «numerose forze politiche», ma ha sempre mantenuto «una posizione di assoluta neutralità nei confronti della politica». E alla domanda “come spiega l’aumento delle forniture alla Lega nell’ultimo periodo?”, l’imprenditore ha risposto così: «Qualora vi fosse stato un aumento delle forniture in favore della Lega, ritengo possa essere attribuito alla campagna elettorale conclusasi con il voto dello scorso aprile».

Onorevole stampatore

Di certo l’eventuale aumento delle forniture della Cpz deve avere oscurato il ruolo della storica 
tipografia usata dal Carroccio negli anni di Bossi. Si chiama Boniardi Grafiche, ha sede a Milano e fino al 2016 ha registrato fatturati invidiabili per un’impresa di soli 9 dipendenti, oltre 2 milioni di euro all’anno. C’era solo un problema: i crediti verso i clienti, lievitati costantemente fino a sfiorare 1,5 milioni di euro. Quanti di questi erano appannaggio della Lega? Anche su questo punto il tesoriere Centemero ha spiegato di non poter rispondere a causa di «precisi obblighi di legge che mi impongono il rispetto della riservatezza», assicurando al contempo che tutte queste informazioni sono «oggetto nel caso della Lega a numerosi controlli da parte di diversi organi in sede di certificazione di bilancio e in seno alle commissioni a ciò preposte». Alcune fonti interne al partito raccontano però che per sanare i debiti sia stata escogitata una soluzione a costo zero. Almeno per le casse del partito. 

Alle ultime elezioni la Lega ha candidato Fabio Massimo Boniardi, 46 anni, figlio del fondatore della Boniardi Grafiche nonché azionista dell’impresa. Boniardi – che è pure consigliere comunale a Bollate, assessore a Garbagnate Milanese e vice segretario provinciale del partito - è stato eletto alla Camera e ora, se le elezioni in arrivo non gli scompagineranno i piani, 
potrà contare su cinque anni di stipendio. Pubblico, ovviamente. 

Non sarebbe questo l’unico fornitore fortunato della Lega.

Tra le nuove aziende scelte dal Carroccio, raccontano tre fonti interne al partito, da un paio d’anni c’è infatti anche un’azienda bergamasca chiamata Non Solo Auto. Fornisce servizi di noleggio di 
autovetture, e anche questa ha sede legale nel condominio verde acqua di via Angelo Maj 24. La 
società è stata fondata alla fine del 2015 e nel giro di due anni il suo giro d’affari è cresciuto parecchio, arrivando a toccare un fatturato di 268 mila euro nel 2017. Non male per un’impresa che dichiara di non avere nemmeno un dipendente. Chi sono i fortunati proprietari della Non Solo Auto? Proprio Di Rubba e Manzoni. I quali respingono qualsiasi ipotesi di conflitto di interessi. Alla nostra richiesta di conoscere il fatturato della Non Solo Auto riferibile alla Lega, i due commercialisti bergamaschi hanno opposto il riserbo «per evidenti motivi di privacy e commerciali», argomentando che «né il dottor Di Rubba, né tantomeno il dottor Manzoni hanno ruoli di responsabilità esecutiva, strategica né funzioni dirigenziali» all’interno della Lega, partito per il quale i due dicono di svolgere «attività tecniche di natura amministrativa». E in effetti, tecnicamente, le cose stanno proprio così: i due sono presenti in diverse società legate al Carroccio, ma sempre come amministratori, membri del cda o del collegio sindacale. 

Nessun incarico politico, insomma, nemmeno adesso che i due professionisti lombardi hanno varcato la soglia dei palazzi romani con gli incarichi assunti alla Camera e al Senato.
Se di Di Rubba abbiamo già detto, vale la pena conoscere meglio Manzoni. Laureato anche lui in 
Economia e commercio all’università di Bergamo, vanta un dottorato in “strategie di impresa” e decine di pubblicazioni nazionali e internazionali. Oltre a gestire lo studio di via Angelo Maj, da quando Salvini è diventato leader del partito il suo curriculum si è arricchito con una serie di nomine in società pubbliche e private. È ad esempio nel collegio sindacale di Cogeme e Anita, due multiutility lombarde a controllo pubblico, in quello di Metropolitana Milanese e di Arexpo, ma è soprattutto l’amministratore unico della Fin Group, la storica holding del partito creata, insieme a Pontida Fin, per gestire quello che un tempo era un ricco patrimonio.

Ruoli strategici, occupati in passato da uomini fedelissimi a Umberto Bossi, che oggi sono concentrati nelle mani di questi giovani commercialisti. Professionisti cresciuti vicino a Pontida, nel cuore pulsante della Padania secessionista, e diventati nel silenzio generale i cassieri della nuova Lega a vocazione sovranista, quella che dice di voler difendere i confini e combattere le ingiustizie europee. Chissà se tra queste Salvini include anche i vantaggi finanziari offerti dal Lussemburgo.




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mercoledì 20 marzo 2019

Arrestate Matteo Salvini

Arrestate Matteo Salvini


Di fronte al mondo civile mi vergogno di essere italiano, mi vergogno di avere un Ministro dell’Interno che si chiama Matteo Salvini. Uno che ha trasformato il Viminale, che dovrebbe essere la casa sicura di tutti, in un’agenzia di pubblicità al servizio di un partito, uno che dovrebbe garantire il rispetto della legge e invece non fa altro che violarla.

Non è il Ministro della sicurezza, è il ministro della guerra civile: trattiene impunemente gente inerme in ostaggio, si sostituisce ai magistrati nell’indicare reati, celebra processi sommari pronunciando a mezzo stampa sentenze che prevedono il carcere per chi non condivide la sua disumanità. Salvini è un pericolo per la nostra democrazia e continuare a sottovalutarne la natura eversiva è una responsabilità che non voglio condividere.

Ogni giorno che passa il suo disprezzo per le minoranze si fa più grande e minaccioso e la civile convivenza tra diversi nel nostro Paese diventa più improbabile. Dialoga con i fascisti, si presenta ai convegni dei tradizionalisti che insorgono contro i diritti civili e la libertà della donna, viola i principi su cui si basa la nostra Costituzione che ha giurato solennemente di rispettare. Se c’è uno che va processato è lui. Se c’è uno che ha invaso la nostra vita è lui. Se c’è uno che va arrestato è lui.

DI MICHELE SANTORO



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