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giovedì 21 marzo 2019

Come la Lega ha fatto sparire 49 milioni di euro

Come la Lega ha fatto sparire 49 milioni di euro  Un network di associazioni per nascondere i soldi.  Un altro giro di sigle per ottenere finanziamenti al riparo dalla giustizia.


Come la Lega ha fatto sparire 49 milioni di euro
Un network di associazioni per nascondere i soldi.
Un altro giro di sigle per ottenere finanziamenti al riparo dalla giustizia. 
Anche con Salvini segretario.  
Ecco su cosa indaga la magistratura 

DI GIOVANNI TIZIAN E STEFANO VERGINE

Una rete di associazioni usata per svuotare i conti della Lega. Una rete di associazioni usata per 
finanziare la Lega senza passare dai conti ufficiali. Sembra un gioco di prestigio, ma è proprio questa 
l’ipotesi sui cui lavorano i magistrati della procura di Genova, da mesi impegnati a rintracciare i 49 
milioni di euro frutto della truffa ai danni dello Stato architettata da Umberto Bossi e Francesco Belsito. Soldi che escono, soldi che rientrano. Tutto finalizzato a far sparire il tesoro padano e a farlo riapparire sotto altre spoglie, ripulito e pronto per essere utilizzato. Riciclaggio, insomma: questo è il reato su cui indagano i magistrati genovesi. Ma anche finanziamento illecito, un’ipotesi su cui si sono messi a lavorare contemporaneamente le procure di Roma e Bergamo. E poi Milano, che ha ricevuto gli “atti relativi” senza tuttavia aprire un vero fascicolo d’indagine.

Per non perdere l’orientamento in questo vorticoso giro di denaro, società straniere, associazioni e 
schermi fiduciari vale la pena di partire da via Angelo Maj 24, a Bergamo. È da questa palazzina 
residenziale color verde acqua che L’Espresso aveva iniziato, sei mesi fa, la caccia ai soldi pubblici del Carroccio. «Fate inchieste su cose vere, non perdete il vostro tempo», ci aveva risposto Matteo Salvini, intanto diventato vice premier e ministro dell’Interno. Il palazzone a sei piani di Bergamo Bassa è però diventato nel frattempo interessante anche per diversi magistrati italiani. Qui ha sede infatti lo studio Dea Consulting, fino a pochi mesi fa di proprietà di due commercialisti bergamaschi poco noti: Andrea Manzoni e Alberto Di Rubba. Dopo la pubblicazione del primo articolo del nostro settimanale su di loro, Manzoni ha ceduto tutte le sue quote a Di Rubba. Ma questo è un dettaglio.

Ciò che conta è che sono stati Manzoni e Di Rubba, insieme al collega e tesoriere leghista Giulio 
Centemero, a creare l’associazione Più Voci, domiciliata proprio in via Angelo Maj 24 e scoperta il primo aprile scorso nell’inchiesta di copertina dal titolo “I conti segreti di Salvini”. La Più Voci, avevamo scritto, tra il 2015 e il 2016 ha ricevuto parecchie donazioni. Oltre 300 mila euro in tutto, di cui 250 mila dal costruttore romano Luca Parnasi e 40 mila da Esselunga. Che c’è di strano? Di strano c’è che subito dopo l’associazione Più Voci ha girato quei soldi a due società: Radio Padania e Mc Srl, controllata direttamente dal partito e editrice del quotidiano online Il Populista. Perché Parnasi e Esselunga hanno deciso di sponsorizzare la sconosciuta associazione leghista? E come mai quest’ultima ha girato i denari ricevuti a delle società collegate al Carroccio?

Come la Lega ha fatto sparire 49 milioni di euro  Un network di associazioni per nascondere i soldi.  Un altro giro di sigle per ottenere finanziamenti al riparo dalla giustizia.


Il sospetto era che si trattasse di un finanziamento occulto. Un escamotage utile teoricamente a 
entrambe le parti: agli imprenditori, per non dover dichiarare ufficialmente il loro sostegno alla Lega; alla Lega, per non vedersi sequestrare quei soldi vista l’inchiesta in corso per truffa. L’unica a rispondere in qualche modo alle nostre domande era stata Esselunga. “Contributo volontario 2016”, recitava la causale del bonifico. Davanti alla richiesta di commento, Esselunga non ha spiegato perché ha scelto di dare soldi all’associazione leghista invece che donarli direttamente al partito. Si è limitata a farci sapere che quella cifra «è stata destinata a Radio Padania nell’ambito della pianificazione legata agli investimenti pubblicitari su oltre 70 radio».
Ma allora perché non versare il loro contributo direttamente a Radio Padania?

La risposta di Esselunga non è quindi stata esaustiva, ma per lo meno la catena di supermercati ha 
fatto seguito alle nostre richieste di commento. L’altro donatore, Parnasi, aveva invece deciso di non 
rispondere proprio. Il motivo lo abbiamo scoperto qualche mese dopo, quando il costruttore è finito in carcere con l’accusa di corruzione al termine di un’inchiesta giudiziaria sul nuovo stadio della Roma, 
quello che le sue aziende avrebbero dovuto realizzare. È la stessa indagine che ha portato all’arresto 
del presidente dell’Acea Luca Lanzalone, indagato insieme ad altri esponenti del Movimento 5 Stelle, del Partito Democratico e di Forza Italia. Le carte dell’inchiesta - condotta dalla procura di Roma - 
raccontano bene perché Parnasi avesse scelto il silenzio di fronte alle nostre domande. Aveva preferito non parlare perché quel finanziamento doveva rimanere segreto. Intercettato a parlare con i suoi collaboratori, l’immobiliarista mostra infatti 
una certa agitazione dopo aver ricevuto la nostra chiamata. 

Come la Lega ha fatto sparire 49 milioni di euro  Un network di associazioni per nascondere i soldi.  Un altro giro di sigle per ottenere finanziamenti al riparo dalla giustizia.


Tramite il suo commercialista contatta Andrea Manzoni.

«Ragionando sulle possibili conseguenze dell’articolo», scrivono i magistrati nell’ordinanza, «Parnasi e il suo commercialista ipotizzano di creare una falsa documentazione contabile, retrodatata, per 
giustificare l’erogazione». Il motivo lo ha spiegato lo stesso Parnasi in un’altra intercettazione. Lui ha finanziato Più voci per la campagna elettorale delle comunali di Milano, quando la Lega sosteneva 
Stefano Parisi a sindaco di Milano. Altro che contributo alla libertà di informazione, come ha sempre 
sostenuto Centemero. E non era l’unica donazione in programma. Alle domande dei pm di Roma uno dei più stretti collaboratori dell’imprenditore ha raccontato che, dopo la Più voci erano previste altre due elargizioni a Radio Padania, «cento più cento». Ufficialmente per la pubblicità. Tuttavia, quando il collaboratore è andato da Parnasi a chiedere in quale fasce orarie preferiva collocare la pubblicità, la risposta è stata chiara: era solo un modo per finanziare la Lega, nessuna pubblicità effettiva.


Tre mesi dopo le intercettazioni Parnasi verrà arrestato su ordine della procura di Roma. E tra i 
magistrati capitolini e quelli di Genova, che già da tempo stavano indagando sul possibile riciclaggio del tesoro leghista, inizierà una collaborazione, un filone investigativo che unisce i 49 milioni scomparsi agli oltre 300 mila incassati tramite l’associazione Più Voci, i soldi vecchi e quelli nuovi. Nel frattempo la procura di Roma ha messo sotto inchiesta Centemero per finanziamento illecito proprio per la vicenda della Più voci. Questa opacità nella gestione dei finanziamenti privati avrebbe dovuto far scattare la denuncia dell’opposizione, ma il Pd sul tema può dir poco: anche la fondazione Eyu del tesoriere renziano Francesco Bonifazi era stata foraggiata dal costruttore. E infatti Bonifazi è indagato con Centemero. Avversari in Parlamento, uniti dalla necessità di fare cassa. Il finanziamento illecito della Più voci e quindi della Lega è lo stesso reato ipotizzato dalla procura di Bergamo, che ha un fascicolo ancora contro ignoti. Da quanto risulta all’Espresso, in questo filone bergamasco sono stati sentiti dai magistrati come persone informate dei fatti i rappresentanti di Esselunga. La risposta ha chiamato in causa il fondatore, Bernardo Caprotti, nel frattempo deceduto. Fu sua la decisione di donare 40 mila euro alla Più Voci, 
hanno spiegato ai magistrati i dirigenti della catena di supermercati.

Ma la Più voci non sarebbe stato l’unico strumento usato dalla Lega per incamerare finanziamenti privati al riparo da occhi indiscreti. Gli investigatori stanno analizzando diverse altre associazioni. Tra queste ce n’è una di recente costituzione, la Now con sede a Genova. La sigla non ha nemmeno un sito internet. Le uniche notizie pubbliche che la riguardano arrivano dalla pagina Facebook di Giovanni Toti, il governatore della Liguria sostenuto dall’alleanza Forza Italia-Lega. 
Nell’ottobre del 2017 Toti scriveva: 

«Alla presentazione dell’associazione Now con Matteo Salvini, Edoardo Rixi e Marco Bucci». Insomma, dai nomi presenti sembrerebbe una scatola utilizzata per sostenere l’alleanza della giunta nella regione. Di certo Now nel maggio scorso ha versato 67mila euro alla Lega Nord Liguria. Non si conoscono, tuttavia, i nomi dei benefattori dell’associazione, che non è tenuta a dichiararli pubblicamente. Una segretezza che, come nel caso della Più voci, non può non far sorgere sospetti.

I sospetti di via Angelo Maj

Per capire, invece, dove nasce l’attuale ipotesi del riciclaggio è necessario tornare in via Angelo Maj. 
Qui infatti non ha sede solo la Più voci ma una lunga lista di società i cui proprietari sono schermati da una complessa architettura di scatole cinesi, che porta in Lussemburgo. Al centro dell’indagine della procura di Genova c’è proprio questa ragnatela. Stessi personaggi, stesse holding e società che 
avevamo svelato nel servizio di copertina “L’Europa (offshore) che piace a Salvini”, anche in quel caso suscitando l’ilarità del vicepremier. I fatti degli ultimi giorni dimostrano, però, che la nostra pista è stata seguita anche dai magistrati. La conferma arriva dal decreto di perquisizione con cui il nucleo di polizia tributaria di Genova ha bussato alla porta dello studio di via Angelo Maj. L’ipotesi dei pm: una parte dei 49 milioni frutto della truffa avrebbero fatto rotta verso il Granducato per poi rientrare in Italia sparpagliati in mille rivoli. Per questo i finanzieri hanno setacciato anche le abitazioni di Manzoni e di Di Rubba oltreché il casale a Bergamo Alta di Angelo Lazzari. Proprio Lazzari è l’uomo su cui la procura di Genova ha puntato il suo faro ultimamente. Bergamasco di Sarnico, 50 anni, si presenta sul web come ingegnere ed ex promotore finanziario, prima in Mediolanum e poi in Unicredit, oggi manager con base in Lussemburgo e attività in Italia e Regno Unito. Di Lazzari avevamo scritto per la prima volta sei mesi 
fa, raccontando gli affari di alcune società domiciliate presso lo studio dei commercialisti leghisti. 
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Piccole imprese, con capitale sociale di 10 mila euro l’una, tutte fondate tra il 2014 e il 2016. Dopo la presa del potere di Salvini e la nomina di Centemero a tesoriere del partito. I nomi dicono poco: Growth and Challenge, B Design, Biotetto, Areapergolesi, Alchimia, Sasso, Ma.Se.

Alcune di queste sono dirette proprio dai commercialisti della Lega. Amministratore della Growth and Challenge è ad esempio Centemero, mentre Manzoni lo è di Areapergolesi. Ma il dato rilevante, 
cristallizzato nel decreto di perquisizione, è che entrambe sono nell’elenco delle Srl sospettate dai 
detective della finanza del riciclaggio. Ruoli, quelli di Centemero e di Manzoni che rischiano di mettere in serio imbarazzo il governo, soprattutto per quanto riguarda i rapporti con gli alleati a 5 stelle, che iniziano a perdere la pazienza di fronte
 alle continue grane giudiziarie del partito del ministro dell’Interno.

Tornando agli incastri societari, sappiamo per certo che la proprietà delle sette aziende di via Angelo 
Maj è della Seven Fiduciaria di Bergamo. E qui inizia il giro d’Europa. La Seven Fiduciaria è infatti a sua volta controllata da un’altra impresa bergamasca, la Sevenbit. Il cui presidente del consiglio 
d’amministrazione è Lazzari. La Sevenbit, anch’essa fondata nel 2015, conta una trentina di piccoli 
azionisti, tra cui lo stesso Lazzari e la nipote di Berlusconi, Alessia. La maggioranza delle quote, il 90 per cento, è però in mano alla Ivad Sarl, sede in Rue Antoine Jans 10, Lussemburgo, fondata nel 2008 dallo stesso Lazzari. Impossibile conoscere l’origine dei capitali attraverso cui l’azienda è cresciuta a 
dismisura, arrivando già un anno dopo la fondazione a un attivo di 1,6 milioni di euro, in gran parte 
investimenti finanziari. E impossibile è anche conoscere l’identità dei proprietari attuali di Ivad. Dal 
dicembre del 2015 la holding lussemburghese ha infatti un nuovo titolare ufficiale, e anche questa volta è italiano. Si chiama Prima Fiduciaria ed è specializzata nella creazione di trust, cioè fondazioni anonime. Tra gli azionisti della Prima Fiduciaria troviamo un’altra lussemburghese, la Arc advisory 
company, anch’essa al centro delle perquisizioni della Guardia di finanza della settimana scorsa. La Arc ci riporta dritti al punto di partenza, visto che è stata fondata nel 2006 proprio dal bergamasco Lazzari. Anche in questo caso è però impossibile tracciare l’origine dei capitali: il socio di controllo della Arc advisory company è infatti la Ligustrum, una società immobiliare svizzera, con base a Lugano, le cui azioni sono intestate al portatore. Perché tutta questa riservatezza dietro a sette piccole imprese della bergamasca registrate nell’ufficio dei due commercialisti di fiducia della Lega? Ci sono legami tra queste società e il partito? Sei mesi fa, alle domande de L’Espresso, sia Centemero che i colleghi Di Rubba e Manzoni avevano risposto allo stesso modo. Non fornendo informazioni sui beneficiari ultimi della Seven Fiduciaria, ma assicurando che le sette aziende in questione non hanno legami né diretti né indiretti con la Lega. La stessa versione ci è stata fornita da Diego Occari, commercialista veronese che presiede la Prima Fiduciaria, lo schermo usato dal proprietario della società lussemburghese: «Il nostro cliente che detiene le quote di Ivad Sarl è un soggetto istituzionale di primo piano e totalmente estraneo alla politica».

La Lega delle associazioni

Come hanno fatto a uscire i soldi dai conti del Carroccio? Dove sono finiti i 49 milioni? Di certo tra la fine del 2011 e il 2017 la Lega ha speso quasi 40 milioni di euro, dilapidando in soli sei anni 32 milioni di euro tra liquidità e investimenti finanziari. Non è colpa del costo del lavoro visto che i dipendenti nello stesso periodo sono passati da 80 a 7 e di conseguenza la spesa complessiva. I rendiconti ufficiali si limitano a dire che buona parte di questi soldi sono spesi per “contributi ad associazioni” e “oneri diversi di gestione”. Solo tra il 2012 e il 2015 sono evaporati così oltre 31 milioni, di cui un quarto ad associazioni non meglio specificate. Né Maroni né Salvini hanno mai spiegato i dettagli di quelle operazioni. E soprattutto non hanno mai reso pubblici i nomi di queste organizzazioni che hanno beneficiato dei denari padani. Ora gli investigatori del capoluogo ligure coordinati dal procuratore aggiunto Francesco Pinto stanno cercando di risolvere l’enigma. Credono che attorno alla Lega orbiti una galassia di associazioni e società ufficialmente slegate dal partito ma in realtà contigue. La loro funzione: fare da sponda con il Carroccio per svuotare le casse del partito ed evitare così il sequestro dei soldi. Un’ipotesi investigativa che non sarà facile dimostrare. Si tratta di centinaia di migliaia di operazioni bancarie sotto osservazione della finanza. Il periodo va dal 2012 a oggi. Una selva di transazioni, versamenti, bonifici, nella quale è difficile districarsi. Ogni movimentazione può nascondere un dettaglio utile. Per esempio i pagamenti ai fornitori amici. Un altro modo, al pari delle associazioni, per far fuoriuscire denaro con una formale fattura. Ipotesi di chi indaga, e non più solo inchieste giornalistiche, che hanno già avuto un effetto concreto: creare la prima frattura visibile nel governo gialloverde.




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