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lunedì 16 maggio 2016

I motivi per dire “no” al TTIP



Dieci motivi per dire “no” al TTIP, 
il trattato commerciale tra UE e USA per il libero scambio senza 
ostacoli tariffari e non solo. 
A rischio salute pubblica, sicurezza alimentare e ambientale.

Dal luglio 2013, sono in corso i negoziati per arrivare a un Trattato commerciale di libero scambio tra Unione europea e Stati Uniti (Transatlantic Trade and Investment Partnership – TTIP) con l’obiettivo di aumentare il commercio e gli investimenti tra Ue e Usa, eliminando gli ostacoli tariffari e non tariffari. La preoccupazione diffusa è che l’eliminazione di questi ultimi possa mettere in pericolo il livello di tutela dell’Ue in materia di salute pubblica, sicurezza alimentare, informazione dei consumatori, salute animale e ambiente. Infatti, esistono differenze, anche profonde, tra i sistemi di regolamentazione dell’Unione europea e degli Stati Uniti 
derivati da culture giuridiche e politiche diverse.

Secondo la commissione per l’ambiente, la sanità pubblica e la sicurezza alimentare del Parlamento 
europeo, per conseguire una maggiore compatibilità normativa senza danneggiare gli standard europei, presenti e futuri, in materia di salute e ambiente, il TTIP dovrebbe contenere una chiara distinzione tra i settori in cui gli obiettivi e i livelli di tutela europei e statunitensi sono simili, e quelli in cui sono divergenti. Nei settori in cui sono simili, sarebbe possibile adottare approcci comuni o un riconoscimento reciproco; nei settori in cui i livelli di tutela sono chiaramente divergenti, la cooperazione tra Usa e Ue dovrebbe focalizzarsi sullo scambio di informazioni o su un’armonizzazione verso l’alto.

 Ma i negoziatori non stanno seguendo questa strada. Il settore agroalimentare è compreso nel capitolo delle materie fitosanitarie, per le quali non si prevede una regolamentazione specifica, mediata tra le due parti. Si intende procedere con il riconoscimento automatico dell’equivalenza, che permetterebbe di accettare le regolamentazioni di entrambe le parti, senza giungere a una sintesi o a una riscrittura congiunta delle regole. Le controversie che ne potrebbero derivare in seguito, sarebbero affidate a collegi arbitrali privati, la cui previsione è oggetto di molte preoccupazioni.

Questi sono dieci punti caldi sul tavolo delle trattative sul TTIP.

1) Principio di precauzione – Per autorizzare un prodotto, in Europa è richiesta un’evidente assenza di rischio, mentre negli Usa è sufficiente l’assenza dell’evidenza di un rischio. Da noi, l’identificazione di incertezze scientifiche serie giustifica l’adozione di misure basate sul principio di precauzione, che consente di scegliere l’opzione più protettiva per il consumatore. Negli Usa, il prodotto viene autorizzato, salvo poi adottare misure restrittive, se si evidenziano rischi.
A rischio i controlli e la sicurezza alimentare. In USA le regole sono diverse e meno stringenti

2) Controlli – L’Unione europea ha adottato la strategia “dai campi alla tavola”, cioè un controllo 
integrato di filiera, che va dalla produzione primaria, compresi i mangimi e i fertilizzanti, fino alla vendita al dettaglio. I controlli statunitensi, invece, sono più concentrati nella parte intermedia, cioè sulla grande produzione alimentare.

3) Pesticidi – Negli Stati Uniti, sono autorizzati 82 pesticidi vietati nell’Unione europea. Senza una 
regolamentazione specifica e adottando il meccanismo di equivalenza automatica, con il TTIP i 
produttori di questi pesticidi potrebbero chiedere di poterli commercializzare anche in Europa.

4) Ogm – A parole, non dovrebbero far parte del TTIP ma le reazioni dei negoziatori statunitensi alla 
nuova proposta di regolamento della Commissione Ue sulla possibilità dei singoli Stati di vietare gli ogm in mangimi e alimenti, autorizzati a livello europeo, così come già avviene per le coltivazioni, dimostra il contrario.
In teoria non dovrebbero esserci variazioni sulla possibilità dei singoli Stati di decidere sugli OGM
Negli Stati Uniti, gli ogm vengono considerati equivalenti agli alimenti e alle sementi convenzionali. La Food and Drug Administration (FDA) li ha riconosciuti come generalmente sicuri e quindi non esiste un quadro giuridico con regole specifiche. Negli Usa, gli ogm non devono essere preventivamente autorizzati, e i produttori sono responsabili della sicurezza. Inoltre, non esiste un piano di monitoraggio sui possibili effetti nel lungo termine e ogni procedura di consultazione risulta volontaria. Gli Usa contestano la normativa europea che, oltre ai possibili divieti nazionali, consente alla Commissione Ue di non autorizzare gli ogm, anche se hanno ottenuto parere favorevole da parte dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa). Secondo gli Usa, una volta che un ogm ha avuto parere scientifico favorevole, la sua autorizzazione alla commercializzazione dev’essere automatica.Anche sul fronte dell’informazione e della trasparenza nei confronti dei consumatori le diversità tra Ue e Usa sono sostanziali. Da noi è obbligatoria l’etichettatura dei prodotti alimentari che li contengono in quantità superiore allo 0,9% rispetto al peso totale, negli Stati Uniti l’etichettatura è volontaria e pochissimi riportano la dicitura sulla confezione.

Secondo uno studio realizzato dalla Direzione generale delle politiche interne del Parlamento europeo, “nei negoziati relativi al TTIP, una facilitazione nell’approvazione e nel commercio degli ogm è un’importante richiesta dei coltivatori e delle imprese statunitensi. Essi sono sostenuti dalle autorità Usa, che lamentano la lentezza e le poche autorizzazioni alla vendita e al commercio di organismi geneticamente modificati nell’Unione europea.  Il governo degli Stati Uniti vorrebbe anche una soglia di tolleranza più alta per le tracce di ingredienti geneticamente modificati nel cibo e nei mangimi. Il governo Usa, inoltre, ritiene che l’etichettatura obbligatoria degli ogm discrimini ingiustamente questi prodotti”.
Ormoni: sono vietati in Europa, ma permessi in USA

5) Ormoni – L’Unione europea vieta l’utilizzo di ormoni per la crescita degli animali, mentre gli Usa lo consentono, anche se non ne è dimostrata la sicurezza. Nel 2012, l’Unione europea aveva risolto un contenzioso durato 24 anni con Usa e Canada, cioè da quando, nel 1988, l’Ue aveva vietato la 
commercializzazione di carni di animali trattati con gli ormoni della crescita. L’accordo prevedeva che Usa e Canada potessero esportare nell’Ue 48.200 tonnellate di carni bovine da animali hormone-free, nel rispetto della legislazione comunitaria.

6 ) Antibiotici – Negli Usa, a differenza che nell’Ue, che l’ha vietato dal 2006, è ancora consentito 
l’utilizzo di antibiotici nei mangimi dei polli , come trattamento di massa preventivo e non come terapia per gli animali malati, oltre che per favorirne la crescita, con gravi ricadute sull’antibiotico resistenza negli esseri umani e negli stessi animali. Si stima che il 70% di tutti gli antibiotici distribuiti negli Stati Uniti sia usato negli allevamenti; solo il 10% è usato per curare animali malati, mentre il restante 20% è impiegato nell’uomo. Il TTIP, chiedendo l’equivalenza e non l’identità dei criteri produttivi e degli standard igienici e di sicurezza, aprirebbe la strada all’esportazione nell’Ue della carne di animali statunitensi trattati con antibiotici, di cui non saranno rilevabili le tracce. 

7) Richiedendo l’equivalenza e non l’identità degli standard igienici, il TTIP consentirebbe anche 
l’esportazione dagli Usa nell’Ue della carne dei polli, le cui carcasse sono state lavate con acqua di 
cloro, cioè con candeggina diluita, pratica che in Europa è vietata. Nell’Ue, infatti, è consentito solo il lavaggio con acqua potabile. In Italia non è praticato neppure questo e, dopo la macellazione, i polli 
vengono subito trasferiti in celle frigorifere, per abbassare rapidamente la temperatura e ridurre al 
minimo qualsiasi tipo di sviluppo microbico. Il sistema è più oneroso ma preserva meglio la qualità del prodotto.

8) Clonazione – Negli Stati Uniti è consentita la commercializzazione di carne e latte di animali 
discendenti da cloni e questa caratteristica non deve essere indicata in etichetta. L’Unione europea non ha ancora regolamentato la materia. Un eventuale divieto da parte europea, una volta approvato il TTIP, potrebbe essere considerato come una barriera non tariffaria al libero commercio e quindi 
contestato. Secondo un’indagine del 2010 di Eurobarometro, il 67% dei consumatori europei esprime 
forti riserve sulla clonazione animale nella catena alimentare, il 57% non ne vede benefici e il 70% 
pensa che non debba essere incoraggiata.

Gli Stati Uniti non riconoscono i marchi che contraddistinguono le eccellenze agroalimentari europee come l’Igp (Indicazione geografica protetta) e la Dop (Denominazione di origine protetta).

9) Igp e Dop – Gli Stati Uniti non riconoscono i marchi che contraddistinguono le eccellenze 
agroalimentari europee come l’Igp (Indicazione geografica protetta) e  la Dop (Denominazione di origine protetta). L’Italia, con 271 Igp e Dop, è il paese europeo con il maggior numero di marchi. 
Parallelamente al mancato riconoscimento delle certificazioni europee, negli Stati Uniti ha preso 
largamente piede il fenomeno industriale dell’Italian sounding, cioè di prodotti che richiamano un 
prodotto italiano, a volte storpiando il nome. Come riassume un documento del Ministero dello sviluppo economico, che pubblica anche diverse foto esemplificative, “l’Italian sounding è quel fenomeno di contraffazione imitativa che negli Stati Uniti colpisce i prodotti italiani del comparto agro-alimentare, anche se protetti da indicazioni geografiche o denominazioni di origine. Tecnicamente è una pratica che non lede alcun diritto di proprietà intellettuale negli Usa ma che induce il consumatore, attraverso l’utilizzo di parole, colori, immagini e riferimenti geografici, ad associare erroneamente il prodotto locale a quello italiano. L’imitazione evocativa dei prodotti italiani è causa di un consistente danno economico 
alle aziende del settore che operano negli Usa (…) laddove tre prodotti alimentari italiani su quattro 
all’estero non sarebbero autentici”.
Dall’altra parte dell’Atlantico, i soli formaggi statunitensi con nomi generici di origine europea – come Asiago, Fontina, Gorgonzola o Feta – rappresentano un giro d’affari annuo di 21 miliardi di dollari. I produttori americani giudicano inaccettabile il tentativo europeo di restringerne la commercializzazione nell’ambito del TTIP, giudicandola una misura protezionista e una barriera non tariffaria. La prospettiva di accordo nel TTIP è quella di un mutuo riconoscimento di alcuni prodotti: da una parte, i prodotti statunitensi dovrebbero indicare in etichetta l’origine del prodotto, senza alludere alle indicazioni geografiche europee corrispondenti, dall’altra l’Europa dovrebbe consentire l’esportazione nell’Ue di questi prodotti, sinora vietati. Questa soluzione aprirebbe un maggior mercato negli Usa per le Igp e le Dop europee, grazie all’abbattimento delle barriere tariffarie. Il contraccolpo negativo si potrebbe avere sul mercato europeo, dove i consumatori troverebbero per la prima volta prosciutti, formaggi e salumi con lo stesso nome di quelli italiani, ad esempio, ma a minor prezzo.

Il sistema di arbitrato sovranazionale è uno dei punti più controversi
10) ISDS – Questo è uno dei punti più controversi della trattativa sul TTIP, perché si prevede la 
creazione di un sistema di arbitrato sovranazionale (ISDS), che, bypassando i sistemi giudiziari 
nazionali, sarebbe incaricato di risolvere le controversie tra aziende straniere e governi accusati di non rispettare le clausole del trattato. Il timore diffuso è che in questo modo si cerchi di far prevalere gli interessi economici e commerciali su quelli di tutela della sicurezza e della salute, in particolare nel settore agroalimentare. Secondo la commissione per l’ambiente, la sanità pubblica e la sicurezza 
alimentare del Parlamento europeo, “tale meccanismo può in sostanza mettere a repentaglio i diritti 
sovrani dell’Ue, dei suoi Stati membri e delle autorità regionali e locali, di adottare regolamenti in 
materia di salute pubblica, sicurezza alimentare e ambiente”. Infatti, “dovrebbe spettare ai giudici dell’Ue e/o degli Stati membri, che offrono un’efficace tutela giuridica fondata sulla legittimità democratica, risolvere tutti i casi attesi di controversie in modo competente, efficiente ed economicamente conveniente”.

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